Preghiera

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“Cessate di fare il male, imparate a fare il bene”(Is 1, 16.17)

Sembrano tutte uguali le letture di questi giorni, piene di rimproveri, di esortazioni, di minacce.
Non mi piacciono specie quando sei nel deserto della notte e ti dibatti su quale medicina prendere per avere meno male, su quale strada percorrere in alternativa a quella che stai percorrendo e che fino al giorno prima ti sembrava quella giusta.
Tutte uguali, le letture che riguardano i rapporti con i tuoi amici, i tuoi nemici, con te stesso e con Dio.
Ogni mattina cerco il nuovo, la meraviglia nella Parola di Dio, qualcosa che mi cambi questo stato di vita e di morte, qualcosa che mi tolga da questo crinale su cui sto in bilico con la morte e la vita che si congiungono e s’incastrano tanto perfettamente che non sai più se appartieni all’una o all’altra o ad entrambi.
Non so se a tutti è dato di vedere il mondo così come l’ho visto io in questi ultimi tempi, se i pensieri, le azioni sono condizionate dalla percezione che niente è scontato e che Dio, gli uomini, tu stessa può accadere che scompaiano e rimane una non presenza, un assenza di un tu con cui relazionarti, cosa, persona, animale, uomo..
Non so, non capisco tante cose che mi stanno succedendo o che mi sono accadute e forse neanche me ne do pensiero.
Sto dietro, mi sono messa dietro a guardare a lasciarmi guidare da chi ne sa più di me.
A volte questo Dio che celebro nelle mie carte non lo vedo presente ovunque, anzi se posso dire la verità non lo vedo da nessuna parte, ma sento so che c’è.
Mi sento da Lui avvolta, come in un utero di madre, custodita, accolta, curata e al sicuro.
Tutto è buio però nella pancia della madre, il bimbo non vede niente ma lo rassicura la voce di chi lo avvolge con il suo involucro di carne, di sangue, di vita.
Gesù continua ad insistere che dobbiamo imparare a fare il bene, che non dobbiamo inorgoglire, che ci dobbiamo preoccupare degli altri prima che di Lui e di noi stessi.
Parole sante se stessi fuori all’aria aperta, se potessi muovermi come voglio, se i miei pensieri riuscissero ad andare oltre una tachipirina di supporto, un SOS alla dottoressa che mi ha in cura, una preghiera a Dio tacita, perchè Lui sa di cosa ho bisogno.
In queste notti gli altri scompaiono e rimani solo tu, novello Prometeo attaccato, legato alla rupe a scontare i tuoi peccati di superbia, di arroganza, legato e impotente perchè sei polvere e polvere tornerai.
Devi fare salti acrobatici, voli pindarici per convincerti che questo è il vecchio testamento e che con il nuovo è finita la tua condanna e che non ci sono più Prometei legati, che Dio salva, Dio libera, Dio ama.
Crederci quando il masso di Sisifo ti rotola addosso, quando ti ritrovi ai piedi della montagna che hai scalato con Lui, crederci quando intorno è tutto vuoto, senza fiori, nè erba, nè acqua e non c’è nessun o che ti dia una mano a fasciarti le ferite…
Solo…
L’esperienza della solitudine, del silenzio di Dio non è solo di chi non crede, che avrebbe un suo perchè.
Se non credi cosa puoi aspettarti?
La più grande prova, il più grande dolore, lo smarrimento più angoscioso è quando un amico ti tradisce, si dimentica di te, non si fa più sentire.
E’ questo l’inferno Signore?
Non vederti, non sentirti, non averti…
E’ l’ìnferno questo in cui non ti viene, non riesci a pregare nè i vivi nè i morti perchè sono tutti scomparsi all’orizzonte dove la nave pian piano li sta portando in porto sicuro?
E io che sono rimasta qui, pesta e confusa, mi chiedo dove ho sbagliato, quale breccia devo attraversare per entrare nel tuo riposo.
Una fessura, una piccola fessura mi basterebbe per allargarne i margini ed entrare.
Una fessura, uno sbocco, un canale…
attraverso cui possa vedere la luce per orientarmi in questo mare di confusione.

