22 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro e affettuoso saluto a tutti amici di Radio speranza e auguri di buona Pasqua, di tutto cuore.
Ho sempre pensato che i giorni dedicati alle festività pasquali erano troppo pochi per accorgersene e goderne, e gli auguri o si faceva in tempo a farli prima che tramontasse il sole sulla domenica di resurrezione o non valevano.La frustrazione per non essere riusciti a farlo prima era sempre grande, perché bisognava fare i conti con i giorni lavorativi nei quali si incuneava questo scampolo di primavera, di luce e di sole, un tempo dedicato alle evasioni, alle passeggiate fuori città, un tempo in cui la messa mal si conciliava con la preparazione del pranzo pasquale e dei progetti per la gita tradizionale del giorno dopo.
Non mancavamo però, quando eravamo piccoli, all’ appuntamento del venerdì santo, per vedere la processione che attraversava tutta la città, accompagnata dalla banda, che scandiva lenta i passi faticosi di chi doveva trasportare i simboli astratti di una storia che non ancora ci apparteneva.
Al cordoglio dei grandi noi bambini non potevamo che unire lo stupore per quello spettacolo inconsueto e per il bagliore dei fuochi che senza rumore, dai tetti, dalle serrande abbassate dei negozi illuminavano il passaggio del Cristo morto e della madre vestita di nero.
Poi le frittelle che mamma faceva, una festa, il giorno del digiuno, perché erano di baccalà e di cavoli e quando mai aveva il tempo, lei che era maestra e lavorava lontano, a farle in un altro giorno dell’anno, quando tornavamo da scuola affamati, ed era un miracolo che lei arrivasse prima di noi e avesse acceso i fornelli.
Le uova non erano di cioccolata e ci litigavamo quelle della pancia delle pupe e dei cavalli che mamma faceva per farcele portare alla gita..
Poi siamo diventati grandi e un colpo di spugna è passato sulle uova colorate con la verdura bollita e sulle pupe e i cavalli e le colombe coperte di glassa e di confettini di tutti i colori.
Alla ricerca di una sorpresa che ci appagasse e colmasse il vuoto di tradizioni che i nonni si erano portati dentro la fossa, affascinati dal richiamo lusinghiero delle mode d’oltre oceano, abbiamo seguito il fascino subdolo e allettante di delizie che promettono ciò che non mantengono: le sorprese di latta o di plastica, il mal di pancia immancabile alla fine di tutte le feste.
Quante emozioni, quanti ricordi… sacro e profano si mischiano nella memoria che, con un pizzico di nostalgia, vorrebbe ripescare in quella gioia innocente il senso di un mistero profondo che solo il tempo avrebbe provveduto a svelare, il mistero racchiuso in una festa che finì per non dirci più niente, essendo svanita anche l’ansia gioiosa e impaziente per il momento in cui si scioglievano le campane, a mezzogiorno del sabato santo, sì che tutti le potevamo sentire.
Poi cominciarono a scioglierle a mezzanotte, quando stavamo a dormire, e non ci siamo più accorti che Gesù continuava a risorgere ancora, e che la festa non era finita.
Fu forse allora che la stanchezza ci prese e anche il sonno, sì da non poter ascoltare cosa ci avrebbero detto i dolci e festosi rintocchi che muovevano l’aria la mezzanotte del sabato santo.
Una Pasqua priva di senso per chi non aveva chi gli colorasse le uova e gli preparasse i dolci per una gita che non poteva più fare..
Agli alunni continuavo a dare temi sul significato di ricorrenze cadute in disuso, a chiedere e a chiedermi come si poteva riempire il vuoto del tempo passato a sperare che arrivi il tuo treno, quel treno che ti porti lontano a vivere la vita come l’avevi sempre pensata, come l’avresti voluta, con qualcuno che si facesse carico delle tue difficoltà, dei tuoi limiti, che non ti chiedesse il conto del servizio prestato, e che ti portasse sulle sue spalle ad ammirare le meraviglie dei prati coperti di fiori, dei boschi rinverditi di fresco, e che ti preparasse un cibo che non cambia col tempo e con le stagioni, che non provoca allergie e mal di pancia pure se ne fai un abuso.
