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MEDITAZIONI SULLA LITURGIA DI
sabato della IV settimana di Pasqua
Letture: At13,44-52; Sal 97;Gv 14, 7-14
” Io ti ho posto per essere luce delle genti” ((At 13,47)
Mi riesce difficile stamattina meditare sulla tua Parola Signore perchè sto male e tanti, troppi pensieri mi si affollano nella testa.
Discernere è difficile quando le forze sono ridotte al lumicino, quando il corpo grida il suo bisogno di pace, di quiete, di remissine del dolore.
Io so che non devo preoccuparmi di nulla perchè tu sei con me e non mi abbandonerai in questo ennesimo e più difficile ricalcolo della mia vita.
Quando viene a mancare un sostegno in genere se ne cercano e se ne trovano altri che fanno al bisogno.
Anche se tu non deludi mai le aspettative, c’è sempre qualcuno attraverso cui tu ti manifesti per mostrare il tuo amore…qualche persona o anche qualche evento che ti aiuta a saltare il fosso, ti toglie dal panne, ti fa sopravvivere ad una furibonda tempesta.
E così è stato sempre, ma il tempo passa e i puntelli umani, i riferimenti abituali che diamo per scontati dai quali non possiamo prescindere vengono meno, e ci ritroviamo ad essere sempre più bisognosi di un aiuto potente che viene dall’alto, abbiamo bisogno delle tue benedizioni che entrano rompendo i vetri.
Non riesco Signore a benedire questo tempo in cui sembra che ci sia un accanimento terapeutico sulle mie malattie di per se stesse invalidanti.
Eppure anche quando pensiamo di aver toccato il fondo ci accorgiamo che ci siamo sbagliati e che c’è un fondo ancora più profondo.
Come accadde a te che pensavamo che il massimo che ti era potuto succedere era morire, salvo poi renderci conto che non ti sei limitato a darci la vita ma il paradiso, la massima distanza dal Padre, scendendo agli Inferi, vale a dire andare all’inferno.
Non so se quando hai esalato l’ultimo respiro eri cosciente che non era finita e che il fondo lo dovevi ancora toccare, scendendo ancora più in basso.
Oggi medito sulla tua parola e mi sforzo di penetrarvi di rimanere in essa perchè se mi disancoro da quell’utero accogliente, caldo e sicuro, che è il tuo legame con il Padre per mezzo dello Spirito, impazzisco.
La mia disabilità, l’incidente che ha reso spero momentaneamente, spero, disabile anche Gianni, la malattia della persona che abitualmente mi aiuta, la lontananza di parenti, amici, conoscenti che possano darci una mano, lontananza abituale, colpevole o forzata, fanno sì che senta sulle mie spalle la responsabilità di portare avanti la casa e prendermi cura del mio sposo senza danneggiarmi in modo irreversibile.
Io non so cosa tu ti inventerai questa volta per farmi uscire dal panne, se è tua volontà che ne esca o che rimanga a combattere sola questa ennesima e più dura prova.
Ho visto ieri la tua mano benedicente nell’aver trovato al pronto soccorso di turno l’ortopedico amico, la prenotazione per la risonanza magnetica fra due giorni e poi tanto altro ancora che riconosco come tua grazia ma che non mi ha esonerato dal portare questa mattina sul corpo i segni di un impari battaglia, piaghe e dolori che rendono molto problematico il mio servizio alla famiglia oggi che non c’è nessuno.
Quando ho bisogno di aiuto tu mi mandi sempre qualcuno da aiutare e così anche in questa circostanza ci sono tante persone di cui debbo farmi carico.
Avevo deciso di pensare più a me stessa dietro consiglio di un uomo che ti appartiene ma, come diceva mio padre” L’inferno è lastricato di buone intenzioni”
Da quando ho cercato di mettere in pratica i saggi consigli che mi dissuadevano dall’anteporre gli altri a me stessa, perchè se non ti ami non puoi amare, è successo il finimonbdo e il lavoro, gli impegni,i pensieri, le responsabilità sono aumentate.
Per questo ti chiedo nel tuo nome di riportarmi nel luogo del tuo riposo, di farmi entrare, rientrare da quella ferita che mi immette nel tuo cuore di carne, un cuore di Padre, di madre, di sposo, di fratello, di amico.
Sii tu per me la roccia che non crolla, sii tu il mio maestro Signore, siano le tue braccia la culla in cui io possa sentirmi amata e al sicuro.