Lo Sposo

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” Berranno il vino, coltiveranno giardini”( Am 9,14)
Finalmente una parola di speranza dopo tanti giorni in cui il profeta Amos ci ha duramente redarguito sulle conseguenze del nostro cattivo operato e Gesù ci ha prospettato le esigenze imprescindibili della sua sequela. 
Lasciare tutto, rinnegare se stessi, non voltarsi indietro e caricarsi della  croce.
Umanamente quello che dice Gesù è pura follia, perché  siamo portati a fare tutto il contrario di quello che dice ci faccia bene.
Perciò in questa vita ci dà negli assaggi , anticipazioni di paradiso, frammenti di luce, scintillanti che si accendono e si spengono non appena vuoi diventarne padrone mettendolo in cassaforte.
Le candele senza aria, al chiuso di un baule si spengono, lo sappiamo, ma continuiamo ad illuderci che quella luce la possiamo monopolizzare solo per noi e per sempre.
Oggi Gesù si presenta come novità assoluta, come qualcosa che non può assolvere alla sua funzione se lo mischi, lo unisci, lo contamini con qualcosa che ha ormai cessato di funzionare.
In questo caso è la legge, i riti, le prescrizioni che vengono meno con la sua venuta.
Quando lo Sposo è presente non serve mandargli lettere, regali, telefonargli, per sentirlo vicino.
Quando ci si incontra si pensa solo a fare festa, a godere dell’amore che ci unisce, a vivere l’esperienza dell’eterno, dell’uno e distinto, dell’infinito, della trascendenza, della comunione.
“Quando lo Sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.”
Così dice Gesù.
Fin quando c’è viviamo la gioia del banchetto di nozze, perché non sappiamo se e quando ci ricapita ancora.
E’ bello, straordinario vivere con Lui accanto, sentirlo sempre presente, non avvertire mai i morsi della fame, ma a volte, per quanti sforzi facciamo, Dio tace, il digiuno ci fa star male.
La fede è basata sulla speranza che berremo vino e coltiveremo giardini, come dice il profeta Amos, ma non è poi così scontato essere sempre svegli, di guardia a scrutare l’orizzonte, ad affinare le orecchie per sentirlo passare nel soffio leggero del vento.
Mi piacerebbe in questo periodo difficile della mia vita sentirlo più vicino, senza dover continuamente fare atti di fede, mi piacerebbe che venisse più spesso a visitarmi, a farmi compagnia, a togliermi il magone, a placare il tumulto dei pensieri, il disorientamento per tutto ciò che è nuovo e non conosco, che non posso tenere sotto controllo.
Mi piacerebbe che la sua pace scendesse su di me e io la possa comunicare a chi mi sta accanto perché smettiamo di farci una guerra inutile e dannosa.
Mi piacerebbe con Lui aprire gli occhi alla meraviglia dell’inizio e credere che è possibile ricominciare tutto da capo, immettere le esperienze passate presenti e future nell’unico giorno senza fine, il giorno delle occasioni favorevoli, delle opportunità di grazia, l’ottavo giorno, quello della Sua resurrezione.
Mi piacerebbe sentirmi risorta in questo tempo di fatica e di dolore, mi piacerebbe sentirmi ogni mattina chiamare per nome mentre lo cerco tra i fiori del mio giardino.
Lo aspetto nel trasalimento dell’anima, nello stupore dei nuovi germogli che si affacciano sugli steli nudi, mi piacerebbe che il vento accarezzando la mia pelle mi trasmettesse il calore delle sue carezze, che il cinguettio degli uccelli al mattino  mi parlassero di lui senza dover cercare gli occhiali per leggere le sue parole sul sacro Libro.
Mi piacerebbe fare meno fatica a vivere questa straordinaria esperienza con Lui che si nasconde nei dirupi, che mi fa attendere, che mette a dura prova la mia fede.
Ma io non ho che Lui e non mi arrendo.
Continuerò a cercarLo anche quando le forze verranno meno, perchè la nostalgia dell’infinito è penetrata nei più segreti anfratti della mia terra desolata.
 
 Solo quando avremo taciuto
(Tonino Bello)
Solo quando
avremo taciuto noi,
Dio potrà parlare.
Comunicherà a noi
solo sulle sabbie del deserto.
Nel silenzio maturano
le grandi cose della vita:
la conversione,
l’amore, il sacrificio.
Quando il sole si eclissa
pure per noi,
e il Cielo non risponde
al nostro grido, e la terra
rimbomba cava sotto i passi,
e la paura dell’abbandono
rischia di farci disperare,
rimanici accanto.
In quel momento,
rompi pure il silenzio:
per dirci parole d’amore!
E sentiremo i brividi della Pasqua.

Rimanere

“Rimanete in me”( Gv 15,4)
Quante volte, Signore, ho meditato questa parola e in questi ultimi tempi l’ho vissuta nei momenti di più grande tribolazione, angoscia sofferenza…
Tu sei il mio pastore non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fai riposare, ad acque tranquille mi conduci.
Tu sei il maestro, la guida.
Tu ti prendi cura del tuo gregge di cui condividi la vita, a cui sei legato da un rapporto di reciproco dono.
Tu dai la vita per le pecore, le pecore ti danno latte e lana ma mai tu le uccideresti, mentre tu ti sei fatto uccidere per ognuno di noi, le pecore del tuo ovile.
Ho sempre pensato che nel tuo gregge ero una pecora madre e che a me non era dato di essere presa in braccio da te.
Non ricordo di essere mai stata presa in braccio da piccola, nè per mano.
E’ come se fossi andata da sempre sola, quella solitudine che generò paura, tanta paura , segnando in modo indelebile gli anni della mia vita.
Con azioni finalizzate a realizzare ciò che mi avrebbe svincolato dalla dipendenza, pensavo di vincere il panico di rimanere sola.
La necessità che qualcuno mi chiudesse gli occhi per addormentarmi è stata la prima dipendenza dalla quale volli liberarmi.
La dipendenza dalle regole della casa che mi ospitava, ( la zia, la nonna, mamma) era diventata inaccettabile, perché non vedevo in esse ragioni di benessere, ma limitazioni o compromissione della mia libertà.
Così ho cercato in tutti i modi di staccarmi dall’albero che mi provocava tanta sofferenza e ne ho piantato uno solo mio, in disparte, lontano dal grande giardino.
Non volevo far parte di nessun gregge, volevo essere artefice della mia vita, cercare da sola regole a cui uniformarmi, regole giuste che non mortificassero l’ uomo.
Le tue regole Signore mi sembravano insensate per la maggior parte, in quanto non erano collegate ad una conoscenza viva reale di te.
La messa era la cosa più incomprensibile che mi si presentava come obbligo, incomprensibile l’astensione dalla carne il venerdì, incomprensibile il primo comandamento
Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori di me,
Non nominare il nome di Dio invano
Ricordati di santificare le feste
 
