Credere

10c5a-vangelo1
Meditazioni sulla liturgia di
sabato di Pasqua
letture: At 4, 13,21; Salmo 117; Mc 16, 9-15
“Tutti glorificavano Dio per l’accaduto” (At 4,21)
Il riassunto che fa Marco delle apparizioni di Gesù risorto sono connotati dalla incredulità che incontrano gli annunciatori, quelli che l’hanno incontrato, visto, toccato.
I più diffidenti sembrano proprio gli apostoli, tanto che Gesù va di persona a confermare ciò che di lui dicono le donne o i discepoli di Emmaus.
Anche oggi la fede si scontra con l’incredulità della gente, specie quella di chiesa quando non vede esaudite le proprie preghiere, quando non vede i miracoli, quando si fa un dio a sua immagine e somiglianza, quando gli vuole insegnare il mestiere.
” Sia fatta la tua volontà” lo diciamo con le labbra ma si deve vedere a cosa stiamo pensando in quel momento.
Del Padre nostro volentieri cambieremmo qualche passaggio come quello in cui ci riesce più facile dire “Sia fatta la mia volontà”
Del resto le nostre preghiere per la maggior parte sono finalizzate ad ottenere benefici, ad essere esauditi in quelle che pendsiamo siano le nostre necessità, i nostri principali bisogni.
Gesù per farsi riconoscere deve mostrare le piaghe, i segni della passione, del prezzo pagato per il nostro riscatto, i segni di un amore che non si misura, un amore divino infinito, eterno, irreversibile.
Ma è sufficiente?
Il dubbio assale anche le persone più convinte, anche quelle miracolate da Gesù.
Perchè non è così scontato credere, ricordare, vivere in stretta comunione con Lui.
C’è sempre un momento in cui le piaghe del corpo di Cristo, la Chiesa, ci scomodano, ci indignano, ci fanno desiderare altro.
Ci allontanano da ciò che ci fa male che ci toglie la tranquillità e la pace a fatica acquisita nel raporto intimistico ma solo verticale con il nostro Dio che non facciamo fatica ad amare perchè ci ama a prescindere e ci perdona non sette ma settanta volte sette.
Le persone hanno sempre qualche difetto, qualcosa che ci irrita, che ci fa male.
Preferiamo mettere a tacere la nostra coscienza, dimenticare che in ogni uomo si nasconde Gesù e che se vuoi incontrarlo devi abbracciare la sua croce su cui sono inchiodati i peccati del mondo, le sofferenze dell’uomo che continua a crearsi tanti inferni e non trova la pace.
Le piaghe dolorose diventano gloriose se abbracci il tuo dolore e lo offri al Signore, se abbracci qualcuno senza paura di sporcarti , di cambiare posizione per annunciare il vangelo dell’amore che salva.
Come potremo convincere le persone che Gesù è risorto?
Non basta raccontare la storia, bisogna ogni giorno mostrare il volto gioioso del mattino di Pasqua, la speranza di un nuovo giorno, l’ottavo, il giorno eterno di Dio in cui ti immette la Grazia battesimale.
“La gioia può diventare la croce più pesante di una vita cristiana.Essa costituisce la testimonianza più pesante del divino. (L. Boros)”

Incontri

 
 
 
 