Chi credi di essere?

 
 
Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì della quarta settimana di Quaresima
Letture: Gn 17,3-9; Salmo 104; Gv 8, 51-59
“Se uno osserva la mia parola non sperimenterà la morte”.(Gv 8,51)
“Chi credi di essere?”.(Gv 8, 53)
È questa la risposta che 2000 anni fa diedero i farisei e gli scribi alle tue parole.
Anche oggi chi non crede ha lo stesso atteggiamento di fronte al Vangelo.
“Chi credi di essere?”. Perché ciò che dici è talmente lontano da ciò che vediamo, tocchiamo, sperimentiamo ogni giorno che tutto questo sembra frutto di farneticazioni.
Un tempo anche io, Signore, tu lo sai, avevo tanta diffidenza nei tuoi confronti e, anche se materialmente mai avrei scagliato una pietra contro di te, nè avrei tramato per ucciderti, di fatto non ti ho fatto esistere, mettendoti  nel novero dei esaltati, sognatori, puri sì, ma destinati a non cambiare il flusso degli eventi, a modificare la storia.
Di fatto, quindi, anche io ti ho condannato a morte, specie per quella affermazione riguardante i gigli dei campi e gli uccelli del cielo a cui tu provvedevi perché io non sapevo che la tua azione si poteva estendere a tutti gli uomini come provvidenza salvifica.
Quando ora qualcuno mi chiede di te o anche se non lo fa, quando mi trovo in panne, ripenso a tutto quello che oggi sempre mi dai e il mio cuore si apre ad un canto di lode.
Ci penso Signore, tu lo sai, e mai vorrei tornare indietro, mai ridiventare bambina nella carne, mai tornare indietro nel tempo, mai rivivere i momenti di solitudine, di abbandono, di tristezza, di panico lontana da te.
Non ci riuscirei neanche se lo volessi.
Non posso fare a meno di te.
Ieri Gianni, lo sposo a cui mi hai affidato,  mi diceva che ero bella e sprecata, perché lui non mi edificava né mi faceva i complimenti, che avrei dovuto farmi un amante, ne avevo bisogno perché lui si riconosceva incapace e inadeguato per questo compito.
Che gioia, che soddisfazione nel rispondergli che io l’amante ce l’avevo e che gli volevo bene più di quanto ne volessi a lui.
Ho aggiunto che se non ci fossi stato tu la notte, quella notte, avrei chiamato tutte le ambulanze del mondo, tanta era stata la paura, il dolore e l’assenza di qualunque possibilità umana di venirmi in aiuto.
Tu il mio amante, è vero Signore, tu che mi ami la notte quando l’aurora fa fatica a svegliarsi, tu che di giorno ti fai da parte, ma sei sempre presente per ogni mia necessità, sei l’ombra che mi copre di giorno, il fuoco che mi rischiara la notte.
Tu l’amante, tu l’amato, tu l’eterno amore.
“Voi chi dite che io sia?” Con questa domanda comincia e finisce  il percorso liturgico del Vangelo di Marco in particolare, ma di tutti i vangeli in generale..
La risposta è di oggi.
“Prima che Abramo fosse io sono.”
Tu sei Dio Signore, lo so, me l’hai rivelato attraverso la croce che non volevo accettare, e me l’hai rivelato attraverso un crocifisso a cui non ho dato il permesso di entrare in questa casa, un crocifisso commissionato dal padre a Gianni  ma pagato da noi e poi lasciatogli in eredità, un crocifisso pagato due volte perché, essendo di argento massiccio, fu inglobato nell’asse ereditario.
Una doppia beffa che mi fece andare su tutte le furie.
Io non ti conoscevo e non ti volevo conoscere in quel simbolo di morte, simbolo di ingratitudine e di dono contraffatto.
Ce l’avevo con gli altri eredi che dell’eredità avevano scelto la parte migliore, mentre noi eravamo gli ultimi, quelli a cui è stato dato lo scarto.
“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”.
Oggi posso dirlo, gridarlo con convinzione che solo la tua croce salva le nostre croci, le redime, le trasforma, le rende piante rigogliose, feconde di frutti.
E così è stato e così sarà Signore mio Dio.
“Tu chi ti credi di essere?” È la domanda che oggi tu fai a noi, perché ci interroghiamo su chi siamo, qual è la verità che ci abita.
Io Signore, ti voglio ringraziare perché mi hai aperto gli occhi e il cuore e la mente e mi hai rivelato la mia vera eterna identità di figlia, sorella, madre, sposa.
Tu Signore l’hai fatto con il tuo sacrificio.
Come potevano i Giudei capire? Certo che avevano le Scritture che parlavano di te, se solo si fossero fermati a riflettere, se avessero abbattuto il muro del giudizio e del pregiudizio.
Ma dovevi morire per rendere perfetta l’opera per cui ti eri incarnato.
La tua morte e la tua resurrezione hanno cambiato il volto della storia.
Ma come dice Don Ermete le feste cristiane che prima erano pagane stanno tornando ad essere quelle che erano un tempo.
Feste di idoli muti, che non nutrono e non parlano.
Signore in questi giorni che ci separano dalla tua Pasqua aprici all’incursione del tuo santo Spirito, perché ne vogliamo fare provvista per i tempi di carestia.
Che la gioia della tua presenza non si spenga mai sul volto di chi si sente amato da te, che la tua gioia sia la nostra gioia e sia contagiosa!
Maranathà! Vieni Signore Gesù!