E che dire di quell’Onora il padre la madre che mi faceva star male, quando non vedevo, non capivo l’amore sotteso ai loro “no”?
Ho vissuto Signore nel non amore per tutta la mia vita, non perché non ci fosse ma perché io non lo percepivo.
Ho cercato di sostituirlo con altro ma alla lunga la fatica mi ha consumato.
Se ti avessi conosciuto prima, sicuramente tutto questo non sarebbe accaduto.
Guardo il passato come un vagare nella nebbia più fitta alla ricerca di una luce che mi facesse ben vedere dove mettevo i piedi, di una parola che mi convincesse senza costringermi ad agire contro la mia volontà, di una persona alla quale non dovevo nascondermi.
Signore da sempre Ti ho cercato confondendoti con le regole che io dovevo trovare a mia misura.
Quanta strada ho fatto per incontrarti!
Tu dirai che mi sei sempre stato accanto, che tu vedi in quella sete e in quella fame d’amore tradito, la ricerca di Te.
Nella più lontana infanzia oggi penso che sia vero che non potevi essere lontano da una figlia che stava così male e aveva paura.
Ma io non ti conoscevo, neanche per sentito dire, non conoscevo il tuo amore senza confini, il tuo sacrificio, non conoscevo la tua parola,
Non sapevo neanche che parlassi Signore.
Un essere perfettissimo,creatore e Signore del cielo e della terra, cosa poteva avere in comune con me? Come pensare di potergli parlare?
Pensavo che eri un Dio muto, un Dio lontano, un Dio seduto sul trono che godeva del sacrificio dei suoi figli.
Tanto più grande è stata la fame e la sete d’amore tanto più doloroso e lungo il viaggio alla tua ricerca.
La gioia di averti trovato mi fa apprezzare maggiormente ciò che tu gratuitamente mi doni.
Le tue parole mi fanno vibrare le più intime corde del cuore, specie in questo discorso che tu fai prima di consegnarti ai tuoi carnefici, un discorso che solo un Dio come te, un Dio d’amore può fare.
Rimanete in me.
Signore, oggi per me la più grande paura è quella di separarmi da te e se l’immagine delle pecore mi faceva slittare il pensiero sempre alla pecora grassa e non mi dava la consolazione di essere qualche volta presa in braccio, l’immagine della vite mi dà concretamente la sensazione di essere nutrita solo da te.
Io sono la vite e voi i tralci
 
I tralci fanno parte della vite, mentre le pecore sono diverse dal pastore per quanto il pastore le ami e si prenda cura di loro.
Voglio essere continuamente legata te Signore perché solo in te c’è vita, c’è speranza, c’è gioia, c’è tutto.
Chi mi separerà dall’amore di Cristo? Forse la la spada, la tribolazione, la morte? Io tutto posso in colui che mi dà vita”
In questa notte dove il sonno non mi accompagna, voglio stringermi più fortemente a te ed invocare il tuo Spirito perché possa avere la pace e possa godere della tua pace.
Signore, la percezione della mia debolezza, della mia fragilità mi sta togliendo anche il desiderio di vivere.
Non voglio che questo accada. Vorrei in ogni momento della vita cantare le tue lodi, ma sono tanto stanca.
Signore mi sembra che mi sto spegnendo ogni giorno un poco.
Riaccendi la fiamma Signore della fede, della speranza, della carità, fa che non mi senta schiacciata dal peso del corpo, dalla fatica dei giorni, dalla solitudine che comporta il mio handicap, dalla dipendenza dall’agire altrui, dalla rinuncia a ciò che ogni giorno la vita mi chiama a restituire.
Signore tu sei qui, tu sei la vite io il tralcio…sono la vite che tu ti sei piantata, una vite che vuole rimanere saldamente ancorata a te…
Tu hai detto: il mio animo è triste fino alla morte.
 
Sicuramente pensavi al peccato degli uomini non alla paura della morte.
Conosci la tristezza Signore della solitudine, la fatica di sostenere fino alla fine un compito senza vederne i frutti, conosci la potatura inclemente, totale, sai quanto fa male, Signore lo sai.
Non mi lasciare Signore in questi momenti di grande affanno, di dolore, di solitudine, non mi lasciare mentre gli altri dormono, mentre i miei amici mi hanno abbandonato.
Tu Signore non mi puoi lasciare sola in questo momento così drammatico, in questo passaggio pericoloso del guado di morte.
Non puoi Signore perché mi ami.
Lo hai ripetuto e testimoniato fino alla fine…e io credo che tu non menti, credo che sei qui vicino a me come credo che ci sia tua madre dalla quale vorrei farmi chiudere gli occhi.
Tu traccia una benedizione Signore sulla tua serva e io troverò la pace.

Terra promessa

Meditazioni sulla liturgia di 
sabato della IV settimana di Quaresima
Letture: Ger 11, 18-20;Salmo 7; Gv 7, 40-53
 
