Luce

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“Voi siete luce del mondo “(Mt 5,14)

Questa notte è stata ancora una notte drammatica, ancora la bestia si è accanita su di me, la bestia che mi toglie il respiro, mi tappa la bocca, mi toglie la luce e la forza di cantare le tue lodi.
Da un po’ di giorni si ripete questa triste liturgia, questa dolorosa battaglia in cui le sevizie, gli attacchi si moltiplicano, mentre le mie forze vengono meno.
Voglio ringraziarti, Signore, per il compagno, lo sposo che mi hai messo accanto che non dorme, ma usa le armi della luce per difendermi e farmi riposare.
Le armi sono la preghiera a Maria, l’invocazione allo Spirito Santo, mani benedette e sante che si stanno addestrando alla battaglia e diventano sempre più efficaci per difendermi dal male.
Ti voglio benedire Signore perchè hai trasformato la valle di Acor in porta di speranza, perchè ci stai facendo capire cosa significa essere sposi, rispondere all’altro, rispondere dell’altro, dare all’altro ciò che tu gratuitamente doni a chi con le mani aperte cerca la tua Grazia, il tuo aiuto, la tua protezione.
Quando Gianni prega su di me e per me io non sono in grado di unirmi alla sua preghiera tanto sto male, e mi limito a dire “Ascolta la sua preghiera, Signore”
E’ quando non abbiamo niente da dare che ti portiamo nella tua interezza.
Stiamo facendo esperienza di povertà, di persecuzione, di dolore, di inadeguatezza dei nostri strumenti umani, entrambi.
Mai come ora abbiamo sentito insopprimibile il desiderio di rivolgerci a te, di contare solo su di te, di aspettare da te la beatitudine promessa.
Il nostro matrimonio si sta trasformando in un sodalizio con te, sempre più stretti a te e a Maria che ci hai donato perchè le spade che ci trafiggono l’anima diventino spade d’amore e di gratitudine a te che ci hai associato al tuo progetto di salvezza.
Tu dici che siamo la luce del mondo, il sale della terra e noi vogliamo crederci, ma anche realizzare ciò per cui tu ci hai creato.
Per questo ti prego Signore squarcia il tuo cielo e scendi e non permettere che le ombre della notte offuschino la luce che viene da te o rendano insipido il sale che rende gustoso il cibo quotidiano.
Cosa offrirti o Dio che nell’intimo non ti abbia già dato?
Sono qui che aspetto cieli nuovi e terra nuova, sono qui perchè credo che tu ci hai già salvato.
Aiutaci a non smarrirci, disorientarci durante i feroci attacchi del nemico. Non offuschi mai con la sua ombra la luce che viene da te solo, Signore.
Rendici specchio immacolato e puro per immillare la tua luce, rendici acqua sorgiva limpida e accogliente perchè possiamo ad essa dare il sapore delle cose che ti appartengono.

