25 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caro saluto a tutti amici e ben ritrovati.Ci stiamo avviando verso la conclusione del Gioco dell’oca, il primo atto di una storia, che, come tante altre, si trasforma in liturgia, quando ci si accorge che Dio cammina con noi ogni momento della nostra vita, quando sperimentiamo che fa nuove tutte le cose, se ci arrendiamo alla forza del suo amore.
Da "Il gioco dell’oca"
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L’amore donato
Quando ogni speranza annegò nell’inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c’era ancora qualcosa da dare a mio fratello, ancora qualcosa a cui non avevo ancora pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.
Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti
Il 12 luglio del 1999 scese il sipario sul dramma che per sei mesi mi aveva tenuta attaccata alla vita.
Dal pulpito il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era come non mai vivo e presente nei nostri cuori.
Mi attaccavo ai ricordi, brandelli di vita consumati insieme nella condivisione di quel poco che ci accomunava.
La sofferenza sì, quella sì che mi aveva tenuta legata a lui, da cui tutto mi aveva scaraventato lontano durante la sua vita spensierata e gaudente.
Finalmente vicini, ma troppo presto ripiombati nel buio della nostra solitudine antica..
Il senso, per un attimo carpito come balsamo alle mie insanabili ferite, mi sfuggiva ancora di mano e mi lasciava attonita di fronte al più grande e doloroso interrogativo della mia umana vicenda.
E il mio "volere é potere" di cui mi ero fatta scudo e corazza?e il mio "volli, sempre volli, fortissimamente volli", che volevo fosse inciso sulla mia lapide?
Tutto cadde davanti ai miei occhi, nulla si salvò dalla desolazione della verità ormai nuda e invereconda.
Io, che pensavo di poter risolvere qualsiasi problema, che ero capace di trarre, come un giocoliere, dal cappello vuoto, meraviglie inaspettate e incredibili, non riuscivo più neanche a tenere in mano quell’oggetto innocente di scherzo che improvvisamente mi parlava solo di morte.
Il senso – La resa
L’estate, che era nel pieno, se non era riuscita da sempre a farmi risorgere, come avrebbe potuto quell’anno cambiare il copione?
Ingloriosamente e dolorosamente sui giorni si avvolsero giorni e luglio e agosto finirono.
Ma a settembre non c’era ad attendermi l’ansia di ricominciare un lavoro amato sopra ogni altra cosa, ma le vacanze obbligate, non chieste, temute, imposte da chi non sapeva che farsene di una che faceva così tanta fatica a spostarsi.
Il primo settembre del 1999 andai ufficialmente in pensione, non più obbligata a rispondere se e quando sarei guarita.
Potevo finalmente permettermi di andare dove volevo a curarmi, senza dover contare minuti, ore e chilometri. Finalmente libera di ammalarmi o guarire senza rendere conto a nessuno.
Del tempo che mi accinsi a percorrere, partendo da quel momento, non ricordo gioia o dolore, ma solo la sensazione di trovarmi in un paese straniero, sempre più estranea agli altri e a me stessa, cercando il foglio smarrito di ciò che dovevo dire, fare o pensare.
Ma che senso aveva continuare a declamare la parte, se tutti se n’erano andati?
Il tempo da amico divenne nemico, perché amplificava i secondi, i minuti, le ore implacabilmente accompagnati da un silenzio spettrale nel deserto di un’anima che senza meta, brancolando, continuava a cercare.
Sempre più strette, le maglie della prigione aderivano alla mia pelle, imbrigliando i movimenti, impedendo agli occhi di vedere fuori il sole, i colori, la vita che aveva cessato di appartenermi.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo, di cosa avevo bisogno, a chi poteva importare, ora che lo spettacolo era finito?
Quell’ultima parte l’avevo recitata in modo così magistrale che avevano tutti finito per crederci che ero di ferro, che niente e nessuno poteva piegarmi.
Anche io avevo finito per crederci e non mi riusciva di recitare una parte che nessuno mi aveva insegnato
L’indipendenza, perseguita per anni con forza, con tenacia, con fede, sempre più era smentita dai fatti, da ciò che inspiegabilmente mi continuava a succedere, da tutte le malattie invalidanti che sempre mi riproponevano il dramma della sua negazione.
Di questa avevo fatto un valore assoluto, da quando dovetti fare a meno per forza, a poco più di un anno di vita, del caldo e sicuro rifugio di braccia che troppo presto avevano allentato la presa.
Da quel momento avevo imparato a fare da sola anche quello che nessuno mi aveva insegnato, convinta dai fatti che non avrei mai trovato nessuno disposto a fermarsi e a chiedersi perché avevo smesso di ridere, perché avevo un solco in mezzo alla fronte, perché il mio pianto era più forte di quello di tanti altri bambini, perché avevo, una volta ricongiunta a mia madre, cominciato a mangiare a tal punto da vergognarmene io e i miei familiari.… perché quell’andare sempre più curvo.
Arrangiati! …arrangiati! arrangiati!
A queste le parole, per tutto il corso della mia vita, avevo obbedito, facendole mie, tanto da diventare maestra in quell’arte.
Ma era giunto il momento della resa dei conti, il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.
Quando non c’é più nulla per cui valga la pena di arrangiarsi, quando la tua stessa vita vale meno che niente, quando a nessuno interessa quell’arte che hai imparato a memoria, perché non serve a rispondere ai loro più segreti bisogni, quando in mano non ti rimane che un pugno di sogni svaniti nel nulla, le tue delusioni cocenti, la tua impotenza per anni negata e mascherata, la tua dipendenza pesante quanto un macigno e mai accettata, é allora che si piegarono le mie ginocchia.
Era il 5 gennaio del 2000.
Grazie.
A distanza di un anno da quell’evento, questa é la preghiera che, spontanea e senza pudore, é sgorgata dalla mia bocca nella chiesa che mi aveva aperto le porte e che solo allora capii che non le aveva murate, come pensavo.
Bastava spingerle un poco.
Signore, un anno fa misi per la prima volta piede in questa Chiesa che é diventata il mio rifugio, la mia ancora, la mia casa, con l’angoscia nel cuore, con niente in mano se non la mia disperazione, con il desiderio di ascoltare parole che penetrassero nel buio della mia notte, con la sete del viandante che ha attraversato un deserto sconfinato, con gli occhi umidi di pianto per la desolazione di affetti ormai spenti, con il cuore indurito dall’incapacità di amare ancora, alla disperata ricerca di un volto, di una voce, di un sorriso, di un gesto che mi facessero capire che ero viva, che c’era ancora speranza.
Signore, quando entrai nella tua chiesa il 5 gennaio del 2000, non sapevo cosa avrei trovato, né subito capii l’importanza di quel gesto, l’importanza di quella parola, l’unica che mi colpì in quel tardo e freddo pomeriggio invernale. I muri bianchi e disadorni non attirarono il mio sguardo per apprezzare le opere d’arte di cui spesso i tuoi templi sono ricolmi, né mi attrasse la gente che, rada, occupava i banchi e con la quale mi mischiai, non senza pregiudizio.
Non mi distolse dai miei pensieri il loro abbigliamento, né i canti che salivano stonati dalla navata, né l’aspetto, né l’eloquio del sacerdote che celebrava la Messa. Non fui consolata neanche dallo scambio del segno della pace, perché il mio compagno di banco nel frattempo si era assopito.
Ricordo il buio e il freddo di questa Chiesa, ricordo le orecchie tese a non lasciarmi sfuggire una parola di tutto ciò che il sacerdote diceva, ricordo i miei occhi sgranati a riempirmi di quello scampolo di vita che bene o male veniva a popolare il mio mondo, ormai tutto vuoto e che pensavo morto per sempre, ricordo tutti i miei sensi protesi a carpire qualcosa da poter portare con me una volta che la funzione fosse finita e anche i battenti di quel luogo si fossero chiusi.
Riportai a casa una frase che a stento si fece strada nella confusione dei miei pensieri e su quella meditai.
L’uomo crede di essere Dio, ma non é Dio.
Altre volte sicuramente l’avevo sentita, l’avevo trascritta anche sul mio diario, una notte come tante altre in cui non riuscivo a dormire.
Signore, in quel giorno che sembrava uno dei tanti, uguale nella solitudine sempre più disperata, uguale nell’angoscia del prima e del dopo, uguale nell’assenza sempre più percettibile di ciò per cui valesse la pena continuare ad andare, senza meta allo sbando, mi ero ritrovata a cercare ciò che non conoscevo, che non sapevo esistesse.
Tu però sapevi di cosa avevo bisogno, non hai aspettato che chiedessi, hai solo guardato alla mia pena infinita, hai guardato alle mie mani vuote, hai guardato al deserto che aspettava di essere irrigato, hai guardato alla mia sete ancestrale, hai guardato alla mia fame d’amore, hai guardato al mio farmi piccola piccola, hai guardato al mio vuoto, che sembrava incolmabile, e l’ hai riempito pian piano di Te.
Grazie, Signore, perché Ti sei fatto incontrare, grazie per aver guardato alla mia debolezza, grazie perché hai guardato le mie lacrime, grazie perché hai guardato alle mie braccia alzate.
Grazie per avermi dissetato, grazie per avermi saziato, grazie perché in Te finalmente ho trovato l’amico, il fratello, lo sposo, il padre; grazie per questo anno trascorso in Tua compagnia, grazie perché hai ridato senso alla mia vita vissuta, nell’inutilità dello scorrere del tempo, grazie della Tua tenerezza, grazie della Tua premura costante.
Signore, in quest’anno non so cosa avrei fatto, detto o pensato se non Ti avessi incontrato, se non avessi percepito la Tua presenza vicino a me, specie nei momenti più duri e difficili.
Tu mi hai insegnato ad amare, Te prima di tutto, i miei fratelli, ma anche e soprattutto la mia vita che sembrava così priva di senso, ad amare la mia sofferenza, ad amare la mia croce.
Signore, nel grande Crocifisso che sovrasta l’altare, ho visto l’amore smisurato di un padre che ha dato se stesso per i suoi figli.
Nel sentirmi amata in modo così totale, così gratuito, così sconvolgente ho trovato la forza per aprire il mio cuore blindato e renderlo capace di accogliere il tuo dono divino e a mia volta riversarlo sugli altri.
Signore, Dio di amore e di misericordia, Ti voglio dire grazie perché mi hai mostrato tutto ciò che avevo e non vedevo, grazie perché ho imparato ad apprezzare ciò che disprezzavo, perché ho imparato ad amare anche ciò che non mi sembrava degno di considerazione, grazie perché hai ridato valore a ciò che pensavo non ne avesse.
Grazie perché ciò che mettevo al primo posto ora occupa l’ultimo, ciò che pensavo necessario ora mi sembra superfluo, grazie perché hai rivoluzionato la mia vita scardinandone i valori fittizi e ponendomi di fronte alla Tua verità semplice e grandiosa, alla Tua verità stolta, per i sapienti di questo mondo, ma l’unica capace di comprendere tutto, perché essa é il tutto.
Signore, per questo anno di grazia Ti voglio lodare, benedire e ringraziare ogni momento della mia vita, di questa vita meravigliosa che mi hai donato.
Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra e il cuore.
Potevo nuotare nel mare calmo della mia Chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie.
Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.
Egli é stato tutto il tempo a guardare, con occhio vigile e attento perché potessi sperimentare tutto ciò che sembrava importante, é stato paziente ad aspettare la fine di quell’insulso gioco dell’oca.
E’ bastato che abbassassi la guardia, che mi spogliassi del mio "dover essere", perché mi mostrasse il suo volto nascosto dalla mia voglia di vincere.
A Lui non ho avuto bisogno di raccontare che cosa era successo. Conosceva già tutta la storia, sapeva che, per trovare qualcuno che curi la parte malata, bisogna mostrarla.
Che nascondevo un cuore ferito, piagato nel suo bisogno non soddisfatto d’amore, non l’avevo confessato a nessuno, nemmeno a me stessa … perciò da tanto cercavo la strada.Anni addietro, concludendo la lettera inviata al dottor R., mi chiedevo se l’avevo trovata, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
A distanza mi sento di dire che mai sforzo fu più proficuo, mai premio superò tanto le aspettative e i desideri, non del vincitore, ma del vinto, in una guerra persa in partenza.
Quella vetta che affondava la cima nell’azzurro alto del cielo, quella vetta ora sono sicura che vale la pena scalarla, perché non é un imprendibile sogno, ma una realtà viva e presente.
L’albero
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita.