” A te ho affidato la mia causa”(Ger 11,20)
Non c’è che dire il peccato porta alla morte ma è solo con la morte che si vince il peccato.
Sembra un paradosso quello che oggi si evince dalle letture che la liturgia ci propone.
Geremia, perseguitato perchè profeta scomodo va incontro alla morte come Gesù, affidandosi nelle mani dell’autore della vita, Dio stesso, che solo può far vivere e morire, a seconda che ti affidi o non ti affidi a lui.
La morte non piace a nessuno e penso che umanamente nè Geremia nè Gesù l’abbiano affrontata a cuor leggero.
Ma a morire si impara ogni giorno, è una disciplina, una scuola di spogliamento, di offerta, di accoglienza della volontà di Dio che ci chiede di farci da parte, di fargli spazio perchè possa attraverso di noi far risorgere dai morti quelli che si trovano chiusi nella tomba del loro orgoglio, della loro presunzione, della loro proclamata autosufficienza.
Far risorgere dai morti è facoltà di Dio che ha pagato con la morte del figlio la resurrezione di quelli che non l’hanno conosciuto o riconosciuto come Colui che salva, colui che libera, colui che ama a prescindere sempre e perdona non sette ma settanta volte sette.
Innestati in Cristo con il Battesimo anche noi possiamo fare le stesse cose che ha fatto Gesù. fidandoci di quello che ha detto, guardando quello che ha fatto, credendo che in Lui sono ricapitolate tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra e che attraverso di Lui abbiamo la redenzione e il perdono dei peccati.
Il peccato ci separa da Dio, ci priva del nutrimento necessario, della linfa, dell’acqua di cui abbiamo bisogno per vivere in eterno.
Siamo stati creati per l’eternità e per questo Dio non poteva permettere che i suoi figli morissero .
L’eternità fa paura a Giovanni, il mio nipotino, perchè la pensa come un periodo vuoto dove non c’è niente da fare.
Noi la vita ce la immaginiamo come quella che viviamo qui su questa terra, proiettata nel dopo o ripiegata nel rimpianto del passato, in un presente pieno di pensieri, preoccupazioni, senza tempo per fermarci per vivere la nostra identità di persone create a immagine e somiglianza di Dio.
La nostra società è incapace di fermarsi, in una perenne corsa verso l’autodistruzione.
Ringrazio Dio che attraverso la malattia mi ha dato l’opportunità di fermarmi, di andare sempre più piano, si da cogliere nell’attimo che sto vivendo la pienezza dell’essere, la gioia dell’incontro con il mio tu in cui mi specchio, nello sguardo di chi mi definisce e mi ama, ma anche nella storia di chi il Signore mi ha messo accanto per vedervi le tracce del suo passaggio.
Lo ringrazio perchè il tempo me lo ha moltiplicato e lo ha reso tutt’altro che noioso, perchè sempre più numerosi sono i figli custoditi nel Suo cuore di Padre che mi chiamano a rispondere dell’amore che gratuitamente ha riversato su di me e a corrispondere perchè tutti ne godano.
L’eternità comincia da quando siamo stati concepiti e non dobbiamo aspettare di morire per sapere cos’è. Quello che non ci aspettiamo o forse ignoriamo è che l’eternità è l’acquisizione della certezza che non potremo più morire, che la gioia sarà piena perchè il deserto è finito e non dobbiamo più combattere per godere della terra promessa.

Vivere nella casa di una famiglia riconciliata da un Amore più grande ci darà finalmente la pace.

Fu vera gloria?

“Costui è l’erede. Su uccidiamolo!”( Mt 21, 38)
Ha vinto l’amore ha detto Renzi dopo che il senato ha approvato la legge sulle unioni civili.
Hanno ucciso l’amore mi viene da dire, hanno messo a morte il Signore oggi come 2000 anni fa, stabilendo e giudicando in base ad una maggioranza e non alla verità
Gesù è stato condannato e messo in croce, ma il terzo giorno è risuscitato. Ci sono vittorie e quella a cui allude Renzi è vittoria di Pirro, che manifesterà dai frutti la natura e la pericolosità della pianta.
Ci sono piante velenose che a vederle hanno i fiori e i frutti più belli, ma guai a mangiarne. Ne sanno qualcosa Adamo ed Eva e noi che abbiamo ereditato le conseguenze della colpa.
Le colpe dei padri ricadono sui figli è scritto ed è vero, perchè lo constatiamo ogni giorno.
Violenza, stupri, sopraffazioni, odi, omicidi, suicidi, furti e malvagità di ogni genere, il frutto di leggi ingiuste, di comportamenti egoistici dentro e fuori le famiglie.
L’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, maschio e femmina dove è andato a finire?
“Questi è l’erede, uccidiamolo!”
Quando si uccide Dio o si presume di poterlo uccidere, si uccide l’uomo, gli si nega ciò di cui ha più bisogno, il fine per cui è stato creato, l’amore non di un anno o di tanti anni, ma l’amore che dura in eterno.
“Dai  frutti li riconoscerete” è scritto.
Il mio cuore è triste fino alla morte e mai come questa mattina ho sentito le viscere stringersi, rivoltarsi il cuore affranto, ho partecipato al dolore di Cristo quando nel Getzemani fu lasciato solo a pregare.
Forse pensava a questo Gesù, e per questa causa ha dato la vita.
Come vorrei poter consolare il Signore, come vorrei non lasciarlo solo neanche un momento in questa che mi sembra la battaglia più dura, più dolorosa contro il nemico, in questa notte buia dove il demonio sembra avere la meglio.
Hanno approvato le unioni civili e all’apparenza i valori sostenuti sono quelli evangelici dell’unità, dell’amore, del rispetto per chi non la pensa come noi.
Ma come può essere possibile una così grande contraddizione?
“La verità vi farà liberi”.
La libertà è non frutto di una legge, ma della verità che ci abita.
Allora poichè non possiamo a nostro piacimento cambiare il progetto del nostro Creatore, del nostro progettista, confidiamo che uniti a Lui potremo godere dei frutti del suo sacrificio, non con la fiducia ad un governo del paese dei balocchi, ma con la fiducia in Lui che ha vinto il mondo checchè se ne dica.
Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.

Anniversario

 
 
Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì dopo le Ceneri
Madonna di Lourdes
letture: Dt 30,15-20; Salmo 1; Lc 9,22-25
“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)
Ieri il sacerdote con l’imposizione delle ceneri ci ha ricordato  la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l’11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
“La Madonna di Lourdes ti ha salvato”, mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell’incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell’identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l’incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante,  parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito  nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui  in Lui e per Lui.

