21 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro saluto a tutti,  amici che non ci avete abbandonato, nonostante le difficoltà di ricezione di questi giorni.
La tentazione di cambiare programma, premere un pulsante per sintonizzarsi, una volta per tutte, su un’altra frequenza è stata grande, quanto quella di spegnere la radio e non pensarci più.
Fuor di metafora, cambiare strada spesso non è una necessità ma una tentazione che ci viene quando il percorso è irto di ostacoli che non ce la sentiamo di affrontare.
Ma più spesso la difficoltà nasce dal fatto che ci ostiniamo a percorrere strade sbagliate e non vogliamo sentire ragioni.Ogni volta che le cose non vanno come vorremmo, dovremmo chiederci dove stiamo andando e perché.
Ma il tempo di fermarsi e riflettere non lo troviamo e neanche lo cerchiamo, tutti intenti a fare, muoverci, agire in una qualsiasi direzione che ci anestetizzi dai pensieri angosciosi di sofferenza e di morte.Passiamo la vita a esorcizzarla, a far finta che non ci sia, che non ci riguardi, convinti che è cosa che capita agli altri, augurandoci di morire nel sonno così non saremo costretti a pensarci..
Viviamo con gli occhi bendati, ostinandoci a negare l’unica cosa certa che non ha risparmiato neanche il figlio di Dio, che ha voluto in tutto essere solidale con l’uomo da condividerne persino il destino di morte, non scegliendo sicuramente la più indolore.
Già morire è una brutta parola, che fa venire i brividi lungo la schiena, solo a pronunciarla..Ma cosa significa, cosa nasconde questo evento, su cui Gesù ci chiama a riflettere, specie nella Settimana santa che stiamo vivendo?
“Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua. .Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.( Lc 9,22-24).
A quale morte Gesù ci chiama? Forse a quella fisica che è scontata per tutti? Sicuramente no, visto che non c’era bisogno che si scomodasse tanto perché ne prendessimo atto.
Il senso lo dobbiamo cercare in quel rinnegare noi stessi, che non è automatico, che non dipende dalle circostanze e dagli altri, è quel farsi da parte, diventare piccoli piccoli, appoggiandosi a Lui perché la morte sia sconfitta per sempre.
Rinnegare se stessi è morire alle nostre idee, ai nostri progetti, alla nostra volontà, per fare spazio alla Sua, questo è l’invito che dobbiamo accogliere, mettendoci in cammino alla volta di Gerusalemme, dove ad aspettarlo c’era l’unica morte che dà la vita, quella spesa per gli altri.
Il deserto fu la palestra dove imparò a morire, come uomo, lottando contro la tentazione del successo, del prestigio, del potere, delle conoscenze e delle parentele che contano, dell’autosufficienza, lui che era Dio e che volontariamente aveva rinunciato a tutto questo il momento in cui, incarnandosi, aveva consegnato la sua volontà al Padre.
Nel deserto imparò a morire a sé stesso fidandosi di Lui, dando allo Spirito la possibilità di riempirlo a tal punto da non temere nulla, nemmeno la morte.
Pur sapendo a cosa andava incontro, Gesù non decide di cambiare strada, cercandone una più agevole e meno pericolosa, perché la molla del suo agire era l’amore, che lo legava al Padre e a tutti quelli a cui Lui l’aveva mandato.
“Io sono la via, la verità la vita”, le parole di Gesù, e dobbiamo credergli, se per testimoniarne la verità, ha pagato un prezzo così alto.
Ma solo se ne facciamo esperienza, ci accorgiamo che queste ci danno la forza di scavare, strade lì dove apparentemente non esistono e arrivare con certezza ad un traguardo che non delude.
La scorsa volta concludendo la lettera al dottore di Milano, mi chiedevo se avevo trovato la strada, se era così importante cercarla, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
Era il 1996 e la mia fiducia la riponevo ancora tanto negli uomini e nei loro rimedi.
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Da "Il gioco dell’oca"
Quante cose erano successe da quando Daniela mi aveva annunciato che aspettava un bambino!
Erano passati appena due mesi da quando inaspettatamente me la vidi comparire all’Istituto di riabilitazione che ormai da un anno frequentavo.
Piccola, minuta, con gli occhi smisuratamente grandi, era tornata al lavoro dopo un lungo periodo di assenza.Ne avevo sentito parlare come l’unica fisioterapista del Centro che avrebbe potuto aiutarmi. Ma non pensavo fosse possibile.
Il suo terzo bambino, affetto da una rara e terribile malattia genetica, si era ammalato ancora. Questa volta era stato il cervello a farne le spese, attaccato da un carcinoma.
L’avevo immaginata con il volto scavato, prostrata dal peso di una croce così pesante.
Appena la vidi, capii subito che l’esperienza del dolore le aveva dato una forza non comune per se e per gli altri.
La paura di non trovare le parole per parlarle dei miei problemi, poca cosa di fronte a ciò che le era capitato, svanì di fronte alla sua capacità di mettersi in comunicazione con la sofferenza altrui.
