La veste

Mt 22,1-14
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Questa mattina , leggendo il vangelo, ho pensato al matrimonio di Vanessa e Luciano a cui abbiamo partecipato. 

Noi siamo stati invitati per l'affetto sincero che ci lega ai genitori dello sposo. Veramente non ce l'aspettavamo, visto che il numero dei parenti e degli amici, venuti in gran numero anche dalla Spagna, luogo d'origine di Vanessa, era veramente cospicuo.

L'attenzione e la sensibilità  mostrata dai nostri amici nei nostri confronti, per farci partecipi della loro gioia, ci ha commosso.

Per questo motivo ho cercato, con cura e per tempo, abito e accessori adatti per l'occasione,  e, cosa per me del tutto insolita, ho dedicato tutta la mattina a prepararmi, evitando di stancarmi, come spesso mi accade, sì da non poter assistere alla cerimonia dall'inizio alla fine.

La gratitudine, per essere stati scelti tra tanti, è stato il motore che ha reso possibile il miracolo di dire sì ad un invito  per una festa di nozze, e di rimanervi fino all fine.(Non è successo neanche per mio figlio!)

Il Vangelo oggi ci parla di un invito e di un vestito.

Mi chiedo se sono consapevole che ad invitarmi non sono i genitori di Luciano, ma Dio in persona, il Signore del cielo e della terra, il mio Creatore.

Mentre mi accingo ad andare alla Messa, guardo il vestito che ho preso in fretta dall'armadio, e prego con l'Antifona d'ingresso:


Se consideri le nostre colpe, Signore,
chi potrà resistere?
Ma presso di te è il perdono,
o Dio di Israele. (Sal 130,3-4)

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Gli operai dell'ultima ora



Matteo 20,1-16 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.
Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
Così gli ultimi saranno i primi e i primi, gli ultimi”.

Siamo invidiosi di quello che hanno gli altri, senza guardare a quello che noi gratiutamente riceviamo ogni giorno.

Gesù ci destabilizza con le sue parabole paradossali in cui tutto è rovesciato e il buon senso va a farsi benedire.

Mi sono fermata a riflettere sulla parola "buono" che compare anche nella storia del giovane ricco.

"Uno solo è buono", dice Gesù all'aspirante discepolo e si capisce che sta parlando di Dio, di sommo Bene, di Giustizia infinita.

In fondo quello che fa Dio è simile a quello che fanno tutti i genitori.

Quando muoiono, i loro beni vengono divisi equamente tra i figli, a prescindere dalla data di nascita.

Se ci pensiamo bene chi nasce prima è fatto partecipe dai genitori di quei beni per più tempo.

Così prendere consapevolezza di vivere nella gratuità del dono fatto ad ogni battezzato, porta al servizio gioioso nella casa di chi ci ha dato la vita e continua a darcela attraverso i doni dello Spirito.

Il già e il non ancora caratterizzano l'esperienza dell'operaio della vigna del Signore, che vive un anticipo di paradiso.

Per quanto riguarda la ricompensa del nostro servizio ,l'eredità a noi promessa è Lui stesso: Amore infinito, che, per quanto uno lo voglia dividere, sempre infinito rimane.

Il suo volto brillò come il sole

(Mt 17,1-9)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

La trasfigurazione è un evento che il Vangelo ci propone non per farci rimpiangere che avremmo anche noi voluto esserci e verificare con i nostri occhi chi era Gesù.
Sicuramente non avremmo avuto tutti i dubbi che ci portiamo dietro e che ci impediscono di vedere il vero volto delle cose.

Quand’anche ci fosse capitato, però, non avremmo resistito, come Pietro, portavoce di un comune sentire, alla tentazione di chiedere a Gesù di trasformare la nostra fede in una contemplazione statica e appagante, nella gioia senza fine di una meta conquistata. Il “già e non ancora” è presente in questo splendido passo del Vangelo.

Nell’episodio della Trasfigurazione c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio e ha parlato per mezzo dei Profeti.
La storia passata, illuminata dalla luce di Cristo, il Nuovo e l’Antico immersi in un dialogo sempre più illuminante. Gli occhi si aprono a Colui che è svelato da chi gli sta accanto: Mosè( la Legge ) ed Elia ( i Profeti), ma anche e soprattutto dalla voce che viene dall’alto.
“Questi è il mio figlio prediletto, ascoltatelo!”.
Giusto il tempo per vederlo scomparire e sperare che riappaia, mentre siamo intenti ad ascoltare la sua Parola, sì che si aprano nuovamente gli occhi al mistero di cui non possiamo farci padroni.

 (Dn 7,9-10.13-14)

Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
Un fiume di fuoco scorreva
e usciva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Voi stessi date loro da mangiare

(Mt 14,13-21)

In quel tempo, avendo udito , Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

"Non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!».

Quante volte ti rispondiamo così, Signore, quando un nostro fratello ha fame, ha sete, ha bisogno del nostro aiuto!

Quello che abbiamo a malapena basta per noi, per la nostra famiglia, per i probabili bisogni futuri, per quando saremo vecchi e non ci sarà nessuno che si occupi di noi.

Quanta poca fiducia riponiamo in te, Signore, quanto ci sembra importante ammassare, nascondere, sentirci sazi fino a scoppiare.

