LETTERA DI ABRAHAM LINCOLN ALL’INSEGNANTE DI SUO FIGLIO…

Caro professore, lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità;
ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c’è un eroe, per ogni egoista c’è un leader generoso.
Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico…
e che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall’invidia
e gli faccia riconoscere l’allegria profonda di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo,
i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria,
gli insegni a credere in se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e
a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono.
Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempera l’acciaio.
Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore ed anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro.

Il dono

Lettera inviata ad una coppia, senza figli, incontrata in un corso di spiritualità coniugale, a Loreto.

Carissimi Elisabetta e Sergio,
non ci siamo dimenticati di voi, anzi vi abbiamo sempre tenuto presente nelle nostre preghiere, per la sofferenza che abbiamo visto dipinta nei vostri volti, quando a Loreto abbiamo condiviso le nostre storie, una sofferenza che l’ultimo giorno abbiamo visto attenuarsi nella consapevolezza che il dono che aspettavate da Dio era il compagno che vi aveva messo a fianco il giorno del matrimonio. Vedere nell’altro un dono di Dio, un segno della sua benevolenza è frutto dello Spirito, è grazia che matura e dà frutto. Abbiamo tutti sperato e abbiamo creduto che per voi il tempo dell’attesa volgesse al termine e che Elisabetta non a caso porta quel nome. Ma i disegni di Dio non sono i nostri e i suoi tempi sono misurati non sulle lancette dei nostri orologi, ma sull’infinito del Suo amore. Così, quando abbiamo saputo di voi dai fratelli, che abbiamo conosciuto a Loreto, con i quali ci siamo sentiti in questi giorni e che, come noi, speravano in un miracolo, per ciò che vi sta più a cuore, abbiamo sentito forte il desiderio di metterci in comunicazione con voi. Il computer portatile, che Gianni mi ha regalato a Natale, permette di essere usato in ore e in luoghi compatibili con la vita che conduco da un po’ di tempo questa parte, tra Giovanni, il nipotino profeta, mia madre anziana e malata, rimasta sola a luglio per la morte di papà, Gianni, lo sposo che il Signore mi ha restituito e a cui mi ha restituito, le coppie per le quali ci andiamo formando e alle quali cerchiamo di portare ciò che ci viene donato.
La salute dell’anima, a guardare la pace e la serenità in cui viviamo,. va sempre meglio,quella del corpo un po’ meno, ma non ce ne preoccupiamo, fiduciosi che c’è Chi se ne occupa ogni istante e non dimentica le sue promesse. Stiamo imparando ad aspettare e a cogliere nell’attesa le occasioni di Grazia che Dio ci prepara.
Abbiamo pensato a voi, mentre ci accingevamo a preparare un incontro con i fidanzati che ci sono stati affidati sul tema: “Abramo e Sara. Difficoltà di vivere la fede nella vita matrimoniale”e vi vogliamo fare partecipi delle riflessioni che abbiamo fatto in quell’occasione.
Ci siamo presi la briga di cercare sul vocabolario il significato della parola felicità e ci siamo sorpresi nel constatare che corrisponde a: essere fecondo, portare frutto. Ci siamo soffermati a riflettere su cosa permise ad Abramo di vedere esauditi i propri desideri, che erano quelli di avere una discendenza numerosa, unica garanzia a quei tempi di immortalità. Un figlio era la condizione perché il nome di Abramo sopravvivesse e entrasse nella storia, un figlio che Dio concesse a lui e sua moglie, dopo che accettarono di lasciare la terra nella quale vivevano agiatamente, la terra di Carran, simbolo di sicurezza economica e di prestigio sociale faticosamente conquistato. Abramo accetta con la sua sposa di mettersi in viaggio verso una terra che non conosce, fidandosi di Dio e della sua promessa, accetta di andare in Egitto, di attraversare il deserto, accetta, una volta arrivato a destinazione, di sacrificargli Isacco, il figlio che Dio gli aveva dato come premio alla sua fede.
Quanti sì dovette dire prima di vedere esauditi i suoi desideri!
La fede di Abramo ci disorienta, ci fa sentire piccoli, piccoli, incapaci di fare molto meno, per il nostro Dio.
Ma la storia di Abramo e di Sara ci ha portato a riflettere su ciò che a volte il Signore ci chiede di donargli, pretese assurde che non ci riesce di comprendere, pretese che solo la Grazia che viene da Lui può farci vedere come strumento di crescita e di salvezza.
Ad ognuno Dio chiede di sacrificare il proprio Isacco, che può essere il progetto più bello e più buono del mondo, la cosa a cui teniamo di più, perché vuole che ci fidiamo di lui e vuole portarci a godere di ciò che non riusciamo ad immaginare neanche nei sogni più belli.
Da quando siamo tornati da Loreto, ci stiamo esercitando a dirgli di sì e, siccome non ci riusciva di farlo insieme e sempre, con serenità e con gioia, abbiamo pensato che dovevamo andare alla fonte per prendere la forza che non trovavamo in noi stessi e nell’altro, cercandola a Lui nella mensa della Parola e del Pane ogni giorno come necessario viatico nell’attraversamento di quello che spesso ci si presenta come un deserto arido e inospitale.
Abbiamo spesso pensato a voi, quando ci siamo imbattuti con storie di sofferenza derivata dall’avere o non avere il figlio che si desidera, come lo si desidera, quando lo si desidera.
Abbiamo pregato senza interruzione perché non abortisse Marta, giovane legata ad un tossico, di cui ci eravamo fatti carico, per un passato di violenza e di malattia personale e familiare, ma non ce l’abbiamo fatta a fermare la mano omicida; abbiamo pregato perché fosse accolto dai suoi genitori il bimbo malformato al sesto mese di gravidanza, ma che, come il primo, è andato ad unirsi al coro degli angeli che pregano perché mamma e papà si convertano e non si sentano soli.
Abbiamo pregato per Simona e Marcello che hanno voluto un figlio a tutti i costi, ricorrendo all’inseminazione artificiale, dopo che la leucemia aveva tolto a lui la possibilità di procreare normalmente.
Continuiamo a pregare per i due piccoli nati dall’esperimento, per i loro genitori, per la vita non facile che si prospetta loro a causa delle gravi malformazioni di cui sono portatori i gemelli.
Continuiamo, perché siamo convinti che solo la preghiera può trasformare il fallimento, la prova, la croce in strumento di resurrezione e di vita.
Da queste storie stiamo vedendo che qualcosa sta germogliando e vi assicuriamo che è erba buona, è vita nuova che sta soppiantando la vecchia.
A voi, sposi, uniti da Dio nel Sacramento del matrimonio, uniti a noi attraverso il Battesimo vogliamo che giunga insieme a tutta la nostra comprensione e compassione evangelica, il nostro affetto nato dalla condivisione di un’esperienza che ci ha fatto contemplare le meraviglie dell’amore di Dio.
Il miracolo non è stato tanto quello di non usare più il bastone, quanto quello di aver capito che il cielo si scala in ginocchio dal giorno in cui fisicamente le mie gambe si sono piegate davanti a Gesù che passava. mentre insieme eravamo riuniti a pregare, nella cappellina della Casa Famiglia che ci ospitava.
Continuiamo a recitare il credo, chiedendo a Dio di potergli consegnare insieme alla nostra vita, anche la nostra volontà, cosa tutt’altro che facile.
Vi invitiamo a farlo anche voi, cercando in ciò che vi è dato la sua volontà che si manifesta.
Il 29 dicembre la liturgia ci parla di Maria e Giuseppe che, dopo otto giorni, si recarono al tempio per offrire il figlio al Signore. Ancora l’offerta ci viene presentata come valore. Ma non poteva essere diversamente, visto che, attraverso l’offerta di se, Dio ha dato al mondo la possibilità di godere per sempre della terra promessa.
Vi vogliamo bene.
Antonietta e Gianni
settembre 2003