Così mi potei presentare a lei con la mia disperazione e con la voglia mai doma di provare ancora l’ultima chance.Mi confermò la diagnosi dell’osteopata, dal quale ero in cura già da un anno senza successo.
La cosa incredibile era che esisteva un rimedio!
Mi parlò del metodo Bertelè, un programma di rieducazione posturale, assicurandomi che ce l’avrei fatta.
Così cominciai la nuova avventura con una gran voglia di riuscire e con lo spirito di sempre, incurante dei tremendi dolori alle gambe e alle braccia, che si scatenavano dopo ogni trattamento e che mi riducevano spesso all’immobilità.
Ero confortata però dal fatto che, da quando avevo iniziato la cura, di tanto in tanto il dolore sembrava allentarsi, concedendomi un po’ di tregua.
Aspetto un bambino, disse.
Come farò adesso?
Anche l’ultima esile speranza mi sfuggiva di mano.
Subito mi vergognai di aver egoisticamente pensato a me più che a lei. L’aspettava una gravidanza a rischio, quando era ancora alle prese con la terribile esperienza dell’ultimo nato.
Come potevo illudermi che potesse continuare ad occuparsi di me? A torto pensai che non l’avrei più rivista.
Mi dica dove ha studiato; quand’anche fosse la luna ci andrò.
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La luna, quella che aveva incantato Giovani e me quel pomeriggio che non sembrava mai finire, la luna, il luogo dei sogni irrealizzati e irrealizzabili, lontana quanto basta per non deluderti, se ti venisse la voglia di farci un viaggio, trascorrervi una vacanza.
Senza acqua, né aria, sicuramente ti passerebbe la voglia di andare così lontano, per trovare ciò che hai vicino, a portata di mano e non te ne accorgi.
La luna era Champoluc, dove la dottoressa inventrice del metodo applicato da Daniela si trasferiva l’estate con tutto il suo staff, ma a differenza di questa, non bisognava prendere un’astronave, per arrivarci, e di aria e di acqua ne aveva d’avanzo per dare vita ad un paesaggio da mozzafiato con il massiccio del Monte Rosa che si stagliava alle spalle e i boschi e i torrenti e il sole che faceva brillare la neve sulla cima del grande ghiacciaio e le case immerse nei fiori e tutto quanto neanche la fantasia riesce ad inventare.
Poi l’albergo di lusso, i terapisti, la dottoressa impeccabile con il suo camice bianco e i malati…
Già i malati erano l’unica cosa stonata in quella cornice di sogno.
Erano quasi tutti bambini e ragazzi, gli ospiti dell’albergo, affittato per l’occasione dall’equipe del Centro di ascolto,qualche mamma, qualche nonna e…molte badanti.
Erano i figli dei ricchi che se lo potevano permettere di parcheggiarli in quel luogo per andare finalmente in vacanza.
Il dolore innocente, quello incontrai in quel luogo, la luna che, come quella che si staglia nel cielo, ha il suo rovescio, se poco poco ti ci avvicini.
I malati, i grandi malati li avevo incontrati negli ospedali, ma i bambini no, mai… anzi sì, ora ricordo, il primo anno che insegnai a Francavilla in un Istituto di poliomelitici.
Allora non avevo strumenti per vedere, i loro occhi tristi, i loro stanchi sorrisi.
Non mi parlarono le loro stampelle, né la disarmonia dei loro corpi straziati.Non mi accorsi che non c’erano madri, né nonne, né badanti che li accudissero, che erano stati affidati alla carità e alla pietà dello stato che non sapeva o poteva fare di meglio che lasciarli chiusi là dentro.
Trent’anni dopo mi trovai a soffrire con loro e per loro, quelli che la società accantona e nasconde, per la prima volta affondando i miei occhi nei loro, cercando di carpirne il sorriso con una stretta più forte della mano, con il tocco leggero delle dita ad imitare una carezza, con l’incapacità di andare oltre per paura di perdermi.
Quando, finite le terapie, una sera con la dottoressa ci recammo alla baita, arroccata sulla montagna, per incontrare un prete in esilio che celebrava le messe in soffitta, e ci mettemmo a parlare di Dio, urlai con quanto fiato avevo in gola, che Dio è amore, per convincere me prima di tutti, ma fui prontamente smentita da chi pensava di saperne di più.
Lui, il santone, mischiando sacro e profano, non ci stava ad affermare ciò che lo avrebbe portato nella sfera dei giusti, del Giusto che non si dovette nascondere per proclamare la verità e che in esilio c’era venuto per testimoniare l’amore,. L’amore del Padre che aveva donato suo figlio per celebrare la Pasqua con noi e la messa non avesse mai fine.
Canto:Gloria al Signore che salva
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Da "Il gioco dell’oca"
1996
L’esperienza fatta a Champoluc, non aggiunse nulla a ciò che ormai avevo capito, grazie alle sollecite e sapienti cure di Daniela.
Dalla dottoressa mi aspettavo molto di più di quello che fu in grado di darmi.
