Passare all'altra riva

Marco 4,35-41 -In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Visto che i problemi alle gambe mi impediscono di andare dove voglio, ieri con Gianni abbiamo deciso di prendere una sedia a rotelle, perchè io potessi godere del sole, del mare, delle bellezze del creato e degli incontri con le persone.

Con tutto ciò che mi parla di Dio.

Ma oggi il cielo si è coperto di nuvole spesse e grigie, il vento ha cominciato a soffiare e una pioggia violenta si sta abbattendo sul pezzetto di mondo che vedo solitamente dalla finestra e che volevo esplorare più da vicino.

Per fortuna che abbiamo fatto salire il Signore sulla nostra barca.

Anche se dorme, siamo certi che le onde non ci sommergeranno, perchè è Lui che ci tiene in vita.

2Corinzi 5,17
Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

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19 Dal diario di antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Con gioia veniamo a te
Un caro saluto a tutti, cari amici, anche se non so quando questo vi arriverà..
Da un po’ di tempo il computer di bordo, l’anima di questa emittente, si è ammalato e i tecnici chiamati al suo capezzale, si stanno adoperando con ogni mezzo perché torni a trasmettere con regolarità.
Speriamo che questo accada al più presto, pregando il Signore che non ci privi di una voce cattolica che tiene viva la nostra speranza.
Noi siamo convinti però che Lui non ha bisogno di tecnologie sofisticate per arrivare ai nostri cuori, affidando allo Spirito i tanti messaggi con cui vuole raggiungerli e catturarli.
Questo tempo sia per noi tempo di riflessione e di attesa, per ciò che il Signore vorrà donarci di bello e di buono, dopo tanta tribolazione.
Alla nostra madre celeste affidiamo il lavoro anonimo di quelli che operano dietro le quinte, instancabilmente per tutti noi.
Sono poi quelli a cui nessuno si sogna di pensare e di dire grazie, quelli che lavorano nell’ombra e che non passano alla storia.
Quando entriamo in una casa ci colpiscono gli arredi, le porte, le maniglie, le luci, tutto ciò che è alla nostra portata, che cade sotto i nostri occhi.
Ammiriamo le splendide mattonelle della sala o del bagno scelte con gusto ma non ci sfiora l’idea che si mantengono grazie ad una miscela di calcestruzzo che sostiene loro e tutta la casa.
Così procediamo, magari ringraziando e onorando chi ci mette solo la faccia, e ci dimentichiamo dell’ingegnere che ha reso possibile con i suoi calcoli la costruzione.
Se trasportiamo questo esempio nella nostra vita ci accorgiamo di quanto siamo miopi, quanto ingrati verso l’ingegnere sommo, il creatore e Signore di tutte le cose.
Solo quando ciò che diamo per scontato si rompe e non ci dà ciò che siamo abituati a prendere, forse è giunto il momento che pensiamo a quante cose abbiamo senza nostro merito e quante cose vanno avanti apparentemente da sole.
E’ quello che succede un po’ a tutti: ci accorgiamo di aver goduto di un bene solo quando lo abbiamo perduto.
Troppe cose diamo per scontate, come dovute che ci toccano e basta e guai ad ipotizzare l’idea che potrebbe qualche cosa incepparsi di tutto ciò che serve alla nostra vita personale e di relazione.
Quando ero giovane questi pensieri erano lontani dalla mia mente, convinta in cuor mio che la malattia, la vecchiaia e tutto ciò che finisce riguardava gli altri e non me.
Ma la mia storia non è molto dissimile da quella di tanti altri uomini che s’interrogano, se s’interrogano, solo dopo che il meccanismo si è inceppato.
Arrendersi a Dio, dandogli ciò che gli spetta di diritto, è la strada perché splendidi mosaici o più normali pavimenti si lascino ammirare o calpestare grazie a Chi o cosa dà loro stabilità.
Ma la parola grazie è caduta in disuso perché implica una dipendenza che abbiamo difficoltà ad accettare.
Quando, nel 1994, dai clinici illustri consultati, non ebbi le risposte che attendevo, riguardo alla possibilità di tornare a camminare, anzi, quelle stesse aumentarono, se ce n’era bisogno, la confusione, mi trovai a valutare a malincuore l’ipotesi di acquistare una sedia a rotelle.
Non potevo camminare? Ne avrei comprato una e mi sarei presa di prepotenza ciò che la vita si ostinava a negarmi. Avrei potuto viaggiare, visitare città chiuse al traffico, senza dover sempre accontentarmi di vederle in cartolina, reprimendo la rabbia.
Difficile fu convincere gli altri, perché nessuno voleva accettare l’idea che io fossi ridotta così.
Ma alla fine ci riuscii, perché il mio discorso non faceva una grinza.
Ero stufa di vedere il mondo dal finestrino dell’auto. Volevo fermarmi per guardare i fiori e sentirne il profumo.
Ciò che contava era la qualità della mia vita, non la pena dipinta sul volto degli altri, qualora avessi raggiunto lo scopo.
Per troppo tempo avevo mostrato il volto sorridente e disteso, anche quando mi sentivo svenire dal dolore. Faceva comodo a tutti che continuassi a fingere.
Nel negozio di articoli sanitari, quando mi chiesero come la preferivo, mi venne da vomitare e fuggii via.
Prima di convincere gli altri dovevo convincere me stessa.

