Fare il bene

” Alzati, vieni qui in mezzo!” (Mc 3,3)
Gesù il giorno di sabato continua a scandalizzare con il suo comportamento contrario al dettato della legge che obbligava il riposo e l’astensione da qualsiasi attività produttiva.
Il riposo di Dio del settimo giorno della creazione aveva portato gli Ebrei a rendere sacro il sabato.
Ma Dio ha bisogno di riposarsi?,
Dio ha smesso di creare il settimo giorno?
A me pare di no perchè, se smettesse di agire, noi moriremmo tutti all’istante, in quanto la vita non dipende da noi ma da Lui, e da lui dipende l’equilibrio delle forze che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti delle stelle e delle galassie, il colore dei fiori e il loro profumo.
Come pensare ad un Dio che sta fermo?
A me sembra impossibile.
Basta pensare all’incarnazione del Figlio  per convincerci che, da quando aveva completato la creazione, non è stato a guardare.
Come un ingegnere che è soddisfatto solo se vede realizzato il suo progetto, così Dio si è preso cura dell’esecuzione dei lavori,  li ha diretti e continua a farlo, affidando ad ognuno il compito di realizzarli insieme a lui, sotto la sua guida.
Il Dio con noi e per noi c’è sempre stato e ha continuto a parlarci attraverso la natura, la cultura, i profeti, la storia, ha continuato ad accompagnarci e a salvarci.
Per questo gli Ebrei celebrano il sabato come memoria anche della loro liberazione dalla schiavitù degli Egiziani.
Cosa non ha fatto Dio dal giorno in cui ci ha creati?
Basta leggere la Bibbia perchè emerga il suo volto di misericordia, di compassione, volto di madre e di padre, di fratello, di amico, di sposo.
Gesù, se non l’avevamo capito, è venuto a mostrarci il vero volto del padre, a rendercelo tangibile, a togliere il velo che ci impediva di vederlo faccia a faccia.
Gesù è morto ma è anche risorto, è vivo, presente e cammina con noi ed è uno di noi, è in ogni fratello che ha bisogno d’aiuto.
Che sia sabato o domenica o un giorno qualsiasi della settimana, non importa per il cristiano che è entrato nel riposo di Dio.
Ogni giorno, infatti,  siamo chiamati ad incontrare il suo volto di carne, a perderci nei suoi occhi di sete e di fame, a porgere la mano e riscaldare chi ce l’ha tanto fredda da sembrare inaridita.
Voglio ringraziare il Signore per questo ottavo giorno che ci ha regalato, Lui Signore del tempo, l’unico che poteva moltiplicarlo e renderlo eterno.
Lo voglio benedire perchè nella vita impari con Lui che ogni giorno nasci a vita nuova quando l’altro, il tuo prossimo ti interpella e ti chiede di scaldargli la mano.
Il tempo diventa eterno se hai Dio nel cuore, se con Dio ami, combatti, speri.
Se con Dio ti chini sulle ferite del mondo e vi versi l’olio della Sua tenerezza.