17 Dal diario di Antonietta

 

 Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Mia gioia sei
A voi tutti, nuovi e vecchi amici un caldo e affettuoso saluto da Antonietta.
La scorsa volta ci siamo lasciati con una preghiera di ringraziamento al Signore, che si era fatto incontrare in un prato, risvegliato dal sole d’aprile.
Ma noi siamo ancora in inverno e, con il freddo e la neve di questi giorni, è un pò difficile soffermarsi a stupire per la vita che pulsa sotto i nostri piedi.
Il cielo, non ancora ci fa vedere il suo aspetto migliore, come spesso è accaduto in questi giorni passati, quando il desiderio era solo quello di starsene chiusi dentro la casa, avvolti dal dolce tepore delle coperte.
Ma se ci sono le nubi non è detto che il sole sia morto per sempre, se non vediamo i fiori spuntare, né l’erba fare capolino tra le zolle, non possiamo dire che non c’è vita, non c’è speranza, ma solo bisogna aspettare che il tempo arrivi, il tempo giusto per ogni stagione
luglio 2001
Le stagioni
Signore ti ringrazio perché mi doni la pazienza di attendere che la terra porti frutto, di sperare che non invano e non a caso soffia il vento e cade la pioggia, non a caso la neve scende e il gelo ricopre la terra.
Signore, tu che hai creato le stagioni, diverse l’una dall’altra, tutte ugualmente utili e belle, Tu tutte le ami, perché le hai pensate per noi, le hai fatte così perché imparassimo ad accogliere il seme della tua bocca, lo custodissimo con cura nel nostro cuore, avessimo la pazienza di attendere che germogliasse, fossimo preparati a vederlo anche soffocato da erbe cattive, non ci stupissimo che, quando proprio pensavamo fosse morto, vedessimo spuntare la vita dove mai avremmo immaginato fosse possibile.
Tu hai pensato a tutte queste cose e ci concedi di vederle e di stupire, ogni anno, quando arriva la primavera e i campi si coprono di erba fresca e tenera, quando i rami degli alberi rinnovano il loro vestitosi, quando i colori dell’arcobaleno si posano sui fiori appena sbocciati, unendosi alla sinfonia della natura che cresce.
Così ci prepari al grande banchetto dell’estate quando giungono a maturazione e possiamo gustare i frutti succosi a lungo aspettati.
Delle stagioni l’estate è quella in cui si miete e si raccoglie, quella che non vorremmo finisse mai, è il tempo in cui vorremmo perderci, perché non è tempo di attesa, ma tempo pieno, in cui basta allungare la mano per gustare il frutto morbido e dolce che la natura ci offre.
Delle nostre stagioni, Signore, molte a volte ci sembrano inutili, perché il sole non le riscalda, la terra è grigia, le zolle dure e compatte, gli alberi con i loro scheletri pietrificati protendono invano le braccia nel cielo grigio e pesante.
Da quel cielo, Signore, il sole non sembra passare, perché le nuvole spesse lo coprono, premendo, gravando sulla dura crosta gemente, facendogli ancora più male.
Signore, ci sono stagioni in cui gli elementi si scatenano e tutto sollevano, stagioni in cui anche quei miseri resti di vita, spogliati del loro verde mantello, travolti dalla furia degli elementi, scomposti sussultano, singhiozzano, chiedendo pietà.
Ma arriva il momento in cui tutto finisce, perché anche le bufere più grandi hanno un termine, anche il cielo più buio e ingolfato si toglie il velo, per mostrare agli occhi in attesa le meraviglie a lungo celate.
Così il sole ecco salire nel cielo, ecco le stelle spuntare nel buio, ecco l’azzurro riempire il cuore di quella natura che non aveva smesso di credere che oltre le nubi l’azzurro non era scomparso per sempre.
Così, Signore, la pioggia, la grandine, il vento non sempre accettati, acquistano un senso perché sono momenti del divenire del tempo di cui tu sei padrone e Signore, sono momenti del divenire delle tue creature, perché si trasformino come le vuoi, come le hai progettate e pensate.
Arriva il momento in cui l’uomo cessa di divenire per essere.
All’infinito un giorno potremo vedere spuntare dal grembo della madre ormai pregno, i teneri fiori dei campi, i luccicanti germogli sui turgidi nodi dei rami, il risveglio da un sonno che sembrava di morte, perché tutto si colora di luce che dona agli occhi stupiti la gioia di godere della tua grazia multiforme e infinita.
C’è un tempo per piantare, un tempo per arare, un tempo per raccogliere, ma il più lungo è quello dell’attesa, tempo di silenzio, di deserto, di desolazione, di morte.
Fa’ Signore che in esso riusciamo a percepire la vita che si prepara nelle viscere calde della natura.
Fa’ che sappiamo aspettare senza paura, fa’ che sappiamo vedere il colore nel grigio delle nostre giornate, fa che sappiamo apprezzare anche ciò che è lungo a passare, fa’ che la nostra stagione sia compimento di ciò che hai stabilito dalla notte dei tempi per ognuno di noi.
Quante volte ci sembra interminabile il tempo dell’attesa, quando questa è piena di problemi da risolvere, di perché senza risposta, di non senso di tante cose che ci succedono!
Rileggendo con voi le pagine drammatiche del periodo più fosco e buio della mia vita, mi è venuto naturale ripescare quanto ho scritto a luglio del 2001.
Allora era estate ed è stato più semplice ringraziare il, Signore per il frutti copiosi di quella stagione.
Ma perché l’attesa non sia mai tempo morto, inutile, sprecato, sul mio cellulare ho memorizzato un messaggio, che mi appare ogni volta che lo accendo:” Sono con te tutti i giorni della tua vita”, qualora dimenticassi che non sono sola, che non devo temere, che devo imparare a fidarmi e ad aspettare.
Da " Il gioco dell’oca"
Al punto di partenza
Il 20 marzo 1990, mentre pulivo la doccia per decontrarre i muscoli tesi della spalla e del collo, una fitta lancinante mi mozzò il respiro, rimanendo con il braccio sospeso nell’aria.
Cercai di capire cosa fosse successo, ripescando nella memoria qualcosa di simile.
Mi venne in mente il mio primo torcicollo, quando a Bologna dovetti, d’urgenza, chiamare il dottore. Ma la cosa che mi atterrì fu il constatare che non potevo stare più in piedi e che solo allungata, con il braccio sopra la testa, si attenuava il dolore.
Non volevo crederci, mi sembrava una beffa, uno stupido scherzo, un incubo da cui presto mi sarei svegliata. Quel maledetto dolore da carico, con il quale avevo dovuto lottare per tanti anni, eccolo di nuovo più grande e temibile di prima. Non potevo sbagliarmi: era un’altra ernia.
Il medico di base, chiamato d’urgenza, disse che era una fibromialgia, che ci si sarebbe giocato la testa, perché anche lui ne aveva sofferto. Mi fece un’infiltrazione e, con l’aria di chi la sa lunga, non volle essere pagato se non a guarigione avvenuta.
In seguito mi disse che non mi aveva creduta perché ero un soggetto depresso autorizzandomi a schiaffeggiarlo se fosse successo di nuovo.
I giorni che seguirono furono da incubo nella disperata ricerca di una risposta ai mille interrogativi che ininterrottamente i nervi impazziti del collo mi ponevano. La risonanza magnetica che emise il verdetto fu il primo di una serie infinita di traumi a cui dovetti sottopormi. Nell’alternanza convulsa di speranze e delusioni solo l’idea della morte riusciva a placare il tumulto dei pensieri, scossa dalla paura di essere lasciata sola e del dolore che mi devastava.
I miei sospetti erano fondati: un’ernia cervicale mi stava paralizzando.In Abruzzo nessuna struttura garantiva dai rischi di un intervento, per cui dopo affannose ricerche, approdammo ad un illustre neurochirurgo della capitale che operava i suoi clienti, pur lavorando in un pubblico ospedale, presso una clinica esclusiva al centro della città.Non badammo a spese, visto che bisognava fare presto per evitare il peggio.
Il 24 aprile mi trovai ad attendere il mio turno in una stanza bianca ed estranea, impregnata dall’odore acre dei disinfettanti che mi bruciavano la gola, mentre invano cercavo un volto amico tra quelli che frettolosi mi passavano accanto.
Ancora una volta l’idea di una morte che avrebbe posto fine a tanta sofferenza mi dette il coraggio di salire sul lettino della sala operatoria.
Ricordo la delusione del risveglio nel constatare che non era finita. I dolori erano più forti di prima mentre l’ultima speranza cadeva.
Dopo tre giorni fui dimessa. Non era cambiato niente, tranne un’infezione vaginale virulenta che si aggiunse a tutto il resto.
Tornati a Pescara, facemmo fatica a trovare una brava terapista della riabilitazione, ma alla fine la nostra costanza fu premiata.
Impercettibilmente diminuiva il dolore, impercettibilmente il movimento del braccio si allargava, impercettibilmente la vita prese a sorridermi.
Dal letto ero passata ad una sdraio che mi permetteva di non vivere isolata, perché me la potevo portare dietro ovunque. Così in Agosto mi potei trasferire per un breve periodo nella casa di famiglia in montagna.
Di tanto in tanto provavo a mettermi in piedi, contando i passi che riuscivo a fare senza dolore.
Un giorno mi parvero così tanti da pensare che il traguardo non era lontano.
Ma la gamba?…Che c’entrava la gamba, in quel momento di grande esultanza, a farsi sentire?
Era la destra e un velo cadde davanti ai miei occhi. Lo stesso sintomo di 15 anni prima!