24 aprile 2003
Ne ho una stampata su un foglio coperto di plastica, bene in vista sul vetro anteriore della mia macchina.
Con il numero 52 finalmente sono stata riconosciuta inabile a deambulare.
C’é stato un tempo in cui la volevo comprare per non dipendere da quell’handicap angoscioso che m’impediva di vivere, chiudendomi in faccia tutte le porte delle città e delle chiese, nelle zone chiuse al traffico, ricche di storia di poesia e di vita.
Mi era venuto il vomito quando il commesso del negozio dove mi ero recata mi chiese come la volevo.
Così mi ero fatta piacere la periferia e i suoi negozi, spacci aziendali, ipermercati o solo asfalto e smog per metterti in fila.
Passeggiate…ferma, immobile dentro la macchina che Gianni lanciava a tavoletta per arrivare.
Dove?
Sempre più quel far finta che si andava a passeggio, cercando, dal finestrino, di vedere le case e gli alberi e i prati e il cielo, che correva anche lui sopra le nostre teste, diventando un peso insostenibile di lunghi estenuanti silenzi o di parole che taglienti fendevano l’aria.
Poi la sedia, sempre quella, vicino alla statua di S. Giuseppe, e cominciare a viaggiare in un mondo a me sconosciuto, dove parlano i fiori e le foglie, dove il cielo e la terra s’incontrano, dove il pianto ed il riso si toccano, dove l’anima impara a volare.

Una vita a pensare che si potesse camminare da soli, una vita a cercare i rimedi perché questo fosse possibile, una vita a macerarmi per ciò che non riuscivo più a fare!
Tutta tesa a raggiungere la meta dei miei sempre più ingannevoli sogni, non vedevo, non sentivo, non toccavo….
Dieci anni, tanto quanto durò la Panda rossa che non mi riuscì di guidare, se non alla fine, da un adesivo attaccato dietro al lunotto, un pulcino spaurito avvertiva: ”Non seguitemi, mi sono perso anch’io…”
Mi ero affezionata a quella carta di identità che faceva il paio con l’uomo solo, attaccato sopra il letto, prima che fosse soppiantato da un crocifisso.
Poi una Micra più maneggevole e sicura sostituì la vecchia Panda che a stento trascinava i suoi anni, dopo che per ben due volte, innocente, le erano piombati addosso.
Le macchine si possono rottamare, mi sorpresi a pensare allora, quando accadde ciò che sembrò l’inizio della catastrofe, le persone no..
Ai vetri avrei voluto attaccare la rabbia, l’impotenza per quell’ennesimo colpo infertomi dal destino crudele, ma anche la voglia di infrangere le barriere di un handicap che non mi riusciva di accettare. Tutte cose che non si vedono ma che mi portavo appresso come pietre, macigni poderosi a chiudere il buio di un sepolcro dove ero stata seppellita viva..