La vita adesso.
giugno 2001

Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica… di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.
Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”
 10 maggio 2004

24 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Cristo è risorto veramente
Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici all’ascolto di questa trasmissione.
Abbiamo percorso tanta strada insieme, da quando timidamente mi presentai a voi con il mio bagaglio di esperienze che volevo comunicarvi. L’idea era quella di leggervi il libro che avevo scritto e al quale non pensavo potessi o dovessi aggiungere altro.
Avevo sperimentato la morte, avevo sperimentato la resurrezione, cosa poteva ancora mancarmi?
Qualcuno, agli inizi di questo cammino, mi disse che il più doveva essere fatto e che ero solo al primo gradino della scala.
Ricordo l’aria di sufficienza e di commiserazione che accompagnarono il mio sorriso a nascondere un sentimento che sapevo non mi faceva onore. Con tutto quello che avevo passato cosa avevo ancora da sperimentare?
Ma quelle parole profetiche, sussurrate all’orecchio, più vado avanti e più mi sembrano vere.
La distanza tra me e quel Dio che m’invitò a salire sulla croce, per condividere con lui la sofferenza e la prova oggi mi sembra infinita, perché sempre più mi sento smarrire a guardare il miracolo dell’amore donato da Lui che si è abbassato per raccogliermi e prendermi in braccio e curarmi e portarmi lì dove non ci sono pericoli, nel recinto sicuro del suo amore senza confini.
Estremamente distante se guardo alla mia piccolezza, il mio limite, la mia incapacità ad essere come vorrei, estremamente vicino se guardo la sua misericordia, il suo essere presente in ogni difficoltà che incontro, in ogni momento più o meno bello della mia vita.
La quarta domenica di Pasqua ci presenta Dio buon Pastore, immagine piena di significati profondi, se riusciamo a chiudere un attimo gli occhi su questa nostra civiltà tecnologica, dove i rapporti sono regolati solo dalle macchine.
Cosa può dire a noi un pastore che vive lontano dalle nostre mete abituali?
Dobbiamo trasferirci in quelle terre aride e sassose della Palestina, il luogo dove Gesù concretamente spese la sua vita, per capire quanto fosse vitale prendersi cura di un gregge, non destinato al macello, ma a dare latte e lana, quanto diventassero intimi il pastore e le sue pecore tanto da non aver paura di perderle o confonderle, dopo che, di notte, secondo l’usanza palestinese, venivano riunite in un solo recinto, perrchè le conosceva una per una , le chiamava per nome ed era pronto a morire per loro..
In Is 40, 11 leggiamo
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini al seno e conduce pian piano le pecore madri.
E in Giov10, 27-30
In quel tempo Gesù disse: ”Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.Il Padre che me le ha date è più grande di me e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio.Io e il Padre siamo una cosa sola”.
Se riuscissimo a vedere con quanta cura Dio si occupa di noi, sue creature, gregge del suo pascolo, a sentire la sua voce che ci chiama per nome, a capire che non può dimenticarsi di noi, (Può una madre dimenticare suo figlio? Quand’anche se ne dimenticasse io non me ne dimenticherei!dice il Signore) non saremmo mai presi dall’angoscia per le cose che ci capitano, per le apparenti storture del mondo in cui viviamo.
La grazia è nel non ostinarsi ad indossare lenti sbagliate, quelle che non danno la possibilità di mettere a fuoco ciò che il Signore ci pone davanti
Da  " Il gioco dell’oca"
Ed era tutto cominciato da quegli occhiali andati in frantumi nell’ultimo incidente, a febbraio.
Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione tutto il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità
Gli occhi, più che gli occhiali, dapprima, sembrarono aver subito il danno, il sinistro in particolare.
Il dottor R. dette la sua ricetta, applicando a quello incriminato, un magnete e, tanto che c’era, perché non metterne due anche ai piedi, così ci si sente più attaccati alla terra e non si corre il rischio di mettersi a volare? Vuoi mettere?
Che portassi il 42, che era sempre stata un’impresa trovare scarpe idonee per via dell’alluce valgo, che detti magneti fossero compressi in solette di ragguardevoli dimensioni che riducevano di gran lunga lo spazio all’interno dell’ipotetica scarpa, non fu per lui un problema, ma per me sì, e anche grosso.
Ma tanto, a cosa il tutto doveva servire, visto che il camminare era diventata pura utopia?
B., un altro doctor of optometry in quel di Macerata (che fortuna averne trovato uno vicino!), propose da parte sua l’uso di lenti anteguerra bifocali, spesse e divise a metà da una linea di confine più grande di una catena montuosa; salvo poi dire che non a quelli alludeva, quando mi presentai a lui con il prodotto commissionato all’unica fabbrica italiana sopravvissuta al progresso.
E pensare che il mio ottico di fiducia ci aveva messo più di un mese per portare a termine l’operazione commissionatagli ed eseguita con grande scrupolo!
Alla fine si intesero i due alchimisti del vetro e si chiarirono le idee via fax e a voce.
Ma io comunque di occhiali ne dovetti pagare sempre due paia, con la magra consolazione che … neanche con i successivi ebbi la gioia di vederci.
Ma tanto a che servono gli occhiali se uno non ha di che leggere?
Ma B. non si fermò a questo, volle fare di più per me: mi propose una rieducazione visiva associata ad una psicoterapia non disgiunta, mi raccomando, da una rieducazione alimentare.
Noi siamo ciò che mangiamo, diceva. I continui disturbi all’apparato gastrointestinale, di cui gli avevo parlato, lo indussero ad andare ben oltre il suo dottorato.
Con la rieducazione visiva non avrei conseguito un bel nulla, se non avessi cambiato vita e abitudini.
Ed io a chiedergli su cosa basava l’assunto di guru in esilio coatto. Dove trovare cibi puri e incontaminati, dove cercare le basi della sua religione, che pareva la panacea di tutti i mali dell’uomo?
Ogni volta che glielo chiedevo, al termine di quei viaggi con cadenza settimanale al suo studio, si mostrava turbato nonché distaccato e dava al discorso una svolta tale da non farti più aprire la bocca.
Nella sala di attesa ogni volta io e mio marito cercavamo, tra i giornali e gli opuscoli, a disposizione di chi non sa come riempire il vuoto del tempo che sembra non scorrere mai, qualcosa che ci illuminasse su questo fantasma di cura, su questa teoria inesistente, su questa chimera di carta.
Ma di carta era solo il foglio, su cui era scritto l’importo che ogni volta dovevo versare. Del sapore conservo il ricordo salato oltre misura.
In quei mesi del ’98, a cavallo tra la primavera e l’estate, l’A14 la consumai a forza di andare su e giù, dall’Abruzzo alle Marche, perché nelle Marche visitava un altro medico alternativo, un omeotossicologo, a cui ero approdata da poco, nella speranza di vederci chiaro su quel groviglio di mali, di sintomi e di dolori.
Anche lui parlava di cambiare abitudini alimentari, associando il tutto ad una marea di rimedi omeopatici, che, pur se insapori, di salato avevano sempre il prezzo.
L’efficacia? A volte sembrava che sì facessero effetto, altre volte mi sentivo annegare in un mare di grande incertezza.
Il fatto è che qualunque cibo assumessi in sostituzione di quello incriminato, mi dava problemi, perché se una cosa fa male allo stomaco, l’altra il fegato o l’intestino danneggia.
Per cui la strada era il digiuno perseverato e protratto fino alla morte.
Alla fine di luglio ne avevo fin sopra ai capelli di questo gioco dell’oca, di questo andare vagando, di questo nuotare in un mare di caldo, sudore, nausea, vomito, pagati a prezzo speciale.
A Civitanova c’era però una persona che praticava saldi di fine stagione: una vecchina particolare, una maga, una santona, una che sembrava guarisse ogni male e che si accontentava di un’offerta anche minima al termine di un’imposizione di mani.
Perché non tentare l’ultima carta? Perché non buttarsi alle spalle le teorie dimostrabili o dimostrate, la ragionevolezza di ciò che fai o di ciò che speri?
Così per non dire che non avevo lasciato nulla di intentato, dando ascolto alla voce di un cuore ormai stanco di false certezze, e a ciò che da sempre avevo fatto tacere, ripresi il cammino sul percorso ormai noto dell’A14. Tanto valeva provarci, chissà che santi e madonne, di cui era tappezzato lo studio e la sala d’ attesa, chissà se si sarebbero mossi a compassione.
Lei non si intenerì ai miei mali, ma alla croce di mio marito, che continuava ad accompagnarmi ogni volta; a quella sì, si intenerì tanto da dire alla fine di una serie di viaggi fatti all’alba e di corsa, per evitare la fila da lei….. cosa potevo pretendere io, che non avevo nulla di positivo?
Così ad agosto mandai in soffitta tutti quelli che ci avevano provato, eccetto il dott. R., e finii di bere per l’ennesima volta il calice amaro dell’ennesima estate ingorda e inclemente.
Agosto
L’agosto, caldo, bollente, afoso, l’agosto che soffoca ….
Agosto … che noia, che pena: l’agosto che a stento procede verso la fine delle vacanze……
Le vacanze, quelle degli altri, tra mari incantati, acque azzurre e pulite, camerieri in divisa gentili e sudati, tavole apparecchiate, balli, spettacoli all’aperto, sagre paesane, fuochi d’artificio, sapori antichi e moderni, raffinati e ruspanti, sole a picco su corpi lucidi e immobili, aria pura di montagne violate, di luoghi profanati dall’ansia di uscire fuori dalla routine….
Agosto passato a penare, da sempre passato a pensare che quella fosse la fine, che tutto si era fermato, che niente e nessuno ci libera dalle vacanze obbligate, le vacanze che ti portano su un piatto d’argento ciò che tu non hai ordinato, ma che ti spetta sempre e comunque. Il niente, il dolore, l’assenza, la lontananza, l’immobilità della morte che torna a trovarti….
Agosto, …. passato a sperare che tutto finisca, passato a trascinare con pena e affanno una vita sempre più priva di senso.
Agosto, …. mese di m…, mese dove tutti s’inebriano, dove tutti s’illudono di dimenticare ciò che li affanna.
Agosto, .… mese del nulla, mese della resa dei conti mese che avrei voluto non fosse mai stato.
Agosto … ad aspettare la fine.
Agosto, passato a pensare se si poteva risorgere, passato a sperare che tutto poi ricomincia, passato a negare che c’era la morte che c’era l’oblio eterno, infinito, perché ogni volta avveniva il miracolo delle vacanze finite!

Ma chi siamo noi per pensare che tutto avvenga secondo uno schema o un itinerario tracciato?
Quell’estate di fuoco e di morte si aprì alla rinnovata speranza di trovare di nuovo il varco alle maglie della prigione che apparivano sempre più fitte.
Ma il varco non furono gli interessi di un lavoro amato oltre misura, no quello nel giro di pochi mesi mi fu sottratto per sempre, l’unica cosa che ancora mi teneva attaccata alla vita.
La logica crudele e spietata del mondo aveva avuto la meglio sul mio desiderio di continuare, con qualche agevolazione logistica, a riempire il mio tempo trasmettendo la scienza e la sapienza che pensavo ormai tutta acquisita.
Quando, al termine della Visita Collegiale, uscì il temuto verdetto di collocamento a riposo, sembrò chiudersi la pietra tombale, perché ormai non c’era niente che potessi tentare, nulla a cui aggrapparmi, nulla capace di dare un senso, una svolta ad una vita immobile e inutile.
Ma il dolore, il maledetto dolore mai si placava, giorno e notte, senza mai tregua: l’assedio perenne di treni impazziti, di claxon sonori e stridenti, di voci urlate e scomposte, di sonni divenuti utopia, di gesti ormai tutti ingrippati, di letture che appartengono agli altri, di sole, di luce visti alla finestra, di strade non più percorribili, di feste ormai del tutto negate.
Il 1999 era alle porte.
Cosa mi avrebbe portato?
La verità sempre più mi sfuggiva di mano, quella che pensavo potersi afferrare per sempre; come farfalla, mi attraeva nei suoi voluttuosi volteggi librandosi leggera nell’aria ogni volta che stendevo le dita per catturarla.
Una fine ingloriosa aspettava il Prometeo dei miei sogni impossibili.
Canto:Davanti a questo amore
Il senso? – L’amore donato
“Volere non è potere
A violare un mondo ormai tutto concluso, a rimettere in gioco le carte, non fu, come allora mi apparve, un medico alternativo, osteopata geniale e indubbiamente capace, ma un evento imprevisto e improvviso che penetrò come un turbine nello stagno della mia vita, sollevando e mandando in frantumi solette e magneti, il dott. R. e i suoi sempre più inefficaci rimedi, ultimi idoli di cartapesta.
La notizia occupò il tempo della mente e della memoria, a tal punto che niente valse più la pena di fare, di dire, di raccontare, che non fosse in funzione di lui, del grande malato, del "malato perso" come mi dissero allora tutti, proprio tutti quelli a cui mi rivolsi.
Eppure di guai ne avevo da vendere e di persone che mi accudissero non era che non ne avessi bisogno. Ma chissà quale molla scattò quando, mancavano pochi giorni a Natale del 1998, quando sentii ciò che mai avrei voluto sentire.
Dopo i primi momenti di smarrimento, non piansi, non mi disperai per la condanna terribile che incombeva su mio fratello.
Il pensiero andò subito a come avrei potuto aiutarlo a vivere e a morire, perché di queste cose ero diventata maestra.
Sapevo tutto di medici e medicine, di diagnosi e di prognosi, di liste di attesa, di sale d’aspetto, di impegnative e di ticket, di prezzi e di esoneri, di ospedali e case di cura, di medicina tradizionale e alternativa, di raccomandazioni, qualora le porte si trovassero chiuse, lì dove pensavi avresti trovato di meglio, dove pensavi di trovare risposta al tuo bisogno d’aiuto.
Chi più di me sapeva destreggiarsi nel labirinto della pubblica e privata assistenza, quando la prima non era in grado di soddisfare i bisogni di chi aveva davvero bisogno o venire incontro alle aspettative di chi per la prima volta vi si trovava davanti?
Io sapevo tutto, io tutto conoscevo, io sapevo fare il medico meglio di qualsiasi altro medico, sapevo curare le malattie del corpo ma soprattutto quelle dell’anima: sapevo comprendere, sapevo ascoltare, sapevo fare tutto quello che la vita mi aveva insegnato a fare da sola per consolare me stessa, per aiutare me stessa.
Da sola tutto avevo imparato, confrontandomi con la mia sofferenza mai riconosciuta, mai vista nella sua verità crudele e beffarda.
Finalmente era giunto il momento di sfoderare la scienza acquisita in anni di solitudine amara, di dolore sperimentato e vissuto ogni giorno, ogni momento nel corpo e nell’anima sempre più grande, sempre più incomprensibile perché privo di senso, quel senso che da anni andavo cercando senza mai trovare risposta.
Il senso, finalmente avevo trovato il senso a quell’andare infinito e continuo su per la cima della montagna da dove ogni volta precipitavo, schiacciata dal masso che mi trascinavo a fatica da sempre.
Il mio tempo da allora fu tutto impiegato a cercare rimedi più o meno efficaci a ciò che niente e nessuno avrebbe potuto cambiare.
Poco importava che passassi le notti a star sveglia con i mille problemi che l’intervento dell’osteopata mi poneva di fronte ogni volta.
Poco importava che il giorno lo passassi a cercare una sedia, uno straccio di appoggio, per potermi spostare da un telefono ad un altro telefono per prenotare, pianificare, spiegare, istruire, consolare, rassicurare.
La mia mente era sempre lì, dove c’era bisogno di fare ciò che altri non sapevano o non potevano fare, perché impreparati, afflitti, disperati o solo desiderosi di non bere il calice amaro dell’impotenza.
All’esterno rimandavo l’immagine di un’efficienza e di una forza che m’illudevo di avere, ma che non era che la larva della mia proverbiale tenacia.
Quando ero sola mi scoprivo le piaghe, mi leccavo le ferite attenta che nessuno se ne accorgesse per non togliere nulla a lui che aveva i suoi giorni contati.
Mettendo a tacere un corpo impazzito dai nuovi stimoli dell’ultimo medico, in ordine di tempo, che stava provando a districare l’imbrogliata matassa del mio male sempre più oscuro, studiavo le mosse per rendere almeno la vita di mio fratello migliore.
Quando ogni speranza annegò nell’inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c’era ancora qualcosa da dargli, ancora qualcosa a cui non avevo pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.
Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti.
Per anni l’avevo rincorso o ci eravamo rincorsi abbagliati dalle logiche del dover essere, senza mai fermarci e guardarci negli occhi per apprezzare i tesori nascosti pudicamente all’altro come fosse vergogna: il desiderio di amare ed essere amati.
Gesù, buon pastore ci stava chiamando per farci sentire il suo amore.
A tendere le orecchie e aprirgli il cuore fu prima lui che subito si affidò nelle sue mani, non ritenendo una debolezza chiedere aiuto a Chi poteva salvarlo. A distanza di un anno, fui io, quando le luci del mondo si spensero sulla mia voglia di vincere.
Canto:Lode al Signore che salva
26 aprile 2004