Ad agosto ebbe inizio la nuova e più terribile odissea. Di quel mese e dei successivi serbo un ricordo doloroso e straziante. Dovetti trasferirmi a casa di mia madre perché avevo bisogno di tutto.
I numerosi tentativi di rimettermi in piedi, ricorrendo ai più infernali marchingegni, lungi dal sortire l’effetto voluto, non facevano che riacutizzare ora il dolore alla spalla ora alla schiena. Di giorno e di notte ero sconvolta da contratture allucinanti. A ciò si aggiungeva la maledetta paura di rimanere sola che più forte che mai si era impadronita di me.
Mio marito mi veniva a trovare, ma non faceva cenno di volermi a casa, nonostante mio figlio ripetutamente chiedesse di me.
L’analista, nel cui studio avevo continuato a recarmi puntualmente, trascinando le gambe, aggrappata alle braccia dell’accompagnatore di turno, si ostinava a ripetere che non avevo niente e che non volevo guarire.
A novembre stavo peggio di prima, nonostante i meccanici del sapere avessero messo a punto da poco l’ultimo strumento di tortura, il busto a crociera.
Mi sembrava di annegare in un mare in tempesta, ma di una cosa ero certa: volevo tornare a casa.
Bastava cercare qualcuno che sostituisse mia madre e mio marito e si occupasse di me.
Fui fortunata a trovare una ragazza allegra e piena di vita con cui subito m’intesi.
Per stare in piedi dovetti sostituire con un busto gessato con ascellari d’acciaio quella crociera che provocava più danni che benefici.
Non dovetti più dire grazie a nessuno, non dovetti più scervellarmi a cercare il salvatore di turno. Bastava pagare! Averci pensato prima!
Ma ogni scelta ha i suoi tempi.
Canto:Dio aprirà una via
1991
La vita tornò a sorridermi e ad aprile buttai il gesso e lasciai libera la mia compagna di viaggio.
Avevo vinto la mia battaglia con il male oscuro, anche se occorse ancora un anno per concludere il lungo viaggio intrapreso tanti anni prima con l’analista.
Non avevo però risolto i problemi alla schiena e continuavo a soffrire ogni volta che stavo in piedi. Vivevo sulla mia sdraio e mal mi adattavo a qualsiasi altro tipo d’appoggio.
Passavo il mio tempo a cucire, privilegiando i lavori difficili e dove confluivano pazienza precisione e creatività. Mi meravigliavo sempre più del fatto che preferissi aggiustare che creare dal nulla, che con quattro metri di stoffa non riuscivo a confezionare neanche un fazzoletto, mentre con un fazzoletto riuscivo a fare un vestito.
Lungi dal sentirmi realizzata, pensavo alla scuola che volevo riprendere almeno l’ultimo mese
Ormai la macchina non era un problema e a scuola bastava trovare la sedia giusta.
Ma che stava succedendo al braccio destro? Non riuscivo più a muoverlo se non urlando di dolore.
Non ci capivo più niente. Così l’ortopedico che negli ultimi anni mi aveva seguito con grande disponibilità, dopo aver provato con fasciature non rigide, fu alla fine costretto ad ingessarmi il braccio e la spalla."Tendinite del tennista" la chiamò.
Mi meravigliai che come la meniscopatia anche questa patologia mi accomunava agli atleti.
Me che da anni non facevo un passo, e che agli esami di stato fui vergognosamente rimandata a ottobre in educazione fisica.
Il giorno del rientro in servizio non sapevo se ridere o piangere. Provai a guidare con il braccio sinistro, ma non feci che pochi metri.
Gettata la spugna, chiamai mio marito e mi presentai agli alunni e ai colleghi, dopo tre anni d’assenza, conciata in quel modo.
Era maggio del 1991.
In quello stesso periodo sentivo una gran voglia di cambiamento.
La mia casa che negli ultimi anni avevo sentivo nemica ed estranea, desiderai renderla più confortevole e funzionale.Mi svegliavo la notte a pensare alle possibili soluzioni facendo schizzi su schizzi.
Ce ne volle per convincere mio marito ad avviare i lavori, ma alla fine la spuntai.
Passai l’estate chiusa nella stanza da letto, attrezzata per l’uso, mentre gli operai demolivano muri e pavimenti in un fragore infernale.
La ristrutturazione della mia casa rispose ad una ricerca interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
I sogni fornirono alla ricerca analitica il materiale per approfondire la conoscenza di me stessa.. La casa era un tema ricorrente. Mi meravigliai di sognare, con l’andar del tempo, palazzi sempre più bassi con ampi balconi che si sostituirono alle piccole e buie finestre dei grattacieli.
Ridenti palazzine ad un piano con ampi balconi comunicanti con l’esterno furono il segno che il grande viaggio alla scoperta di me volgeva al termine.
A dirmi che ormai potevo andare da sola, fu un sogno in cui vidi una grande casa, con mura spesse e robuste, non ancora finita. Attorno ad essa un via vai di operai occupati a portare a termine la costruzione.
L’analista mi congedò dicendo che il più era fatto e che avevo gli strumenti per terminare la casa senza di lui.
Aveva ragione, perché non lui ma il Signore doveva provvedere a che vi potessi abitare.
Non mi servivano certo i tappeti persiani che per un tempo lunghissimo sognai come copertura del pavimento umido e sporco della cantina, né quello costoso che io e mio marito comprammo per avere un progetto comune, visto che non riuscivamo a trovarne altri, che ugualmente ci trovassero d’accordo.
Ma ciò che rese la mia casa abitabile, casa dove non c’era più posto per la paura, fu un crocifisso