Mi ero però sempre consolata del fatto che riuscivo a trovare il parcheggio nei luoghi più impensati e difficili, sempre vicino a dove dovevo recarmi.
Un giorno, non molto lontano, davanti alla chiesa, dove miracolosamente continuavo a trovare il posto, anche nei giorni di mercato, mi folgorò l’idea che non era un caso che ciò accadesse da tanti anni.
Fino a quel momento avevo pensato che il merito fosse tutto mio e mai mi aveva sfiorato l’idea che c’era Qualcuno che si prendeva cura di me con tanta sollecitudine e tanto amore, provvedendo a ciò di cui avevo bisogno.
L’intervento allo stomaco a cui di lì a poco avrei dovuto sottopormi cessò di farmi paura.
Se Dio si era scomodato per tanti anni a farmi trovare il posto libero perché non mi stancassi, come potevo dubitare che mi avrebbe abbandonato in una prova così tanto importante?
Da quel momento ho imparato a riconoscere le sue carezze, la sua premura, il suo non dimenticarsi mai di me in quel posto che sempre mi fa trovare libero, quando ne ho effettivo bisogno, ma soprattutto ho imparato a ringraziarlo per ciò che per anni davo per scontato.

Ma non è finita qui perché Dio aveva in serbo per me altre sorprese.
Quando, a giugno di due anni fa, chiusero al traffico, per via dello smog tutte le strade di Pescara e del circondario permettendo solo agli autobus e ai taxi di circolare, me la presi non poco, perché c’era un convegno di preghiera a Montesilvano a cui tenevo moltissimo.
Io, non potendo andare a piedi, né prendere l’autobus, sarei stata costretta a rimanere a casa e questo non mi piaceva per niente.
Ma poi pensai agli handicappati che avrebbero potuto girare dovunque e le loro macchine sarebbero state prese d’assalto.
Mi consolai pensando a loro che, almeno per una giornata, non sarebbero stati soli e fui felice di offrire la mia rinuncia per tutti quelli che hanno problemi più gravi dei miei.
La telefonata di Remo, grande invalido, amico e fratello di fede che mi invitava ad andare con lui al ritiro, mi riempì il cuore di gioia e il tragitto che facemmo insieme fu l’occasione per saperne di più su come ottenere il contrassegno dell’handicap.
Non era necessario avere il 100% d’invalidità, come mi avevano detto, bastava portare la documentazione che certificasse la difficoltà a deambulare.
In due giorni quel pulcino che si era perso fu rimpiazzato da una sedia a rotelle stampata su un foglio.
Ogni volta che la vedo mi dico che ognuno dovrebbe avere quel distintivo, perché è l’unico che ci fa pensare che non siamo autosufficienti e che ci dobbiamo far guidare, portare da Dio.
A guardarlo oggi non mi vergogno, anzi mi riempie il cuore di tenerezza quella sedia su cui ho fatto tanta fatica a salire.
Quando scendo dalla macchina a ricordarmi che Dio è stato generoso con me, ho un bastone leggerissimo, da cui spunta una sedia all’occorrenza., per fermarmi a parlare con qualcuno o semplicemente per aspettare il mio turno lì dove non esistono sedie.
Lo trovai per caso, si fa per dire, dopo due giorni massacranti ad aspettare, seduta per terra, alle sette di mattina di salire con l’ascensore al sesto piano dell’ospedale dove era ricoverato mio padre.
Quel bastone è diventata la mia sedia a rotelle, perché a scomodarsi per spingerla non c’è nessuno che non sia Lui ogni volta che mi sposto, dandomi la forza di procedere e la gioia di non essere mai sola.
Con il mio bastone sedia ogni incontro non è mai fugace, né casuale, ogni parola è spesa per glorificare chi mi ha dato e continua a dare l’appoggio.
Canto:Sei il mio rifugio
Le pagine che andrò a leggervi sono i primi passi che mi hanno portato a ringraziare il Signore per l’aiuto che ogni giorno mi dà.
Da "Il gioco dell’oca" 
1994
Con più rassegnazione e meno caparbietà presi quello che la vita mi offriva, non rinunciando peraltro al desiderio di migliorare la mia condizione di salute.
Un fastidioso dolore alla caviglia destra, all’inizio attribuita ad una storta, rendeva ancora più problematico lo stare in piedi.
Il laser, che avevo fatto per tutto il mese di agosto, non era valso a nulla, come anche l’immobilizzazione.
Così l’ortopedico, che le aveva provate tutte, mi consigliò la "ginnastica propiocettiva".
Inutile dire che non feci in tempo a cominciare che già fui costretta a smettere per il dolore lancinante che si scatenava ogni volta che provavo a mettermi in equilibrio su quelle tavole mobili.
Due anni prima lo stesso medico aveva provato a guarirmi con il "massaggio connettivo", da cui uscii pesta e contusa. Mi sono sempre rifiutata, però, di fare le iniezioni di alcool che si ostinava a consigliarmi per alleviare il dolore.
Nel frattempo non avevo smesso di darmi da fare per trovare chi rinforzasse i miei muscoli con adeguati massaggi.
L’estate era finita e la ricerca sarebbe stata più facile. A settembre inoltrato trovai un ragazzo disposto a provarci.
Capii subito che non faceva al mio caso; ma insistetti per più di un mese, sia perché sono solita andare in fondo alle cose che faccio, sia perché non avevo alternative.
Massaggi shatsu, agopuntura, ginnastica dolce e tanta buona volontà non migliorarono più di tanto la situazione.
Provai allora con il collega con cui divideva lo studio. Era un osteopata.