L’arca dell’alleanza

Maria, arca dell’alleanza.
” Siate forti e siate uomini” (1 Sam 4,9)
Sono le parole che i filistei pronunciano appena vedono l’arca dell’Alleanza portata in campo dagli Israeliti.
I Filistei sono presi da timore, hanno paura del Dio d’Israele che aveva dato prova di essere superiore ad ogni altro dio, per questo fanno appello a tutte le loro forze per vincere il nemico che avevano di fronte.
E così fu.
Questa pagina ci sconcerta perchè non basta portare in campo l’arca dell’alleanza come fosse un amuleto per vincere.
Altre volte assistiamo a sconfitte dolorose del popolo d’Israele, deportazioni, carestie, diaspora: delusioni cocenti.
La più cocente è quella di stare ancora ad aspettare il Messia come colui che ti fa diventare tanto forte e potente da non aver più timore di essere sottomesso da qualunque nazione.
Molto spesso ci attacchiamo ad un rosario, ad un immagine benedetta, ad una devozione per piegare Dio alla nosta volontà.
Andiamo in chiesa per convincerlo a fare la nostra volontà, ad esaudire i nostri desideri, non a chiedere di conoscere e fare nostra la sua volontà.
Nonostante siano passati tanti anni la storia si ripete e non abbiamo imparato la lezione che attraverso l’incarnazione e la morte di Gesù ci farebbe sentire invincibili.
Quale arca dobbiamo portare nel campo di battaglia? Cosa deve contenere l’arca?
L’arca è la casa in cui Dio ha deciso di abitare non per le opere della legge, ma per sua grazia.
“Un corpo mi hai dato, sul rotolo el libro è scritto di fare il tuo volere” è scritto.
Se permettiamo a Dio di entrare dentro di noi, se ci lasciamo purificare dalla lebbra che ci isola e ci tiene lontani dalla comunione con i fratelli, Dio è con noi e ” Chi sarà contro di noi?”.
Ma dobbiamo avere la necessaria umiltà di chiedere a Dio ciò che ha chiesto il lebbroso, nella consapevolezza che siamo malati e che solo lui ci può guarire.
La fede è l’unica arma in grado di sconfiggere la lebbra della divisione (diavolo, il divisore dal greco diàballo), dell’incomprensione, dell’odio, dell’invidia, dell’orgoglio, della presunzione, dell’avarizia, dell’auosufficienza, il demone che ci frantuma e ci disperde, il demone che non ci fa essere una sola cosa con Lui.
Quanta strada ancora da fare Signore! Quanto mi riesce difficile dire ” sia fatta la tua volontà” che ogni giorno nel padrenostro ripeto più volte con le labbra e non con il cuore!
Congiungi, unisci Signore il cuore e la mente, radunaci da tutte le parti del mondo in cui siamo stati dispersi e fà che non ci sentiamo pecoroni se decidiamo di essere un solo gregge sotto un unico pastore.
Maria insegnami a fare la volontà di Dio anche e soprattutto quando confligge con il buon senso e la giustizia, quando mi sembra troppo crudele e inaccettabile.
Intercedi perchè io sia guarita dalla lebbra più grave che è quella che mi tiene separata da Dio.

Epifanie

“E’ in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”(Eb 2,18)
In questi giorni opulenti, pieni di confusione, di chiasso, di incarti, addobbi, coperture, tu hai scelto di nascere ancora, di renderti visibile al mondo.
Ma il mondo ti ha coperto con ogni genere di sporcizia, magari indorata e infiocchettata e noi non ti abbiamo visto, non ti abbiamo adorato, non ti abbiamo riconosciuto nella nostra follia collettiva che, man mano ci facciamo vecchi, percepiamo dannosa, ingiusta, perchè ci isola da tutto ciò che è buono, giusto, bello e salutare.
Nel Natale non c’è niente che ci porti a te, Signore, purtroppo e non vediamo l’ora che finisca lo spettacolo dei saltimbanchi, la follia collettiva che vuole cancellare la tua immagine mite e umile di cuore.
Per fortuna che il tempo nostro è un tempo che passa, un tempo che non si cristallizza sullo sporco che il Natale consumistico produce.
Per questo sono contenta di incontrarti in questa prima settimana del tempo ordinario, che inizia con il tuo Battesimo.
Ti preferisco grande Signore, perchè hai tante cose da insegnarmi e io ti voglio ascoltare con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa.
Certo che di te hanno parlato gli angeli, i pastori, i magi e poi tuo Padre, ma non ti abbiamo visto all’opera.
Vedi Signore di un bambino bisogna prendersi cura e a Natale tu ti mostri tanto piccolo e indifeso che l’unica cosa che può venire in mente di fare è quella di cercarti una copertina, come venne in mente a Giovanni quando ti vide e ti toccò la prima volta, o procurarti un po’ di cibo.
Ma quando siamo oppressi da tanti pensieri, un bambino ci può far tenerezza ma certo non ci risolve i problemi, anzi ce ne aggiunge qualcuno in più.
Il Natale,come lo festeggiamo oggi, è una gran brutta festa, perchè sa di finto, di stantio, di quelle cose che si riesumano dalle cantine umide buie e maleodoranti, perchè poco arieggiate.
Ora abbiamo disfatto il presepe e siamo tornati alla normalità, alla routine di un cielo senza comete, di strade senza luminarie, di negozi che svendono torroni e panettoni senza luci, senza colori.
Il bello forse sta nei saldi, negli sconti del fine Feste perchè a tutti piacciono le cose scontate. Sono pochi che vogliono pagare il prezzo per intero, fino all’ultimo spicciolo, e tu sei uno di questi.
Ma se noi cerchiamo lo sconto su ciò che è giusto pagare perchè noi ne traiamo benefici, per te le cose sono al contrario, perchè non solo non cerchi sconti, ma lo fai perchè altri ne abbiano un beneficio.
Mi piace che il primo miracolo riportato da Marco è la guarigione della suocera di Pietro.
Le battute su questo miracolo si sono sprecate, perchè una suocera è sempre una suocera e se, vogliamo dirla tutta, una rompiballe, che dovrebbe esistere solo quando ci serve senza mai esprimere un giudizio, un pensiero, astenendosi dal dare consigli. Le suocere sono un peso, e io so quanto sia difficile questo mestiere specie se sei madre di un figlio unico, maschio.
Il cammino di fede è proprio nella relazione tra suocera e nuora.
Tante volte mi è capitato di dare for-fait, di dire arrangiatevi, io non ci sono per nessuno, ma poi sono tornata a servire, ringraziandoti perchè mi avevi dato persone di cui prendermi cura.
Questa incapacità di servire, quando le relazioni diventano difficili o impossibili solo tu le puoi guarire, e per questo lo hai fatto.
La maggior parte dei matrimoni fallisce per le intromissioni della famiglia d’origine. Lo diciamo negli incontri con i genitori dei fidanzati, raccontando la nostra esperienza molto significativa.
Quando mamma a tutto campo si sostituì a me per la conduzione della casa, essendomi ammalata gravemente, appena nato il nostro primo e rimasto unico figlio, noi come coppia, non crescemmo nella comunione, anzi si aprirono baratri che ancora oggi ci impediscono di comunicare.
Tu ti sei ritirato a pregare alla fine della giornata, a parlare con la tua famiglia d’origine, non sei andato da Maria e Giuseppe, ma dal Padre a cui ti univa e ti unisce l’AMORE, lo Spirito Santo.
Dovremmo imparare tante cose da questo vangelo, perchè tutto quello che facciamo se non lo mettiamo ai piedi della croce non sappiamo mai se è buono o cattivo, la croce che unisce con i suoi bracci il cielo con la terra e gli uomini tra loro.