Mercoledì delle ceneri

“Prega il Padre tuo che è nel segreto”(Mt 6,6)
Ogni volta che si presenta la Quaresima mi trovo a fare un bilancio della mia vita che , più passano gli anni, più mi sembra una Quaresima che non ha mai fine.
Il deserto si estende a vista d’occhio anche nel tempo ordinario e straordinario.
Concludevo ogni anno dicendo che la mia vita è una continua rinuncia e che non aveva senso il digiuno che almeno il mercoledì delle ceneri è canonico, imposto, prescritto dalla legge.
Ricordo all’inizio di questo cammino, 16 anni fa, quando alla lettera cercai di mettere in pratica il digiuno a cui ci aveva obbligato don Gino.
Stetti così male con pane ed acqua che uscii e per distarmi mi comprai due o tre vestiti.
Capii che non era la via giusta e così mi sforzai di entrare nello spirito vero autentico di questo periodo quaresimale in preparazione alla Pasqua, ma alla fine non credo di aver fatto tanti passi avanti, perchè non so digiunare, non ci riesco, non riesco a fare a meno di certe cose che sento indispensabili per il mio equilibrio traballante.
Mi sforzo, questo sì, ma alla fine mi ritrovo a fare le cose di sempre, sempre meno in verità, cercando spasmodicamente l’oasi in cui riposarmi e riprendere fiato.
Quell’oasi è Gesù, il Signore, è Maria, è la preghiera, l’Eucaristia, la percezione di una presenza che si fa sempre più intima stabile penetrante dentro il mio cuore.
Cosa dirti Signore oggi, di diverso da ciò che negli anni ti ho detto in questo giorno?
Non ti prometto di fare sacrifici ancora più grandi, non ti prometto digiuni che mi martirizzano e aumentano il mio star male, non ti prometto niente che poi so non essere capace di mantenere.
Ti chiedo invece la grazia di vivere questo tempo in intima comunione con te, di farmi docile strumento nelle tue mani, di abilitare tutti i miei sensi a riconoscere te che passi e ti fermi e non mi lasci sola nelle battaglie di questa vita spesa per te e per i miei, i tuoi, la mia e la tua famiglia Signore.
Abbiamo sperimentato nell’anno che ci siamo lasciati alle spalle quanto sia duro, difficile, impossibile combattere da soli contro la divisione, il giudizio, il pregiudizio, l’orgoglio, la presunzione, l’autoreferenza , contro il principe dei demoni che attacca l’amore e cerca di estirparne le radici.
La cenere un tempo la si usava per fare il bucato, cenere mischiata all’acqua.
Ricordo il profumo delle lenzuola di mamma dopo essere state esposte al sole e bagnate di tanto in tanto.
L’acqua è essenziale nel deserto, altrimenti si muore, la cenere è come il fango con cui tu hai creato il primo uomo, il fango con cui hai guarito il cieco nato, è un simbolo di caducità, di mortalità, ma richiama alla mente il concime con cui i nostri padri favorivano la crescita robusta delle piante e poi quel bianco e quel profumo dei panni lavati.
Voglio pensare a tutto ciò che tu Signore trasformi, a partire dal nostro pentimento perchè siamo cenere e cenere torniamo e ci crediamo i padroni del mondo, della nostra vita, capaci di pianificarla e piegarla secondo i nostri desiderata.
Voglio Signore in questo tempo che mi doni di vivere, chiamandomi in disparte, incontrarti lontana dalle luci del mondo, nel silenzio di una natura incontaminata, nel giardino del tuo amore eterno e misericordioso.
Donami Signore orecchie attente, sguardo limpido, cuore aperto, braccia pronte per tenderle a te e accoglere il dono che tu ci fai del tuo amore.
Le mani aperte ti chiedo Signore, senza paura che scivolino via le cose a cui tengo di più, le mie sicurezze, le mie paure, la mia malattia maschere che vorrei togliere oggi che il Carnevale è finito.
La malattia, il fallimento i ricalcoli dolorosi che siano sempre più visti dalla tua angolazione, dal tuo punto di vista, occasioni di grazia e di preghiera.
Signore che tu cresca e io diminuisca, che gli altri, i poveri in cui tu ti nascondi si sentano guardati e abbracciati da te quando riesco a toccarli uscendo fuori dalla mia terra, dal mio appartamento. Signore che io la smetta di mettermi al centro dell’attenzione, che occupi l’ultimo posto e aspetti che tu mi inviti a fare un passo avanti e a sedermi al tuo fianco perchè vuoi che io sia per te sposa per sempre.