Mi affascinava conoscere un’altra via alternativa alla medicina ufficiale a cui avevo smesso di credere.
Il suo aspetto, le sue parole gentili mi conquistarono, ma ancor più fui colpita da quello che disse alla fine del test cui mi sottopose: i miei problemi nascevano da una postura scorretta e, a forza di compensi, mi ero intrecciata come un filo del telefono.
Per la prima volta qualcuno sembrava prendermi sul serio.
Non mi sembrò vero che ci fosse una spiegazione unica a tutti i miei disturbi.
Per verificare se l’occlusione dei denti influiva in qualche modo sulla postura, mi mandò da due dentisti diversi. Nessuno dei due dette la risposta che attendeva.
Andai da lui per un lungo periodo, traendone limitati benefici.
Ormai da tempo avevo dimenticato cosa significava non aver dolore e mi accontentavo anche solo del fatto che potessi sopportarlo.
Quando non ce la facevo più, andavo dal mio amico agopuntore, che serviva a ricaricarmi, più che a diminuire le contratture, che continuavano a ripresentarsi nei posti più impensati del corpo.
La scuola era intanto ricominciata ed io quasi per sfida mi ci buttai anima e corpo, vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo, chiedendomi ogni mattina se ce l’avrei fatta ad arrivare alla macchina, meravigliandomi che poi non era così tragico salire le scale e sedermi su una sedia che non fosse la mia.
Un giorno, uno dei tanti, mi vide camminare, particolarmente curva e sofferente, la madre di un alunno, con la quale avevo allacciato un rapporto di simpatia e di reciproca stima. Non sapevo fosse medico, né che dirigeva un centro di riabilitazione.
Mi invitò a provare nell’istituto che dirigeva, avvalendomi delle terapie gratuite di cui godevo per l’invalidità, che mi era stata riconosciuta qualche anno prima.
Mi lasciai tentare, anche se mi ero ripromessa di non usufruire mai più di tali agevolazioni che, quando non fanno danno, fanno perdere tempo.
Non avevo mai trovato, nelle strutture pubbliche, un minimo di competenza e di professionalità. Avevo sempre dovuto pagare per avere l’illusione di essere ascoltata.
Cara mi era costata la fisioterapista che per tre anni, quasi ogni giorno, si era occupata della mia riabilitazione, dopo l’intervento di ernia cervicale.
Accettai la proposta garbata, sicura che non mi avrebbero fatto del male. Mi visitò una neurofisiatra che confermò la diagnosi dell’osteopata. Il problema era posturale.
In quel momento l’unica terapista in grado di affrontare con competenza il problema era in congedo per motivi di famiglia e non sarebbe tornata presto.
Dovevo accontentarmi di un fisioterapista molto in gamba, che si occupava saltuariamente, per pura passione, di casi complessi, visto che nella struttura aveva incarichi direttivi.
S’intendeva di ginnastica posturale e sicuramente mi sarebbe stato d’aiuto.
Il 1994 era finito e il 1995 si apriva con nuove prospettive.
1995
Frequentai regolarmente l’istituto e i miglioramenti, se pur lievi, mi confortavano ad insistere.
Alla ginnastica associai la rieducazione della voce.Mi bastò poco per capire la causa del disturbo e mi detti da fare per eliminarlo completamente.
Con delle infiltrazioni risolsi, nei primi mesi dell’anno, anche il problema della caviglia destra, che mi affliggeva da tempo: "Sindrome sinotarsica" la chiamò l’ennesimo ortopedico consultato, che non si preoccupò di cercarne la causa.
Convivere con l’handicap
La mia vita pian piano stava diventando meno esigente con me e a tratti il dolore sembrava farsi da parte.
La scuola mi avvinse sempre più e sempre più raramente ero costretta a fermarmi.
Per diminuire il disagio, che comunque persisteva, e per agevolare lo svolgimento delle attività più semplici ed elementari per una donna madre e sposa nonché insegnante, mi corredai di una serie di sedie che, per forma, altezza e confort soddisfacevano tutte le esigenze del momento. Le dislocai in ogni ambiente della casa, così da non dover soffrire neanche un minuto nello stare in piedi.
Entrai solo nei negozi dove avevo la possibilità di appoggiarmi ad un sostegno, escludendo supermercati e tutto ciò che vi assomigliava.
A scuola mi furono assegnate aule rigorosamente al piano terra, dalle quali non mi spostavo, se non nel cambio d’ora e alla fine delle lezioni.
Avevo imparato a convivere con il mio handicap e avevo rinunciato a tutte le velleità di un tempo.
Costretta ad un’immobilità forzata, le persone e le cose erano entrate dentro di me in modo prepotente e al deserto di un tempo si era sostituito un universo affollato di sentimenti ed emozioni.
Avevo imparato ad ascoltare e a tenere nel giusto conto i problemi degli altri.
Mi piaceva mettere a disposizione la mia esperienza perché essi ne traessero beneficio.
Mi gratificava il fatto di riuscire a mettermi in sintonia con tutti quelli che incontravo sul mio cammino e a guadagnarne la stima, specialmente quella di chi, al primo approccio, mi aveva considerato un nemico.
Riuscivo sempre a trovare una parola per tutti e ciò mi faceva sentire importante. A me nessuno osava dare consigli, perché tutti mi vedevano forte e sicura.
Ma era vero?
Tanta strada dovevo percorrere ancora perché mi facessi guardare e guarire da Lui.  
    