Così scrivevo a quello zio di Bologna con cui oggi condivido la gioia di poterci un pochino fermare, per parlare di Dio.
25 giugno 2001
Caro zio Remo,
ti voglio raccontare la storia di pareti, un tempo nude e fredde, quelle della mia casa, quelle che tutti possono vedere e quelle che non si vedono , perché nascoste nel cuore
Quando ci siamo sposati, io e Gianni, non avevamo nulla da appendere ai muri imbiancati di fresco, tranne una Madonna di vetro, che cadde subito, perché il chiodo era piccolo e la cornice troppo pesante.
Ce l’aveva regalata un’amica per l’occasione; ma non me ne diedi pensiero.
Durò giusto il tempo per essere rimpiazzata, al ritorno dal viaggio di nozze, con un poster in cui sfolgorava una rossa, Ferrari.
L’attaccammo all’ingresso, per far capire, a chi bussava alla porta, che noi volevamo bruciare le tappe, volevamo volare, come quella splendida macchina, verso esaltanti trofei.
Poi il poster si sciupò, perché non c’erano soldi per farlo tenere un po’ in piedi, almeno con delle bacchette.
In seguito tu mi regalasti, in occasione di uno dei tanti soggiorni obbligati a Bologna, per curare ciò che nessuno riusciva e non ancora riesce a capire, un disegno grande e colorato, un disegno che un tuo amico vignettista ti aveva portato e che non sapevi dove attaccare, perché le pareti erano ormai tutte piene.
La stanza di Franco accolse quell’opera di poco valore, ma allegra, dove gente che cantava e suonava alla luna, appoggiata ai lampioni, pur se ubriaca, illudeva che la vita era bella, invitando ad annegare dimenticare, nel vino, l’affanno e la pena di dentro.
Un giorno un collega, un artista, mi fece vedere ciò di cui era capace.
Fui attratta da una xilografia in cui campeggiava lo schizzo di un uomo, attraversato da linee verdastre, che in un paesaggio spettrale, fra palazzi senza finestre, era diviso a metà da una sbarra che gli tagliava la testa.
La misi a capo del letto, perché non c’era niente e perché pensai che poteva essere il mio biglietto da visita per chi veniva a trovarmi nei lunghi, lunghissimi anni della mia solitudine antica e sofferta nel corpo e nell’anima, piagati da ferite che non si rimarginano.
Pian piano le pareti della mia casa si colorarono di tanti frammenti di vita: emozioni, ricordi, passioni di momenti che diventavano sempre più lunghi; ma nella stanza da letto quell’uomo continuava a rimanere solo
Poi conobbi un pittore persiano (a Fiuggi, ricordi?) che dipingeva cristi e madonne.
Ne comprai una, perché era bella e potevo metterla sopra al comò per farla ammirare dagli altri.
A destra del letto attaccai piccolo quadro sbiadito in cui, un uomo e una donna, smarriti, guardavano l’albero del frutto proibito, girando lo sguardo al serpente che li aveva tentati, ma non rispondevano alle mie tante domande angosciose sul perché del dolore innocente.
Passarono gli anni e tra le molte cose nascoste, ammassate in cantina, mamma ripescò uno stendardo che i nonni, forse, tenevano appeso sul letto.
Era un’icona della Sacra Famiglia che, né topi, né tarli erano riusciti a corrodere.
Fui l’unica che si mostrò contenta di prendere ciò che sembrava dovesse andare buttato.
Quando venne il momento, feci bloccare, tra due lastre trasparenti di vetro, la stoffa invecchiata e ingiallita di quell’immagine sacra. L’appesi in un angolo della mia casa, ormai troppo piena di quadri che contano, in attesa che mi venisse un idea, anche solo per ricavarne dei soldi.
Quando, morto il padre di Gianni, mi vidi arrivare la sua eredità, m’irritai con chi aveva scelto per noi il grande crocifisso d’argento, di cui non sapevo che farmene.
Lo misi nella casa di fronte, perché non lo volevo vedere.
Fra tre settimane Franco si sposa. e andrà ad abitarvi.
Entrando nel fresco e giovane nido che accoglierà lui e la sua giovane sposa, ho notato che alle pareti mancava qualcosa, qualcosa di veramente speciale, che le illuminasse.
Mi sono chiesta cosa avrebbe fatto loro piacere e ho pensato che doveva essere cosa che veniva dal cuore.
Così ho staccato la bella Madonna che arredava con gusto la nostra stanza da letto e gliel’ho regalata , perché la usassero meglio di come avevamo saputo far noi.
In cambio ho voluto quel crocifisso che stava ammucchiato nel loro stanzino, per appenderlo lì dove potessi guardarlo quando, stesa sul letto, la notte non riesco a dormire.
Così la gioia del dono dipinta negli occhi di Franco e della sua sposa è anche la mia che, se da un lato sono riuscita a donare ciò da cui mai mi sarei separata, dall’altro posso riposare nell’amore di Cristo che da tanto era lì ad aspettare che a Lui volgessi lo sguardo.
Voleva invitarmi da sempre a guardare la croce a cui, innocente, era stato inchiodato, mi voleva ricordare che il vuoto di pareti fredde e deserte si riempie con l’amore donato, si illumina con le braccia spalancate di un Dio che ha pagato il prezzo più alto, donando suo figlio per ognuno di noi.
Anche la Sacra Famiglia è cambiata di posto.Ora la vede chiunque bussa alla porta, e quell’uomo, solo, l’ho mandato in cantina, in attesa che un Crocifisso gli parli.Spero che una storia di pareti vuote e di quadri non ti abbia annoiato; mi auguro anzi che anche tu, tra le tante immagini attaccate ai muri della tua casa, ne trovi una da poter pregare ed amare.
Con questo augurio che estendo a tutti, vi lascio.
Canto:Davanti a questo amore
2 febbraio 2004.