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26 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caldo e affettuoso saluto a tutti amici.
La scorsa volta non vi ho salutato alla fine della trasmissione, temendo di diminuire l’efficacia della parola di Dio, che è venuta a suggellare e concludere la lettura del libro, "Il gioco dell’oca, trasformando un’esperienza personale in esperienza paradigmatica, nella quale tutti un po’ si possono riconoscere e dalla quale attingere spunti per cercare nella propria storia il progetto che Dio ha su ognuno di noi.
A tutti Dio garantisce, pur nella diversità dei percorsi, nella multiforme varietà dei carismi, cieli nuovi e terra nuova, per tutti ha una parola di perdono e di consolazione, tutti troveranno posto nella Gerusalemme santa, nelle sue braccia aperte e misericordiose, dove non ci sarà né lutto, né lamento, ma solo la gioia dei redenti dal Signore, il canto di esultanza dei salvati.
La liturgia della sesta domenica di Pasqua mi aveva offerto lo spunto per riflettere su questa parola di speranza, che riguarda tutti, proprio tutti quelli che si aprono all’amore di Dio.
“Ecco io faccio nuove tutte le cose”, dice il Signore nostro Dio, e in quel “tutte” ci sono le nostre piccole e grandi croci, i nostri dubbi, le nostre cadute, le nostre lacrime, i nostri lutti recenti e passati, la nostra disperazione, i nostri fallimenti, le nostre frustrazioni.
Dio fa nuove tutte le cose, non stendendo una mano di vernice bianca su ciò che è indecoroso vedere, come spesso accade quando si ha fretta di coprire le brutture della nostra società invereconda, cieca e malata..
Dio fa nuove tutte le cose, continuamente rinnovando la faccia della terra, perché lo Spirito possa abitarvi e operare in modo duraturo.
Quando scrissi "Il gioco dell’oca” non sapevo, che quello era solo l’inizio di una storia, che non si potrà dire conclusa, se non alla fine dei giorni assegnatimi.
Né, quando cominciai questa collaborazione con Radio Speranza, immaginavo cosa avrei detto in questi sette mesi di incontri con voi, non prevedendo che un libricino di 100 pagine potesse essere così ricco di stimoli per riflettere sulla parola di Dio più che sulla mia..Dalla meditazione su quanto ogni giorno mi ha suggerito, durante la Messa, sono nati queste trasmissioni che hanno finito per raccontare non una storia passata, ma l’eterno presente di un richiamo struggente e accorato di un Padre che cerca suo figlio, che non smette mai di sperare che un giorno torni da Lui.
Durante questo periodo l’ ho lasciato parlare, come non mai mi sono messa in ascolto, perché di storie di malattie ne è piena la terra, ne sono pieni i libri, e, se non sei medico e non hai ricette da dare, non trovi chi ti presti attenzione.
Ma Lui il Maestro, il Medico, il Guaritore, la ricetta me la dava ogni volta, ogni volta che gliela chiedevo con umiltà, per me che volevo servirlo nel migliore dei modi, per voi che chiedevo poteste attingere alla stessa corrente di Grazia.
Così una storia di solitudine antica e senza scampo è diventata storia di speranza, storia di una presenza costante, che si è realizzata non in un ieri passato e dimenticato, ma in un oggi che si dilata, in un tempo che diventa infinito, nella misura in cui si fa spazio all’infinito di Dio..
"Il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, non ho più bisogno di scriverlo sulla prima pagina dell’agenda, come per tanti anni ho fatto, per meditarle e farle mie, ora che le ho scritte nel cuore quelle parole, e a quell’angelo mandato dal cielo, voglio dire il mio grazie, a quel bimbo piccolo piccolo, un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera, due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio. Sua madre, fu lei che me le sussurrò all’orecchio, mentre, a Champoluc, impaziente, pensavo al tempo che mi sfuggiva di mano..
Il dolore innocente anche a questo doveva servire, a portarmi a riflettere sul bene più prezioso che Dio ci ha donato: la vita e il tempo per poterne apprezzare il valore, quel tempo che a volte vorremmo fermare, a volte accelerare, ma raramente accogliamo per ascoltarne la voce.
Voglio ringraziare il Signore per tutti quelli che direttamente o indirettamente mi hanno parlato di Lui, mi hanno portato a Lui, per tutti quelli dei quali si è servito per accompagnarmi, curarmi amarmi, a cominciare da mia madre…per il segno di Croce che stampava sulla nostra fronte prima di andare a dormire, per le sue novene e i suoi rosari, per tutte quelle preghiere che mi infastidivano e mi indispettivano, perché sembravano sortire l’effetto contrario.