La Micra e il castello

Sfogliando il diarioMicra 1998
29 gennaio 2010
venerdì della terza settimana tempo ordinario anno pari
letture:2 Sam 11,1-10a.13-17; Salmo 50 ;Mc 4, 21-25
ore 5:47.
“Il regno dei cieli è simile ad un granellino di senapa”.
Tu mi chiedi Signore oggi di esserti fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, mi chiedi di non scoraggiarmi, perché non vedo i frutti di tanti sacrifici.
Tu Signore mi chiedi di rinnovare il mio impegno a servire, perché tu sei un dio fedele, un dio che non inganna i suoi figli, ma se ne prende cura anche quando sembri lontano, occupato a fare altro.
Le nostre storie di uomini, le nostre fatiche quotidiane, i nostri dubbi, tentennamenti, cadute, le nostre infedeltà, le nostre lacrime, la nostra solitudine, angoscia, disperazione, tutto Signore tu vedi e a tutto provvedi.
Tu mandi acqua dal cielo quando la terra è riarsa, tu fai spuntare il sole ogni giorno perché ci riscaldi e ci illumini.
Tu Signore continui a seminare la parola, il granellino di senapa dalla forza dirompente.
La tua parola è spirito e vita, opera nel nascondimento, non si vanta, non urla nelle piazze, la tua parola non giudica, ma ammaestra, consiglia, guida, ama e perdona.
Grazie, Signore, per la tua parola, perché parola d’amore.
Grazie perché, man mano che procedo in questa straordinaria avventura nella conoscenza del tuo regno, mi si alzano vedi, mi si aprono porte… squarci di luce sempre più grandi illuminano castelli meravigliosi della tua sapienza, bontà, misericordia.
Ieri Giovanni, per consolarmi del fatto che la Micra diventasse un sacchetto, una polpetta destinata alla rottamazione, dopo 12 anni di onorato servizio, mi ha detto: “Non piangere nonna, non disperare.La tua macchina si trasformerà in qualcosa di più bello come questa casa che abbiamo di fronte che stanno ristrutturando destinata a diventare uno splendido castello.”
Quando l’ha detto ho pensato a quanto è grande la capacità dei bambini di cogliere l’essenziale delle cose e di guardare oltre.
Io pensavo alla fine ingloriosa della mia macchina, mi vedevo dinanzi il deposito pieno di carcasse di auto e la gru che le sollevava e le metteva sotto la pressa per compattarle e farne polpette.
Chissà perché ho pensato alle polpette.
Certo che ieri, mentre andavo a firmare le ultime carte e a pagare la macchina nuova fiammante che stava nel piazzale, tutto mi parlava di morte: quella nuova, nera mi sembrava un avvoltoio e la mia piccola amica, la Micra ammaccata, incidentata, vecchia di anni, carica di ricordi, con un motore ancora impeccabile destinata a morire.
12 anni, 39.000 km….
È come se le avessi decretato l’eutanasia, sapendo che era ancora viva con tutti gli organi a posto.
Le macchine mi hanno sempre rappresentato per via del fatto che quando le davo indietro era sempre per via della carrozzeria che andava a pezzi.
Il motore era sempre funzionante.
Era la prima volta però che mi capitava di rottamare una macchina che non mi aveva mai lasciato per strada, salvo due forature due giorni di seguito, nei pressi del gommista su cui si affacciava la finestra della cappellina, dove ogni giorno Don Gino esponeva il Santissimo.
Due forature che mi hanno dato l’occasione di stare con Gesù che ha qualificato il tempo del ricalcolo.
Rotture profetiche attraverso le quali ho sperimentato la grazia dell’attesa quando  aspetti con Dio.
La parabola di oggi parla di un granellino di senapa, destinato a diventare un grande albero, dove trovano rifugio e ombra di uccelli.
La mia macchina piena di ricordi sarebbe diventata un castello come Giovanni mi aveva fatto intendere?