Terra promessa

Meditazioni sulla liturgia
di giovedì della IV settimana del Tempo Ordinario
anno pari
letture:letture:1 Re 2,1-4.10-12;Salmo  (1Cr 29,10-12) ” Tu, o Signore, dòmini tutto!”; Mc 6, 7-13
“Sii forte e mostrati uomo”( 1 Re 2,2)
Cosa significa mostrarsi uomini, mi viene da domandarmi, mentre mi accingevo a riflettere sulla povertà che deve contraddistinguere il discepolo di Cristo, l’annunciatore del regno di Dio, il testimone della sua alleanza che dura in eterno.
A volte le letture che la liturgia ci propone mi sembrano scollegata a tal punto he decido di privilegiare per la meditazione quella che più in quel momento sento più vicina al mio vissuto, al mio impegno a camminare nella luce di Cristo.
La parola evidenziata sul calendario liturgico mi ha fatto chiedere in cosa consista la forza dell’uomo e cosa significhi vivere la propria umanità fino in fondo.
La Cristologia al servizio dell’Antropologia fu la conclusione illuminante di un seminario in cui nessuno aveva capito niente e men che meno io.
” Chi è l’uomo perchè te ne curi, chi è l’uomo perchè te ne ricordi?” recita un Salmo.
Ce lo dovremmo chiedere spesso, più spesso davanti ad un crocifisso, per capire queste parole e vivere di conseguenza.
Dio, se avesse voluto creare dei supereroi, dei mandrake, certo non avrebbe usato la terra per impastarci, quella terra che ci ha promesso, dopo averla perduta,  e  che ci ha dato da coltivare insieme a Lui.
Se ci pensiamo bene l’essere uomini comporta la consapevolezza di essere terra donata da Dio e su cui Dio fa piovere e fa crescere.
Non siamo padroni della terra ma custodi e responsabili, non solo della nostra ma anche di quella altrui.
” Nessun uomo è un isola, ognuno è un pezzo di un continente, la parte di un tutto”(Donne)…
Era il tema preferito che ogni anno assegnavo agli alunni senza capirne a fondo il senso…
Senza di te non possiamo fare nulla, Signore, con te tutto è possibile…
Quando non hai nulla, non possiedi nè ti porti appresso nulla è allora che porti Gesù nella sua interezza…
Pensieri, ricordi, riflessioni che affiorano nella memoria…
La preghiera di Gesù e tutta la sua vita mi hanno introdotto nel mistero straordinario dell’appartenere ad un unico corpo di cui Gesù è il capo, un’unica terra da coltivare per noi  e per la nostra vera e unica famiglia.
Figli di un unico Padre, fratelli in Gesù.
E ci credo non perchè l’ho letto da qualche parte, cosa che sicuramente è avvenuta, ma perchè ho sperimentato quanto conti farti spazio Signore, quanto tu ci tenga a vivere in comunione con me e a essere con me una cosa sola.
Questo significa che tutto quello che ho è dono, è tuo e non posso che rendertene grazie.
La mia disabilità, la mancanza di tante cose che hanno contraddistinto la mia giovinezza non mi facciano sentire meno donna, meno importante per te, per il tuo progetto d’amore.
Mi basta la tua grazia Signore e con te, ne sono certa farò cose grandi a tua gloria e per la nostra salvezza.
So Signore che tu non hai bisogno di nulla, siamo noi che abbiamo bisogno di tante cose, la prima delle quali è la consapevolezza di essere terra abitata dal tuo Spirito.
Su questa terra arida e riarsa soffia Signore, continua a soffiare l’alito di vita.
Ti cercherò in tutto ciò che mi manca e ti renderò per questo grazie in eterno.