Meditazioni sulla liturgia di
 LUNEDÌ dell’ANGELO
 
Letture: At 2,14.22-32; Salmo 15; Mt 28,8-15
“Gli abbracciarono i piedi e lo adorarono”(Mt 28,9)
Gesù finalmente si fa trovare, da chi lo cerca con cuore sincero.
.Non bisogna perdersi d’animo, ma avere fede, perchè non a tutti è dato di vederlo subito e riconoscerlo e credere che è risorto veramente.
Bisogna precederlo in Galilea dove la sua parola è risuonata per più tempo, dove le tracce del suo passaggio sono ancora scolpite nel cuore e nella mente, dove anche i sassi parlano di Lui.
Ma il tempo nessuno lo conosce, il tempo necessario perchè la fede si rinsaldi, la speranza diventi certezza di vita piena eterna incorruttibile.
Quaranta giorni Gesù camminò con la gente della sua terra, quaranta giorni dura il tempo di Pasqua , il tempo dell’attraversamento del deserto alla volta della terra promessa.
Quaranta è un numero simbolico per indicare un tempo intermedio, non concluso, ma un tempo necessario per imparare che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Gesù continua a parlare oggi a noi che abbiamo fame e sete di giustizia, di senso, di verità, di amore, come quelli che vissero 2000 anni fa, come quelli che ci seguiranno alla ricerca della terra promessa.
Un miraggio a pensarci se uno legge le vicende della storia del popolo eletto e poi la nostra di Cristiani che hanno creduto a chi ci ha raccontato tutto di lui, i testimoni del vangelo.
Un miraggio, perchè gli Ebrei con le unghie e con i denti si contendono quello che ritengono sia loro esclusiva proprietà, attaccati da ogni parte, difesi da muri e da bombe intelligenti.
E noi che apparteniamo all’Occidente evoluto forse oggi che è pasquetta possiamo commuoverci davanti a un prato fiorito, durante la gita istituzionale di pasquetta, ma nessuno ha ancora imparato la difficile arte del contadino.
Ma dov’è questa terra?
Viviamo chiusi nei nostri appartamenti e lasciamo che gli ultimi, i poveri, gli extracomunitari coltivino per noi ciò che noi facilmente possiamo trovare al supermercato per imbandire la nostra tavola.
Gesù è la nostra terra, la terra da coltivare, concimare, , il suo corpo di carne che è ancora piagato, sofferente, bisognoso d’amore.
Quando Tommaso mise le mani nei fori delle mani e dei piedi non erano piaghe finte.
Questo non dobbiamo mai dimenticarlo.
Il corpo di Cristo è vivo e per questo prova dolore, il suo corpo è il nostro corpo, il corpo che con il Battesimo ci ha innestato a Lui.
Quanti Gesù ci vengono incontro ogni giorno senza allontanarci tanto da casa, quanti Gesù aspettano che noi li cerchiamo e li abbracciamo e ci prendiamo cura di loro.
Gesù ci aspetta ad ogni angolo della nostra storia, ci aspetta ma con connotati diversi.
Per questo chi va in giro con l’immagine che se ne è fatta è difficile che lo trovi.
Se penso che io l’ho incontrato mentre in una chiesa cercavo una sedia che mi ha permesso di ascoltare senza troppi problemi statici la Sua Parola!
Dicevo della terra che Gesù ci ha consegnato da irrigare con il sangue e l’acqua del suo costato. Una terra dove l’amore fa vedere il colore dei fiori e sentire il loro profumo.
Una terra che si trasforma in un giardino, la meraviglia dell’inizio, dove tutto ti è dato se tutto ti dai.
Grazie Gesù che non ti fai trovare spingendo un bottone, pagando un tichet, usando la preghiera o le opere buone come merce di scambio.
Grazie perchè ti doni gratuitamente a tutti quelli che ti cercano con cuore sincero e solo da te aspettano istruzioni per imparare l’arte difficile del contadino, vale a dire per imparare ad amare.
Chissà se oggi ti incontrerò’ so che tu mi verrai incontro e che mi risparmierai la fatica di spostarmi visto come sono messa.
Ti voglio abbracciare i piedi, ti voglio adorare come le donne che il Vangelo oggi ricorda.