23 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Un affettuoso saluto, amici, dagli studi di Radio Speranza, un’emittente che ce la sta mettendo tutta per comunicare la speranza, per rendere ragione della speranza, che si sforza di portare ad ognuno di voi, di noi, il fondamento di ciò che crediamo, di ciò che aspettiamo, di ciò che ogni giorno ci è dato come anticipazione della promessa.
Gesù, il Risorto cammina con noi, è entrato nella storia, non quella astratta scritta sui libri, quella che ha l’occhio rivolto solo ai grandi e ai potenti di questa terra, a quelli che sembrano tessere il filo del nostro destino di uomini.
Il Signore del tempo si è fatto piccolo, umile, uno di noi, per poterci incontrare e aiutare nelle nostre anonime storie di uomini per niente speciali, per condividere con noi la pena, l’affanno, la difficoltà del procedere, per tenere alta la speranza che un giorno lo vedremo risplendere alla destra del Padre, diventato anche nostro, grazie a quel pane spezzato, a quel sangue donato per accoglierci nella grande famiglia dei figli di Dio.
Lui, con le mani che ancora portano i segni del rifiuto e dell’ingiustizia, continua a benedire chi lo perseguita, con i piedi lacerati dai chiodi, continua a percorrere le strade del mondo, Dio mendicante che chiede, che supplica che implora la nostra attenzione a che gli prestiamo ascolto perché ha tante cose da dirci.
Come non rimanere folgorati da tanta attenzione, come non rimanere stupiti attratti da questo Gesù, che si lascia crocifiggere ogni momento dall’uomo che lo rinnega, che non lo vuole sentire, che non sa che farsene di un Dio che va controcorrente, che, nonostante tutto, continua a farsi pane spezzato per tutti gli affamati del mondo.
Un Dio che si abbassa, depone le vesti e si mette il grembiule per continuare a lavarci quei piedi di cui non vediamo lo sporco tanto distano dal nostro sguardo e dal nostro naso, non può non risorgere scendendo ancora, negli Inferi, il luogo più distante dal Padre, il luogo dove erano e sono ad aspettarlo tutti quelli a cui non è stata annunciata la buona novella.
Un Dio che risorge scendendo, non salendo, per debellare per sempre la morte, questo è il grande mistero di consolazione che le icone della chiesa orientale propongono.
Quando padre Raniero Cantalamessa in un omelia lo ha ricordato, ho avuto un brivido, perché l’immagine di un Dio che scende a liberare l’uomo dalle catene di un destino senza speranza mi rassicura più di tante in cui lo si rappresenta mentre sale.Un Dio che scende per vincere la morte, per portare luce dove sono le tenebre, per liberare i prigionieri dalle maglie della schiavitù del peccato è veramente un Dio potente, perché ci viene incontro, perché ci tende il braccio, perché ci invita ad aggrapparci a lui la roccia che non crolla, la verità che non delude, la parola che salva.
Tutto questo ho imparato a leggere nel suono delle campane quelle che non avevano smesso di suonare per annunciare la resurrezione del Signore, mentre io dormivo, la mezzanotte del sabato santo.
Ma era necessario che mi svegliassero quelle a martello, quelle che Dio non tiene legate, perché il loro suono deve scuoterci dal torpore, dall’abitudine di dare tutto per scontato, dalla convinzione che a morire sono solo gli altri, che a patire c’è sempre tempo, quelle che ci chiamano a riflettere su ciò che finisce, su ciò a cui non possiamo porre rimedio, quelle che ci portano a sollevare lo sguardo e a chiedere aiuto.
Gesù con pazienza e con determinazione mi ha portato a percorrere la strada del calvario aprendomi le orecchie per farmi ascoltare i sordi e tristi rintocchi di quelle campane che mi parlavano di morte, per portarmi poi nel giardino dove si è fatto riconoscere, chiamandomi per nome, davanti al sepolcro scoperchiato e vuoto.
Per incontrare il risorto, per parlare con lui e riconoscerlo bisogna morire, per godere della resurrezione con lui bisogna salire sulla croce: parole di consolazione e di speranza, ma anche parole pesanti, difficili da accettare e vivere senza ribellarsi o smarrirsi.
Gesù continua a parlare ai nostri cuori, attraverso gli innumerevoli segni di cui è piena la nostra storia, segni che solo orecchie vigili e attente, occhi purificati dal pianto, il cuore aperto all’amore, sono in grado di cogliere e utilizzare per correggere la rotta per godere della consolazione che l’Emanuele, il Dio con noi non è un utopia, ma una realtà viva e presente che non permette nulla che non sia per il nostro bene..
La volta scorsa, rileggendo con voi le pagine del libro relative agli anni 1997 98 in cui ben due incidenti stradali, a distanza di otto mesi, avevano rimesso in discussione tutto il lavoro dei medici che mi tenevano in cura, mi sono sorpresa per le parole usate in quella circostanza
“Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi”
Erano campane che da quel momento non mi permisero più di addormentarmi, perché dovevo bere fino in fondo il calice amaro del fallimento dell’impotenza e del limite, perché mi rivolgessi a Chi quel calice lo trasformasse in occasione di incontro, di resurrezione e di vita.
Il senso? – La morte
Che anno il ‘98! ….mi gira la testa a pensarci.
Quel vagare alla cieca, quel dubbio sempre crescente su ciò che fosse giusto, su ciò che non lo era, sull’esito di quell’andare a tentoni, spiando, guardando, studiando tutto quello che era possibile per trovare il bandolo della matassa.
Che intreccio di strade, di nomi, di cure, di luoghi, di errori, di conferme che mai, mai più potevi uscire dal fosso, dal baratro enorme che pian piano si andava scavando sotto i tuoi piedi.
Il baratro fu così grande che mancò poco che vi annegassi, in quell’anno dove tutto accadde, dove tutti i nodi vennero al pettine, dove la sconfitta e la morte sembrarono avere la meglio.
La grande abbuffata, la sbornia di medici e di medicine, di rimedi antichi e moderni, non l’avevo ancora smaltita, quando, a dicembre, un’altra, questa volta più forte chiamata, mi scosse dall’ingorgo dei pensieri ormai triti e aggrovigliati in se stessi.
Atlante
La vita corre veloce senza che ce ne rendiamo conto
Abbarbicati alle nostre idee, alle teorie inattaccabili da qualsiasi argomentazione, convinti di aver toccato il fondo del mistero, difficilmente ci fermiamo per rimettere in discussione ciò che dentro di noi si è sclerotizzato, convinti che ci siamo fermati già troppo tempo a pensare, riflettere, dedurre.
All’immagine di Prometeo a cui l’aquila di Giove di notte mangiava il fegato, che ogni giorno ricresceva più rosso che mai, a quella di Sisifo condannato in eterno a spingere un masso che ripiombava giù proprio quando era prossimo alla vetta, si era associata e sempre più si sovrapponeva, negli ultimi tempi, quella di Atlante, che sostiene sulle spalle tutto il peso del mondo.
La stanchezza pian piano aveva preso il sopravvento e sempre più spesso mi trovavo a chiedermi che senso avesse quella sfida estrema.
Come un titano continuavo a sentirmi fuori dalla mischia, in una solitudine dolorosa e sempre più angosciante.
L’idea della morte come liberazione e termine delle umane sofferenze mi aveva spesso aiutato a sopportare notti insonni passate a difendermi dagli attacchi inclementi di un corpo impazzito.
Ma non sempre era possibile, anzi sempre più spesso accarezzavo l’idea di una morte dolce, che mi avrebbe liberata per sempre da quel maledetto “dover essere”,
Io che non mi ero mai data per vinta, nemmeno dopo quell’anno da incubo, io che pensavo di poter sconfiggere la morte, quella mia, desiderandola, accarezzandola come premio alla fatica del vivere, mi ritrovai smarrita, sconcertata a pensare a quella, prossima, di mio fratello.
Eppure non era di fatto morto nei miei pensieri, nella mia vita, lui che ne aveva scelta un’altra con amici più spensierati con cui condividere pranzi, balli, gite, all’aperto?
Non senza un pizzico d’invidia venivo a sapere da mamma che era sempre fuori casa, anche quando non lavorava. Non aveva mai avuto un minuto per me, nei lunghissimi anni della mia malattia.
Non mi aveva più guardato in faccia, inspiegabilmente.
Mi ero rassegnata a non avere un fratello, anche se non avevo perso la speranza di riconquistarlo.
Così quando la rabbia per il suo disinvolto comportamento nei confronti di papà, in pericolo di vita, esplodeva in tutta la sua forza distruttiva: LA NOTIZIA.
Non era vero, non poteva essere vero.
Mi sembrava che una nemesi irrazionale e cieca si fosse abbattuta su di lui, che sveniva davanti ad una semplice iniezione, che si rifiutava di mettere piede in ospedale, con la scusa che si sentiva male, lui che non era mai andato a visitare un ammalato, che non si era mai sforzato di capire chi era in difficoltà: proprio lui si trovava ad affrontare la prova più terribile.
Un male incurabile lo aveva colpito, attaccandosi alle parti vitali.
"Adenocarcinoma polmonare con lesioni multiple intracerebrali secondarie", questa la diagnosi dei medici consultati freneticamente da me, che volevo sapere, conoscere, per combattere quell’estrema battaglia, dopo che le indagini di rito avevano messo a nudo la terribile verità.
Non siamo niente, non siamo nessuno, e la lotta non sempre paga.
Ero pronta ad accettare la mia morte, ma non quella sua.
Sola, ad aspettare il precipitare degli eventi, la mia vita si era fermata in un’attesa immobile ed attonita.
Eppure ero fuori dal cerchio della vita già da tempo, anche se sogni e speranze non erano spenti del tutto.
Non mi volevo arrendere, non volevo buttare la spugna, nonostante i ripetuti traumi alla colonna vertebrale mi riproponevano ogni giorno il terribile interrogativo. Continuare o fermarmi?
Quante volte, dopo una notte insonne, mi ero chiesta se sarei stata capace anche solo di arrivare in bagno per lavarmi e vestirmi!
Quante volte ho cercato aiuto in un calmante, per affrontare in macchina il tragitto, peraltro breve, che mi portava a scuola!
Quante volte, arrivata nei pressi dell’edificio con enorme fatica, (avevo il collo bloccato, dolori insopportabili alla testa e alle braccia) ero stata in dubbio se tornare indietro per rivolgermi ad un medico, oppure provare per l’ennesima volta se la scuola e il lavoro fungevano da antidoto!
Quello non era che l’ultimo atto di un dramma che pensavo fosse concluso con la resa incondizionata di me, che non ce l’avevo fatta a dimostrare alla Commissione fiscale che stavo bene e che, nonostante tutto, ero ancora in grado di svolgere il mio lavoro.
La morte si sconta vivendo
Il mio lavoro non era più neanche nei miei pensieri, nonché nei ricordi, né nei desideri, da quando, ad ottobre, dalla Visita collegiale usci veramente malata e che prima di nove mesi no, non potevo tornare a insegnare.
Ed erano stati buoni, generosi, quei giudici distratti che avevano fretta, perché era tardi, perché erano stanchi e non erano abituati a vedere qualcuno piangere per non andare in pensione…
Così, mossi a pietà, mi avevano dato un’ultima chance, non stilando subito il verdetto di morte.
Che strano! Per dimostrare che di danni ne avevo subiti a bizzeffe da automobilisti distratti, non uno ma due collegi giudicanti avevano trasmesso alle rispettive compagnie assicurative che stavo benissimo, che ero un fiore e che nulla mi spettava a risarcimento del danno.
Il CTU, perito nominato dal tribunale, all’orecchio mi disse, prima di congedarmi dalla visita conclusiva, che sapeva come guarirmi.
Bastava che mi facessi curare da lui!
Così vanno le cose in questo paese, o forse nel mondo, chissà!
Mi ritrovavo sempre a dover dimostrare verità difficilmente documentabili.
Non era forse successo a maggio, quando dovetti strenuamente difendermi da una diagnosi scritta, stampata, fotocopiata all’infinito, perché tutti gli uffici competenti sapessero che avevo la depressione maggiore?
A saperlo che la depressione maggiore non è uno scherzo da niente!
Il neurologo, medico mio di fiducia da almeno vent’anni, per non impelagarsi in una diagnosi veritiera, ma per lui incomprensibile (deficit posturale reattivo), mi mise quell’etichetta, quando mi rivolsi a lui per essere esonerata dall’insegnamento gli ultimi giorni dell’anno, visto che, mio malgrado, non ancora ero venuta in possesso di occhiali idonei a svolgere la mia attività didattica.
”Deficit posturale”? … chi vuole che ne sappia qualcosa di questa malattia? … alla ASL non capiscono niente …. ci mettiamo una diagnosi che non può essere contestata da nessuno: …. minimo 60 giorni con una bella “depressione maggiore”…
…no 20 giorni … no … rispondeva a me che lo supplicavo di ridurne al minimo indispensabile il numero.
Quelli che mancano alla chiusura dell’anno scolastico sono pochi……. troppo pochi per questa malattia che le ho scritto …. a questa non potranno non credere.
Sicuro che ci hanno creduto. Ci hanno creduto anche troppo.
… mi volevano togliere seduta stante patente e lavoro!
Anche lì a piangere e a supplicare che la macchina, no, la macchina non me la dovevano togliere …le mie gambe, la mia unica possibilità di movimento autonomo!
E loro a dirmi che la mia era una malattia da DNA impazzito, di quelle che prevedono l’accompagnamento.
A dimostrare che di maggiore avevo solo la rabbia non mi ci volle molto, una volta arrivata, seguendo un iter lunghissimo e stressante, davanti al giudice supremo, la psichiatra della ASL
Ed era tutto cominciato da quegli occhiali andati in frantumi nell’ultimo incidente, a febbraio.
Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione tutto il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità
Per tre mesi m’illusi che quel senso d’instabilità, quel vedersi girare il mondo attorno, quel non poter guardare senza dolore qualsiasi cosa che non fosse fissa, ferma e dritta in basso, davanti ai miei occhi, quei dolori lancinanti al collo, alle braccia, alla schiena, quel non poter stare più in piedi neanche un minuto, tutto questo dipendesse dal fatto che non avevo abbastanza stimoli.
A conferma di ciò c’era il fatto che, appena riuscivo a guadagnare la cattedra, i disturbi scomparivano.
Ecco dicevo, la scuola è la miglior medicina.
A saperlo che, stando più in alto dei miei interlocutori fermi davanti a me, i fuochi delle lenti non davano più problemi! Erano centrati.
Al dottor R., per capire che non era questione di denti ma di occhiali, ci vollero tre mesi, perché fino ad allora non aveva fatto che limar denti, quelli del ponte fatale di 10 anni prima e poi gli altri, tutti quelli ritenuti responsabili di quegli ondeggiamenti paurosi sulle ascisse e le ordinate degli esami posturometrici.
Le corde tirate spasmodicamente sulle braccia, sul collo, sulla schiena, sulle gambe, sui piedi, tendini e muscoli impazziti nell’estremo tentativo di mantenermi in piedi senza che svenissi dal dolore, quelle cercava di allentare con il suo sempre più convulso accanimento sui pochi denti scampati all’inseguimento di un sogno.
Eppure la sua faccia l’avevo vista rabbuiarsi da subito, il suo volto, cordialmente serafico e ironico, sempre più mostrava il distacco che nasce dalla paura e dal dubbio, perdendo la consueta baldanza.
Che c’entrano gli occhiali?mi dissi; ma ormai ero abituata ai colpi di scena.
Una corsa quella vigilia del ponte del primo maggio sulla tangenziale est, intasata di camion a rimorchio, di tir, di macchine che scappavano, fuggivano dalle grinfie della città, sotto una pioggia battente, con noi che eravamo partiti da Pescara la mattina e che avevamo sulle spalle una montagna di chilometri!
Ancora una volta, arrivata a destinazione, pensai che ne ero venuta a capo, che avevo trovato il bandolo della matassa.
A Peschiera Borromeo era ad aspettarmi, tempestivamente avvisato dal mio vacillante puntello, un nuovo specialista, doctor of optometry.
Costui, dopo due ore, passate da me a inseguire pallini, palline, aste, luci di tutti i colori, eroi di bambini che correvano veloci sul piccolo schermo di un occhiale da pagliaccio, mi disse che, sì di occhiali sbagliati si trattava, ma il peggio era … ti pareva che ne uscivo pulita! mi dico …era che gli occhi avevano un difetto, il sinistro in particolare.
Che tipo di difetto avessi, ora che ho cambiato ben sei paia di occhiali, e mi sono sottoposta ad ogni tipo d’indagine, ad ogni genere di sevizie, l’ ho capito, ma da sola e da sola ho cercato il rimedio.
Non che gli interpellati, e sono tanti, si siano discostati tanto dal vero, ma ognuno diceva un pezzetto di verità, fra tante cose sbagliate. Era come un puzzle che aveva confuso i suoi pezzi con quelli di un altro.
Così, attraverso il labirinto delle idee, attraverso i cunicoli di strade che divergono, attraverso un cammino infaticabile di fede e di delusioni, di aspettative disattese, di sogni infranti, di speranze fugaci, di tenacia indiscussa di chi, non si voleva piegare, era, è stato e fu un gioco trovare il pezzo mancante del puzzle?
La croce, il pezzo mancante del puzzle, in questo incredibile ma affascinante gioco dell’oca segna il traguardo di quello che per anni ho pensato fosse un gioco assurdo e crudele, ma che oggi mi parla di una Pasqua che non ha mai fine.
Con l’auspicio che ognuno di noi nel suono delle campane riconosca la voce di Dio che, comunque suonino, ci comunica il suo amore per noi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima trasmissione
19 aprile 2004