Ma se da un punto di vista umano, fin dal primo momento, qualcosa non funzionò tra me e lei, da un punto di vista strettamente professionale, mi dette indicazioni e consigli di cui feci tesoro.
Fu grazie a lei che conobbi il dottor R., fu lei che mi fece notare la mia intrinseca difficoltà ad accettare il dolore, ad andargli incontro senza irrigidirmi.
Non volle sapere nulla di me, non prestò ascolto né quella volta, né le successive a ciò che le andavo dicendo, come se già tutto sapesse.
Quell’esperienza mi aiutò a capire che non esistono verità assolute e che tanto più grandi sono le aspettative, tanto più doloroso è doversi ricredere.
Comunque eseguii a puntino tutto quello che lei ritenne utile al mio caso, comprese le terapie che fui costretta a fare a Pesaro, in attesa che Daniela tornasse al lavoro.
Il ricordo di quei viaggi con scadenza settimanale è allucinante.
Continuai, nonostante che, dopo ogni trattamento, non fossi in grado per molti giorni di muovermi senza essere straziata da spasmi dolorosissimi..
Continuai perché ci credevo, perché non avevo scelta, perché non si dicesse che gettavo la spugna alla prima difficoltà, perché ero convinta che quel metodo era giusto.
Ma ci sono terapisti e terapisti.
In quel periodo ne cambiai tanti, ma non tutti riuscivano a dare al mio corpo gli stimoli giusti per farlo tornare a funzionare.
Ero sicura che prima o poi qualcuno ci sarebbe riuscito, anche se non sapevo quando.
L’unica a non crederci fu la dott. B. che mi congedò in occasione dell’ultima visita con un laconico biglietto, in cui si diceva che quella terapia non faceva per me.
Non furono dello stesso avviso Daniela e il dott. R., che mi consigliarono di insistere.
Convinta che era solo questione di tempo, mi armai di pazienza, pronta ad affrontare qualsiasi disagio, dolore o sofferenza, pur di arrivare alla meta.
Avevo trovato la strada. Chi avrebbe potuto fermarmi?
Così, almeno pensavo.
La strada passava per Champoluc, per i suoi boschi, per le sue montagne, ma anche e soprattutto per le persone che vi incontrai, per la sofferenza di cui traboccava l’albergo che ci ospitava, per quell’uomo, ritenuto un santone che non voleva credere alla misericordia di Dio, per il desiderio di cercarla lì dove mai avrei pensato che fosse, per Daniela che doveva mostrarmela tutta, non attraverso l’handicap del suo bambino malato, né quello di tanti suoi pazienti di cui continuava a parlarmi, ma nel suo donarsi a tutti quelli che a lei chiedevano aiuto o di cui lei percepiva il bisogno.
Daniela mi mostrò il volto misericordioso di Dio attraverso l’amore che passava per lei, per le sue mani, per il suo cuore, quell’amore che non risparmiò l’Innocente, il figlio di Dio dal patire e dal morire, perché si smettesse per sempre di soffrire e di morire..
Solo ieri Gesù, a cavallo di un asino entrava in Gerusalemme, in un tripudio di folla osannante, poi il tradimento, l’abbandono, il Calvario, la croce.
E’ questa la fine della strada?
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5 aprile 2004
Venticinque anni, tanti ce ne sono voluti, perché mi accorgessi dove portava la strada che ogni mattina osservavo affacciandomi dal balcone della cucina.
Era bella, piena di vita, al tramonto, l’estate, quando i bambini, attratti dalla frescura, si divertivano a giocare a pallone o si lanciavano sulle biciclette e i tricicli, perché di macchine ce n’erano poche e la strada era chiusa lì in fondo.
L’estate le piante di more s’insinuavano tra i muretti sbrecciati, le coppiette si stringevano più forte dietro le piante di fichi, una festa, le sere di agosto con il sole che, tramontando, restituiva un po’ di ombra alla terra assetata della strada, che non era ancora stata asfaltata.
Che portasse al cimitero non me n’ero mai accorta, per via di quel pino che hanno tagliato da poco e che lo nascondeva ai miei occhi
Ora è dritta, davanti a me, mentre scrivo e penso alla festa che deve venire, ma che sento già invadere l’aria e permeare di sé i cuori guariti dal pianto e dalla paura..
Quante morti dovevo subire, quante accettare per guardare oltre il pino tagliato e non smarrirmi, quel pino che per tanti anni aveva materialmente e idealmente chiuso e concluso la strada, nascondendo ai miei occhi le tombe del cimitero, sparpagliate sulla collina, ombreggiate dal verde degli alberi che tenevano al riparo da sguardi indiscreti il sonno dei suoi abitanti.
Dovevo imparare a morire, pian piano sentirmi l’accetta addosso di quel figlio che se ne andava, nella sua casa di sposo, di quel pino tagliato di fresco che mi aveva svelato il segreto che nascondeva, l’accetta di quel bambino che con la sua malattia mi aveva tolto Daniela e di quell’altro che reclamava sua madre perché voleva nascere e aveva tutti i diritti a portarmela via, l’accetta di quella terapia ritenuta miracolosa, che avrebbe dovuto liberarmi dall’handicap da cui volevo fuggire, l’accetta impietosa di una fine che arriva inaspettata, quella di mio fratello, la prima volta che non avevo trovato rimedi.