INCONTRI

“Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” ( Sof 3, 17)
Questa mattina voglio riflettere sulla gioia che nasce dall’incontro tra due persone.
Ieri e oggi viene riproposto lo stesso passo di Luca sulla visitazione di Maria alla cugina Elisabetta.
Protagonista è la gioia dell’incontro, il riconoscere la presenza del Signore ed esultare.
“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”
A riconoscere Gesù quindi non fu Elisabetta ma Giovanni, il precursore, prima ancora che venisse alla luce.
Giovanni comunica la sua gioia alla madre che fu piena di Spirito Santo.
E’ lo Spirito Santo infatti che poi suggerisce ad Elisabetta parole di benedizione e di giubilo per la presenza di Dio in mezzo a loro.
Un Dio nascosto che si rivela quando si riconosce la sua voce, quando emerge dalla memoria la meraviglia dell’inizio, nostalgia di un oceano che eri abituato a solcare, senza paura, di un giardino che il Signore ha custodito e coltivato per te, da quando te ne sei allontanato.
Penso che l’esperienza di incontri particolari che ti fanno balzare il cuore nel petto, li facciamo un po’ tutti, anche se la fretta spesso ce li fa dimenticare.
Sono incontri che ti fanno stare bene, incontri in cui presente passato e futuro diventano un punto luminoso di pace, di gioia di amore condiviso.
Il tempo degli amori giovanili è passato e io pensavo che alla mia età il trasalimento del cuore, la commozione nell’incontro degli sguardi, nelle strette di mano, nel calore della vita che fluisce dalle parole  non mi sarebbero più toccati.
“Ormai sono vecchia” sono solita dire e non mi aspetto le sorprese di Dio, le sue incursioni in normali giornate di fatica e di servizio, di svago e di lavoro.
Non me l’aspettavo sabato, quando abbiamo deciso di non andare a fare rifornimenti per la settimana nelle cattedrali del consumismo, i supermercati dove trovi tutto quello che vuoi e anche quello che non sai di volere.
Siamo andati al mercato che si tiene ogni sabato in un paese che è il prolungamento della città in cui noi viviamo.
Un mercato con tante bancarelle dietro le quali il volto, il sorriso, la stretta di mano si fa storia che ti parla in modo più eloquente della merce esposta.
Ogni volta che ci andiamo il cerchio si allarga e si moltiplicano i sorrisi, anche se non compriamo niente, ma non lesiniamo il tempo per stare un po’ con chi aspetta che qualcuno si fermi.
Io li chiamo i luoghi del cuore, scintillanti di giorni che sarebbero senza senso, senza la pace che ti lasciano certi incontri, senza il desiderio di tornare per condividere ciò che Dio  dona ogni giorno ogni mattina, a tutti.
La cosa che più mi piace è portare senza farmene accorgere le persone a vedere il bello e il buono in quello che hanno, che a loro capita.
E’ come se aiutassi le persone a ritrovare ciò che hanno perso.
La gratitudine e la gioia nei loro volti è il segno che la messa non è finita, quella a cui partecipiamo prima di fare le nostre escursioni in quel mondo che sembra tagliato fuori dal tempo.
Voglio ringraziare il Signore perchè fa nuove tutte le cose quando lo porti nel cuore.

Epifania

Quando entrai per la prima volta in quella che era la mia chiesa, non sapevo cosa avrei trovato, né subito capii l’importanza di quel gesto, l’importanza di quella parola, l’unica che mi colpì in un tardo e freddo pomeriggio invernale.
I muri bianchi e disadorni non attirarono il mio sguardo per apprezzare le opere d’arte di cui spesso le chiese sono ricolme, né mi attrasse la gente che, rada, occupava i banchi e con la quale mi mischiai, non senza pregiudizio.
Non mi distolse dai miei pensieri il loro abbigliamento, né i canti che salivano stonati dalla navata, né l’aspetto, né l’eloquio del sacerdote che celebrava la Messa.
Non fui consolata neanche dallo scambio del segno della pace, perché il mio compagno di banco nel frattempo si era assopito.
Ricordo il buio e il freddo della chiesa, ricordo le orecchie tese a non lasciarmi sfuggire una parola di tutto ciò che il sacerdote diceva, ricordo i miei occhi sgranati a riempirmi di quello scampolo di vita che bene o male veniva a popolare il mio mondo, ormai tutto vuoto e che pensavo morto per sempre, ricordo tutti i miei sensi protesi a carpire qualcosa da poter portare con me una volta che la funzione fosse finita e anche i battenti di quel luogo si fossero chiusi.
“L’uomo crede di essere Dio, ma non é Dio”.
Fu allora che il mio sguardo si posò sul crocifisso che campeggia sopra l’altare… Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra ed il cuore. Potevo nuotare nel mare calmo della mia Chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie.
Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.
Era il 5 gennaio del 2000

La stella

 

 CARINA

Carina non hai più bisogno che qualcuno ti metta a posto il computer per entrare in contatto con un mondo che speravi meno crudele di quello in cui sei da sempre vissuta.