Lo era stata un castello perché, attraverso di essa ho conosciuto le case degli uomini, sono entrata nelle stanze più intime dei loro cuori e le ho aggiunte a quelle della mia casa.
Quella macchina effettivamente, pur chiamandosi Micra è riuscita a dilatarsi a tal punto da contenere le stanze che man mano si aggiungevano alla mia casa, sì da farne un grande castello.
La comprai per dimostrare al mio preside e al mondo potevo continuare a lavorare, nonostante l’handicap di non poter camminare.
La comprai per una sfida con il destino, che sembrava accanirsi su di me, costringendomi a fermarmi per tempi sempre più lunghi.
Comprai una macchina a tre porte, perché tanto non dovevo portare nessuno.
Ero sola a portare me stessa, le mie gambe, il mio corpo.
Gli altri andavano a piedi e usavano l’auto solo per grandi spostamenti.
Senza l’auto non avrei potuto recarmi a scuola, andare a trovare mamma o mio fratello negli ultimi mesi, prima che ci lasciasse.
Ho usato la macchina però anche  per raggiungere gli spacci aziendali, il mercato, lì dove era possibile però fermarmi e trovare subito ciò che cercavo.
La macchina si è sostituita per 12 anni alle mie gambe che non erano in grado autonomamente di fare percorsi un po’ più lunghi.
Poi è accaduto quello che allora mi parve irreparabile.
La morte di mio fratello, la dispensa dal servizio, la crisi coniugale, l’allontanamento di mio figlio, deciso a sposarsi.
Relazioni interrotte o in grave pericolo hanno preceduto la svolta.
La macchina è stata la testimone delle mie crisi di panico, dell’incertezza del futuro, del mio vagare alla cieca alla ricerca di qualcosa che rompesse l’atroce cerchio del non senso, del dolore, dell’abbandono.
Poi la conversione.
Il matrimonio di Franco, la nascita di Giovanni, i percorsi cambiati.
Negozi in cui si spende denaro per cose che non appagano sono stati sostituiti da luoghi dove gratuitamente ottenere la gioia e la felicità e la vita.
I semafori, i treni, i taxi, gli aerei, le caprette, i cigni, il mare e poi i presepi, la chiesa e poi i cani, i pesci e tutto ciò che poteva interessare un bambino.
Con la macchina ho dato un passaggio a Vittoria, Gigliola, Lilla, Miranda, Maria, Elena e spesso mi sono detta che avrei fatto meglio a comprare una macchina a cinque porte, perché la funzione era quella di trasportare gli altri non me stessa soltanto.
Poiché non riesco a stare in piedi anche gli incontri si sono sviluppati stando seduta in macchina ferma.
Luciana, lilla, Lucia, Titta, Maria, eccetera tante persone che hanno contribuito a costruire il mio castello che non può andare in frantumi, essere rottamato come una macchina, neanche con esplosivo potente.
Il castello rimane.
Antonietta  è diventata un castello che oggi può accogliere con più comodità le persone è destinata a diventare sempre più grande.
Aveva ragione Giovanni!
Il problema sta nel vedere in un granello di senapa, in una morte, la sorgente di una nuova e più rigogliosa e fiorente vita.
La vita come un granello di senapa, il cuore come albero grande, castello di stanze che si moltiplicano man mano che apri la porta per accogliervi un pellegrino.
Grazie Signore di questa bellissima immagine suggeritami dalla meditazione del Vangelo di oggi.
Una casa che diventa un castello, una Micra si espande e diventa una station wagon, un autobus, un treno, uno strumento d’amore, un abbraccio ancora più grande, quando aumenta il numero delle porte.
Non so perché l’ho comprata nera.
Non è un colore che ho amato e solo da poco ho scoperto che mi sta bene.
Il nero attira i raggi del sole, il nero è assenza di colore.
Quando non hai niente da portare è Gesù che porti nella sua interezza.
Voglio pensare che sia un buon segno averla scelta così.