Voglio ringraziare mio padre per quella boccetta di acqua di Lourdes che mi gettò addosso con fede, con rabbia, con disperazione, quando un giorno mi vide dibattermi nel letto in sofferenze a cui nessuno riusciva a trovare rimedi.
L’11 febbraio, festa della Madonna di Loudes, andarono in frantumi con l’ultimo incidente le lenti multifocali, decretando la fine delle mie sicurezze.
Voglio ringraziare la Madonna perché mi ha aperto gli occhi ad una nuova dimensione, quella della fede che non ha bisogno di lenti per stupire di fronte alle meraviglie del creato, di fronte a tutto ciò che è uscito dalle mani di Dio.
Voglio ringraziare quell’amica un po’ snob che per Natale mi regalò un piccolo presepe, racchiuso in una piccola scatola.
Natale 2002
Più penso al presepe, e più mi immergo nel mistero della notte di Natale in cui Dio si è fatto vedere e si è donato a noi. Quando Laura, un Natale di tanti anni fa, mi regalò il minuscolo presepe messicano di ceramica bianca e blu, contenuto in una piccola scatola dipinta con tanti alberelli e stelle luccicanti, non pensai che quello era un tuo regalo, Signore, non pensai che mi volevi parlare come poi hai fatto, attraverso quel dono inusuale e stravagante che mi veniva da una non credente un pochino snob e tanto ricca.
Ho pensato che aveva avuto buon gusto nello scegliere e l’ho invidiata per la possibilità di camminare alla ricerca di cose straordinarie e di comperare ciò che voleva con i soldi che aveva. Laura era uscita fuori dagli schemi con quel presepe, come sempre si era distinta con i regali acquistati nei negozi di lusso.
Io la ricambiavo, rompendomi la testa e le braccia, con marmellate e sottaceti e conserve fatte con le mie mani.
Le ho sempre regalato cose che lei non poteva comprarsi con i soldi e anche quell’anno, soddisfatta, ricambiai il dono in tal modo, commiserandola per ciò che non sapeva fare, esaltandomi per ciò che io riuscivo a fare.
Laura, quel piccolo presepe sicuramente non ci aveva messo molto a trovarlo, mi accorsi l’anno dopo, che avevo ricominciato a girare, che i negozi ne erano pieni, ma, alla distanza, il regalo speciale che non si compra, non io ma lei l’ha fatto.
Sì perché il presepe ha cominciato a parlare a trasmettermi pace, calore, senso da dare ad un Natale che ogni anno diventava una conta di morti, un’angoscia per chi non ritorna, per gli anni che passano, per i pesi che si accumulano sopra le spalle.
7 gennaio 2003
Davanti al presepe che mi accingo a smontare penso a Nuccio, il fratello da cui mi ero separata a causa di un grazie che non gli riusciva di dirmi, ogni volta che gli portavo il regalo, il 5 gennaio di ogni anno, giorno in cui era nato.
Penso alla rabbia che con il tempo aumentava e continuavo a portarmi dietro, per quel dovere che mi pesava sempre di più e che alla fine non volli più assolvere.Penso con malinconia alle conseguenze di quel gesto che ci privarono dell’unica occasione di incontrarci e di tenere ancora in vita un legame, che nel cuore non avevamo mai cancellato.
Penso all’orgoglio che non ci permise di passare sopra a tante cose, alle occasioni mancate di gioire e di condividere affetti ed esperienze comuni
Penso poi alla sua malattia, un fulmine a ciel sereno, penso a quel tumore al cervello che lo aveva proprio fatto uscire di testa, se aveva cominciato ad andare alla Messa, tutte le mattine alle sette.
Penso alla novena che iniziò a Padre pio, si vedeva che il male faceva progressi, mi dissi allora, penso al suo desiderio di un sacerdote che gli portasse l’Eucaristia, ma quando ce lo fece capire, non c’era più tempo per ridere delle sue apparenti stranezze.
Penso al mio darmi da fare per cercargliene uno, perché i moribondi hanno diritto a vedere un desiderio esaudito, e penso a quell’Ostia bianca che brillava nella camera con le serrande abbassaste, a mia madre e mia sorella in ginocchio, a me che non potevo distogliere lo sguardo dalla luce che da essa emanava, penso al tempo che si era fermato su quell’angolo di paradiso, dove io cercavo di entrare senza ancora aver trovato la chiave
Poi penso alla strada, quella che per anni ho cercato, quella che m’indicò lui, mio fratello, un giorno che, affacciandomi alla finestra, vidi dove portava..
Era venuto ad abitarmi vicino, nel cimitero che concludeva la strada, coperto per anni da un pino, che non me lo faceva vedere.
Da allora cominciai a parlargli, a sentirlo più vicino che mai, ogni giorno che al mattino mi alzavo e vedevo la sua luce filtrare dalla grande casa dei morti, immersa nel verde della collina..
Ma pian piano le cose cambiarono e lo persi di nuovo di vista.