Alle due il tuo cane si è messo d’improvviso a guaire, disperatamente, ma tu non lo sentivi.
Stavi morendo, sola, lontana, abbandonata in un letto che aveva provvisoriamente accolto il morbo di Cuscin o un tumore al fegato in fase terminale o tutto il resto, tanto non ci si poteva sbagliare perché non c’era niente che non avessi provato.

Quando ti avevo incontrata, un mese fa, i tuoi occhi mi vennero incontro, due fanali aperti alla vita che sempre più ti sfuggiva di mano, due pozzi profondi dove non riusciva ad annegare la tua prepotente energia.
Seduta sulla sedia a rotelle, mi hai accolto con un sorriso, il viso sfiorito anzitempo, i tuoi anni caricati sopra le spalle come fossero tanti di più, contati su una pelle cadente e disfatta, su muscoli inconsistenti, su brandelli di carne attaccati ad un corpo in rovina.
Stavi dando lo straccio in cucina come fosse cosa normale, lo sguardo stupito di bimba che vuol fare le cose dei grandi e si meraviglia che i grandi non la lascino fare.
Sulla testa una vistosa parrucca, troppo bionda, troppo finta per non sembrare che stava a coprire un dramma, uno dei tanti di un corpo scampato al naufragio di tutte le navi del mondo..
Come il dito che ti mancava, servito ad un medico per farci uno studio.
.
Dei medici avevi il terrore, come anche degli ospedali, e ti era ridotta a farti anche le punture da sola per paura che fossi, ancora una volta, usata per fare da cavia agli esperimenti di chi voleva indagare su quel raro esempio di morbo di Cuscin.
Lo avevano fatto già dodici volte, senza mai dirti niente, spiegarti, chiederti il consenso ad esplorare quel misterioso universo che era il tuo involucro che disorientava per come facesse a stare attaccato.
Il cervello, però, non aveva mai smesso di funzionare, né mai aveva perso di lucidità, nonostante gli attacchi ischemici ti incalzassero sempre più da vicino..
Le altre trenta operazioni te l’avevano detto cosa ti avrebbero fatto.
Ma cos’era cambiato?
Il morbo di Cuscin non perdona, è malattia devastante, tanto che a tredici anni ti chiuse in manicomio un padre padrone che di te non sapeva che farsene.
Ne uscisti dopo un anno o due, non ricordo, perché, come si può rinchiudere dentro dei muri la prepotente voglia di vivere?

Tu la vita la volevi afferrare, godere, convinta che ne valesse la pena, senza mai piangerti addosso, neanche quando ti fecero quella trasfusione fatale che ti regalò l’epatite e tutto quanto ne conseguì.

Ma era necessaria dopo quell’intervento all’intestino per ridurtelo, visto che avevi cominciato ad ingrassare in modo spropositato.
Tutta colpa di quell’ipofisi impazzita che si accanirono più volte a rimuovere dalla tua testa senza peraltro riuscirci.

La vita, tu, la volevi gustare, prendere, accarezzare con le tue mani che diventavano sempre più magre, sempre più lunghe, sempre più storte e deformi.
Così ti sei presa pure il gusto di vedere un sogno trasformarsi in realtà, perché tu che non potevi avere bambini, andavi ai giardini a vederli, per fotografarli con gli occhi, sperando che l’immagine impressa scendesse dentro la pancia.
Nella pancia ci scese quell’angelo che doveva cambiarti la vita, ma fu solo l’illusione di un attimo perché l’uomo, il padre, il marito ben presto ti lasciò sola, con quel bimbo fotografato ai giardini, per un‘altra che sembrava migliore di te.
La vita te la sei ripresa con quel figlio per cui niente mai ti è sembrato troppo per poterlo vedere felice.
Ma quando rivolesti accanto il marito che ti aveva tradita, per godere di una gioia più piena, quel figlio se lo legò al dito e tu lo perdesti per sempre.

Seduta sulla sedia a rotelle, tutto il tempo che siamo state a parlare, mi hai comunicato una forza che non conoscevo, il tono franco e sicuro, gli occhi fissi nei miei …tranne quando la voce chiara e spedita si è incrinata e una lacrima è scivolata via, prima ancora che potessi asciugarla, mentre parlavi del figlio.