Dopo Champoluc, dove mi recai nel 96’ e la delusione che ne conseguì, continuai con più frenesia a cercare l’antidoto ad una vita sempre più avara anche di sogni, ad inseguire l’ennesimo rimedio per non rimanere schiacciata , travolta dal traffico vertiginoso della gente che, come me, rincorreva la chimera di una felicità che rientrava dentro gli schemi.
Continuavo a chiedere risposte agli uomini, dagli uomini continuavo a sperare l’aiuto, quell’aiuto che mi arrivò tempestivo, quando decisi di rimanere sveglia per ascoltare cosa avevano da dirmi quelle campane.
Da"Il gioco dell’oca"
.
Il senso? – La fatica di vivere

1996/97
C’è qualcuno che si prese la briga di tenere il conto di quanti medici, analisi, ricoveri, attese, domande, mancate risposte, quanto denaro, tempo, chilometri, furono spesi in quel periodo per rendere meno gravoso il peso di un’esistenza che si trascinava tra un sintomo e un altro, tra un dolore e un altro dolore: lingua, gola, stomaco, utero, braccia, gambe, piedi, mani, collo, pelle, fegato, intestino, tutto era un problema tutto, pareva non funzionare.
Così c’era chi mi diceva di asportare l’utero, chi di non dare peso alla lingua, alla gola, intasati, infiammati … forse era un tumore, forse un’allergia, ma no…:forse anzi sicuramente un disturbo psicosomatico!
…E il fegato? Quello sì che ne aveva di problemi, stando ai disturbi che recepivo e riferivo, ma che la medicina ufficiale si ostinava a non prendere in considerazione.
Magra consolazione veniva dal fatto che l’iridologo, il reflessologo, l’agopuntore e l’omeotossicologo fossero dalla mia parte.
Per cosa?Per sostenere ciò che nessuno voleva sentire, perché bene o male è il servizio sanitario nazionale che comanda per approfondire una ricerca, per autorizzare un ricovero, per esonerarti dal pagamento oneroso di esami, a suo parere inutili.
E poi guai a lasciarti scappare che vai da questi ciarlatani, che stanno lì solo a spillarti dei soldi!
Ha importanza dire che almeno questi ultimi ci avevano provato, ti avevano ascoltato, dando importanza al tuo dolore, alla tua sofferenza e ti avevano in qualche modo aiutato a rialzarti, quando niente e nessuno sapeva darti risposte credibili?
E l’ernia iatale? ce l’ hanno tutti…cosa vuole che le dica…mangi poco… dimagrisca…faccia molto moto, lunghe passeggiate… (io che da una vita me le sognavo la notte, le passeggiate, non riuscendo a fare dieci metri senza dolore)…ma mai, dico mai la menta e la cioccolata, mi raccomando!
E l’utero, che ce l’ha a fare, se le dà tanto fastidio? Meglio toglierlo questo ingombro, data l’età …. i cerotti, sì, i cerotti, vedrà … starà meglio.
Meglio? Starà meglio chi li vende, immagino. Non io, che di benefici ebbi 25 chili messi su in poco tempo e mestruazioni risuscitate che ripresero a tormentarmi con dolori terribili per 20 giorni filati al mese gli altri…ad aspettare il prossimo turno.
Il bello è che ogni volta mi si bloccava la schiena.
Ma tutti soffrono di mal di schiena!
Vuoi mettere una malattia che tutti conoscono, perché prima o poi un doloretto: chi non ce l’ha in quella sede? il tempo che cambia, l’umidità, un movimento brusco, un’infreddatura e poi, quante protrusioni, ernie espulse, migrate, e quante osteoporosi, artriti, artrosi, reumatismi, interventi usciti bene tutti o quasi.
Il popolo dei disturbi alla colonna vertebrale mi sta tutto dinanzi con le sue domande, i suoi dubbi, con le sue poche certezze che confrontava con me ogni volta che mi ritrovavo seduta, a spiegare perché avevo chiesto una sedia, perché non potevo in piedi ad aspettare il mio turno.
Ogni mese ritornavo nella schiera dei normali, non più extraterrestre con una patologia chiara, lampante e riconosciuta da tutti.
Anche i cerotti: tutte le donne in menopausa oggi li portano, … li vuole togliere? … che pazzia … vedrà, vedrà!
Sì. Poi vidi che al seno era nato, per quell’anno di fede indiscussa nei prodigi della scienza, un ispessimento sospetto. Di lì corse a non finire per placare la paura, il dubbio, l’angoscia.