NUCCIO 16 gennaio 2002
Guardo invano in fondo alla strada
Tra le case e le poche piante rimaste.
Cerco un varco tra le nuove venute
Costruzioni dell’ultima ora
Per poterti di nuovo incontrare.
.
Non ti vedo su questa collina
Dove i morti riposano in pace
Dove tu sereno abitavi.

Dalla strada deserta non giungono
Che rari e ovattati rumori.
L’orologio batte il tempo che passa.
Il ronzio del computer l’accompagna.

Non rispondi.
Eppure tutto è tranquillo
Perché tu possa continuare a parlare.
.
Dove sei fratello scomparso, prima ancora che ti conoscessi?
Dove sei compagno di giochi?

La tua voce non arriva al mio cuore
Le mie orecchie non sanno tacere
Perché sento che oggi ho paura.

Paura delle cose che non si vedono
Paura delle cose che sono
Paura di una morte che mi sbarri la strada
Questa piccola che mi sta qui davanti
Paura che tutto finisca
Che rimanga sola a pregare..

Ricordi quando mi salutavi
Ammiccando con la tua lucina tremante?
Era quella in fondo alla fila
Su in alto
Non mi potevo sbagliare.
Mi piaceva parlarti dalla finestra
Mentre il caffè aspettavo che uscisse.
Eri venuto ad abitarmi vicino
E l’avevo scoperto per caso.
Il pino che ti copriva ai miei occhi
Era stato ad un tratto abbattuto
Il cipresso potato di fresco
Si sforzava di farsi da parte
Per portarmi la tua luce nel cuore.
Mi piaceva salutarti ogni giorno
E sapere che mi stavi a sentire.

Ma le foglie hanno cominciato a spuntare
Dai monconi dei rami recisi
Liberandosi dalla forma geometrica
Che le aveva tenute imbrigliate..

Il luogo che ti ospitava
Sottraendosi pian piano alla vista
Diventava sempre più piccolo
Attraverso la vegetazione opulenta
Della primavera inoltrata.

Poi sono venute le case
Numerose, a riempire gli spazi
Arroganti si sono levate
A coprire anche il cielo
In fondo alla strada

Non ti ho più potuto vedere
La mattina alzandomi presto.
Il saluto è diventato formale
Perché ad un tratto tu eri sparito.

Dove sei silenzioso fratello?
Dove sei amico fedele?

Sempre più faccio fatica a parlarti
Pur se guardo lontano in collina
La mia voce rimbalza sui tetti
Nel buio della mattina.

La distanza è diventata abissale
La tua voce non riesco a sentire.

Fratello che non vivi nello spazio e nel tempo
Di questi nostri ingombranti pensieri
Ti prego rispondimi presto
Ti prego rispondimi ancora
Come quando ti mandavo al mattino
Un bacio e una preghiera.
.……………………….
E’ tardi
Si sono accese le luci.
Sui lampioni vestiti di bianco
La neve continua a cadere.
Il cielo è sempre più cupo
Il silenzio sempre più greve.
L’orologio ha fermato i sui battiti
Perché il tempo fa fatica a passare.
Il ronzio del computer è un lamento
Che accompagna il mio pianto che sale.
.
Nella notte che avanza pian piano
Cerco ancora tra le case e il cipresso
Quella luce un pochino speciale
Con cui tu rompevi il silenzio
Per poter insieme pregare.
…………………………
Il cielo pian piano si apre
Al mattino che spegne i lampioni
Con lo sguardo perso nel tempo
Canto questa mesta canzone.
.
Le foglie spuntate sul ramo
Mi parlano della vita che si rinnova
Come anche le case lì in fondo
E i panni stesi ai balconi