22 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro e affettuoso saluto a tutti amici di Radio speranza e auguri di buona Pasqua, di tutto cuore.
Ho sempre pensato che i giorni dedicati alle festività pasquali erano troppo pochi per accorgersene e goderne, e gli auguri o si faceva in tempo a farli prima che tramontasse il sole sulla domenica di resurrezione o non valevano.La frustrazione per non essere riusciti a farlo prima era sempre grande, perché bisognava fare i conti con i giorni lavorativi nei quali si incuneava questo scampolo di primavera, di luce e di sole, un tempo dedicato alle evasioni, alle passeggiate fuori città, un tempo in cui la messa mal si conciliava con la preparazione del pranzo pasquale e dei progetti per la gita tradizionale del giorno dopo.
Non mancavamo però, quando eravamo piccoli, all’ appuntamento del venerdì santo, per vedere la processione che attraversava tutta la città, accompagnata dalla banda, che scandiva lenta i passi faticosi di chi doveva trasportare i simboli astratti di una storia che non ancora ci apparteneva.
Al cordoglio dei grandi noi bambini non potevamo che unire lo stupore per quello spettacolo inconsueto e per il bagliore dei fuochi che senza rumore, dai tetti, dalle serrande abbassate dei negozi illuminavano il passaggio del Cristo morto e della madre vestita di nero.
Poi le frittelle che mamma faceva, una festa, il giorno del digiuno, perché erano di baccalà e di cavoli e quando mai aveva il tempo, lei che era maestra e lavorava lontano, a farle in un altro giorno dell’anno, quando tornavamo da scuola affamati, ed era un miracolo che lei arrivasse prima di noi e avesse acceso i fornelli.
Le uova non erano di cioccolata e ci litigavamo quelle della pancia delle pupe e dei cavalli che mamma faceva per farcele portare alla gita..
Poi siamo diventati grandi e un colpo di spugna è passato sulle uova colorate con la verdura bollita e sulle pupe e i cavalli e le colombe coperte di glassa e di confettini di tutti i colori.
Alla ricerca di una sorpresa che ci appagasse e colmasse il vuoto di tradizioni che i nonni si erano portati dentro la fossa, affascinati dal richiamo lusinghiero delle mode d’oltre oceano, abbiamo seguito il fascino subdolo e allettante di delizie che promettono ciò che non mantengono: le sorprese di latta o di plastica, il mal di pancia immancabile alla fine di tutte le feste.
Quante emozioni, quanti ricordi… sacro e profano si mischiano nella memoria che, con un pizzico di nostalgia, vorrebbe ripescare in quella gioia innocente il senso di un mistero profondo che solo il tempo avrebbe provveduto a svelare, il mistero racchiuso in una festa che finì per non dirci più niente, essendo svanita anche l’ansia gioiosa e impaziente per il momento in cui si scioglievano le campane, a mezzogiorno del sabato santo, sì che tutti le potevamo sentire.
Poi cominciarono a scioglierle a mezzanotte, quando stavamo a dormire, e non ci siamo più accorti che Gesù continuava a risorgere ancora, e che la festa non era finita.
Fu forse allora che la stanchezza ci prese e anche il sonno, sì da non poter ascoltare cosa ci avrebbero detto i dolci e festosi rintocchi che muovevano l’aria la mezzanotte del sabato santo.
Una Pasqua priva di senso per chi non aveva chi gli colorasse le uova e gli preparasse i dolci per una gita che non poteva più fare..
Agli alunni continuavo a dare temi sul significato di ricorrenze cadute in disuso, a chiedere e a chiedermi come si poteva riempire il vuoto del tempo passato a sperare che arrivi il tuo treno, quel treno che ti porti lontano a vivere la vita come l’avevi sempre pensata, come l’avresti voluta, con qualcuno che si facesse carico delle tue difficoltà, dei tuoi limiti, che non ti chiedesse il conto del servizio prestato, e che ti portasse sulle sue spalle ad ammirare le meraviglie dei prati coperti di fiori, dei boschi rinverditi di fresco, e che ti preparasse un cibo che non cambia col tempo e con le stagioni, che non provoca allergie e mal di pancia pure se ne fai un abuso.
Dopo Champoluc, dove mi recai nel 96’ e la delusione che ne conseguì, continuai con più frenesia a cercare l’antidoto ad una vita sempre più avara anche di sogni, ad inseguire l’ennesimo rimedio per non rimanere schiacciata , travolta dal traffico vertiginoso della gente che, come me, rincorreva la chimera di una felicità che rientrava dentro gli schemi.
Continuavo a chiedere risposte agli uomini, dagli uomini continuavo a sperare l’aiuto, quell’aiuto che mi arrivò tempestivo, quando decisi di rimanere sveglia per ascoltare cosa avevano da dirmi quelle campane.
Da"Il gioco dell’oca"
.
Il senso? – La fatica di vivere

1996/97
C’è qualcuno che si prese la briga di tenere il conto di quanti medici, analisi, ricoveri, attese, domande, mancate risposte, quanto denaro, tempo, chilometri, furono spesi in quel periodo per rendere meno gravoso il peso di un’esistenza che si trascinava tra un sintomo e un altro, tra un dolore e un altro dolore: lingua, gola, stomaco, utero, braccia, gambe, piedi, mani, collo, pelle, fegato, intestino, tutto era un problema tutto, pareva non funzionare.
Così c’era chi mi diceva di asportare l’utero, chi di non dare peso alla lingua, alla gola, intasati, infiammati … forse era un tumore, forse un’allergia, ma no…:forse anzi sicuramente un disturbo psicosomatico!
…E il fegato? Quello sì che ne aveva di problemi, stando ai disturbi che recepivo e riferivo, ma che la medicina ufficiale si ostinava a non prendere in considerazione.
Magra consolazione veniva dal fatto che l’iridologo, il reflessologo, l’agopuntore e l’omeotossicologo fossero dalla mia parte.
Per cosa?Per sostenere ciò che nessuno voleva sentire, perché bene o male è il servizio sanitario nazionale che comanda per approfondire una ricerca, per autorizzare un ricovero, per esonerarti dal pagamento oneroso di esami, a suo parere inutili.
E poi guai a lasciarti scappare che vai da questi ciarlatani, che stanno lì solo a spillarti dei soldi!
Ha importanza dire che almeno questi ultimi ci avevano provato, ti avevano ascoltato, dando importanza al tuo dolore, alla tua sofferenza e ti avevano in qualche modo aiutato a rialzarti, quando niente e nessuno sapeva darti risposte credibili?
E l’ernia iatale? ce l’ hanno tutti…cosa vuole che le dica…mangi poco… dimagrisca…faccia molto moto, lunghe passeggiate… (io che da una vita me le sognavo la notte, le passeggiate, non riuscendo a fare dieci metri senza dolore)…ma mai, dico mai la menta e la cioccolata, mi raccomando!
E l’utero, che ce l’ha a fare, se le dà tanto fastidio? Meglio toglierlo questo ingombro, data l’età …. i cerotti, sì, i cerotti, vedrà … starà meglio.
Meglio? Starà meglio chi li vende, immagino. Non io, che di benefici ebbi 25 chili messi su in poco tempo e mestruazioni risuscitate che ripresero a tormentarmi con dolori terribili per 20 giorni filati al mese gli altri…ad aspettare il prossimo turno.
Il bello è che ogni volta mi si bloccava la schiena.
Ma tutti soffrono di mal di schiena!
Vuoi mettere una malattia che tutti conoscono, perché prima o poi un doloretto: chi non ce l’ha in quella sede? il tempo che cambia, l’umidità, un movimento brusco, un’infreddatura e poi, quante protrusioni, ernie espulse, migrate, e quante osteoporosi, artriti, artrosi, reumatismi, interventi usciti bene tutti o quasi.
Il popolo dei disturbi alla colonna vertebrale mi sta tutto dinanzi con le sue domande, i suoi dubbi, con le sue poche certezze che confrontava con me ogni volta che mi ritrovavo seduta, a spiegare perché avevo chiesto una sedia, perché non potevo in piedi ad aspettare il mio turno.
Ogni mese ritornavo nella schiera dei normali, non più extraterrestre con una patologia chiara, lampante e riconosciuta da tutti.
Anche i cerotti: tutte le donne in menopausa oggi li portano, … li vuole togliere? … che pazzia … vedrà, vedrà!
Sì. Poi vidi che al seno era nato, per quell’anno di fede indiscussa nei prodigi della scienza, un ispessimento sospetto. Di lì corse a non finire per placare la paura, il dubbio, l’angoscia.
…e l’Eutirox, medicina killer, 150 mg al giorno, che il grande F. dottore professore, studioso ricercatore di fama, mi aveva prescritto?
Ma i tremori, maledetti tremori, i crampi continui, le tachicardie non potrebbero esserne la conseguenza?
…anche un aereo oggi è caduto in America, e non si può dire che sia colpa dell’Eutirox…mi sento rispondere dall’alto di un inaccessibile Olimpo…. anzi, scriverò al suo medico curante due righe.
Conta qualcosa che, in quelle due righe, c’era l’ennesima etichetta appiccicata su tutte le altre, sempre la stessa, sempre uguale: il soggetto è neurodepresso e non accetta la malattia?
Per questo c’era il neurologo che provvedeva a togliermi ogni dubbio, continuando a sostenere che non producevo endorfine e che sì, era meglio, anzi, indispensabile fare una cura, proviamo con questo, anzi, è meglio quest’altro … mi faccia sapere, chi se ne frega.
Ma io me ne ridevo di tutte quelle panzane, perché, cosa incredibile, riuscivo, nel tempo che mi avanzava da questo incubo senza fine, a svolgere il mio lavoro, e anche bene.
La gratificazione che me ne veniva era la medicina migliore per farmi dimenticare tutti i malanni.
Così pensavo quel pomeriggio del 20 giugno 1997, mentre, alla guida della mia auto, mi accingevo a buttarmi alle spalle la fatica di un anno vissuto intensamente ed eroicamente per far trionfare nel mio istituto un progetto di formazione e prevenzione del disagio giovanile.
Ero andata avanti, nonostante i mille ostacoli della burocrazia, del preside, dei colleghi, di tutti quelli che non vogliono o non possono aprire gli occhi al dramma di chi non riesce in tempi accettabili ad entrare nell’ingranaggio di una scuola, che ha dimenticato il suo ruolo primario: quello formativo.
Ero orgogliosa dei risultati ottenuti, nonostante il più fosse ancora da fare.
Persa nei miei pensieri dell’ieri e del domani, a fatica, tornai alla dimensione presente quando mi accorsi che ero stata brutalmente scaraventata sulla macchina che mi precedeva di alcuni metri da un autista distratto e frettoloso.
Non ho mai pensato che il pericolo potesse venirmi da dietro, per cui non mi resi conto subito di cosa fosse successo.
Qualcuno mi convinse ad andare al Pronto Soccorso.
Ci andai riluttante.
Altre volte per problemi ben più gravi non avevo ritenuto opportuno recarmici.
Ma la giornata era calda e io non avevo né voglia, né forza sufficienti per discutere.
Quella che sembrava una piccola contusione, con il passare delle ore, si rivelò in tutta la sua gravità.
Così sperimentai una nuova localizzazione del dolore che si aggiunse alle altre, senza annullarle. Non avevo mai sofferto di mal di testa fino a quel momento, per cui mi trovai impreparata ad accogliere quel dolore devastante, che m’impediva anche di pensare.
L’uso delle braccia divenne sempre più problematico, come anche quello degli occhi.
Dovetti rinunciare alla dolce abitudine di scrivere.
Eppure il sogno di portare a compimento l’opera iniziata con la lettera al dott. R., da inserire in una mia biografia, era rimasto nel cassetto.
Di sicuro c’era il titolo: “Il gioco dell’oca”
Non era forse la mia vita un grottesco gioco a dadi con un avversario invisibile, dove il caso sembrava dominare gli eventi?
Sono dadi truccati, mi dicevo, perché nonostante avessi affinato le tecniche, nonostante avessi studiato tutte le possibili mosse dell’avversario, mi ritrovavo sempre al punto di partenza.
Con sempre meno forza e meno entusiasmo, mi ritrovavo a tirare i dadi, ma mi andavo sempre più convincendo che mancava il senso a quell’altalena infernale di esaltazioni titaniche e di abbattimenti sconfinati.
Anni addietro Gianni, mio marito, mi aveva regalato un libro dalle pagine bianche, tutto da scrivere, con la sola stampa del titolo e del nome dell’autore sulla grande copertina gialla.
Testimone silenzioso di tante notti insonni mi aveva visto riempire il vuoto di giornate interminabili, lontana dal flusso impetuoso della vita che scorre fuori dalle finestre, lontana dai rumori assordanti della città che lavora e produce, con la registrazione fedele di tutto ciò di cui facevo esperienza, nei fogli bianchi dei miei sempre più numerosi diari.
Il senso? La morte