Canto:Sono il Signor che ti guarisce
8 marzo 2004

foto©https://scintillanti.files.wordpress.com/2006/09/28.jpg









La carrozzella

Ne ho una stampata su un foglio coperto di plastica, bene in vista sul vetro anteriore della mia macchina.
Con il numero 52 finalmente sono stata riconosciuta inabile a deambulare.
C’é stato un tempo in cui la volevo comprare, la sedia a rotelle, per non dipendere da quell’handicap angoscioso che mi impediva di vivere, chiudendomi in faccia tutte le porte delle città e delle chiese, nelle zone chiuse al traffico, ricche di storia, di poesia e di vita.
Mi era venuto il vomito quando il commesso del   negozio, dove mi ero recata, mi chiese come la volevo.
Così mi ero fatta piacere la periferia e i suoi negozi, spacci aziendali e ipermercati, compresi l’asfalto e lo smog per mettermi in fila.
Passeggiate … ferma, immobile dentro la macchina, che Gianni lanciava a tavoletta per arrivare.
Dove?
Sempre più quel far finta che si andava a passeggio, cercando, dal finestrino, di vedere le case, e gli alberi, e i prati, e il cielo che correva sopra di noi, aggiungendosi al peso dei nostri lunghi ed estenuanti silenzi.
Poi la sedia, sempre quella, vicino alla statua di S. Giuseppe, nella mia chiesa, quella che il 5 gennaio del 2000 mi aveva aperto le braccia, per cominciare a viaggiare in un mondo a me sconosciuto, dove parlano i fiori e le foglie, dove il cielo e la terra s’incontrano, dove il pianto ed il riso si toccano, dove l’anima impara a volare.

24 aprile 2003