Carina non hai più bisogno che qualcuno ti dimostri che il mondo non è poi così crudele come avevi più volte sperimentato, non ti serve più gente che non ti compianga, non dando a vedere che ne aveva pietà.
La pietà te la volevi cacciare di dosso, la volevi rimandare al mittente ogni volta che qualcuno si fermava a guardarti seduta sulla sedia a rotelle con il corpo straziato dalle troppe ed evidenti ferite.
Tu gli occhi e le gambe le avevi.
Di cosa potevi avere bisogno?
Così quel giorno, che mi sembra perso nel tempo, mi parlavi del tuo disappunto per il mondo che non riusciva a capirti: troppo forte o troppo debole.
Mai per come veramente eri, come in fondo tu ti sentivi.

Mi avevi telefonato, tre mesi fa, perché, dopo aver letto ciò che io avevo scritto di me,nel libro in cui parlavo della mia storia , volevi conoscermi, incontrarmi, certa che sicuramente non avrei fatto fatica a vedere ciò che agli altri si nascondeva.
Non avrei mai pensato che con me potessi avere qualcosa in comune, visto che di violenze sul corpo e sull’anima ne avevi subite a bizzeffe ed io ero una pulce a tuo confronto.
Le tue parole mi confermarono che la condivisione non è fatta di numeri, perché la sofferenza unisce comunque, qualunque sia il conto di quello che ti è capitato.

Oggi, ferma accanto alla cassa, nella stanza dell’obitorio, ti guardavo ma non ti trovavo..
Stesa immobile, vestita da uomo, da uomini che non ti hanno amata o non ne sono stati capaci, la lunga parrucca divisa a metà, con la riga in mezzo alla testa, i finti capelli di paglia lunghi e sciolti fino alla vita, la corona arrotolata alle dita, il Cristo troppo dorato che pendeva dai grani di plastica. Tutto finto appariva ai miei occhi.
.
Tu non stavi in quell’assurdo pupazzo, immobile e travestito, sotto il velo con cui sono soliti i vivi coprire i loro defunti, tu eri lì viva, presente, più grande di noi, ci circondavi, ci abbracciavi, ci parlavi, con gli occhi, con il cuore finalmente placato, perché stavi vicino a tuo figlio.

Seduto lì accanto, lui, il bimbo rapito ad un sogno, con la testa piegata in avanti, con il corpo ripiegato in se stesso, in silenzio stava a sentire ciò che tu gli sussurravi all’orecchio, gli occhi vuoti persi nel pianto, il cuore gonfio di commozione nel giardino dove l’avevi rapito.
Con la mano stretta alla mano lo portavi a cercare tra i fiori i fili persi e spezzati del tuo amore scansato e dimenticato.

Carina non hai più bisogno di chi ti aggiusti il computer per metterti in contatto via internet con gente che non conosci, non hai più bisogno di chi ti capisca, di chi ti faccia i massaggi o ti curi.

Oggi una stella ha cominciato a brillare, a mandare messaggi dal cielo dove sei  andata ad abitare.
Ora che la luce la prendi direttamente alla fonte, riesci a parlare più forte e con più convinzione di quanto sia importante aprire il cuore ai sentimenti nascosti, di quanto possa l’amore.

Casa di Betania


 