Signore perdonaci del nostro egoismo, perdonaci quando le necessità dei fratelli non ci interpellano, chiusi nel nostro appartamento che, poichè ci sta stretto, ci impone l'obbligo di acquistarne anche uno al mare e, perchè no? anche uno in montagna.

Signore tu, nonostante sentissi il desiderio di startene per conto tuo, appartato, per il lutto recente di Giovanni Battista, a cui possiamo immaginare quanto fossi legato, sei uscito dall'isolamento, perchè hai avuto compassione della folla che ti aveva seguito sull'altra riva.

La compassione è un sentimento divino e il mondo ne ha bisogno, noi ne abbiamo bisogno, noi che ti abbiamo incontrato, ma che facciamo ancora fatica a capire.

Mandala dai tuoi cieli santi, inondaci con il tuo Santo Spirito e rinnoveremo la faccia della terra.

Aiutaci Signore ad aprire gli occhi ai bisogni dei fratelli.

Fa' che tutti entriamo nella consapevolezza che ciò che non ci serve non ci appartiene.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi

 

VANGELO (Mt 11,28-30)
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Quando Gesù, dopo aver visto Matteo seduto al banco delle imposte, gli ha detto “Seguimi” non so quanti di noi si sono sentiti interpellati da quell’invito.
In fondo non facciamo il mestiere sporco di Matteo, anche se passiamo gran parte del nostro tempo a stare seduti, appartati, aspettando che il mondo ci dia quello che ci spetta con gli interessi.
Avanziamo sempre qualcosa dagli altri e viviamo con rabbia, rancore, rassegnazione la nostra condizione di schiavi non retribuiti.
La vita così diventa faticosa e ci opprime a tal punto che, se non abbiamo il coraggio di gridare più forte, d’imporci,di far valere le nostre ragioni, anche imbrogliando le carte, siamo profondamente infelici.
Allora l’invito di oggi, non ci possiamo sbagliare, è per noi, per tutti, non solo per chi si chiama Matteo, Giacomo, Giovanni, Simone, Andrea ecc. ecc.
Basta essere stanchi e oppressi ( chi non lo è? ) per sentirsi chiamati a vivere l’esperienza di una vita rinnovata.
Sembra la reclame di un agriturismo, quello che oggi leggiamo nel vangelo: vitto e divertimento assicurato.
Il giogo magari non sappiamo neanche com’è fatto, perchè da tanto abitiamo in città e un tuffo nel passato non può che farci bene.
Ci accorgiamo, una volta giunti a destinazione, che essere aggiogati non è una bella prospettiva, ma forse vale la pena provare, vista l’autorevolezza di chi abbiamo di fronte.
Il padrone di casa, il fattore, si mette in gioco anche lui e promette che sarà compito suo fare tutta la fatica, basta fidarsi e abbassare la testa.

Già abbassare la testa, sottomettersi, fidarsi, sono tutte parole che nel nostro vocabolario associamo a fregatura.
Vita di tutti i giorni perpetuata all’infinito?
Non è possibile che vada sempre così.
Ma la preghiera con cui esordisce Gesù è illuminante perchè parte da un grazie al Padre che, nella sua benevolenza, ha nascosto i misteri del regno ai dotti e ai sapienti e li ha rivelati ai piccoli, primo fra tutti Lui, che si è fatto ultimo tra gli ultimi, umiliandosi e, senza ribellarsi, si è sottomesso al giogo del Padre, per la nostra salvezza.

” Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.

Allora andiamo a scuola di discepolato, perchè nella fattoria, entra solo chi è iscritto alla scuola dell’infanzia.

 

(Mt 11,25)
In quel tempo Gesù disse:Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.”

Verrò e lo guarirò

VANGELO (Mt 8,5-17)
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito.
Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
“Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie”.

 

Questo passo del vangelo ci spinge a riflettere sulla relazione tra l’uomo e Dio.
Gesù non si formalizza se a chiedergli aiuto è uno che abbia tutti i requisiti in regola, se sia un cristiano con il bollino doc o uno che vive ai margini della fede o addirittura fuori da ogni contesto religioso.
Il centurione è consapevole di non avere le carte in regola, perciò corre incontro al Signore, non vuole che si scomodi, ritenendosi non degno di accoglierlo nella sua casa.
” Io verrò e lo curerò” risponde Gesù alla sua richiesta di guarire il servo malato.
Gesù è sempre disponibile a scomodarsi, a cambiare posizione, a scendere più di quanto abbia già fatto, incarnandosi.
Più che rispondere all’aspettativa del servo, con questo miracolo, Gesù risponde all’atto di fede del centurione che intercedendo per un altro, trova soddisfatto il suo bisogno di vedere reintegrato il servo nella sua funzione:quella di servirlo.
Per la suocera di Pietro non c’è bisogno di intermediari, perchè Gesù è di casa, ospite abituale di quella casa.
Basta il suo occhio per far sì che la donna torni a servire.
Nel primo e nel secondo caso il miracolo nasce dalla necessità di reintegrare la persona nella sua funzione.
La fede è il presupposto perchè ciò avvenga

Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte


Matteo 26,69-75
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!».Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici».
Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno».Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell'uomo!».
Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!».
Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!».
E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

 


Affrettiamoci
a conoscere
il Signore
(Os 6,3)

 

Solo chi lo conosce è pronto a dare la vita per Lui.