Il rumore che dalla strada si alza
Non è l’eco di mesti pensieri
Non c’è più tempo per piangere
Non si può continuare a sognare
……………………
La strada che ho qui davanti
Non è quella che porta in collina
Né questa che il mattino rischiara
E’ una strada tutta speciale
Che mi porta veloce all’incontro.
Se ti cerco nello spazio del cuore
Nel calore di questo richiamo
Non mi serve guardare lontano
Né cercare la tua luce sul monte

Tu sommesso sei entrato qui dentro
Ora brilli
E non devo vedere
Ora parli
E non devo sentire.
E’ bello, insieme, ritrovarsi a pregare.
…………………………………….
Mi piacerebbe farlo davanti al presepe, ogni volta che parlo con lui, perché è lui che mi ha portato dentro la grotta e mi ha fatto vedere Gesù.
Quel 5 gennaio del 2000, giorno del suo compleanno, fu il suo modo tutto speciale, per ringraziarmi dell’amore da me gratuitamente donato, nei suoi pochi giorni rimasti.
……………….
Un altro 5 gennaio mi viene in mente, quello del 1977, che non fu come l’avevo pensato a godermi l’ebbrezza di un sogno, quella di vivere libera dalla bianca gabbia di gesso con cui mi ero fusa nei 10 mesi del tempo, che per me si era fermato.Ma allora non ci furono ali ad accogliermi per farmi volare, ma la disperazione, l’angoscia, la morte che di nuovo mi veniva a trovare.
Ma per mettersi in comunicazione con Dio non c’è albero che ne impedisca la vista, nè gesso, né handicap, se a Lui tieni tese le mani.

Ottobre 2001…
Le mani.
Ieri ho incontrato le mani di un paralitico.
Nel silenzio della preghiera pian piano hanno cominciato a parlarmi.
Erano lisce e bianche come quelle di un bimbo, che si affida a chi lo accompagni dove solo non è capace di andare.
Quell’uomo, con lo sguardo innocente, seduto sopra la sedia a cui, per accomodarlo, non erano bastate due braccia, pregava con gli occhi sereni di chi sta in paradiso.
Le mani giacevano immobili sulle gambe colpite dal male.
Ma ad un tratto, come acqua che sgorga, dalle bocche venne fuori quel canto, che pian piano divenne torrente e poi fiume che, lento e solenne, tutto accoglie nel suo letto scavato.
Fu allora che quelle mani si sono levate, per unirsi al coro degli angeli, che riempiva tutta la chiesa.
Un momento, poi mentre l’una ricadeva pesante, l’altra in alto rimaneva sospesa a salutare il Santo che passava tra i banchi.
Ieri, Gesù non l’ho visto nell’Ostia che il sacerdote sollevava sopra di noi, ma in quella debole mano che prendeva forza da Lui.

Guardo ora le mie, le mani con cui ho costruito la casa del mondo.
Sono gonfie, deformate, lì dove l’articolazione è importante per prendere, afferrare, tenere serrate le tante troppe cose che non volevo lasciarmi sfuggire.
Mentre scrivo, aspettando il mio turno, le osservo.
Con esse ho costruito i miei idoli, le mie certezze, con esse ho percorso il tempo del silenzio e dell’attesa, della paura e della rabbia, facendole muovere in modo instancabile, quando la malattia mi costringeva a fermarmi.
Ora sono andate in pensione, le mie mani, che non hanno conosciuto riposo per scialli, pupazzi, vestiti, coperte, borse e tutto ciò che da esse facevo spuntare.
Non correggono più errori che non mi competono, in compiti in classe per alunni che non ci sono.
Le guardo, disadorne e dolenti. Alle dita due anelli: la fede e un crocifisso piantato in un campo d0
i rose..
Le mie mani, oggi, hanno imparato a pregare.
22 maggio 2004
Guardo questi anelli che porto alle dita e penso a tutti quelli preziosi che Gianni, nel corso degli anni, ha regalato a me, che non ero mai sazia, penso al nostro rapporto difficile, perché per lui era una sofferenza parlare, penso ai giorni vissuti da soli, ognuno a coltivare il suo campo, penso alla Chiesa dove in quel tardo pomeriggio invernale cercai chi potesse dirmi ancora qualcosa, penso a lui che in un’altra Chiesa si trovò a fare la stessa cosa, penso a noi che a Loreto trovammo Maria, la regina delle famiglie, ad accoglierci, a consolarci, a parlarci del dono stupendo che suo figlio Gesù aveva lasciato a tutti gli sposi del mondo, la grazia del sacramento, lo Spirito, che se invocato, fa nuove tutte le cose.
Penso a quest’oggi, in cui i silenzi sono sempre meno pieni di rabbia e i discorsi sempre più pieni di Dio.
Penso alla sfida che ci siamo prefissi e che con l’aiuto del Signore vorremmo vincere: testimoniare come due “io” diventino un “noi” nella costruzione della casa nuova, trasformata in cantiere di santità..
………………………….
La fede, la croce, il rosario, le strade che portano a Dio e che fanno sì che il giorno dell’ascensione non ci sentiamo un po’ orfani perché Gesù se n’è andato, ma pieni di gioia perché con Lui possiamo salire al Padre, e rimanervi, con l’aiuto dello Spirito che continua a camminare con noi.