Quel fratello mi era venuto ad abitare vicino, dopo anni di lontananza e lo potevo vedere ogni mattina, quando mi alzavo e aspettavo che uscisse il caffè, dalla finestra della cucina.
Questa strada ora osservo e mi parla di morte e di vita attraverso le foglie degli alberi che sono spuntate sui rami, attraverso il sole che ogni giorno scompare dietro le case del cimitero, attraverso la luce che lo rischiara quando al mattino si alza nel cielo, attraverso la forma mutata di una strada, da poco asfaltata, dove prepotenti lampioni oscurano le piccole luci della grande casa dei morti che riposano sulla collina.
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Un Dio di amore che è venuto a predicare la morte, come avrebbe potuto convincermi? Come io avrei potuto convincere gli altri che era vero il contrario?
Nell’ultima cena ho trovato la chiave per entrare dentro il mistero di una morte che dà la vita, di un albero spoglio issato sulla collina, che continua a germogliare e a saziare tutti quelli che hanno fame e sete di amore, tutti quelli che cercano Dio.
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Preghiera
Signore ti ringrazio perché mi hai dato la vita, per godere della vita, non della mia Signore, ma della tua quella che tu hai donato sulla croce, quella che ci chiami a donare ai nostri fratelli.
Ti lodo ti benedico perché sei un Dio di amore, perché mi chiami all’amore, perché in me e in ogni uomo hai messo il desiderio insopprimibile di te.
Ti ho incontrato inchiodato ad una croce, mentre ti cercavo nel cielo, nelle stelle, nello spazio infinito, azzurro e astratto dei miei sogni, delle mie fantasticherie .infantili..
Ti cercavo Signore dovunque c’era grandezza, potenza, gloria, ti ho incontrato nudo, piagato, sofferente, coronato di spine, inchiodato ad un legno..Ti ho cercato nella vittoria, ti ho incontrato nella sconfitta, ti ho cercato in alto e ti ho incontrato mentre ti accingevi a lavarmi i piedi.. Ho guardato il tuo volto sfigurato, il tuo corpo piagato, la tua nudità blasfema e ti ho riconosciuto. Quel volto dell’amore che non riuscivo a trovare lontano, tu l’ hai mostrato a me nella pena dipinta sul volto dei miei fratelli che cercavano una carezza, un bacio, un gesto di tenerezza a cui tu mi chiamavi, l’amore che non dovevo aspettarmi dagli altri ma che dovevo dare a quelli incontrati sulla mia strada.
Signore ti ringrazio dell’invito che fai ad ogni uomo prima di metterti in cammino sulla strada che porta al calvario, quello di cenare con te, ti ringrazio di quel pane e di quel vino, viatico indispensabile perché possiamo aspettare senza paura la tua ora, la nostra ora.
Canto:Davanti a questo amore
5 aprile 2004
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18 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un’altra settimana è passata, grazie a Dio, non invano.
Se non fosse per il sì che dissi a questo servizio, a luglio, non avrei avuto l’opportunità di cogliere le tante occasioni che mi offre per battere strade nuove, addentrarmi in luoghi sconosciuti ed impervi e vedere il sole, la luce lì dove sembrava che non ci fosse, stupire per la presenza di Dio nella storia mia e di ogni uomo, vedere nel seme che sta marcendo la vita nuova che nasce, il frutto maturo che Dio ci ha preparato, incontrandolo nella quotidianità dei gesti, delle parole, di questo tempo che ci ha donato. .
Quando finii di scrivere il libro, "Il gioco dell’oca", pensavo che ormai avevo tutto sperimentato, tutto fatto per godermi finalmente il premio di tanto dolore.
Non era invece quello che l’inizio di una più sofferta ma entusiasmante avventura, dove, andare con Cristo, significa battere tutte le strade, visitare tutti i paesi, ma specialmente entrare in tutti i cuori piagati, sofferenti afflitti della storia di oggi, di ieri, di sempre.
Quando don Remo, il direttore di questa emittente, mi chiese di collaborare con lui, mi propose di fare lezioni di geografia, una materia che non ho mai amato, ma che ero stata costretta ad insegnare per tanti anni. Non volevo dirgli di no, ma ho sperato che le cose andassero in modo diverso, e così è stato.
Oggi mi chiedo se in quella richiesta non ci fosse un suggerimento da parte di Qualcuno che dirige la storia e che ci porta a fare anche ciò che non ci piace e che non sappiamo fare.
7 febbraio 2004– La luna
Ieri con Giovanni ho visto la luna, l’ho vista con i suoi occhi, ho sobbalzato, guardandola e stupendo per quella meraviglia che si era mostrata all’improvviso ai nostri occhi.
Era piena era tonda, era lucida e bella la luna, ieri sera, quando l’abbiamo scoperta, scostando per caso le tende dalla finestra.