3 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

Canto: Cristo è risorto veramente (Risorto per amore 1)

Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici. Dagli studi di Radio Speranza vi danno il benvenutoGianni e Antonietta.
La settimana scorsa, preparando la trasmissione di oggi, abbiamo sperimentato quanto sia difficile e duro il cammino della fede, ciò che si richiede ad ogni credente nel momento in cui tutto è buio e le cose che capitano sembrano incomprensibili.
Abbiamo dovuto, infatti, fare i conti, Antonietta e io, con la nostra incapacità a cercare le parole e gli argomenti giusti per farvi arrivare un messaggio di speranza, per comunicarvi che Cristo è veramente risorto nella nostra vita personale, nella nostra vita di coppia e nelle nostre relazioni all’interno e al di fuori della famiglia, per annunciarvi che Cristo è risorto non solo per noi, ma per tutti gli uomini, come provvede a ricordarci il nostro nipotino di due anni e mezzo, quando preme il bottone dell’antiquato ma sempre funzionante apparecchio stereo, dove fisso troneggia il suo CD preferito, quello che lui chiama: “ la musica delle campane”.
Ebbene noi vogliamo ringraziare il Signore per tutto quello che ci ha donato in questa settimana e vogliamo cominciare da questo piccolo grande profeta che è Giovanni, il maestro, che il Signore ci ha mandato a domicilio, per insegnarci a guardare il mondo con i suoi occhi, per stupire di fronte alle meraviglie del suo amore.
Quando è nato, non sapevamo che stava arrivando dal cielo un dono così grande, come non lo sapevamo, quando è nato nostro figlio Franco.
Ma se la prima volta, di fronte al miracolo della vita che sboccia, non abbiamo alzato gli occhi al cielo e non abbiamo neanche per un attimo pensato che nostro figlio era lo splendido dono che Dio ci aveva fatto pervenire, per rendere fecondo il nostro amore, la seconda, quando è nato Giovanni, abbiamo vissuto la stessa esperienza in modo totalmente diverso.
Il Signore, come ci aveva messo di fronte ad un altro matrimonio, quello di nostro figlio, per farci riflettere sul nostro, così ci ha messo sotto gli occhi un altro bimbo, perché imparassimo da lui come si ama..
Sul suo diario, nell’aprile 2002, così scriveva Antonietta, aprendo la strada alla condivisione di un patrimonio comune.
Ridiventare bambini è la strada maestra per entrare nel mistero dell’amore di Dio, il regno dei cieli che, ogni volta che ci riusciamo, si trasferisce su questa terra e trasforma la nostra storia di schiavi, di servi inutili, in storia di figli, a tutti gli effetti eredi di quel patrimonio di grazia, che proviene solo da Lui.
Giovanni, il bimbo che Dio ci ha donato, attraverso nostro figlio e sua moglie, è il più bel libro scritto dal Signore, per farci le catechesi sull’argomento.
Quando venne al mondo, eravamo lontani da questi pensieri e mai avremmo immaginato che quel batuffolo di tenerezza sarebbe stato la chiave, per entrare nel mistero della misericordia di Dio.
Del resto il suo nome parlava chiaro, perché non a caso si chiama Giovanni, che significa Dio è misericordia, Dio ama.
All’ospedale, quando nacque, non lo sapevano, per cui gli appiccicarono un numero sulla tutina, per paura che si confondesse, il n. 43

6 aprile 2002

Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.
Volevi venire al mondo da tanto tempo.
Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.
Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.
Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.
Cosa tu avevi a che fare con me?
Nessuna cosa mi ricordava che eri, che sei, figlio di mio figlio, che allo stesso modo eri nato, soffrendo e morendo tu e tua madre per poter risorgere ancora e di più e per dire che la vita è bella, perché è miracolo, stupore dono stupendo e misterioso della potenza e della misericordia di Dio.
Perché quando penso a te sto male?
A cosa penso, guardando i tuoi occhi spauriti, e sgranati, occhi grandi come fanali?
Penso a te, che sei scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che hai lottato con una forza che non era la tua.
Un angelo con te ha lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.
Forse gli occhi spauriti sono quelli dello stupore di avercela fatta,
Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano ad ogni movimento
E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche ..e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino.
Oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.
Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.
Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.
Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.
Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria.Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.
Così con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.
Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.
Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, ma dono di Dio, perché il tuo nome era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te
Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu tutta in te la manifesti.

Quel nome ci aveva stregati, tanto che non potemmo che dedicargli questa poesia il giorno del suo Battesimo, il
 9 giugno 2002.

Ti abbiamo trovato in un campo
Al mattino
Tra i fiori appena spuntati

Ti abbiamo guardato stupiti
E ti abbiamo riconosciuto.

Eri quello che stavamo aspettando
Proprio tu
Che stentavi a sbocciare.

Ansiosi ci siamo accostati
Ma subito ci siamo fermati
Per paura di farti male.

Con lo sguardo, piano,
Ti abbiamo accarezzato,
Ma con il cuore ti abbiamo preso
Piantandoti nel nostro giardino..

Ora i tuoi teneri e giovani petali
Si stanno rinvigorendo
Ogni giorno la tua veste è più bella
I tuoi occhi più vivi e lucenti.

Per quel prato che non abbiamo coltivato
Per il sole, per la pioggia
Per la brezza leggera
Che il tuo seme ha trasportato
Vogliamo ringraziare il Signore
Perché grande è il suo amore per noi.

A te proprio aveva pensato
Per ricordarcelo
Quando ti ha chiamato per nome.