17 maggio 2004















Le mani

Ieri ho incontrato le mani di un paralitico.
Nel silenzio della preghiera pian piano hanno cominciato a parlarmi.
Erano lisce e bianche come quelle di un bimbo, che si affida a chi gli si fa compagno, guida e maestro, perché ha bisogno di chi lo porti, dove solo non è capace di andare.
Quell’uomo, con lo sguardo innocente, seduto sopra la sedia, a cui per accomodarlo non erano bastate due braccia, pregava con gli occhi sereni di chi sta in paradiso.
Le mani giacevano immobili sulle gambe colpite dal male.
Ma ad un tratto, come acqua che sgorga, dalle bocche venne fuori quel canto, che pian piano divenne torrente e poi fiume che, lento e solenne, tutto accoglie nel suo letto scavato.
Fu allora che quelle mani si sono levate, per unirsi al coro di lode che riempiva tutta la chiesa.
Un momento, poi mentre l’una ricadeva pesante, l’altra in alto rimaneva sospesa a salutare il Santo che passava tra i banchi.
Ieri, Gesù non l’ho visto nell’Ostia che il sacerdote sollevava sopra di noi, ma in quella debole mano che prendeva forza da Lui.
 
Nella Chiesa dove mi reco a pregare, mi hanno colpito le mani di un uomo che, per camminare, ha bisogno delle stampelle e di sua moglie alla quale si appoggia, mettendole il braccio sopra le spalle.
La donna lo sostiene, nonostante le gambe, fasciate da una benda rigida e stretta, parlino di sofferenza vissuta in silenzio, di dolore a cui non si può dare ascolto.
Con sempre maggiore frequenza li avevo visti arrivare, lentamente percorrere la grande navata e a fatica guadagnare il banco di fronte all’altare.
Durante la celebrazione eucaristica quell’uomo rimane in piedi, mentre l’inginocchiatoio sostiene la gamba malata distesa e appoggiata sulla parte imbottita del banco.
Alle mani, l’uomo, affida tutto il peso del corpo, distribuito sulla stampella e sul banco al quale si aggrappa per non cadere.
Ma al Padre nostro, questa mattina, hanno lasciato i loro puntelli e si sono levate con forza, rimanendo sospese nell’aria per tutto il tempo della preghiera, sollevandolo in altra atmosfera, staccando i suoi piedi da terra, mentre l’inutile sostegno cadeva.
 