Ma il senso di quella storia infinita dov’era, dove cercarlo? Perché scrivere? Per chi scrivere?
All’entusiasmo iniziale per le nuove cure, alla fiducia indiscussa sull’efficacia delle terapie, cominciò a subentrare la rassegnazione a un destino di sofferenza e di morte.
1997/98
Mi trovai così, all’inizio dell’anno scolastico, a trascinare un corpo colpito duramente, frastornata, ma non ancora rassegnata a gettare la spugna, perché nel lavoro trovavo l’unica giustificazione e l’unico senso al mio andare.
In tutti i modi cercai di sopravvivere ai continui attacchi del male che con i suoi mille tentacoli m’impediva di muovermi. mi soffocava, mi stringeva da ogni parte, mostro terribile dalle molteplici facce, nuove e vecchie ad un tempo. Sempre più il peso di ciò che facevo mi ripiombava sulle spalle dolenti e stremate.
Con sempre meno entusiasmo parlavo degli obiettivi e delle conquiste dell’uomo, della cultura dei popoli che ci hanno tracciato la strada, con sempre meno efficacia riuscivo a trasmettere ciò a cui avevo smesso di credere.
I volti annoiati e distratti dei ragazzi mi riportavano a quando, non era passato neanche un anno, bastava uno sguardo per rassicurare, correggere, istruire, bastava uno sguardo per comunicare certezze sudate, sofferte, e apparentemente possedute.
Per forza d’inerzia, animata dal ricordo di ciò che era stato, andavo avanti combattendo di giorno (la notte, quella era delle streghe) per l’idea che mi ero fatta di una scuola sopra le parti, di una scuola dove si costruiscono sogni che sicuramente si avverano: la scuola maestra di vita, la scuola che affianca, sostiene e a volte sostituisce la famiglia nella costruzione del futuro del mondo che cambia.
Gli utenti, quelli sì che erano cambiati! Nel grande carrozzone man mano diventavano sempre più piccoli i docenti e i discenti, per far posto ai nuovi protagonisti, ai benefattori dell’umanità futura: presidi e genitori.
Quello che contava, che conta nell’azienda di Stato, nata da poco, è il famoso pezzo di carta, conseguito nel più breve arco di tempo.
Come? C’è ancora qualcuno a cui importa?
Quale molla poteva ancora continuare a spingermi per risorgere dall’ennesimo attacco?
Ne avevo passate tante, non poteva un colpo di frusta prostrarmi a quel modo.
Ma se lo spirito tardava a consegnare le armi il caso dette una svolta decisiva all’altalena del dubbio.
1998
Di automobilisti distratti ce ne sono molti e chissà quante storie si possono raccontare sui colpi di frusta.
Quell’11 febbraio 1998, mentre, sovrappensiero, tornavo dall’ennesima terapia (questa volta alla spalla destra), un altro soprappensiero mi piomba addosso, facendo volare in frantumi gli occhiali multifocali da poco acquistati.
Il colpo non fu tanto violento, ma la paura sì, tanta, tanta da farmi irrigidire come una lastra di marmo, così da sentirmi sulla testa, sul collo e su tutta la colonna un dolore lancinante di corde spezzate.
Mi precipitai al Pronto Soccorso, senza che altri mi ci spingessero, come era avvenuto otto mesi prima.
Cominciai con 15 giorni di prognosi che poi divennero mesi e poi anni, perché la storia non è ancora finita.
Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi.
La scuola, il dottor R., i permessi per potermi curare, il preside, i certificati, i controlli che non mentissi, da parte della A.S.L., da parte della Compagnia assicurativa, ….vertenze di soldi, d’idee, scontri fittizi e reali con gente che pensa, presume, che ne sa più di te, che ti assale, ti annega, ti esalta, ti copre d’insulti, ti compiange, ti spiega, ti indottrina, ma mai nessuno che ti ascolta davvero, nessuno …nessuno.., nessuno…
Ma io chi o cosa stavo ascoltando? Nel suono delle campane dovevo cercare il senso di una festa che doveva venire.
Con le orecchie tese a percepire quanto hanno da dirci, uniamoci nella preghiera per questo nostro mondo così sordo alla voce dello Spirito.
12 aprile 2004