Racconti di solidarietà: “lo toccò”

 

bergoglio malato aids lo toccò

VANGELO (Mc 1,40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Quando Gianni non si presentò alla radio quel lunedì, tirai un sospiro di sollievo, perché era arrivato il momento che si scoprissero le carte e si vedesse chiaramente chi faceva e chi non faceva.
Ci eravamo impegnati con don Remo, il direttore di Radio Speranza, a portare avanti una trasmissione (“Famiglia oggi: riflessioni di coppia”), in cui comunicavamo agli ascoltatori l’esperienza, faticosa e nello stesso tempo esaltante, del camminare insieme a Cristo, che avevamo scoperto potente alleato.
Pian piano il peso del lavoro si era riversato sulle mie spalle a tal punto che Gianni dava per scontato che, massimo la domenica mattina, lo Spirito Santo faceva il miracolo di rimettere in ordine tutta la mole di appunti che io ero andata prendendo durante la settimana, limitandosi a mettere in bella copia il testo sopra il computer.
Non c’è che dire, un bel sodalizio; ma il suo comportamento negli ultimi tempi mi stava dando sui nervi, perché mi sentivo sola in quella battaglia e non vivevo ciò che dai microfoni volevo passasse.
Mi ero gettata in quell’avventura un po’ per fede un po’ per scommessa, sperando che Gianni si svegliasse dal sonno. Ma niente era cambiato.
Quel lunedì, quando uscii dagli studi, ero soddisfatta per come erano andate le cose, perché il discorso sulla solidarietà, che deve partire da valori vissuti nella famiglia, mi aveva dato lo spunto per parlare della nostra esperienza personale, scaturita da una preghiera fatta insieme per una coppia in crisi: l’inizio di una dolce abitudine che continua ad accompagnarci, condizione imprescindibile per abolire le distanze che ci dividono.
Mentre io disquisivo alla radio sulle distanze colmate e da colmare, Gianni, con salto da atleta, alla stessa ora, aveva superato tutti gli ostacoli, per essere vicino a suo cugino in cerca di aiuto, che il padrone di casa non vede l’ora di sfrattare, perché non si lava e puzza.
Solo da poco ho imparato ad apprezzare ciò che naturalmente Gianni fa da sempre, nonostante nei lunghissimi anni della mia malattia non abbia mai fatto lo schizzinoso, accudendomi in ogni genere di necessità, quando l’immobilità mi teneva inchiodata ad un letto o ad una poltrona.
L’incontro con un Crocifisso e con chi da Lui prende luce, mi ha portato a vedere, rispettare e servire i crocifissi messi sulla mia strada..
LUCIANA
Luciana è una di questi, la più importante per la mia storia personale, perché in lei e con lei ho scoperto il potere rigenerante e salvifico della croce portata con i fratelli.
La prima volta che l’incontrai, ricordo, mi fermai alle mani sporche, alle unghie ingrommate di roba marrone, ai jeans lisi, ai neri scarponi ricoperti di polvere.
Cosa avevo io da spartire con una che, a mezzogiorno, nei pressi del centro, va in giro conciata a quel modo?
Quando si fermò a salutare la mia accompagnatrice, non alzai neanche lo sguardo, tutta presa a cercare una sedia per porre fine al mio inseparabile dolor di schiena. Se l’avessi fatto subito, mi sarei imbattuta nel suo inusuale copricapo, un foulard che le fascia la testa, legato alla maniera dei corsari, e mi sarei posta qualche domanda, che andava oltre il vestito e lo sporco.