Queste cose scrisse Antonietta, a ridosso della nascita del piccolo Giovanni, comunicando dei sentimenti che erano anche i miei, ma che tenevo compressi nel cuore, quasi fossero vergogna. Ma eravamo ancora lontani dall’immaginare quante cose ancora avremmo imparato, osservandolo crescere.
E così rispondevamo a dei compagni di viaggio, uniti nella fede, che invitavano me e Antonietta a rinascere dall’alto

Bisogna veramente rinascere dall’alto, per ricominciare tutto da capo e ogni giorno riscrivere la nostra storia alla luce di Cristo..
Attraverso Giovanni, abbiamo imparato a guardare le nostre debolezze e le nostre difficoltà con gli occhi di Dio.
E’ lui il piccolo grande maestro di cui si serve per insegnarci come si fa.
Da quando è nato, ci perdiamo ad osservare le sue manine tese verso di noi per buttarsi nelle nostre braccia.
Ringraziamo Dio perché non ha paura, visto come è messa Antonietta con la schiena, lei, che se ne deve occupare la maggior parte del tempo.
Quante volte il suo pianto lo abbiamo prevenuto, vigilando che non gli mancasse nulla, quante non abbiamo potuto fare a meno di farlo soffrire per una medicina un po’ amara che lui non voleva saperne di prendere!
E che dire di quando tenta di alzarsi e di mettersi in piedi e non ci riesce e cade, suscitando in noi ilarità a tenerezza ad un tempo?
E i balbettii incomprensibili, le parole storpiate, il suo pianto, il suo riso, il suo essere bisognoso di tutto che ce lo fanno amare di più, se fosse possibile!
Perciò vogliamo stamparcele in mente e nel cuore le immagini di questo tempo di grazia che Dio ci concede, perché non vogliamo dimenticare ciò che attraverso Giovanni ci vuole dire.
Man mano la sua mano tesa diventa la nostra, nostre le sue piccole e deboli braccia e insieme ci ritroviamo a ringraziare il Signore per questo dono stupendo che ogni giorno di più mostra le sue meraviglie.
Tornare bambini è fidarsi di chi ci vuole bene, è non preoccuparci di cosa mangeremo e di che ci vestiremo, tornare bambini è non proferire parola, perché l’amore non ne ha bisogno.
Gesù, LA PAROLA; IL VERBO DI DIO, non è forse venuto per offuscare e rendere vane tutte le altre?

Canto: L’amore del padre (Eterna è la sua misericordia: lato B 1)
Dopo questa immersione nei sentimenti, apriamo gli occhi di fronte a quante cose nella nostra vita abbiamo dato per scontate, a quante occasioni ci siamo lasciti sfuggire, per vivere la gratitudine verso Chi non si stanca di amarci e continua a bussare alla nostra porta, perché vuole portarci i suoi doni.
Franco, nostro figlio è stato veramente, il primo e più grande, perché il Signore si è servito di lui, per farsi annunciare.
Eppure noi non abbiamo coltivato la sua fede, e quando lo abbiamo battezzato, abbiamo pensato più ad un dovere da assolvere che ad una grazia da accogliere e far fruttificare.
Lo abbiamo affidato alla Chiesa perché si occupasse di lui e lo istruisse su ciò che era importante per essere buono.
Non gli abbiamo insegnato a pregare, pensando che bastasse fargli frequentare luoghi sicuri, lontani dai pericoli, mentre noi ci occupavamo dei problemi che ci erano piombati addosso ad un anno dal matrimonio e che ci avevano colto del tutto impreparati.
Della sua vita spirituale non conoscevamo nulla, anche se provvedevamo ad inculcargli sani principi e a trasmettergli una cultura della pace e dell’accoglienza, che non sapevamo, però, venirci da Dio.
La sua camera cominciò ad ospitare oltre ai libri di studio e di svago, anche la Bibbia, i libri della Liturgia delle ore, il Catechismo della chiesa cattolica e tanti altri testi che avevano come unico denominatore la parola di Dio.
Il fatto che fosse capo scout ci mise l’animo in pace che non fosse un bigotto e che erano quelli, comuni strumenti di lavoro, in tutto simili a quelli che io e Gianni usavamo per il nostro.
Fu lui, però che insistette a che ritornassero, quando, alla fine del 1999, vennero a casa nostra, Annamaria e Graziellina, per parlarci di Dio, nell’ambito dell’iniziativa missionaria promossa dalla Diocesi per l’anno 2000.
Fu quella l’occasione che portò prima Antonietta e poi me a varcare le porte della Chiesa, che poi scoprimmo essere la nostra parrocchia.
Da quando c’eravamo sposati, avevamo cambiato più chiese che case, mai facendo riferimento a quella più vicina alla nostra, pensandola solo come un ufficio che dispensa servizi per i figli, a cui non si sa cosa offrire di meglio.

Ripensando a tutto questo così scrivevo in occasione del matrimonio di Franco, a
 giugno del 2001

La tua stanza
Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono
Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.
Franco, la tua camera oggi mi parla di te, con il suo disordine, con la sua confusione che è anche la mia, mi parla delle tante, troppe baruffe perché non riuscivi, non riuscivo a capire, che ogni tanto bisogna fermarsi, per buttare ciò che ci ostiniamo a portare senza che ne valga la pena, ciò che grava sopra di noi, perché non riusciamo a lasciarlo da parte.
Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri, i tuoi desideri, i tuoi sogni, che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.
Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.
Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante solo 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili, mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì, ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.
Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.

Solo l’anno dopo, però, abbiamo constatato quanto fossero vere le parole del Salmo 120, con cui abbiamo accompagnato gli auguri e il regalo al piccolo Giovanni, in occasione del suo Battesimo

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cieli e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno,
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è come ombra che ti copre,
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti proteggerà da ogni male,
Egli proteggerà la tua vita.
Il Signore veglierà su di te,
quando esci e quando entri,
da ora e per sempre

Ecco i miracoli della fede. Avevamo pensato di parlare di tutt’altro in questa trasmissione, ma, dopo che io e Gianni avevamo concordato e trascritto ciò che volevamo dire, sul computer, giovedì è stato cancellato tutto da un’improvvisa interruzione di corrente.
All’inizio abbiamo cercato di ricucire i brandelli del discorso, che avevamo disseminato sui fogli, poi abbiamo deciso di fare una preghiera e di lasciarci guidare dal cuore, chiedendo al Signore che le nostre parole fossero un mezzo non il fine del nostro servizio, che volevamo fare a Lui e non a noi. E questo è il risultato.
Per quello che ha fatto e continua a fare non finiremo mai di lodarlo benedirlo e ringraziarlo.
Siamo arrivati al termine delle nostre riflessioni ed è giunto il momento di lasciarci.
Dagli studi di Radio Speranza vi salutano Antonietta e Gianni
Canto : Il buon pastore (Risorto per amore 4)
22 novembre 2004

Le parole.

 

Emanuele,

cosa possiamo offrirti, nel giorno del tuo Battesimo, che Dio non abbia già provveduto a darti senza misura?Cosa possiamo prometterti che non sia già stato preparato per te da Lui, prima che tu nascessi, prima ancora che i tuoi genitori pensassero a te?

Avremmo almeno voluto trovare belle parole per esprimere i sentimenti che in questo momento ci riempiono il cuore: di gratitudine verso Dio, che continua a fidarsi di noi, perché continua ad affidarci i Suoi figli, i fiori più belli del suo giardino; di stupore e di meraviglia per il miracolo della vita che ogni giorno mostra i suoi tesori, belli e nascosti; di inadeguatezza di fronte al compito che sentiamo troppo alto per noi; ma anche di grande consolazione, perché tu ti chiami Emanuele "Dio con noi", e ogni giorno ci ricordi che non dobbiamo aver paura, perché mai saremo lasciati soli.