Ne avevo bisogno, come dell'acqua il mare, come dell'aria l'uccello, come ogni uomo di una casa dove sentirsi al sicuro.
Ci sono momenti in cui Dio non ti basta, specie quando la prova si prolunga nel tempo e le forze vengono meno.
In certi momenti di solitudine, di sofferenza, di abbandono, il bisogno che qualcuno ti prenda in braccio e si prenda cura di te, è insopprimibile.
Bisogno di sguardi, sorrisi, parole, bisogno di calore di mani che stringono le tue, per riprendere fiato e continuare il cammino.
Sono stata sempre una pecora madre e mi sono spesso trovata ad invidiare quegli agnellini che Gesù porta sul petto.
Così, nonostante la realtà smentisse vistosamente il desiderio di cambiare rotta, ho fatto un atto di speranza e ho presentato il progetto al Signore.
Fino all'ultimo non sapevo se quel desiderio insensato di fare un viaggio alternativo ai percorsi abituali di medici e ospedali, chiese e convegni pastorali, era giusto. Se avrei ricevuto l'ok.
E' arrivato il benestare e sono partita.
Il Signore sa di cosa abbiamo bisogno. Me lo sono ripetuto per tutto il viaggio che mi ha portato prima a Milano e poi a Novara.
Quando mi sentivo più male, dicevo che ogni posto è buono per morire e facevo una preghiera.
Ho cercato Dio non tanto nelle chiese, ma nelle relazioni, nelle storie condivise di amici che sono diventati occhi,orecchie, braccia, mani, cuore di Dio per accogliermi, coccolarmi, amarmi, come mai mi era accaduto.
Ho sentito forte il profumo inebriante che si sprigionava dal vaso di purissimo Nardo nella casa di Daniela, il profumo dell'amicizia, il rinnovarsi di una Presenza che riconosci quando senti battere il cuore all'unisono per l'Unico grande Maestro.
Ci siamo stretti sulle poltrone perchè oltre a me, che dovevo stare distesa, a Gianni, Daniela, Lucio, Lucia, Paolo, Riccardo( che aveva fatto i salti mortali per non mancare all'appuntamento) ci fosse posto per quelli che avremmo desiderato ci raggiungessero perchè la nostra gioia fosse piena.
Carlo e Rosella ancora in cerca di casa, Mariangela e Giangregorio che si erano fatti precedere dal “vino della gioia”, una bottiglia di vino buono per ognuno di noi e tante belle e consolanti parole.
Al ritorno ci siamo fermati a Loreto.
Maria ci stava aspettando nella Sua Casa , dove voleva che sperimentassimo fino in fondo la gioia di essere suoi amici, amici del Figlio.
Il profumo del Nardo purissimo è diventato più intenso durante la messa, quando Gesù in persona si è chinato sulle nostre ferite.
Abbiamo, io e Gianni ricordato la prima volta che ci siamo entrati ad agosto del 2002 con l’ansia di non farcela a sentirci una messa.
E invece quella fu la prima di tante che hanno cambiato la nostra storia di coppia che nel grembo di Maria ha ritrovato lo Sposo.
A Mariangela, per telefono avevo detto, scusandomi per non potermi fermare da lei, che speravo d'inciampare in una messa, sulla via del ritorno. E così è stato.
Voglio lodare benedire e ringraziare il Signore perchè sa sempre di cosa abbiamo bisogno.
Voglio ringraziare tutti quelli di cui si è servito per comunicarmi il Suo amore.

 

Preghiera del navigatore

In questo angolo del mondo digitale, Signore,
ci sono centinaia di nomi,
appiccicati alle pareti di una casa
che esiste solo sullo schermo e nella mia fantasia.

Li chiamo "amici",
ma molti di loro li conosco poco,
altri solo di vista,
altri ancora sono poco più che volti
(a volte nemmeno quelli!).

Qualcuno non l'ho incontrato,
qualcun altro vive dall'altra parte del mondo;
con qualcuno condivido molto,
con altri poco o nulla.
Alcuni li ho scelti.
Altri hanno scelto me.

E ora sono qui,
sulla mia home
come sorelle e fratelli,
posti sulla mia rotta virtuale.

Te li affido, Signore,
uno per uno.
Ti affido le loro speranze,
le loro paure,
i loro progetti di felicità.

Rendimi, per loro,
immagine – sia pur sbiadita!-
del tuo amore paziente e misericordioso.
Rendimi amico vero,
pronto ad ascoltare,
a condividere, a esserci.

Rendimi apostolo,
capace di annunciare,
anche sul Web
il tuo Vangelo di salvezza.

Ti ringrazio, Signore,
per questo spazio immenso,
per questa vita a colori,
per questi incontri che forse non sono così casuali.

Tuttavia, Signore,
di chiedo di non lasciarmi affogare
in questo mare di finta compagnia:
risveglia in me il desiderio
di uscire là fuori,
di ascoltare voci reali,
di abbracciare persone autentiche
e stringere amicizie vere.
Amen.

(Patrizio Righero)

 

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