Eravamo intenti a trascinare l’ultima mezz’ora di un pomeriggio, chiusi in casa, io inventando giochi e sorprese, mettendomi a terra, facendo il pagliaccio, battendo le mani, con lui, disegnando semafori e bau bau che sembravano asini e conigli che sembravano oche, facendo torte che non si mangiano, con le mani pasticciate di farina e di acqua e i fornelli accesi per fare la pappa e i pop corn che scoppiano e che fanno pan pan e il tappeto e i giochi e i cuscini e la bimba, il bambolotto, che dorme e ci vuole la coperta e bisogna cambiarla, perché ha fatto la cacca e darle da mangiare e da bere, e il pesciolino che apre e chiude la bocca, e il C.D. che continua a chiedersi: come fa il coccodrillo, buh! chi lo sa? E Giovanni che salta che balla, che piange, che vuole l’acqua e il biscotto e il ciuccio, che vuole premere tutti i bottoni e mettere in moto la lavatrice e aprire tutti i cassetti e giocare con le pignate.
Poi lo sgabello…la stanchezza era tanta…lo sgabello spostato, trascinato a fatica sotto la finestra da lui…e la luna…
A pensarci che c’era la luna, e le stelle, e la notte con le luci lì in alto e quelle che venivano dai palazzi lontani del centro, e i fanali delle macchine che, rade, passavano lungo la strada…
Uno squarcio di cielo, uno squarcio di terra nel buio della sera, attraverso il varco delle tende scostate.
Il tempo mi era scappato a pensare come stupire, interessare un bambino….e gli alberi, e il vento, e le foglie…
Quante cose da vedere, da sentire, quante da raccontare, guardando dalla finestra!
Giovanni è dovuto salire su uno sgabello, per schiacciare il nasino sui vetri e lasciarci l’impronta, e io mi sono dovuta sedere, abbassare, perché fossimo pari e, stretti, facessimo festa alla luna, alle stelle, alle chiome alte degli alberi, alle luci lontane e vicine dei palazzi e delle automobili….
D’improvviso sono scomparsi dalla sua mente i giochi con cui il pomeriggio si era trastullato e le immagini del video che avevano fatto da sfondo al suo desiderio di scoprire e di saperne sempre di più.
Ci siamo abbracciati nel buio e abbiamo passato in rassegna il cielo e poi le cime degli alberi, mosse dal vento leggero, e poi le luci lontane della città, e il bagliore dei fanali che a tratti illuminavano la strada che passa vicino alla casa, e Huc, che non abbaiava, perché era incantato come noi, a guardare la luna…
Non era forse una lezione di geografia?
Se me l’avessero presentata così forse non mi sarebbe sembrata la materia più pesante e ostica da digerire, e da insegnare.
Così il 30 maggio 2001, dopo aver incontrato il Signore, mi trovai ad insegnarla ad una persona che non la conosceva.
DAVANTI AL CIELO STELLATO
Quando ti senti solo, quando ti senti abbandonato, quando ti senti messo da parte, quando pensi che nessuno si ricordi di te, affacciati alla finestra, alza gli occhi e guarda il cielo stellato … Quante luci riesci a vedere? Quante ne immagini nello spazio ristretto del tuo limitato orizzonte?
Pensa… ciò che vedi ha una profondità infinita, le luci che distingui sono nulla, gocce d’acqua nell’oceano del cielo profondo e sconfinato.
Pensa… ogni stella si muove secondo una legge per lei fissata dalla notte dei tempi, intorno a lei girano i pianeti, intorno ai pianeti i satelliti, ognuno con una precisione millimetrica, secondo un tempo che è stato dato ad ogni più piccolo essere come sua misura…
Moltiplica quelle luci, moltiplica quei movimenti, moltiplica il tuo piccolo quadro di cielo all’infinito, e…. sei infinitamente distante dalla verità.
Pensa… dietro ad ognuna di quelle luci dietro ad ogni impercettibile movimento, dietro ad ogni realtà percepita dall’uomo con i suoi strumenti imperfetti c’è Qualcuno che quella realtà, quel movimento, la legge che lo regola li ha creati. Tanta perfezione, per cosa?
Guarda te ora… guarda i tuoi occhi capaci di comprendere e abbracciare ciò che è così tanto più grande di loro, guarda il tuo cuore, quel cuore che ora senti piagato e pensa…
Il tuo cuore ha in se un’ansia infinita di amore, un desiderio infinito di assoluto, di Dio…ha un’ansia infinita di infinito. Eppure il cuore per quanto grande è piccolo rispetto al corpo che lo contiene! Eppure il cuore soffre più di qualsiasi altro organo, più di qualsiasi altra parte del corpo!
Pensa… le cose piccole capaci di cose grandi! Gli occhi, il cuore capaci di accogliere la più grande pena, ma anche la più grande manifestazione di amore, quella di Dio!
Se guardo il cielo
Opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate, che cos’ è l’uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere
sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Così recita un salmo.
Di fronte a quel cielo stellato ci sei tu, di fronte alla più grande meraviglia del Creato ci sei tu, piccolo, fragile, smarrito, turbato, ma ci sei.