Le parole le abbiamo trovate già scritte; sono quelle del Salmo 90.Con queste ti vogliamo cullare.

Tu che abiti al riparo dell’Altissimo

e dimori all’ombra dell’Onnipotente,

di’ al Signore:"Mio rifugio e mia fortezza,

mio Dio in cui confido.

Egli ti libererà dal laccio del cacciatore;

ti coprirà con le sue penne

sotto le sue ali troverai rifugio.

la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;

non temerai i terrori della notte

nè la freccia che vola di giorno.

Poichè tuo rifugio è il Signore

e hai fatto dell’Altissimo la sua dimora,

non ti potrà colpire la sventura,

nessun colpo cadrà sulla tua tenda.

Egli darà ordine ai suoi angeli

di custodirti in tutti i tuoi passi.

Sulle loro mani ti porteranno

perchè non inciampi nella pietra il tuo piede.

Nonno Gianni e nonna Antonietta

27 agosto 2006

                                                                                             

Il guadagno

Tornati a casa, dopo una settimana passata a percorrere le vie impervie del pensiero, ad inseguire le idee e le conquiste degli altri, perché divenissero anche nostre, a decifrare concetti difficili e astrusi, abbiamo continuato a chiederci quale fosse il guadagno di una così grande fatica.
Prima di partire accarezzavamo l’idea di poter finalmente staccare la spina sui problemi quotidiani, e farlo ad agosto non era cosa da poco.
Da sempre questo mese ci aveva riservato le delusioni più cocenti e la rabbia per ciò che inspiegabilmente continuava a ripetersi: la malattia, le ferie (quelle degli altri), l’attesa di qualcosa che desse un senso ai nostri agosti interminabili e sofferti.
Dopo 31 anni di matrimonio Gianni ed io, per la prima volta, eravamo d’accordo su come impiegare il tempo delle nostre vacanze, motivati nel fine e nel mezzo che il Signore ci aveva proposto.
Sicuri che questa esperienza ci avrebbe arricchiti, non ci siamo persi d’animo se le cose che abbiamo trovato non erano quelle che ci aspettavamo. 
Il Signore ci aveva chiamati a morire ai nostri pensieri, ai nostri desideri, ai nostri pregiudizi, ai nostri limiti fisici e mentali e ad abbandonarci alla grazia che inonda i poveri di spirito, i bisognosi di tutto.
La Santa Casa di Loreto ci ha aiutato ad entrare nel mistero del “sì” di Maria, dell’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre, ci ha condotti per mano ad accogliere lo Spirito di Dio man mano che aumentava la consapevolezza delle nostre incapacità, delle nostre armi spuntate.
I bambini che, numerosi, riempivano i cercati silenzi, impedendo alla mente di isolarsi in paradisi di utopiche idee, specie i più piccoli, con il loro continuo bisogno di aiuto, di calore e di cure, ce lo ricordavano in quel loro affidarsi alle braccia dei genitori e di chi si faceva padre e madre per loro e per noi, che dovevamo concentrarci e capire. 
Ebbene sì il problema è stato proprio “capire” quello che don Giancarlo andava dicendo in una gimcana piena di stimoli, ostacoli e andate senza ritorno.
All’inizio è sembrata più una ginnastica della mente intorpidita dopo una stasi di secoli.
Poi le provocazioni a raffica, che ci spingevano a rimettere in discussione le nostre certezze, le nostre idee confuse, sprazzi di luce in un universo ancora buio e immerso nel caos. 
Ci guardavamo stupiti io e Gianni, c’interrogavamo, ci specchiavamo nei volti di chi ci stava vicino per ritrovare le nostre paure e le nostre sempre più deboli certezze, per sentirci sicuri nel trovarci uguali agli altri.
La gioia di scoprire infine che eravamo diversi, che ognuno era ricchezza al fratello nel suo capire o non capire, perché lo Spirito soffia dove vuole e non si sa da dover venga né dove vada.
Ognuno il suo pezzetto di verità se lo sarebbe portato a casa, per calarlo nel suo quotidiano di uomo, di coppia, di famiglia, di Chiesa. 
Così anche noi, dopo aver per la prima volta messo in comune tutto, ma proprio tutto ciò che ci veniva offerto, ci siamo chiesti a quale domanda il Signore aveva risposto e di cosa, in effetti, noi avevamo veramente bisogno, per noi stessi, per la nostra vita di coppia che a volte non è così semplice come può all’apparenza sembrare, per quelli a cui dovevamo trasmettere ciò che avevamo imparato. 
Il corso era indirizzato alle famiglie che, di fatto o nelle intenzioni, si propongono di mettere a servizio della Comunità tutto ciò che Dio ha donato e continua a donare loro.
Ma per dare bisogna avere.
Cosa avremmo portato ai fratelli, una volta tornati nel nostro piccolo e angusto orizzonte, dopo che ci eravamo persi negli oceani infiniti delle dispute dotte? 
Se da un lato ci sentivamo appagati da tutte le opportunità che il Signore ci aveva messo davanti per condividere la nostra fede, per confrontarla, per arricchirla, per renderla più forte nelle relazioni instaurate, dall’altro non trovavamo un nesso tra le varie esperienze. 
Eppure don Giancarlo era partito dall’esplosione dell’io, dalla necessità di ricomporne l’unità e tornare alle radici dell’essere per trovare le risposte all’agire.
Abbiamo riletto caparbiamente le sue dispense perché il nesso doveva pur esserci e il senso che era sfuggito alla mente, ma non al cuore, è apparso in tutta la sua folgorante chiarezza. 
“Hic verbum caro factum est” (qui il Verbo si è fatto carne).
Queste le parole incise sul marmo della piccola e umile casa di Maria, ingabbiata nel maestoso santuario di Loreto che non ne riesce a contenere la grandezza e la forza profetica. 
Il Verbo si è fatto carne contro ogni più rosea prospettiva, contro ogni umana previsione nel concreto dei nostri giorni, assorti nella meditazione di quella parola scritta sul muro con lettere di fuoco.
…“la Cristologia al servizio dell’Antropologia…”, termini difficili che si aggiunsero agli altri, quando il relatore le pronunciò, perché il corso era al termine e noi eravamo saturi di parole che suonano senza vibrare.
Ma la preghiera incessante perché lo Spirito ci aprisse le menti, non avevamo mai smesso di farla e così quella piccola casa, la Santa Casa, all’ombra della quale ci siamo rifugiati, ci ha dato il senso di tutto il percorso. 
Il problema, la realtà, il mistero dell’uomo ci veniva svelato nell’incarnazione di Colui che si era fatto trovare nella nostra percezione di non essere in grado di capire sempre e subito ciò che ci veniva detto, nel nostro desiderio di trovare la verità che unisce e appaga, nel nostro tendere a Lui cercandolo nei volti, nei gesti e nelle parole di chi ci aveva messo a fianco, nello sforzo di accettare la nostra e l’altrui diversità ed amarla e in essa vedere la multiforme grazia di Dio.  
Così il Verbo incarnato ci è diventato maestro, a Lui abbiamo guardato e Lui ci ha risposto dall’alto di quella croce nera e consunta, che non vedevamo, quando chini ascoltavamo la messa di conclusione del corso, nella piccola Casa sul colle di Loreto, ma che c’era.
La sua voce ha superato lo spazio e il tempo per raggiungerci qui, nella nostra dimora.
Ci ha parlato di come tre diventino uno nell’essere, nel sentire e nell’agire grazie all’amore ricevuto e donato in eterno e per sempre. 
Trovare l’unità dell’uomo disgregato è trovare in Cristo il modello a cui tendere, in cui riconoscerci, a cui consegnare la nostra vita perché la trasformi, attraverso lo Spirito, in dono gratuito agli altri: al compagno che ci ha messo accanto, al figlio, al fratello, alla madre, al padre all’amico al nemico, ad ogni uomo che attraverso di Lui ha conquistato la dignità di Essere.
Ora che abbiamo trovato finalmente la chiave che apre tutte le porte e unisce, saldandoli, i fili spezzati, vogliamo comunicare il guadagno a voi tutti, nei quali abbiamo lasciato un pezzetto di noi, certi che in Cristo non ci si perde, ma ci si riconosce e ci si ama.