21 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro saluto a tutti,  amici che non ci avete abbandonato, nonostante le difficoltà di ricezione di questi giorni.
La tentazione di cambiare programma, premere un pulsante per sintonizzarsi, una volta per tutte, su un’altra frequenza è stata grande, quanto quella di spegnere la radio e non pensarci più.
Fuor di metafora, cambiare strada spesso non è una necessità ma una tentazione che ci viene quando il percorso è irto di ostacoli che non ce la sentiamo di affrontare.
Ma più spesso la difficoltà nasce dal fatto che ci ostiniamo a percorrere strade sbagliate e non vogliamo sentire ragioni.Ogni volta che le cose non vanno come vorremmo, dovremmo chiederci dove stiamo andando e perché.
Ma il tempo di fermarsi e riflettere non lo troviamo e neanche lo cerchiamo, tutti intenti a fare, muoverci, agire in una qualsiasi direzione che ci anestetizzi dai pensieri angosciosi di sofferenza e di morte.Passiamo la vita a esorcizzarla, a far finta che non ci sia, che non ci riguardi, convinti che è cosa che capita agli altri, augurandoci di morire nel sonno così non saremo costretti a pensarci..
Viviamo con gli occhi bendati, ostinandoci a negare l’unica cosa certa che non ha risparmiato neanche il figlio di Dio, che ha voluto in tutto essere solidale con l’uomo da condividerne persino il destino di morte, non scegliendo sicuramente la più indolore.
Già morire è una brutta parola, che fa venire i brividi lungo la schiena, solo a pronunciarla..Ma cosa significa, cosa nasconde questo evento, su cui Gesù ci chiama a riflettere, specie nella Settimana santa che stiamo vivendo?
“Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua. .Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.( Lc 9,22-24).
A quale morte Gesù ci chiama? Forse a quella fisica che è scontata per tutti? Sicuramente no, visto che non c’era bisogno che si scomodasse tanto perché ne prendessimo atto.
Il senso lo dobbiamo cercare in quel rinnegare noi stessi, che non è automatico, che non dipende dalle circostanze e dagli altri, è quel farsi da parte, diventare piccoli piccoli, appoggiandosi a Lui perché la morte sia sconfitta per sempre.
Rinnegare se stessi è morire alle nostre idee, ai nostri progetti, alla nostra volontà, per fare spazio alla Sua, questo è l’invito che dobbiamo accogliere, mettendoci in cammino alla volta di Gerusalemme, dove ad aspettarlo c’era l’unica morte che dà la vita, quella spesa per gli altri.
Il deserto fu la palestra dove imparò a morire, come uomo, lottando contro la tentazione del successo, del prestigio, del potere, delle conoscenze e delle parentele che contano, dell’autosufficienza, lui che era Dio e che volontariamente aveva rinunciato a tutto questo il momento in cui, incarnandosi, aveva consegnato la sua volontà al Padre.
Nel deserto imparò a morire a sé stesso fidandosi di Lui, dando allo Spirito la possibilità di riempirlo a tal punto da non temere nulla, nemmeno la morte.
Pur sapendo a cosa andava incontro, Gesù non decide di cambiare strada, cercandone una più agevole e meno pericolosa, perché la molla del suo agire era l’amore, che lo legava al Padre e a tutti quelli a cui Lui l’aveva mandato.
“Io sono la via, la verità la vita”, le parole di Gesù, e dobbiamo credergli, se per testimoniarne la verità, ha pagato un prezzo così alto.
Ma solo se ne facciamo esperienza, ci accorgiamo che queste ci danno la forza di scavare, strade lì dove apparentemente non esistono e arrivare con certezza ad un traguardo che non delude.
La scorsa volta concludendo la lettera al dottore di Milano, mi chiedevo se avevo trovato la strada, se era così importante cercarla, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
Era il 1996 e la mia fiducia la riponevo ancora tanto negli uomini e nei loro rimedi.
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Da "Il gioco dell’oca"
Quante cose erano successe da quando Daniela mi aveva annunciato che aspettava un bambino!
Erano passati appena due mesi da quando inaspettatamente me la vidi comparire all’Istituto di riabilitazione che ormai da un anno frequentavo.
Piccola, minuta, con gli occhi smisuratamente grandi, era tornata al lavoro dopo un lungo periodo di assenza.Ne avevo sentito parlare come l’unica fisioterapista del Centro che avrebbe potuto aiutarmi. Ma non pensavo fosse possibile.
Il suo terzo bambino, affetto da una rara e terribile malattia genetica, si era ammalato ancora. Questa volta era stato il cervello a farne le spese, attaccato da un carcinoma.
L’avevo immaginata con il volto scavato, prostrata dal peso di una croce così pesante.
Appena la vidi, capii subito che l’esperienza del dolore le aveva dato una forza non comune per se e per gli altri.
La paura di non trovare le parole per parlarle dei miei problemi, poca cosa di fronte a ciò che le era capitato, svanì di fronte alla sua capacità di mettersi in comunicazione con la sofferenza altrui.
Così mi potei presentare a lei con la mia disperazione e con la voglia mai doma di provare ancora l’ultima chance.Mi confermò la diagnosi dell’osteopata, dal quale ero in cura già da un anno senza successo.
La cosa incredibile era che esisteva un rimedio!
Mi parlò del metodo Bertelè, un programma di rieducazione posturale, assicurandomi che ce l’avrei fatta.
Così cominciai la nuova avventura con una gran voglia di riuscire e con lo spirito di sempre, incurante dei tremendi dolori alle gambe e alle braccia, che si scatenavano dopo ogni trattamento e che mi riducevano spesso all’immobilità.
Ero confortata però dal fatto che, da quando avevo iniziato la cura, di tanto in tanto il dolore sembrava allentarsi, concedendomi un po’ di tregua.
Aspetto un bambino, disse.
Come farò adesso?
Anche l’ultima esile speranza mi sfuggiva di mano.
Subito mi vergognai di aver egoisticamente pensato a me più che a lei. L’aspettava una gravidanza a rischio, quando era ancora alle prese con la terribile esperienza dell’ultimo nato.
Come potevo illudermi che potesse continuare ad occuparsi di me? A torto pensai che non l’avrei più rivista.
Mi dica dove ha studiato; quand’anche fosse la luna ci andrò.
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La luna, quella che aveva incantato Giovani e me quel pomeriggio che non sembrava mai finire, la luna, il luogo dei sogni irrealizzati e irrealizzabili, lontana quanto basta per non deluderti, se ti venisse la voglia di farci un viaggio, trascorrervi una vacanza.
Senza acqua, né aria, sicuramente ti passerebbe la voglia di andare così lontano, per trovare ciò che hai vicino, a portata di mano e non te ne accorgi.
La luna era Champoluc, dove la dottoressa inventrice del metodo applicato da Daniela si trasferiva l’estate con tutto il suo staff, ma a differenza di questa, non bisognava prendere un’astronave, per arrivarci, e di aria e di acqua ne aveva d’avanzo per dare vita ad un paesaggio da mozzafiato con il massiccio del Monte Rosa che si stagliava alle spalle e i boschi e i torrenti e il sole che faceva brillare la neve sulla cima del grande ghiacciaio e le case immerse nei fiori e tutto quanto neanche la fantasia riesce ad inventare.
Poi l’albergo di lusso, i terapisti, la dottoressa impeccabile con il suo camice bianco e i malati…
Già i malati erano l’unica cosa stonata in quella cornice di sogno.
Erano quasi tutti bambini e ragazzi, gli ospiti dell’albergo, affittato per l’occasione dall’equipe del Centro di ascolto,qualche mamma, qualche nonna e…molte badanti.
Erano i figli dei ricchi che se lo potevano permettere di parcheggiarli in quel luogo per andare finalmente in vacanza.
Il dolore innocente, quello incontrai in quel luogo, la luna che, come quella che si staglia nel cielo, ha il suo rovescio, se poco poco ti ci avvicini.
I malati, i grandi malati li avevo incontrati negli ospedali, ma i bambini no, mai… anzi sì, ora ricordo, il primo anno che insegnai a Francavilla in un Istituto di poliomelitici.
Allora non avevo strumenti per vedere, i loro occhi tristi, i loro stanchi sorrisi.
Non mi parlarono le loro stampelle, né la disarmonia dei loro corpi straziati.Non mi accorsi che non c’erano madri, né nonne, né badanti che li accudissero, che erano stati affidati alla carità e alla pietà dello stato che non sapeva o poteva fare di meglio che lasciarli chiusi là dentro.
Trent’anni dopo mi trovai a soffrire con loro e per loro, quelli che la società accantona e nasconde, per la prima volta affondando i miei occhi nei loro, cercando di carpirne il sorriso con una stretta più forte della mano, con il tocco leggero delle dita ad imitare una carezza, con l’incapacità di andare oltre per paura di perdermi.
Quando, finite le terapie, una sera con la dottoressa ci recammo alla baita, arroccata sulla montagna, per incontrare un prete in esilio che celebrava le messe in soffitta, e ci mettemmo a parlare di Dio, urlai con quanto fiato avevo in gola, che Dio è amore, per convincere me prima di tutti, ma fui prontamente smentita da chi pensava di saperne di più.
Lui, il santone, mischiando sacro e profano, non ci stava ad affermare ciò che lo avrebbe portato nella sfera dei giusti, del Giusto che non si dovette nascondere per proclamare la verità e che in esilio c’era venuto per testimoniare l’amore,. L’amore del Padre che aveva donato suo figlio per celebrare la Pasqua con noi e la messa non avesse mai fine.
Canto:Gloria al Signore che salva
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Da "Il gioco dell’oca"
1996
L’esperienza fatta a Champoluc, non aggiunse nulla a ciò che ormai avevo capito, grazie alle sollecite e sapienti cure di Daniela.
Dalla dottoressa mi aspettavo molto di più di quello che fu in grado di darmi.
Ma se da un punto di vista umano, fin dal primo momento, qualcosa non funzionò tra me e lei, da un punto di vista strettamente professionale, mi dette indicazioni e consigli di cui feci tesoro.
Fu grazie a lei che conobbi il dottor R., fu lei che mi fece notare la mia intrinseca difficoltà ad accettare il dolore, ad andargli incontro senza irrigidirmi.
Non volle sapere nulla di me, non prestò ascolto né quella volta, né le successive a ciò che le andavo dicendo, come se già tutto sapesse.
Quell’esperienza mi aiutò a capire che non esistono verità assolute e che tanto più grandi sono le aspettative, tanto più doloroso è doversi ricredere.
Comunque eseguii a puntino tutto quello che lei ritenne utile al mio caso, comprese le terapie che fui costretta a fare a Pesaro, in attesa che Daniela tornasse al lavoro.
Il ricordo di quei viaggi con scadenza settimanale è allucinante.
Continuai, nonostante che, dopo ogni trattamento, non fossi in grado per molti giorni di muovermi senza essere straziata da spasmi dolorosissimi..
Continuai perché ci credevo, perché non avevo scelta, perché non si dicesse che gettavo la spugna alla prima difficoltà, perché ero convinta che quel metodo era giusto.
Ma ci sono terapisti e terapisti.
In quel periodo ne cambiai tanti, ma non tutti riuscivano a dare al mio corpo gli stimoli giusti per farlo tornare a funzionare.
Ero sicura che prima o poi qualcuno ci sarebbe riuscito, anche se non sapevo quando.
L’unica a non crederci fu la dott. B. che mi congedò in occasione dell’ultima visita con un laconico biglietto, in cui si diceva che quella terapia non faceva per me.
Non furono dello stesso avviso Daniela e il dott. R., che mi consigliarono di insistere.
Convinta che era solo questione di tempo, mi armai di pazienza, pronta ad affrontare qualsiasi disagio, dolore o sofferenza, pur di arrivare alla meta.
Avevo trovato la strada. Chi avrebbe potuto fermarmi?
Così, almeno pensavo.
La strada passava per Champoluc, per i suoi boschi, per le sue montagne, ma anche e soprattutto per le persone che vi incontrai, per la sofferenza di cui traboccava l’albergo che ci ospitava, per quell’uomo, ritenuto un santone che non voleva credere alla misericordia di Dio, per il desiderio di cercarla lì dove mai avrei pensato che fosse, per Daniela che doveva mostrarmela tutta, non attraverso l’handicap del suo bambino malato, né quello di tanti suoi pazienti di cui continuava a parlarmi, ma nel suo donarsi a tutti quelli che a lei chiedevano aiuto o di cui lei percepiva il bisogno.
Daniela mi mostrò il volto misericordioso di Dio attraverso l’amore che passava per lei, per le sue mani, per il suo cuore, quell’amore che non risparmiò l’Innocente, il figlio di Dio dal patire e dal morire, perché si smettesse per sempre di soffrire e di morire..
Solo ieri Gesù, a cavallo di un asino entrava in Gerusalemme, in un tripudio di folla osannante, poi il tradimento, l’abbandono, il Calvario, la croce.
E’ questa la fine della strada?
……………………………………………………….
5 aprile 2004
Venticinque anni, tanti ce ne sono voluti, perché mi accorgessi dove portava la strada che ogni mattina osservavo affacciandomi dal balcone della cucina.
Era bella, piena di vita, al tramonto, l’estate, quando i bambini, attratti dalla frescura, si divertivano a giocare a pallone o si lanciavano sulle biciclette e i tricicli, perché di macchine ce n’erano poche e la strada era chiusa lì in fondo.
L’estate le piante di more s’insinuavano tra i muretti sbrecciati, le coppiette si stringevano più forte dietro le piante di fichi, una festa, le sere di agosto con il sole che, tramontando, restituiva un po’ di ombra alla terra assetata della strada, che non era ancora stata asfaltata.
Che portasse al cimitero non me n’ero mai accorta, per via di quel pino che hanno tagliato da poco e che lo nascondeva ai miei occhi
Ora è dritta, davanti a me, mentre scrivo e penso alla festa che deve venire, ma che sento già invadere l’aria e permeare di sé i cuori guariti dal pianto e dalla paura..
Quante morti dovevo subire, quante accettare per guardare oltre il pino tagliato e non smarrirmi, quel pino che per tanti anni aveva materialmente e idealmente chiuso e concluso la strada, nascondendo ai miei occhi le tombe del cimitero, sparpagliate sulla collina, ombreggiate dal verde degli alberi che tenevano al riparo da sguardi indiscreti il sonno dei suoi abitanti.
Dovevo imparare a morire, pian piano sentirmi l’accetta addosso di quel figlio che se ne andava, nella sua casa di sposo, di quel pino tagliato di fresco che mi aveva svelato il segreto che nascondeva, l’accetta di quel bambino che con la sua malattia mi aveva tolto Daniela e di quell’altro che reclamava sua madre perché voleva nascere e aveva tutti i diritti a portarmela via, l’accetta di quella terapia ritenuta miracolosa, che avrebbe dovuto liberarmi dall’handicap da cui volevo fuggire, l’accetta impietosa di una fine che arriva inaspettata, quella di mio fratello, la prima volta che non avevo trovato rimedi.
Quel fratello mi era venuto ad abitare vicino, dopo anni di lontananza e lo potevo vedere ogni mattina, quando mi alzavo e aspettavo che uscisse il caffè, dalla finestra della cucina.
Questa strada ora osservo e mi parla di morte e di vita attraverso le foglie degli alberi che sono spuntate sui rami, attraverso il sole che ogni giorno scompare dietro le case del cimitero, attraverso la luce che lo rischiara quando al mattino si alza nel cielo, attraverso la forma mutata di una strada, da poco asfaltata, dove prepotenti lampioni oscurano le piccole luci della grande casa dei morti che riposano sulla collina.
…………………………….
Un Dio di amore che è venuto a predicare la morte, come avrebbe potuto convincermi? Come io avrei potuto convincere gli altri che era vero il contrario?
Nell’ultima cena ho trovato la chiave per entrare dentro il mistero di una morte che dà la vita, di un albero spoglio issato sulla collina, che continua a germogliare e a saziare tutti quelli che hanno fame e sete di amore, tutti quelli che cercano Dio.
…………………………………………….
Preghiera
Signore ti ringrazio perché mi hai dato la vita, per godere della vita, non della mia Signore, ma della tua quella che tu hai donato sulla croce, quella che ci chiami a donare ai nostri fratelli.
Ti lodo ti benedico perché sei un Dio di amore, perché mi chiami all’amore, perché in me e in ogni uomo hai messo il desiderio insopprimibile di te.
Ti ho incontrato inchiodato ad una croce, mentre ti cercavo nel cielo, nelle stelle, nello spazio infinito, azzurro e astratto dei miei sogni, delle mie fantasticherie .infantili..
Ti cercavo Signore dovunque c’era grandezza, potenza, gloria, ti ho incontrato nudo, piagato, sofferente, coronato di spine, inchiodato ad un legno..Ti ho cercato nella vittoria, ti ho incontrato nella sconfitta, ti ho cercato in alto e ti ho incontrato mentre ti accingevi a lavarmi i piedi.. Ho guardato il tuo volto sfigurato, il tuo corpo piagato, la tua nudità blasfema e ti ho riconosciuto. Quel volto dell’amore che non riuscivo a trovare lontano, tu l’ hai mostrato a me nella pena dipinta sul volto dei miei fratelli che cercavano una carezza, un bacio, un gesto di tenerezza a cui tu mi chiamavi, l’amore che non dovevo aspettarmi dagli altri ma che dovevo dare a quelli incontrati sulla mia strada.
Signore ti ringrazio dell’invito che fai ad ogni uomo prima di metterti in cammino sulla strada che porta al calvario, quello di cenare con te, ti ringrazio di quel pane e di quel vino, viatico indispensabile perché possiamo aspettare senza paura la tua ora, la nostra ora.
Canto:Davanti a questo amore
5 aprile 2004