Tu sei prezioso di più della più luminosa stella che riesci a vedere ad occhio nudo dalla tua finestra, sei prezioso perché Dio ha fatto tutto quello che ti sta davanti per te, perché potessi percepire un frammento della Sua potenza, della Sua grandezza, un frammento del Suo amore.
Se ad ogni stella, ad ogni pianeta, ad ogni molecola, ad ogni atomo che sono inerti e senza vita ha dato il compito così grande di celebrare la Sua gloria, quanto più grande è il progetto su di te, sull’uomo che si eleva su tutte le cose create e le domina con il suo pensiero!
Guarda lontano, guarda in alto; guarda ora dentro di te.
Scoprirai che quell’universo che ti sembra così irraggiungibile, così perfetto e misterioso, davanti ai tuoi occhi è dentro di te. E’ un universo da esplorare, è un universo in cui troverai le risposte che cerchi, è l’universo delle emozioni e dei sentimenti che arricchiscono e illuminano il cielo sconfinato della tua anima.
Guarda, ma ad occhi chiusi: E vedrai dentro di te accendersi tante stelle luminose. Vedrai che nel buio più profondo, proprio come in quel cielo da cui tu ora hai distolto lo sguardo, spuntano fiori stupendi, che tu non ti eri accorto di avere piantato.
Nel tuo cuore Dio ha seminato ciò che vuole tu impari a guardare: vuole che tu nel tuo cuore riscopra l’amore con cui Lui ti guarda, vuole che tu almeno una volta ti fidi di Lui.
E’ ansioso di manifestarti il Suo progetto meraviglioso che ha in serbo per te, desidera che almeno una volta tu gli permetta di entrare per farsi conoscere più da vicino.
Vuole incontrarti non nel cielo infinito, ma nella tua pena, nella tua sofferenza, nella tua difficoltà di ogni giorno, nel tuo bisogno di amore non soddisfatto, per trasformarli in canto di gioia, in inno di lode a Lui, che non ha smesso neanche un momento di occuparsi di te.
Canto:Creati per te
Mi sarebbe certo servito nei lunghi lunghissimi anni della mia malattia, ascoltare queste parole e farle mie, per guardare il cielo con gli occhi di un bimbo con il cuore aperto all’amore del Padre.
Ma nel 1992 ero ancora lontana dal percepire la ricchezza e la bellezza della casa che Dio ci aveva dato, fatta di cielo e di terra di monti e di fiumi di stelle e di fiori.
Mi preoccupai, allora, solo di ristrutturare la casa dove abitavo.
La ristrutturazione comunque rispose ad un’esigenza interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
Ma, siccome in ogni cosa che faccio investo sempre tutta me stessa, uscii dall’estate fortemente provata nel fisico.
Da "Il gioco dell’oca"
1992
Riuscii a riprendere servizio solo a novembre, salvo rimettermi in permesso dopo neanche un mese. Facevo uno sforzo infernale a stare seduta o in piedi; non parliamo poi del camminare.
Fu allora che il preside, arrivato da poco nella nostra scuola, volle indagare su tutte le mie assenze.
Mi vidi pervenire così il corposo dossier al quale ora sto attingendo.
La rabbia fu tanta e ancor di più la voglia di farcela.
Convinsi i medici della Commissione che era solo un problema di riabilitazione e che ce la potevo fare.
Mi dettero sei mesi di proroga. A luglio dovevo essere guarita.
L’agopuntore, medico sensibile ed esperto, da cui mi recavo assiduamente, continuava a farmi coraggio e a spingermi a riprendere il lavoro interrotto.
Fu lui a ridarmi fiducia, fu lui a convincermi che valevo qualcosa.
In fondo per insegnare non erano necessarie le gambe. Bastava stare seduti e avere una buona voce
1992/93
Ripresi la scuola, alzandomi dal letto, dopo un’estate piena di dubbi.
La sezione, i colleghi, il plesso, tutto era nuovo per me.
Il preside aveva provveduto a spostarmi perché nessuno voleva un insegnante continuamente malata.
Dovevo ricominciare da capo, non sapendo neanche se avrei resistito un minuto su qualcosa che non fosse una sdraio o un letto.
La tensione era alle stelle, ma dovevo farcela. Ricordo le unghie affondate nella carne per non sentire le violente contratture della schiena o della spalla.
Alla fine dell’anno scolastico avevo fatto solo quattro giorni di assenza, ma avevo perso completamente la voce
L’estate si presentò con i connotati di sempre. Per compensare la forzata immobilità a cui mi costringeva il male, mi buttai freneticamente sul mio hobby preferito. Incurante del dolore al gomito destro, usai la mano sinistra, così che alla fine non mi dolevano solo i gomiti, ma tutte le braccia fino alle spalle. Arrivai all’estate che non le potevo più muovere.
In agosto ero puntuale nello studio dell’ortopedico a fare infiltrazioni per una epicondilite bilaterale. Per tre mesi ho mangiato, prendendo il cibo con la bocca, non riuscendo neanche a lavarmi.