Solo quando mi decisi a guardarla negli occhi, mi specchiai in due polle di acqua sorgiva..

Ci ritrovammo a parlare come se ci fossimo conosciute da sempre, io che di lei non sapevo niente, lei che di me aveva intuito tutto, perché “dove hai gli occhi hai il cuore” e Luciana gli occhi e il cuore li ha aperti alla sofferenza del mondo, anche se passa i suoi giorni chiusa in un garage, senza che luce e aria vi circolino liberamente.
Lì restaura mobili per la gente perbene che, pur amandoli, non ama la gommalacca che penetra nelle unghie quando devi restaurarli, né la gente che se ne porta appresso l’odore.
Cominciai a frequentarla quando mi mise a disposizione una sedia, l’unica cosa che mi faceva decidere di fermarmi a parlare lontano da casa mia. E ci si mise d’impegno per farmene trovare sempre una, che non traballasse, cosa non facile nel suo negozio.
Mi piaceva ascoltarla perché mi faceva entrare nelle storie delle persone, raccontandomi ciò che non appariva allo sguardo dei frettolosi passanti. Attraverso i suoi discorsi mi accorsi che esisteva un mondo sommerso , invisibile, di cui i pochi accattoni incontrati non erano che la punta dell’iceberg.
Luciana sembrava un giocoliere che ogni giorno dal cappello faceva uscire qualcosa di straordinario. Erano le persone che, grazie al suo abbigliamento poco ortodosso, si lasciavano avvicinare e delle quali scopriva preziosi tesori da esplorare.
Il restauro migliore, mi accorsi che lei lo faceva alla persona, restituendole la dignità che Dio dà ad ogni uomo.
Luciana è stata la battistrada che mi ha portato a concepire la solidarietà non come un gesto grandioso ed emblematico, fatto una volta per tutte, ma un insieme di piccoli gesti gratuiti, ripetuti ogni giorno, nei riguardi di chi il Signore ci mette di fronte. Mi colpì il fatto che pregava per gente che non conosceva, che accoglieva nella sua casa senzatetto ed emarginati, che si adoperava affinchè quelli che non hanno cittadinanza nella nostra società opulenta, avessero di che mangiare e vestirsi, privandosi spesso del necessario per loro.
Fino a quel momento la carità che conoscevo era quella che non mi scomodava, neanche per andare a fare un vaglia alla posta, con la scusa che non potevo stare in piedi, quella che era garantita dalla riconoscenza di chi aveva effettivamente bisogno, quando i bisogni degli altri li misuravo sui miei, quando la carità non nasceva dalla rinuncia e dal sacrificio.
I bisogni degli altri, Luciana, m’insegnò a vederli nelle storie anonime di tanta gente con cui si fermava a parlare. I poveri, i veri poveri, poi costatammo insieme, non erano quelli a cui manca il tetto, il cibo o il vestito, ma quelli che avendo tutto questo e tanto di più, non hanno nessuno che gratuitamente gli doni un sorriso o una carezza.
Man mano che procedevano le nostre conversazioni in mezzo alla polvere, all’odore acre delle vernici, mi sono resa conto che il tempo, il bene più prezioso che Dio ci ha dato, dopo la vita, era quello che dovevamo essere disposti a donare agli altri, senza avarizia, quello sottratto al riposo, allo svago, a volte anche al lavoro.
La compassione è un sentimento che ci siamo dimenticati o non abbiamo mai conosciuto, riflettevamo insieme, in una di quelle mattine che ci vedevano parlare fitto fitto, mentre lei era intenta al lavoro, è un sentimento divino, è il sentimento che Dio ha provato quando ha deciso di mettersi nei nostri panni e di traslocare nel nostro mondo, abolendo le distanze che ci dividevano da Lui.
Frequentando Luciana, le parole ascoltate ogni giorno durante la Celebrazione Eucaristica: ”Fate questo in memoria di me”, non mi sono sembrate poi così tanto scontate come credevo, e mi hanno fatto capire che servire Cristo non significa andare tutti i giorni alla Messa, ma servirlo nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi, anche se sono sporchi e mandano cattivo odore.
Gesù non ha avuto paura di sporcarsi, quando ha deciso di venirci in aiuto, non disdegnando di nascere in una stalla ed essere deposto in una mangiatoia, riscaldato dal fiato di un bue e di un asino, mentre gente senza fissa dimora andavano ad adorarlo.
Quanto cattivo odore intorno a Gesù, il figlio di Dio fatto uomo, ma quale messaggio d’amore ci ha trasmesso attraverso quelle che sono state le sue preferenze!