…e l’Eutirox, medicina killer, 150 mg al giorno, che il grande F. dottore professore, studioso ricercatore di fama, mi aveva prescritto?
Ma i tremori, maledetti tremori, i crampi continui, le tachicardie non potrebbero esserne la conseguenza?
…anche un aereo oggi è caduto in America, e non si può dire che sia colpa dell’Eutirox…mi sento rispondere dall’alto di un inaccessibile Olimpo…. anzi, scriverò al suo medico curante due righe.
Conta qualcosa che, in quelle due righe, c’era l’ennesima etichetta appiccicata su tutte le altre, sempre la stessa, sempre uguale: il soggetto è neurodepresso e non accetta la malattia?
Per questo c’era il neurologo che provvedeva a togliermi ogni dubbio, continuando a sostenere che non producevo endorfine e che sì, era meglio, anzi, indispensabile fare una cura, proviamo con questo, anzi, è meglio quest’altro … mi faccia sapere, chi se ne frega.
Ma io me ne ridevo di tutte quelle panzane, perché, cosa incredibile, riuscivo, nel tempo che mi avanzava da questo incubo senza fine, a svolgere il mio lavoro, e anche bene.
La gratificazione che me ne veniva era la medicina migliore per farmi dimenticare tutti i malanni.
Così pensavo quel pomeriggio del 20 giugno 1997, mentre, alla guida della mia auto, mi accingevo a buttarmi alle spalle la fatica di un anno vissuto intensamente ed eroicamente per far trionfare nel mio istituto un progetto di formazione e prevenzione del disagio giovanile.
Ero andata avanti, nonostante i mille ostacoli della burocrazia, del preside, dei colleghi, di tutti quelli che non vogliono o non possono aprire gli occhi al dramma di chi non riesce in tempi accettabili ad entrare nell’ingranaggio di una scuola, che ha dimenticato il suo ruolo primario: quello formativo.
Ero orgogliosa dei risultati ottenuti, nonostante il più fosse ancora da fare.
Persa nei miei pensieri dell’ieri e del domani, a fatica, tornai alla dimensione presente quando mi accorsi che ero stata brutalmente scaraventata sulla macchina che mi precedeva di alcuni metri da un autista distratto e frettoloso.
Non ho mai pensato che il pericolo potesse venirmi da dietro, per cui non mi resi conto subito di cosa fosse successo.
Qualcuno mi convinse ad andare al Pronto Soccorso.
Ci andai riluttante.
Altre volte per problemi ben più gravi non avevo ritenuto opportuno recarmici.
Ma la giornata era calda e io non avevo né voglia, né forza sufficienti per discutere.
Quella che sembrava una piccola contusione, con il passare delle ore, si rivelò in tutta la sua gravità.
Così sperimentai una nuova localizzazione del dolore che si aggiunse alle altre, senza annullarle. Non avevo mai sofferto di mal di testa fino a quel momento, per cui mi trovai impreparata ad accogliere quel dolore devastante, che m’impediva anche di pensare.
L’uso delle braccia divenne sempre più problematico, come anche quello degli occhi.
Dovetti rinunciare alla dolce abitudine di scrivere.
Eppure il sogno di portare a compimento l’opera iniziata con la lettera al dott. R., da inserire in una mia biografia, era rimasto nel cassetto.
Di sicuro c’era il titolo: “Il gioco dell’oca”
Non era forse la mia vita un grottesco gioco a dadi con un avversario invisibile, dove il caso sembrava dominare gli eventi?
Sono dadi truccati, mi dicevo, perché nonostante avessi affinato le tecniche, nonostante avessi studiato tutte le possibili mosse dell’avversario, mi ritrovavo sempre al punto di partenza.
Con sempre meno forza e meno entusiasmo, mi ritrovavo a tirare i dadi, ma mi andavo sempre più convincendo che mancava il senso a quell’altalena infernale di esaltazioni titaniche e di abbattimenti sconfinati.
Anni addietro Gianni, mio marito, mi aveva regalato un libro dalle pagine bianche, tutto da scrivere, con la sola stampa del titolo e del nome dell’autore sulla grande copertina gialla.
Testimone silenzioso di tante notti insonni mi aveva visto riempire il vuoto di giornate interminabili, lontana dal flusso impetuoso della vita che scorre fuori dalle finestre, lontana dai rumori assordanti della città che lavora e produce, con la registrazione fedele di tutto ciò di cui facevo esperienza, nei fogli bianchi dei miei sempre più numerosi diari.