 
Settimana riservata ai delegati e animatori della famiglia.
Loreto 4-10 agosto 2002
Tema: Fondamenti antropologici. Relatore: don Giancarlo Grandis.

 

Il crocifisso

Caro zio Remo,
ti voglio raccontare la storia di pareti, un tempo nude e fredde, quelle della mia casa, quelle che tutti possono vedere e quelle che non si vedono , perché nascoste nel cuore
Quando ci siamo sposati, Gianni e io, non avevamo nulla da appendere ai muri imbiancati di fresco, tranne una Madonna di vetro, che cadde subito, perché il chiodo era piccolo e la cornice troppo pesante.
Ce l’aveva regalata un’amica per l’occasione; ma non me ne diedi pensiero.
Durò giusto il tempo per essere rimpiazzata, al ritorno dal viaggio di nozze, con un poster in cui sfolgorava una rossa, Ferrari. L’attaccammo all’ingresso, per far capire, a chi bussava alla porta, che noi volevamo bruciare le tappe, volevamo volare, come quella splendida macchina, verso esaltanti trofei.
Poi il poster si sciupò, perché non c’erano soldi per farlo tenere un po’ in piedi, almeno con delle bacchette.
In seguito tu mi regalasti, in occasione di uno dei tanti soggiorni obbligati a Bologna, per curare ciò che nessuno riusciva e non ancora riesce a capire, un disegno grande e colorato, un disegno che un tuo amico vignettista ti aveva portato e che non sapevi dove attaccare, perché le pareti erano ormai tutte piene.
La stanza di Franco accolse quell’opera di poco valore, ma allegra, dove gente che cantava e suonava alla luna, appoggiata ai lampioni, pur se ubriaca, illudeva che la vita era bella, invitando ad annegare dimenticare, nel vino, l’affanno e la pena di dentro.
Un giorno un collega, un artista, mi fece vedere ciò di cui era capace.
Fui attratta da una xilografia in cui campeggiava lo schizzo di un uomo, attraversato da linee verdastre, che in un paesaggio spettrale, fra palazzi senza finestre, era diviso a metà da una sbarra che gli tagliava la testa.
La misi a capo del letto, perché non c’era niente e perché pensai che poteva essere il mio biglietto da visita per chi veniva a trovarmi nei lunghi, lunghissimi anni della mia solitudine antica e sofferta nel corpo e nell’anima, piagati da ferite che non si rimarginano.
Pian piano le pareti della mia casa si colorarono di tanti frammenti di vita: emozioni, ricordi, passioni di momenti che diventavano sempre più lunghi; ma nella stanza da letto quell’uomo continuava a rimanere solo
Poi conobbi un pittore persiano (a Fiuggi, ricordi?) che dipingeva cristi e madonne.
Ne comprai una, perché era bella e potevo metterla sopra al comò per farla ammirare dagli altri.
A destra del letto attaccai piccolo quadro sbiadito in cui, un uomo e una donna, smarriti, guardavano l’albero del frutto proibito, girando lo sguardo al serpente che li aveva tentati, ma non rispondevano alle mie tante domande angosciose sul perché del dolore innocente.
Passarono gli anni e tra le molte cose nascoste, ammassate in cantina, mamma ripescò uno stendardo che i nonni, forse, tenevano appeso sul letto.Era un’icona della Sacra Famiglia che, né topi, né tarli erano riusciti a corrodere. Fui l’unica che si mostrò contenta di prendere ciò che sembrava dovesse andare buttato.
Quando venne il momento, feci bloccare, tra due lastre trasparenti di vetro, la stoffa invecchiata e ingiallita di quell’immagine sacra. L’appesi in un angolo della mia casa, ormai troppo piena di quadri che contano, in attesa che mi venisse un idea, anche solo per ricavarne dei soldi.
Quando, morto il padre di Gianni, mi vidi arrivare la sua eredità, m’irritai con chi aveva scelto per noi il grande crocifisso d’argento, di cui non sapevo che farmene.Lo misi nella casa di fronte, perché non lo volevo vedere.
Fra tre settimane Franco si sposa. e andrà ad abitarvi.
Entrando nel fresco e giovane nido che accoglierà lui e la sua giovane sposa, ho notato che alle pareti mancava qualcosa, qualcosa di veramente speciale, che le illuminasse.Mi sono chiesta cosa avrebbe fatto loro piacere e ho pensato che doveva essere cosa che veniva dal cuore. Così ho staccato la bella Madonna che arredava con gusto la nostra stanza da letto e gliel’ho regalata , perché la usassero meglio di come avevamo saputo far noi.
In cambio ho voluto quel crocifisso che stava ammucchiato nel loro stanzino, per appenderlo lì dove potessi guardarlo quando, stesa sul letto, la notte non riesco a dormire.
Così la gioia del dono dipinta negli occhi di Franco e della sua sposa è anche la mia che, se da un lato sono riuscita a donare ciò da cui mai mi sarei separata, dall’altro posso riposare nell’amore di Cristo che da tanto era lì ad aspettare che a Lui volgessi lo sguardo.Voleva invitarmi da sempre a guardare la croce a cui, innocente, era stato inchiodato, mi voleva ricordare che il vuoto di pareti fredde e deserte si riempie con l’amore donato, si illumina con le braccia spalancate di un Dio che ha pagato il prezzo più alto, donando suo figlio per ognuno di noi.
Anche la Sacra Famiglia è cambiata di posto.Ora la vede chiunque bussa alla porta, e quell’uomo, solo, l’ho mandato in cantina, in attesa che un Crocifisso gli parli.Spero che una storia di pareti vuote e di quadri non ti abbia annoiato; mi auguro anzi che anche tu, tra le tante immagini attaccate ai muri della tua casa, ne trovi una da poter pregare ed amare.
 25 giugno 2001