Il Signore è vicino!

Meditazioni sulla liturgia della III domenica di Avvento 
( anno C)
 
LETTURE:(Sof 3,14-18)Il Signore esulterà per te con grida di gioia.;
SALMO (Is 12)  Rit: Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.;
(Fil 4,4-7) Il Signore è vicino!;
VANGELO (Lc 3,10-18)E noi che cosa dobbiamo fare?
 
” E noi che cosa dobbiamo fare?.”(Lc 3,10)
Oggi è la domenica della gioia, quella gioia che mi conquistò quando entrai per la prima volta ( in verità non era la prima, visto che avevo frequentato per 16 anni un istituto di suore, che a messa bene o male c’ero andata sempre, salvo gli ultimi anni) eppure mi viene di dire la prima volta che entrai in una chiesa.
Si entra con il corpo ma non con il cuore tante volte in una casa, in una storia, in una situazione.
Ecco quel giorno il corpo e il cuore erano sintonizzati se ne ricordo esattamente la data e le parole che ascoltai.
Era giunto il momento di accontentarsi di quello che la vita ti dava, di quello che riuscivi a vedere, sentire, fare.
Quel giorno era importante per me cercare una sedia al riparo dai rigori dell’inverno, in un luogo appartato e silenzioso, per starmene per conto mio.
Fu la gioia prorompente delle lodi del mattino che erano recitate in quella chiesa che mi svegliarono dal sonno e mi fecero tendere le orecchie.
Fu un giorno memorabile quello di una gioia scoperta lì dove mai avrei pensato.
La gioia nella Parola di Dio che non conoscevo e quella dei fedeli che la proclamavano con convinzione.
Erano pochi ma a me bastarono per invidiarli e desiderare di nutrirmi dello stesso cibo.
La mia vita è state avara di gioie solevo dire fino a poco tempo fa e l’unica cosa che mi invidiano le persone è il marito che mi segue e mi accompagna.
Anche io penso la stessa cosa… basta accontentarsi, come dice la Scrittura.
Ma io sono una che non si è mai accontentata, che ha sempre guardato non a quello che aveva ma a quello che mi mancava.
Non l’ho preteso dagli altri, però, ma da me stessa e ho cercato di rimediare cercando dentro di me tutto ciò che mi serviva per non soccombere.
Dio in questa storia dell’Antico Testamento, non ce l’ho fatto entrare e le mie gioie erano frutto di sudore, fatica, bravura mia e solo mia.
Oggi la liturgia da un lato ci pone la gioia annunciata a Sion, a Israele, a noi, uno per uno, perchè è finita la condanna, il dolore, il martirio, la persecuzione, la morte.
Ma la cosa sconvolgente è che Dio esulta di gioia per la sua sposa.
Mai abbastanza mi sazierò di questo Dio che si commuove, che soffre e che gioisce, che è vicino a noi nella gioia e nel dolore nella salute e nella malattia.
La perfezione non sta nell’impassibilità davanti ai nostri problemi, ma la sua partecipazione in anima e corpo a tutto ciò che ci affligge o ci fa stare bene.
” La gioia del Signore sia la nostra forza!”…Quando sentivo il sacerdote congedarci con queste parole non ho mai pensato alla Sua, al Suo cure di carne che esultava per la sua sposa.
Sono sempre più innamorata di questo Dio dal volto umano, un Dio che parla, che ama, che soffre, che spera.
Un Dio che ogni anno ci ripropone il mistero dell’incarnazione, la bellezza del nostro credo in una Persona viva che cammina con noi e che porta la parte più pesante del nostro bagaglio.
” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te!” disse l’angelo a Maria, annunciandogli il concepimento del Figlio di Dio destinato ad essergli Sposo per sempre.
Il cammino dell’Avvento è un cammino nuziale, perchè non puoi amare lo Sposo se non l’hai prima partorito, e non puoi essere madre se non hai fatto esperienza di essere figlia amata sopra ogni altra cosa dal tuo Creatore.
Il Natale è possibile se viviamo nell’ascolto della Parola che era in principio, che era presso Dio che era Dio, come dice Giovanni.
Il cammino per partorire Gesù è quello di un’infinita miseria presentata a Dio perchè la trasformi in utero fecondo di Gioia senza fine.