Né fasce, né laser, né agopuntura la spuntarono.
Forse avrei dovuto dare ascolto alle parole dette dal medico per alleggerire l’atmosfera… che senso aveva darsi tanto da fare? Sicuramente il male sarebbe uscito da un’altra parte.
Onestamente devo dire che in quel periodo la schiena mi dava un po’ tregua per cui mi convinsi che non tutti i mali vengono per nuocere.
1993/94
Ripresi la scuola a settembre in condizioni disastrose. Non riuscivo a scrivere, né a stare seduta, né a parlare. Lungi dallo scoraggiarmi, presi di petto il problema "voce" che mi sembrava il più urgente, visto il lavoro che svolgevo.
Mi recai da un amico otorino che, dopo numerosi tentativi, riuscì a farmi una laringoscopia molto alla buona. Mi fece presente che avevo due noduli e che era necessario prenotare l’intervento: concordammo per il 10 dicembre.
Una settimana prima della scadenza mi venne in mente di consultare un altro specialista.
Con un tubicino sottile, collegato ad una fibra ottica, il dottore senza difficoltà esaminò le mie corde vocali. Piansi di gioia quando mi disse che avevo un piccolissimo nodulo che si sarebbe riassorbito con la rieducazione della voce.
Quell’uomo non lo conoscevo e mi sorpresi non poco quando andai a pagare …mi aveva fatto lo sconto sulla parcella.
Aveva forse avuto pietà?
Esaminando i miei disturbi mi ero accorta che nel momento in cui, per esercitare una qualsiasi attività, avevo bisogno di una parte del corpo, questa si bloccava.
L’ansia, di qualsiasi tipo essa fosse, acuiva il disturbo fino ad immobilizzarmi del tutto.
Se riuscivo ad allentare la tensione avrei evitato il peggio. Così se avevo bisogno di braccia facevo due passi, se dovevo stare in piedi mi mettevo a cucire.
Il neurologo, che, tranne per brevi periodi, mi aveva seguito, sosteneva che non produco endorfine.
Non convinta mi rivolsi ad un altro specialista. Per neutralizzare l’ansia mi prescrisse Adepril, la medicina miracolosa che allentò gli spasmi del corpo impazzito.
Ingrassai 25 chili, in un mese passato a dormire.
Si bloccò la peristalsi intestinale e mi si gonfiò l’addome, come fossi incinta.
Non digerivo più niente e ogni notte, con un colpo di tosse, buttavo fuori all’improvviso una parte del cibo ingerito.
Avevo costantemente la nausea e in bocca un sapore disgustoso.
Decisi di smettere la cura che non mi faceva vivere. Mi ero andata convincendo che i problemi digestivi dipendevano non solo dall’ernia iatale, che era venuta fuori nel ’92 in uno dei tanti accertamenti, ma anche dal fegato che era stato bombardato, nel corso degli anni, con ogni tipo di medicina.
A Chieti feci un check up completo, alla fine del quale risultò che non avevo niente, tranne due noduli alla tiroide: uno caldo e uno freddo.
Non era la risposta che cercavo, per cui non detti peso alla cosa.
Ormai avevo capito che, se ne volevo sapere di più, non mi dovevo fidare della medicina ufficiale.
Sentii dire di un reflessologo e incuriosita mi presentai al suo studio.
Rimasi allibita quando, toccandomi un piede, mi chiese se avevo avuto un epatite.
Il ricordo dell’itterizia di tanti anni prima era sbiadito ma non cancellato: aggiunse che fegato e reni funzionavano male e mi propose un ciclo di massaggi, abbinato ad una dieta che escludeva i latticini e le carni rosse.
Alla fine del trattamento mi sentivo rinata, tanto che il benefattore si sentì in dovere di occuparsi anche della schiena.
Mi bloccai in modo drammatico alla prima manipolazione.
Così cominciò l’estate del 1994.
Mi misi in mente di venirne a capo una volta per tutte.
Ero stufa di curarmi a pezzi, ero stufa di sentirmi dire che parlavo con il corpo, ero stufa di essere presa per matta, ero stufa di vergognarmi di stare male, ero stufa di tutte le chiacchiere che fino a quel momento ero stata costretta a sentire.
Volevo sapere, se per me esistevano speranze di guarigione. Mi sarei messa l’anima in pace e avrei smesso di lottare contro i mulini a vento.
Il primo che consultai mi disse che per me non c’erano speranze di alzarmi dal letto. Le aderenze della prima operazione avevano bloccato tutta la zona lombosacrale.
Il secondo, più autorevole, disse che non avevo niente e che dovevo fare solo un po’ di ginnastica, non meglio precisata.
Il terzo, più autorevole di tutti, disse che non avevo uno straccio di muscolo, per cui consigliava 20 massaggi e ginnastica per due mesi.
Cercare un fisioterapista adatto fu impresa difficile, trovarlo d’estate poi impossibile.
Era la fine di luglio e agosto, il mese che più temevo, era alle porte.
Eppure tutti l’aspettano per andare in vacanza.