Altre mani dovevano catturare il mio sguardo, attirandolo nelle meraviglie nascoste agli occhi che non sanno vedere.
Erano mani nodose, distorte dalle troppe fatiche e dagli anni, aggrappate ad un rosario di plastica bianca, con il filo annerito.
Erano quelle di una donna su cui lo sguardo passa veloce per non venire turbato dallo scempio del tempo passato a servire.
Piccola, tozza, gli occhi fuori della sede consueta, i capelli scoloriti, sfibrati dalle troppe tinture improvvisate nei lavandini di casa, un ridicolo codino di bimbo, le gambe viola per le troppe varici, i piedi infilati in trasparenti zoccoli rossi, una catenina attorno alla caviglia ingrossata…
Troppo per non essere distolta dalla preghiera.
Con il viso stravolto, il corpo contorto in una smorfia di dolore profondo, la donna mi chiese qualcosa che non ricordo, forse il foglio dei canti con i quali il coro accompagnava le parole e i gesti del sacerdote.
Non mi sembrò una mancanza prestarle ascolto, visto che non riusciva a frenare il suo pianto, mentre mi parlava del suo essere sola, della disperazione di una vita passata nella prova continua.
Mentre la consolavo, dicendole che non si è soli, se si ha Chi pregare, non lasciò neanche un momento il rosario intrecciato in mezzo alle dita.
Non si era accorta, che chi prega non può essere solo, altrimenti il suo gesto sarebbe insensato.
Quando glielo avevo fatto notare, mi aveva guardato stupita, ma grata perché non ci aveva pensato.
Man mano che la celebrazione eucaristica procedeva verso il suo culmine, e i canti che l’accompagnavano diventavano sempre più intensi, la sua voce da flebile divenne potente, mentre le mani stringevano sempre più forte il rosario,  mani che, a messa finita,avevano ancora tante cose da dirmi, mentre riconoscenti mi salutavano.
 
Le mani di Anna Maria sono mani di persona a cui non è stato concesso di crescere, perché idrocefala, mani piccole, ben fatte, bianche, lisce, minute.
Il calore di quelle mani scaldano i cuori ogni giorno, quando arriva il momento di dare la pace, durante la Messa, perché senti che quel gesto è veramente genuino e sincero.
Anna Maria è benedizione di Dio che attraverso le sue mani, ci stringe, ci abbraccia e ci scalda quando entriamo e usciamo dalla Sua chiesa.
 
Guardo ora le mie, le mani con cui ho costruito la casa del mondo.
Sono gonfie, deformate, lì dove l’articolazione è importante per prendere, afferrare,   stringere forte, tenere serrate le tante troppe cose che non volevo lasciarmi sfuggire.
Mentre scrivo, aspettando il mio turno, le osservo.
Perché la penna non scivoli via, perché scorra lasciando il suo segno, perché la fatica non sia troppa, basta non premere forte, basta non stringere lo strumento di questo pensiero che nasce, che è nato,che vuole esplodere e raggiungere un altro cuore che non si è accorto a che servono le mani, specie quelle malate.
Che le mani servissero per vivere l’ho sempre pensato e creduto,
Con esse ho costruito i miei idoli, le mie certezze, con esse ho percorso il tempo del silenzio, dell’attesa, della paura, della rabbia, dell’impotenza, facendole muovere in modo instancabile, quando la malattia mi costringeva a fermarmi.
Ora sono andate in pensione, le mie mani che non hanno conosciuto riposo per scialli, pupazzi, vestiti, coperte, borse e tutto ciò che da esse facevo spuntare.
Sono andate in pensione per correggere errori che non mi competono, in compiti in classe per alunni che non ci sono.
Sono mani, le mie, non più in grado di stringere neanche quella di un fratello per dargli la pace.
Sono mani malate, soffrono anche quando sono ferme, perché l’uso che ne ho fatto è stato veramente eccessivo.
Le guardo, disadorne, dolenti. Alle dita: la fede e un crocifisso attaccato ad un anello..
E pensare che mai avrei immaginato di poterlo indossare quando me lo regalarono in cambio di un favore che avevo fatto di cuore… e che non sarei mai riuscita a disfarmene chi l’avrebbe mai detto?
E tutti gli anelli preziosi che non bastavano a coprire le dita, dove sono andati a finire?     
Con queste mani oggi scrivo, a volte mordendomi il labbro per continuare a parlare con Te e di Te Signore.
Queste mani hanno smesso di fare ciò che un tempo ritenevo importante.
Queste mani hanno imparato a pregare e continuano a farlo ogni volta che Tu glielo concedi. 
Ora nelle mie mani e in quelle degli altri vedo Te, Signore, che ti manifesti.
23 maggio 2000