20 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore

Un caro e affettuoso saluto a tutti amici radioascoltatori.
Radio Speranza ha ricominciato a funzionare a singhiozzo, dopo la brutta influenza che si è presa e che non ancora l’abbandona del tutto.
Siamo in piena Quaresima, e non ci dobbiamo meravigliare se le cose vanno come vanno, se il bene fa tanta fatica ad emergere e affermarsi, se una voce cattolica, come quella di questa emittente, viene messa a tacere o mischiata alle voci profane, che vogliono a tutti costi richiamare l’attenzione su ciò che non appaga ed è destinato a morire.
Questo tempo di preparazione alla Pasqua è un tempo difficile per ogni persona, che si sia messo in cammino alla volta della città santa, seguendo le orme del maestro attraverso il deserto, dove fu sottoposto ad ogni tipo di tentazione, dalla quale uscì sempre più che vincente, grazie a quel legame indissolubile che lo teneva stretto al Padre mediante lo Spirito.
Se vogliamo partecipare alla Pasqua e far festa con lui; non possiamo esimerci da ricalcare le sue orme, entrando nel deserto dove le luci del mondo sono spente e i bagliori, di tutto ciò che ci distrae dall’essenziale, è solo un lontano ricordo.
Entrare nel deserto, significa fare il deserto dentro di noi, fare pulizia di tutto ciò che non gli appartiene, di tutto ciò che ne offusca o ne deturpa l’immagine, creare le condizioni per l’incontro con Lui, lo Sposo, che ci aspetta nella sala alta della casa, il Giovedì santo, dove ci consegnerà il viatico per non venire mai meno, per non morire di fame, rimanendo in comunione costante con lui.
Questo quindi è un tempo di lotta con il nemico, che le studia tutte per farci soccombere.
La sua è un’arte sottile, che tende ad alimentare l’orgoglio, origine di tutti i mali, che affliggono l’uomo, da quando volle mangiare del frutto dell’albero e diventare padrone del suo destino.
Il diavolo è il grande divisore, colui che porta l’uomo a odiare o invidiare gli altri, convincendolo che sono un ostacolo alla sua felicità o uno strumento per la propria realizzazione o autoaffermazione.
Egli, il nemico di Dio, non fa altro che opporsi alla Sua azione, che tende a unire, mettere in relazione se stesso con tutte le sue creature perché l’affresco, il grande mosaico prenda forma e mostri il suo disegno di salvezza, dove ogni tessera, anche la più insignificante, se presa da sola, acquista valore solo se inserita nel meraviglioso quanto imperscrutabile disegno salvifico tracciato dalla Sua mano.
La lotta è quindi quella contro ogni tipo di divisione, la preghiera è finalizzata a che ciò non accada, il campo di battaglia è la nostra vita, la nostra storia, spesa ogni giorno nella famiglia, nel condominio, nel lavoro, nelle amicizie, in ogni relazione più o meno difficile.
Il deserto a cui ci chiama la Quaresima è quello che ci porta a vedere l’essenziale, a fare affidamento solo sulla roccia salda che è Cristo, mentre la lotta all’ultimo sangue viene combattuta sulle strade di questo mondo, sempre più povero di Dio.
Non illudiamoci che la violenza, e tutto ciò che consegue, siano cose che appartengono agli altri, che noi non ci possiamo fare niente, se non bei discorsi e magari manifestazioni pacifiste con tanti striscioni altisonanti quanto ingombranti.
Se riflettiamo un poco, ci accorgiamo che ciò che accade tra le nazioni non è che l’amplificazione di ciò che succede nelle nostre famiglie, nel nostro condominio, nel nostro ambiente di lavoro, dove ci sembrano tutti sbagliati, dove si fa una fatica a procedere perché non sono come noi li vogliamo, più buoni, più gentili, più generosi, più rispettosi, più educati ecc.. ecc.. ecc..
Ci sforziamo di immaginare un mondo migliore, cambiando i connotati a tutti, ma ci guardiamo bene dallo specchiarci, per paura che poi anche noi abbiamo bisogno di un lifting, non si sa poi con quali risultati.
E pensare che, se invece di specchiarci negli stagni putridi e inquinati di questo mondo, ci specchiassimo in Dio, ci accorgeremmo che non c’è macchia che lui non deterga, non c’è uomo che non sia bello ai suoi occhi, purché si lasci guardare e guidare da Lui.
La grande lusinga è che l’uomo basta a se stesso, che non ha bisogno di aiuto, che non ha bisogno di Dio.
Se Gesù è riuscito a rifiutare tutte le ingannevoli proposte di satana, è perché lo Spirito era con lui, lo spirito di amore, che lo univa al Padre e a tutti gli uomini, a cui il Padre lo aveva mandato.
Spirito di amore e di sacrificio rendono possibile il godimento di una festa che non finisce il sabato santo, il settimo giorno, ma che apre la strada all’ottavo, la domenica, il giorno del Signore, il giorno in cui Lui si dona a noi oggi e sempre.
Canto:Questo è il mio corpo.
In questi giorni ho avuto modo di sperimentare tutto questo, attraverso le piccole e grandi prove a cui il Signore mi ha chiamato, come la malattia dei miei anziani genitori, il ricovero in ospedale di mio padre e poi quello di Giovanni, il più grande e il più piccolo, vittime innocenti dell’influenza che si è accanita sui più deboli e bisognosi di cure.
Ancora una volta ho toccato con mano come la famiglia, sia un valore imprescindibile in questa società, dove i rapporti sono regolati dal dare e dall’avere, dove il privilegio di pochi schiaccia ed umilia il bisogno dei molti, dove la persona è rispettata per quello che sembra e non per quello che è.
Quando la molla dell’agire non è il proprio tornaconto, quando le parole non sono per esaltare il proprio operato, quando la luce che guida i nostri passi è la luce di Cristo, quando la verità non ha mille facce, ma si poggia su una parola, la Parola che salva, il Verbo incarnato morto e risorto per noi, cosa può farci paura?
Così abbiamo assistito tutti ai miracoli che compie l’amore, mobilitandoci tutti per soccorrere chi aveva più bisogno, pur non essendo nessuno stato risparmiato dal male, come nessuno ha presentato il conto dell’energia, del tempo e del denaro speso perché la famiglia uscisse indenne dalla bufera, affidando al Signore la guida della barca in preda ai marosi.
Due luci, due piccole e timide fiammelle hanno accompagnato la nostra preghiera, mia e di Gianni, due candele accese nel momento del bisogno, che don Gino ci aveva dato il giorno della candelora.Non avevamo mai saputo che farcene di quelle candele, fino a quando qualcuno ci ha detto che si accendono quando arrivano i temporali.
E che temporale è arrivato! Ma quanta luce quelle candele hanno sprigionato!
E’ bello camminare insieme, anche al buio, se in mano stringi una piccola candela, quella che serve per non mettere i piedi in fallo e illuminare solo il pezzo di strada che ti sta davanti..
Questa è la fede, questa è la forza che ci fa sperare che il deserto si può attraversare indenni, senza paura che il nemico ci tenda una trappola.
Il mio pensiero va a tanti anni addietro quando a guidare la barca ero sola, quando le persone erano solo un mezzo per sentirmi realizzata, se non erano un ostacolo, quando Dio lo cercavo lì dove mai avrei potuto trovarlo, quando ancora mi era ignoto dove portasse la strada che da tanto andavo cercando.
I valori, ai quali tendevo, erano prettamente umani e poggiavano sulla forza l’intelligenza e la capacità dell’individuo, senza nulla attribuire a Chi era il datore di tutti i beni, senza a Lui affidare il compimento di ciò che umanamente non era possibile fare.
Questo è il salto vincente, è la grazia che viene a chi la cerca e la chiede con cuore sincero.
Ma per chiedere bisogna prendere coscienza del proprio bisogno.Quando scrissi ciò che vi vado a leggere non avevo ancora conosciuto il deserto.
Da "Il gioco dell’oca"
 1995
Avevo imparato a convivere con l’handicap e avevo rinunciato a tutte le velleità di un tempo.
Costretta ad un’immobilità forzata, le persone e le cose erano entrate dentro di me in modo prepotente e al deserto di un tempo si era sostituito un universo affollato di sentimenti ed emozioni.
Avevo imparato ad ascoltare e a tenere nel giusto conto i problemi degli altri.
Mi piaceva mettere a disposizione la mia esperienza per il beneficio comune.
Mi gratificava il fatto di riuscire a mettermi in sintonia con tutti quelli che incontravo sul mio cammino e a guadagnarne la stima, specialmente quella di chi, al primo approccio, mi aveva considerato un nemico.
Riuscivo sempre a trovare una parola per tutti e ciò mi faceva sentire importante. A me nessuno osava dare consigli, perché tutti mi vedevano forte e sicura.
Ce la mettevo tutta, ogni mattina, perché lo specchio mi rimandasse il volto disteso e sorridente di chi non aveva problemi. Chiunque m’incontrava si congratulava con me per la splendida forma.
Ero fiera del fatto che riuscivo così bene a nascondermi dietro una maschera ironica e sorridente.
Ma la realtà era pronta a smentirmi con incredibile crudeltà.
Ma chi fece il viaggio a Milano per controllare la tiroide?
Eppure le gambe e le braccia, che sembravano staccarsi dopo l’assunzione dell’Eutirox, che doveva tenere a bada gli ultimi venuti, i noduli in cui m’imbattei per caso, quando cercavo risposte che sto ancora aspettando ai miei disturbi digestivi, erano le mie.
Chi conduceva la lotta con gli ansiolitici per mitigarne l’effetto?
E l’utero che aveva ripreso a scalciare dopo un lungo periodo di tregua? E le cisti in testa che si erano ripresentate con rinnovata arroganza?
Forse che le mani funzionavano, con i pollici ingabbiati in un tutore che ne limitava i movimenti?
E che dire della nuova terapia riabilitativa, che facevo il sabato e che, puntualmente, il lunedì m’impediva di andare a scuola?
E il volto rabbuiato del preside, ogni volta che accusavo un malessere?
Quante volte la pranoterapeuta aveva dovuto venire a casa per alleviare il dolore che non mi permetteva di muovermi?
Ma tutto ciò sembra non appartenermi.
La strada
Al di là delle soddisfazioni personali, quest’anno è successo sicuramente qualcosa d’importante.
Lo sguardo sereno e il volto disteso in una pace tanto a lungo cercata ed infine trovata non si possono attribuire ad un trucco sapiente.
Sicuramente nuovi orizzonti mi si sono aperti dopo l’incontro con la dottoressa B. e con lei.
Ma non è solo questo.
Io, che credevo che a tutto si potesse trovare rimedio, che non c’era problema che non potesse essere risolto e che esisteva un unico modo di essere, mi sono resa conto di quanto sbagliavo.
Ho capito che la vita è ricerca, è impegno, è testimonianza, è abbandono nel mistero profondo e affascinante dell’essere.
Mi chiedo se abbia ancora così tanta importanza guarire, se finalmente ho trovato la strada.
Non ho mai pensato che bisognasse chiedere dove fosse. Io la conoscevo, sapevo che non mi potevo sbagliare: era quella che portava lì in alto, su quella cima che gli occhi a fatica riescono a distinguere, perché troppo forte è il bagliore della luce del sole.
La cima non si vedeva ma, per arrivare, ci doveva essere la strada e, se non c’era, avrei provveduto a costruirla, perché troppo importante era quel punto imprecisato del cielo, dove si confondeva l’aria e la terra.
Non importava che quella strada non fosse stata percorsa da nessuno; anzi mi esaltava l’idea di essere la prima a tracciarla.
Percorso fatto in solitudine. Strada lunga e difficile.
Nonostante la fatica, mai mi sfiorò l’idea che quella non fosse la via giusta. Nonostante le cadute, nonostante gli ostacoli, tutto serviva ad alimentare la mia voglia di vincere.
Ora che il cammino mi ha fiaccato, ora che ho forse visto i contorni di quella vetta indistinta, ora mi chiedo se ne è valsa la pena.
Cadere e rialzarsi, piangere e ridere, annullarsi e inebriarsi in una costante altalena d’impotenza e onnipotenza.
Così procede la vita dell’uomo nella disperata ricerca di se stesso.
Così concludevo la lettera indirizzata al medico di Milano che stava conducendo uno studio sulla sindrome da deficienza posturale, malattia che nasce dalla difficoltà a recepire l’appoggio, qualunque esso sia.
E’ incredibile come Dio non abbia smesso un momento di bussare alla mia porta e di parlarmi, attraverso i sintomi di una malattia dell’anima che avevo trasferito sul corpo.
Dovevo fare silenzio, dovevo imparare a morire, per vedere, per capire, per amare.
La chiave era lì a portata di mano, nel chiuso segreto di una stanza..
31 maggio 2001
 La tua stanza
Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.
Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.
Franco, la tua camera oggi mi parla di te-, con il suo disordine, con la sua confusione che è anche la mia, mi parla delle tante, troppe baruffe perché non riuscivi, non riuscivo a capire, che ogni tanto bisogna fermarsi, per buttare ciò che ci ostiniamo a portare senza che ne valga la pena, ciò che grava sopra di noi, perché non riusciamo a lasciarlo da parte.
Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.
Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.
Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.
Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.
Bisognava che lui se ne andasse, per accorgermi che in fondo alla strada, su cui si affaccia la sua finestra, c’era un pino da poco tagliato, che per anni mi teneva nascoste, le case del cimitero.
Non è questo forse il percorso a cui ci chiama la Quaresima che stiamo vivendo?
Canto:Davanti a questo amore
22 marzo 2004

19 Dal diario di antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Con gioia veniamo a te
Un caro saluto a tutti, cari amici, anche se non so quando questo vi arriverà..
Da un po’ di tempo il computer di bordo, l’anima di questa emittente, si è ammalato e i tecnici chiamati al suo capezzale, si stanno adoperando con ogni mezzo perché torni a trasmettere con regolarità.
Speriamo che questo accada al più presto, pregando il Signore che non ci privi di una voce cattolica che tiene viva la nostra speranza.
Noi siamo convinti però che Lui non ha bisogno di tecnologie sofisticate per arrivare ai nostri cuori, affidando allo Spirito i tanti messaggi con cui vuole raggiungerli e catturarli.
Questo tempo sia per noi tempo di riflessione e di attesa, per ciò che il Signore vorrà donarci di bello e di buono, dopo tanta tribolazione.
Alla nostra madre celeste affidiamo il lavoro anonimo di quelli che operano dietro le quinte, instancabilmente per tutti noi.
Sono poi quelli a cui nessuno si sogna di pensare e di dire grazie, quelli che lavorano nell’ombra e che non passano alla storia.
Quando entriamo in una casa ci colpiscono gli arredi, le porte, le maniglie, le luci, tutto ciò che è alla nostra portata, che cade sotto i nostri occhi.
Ammiriamo le splendide mattonelle della sala o del bagno scelte con gusto ma non ci sfiora l’idea che si mantengono grazie ad una miscela di calcestruzzo che sostiene loro e tutta la casa.
Così procediamo, magari ringraziando e onorando chi ci mette solo la faccia, e ci dimentichiamo dell’ingegnere che ha reso possibile con i suoi calcoli la costruzione.
Se trasportiamo questo esempio nella nostra vita ci accorgiamo di quanto siamo miopi, quanto ingrati verso l’ingegnere sommo, il creatore e Signore di tutte le cose.
Solo quando ciò che diamo per scontato si rompe e non ci dà ciò che siamo abituati a prendere, forse è giunto il momento che pensiamo a quante cose abbiamo senza nostro merito e quante cose vanno avanti apparentemente da sole.
E’ quello che succede un po’ a tutti: ci accorgiamo di aver goduto di un bene solo quando lo abbiamo perduto.
Troppe cose diamo per scontate, come dovute che ci toccano e basta e guai ad ipotizzare l’idea che potrebbe qualche cosa incepparsi di tutto ciò che serve alla nostra vita personale e di relazione.
Quando ero giovane questi pensieri erano lontani dalla mia mente, convinta in cuor mio che la malattia, la vecchiaia e tutto ciò che finisce riguardava gli altri e non me.
Ma la mia storia non è molto dissimile da quella di tanti altri uomini che s’interrogano, se s’interrogano, solo dopo che il meccanismo si è inceppato.
Arrendersi a Dio, dandogli ciò che gli spetta di diritto, è la strada perché splendidi mosaici o più normali pavimenti si lascino ammirare o calpestare grazie a Chi o cosa dà loro stabilità.
Ma la parola grazie è caduta in disuso perché implica una dipendenza che abbiamo difficoltà ad accettare.
Quando, nel 1994, dai clinici illustri consultati, non ebbi le risposte che attendevo, riguardo alla possibilità di tornare a camminare, anzi, quelle stesse aumentarono, se ce n’era bisogno, la confusione, mi trovai a valutare a malincuore l’ipotesi di acquistare una sedia a rotelle.
Non potevo camminare? Ne avrei comprato una e mi sarei presa di prepotenza ciò che la vita si ostinava a negarmi. Avrei potuto viaggiare, visitare città chiuse al traffico, senza dover sempre accontentarmi di vederle in cartolina, reprimendo la rabbia.
Difficile fu convincere gli altri, perché nessuno voleva accettare l’idea che io fossi ridotta così.
Ma alla fine ci riuscii, perché il mio discorso non faceva una grinza.
Ero stufa di vedere il mondo dal finestrino dell’auto. Volevo fermarmi per guardare i fiori e sentirne il profumo.
Ciò che contava era la qualità della mia vita, non la pena dipinta sul volto degli altri, qualora avessi raggiunto lo scopo.
Per troppo tempo avevo mostrato il volto sorridente e disteso, anche quando mi sentivo svenire dal dolore. Faceva comodo a tutti che continuassi a fingere.
Nel negozio di articoli sanitari, quando mi chiesero come la preferivo, mi venne da vomitare e fuggii via.
Prima di convincere gli altri dovevo convincere me stessa.