Tutta presa a riflettere su come ero e come sono, non senza un certo compiacimento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio articolo sullo tsunami che mi ha fatto ricordare Dominicus, il seminarista indonesiano che, grazie all’interessamento di Luciana, ha trovato persone che s’interessassero a lui. Mi ero dimenticata di Dominicus quest’anno, e ci voleva l‘articolo per prendere coscienza che in Indonesia c’è stato lo tsunami.
Chissà se Dominicus è ancora vivo! Quando ha scritto gli auguri di Natale sicuramente lo era. E dire che ci sentivamo la coscienza a posto, Gianni ed io, dopo aver, con la carta di credito, mandato una bella sommetta a chi di dovere, per finanziare gli aiuti.
Se le immagini che scorrono sul teleschermo avessero il potere di sporcarci di terra, di tingerci con il sangue di tante vittime che abbiamo visto morire insieme alle speranze dei pochi sopravvissuti, potremmo rispondere di sì.
Eppure Gesù, per guarire il cieco nato, <Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”> parole che ci interpellano proprio su quello sporcarsi di Gesù che per guarire il cieco nato prende della terra e l’impasta con la saliva, per metterla sugli occhi del malato che cerca la guarigione.
L’amore, adesso ne sono più che convinta, passa attraverso un contatto fisico con ogni fratello che incontriamo sulla nostra strada e presuppone la nostra docilità a sporcarci e ad essere sporcati, toccare ed essere toccati.
Il lunedì successivo, con Gianni, di tutte queste cose abbiamo parlato alla radio, contenta, questa volta, di avere accanto chi, come Luciana, non ha mai avuto paura di usare il corpo per avvicinarsi alla gente, al contrario di me che, dimenticando di averlo, spesso uso solo la mente.
Abbiamo raccontato di quella passeggiata di fine agosto, quando, bighellonando tra le bancarelle di un mercatino, verso il tramonto, ci siamo imbattuti in Luciana che dalla mattina stava in piedi a vendere le cianfrusaglie, di cui volentieri anche noi ci eravamo liberati, per i poveri della città.
Abbiamo ripercorso il sentimento che ci ha portato a guardare con altri occhi chi sta dietro un banchetto, per guadagnarsi la vita o strapparne un poco per gli altri, che tutto ciò comporta sacrificio e fatica, che il contrattare, specie per ciò che è destinato alla beneficenza, è peccato mortale, che alla sera i banchetti bisogna che ci sia uno che se li carichi sopra le spalle o su un furgone e che la roba rimasta va incartata e messa per bene in ordine, da parte, perché la prossima volta non ci si impazzisca, anche solo a cercarle, le cose.
Abbiamo ringraziato il Signore per le tante storie nelle quali Luciana ci ha fatto entrare.Abbiamo ricordato quanto ci ha regalato il batticuore di Monica, che abbiamo accompagnato a Roma ad incontrare il marito, sposato da meno di un anno, che si era fatto tre giorni di pullman, senza dormire per riabbracciarla, dalla Bulgaria; il sorriso sdentato di Ovidio e la puzza sui suoi vestiti di chissà quanti pacchetti di sigarette, fumate durante il tragitto; la tenerezza e il pudore dell’abbraccio dei due giovani, quando si sono rivisti. E che dire della solidarietà che si è accesa intorno al pancione della piccola albanese rimasta all’agghiaccio, dopo che le avevano chiuso, in pieno inverno, le porte della stazione, e che avrebbe abortito, se il passa parola delle piccole e silenziose formiche e la generosità di Luciana, che non si è arresa neanche di fronte all’irreperibilità della donna, non gli avessero fatto recapitare una coperta?
Ci siamo chiesti dove avevamo la testa, in che mondo vivevamo, quando ai vestiti da regalare staccavamo i bottoni, quando ci sentivamo a posto con la coscienza, dopo aver largheggiato nel fare l’elemosina al disgraziato che suole sostare davanti alla chiesa, o al lavavetri, che con quei soldi volevamo levarci di torno.
Ma accanto a questi ricordi sono emersi quelli legati ai volti di chi non ci ispira simpatia, di chi non lo merita, degli scorbutici, di quelli che non ci fanno pietà ma solo rabbia, perché potrebbero darsi una “smossa”, come si dice dalle nostre parti, e prendere per i capelli la propria vita invece di buttarla e di lamentarsi, aspettando che qualcuno venga a salvarli.
Abbiamo pensato che il difficile sta proprio lì, dove la compassione fa fatica a farsi largo e non ti fa aprire il cuore, a causa di un giudizio che ne tiene chiuse le porte.
Come si fa, c’è da chiedersi, ad imporre ad un uomo di amare? Se non c’è attrazione, come può nascere l’amore? Come può perpetuarsi, se l’altro cessa di essere amabile?
La risposta ci è arrivata, mentre, uniti nella preghiera, contemplavamo il Crocifisso.

“Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti”

Effata

VANGELO (Mc 7,31-37)
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

“Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti” dice Isaia.

Dal passo della Genesi che la liturgia oggi si presenta, non sembra che Dio abbia fatto bene ogni cosa, visto che nel paradiso c’è il serpente che non va ascoltato, un frutto che non si può toccare e che dà la morte a chi lo mangia, nonostante sia bello da vedere, buono da mangiare, desiderabile per acquistare saggezza, una donna che seduce l’uomo ed è causa della sua rovina.

” Dio ho fatto bene ogni cosa fa udire i sordi e fa parlare i muti”, lo ripetono quelli che assistono al miracolo della guarigione del sordomuto.

Già Dio, nella Genesi, si era pronunciato sulla bontà della creazione.” “ E’cosa buona”( riferito al mondo minerale, vegetale e animale senza intelligenza) , “E’ cosa molto buona”(riferito all’uomo, capace di scegliere), aveva detto.
Da quale sordità il Signore Dio nostro ci vuole guarire? Da quale mutismo?

Effatà! Apriti!

Sono le parole che il Sacerdote pronuncia al termine del rito battesimale, tracciando un piccolo segno di croce sulla bocca e sulle orecchie del battezzato.

Il peccato ha chiuso i canali di comunicazione con Dio e con l’altro e il Battesimo restituisce ai sensi la funzione per cui Dio ce li ha dati.

Gesù per farsi capire da un sordomuto, ha bisogno di gesti, di segni (che in altri contesti non usa, proprio perché quello che gli sta di fronte è sordo e muto dalla nascita e non sarebbe stato in grado di capire). Ma Gesù ha bisogno che il malato che gli sta di fronte non si fermi ai segni, ma guardi oltre, per vedere in essi la salvezza di Dio.

Dopo aver mangiato del frutto dell’albero, gli occhi di Adamo ed Eva si aprirono, ma per vergognarsi della loro nudità( ma non era cosa molto buona?) e sottrarsi allo sguardo di Dio.

L”isolamento e la solitudine sono la condanna di chi ha voluto prescindere da quello sguardo. Il Dio lontano, il giudice si fa voce vicina all’uomo per condannare sì, ma anche per promettere la liberazione.

“Una donna ti schiaccerà il capo” dice al serpente.

La voce , la Parola, diventa corpo in Gesù Cristo.

L’uomo ha bisogno di ascoltare per vedere.

“Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!”È il grido accorato di Dio che percorre tutta la Storia.

Ma l’uomo ha bisogno anche di vedere ecco perché Dio si fa uomo e si rende visibile, tanto vicino da diventare uno di noi.

”Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono dice Giobbe”

Vedi che Dio ha fatto bene ogni cosa solo se apri l’orecchio alla sua parola, se apri il cuore all’incursione dello Spirito.

Il sordomuto aprirà gli occhi della fede, quando Dio lo avrà guarito dalla sordità del peccato.

 

Guarigioni

VANGELO (Mc 2,1-12)
Il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra.
Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Gesù è venuto a guarirci dall’incapacità di amare l’altro per quello che è, di perdonarlo per ciò che non riesce ad essere e a fare di conseguenza.
Gesù vuole toglierci dall’inferno in cui ci precipita il giudizio, la diffidenza e il rancore verso tutti quelli che sono di ostacolo alla realizzazione dei nostri desideri o contro chi è ritenuto responsabile della nostra rovina.
La paralisi è totale, quando si vive nella paura di essere aggrediti.
Non di tutte le malattie conosciamo la causa, di questa in particolare conosciamo solo i sintomi.
Le parole di Gesù scandalizzano o aprono il cuore alla lode, a seconda dei pregiudizi e delle aspettative di chi assiste al miracolo.
Certo è che, l’unico messo in condizione di sperimentare le conseguenze del perdono di Dio, è il paralitico, quello che per la prima volta in vita sua si è sentito guardato con amore, con compassione, con fiducia.
Ognuno di noi è il paralitico del racconto evangelico.
Anche se siamo in tanti a pregare, l’incontro con il Signore è unico e personale.
Solo chi ha sentito su di sé lo sguardo di Dio posarsi senza ripugnanza, il tocco della sua mano sulle sue ferite, la sua parola d’amore, finirà di avere paura e si metterà in cammino per abbattere muri, sfondare tetti sì che tutti abbiano la possibilità di attingere alla fonte dell’Amore,.
Generatrice dell’ unica vera e indispensabile guarigione.

«Se vuoi, puoi purificarmi!»

VANGELO (Mc 1,40-45)
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito, la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Quando le notti si fanno più lunghe e i giorni più bui e angosciosi, quando il cielo non accenna a schiarirsi e la preghiera sale inascoltata, bisogna farsi violenza per chiamare in aiuto quel Padre, che tiene girato lo sguardo.

Sono sentimenti che un po’ tutti proviamo, quando siamo oppressi da situazioni che ci schiacciano, sperimentando sulla nostra pelle l’impotenza di fronte ai mali che ci affliggono.
“Signore se vuoi, puoi guarirmi” disse il lebbroso a Gesù e fu istantaneamente guarito.

Se questa parola ti capita, come a me è successo, di leggerla dopo una notte insonne, passata a pregare ad invocare il suo nome, perché ponesse fine al tormento che si rinnova ogni volta che mi distendo, di muscoli e tendini che si ribellano, tesi e contratti a legarti i movimenti, il fiato e la voce, viene inevitabile chiedersi perché e fino a quando la misura non viene colmata.

Ma niente avviene a caso e sempre il Signore ha qualcosa di più da insegnarci.

All’alba, dopo ore passate a cercare uno sbocco, una strada per non impazzire, il mio pensiero è andato ai tanti che negli ospedali e non solo, di notte si sentono più soli, a combattere la quotidiana battaglia con il male che li attanaglia.

Li ho guardati e mi sono guardata, ho alzato gli occhi al crocifisso e insieme a Gesù mi sono rivolta al Padre, nostro, mio, di Gesù, di tutti, e ho ritrovato il filo che pareva spezzato, il senso che sembrava smarrito, la gioia di potere, con Lui, condividere la compassione ed entrare con Lui in comunione.

Gesù non a caso interviene sempre su quelle malattie che ci isolano dagli altri, che ci portano alla morte, privati dello scambio vitale di doni e carismi che mantengono salda a compatta ogni costruzione.

Perciò Gesù guarisce il lebbroso, la cui malattia lo teneva separato dalla comunità a cui apparteneva..

Ma quanta strada ho dovuto percorrere per entrare in quella relazione misteriosa e straordinaria con tutto ciò che esce dalle Sue mani !

La sofferenza, la via stretta per incrociare il suo sguardo e permettere che mi guarisse.