Passaggio

DAL DIARIO

Gesù è risorto. Ma io?

Me lo sono chiesta la notte di Pasqua, quando il dolore mi ha avvinghiato e stretto nella sua morsa. Avrei voluto andare alla veglia, quest’anno. Era un sogno possibile, perchè non avevo impegni nella giornata di sabato che mi avrebbero potuto stancare.

Invece tutto è andato alla rovescia la vigilia, cominciando dalla mattina, quando sono entrata a casa di Franco, felice di poter programmare insieme a loro la giornata di festa, e ne sono uscita piegata in due.

Non pensavo che mi succedesse.

Il colpo della strega alla schiena dopo che per tre settimane medici, fisioterapisti e tanta preghiera erano stati usati per liberare le braccia da una morsa altrettanto invalidante.

Così la veglia l’ho fatta a casa, ad aspettare che il dolore passasse.

Pensavo alle letture, al clima suggestivo nella chiesa, la notte di Pasqua, al rito della luce, a quell’exultet accompagnato dal suono delle campane.

Nel letto a tutto questo pensavo con rabbia, con rancore perchè stavo male e non avevo nessuno che mi aiutasse.

Dio stava in Chiesa a celebrare la Pasqua con i fedeli e mi aveva dimenticato.

E’ passato ma non me ne sono accorta, ho detto a chi mi dava gli auguri di Buona Pasqua, il mattino seguente.

Speriamo che torni, dicevo. Terrò gli occhi più aperti; ma non avevo voglia di sentirlo parlare, né di seguire la messa del papa alla televisione.

Mi era venuta la nausea delle belle parole, perchè la misura era colma e io non le volevo sentire.

Eppure la nostalgia dell’incontro non potevo reprimerla, mi tornava sempre più forte, sì che con grande fatica e un supporto massiccio di antidolorifici sono andata all’ultima messa, accompagnata, appoggiata a Gianni, trascinando con fatica le gambe su cui gravava il peso di un corpo stremato.

E lì ho ascoltato una messa senza parole, tutto il tempo guardando il crocifisso e i crocifissi dell’assemblea.

Erano quelli che non erano potuti andare alla veglia: gli anziani che la notte hanno bisogno di riposare, i disabili che non hanno nessuno che li accompagni a quell’ora e quelli che solo di giorno trovano qualcuno che li sostituisca nel servizio alla persona a loro affidata.

Ho percepito che Dio era in quel dolore che aspettavo passasse, in quel dolore innocente che il pomeriggio di Pasqua aveva riempito la chiesa.

Era lì nella fragilità e precarietà della carne che ha trasformato in occasione di vita.

Questa mattina nella preghiera dei fedeli il ritornello era

“Signore aiutaci a riconoscerti quando passi”

Popolo mio che male ti ho fatto?

 

 

Popolo mio che male ti ho fatto?
In che ti ho provocato? Dammi risposta.
“Io ti ho guidato fuori dall’Egitto,
e tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Popolo mio che male ti ho fatto?

Perché ti ho guidato quarant’anni nel deserto,
ti ho sfamato con manna,
ti ho introdotto in paese fecondo,
tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Popolo mio che male ti ho fatto?

Che altro avrei dovuto fare e non ti ho fatto?
Io ti ho piantato, mia scelta e florida vigna,
ma tu mi sei divenuta aspra e amara:
poiché mi hai spento la sete con aceto,
e hai piantato una lancia nel petto del tuo Salvatore.

Popolo mio che male ti ho fatto?