24 aprile 2003
Ne ho una stampata su un foglio coperto di plastica, bene in vista sul vetro anteriore della mia macchina.
Con il numero 52 finalmente sono stata riconosciuta inabile a deambulare.
C’é stato un tempo in cui la volevo comprare per non dipendere da quell’handicap angoscioso che m’impediva di vivere, chiudendomi in faccia tutte le porte delle città e delle chiese, nelle zone chiuse al traffico, ricche di storia di poesia e di vita.
Mi era venuto il vomito quando il commesso del negozio dove mi ero recata mi chiese come la volevo.
Così mi ero fatta piacere la periferia e i suoi negozi, spacci aziendali, ipermercati o solo asfalto e smog per metterti in fila.
Passeggiate…ferma, immobile dentro la macchina che Gianni lanciava a tavoletta per arrivare.
Dove?
Sempre più quel far finta che si andava a passeggio, cercando, dal finestrino, di vedere le case e gli alberi e i prati e il cielo, che correva anche lui sopra le nostre teste, diventando un peso insostenibile di lunghi estenuanti silenzi o di parole che taglienti fendevano l’aria.
Poi la sedia, sempre quella, vicino alla statua di S. Giuseppe, e cominciare a viaggiare in un mondo a me sconosciuto, dove parlano i fiori e le foglie, dove il cielo e la terra s’incontrano, dove il pianto ed il riso si toccano, dove l’anima impara a volare.

Una vita a pensare che si potesse camminare da soli, una vita a cercare i rimedi perché questo fosse possibile, una vita a macerarmi per ciò che non riuscivo più a fare!
Tutta tesa a raggiungere la meta dei miei sempre più ingannevoli sogni, non vedevo, non sentivo, non toccavo….
Dieci anni, tanto quanto durò la Panda rossa che non mi riuscì di guidare, se non alla fine, da un adesivo attaccato dietro al lunotto, un pulcino spaurito avvertiva: ”Non seguitemi, mi sono perso anch’io…”
Mi ero affezionata a quella carta di identità che faceva il paio con l’uomo solo, attaccato sopra il letto, prima che fosse soppiantato da un crocifisso.
Poi una Micra più maneggevole e sicura sostituì la vecchia Panda che a stento trascinava i suoi anni, dopo che per ben due volte, innocente, le erano piombati addosso.
Le macchine si possono rottamare, mi sorpresi a pensare allora, quando accadde ciò che sembrò l’inizio della catastrofe, le persone no..
Ai vetri avrei voluto attaccare la rabbia, l’impotenza per quell’ennesimo colpo infertomi dal destino crudele, ma anche la voglia di infrangere le barriere di un handicap che non mi riusciva di accettare. Tutte cose che non si vedono ma che mi portavo appresso come pietre, macigni poderosi a chiudere il buio di un sepolcro dove ero stata seppellita viva..

Mi ero però sempre consolata del fatto che riuscivo a trovare il parcheggio nei luoghi più impensati e difficili, sempre vicino a dove dovevo recarmi.
Un giorno, non molto lontano, davanti alla chiesa, dove miracolosamente continuavo a trovare il posto, anche nei giorni di mercato, mi folgorò l’idea che non era un caso che ciò accadesse da tanti anni.
Fino a quel momento avevo pensato che il merito fosse tutto mio e mai mi aveva sfiorato l’idea che c’era Qualcuno che si prendeva cura di me con tanta sollecitudine e tanto amore, provvedendo a ciò di cui avevo bisogno.
L’intervento allo stomaco a cui di lì a poco avrei dovuto sottopormi cessò di farmi paura.
Se Dio si era scomodato per tanti anni a farmi trovare il posto libero perché non mi stancassi, come potevo dubitare che mi avrebbe abbandonato in una prova così tanto importante?
Da quel momento ho imparato a riconoscere le sue carezze, la sua premura, il suo non dimenticarsi mai di me in quel posto che sempre mi fa trovare libero, quando ne ho effettivo bisogno, ma soprattutto ho imparato a ringraziarlo per ciò che per anni davo per scontato.

Ma non è finita qui perché Dio aveva in serbo per me altre sorprese.
Quando, a giugno di due anni fa, chiusero al traffico, per via dello smog tutte le strade di Pescara e del circondario permettendo solo agli autobus e ai taxi di circolare, me la presi non poco, perché c’era un convegno di preghiera a Montesilvano a cui tenevo moltissimo.
Io, non potendo andare a piedi, né prendere l’autobus, sarei stata costretta a rimanere a casa e questo non mi piaceva per niente.
Ma poi pensai agli handicappati che avrebbero potuto girare dovunque e le loro macchine sarebbero state prese d’assalto.
Mi consolai pensando a loro che, almeno per una giornata, non sarebbero stati soli e fui felice di offrire la mia rinuncia per tutti quelli che hanno problemi più gravi dei miei.
La telefonata di Remo, grande invalido, amico e fratello di fede che mi invitava ad andare con lui al ritiro, mi riempì il cuore di gioia e il tragitto che facemmo insieme fu l’occasione per saperne di più su come ottenere il contrassegno dell’handicap.
Non era necessario avere il 100% d’invalidità, come mi avevano detto, bastava portare la documentazione che certificasse la difficoltà a deambulare.
In due giorni quel pulcino che si era perso fu rimpiazzato da una sedia a rotelle stampata su un foglio.
Ogni volta che la vedo mi dico che ognuno dovrebbe avere quel distintivo, perché è l’unico che ci fa pensare che non siamo autosufficienti e che ci dobbiamo far guidare, portare da Dio.
A guardarlo oggi non mi vergogno, anzi mi riempie il cuore di tenerezza quella sedia su cui ho fatto tanta fatica a salire.
Quando scendo dalla macchina a ricordarmi che Dio è stato generoso con me, ho un bastone leggerissimo, da cui spunta una sedia all’occorrenza., per fermarmi a parlare con qualcuno o semplicemente per aspettare il mio turno lì dove non esistono sedie.
Lo trovai per caso, si fa per dire, dopo due giorni massacranti ad aspettare, seduta per terra, alle sette di mattina di salire con l’ascensore al sesto piano dell’ospedale dove era ricoverato mio padre.
Quel bastone è diventata la mia sedia a rotelle, perché a scomodarsi per spingerla non c’è nessuno che non sia Lui ogni volta che mi sposto, dandomi la forza di procedere e la gioia di non essere mai sola.
Con il mio bastone sedia ogni incontro non è mai fugace, né casuale, ogni parola è spesa per glorificare chi mi ha dato e continua a dare l’appoggio.
Canto:Sei il mio rifugio
Le pagine che andrò a leggervi sono i primi passi che mi hanno portato a ringraziare il Signore per l’aiuto che ogni giorno mi dà.
Da "Il gioco dell’oca" 
1994
Con più rassegnazione e meno caparbietà presi quello che la vita mi offriva, non rinunciando peraltro al desiderio di migliorare la mia condizione di salute.
Un fastidioso dolore alla caviglia destra, all’inizio attribuita ad una storta, rendeva ancora più problematico lo stare in piedi.
Il laser, che avevo fatto per tutto il mese di agosto, non era valso a nulla, come anche l’immobilizzazione.
Così l’ortopedico, che le aveva provate tutte, mi consigliò la "ginnastica propiocettiva".
Inutile dire che non feci in tempo a cominciare che già fui costretta a smettere per il dolore lancinante che si scatenava ogni volta che provavo a mettermi in equilibrio su quelle tavole mobili.
Due anni prima lo stesso medico aveva provato a guarirmi con il "massaggio connettivo", da cui uscii pesta e contusa. Mi sono sempre rifiutata, però, di fare le iniezioni di alcool che si ostinava a consigliarmi per alleviare il dolore.
Nel frattempo non avevo smesso di darmi da fare per trovare chi rinforzasse i miei muscoli con adeguati massaggi.
L’estate era finita e la ricerca sarebbe stata più facile. A settembre inoltrato trovai un ragazzo disposto a provarci.
Capii subito che non faceva al mio caso; ma insistetti per più di un mese, sia perché sono solita andare in fondo alle cose che faccio, sia perché non avevo alternative.
Massaggi shatsu, agopuntura, ginnastica dolce e tanta buona volontà non migliorarono più di tanto la situazione.
Provai allora con il collega con cui divideva lo studio. Era un osteopata.
Mi affascinava conoscere un’altra via alternativa alla medicina ufficiale a cui avevo smesso di credere.
Il suo aspetto, le sue parole gentili mi conquistarono, ma ancor più fui colpita da quello che disse alla fine del test cui mi sottopose: i miei problemi nascevano da una postura scorretta e, a forza di compensi, mi ero intrecciata come un filo del telefono.
Per la prima volta qualcuno sembrava prendermi sul serio.
Non mi sembrò vero che ci fosse una spiegazione unica a tutti i miei disturbi.
Per verificare se l’occlusione dei denti influiva in qualche modo sulla postura, mi mandò da due dentisti diversi. Nessuno dei due dette la risposta che attendeva.
Andai da lui per un lungo periodo, traendone limitati benefici.
Ormai da tempo avevo dimenticato cosa significava non aver dolore e mi accontentavo anche solo del fatto che potessi sopportarlo.
Quando non ce la facevo più, andavo dal mio amico agopuntore, che serviva a ricaricarmi, più che a diminuire le contratture, che continuavano a ripresentarsi nei posti più impensati del corpo.
La scuola era intanto ricominciata ed io quasi per sfida mi ci buttai anima e corpo, vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo, chiedendomi ogni mattina se ce l’avrei fatta ad arrivare alla macchina, meravigliandomi che poi non era così tragico salire le scale e sedermi su una sedia che non fosse la mia.
Un giorno, uno dei tanti, mi vide camminare, particolarmente curva e sofferente, la madre di un alunno, con la quale avevo allacciato un rapporto di simpatia e di reciproca stima. Non sapevo fosse medico, né che dirigeva un centro di riabilitazione.
Mi invitò a provare nell’istituto che dirigeva, avvalendomi delle terapie gratuite di cui godevo per l’invalidità, che mi era stata riconosciuta qualche anno prima.
Mi lasciai tentare, anche se mi ero ripromessa di non usufruire mai più di tali agevolazioni che, quando non fanno danno, fanno perdere tempo.
Non avevo mai trovato, nelle strutture pubbliche, un minimo di competenza e di professionalità. Avevo sempre dovuto pagare per avere l’illusione di essere ascoltata.
Cara mi era costata la fisioterapista che per tre anni, quasi ogni giorno, si era occupata della mia riabilitazione, dopo l’intervento di ernia cervicale.
Accettai la proposta garbata, sicura che non mi avrebbero fatto del male. Mi visitò una neurofisiatra che confermò la diagnosi dell’osteopata. Il problema era posturale.
In quel momento l’unica terapista in grado di affrontare con competenza il problema era in congedo per motivi di famiglia e non sarebbe tornata presto.
Dovevo accontentarmi di un fisioterapista molto in gamba, che si occupava saltuariamente, per pura passione, di casi complessi, visto che nella struttura aveva incarichi direttivi.
S’intendeva di ginnastica posturale e sicuramente mi sarebbe stato d’aiuto.
Il 1994 era finito e il 1995 si apriva con nuove prospettive.
1995
Frequentai regolarmente l’istituto e i miglioramenti, se pur lievi, mi confortavano ad insistere.
Alla ginnastica associai la rieducazione della voce.Mi bastò poco per capire la causa del disturbo e mi detti da fare per eliminarlo completamente.
Con delle infiltrazioni risolsi, nei primi mesi dell’anno, anche il problema della caviglia destra, che mi affliggeva da tempo: "Sindrome sinotarsica" la chiamò l’ennesimo ortopedico consultato, che non si preoccupò di cercarne la causa.
Convivere con l’handicap
La mia vita pian piano stava diventando meno esigente con me e a tratti il dolore sembrava farsi da parte.
La scuola mi avvinse sempre più e sempre più raramente ero costretta a fermarmi.
Per diminuire il disagio, che comunque persisteva, e per agevolare lo svolgimento delle attività più semplici ed elementari per una donna madre e sposa nonché insegnante, mi corredai di una serie di sedie che, per forma, altezza e confort soddisfacevano tutte le esigenze del momento. Le dislocai in ogni ambiente della casa, così da non dover soffrire neanche un minuto nello stare in piedi.
Entrai solo nei negozi dove avevo la possibilità di appoggiarmi ad un sostegno, escludendo supermercati e tutto ciò che vi assomigliava.
A scuola mi furono assegnate aule rigorosamente al piano terra, dalle quali non mi spostavo, se non nel cambio d’ora e alla fine delle lezioni.
Avevo imparato a convivere con il mio handicap e avevo rinunciato a tutte le velleità di un tempo.
Costretta ad un’immobilità forzata, le persone e le cose erano entrate dentro di me in modo prepotente e al deserto di un tempo si era sostituito un universo affollato di sentimenti ed emozioni.
Avevo imparato ad ascoltare e a tenere nel giusto conto i problemi degli altri.
Mi piaceva mettere a disposizione la mia esperienza perché essi ne traessero beneficio.
Mi gratificava il fatto di riuscire a mettermi in sintonia con tutti quelli che incontravo sul mio cammino e a guadagnarne la stima, specialmente quella di chi, al primo approccio, mi aveva considerato un nemico.
Riuscivo sempre a trovare una parola per tutti e ciò mi faceva sentire importante. A me nessuno osava dare consigli, perché tutti mi vedevano forte e sicura.
Ma era vero?
Tanta strada dovevo percorrere ancora perché mi facessi guardare e guarire da Lui.  
    
Canto:Sono il Signor che ti guarisce
8 marzo 2004

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