Da quando questa parola aveva cominciato a farmi paura?
Devo tornare molto indietro nel tempo per capire che l’ho sempre associata all’abbandono, alla beffa di chi me la offriva, prendendosi gioco di me.
Non fu così quando ad un anno, dopo la nascita di mia sorella, mia madre mi mandò a Popoli? E quando, a 14, andai per la prima volta da quello zio di Bologna, che solo da poco non mi perseguita più anche nei sogni?
Non ancora riuscivo a liberarmi dall’incubo che ancora una volta sarebbe successo.
La geografia…le vacanze… a vedere altri luoghi, altro cielo, altri mari e quelli che li abitano!
Ma come pretendere di conoscere ciò che non hai mai visto, se non hai imparato a leggere nel libro che ogni giorno si apre, sul miracolo di un cielo dove infinite stelle si spengono e altrettante si accendono, sul miracolo di un mare dove infinite gocce di acqua messe assieme riescono a rispecchiare la luce che viene dall’alto, ma mai tutta , mentre una piccola goccia è destinata a seccare e a morire se rimane da sola a godersi il pezzetto di cielo in essa riflesso, sul miracolo di una terra nel cui seno si preparano i segni delle stagioni, dove si custodisce gelosamente il segreto del seme che deve marcire e morire per dar vita alle piante e a chi da esse prende vita e sostegno.
Dio ci ha messo sotto gli occhi il più bel libro di geografia perché ce ne innamorassimo e la spiegassimo agli altri, senza lauree o diplomi ufficiali, solo con la grazia che da Lui viene, Lui che nel cielo, nel mare, nella terra si svela.
E pensare che di geografia non me ne intendevo e l’ ho insegnata agli altri, ma senza entusiasmo, perché mi era estraneo tutto ciò che dovevo imparare a memoria e di cui non avevo fatto esperienza.
Ora mi sembra di avere le ali e mi ritrovo ora al polo ora all’equatore, ora a guardare la grande distesa del mare, ora a stupire con Giovanni che vede per la prima volta la luna.
Canto: Il tuo amore è grande
23 febbraio 2004

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La luna

Ieri con Giovanni ho visto la luna, l’ho vista con i suoi occhi, ho sobbalzato, guardandola e stupendo per quella meraviglia che si era mostrata all’improvviso ai nostri occhi.
Era piena, era tonda, era lucida e bella la luna, ieri sera, quando l’abbiamo scoperta, scostando per caso le tende dalla finestra.
Eravamo intenti a trascinare l’ultima mezz’ora di un pomeriggio, chiusi in casa, io inventando giochi e sorprese, mettendomi a terra, facendo il pagliaccio, battendo le mani con lui, disegnando semafori e bau bau che sembravano asini e conigli che sembravano oche, facendo torte che non si mangiano, con le mani pasticciate di farina e di acqua e i fornelli accesi per fare la pappa, e i pop corn che scoppiano e che fanno pan pan, e il tappeto, e i giochi, e i cuscini, e la bimba, il bambolotto che dorme, e ci vuole la coperta e bisogna cambiarla, perché ha fatto la cacca e darle da mangiare e da bere, e il pesciolino che apre e chiude la bocca, e il C.D. che continua a chiedersi: come fa il coccodrillo? buh! chi lo sa? E Giovanni che salta che balla, che piange, che vuole l’acqua e il biscotto e il ciuccio, che vuole premere tutti i bottoni e mettere in moto la lavatrice e aprire i cassetti e giocare con le pignate.
Poi lo sgabello…la stanchezza era tanta…lo sgabello spostato, trascinato a fatica sotto la finestra da lui e… la luna.
A pensarci che c’era la luna, e le stelle, e la notte con le luci lì in alto e quelle che venivano dai palazzi lontani del centro, e i fanali delle macchine che, rade, passavano lungo la strada…
Uno squarcio di cielo, uno squarcio di terra nel buio della sera, attraverso il varco delle tende scostate.
Il tempo mi era scappato a pensare come stupire, interessare un bambino….e gli alberi, e il vento, e le foglie…
Quante cose da vedere, da sentire, quante da raccontare, guardando dalla finestra!
Giovanni è dovuto salire su uno sgabello, per schiacciare il nasino sui vetri e lasciarci l’impronta, e io mi sono dovuta sedere, abbassare, perché fossimo pari e, stretti, facessimo festa alla luna, alle stelle, alle chiome alte degli alberi, alle luci lontane e vicine dei palazzi e delle automobili….
D’improvviso sono scomparsi dalla sua mente i giochi con cui il pomeriggio si era trastullato e le immagini del video che avevano fatto da sfondo al suo desiderio di scoprire e di saperne sempre di più.
Ci siamo abbracciati nel buio e abbiamo passato in rassegna il cielo e poi le cime degli alberi, mosse dal vento leggero, e poi le luci lontane della città, e il bagliore dei fanali che a tratti illuminavano la strada che passa vicino alla casa, e Huc, che non abbaiava, perché era incantato come noi, a guardare la luna…
 7 febbraio 2004