Mamma

“Noi siamo da Dio”( 1 Gv 4,6)
Occupata a leggere la Parola di Dio e a interrogarmi su cosa sia il regno di Dio, se io lo vedo vicino o lontano, se mi sono convertita, ho cambiato posizione come ha fatto Gesù, spostandosi nella Galilea delle genti, mi ero dimenticata che oggi, 10 anni fa moriva mamma, dopo indicibili sofferenze.
Quel tempo lo vissi a stretto contatto con Dio, la  sua Parola, la sua luce in un lungo e fitto scambio di messaggi d’amore, di richieste di aiuto, di luci ma anche di ombre, che Dio non ha permeso offuscassero la sua presenza continua, in quel periodo di grande sofferenza.
Chissà perchè si sente la presenza del regno più forte quando ti manca tutto, quando i problemi ti schiacciano, le forze ti abbandonano, quando niente dipende da te, riconoscendo al Signore ogni raggio di luce che permetti di far entrare dalle fessure della tua finestra.
L’epifania cominciò prima del tempo stabilito, due mesi e mezzo prima che mamma si ricoverasse e poi morisse, un’epifania che mi fece vivere quel tempo , uno dei più tormentati della mia vita, faticosi, come tempo di grazia e di opportunità favorevoli alla realizzazione del Suo progetto.
Oggi mamma mi manca, e spesso penso che, quello che non posso dire a nessuno, lei lo capirebbe e non mi giudicherebbe.
Gli ultimi tempi sono stati fortemente falsati dalla presenza continua di altre persone vicino a lei che ci hanno impedito di parlare liberamente con il cuore in mano.
Solo una volta in ospedale mi confidò che non poteva dimenticare cosa io avevo fatto per lei, in occasione di una grave malattia che l’aveva colpita, quando io ancora adolescente, facendomi intendere che io ero la sua preferita.
Questo anche per scusarsi del fatto che,  pur nutrendo gli stessi sentimenti a mio riguardo, preferiva avere in quel frangente, vicino persone fisicamente più forti di me , per aiutarla a spostarsi, cambiarsi ecc ecc.
Ricordo che io me la presi perchè dicevo che non mi voleva, e preferiva estranei a me che non ce la facevo neanche a starle vicino seduta.
Ricordo la grossa stella di Natale che le regalò Monica, al suo sorriso riconoscente, alla sua gioia, quando la vide.
Ricordo il mio giudizio inclemente sui soldi sprecati per qualcosa che era destinata a morire con lei.
Mi pentii di quel sentimento in seguito e me ne vergognai, perchè non ancora avevo capito in cosa consiste l’amore.
Monica, la ragazza con tanti problemi, non la ritenevo capace di occuparsi di mamma e invece dovetti ricredermi alla grande, perchè l’umiltà, la delicatezza, l’amore di Monica furono gli ingredienti essenziali per rendere migliori gli ultimi giorni di mamma.
Ricordo che mi meravigliavo del fatto che si tratteneva anche dopo l’orario stabilito, che veniva a vedere come stava  anche quando non era il suo turno, che fu la prima a presentarsi quando morì, al mattino mentre eravamo con lei io e mia sorella.
Ebbi occasione allora di capire in cosa consiste l’amore donato, il disinteresse, la gratuità in ciò che è essenziale.
Monica mi insegnò tante cose che sto metabolizzando pian piano, perchè il regno di Dio anche se c’è, è già all’opera non è detto che subito ne trai beneficio.
Mi piacerebbe questa mattina pregare per quest’angelo buono che tanto ha fatto per noi e che so oggi ha bisogno di quelle stesse attenzioni che un tempo lei ebbe per mamma.
Prego Maria, che è madre, perchè l’accompagni e non faccia spegnere mai la stella che ha illuminato il suo cammino.
Io non sono capace di tenerezza, sono troppo cerebrale, troppo condizionata dalla ragione che oscura o limita l’espressione libera dei sentimenti.
“Il regno di Dio è vicino”
Quanto vorrei che fosse qui, ora, sempre, dentro di me, una luce che mi permette di apprezzare tutto ciò che la vita mi propone, una luce che mi permette di trasformare la maledizione in una benedizione.
Quanta strada Signore devo fare ancora! Quanto sono distante dalla meta!
Gesù tu sono certa che sei qui con me, in questa sgangherata preghiera, sono certa che anche se non ti vedo e non ti sento e non ti tocco,  stai operando meraviglie nella mia vita, nella mia anima.
Lo so, ma mi piacerebbe esserne più consapevole, vivere con il cuore a contatto con il tuo, sentire i tuoi battiti e accordarmi a che anche i miei si accordino e suonino insieme la suprema armonia dell’amore.
Fa’ Signore che possa in ogni momento della vita dire che tu hai fatto bene ogni cosa, fa’ che ti possa lodare, benedire e ringraziare sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.
Togli da me Signore ogni sentimento di pretesa, di rivendicazione, di presunzione, addolcisci il mio cuore e insegnagli a parlare come tu hai fatto con noi.
Signore io non sono capace di nulla ma con il tuo aiuto so che riuscirò a farmi da parte perchè la tua luce brilli senza ostacoli di sorta.
In questo tempo mi mancano molto gli affetti terreni, di mia madre, di mio padre, delle persone che oggi sono con te e non vedo.
Aiutami Signore a pensare, a credere che l’affetto dei miei cari ora è potenziato, perchè sono più vicini a te.
Ti chiedo perdono per quello che in vita hanno fatto contro la tua legge, causando danni alla discendenza.
Ti chiedo perdono per i peccati compiuti dai nostri progenitori che ci hanno reso la vita un terreno arido e spoglio, senza attrattive.
Il tuo regno è vicino dici, oggi a noi.
Il tuo regno Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto.
Voglio specchiarmi nei tuoi occhi Signore e annegare nel mare, nell’oceano del tuo amore misericordioso.
A mamma dona l’eterno riposo, la gioia senza fine di stare tra i tuoi eletti.
Portale una rosa rossa, quella rosa che non fui capace di mettere sulla sua bara, perchè il mio cuore era ancora pieno di rancore per ciò che mi aveva tolto e incapace di riconoscere e ringraziare per ciò che mi aveva dato, che tu mi avevi dato attraverso di lei.
Dalle un bacio Signore e un abbraccio, forte, che senta il calore del mio corpo chinato sul suo, la tenerezza delle labbra poggiate sulla sua guancia, la pressione leggera delle dita mentre le faccio una carezza.
Signore a mamma vorrei che tutto questo arrivasse attraverso di te.
A Maria chiedo di accompagnarmi sulla strada della tenerezza.
Grazie mamma, per tutto quello che tu hai fatto per noi, senza risparmio!
Il regno di Dio è veramente vicino! Alleluia!