Il senso? La morte

Ma il senso di quella storia infinita dov’era, dove cercarlo? Perché scrivere? Per chi scrivere?
All’entusiasmo iniziale per le nuove cure, alla fiducia indiscussa sull’efficacia delle terapie, cominciò a subentrare la rassegnazione a un destino di sofferenza e di morte.
1997/98
Mi trovai così, all’inizio dell’anno scolastico, a trascinare un corpo colpito duramente, frastornata, ma non ancora rassegnata a gettare la spugna, perché nel lavoro trovavo l’unica giustificazione e l’unico senso al mio andare.
In tutti i modi cercai di sopravvivere ai continui attacchi del male che con i suoi mille tentacoli m’impediva di muovermi. mi soffocava, mi stringeva da ogni parte, mostro terribile dalle molteplici facce, nuove e vecchie ad un tempo. Sempre più il peso di ciò che facevo mi ripiombava sulle spalle dolenti e stremate.
Con sempre meno entusiasmo parlavo degli obiettivi e delle conquiste dell’uomo, della cultura dei popoli che ci hanno tracciato la strada, con sempre meno efficacia riuscivo a trasmettere ciò a cui avevo smesso di credere.
I volti annoiati e distratti dei ragazzi mi riportavano a quando, non era passato neanche un anno, bastava uno sguardo per rassicurare, correggere, istruire, bastava uno sguardo per comunicare certezze sudate, sofferte, e apparentemente possedute.
Per forza d’inerzia, animata dal ricordo di ciò che era stato, andavo avanti combattendo di giorno (la notte, quella era delle streghe) per l’idea che mi ero fatta di una scuola sopra le parti, di una scuola dove si costruiscono sogni che sicuramente si avverano: la scuola maestra di vita, la scuola che affianca, sostiene e a volte sostituisce la famiglia nella costruzione del futuro del mondo che cambia.
Gli utenti, quelli sì che erano cambiati! Nel grande carrozzone man mano diventavano sempre più piccoli i docenti e i discenti, per far posto ai nuovi protagonisti, ai benefattori dell’umanità futura: presidi e genitori.
Quello che contava, che conta nell’azienda di Stato, nata da poco, è il famoso pezzo di carta, conseguito nel più breve arco di tempo.
Come? C’è ancora qualcuno a cui importa?
Quale molla poteva ancora continuare a spingermi per risorgere dall’ennesimo attacco?
Ne avevo passate tante, non poteva un colpo di frusta prostrarmi a quel modo.
Ma se lo spirito tardava a consegnare le armi il caso dette una svolta decisiva all’altalena del dubbio.
1998
Di automobilisti distratti ce ne sono molti e chissà quante storie si possono raccontare sui colpi di frusta.
Quell’11 febbraio 1998, mentre, sovrappensiero, tornavo dall’ennesima terapia (questa volta alla spalla destra), un altro soprappensiero mi piomba addosso, facendo volare in frantumi gli occhiali multifocali da poco acquistati.
Il colpo non fu tanto violento, ma la paura sì, tanta, tanta da farmi irrigidire come una lastra di marmo, così da sentirmi sulla testa, sul collo e su tutta la colonna un dolore lancinante di corde spezzate.
Mi precipitai al Pronto Soccorso, senza che altri mi ci spingessero, come era avvenuto otto mesi prima.
Cominciai con 15 giorni di prognosi che poi divennero mesi e poi anni, perché la storia non è ancora finita.
Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi.
La scuola, il dottor R., i permessi per potermi curare, il preside, i certificati, i controlli che non mentissi, da parte della A.S.L., da parte della Compagnia assicurativa, ….vertenze di soldi, d’idee, scontri fittizi e reali con gente che pensa, presume, che ne sa più di te, che ti assale, ti annega, ti esalta, ti copre d’insulti, ti compiange, ti spiega, ti indottrina, ma mai nessuno che ti ascolta davvero, nessuno …nessuno.., nessuno…
Ma io chi o cosa stavo ascoltando? Nel suono delle campane dovevo cercare il senso di una festa che doveva venire.
Con le orecchie tese a percepire quanto hanno da dirci, uniamoci nella preghiera per questo nostro mondo così sordo alla voce dello Spirito.
12 aprile 2004
Annunci