S. Stefano

“Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato” ( Mt 10,22)
Oggi è giorno di riflessione. Abbiamo tutti la testa imballata, dal cibo e dallo stress di questi giorni che precedono il Natale.
Siamo stanchi e forse è il momento giusto per fermarci e riposare.
“Venite in disparte e riposatevi un po’ ” dice Gesù ai suoi discepoli, vedendoli affaticati e stanchi.
Ma il riposo, leggiamo, non dura che un battito d’ali, perchè la gente non si lascia ingannare e ti scova quando gli servi.
La chiesa, per toglierci d’impiccio e non caricarci di ulteriori doveri non ha messo di precetto il giorno di Santo Stefano, ma io avrei preferito il contrario.
Oggi è dedicato alla meditazione di quanto abbiamo ascoltato, visto, fatto.
Il Natale è una gimkana tra doveri e piaceri, una gimkana dove Gesù , se lo trovi, quello vero, non edulcorato dai nastri, le luci o gli incarti, lo trovi, dicevo, il giorno dopo, con il martirio di Santo Stefano, il primo martire.
Poichè non è festa di precetto, la maggior parte delle persone non pensa a cosa comporta la nascita del bambinello che ieri piccolo e indifeso al freddo e al gelo aveva fatto tanta tenerezza da desiderare di portagli la “copertina” come Giovanni  s’impegnò a fare,quando aveva appena 2 anni , dopo averne toccato il corpo di gesso esposto ai piedi dell’altare.
Penso oggi, che ho più tempo, a cosa mi ha portato questo Natale, quali doni mi sono piovuti dal cielo senza che io me ne sia accorta.
Faccio fatica a trovarli anche se sono sicura che il Signore non si è dimenticato di me.
Mi riesce più facile invece elencare le opere del demonio, le sue invenzioni, i suoi trucchi, le sue malvagità condite con la glassa e le decorazioni colorate; ho imparato a riconoscere lì dove si insinua, a vederlo all’opera in tante situazioni che mi coinvolgono.
Purtroppo mi accorgo del male solo quando l’ho fatto e mi dispiace, a volte non faccio il bene, e questo è il mio grande peccato, perchè voglio distrarmi e prendere le distanze da tutto ciò che mi fa star male.
In questo periodo d’Avvento ho passato il tempo a lamentarmi, per tutte le cose che andavano storte che non sono state poche.
A cominciare dalla patente, dall’insopportabile dipendenza a cui mi obbliga il foglio rosa e alla difficoltà oggettiva che comporta guidare con il freno a mano imposto dalla commissione, difficoltà a reperire istruttori al di sotto dei 65 anni, quando l’unico disposto e reperibile è Gianni, mio marito, che di anni ne ha 71.
E poi i ricalcoli a cui ho dovuto fare fronte dopo l’intervento di cataratta, con la dottoressa Cecilia che ha avuto un malore sia quando avevo il controllo a 7 giorni, sia a 30 giorni, un malore che in un periodo di festa mi ha costretto ad andare al pronto soccorso.
E poi una settimana con la paura di addormentarmi per via delle apnee, che mi facevano svegliare di soprassalto la notte e che mi lasciavano un mal di testa feroce. Il panico, la paura mi sono state compagne in questo periodo che precede il Natale, panico e paura che non sono stati accompagnati da buone e salutari compagnie.
Con Gianni è tornato il periodo delle incomprensioni. delle distanze ogni giorno da colmare, senza grossi benefici.
E poi la solitudine, lo smarrimento perchè  la persona a cui faccio riferimento durante l’anno, per i bisogni che la conduzione della casa comporta, era oltre che malata anche confusa.
Certo che a pensarci l’avvento non è stato un bel periodo, anche se ogni mattina mi sono sforzata di mettermi in ascolto della Parola di Dio.
Ho avuto , non posso negarlo, tanti raggi di luce, tante carezza troppo brevi in verità,  perchè potessi sentirmi al sicuro.
Forse è questo ciò che il Signore mi vuole dire: che il riposo dura giusto un attimo, perchè oggi è tempo di testimonianza e le folle premono alle porte, mentre avremo l’eternità per goderci la gioia di contemplare, adorare e ringraziare il Signore per tanti suoi benefici.
L’eternità fa paura a Giovanni che ha 12 anni, ci immette in un tempo in cui non devi temere i ricalcoli, perchè finalmente puoi riposare nel Suo amore.
Oggi mi si chiede di perseverare, di non farmi illusioni, che andare dietro a Gesù non ti garantisce l’esenzione dai tiket, la pensione, o la guarigione da tutti i tuoi mali.
Oggi Santo Stefano ci ricorda che la testimonianza è l’unica strada per entrare nel Suo riposo.
Perseverare nonostante la consapevolezza dei miei limiti che mi appaiono sempre più grandi e invalidanti, perseverare con la fiducia piena che Dio viene incontro alla nostra debolezza e ci mette in bocca le parole giuste al tempo opportuno, che lo Spirito di Dio non evapora come l’alcool che stordisce , ma rimane in noi e ci viene in aiuto ogni volta che lo invochiamo.
Questa mattina voglio impegnarmi a guardare non ciò che mi manca, ma il bene che Dio mi aiuta a compiere.

Sono stato con te dovunque sei andato

“Ci visiterà un sole che sorge dall’alto”(Lc 1,78)
Quante vigilie nelle mia vita, quante attese che qualcosa di bello, di risolutivo avvenisse!
Più passano gli anni e più le aspettative diminuiscono, diminuiscono le forze e le certezze, e il mare diventa più ampio, un oceano senza strade e senza luci, un deserto senza voci e senza case, un orizzonte che non separa, e tu ti senti un punto, sempre più piccolo sul tuo guscio di noce a meravigliarti di essere ancora in vita dopo tante tempeste.
“Ci visiterà un sole che viene dall’alto”. Non ci avevo mai pensato che il sole potesse venire anche dal basso e invece è così.
Quanti soli ci hanno abbagliato, quante luci abbiamo seguito che ci hanno portato solo dolore e morte.
Mi è sempre piaciuto all’alba fotografare con gli occhi e con il cuore il sole che spuntava dal mare, la luce che si diffondeva da dietro le case, un sole che sorgeva e tramontava, si alzava e si abbassava ogni giorno, giorni di luce e di buio, di lotta e di fatica, giorni d’inverno e di primavera, giorni in cui le ore erano scandite dai doveri e dai piaceri della vita, giorni di speranze terrene, umane, con il cuore e la mente proiettati lontano.
Quante delusioni, quanti ricalcoli, quanti azzeramenti imprevedibili, imprevisti, quanti giorni di cielo coperto, di buio, di attesa!
Oggi è l’ultimo giorno di Avvento, la vigilia di Natale.
Stanotte finisce l’attesa.
Ogni anno ci si ripropone quello che noi viviamo inconsapevolmente tutto l’anno: attendere un sole che non tramonta, una soluzione definitiva ai nostri problemi esistenziali.
Cambiano le età, ma tutti viviamo nell’attesa che si compia qualcosa che risponda alla nostra fatica.
Oggi voglio meditare su quel sole che ha rischiarato le notti più buie della mia vita, che contrinua a farlo anche quando il mio spirito è triste fino alla morte, perchè il Natale è una conta di morti, un giudizio senza appello se lo guardi senza quel sole.
Voglio aprire le finestre della mia casa per permettere ai suoi raggi di illuminarla tutta, fin nei più reconditi ripostigli, anfratti nascosti, perché possa contemplare e adorare la Parola che ha squarciato il velo del tempo: “Sono stato dovunque sei andato”.