Anniversario

 
 
Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì dopo le Ceneri
Madonna di Lourdes
letture: Dt 30,15-20; Salmo 1; Lc 9,22-25
“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)
Ieri il sacerdote con l’imposizione delle ceneri ci ha ricordato  la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l’11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
“La Madonna di Lourdes ti ha salvato”, mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell’incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell’identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l’incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante,  parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito  nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui  in Lui e per Lui.
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Preghiera

“Io sono Gesù Nazareno che tu perseguiti”(At 9,5)
Oggi si celebra l’incontro tra Paolo e Gesù risorto, Gesù vivo che cammina sulle strade del mondo e si nasconde in ogni fratello .
Con Maria mi voglio rallegrare per la gioia che contraddistinse il mio primo incontro con Lui, la gioia dei fratelli riuniti in preghiera per l’ufficio delle lodi, la gioia che trasudava dai salmi che investiva tutta la natura in festa per la salvezza che era alle porte.
Con Maria ho sgranato il rosario, pensando al mistero dell’incontro con Dio, il Vivente, che mi aveva scalzato dalla cavalcatura per essere aggiogata al suo carro.
Ho ripensato all’entusiasmo dei primi tempi che mi ha portato a ritenermi depositaria della verità tutta intera, che mi ha fatto discriminare i fratelli cristiani che non si comportavano come io credevo fosse giusto.
Nei misteri della gioia ho chiesto a Maria la dovuta e necessaria umiltà per avvicinarmi a qualsiasi persona senza giudizi, nè pregiudizi.
Rispettandoli, amandoli, testimoniando anche in silenzio che Dio era ed è in ogni incontro sollecitato dall’amore, dalla risposta al bisogno di aiuto, le ho chiesto di andare oltre le apparenze, per vedere di cosa l’uomo ha veramente bisogno.
Mi sarei messa in viaggio con lei, facendo un trasloco dall’io al tu, passando per strade accidentate, lunghe, in salita, purchè arrivassi lì dove lei non aveva avuto paura di andare.
Un trasloco a piedi o a bordo di un asino, su cui ho fatto salire Gesù.
Perchè io mi sono sempre sentita quell’asino di cui Gesù aveva bisogno, quando entrò a Gerusalemme la domenica delle palme.
E poi nel terzo mistero mi sono trovata con Maria ad accudire i piccoli che il Signore ha messo sulla mia strada, i poveri, gli storpi, i ciechi, i malati, i soli.
Ho chiesto a lei di aiutarmi a sfamare, prendere in braccio, curare, vigilare su tutti i fratelli con cui vivo fianco a fianco in famiglia, in parrocchia, al lavoro e sulle piattaforme virtuali,specie quelli che danno cattivo odore e non sono amabili.
Poi nel quarto mistero con lei ho presentato al tempio questi fratelli, figli di un unico Padre, ho deposto in pegno il mio corpo, i miei dolori, la mia malattia, la mia vita non separata da Lui, illuminata dallo Spirito di Dio, perchè li benedicesse e li moltiplicasse nell’amore ad un unico e sommo bene.
E poi nell’ultimo mistero ho meditato sulle mie distrazioni, su quante volte mi dimentico di Gesù per continuare il mio viaggio.
Gesù che magari si è fermato per fare una cosa importante, che sta combattendo una grande battaglia che io ignoro e a cui non do peso.
E’ stato questa notte il momento più doloroso, anche se il mistero era della gioia, in quanto, nel quinto, si medita il ritrovamento di Gesù nel tempio.
Ma io con Maria ho meditato sulle volte che perdo di vista i miei fratelli, o mi sento da loro abbandonata. E non li cerco e mi dimentico di loro.
E’ stato bello accostarmi a Gesù in compagnia della madre, in occasione della festa della conversione di San Paolo.
Gesù è vivo, Gesù è risorto, Gesù vuole che ci prendiamo cura di Lui.
” Forse mi passa se abbraccio qualcuno!” disse Giovanni, il mio nipotino, in piena crisi d’asma.
Da lì sono partita per andare a trovare i fratelli uniti nell’unica fede in Cristo Gesù, figlio di Dio..

Il MESSAGGERO

Giovanni è il suo nome ( Lc 1,63)
La liturgia di oggi ci parla della nascita di Giovanni Battista e della voce che torna a Zaccaria, suo padre quando dice il nome suggerito dall’angelo.
Zaccaria era diventato muto all’annuncio dell’angelo perchè non credette che poteva avverarsi il miracolo di avere un figlio a tarda età.
Quando a Zaccaria fu chiesto il nome da dare al figlio, non ebbe dubbi a confermare ciò che sua moglie Elisabetta aveva detto quando vennero per circoncidere il figlio.
A quel  “Si chiamerà Giovanni” di Elisabetta fece eco  “Giovanni è il suo nome” , parole scritte su una tavoletta.
Quando fai la volontà di Dio ti torna la voce e a Zaccaria questo accadde sì che pronunciò il più bell’inno di lode a Dio dopo il Magnificat di Maria che tutta la chiesa ricorda e prega al mattino e alla sera nella liturgia delle ore.
Ma qui non può sfuggire l’accordo della coppia in sintonia con la grazia del vincolo contratto con il matrimonio.
Per uscire dall’ isolamento a cui ci condanna l’incredulità nella misericordia di Dio è necessario accordarsi.
“Quando due o più si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
Questa coppia nella fede ha ritrovato il suo equilibrio andando controcorrente, non adeguandosi a stereotipi di tradizioni vincolanti e non vivificanti.
Dio voleva fare una cosa nuova, partendo da un nome che è un programma e una certezza” Dio salva, Dio ama”
E non è forse questo il compito assegnato ad ognuno di noi?
Comunicare al mondo l’amore di Dio con il nome che portiamo.
Non avevo mai riflettuto fino in fondo quanto conti chiamarsi in un modo piuttosto che in un altro.
Il nome ci immette in una storia, la nostra storia, e ci dà l’identità dalla quale non possiamo prescindere per vivere.
Oggi voglio meditare sul messaggio che Dio fa alla nostra coppia.
Spesso succede che la fede non sia condivisa dalla coppia.
Spesso uno dei due rimane indietro, e si fa fatica a procedere , perchè si arriva a non comunicare, a vivere da soli le gioie e i dolori della vita.
Molti si separano proprio per questa incapacità di comunicare, ma se uno dei due rimane fermo nella fiducia in Dio e nell’amore verso il suo sposo, sicuramente potrà accadere che le cose cambino e si trasformino in un rendimento di grazie e una benedizione.
Il benedictus è attribuito a Zaccaria, ma esprime la gioia e la riconoscenza dei due sposi, perchè è certo che Elisabetta quelle parole le aveva nel cuore da quando vide presentarsi alla sua casa Maria e il bambino le sussultò nel grembo.
“Benedetto il Signore , Dio d’Israele, che ha visitato il suo popolo…”
Ognuno di noi nella sua stanza segreta può dire “Benedetto il Signore, Dio d’Israele” senza mai perdere la speranza che un giorno lo si possa dire insieme, appena svegli, lo sposo e la sposa riconciliati da Dio che ha salvato il mondo cominciando dalla famiglia , dove il sì al Signore non vengono in contemporanea, ma quando vengono, cambiano il mondo e rendono visibile Dio.

“L’anima mia magnifica il Signore”(Lc 1,46)

Meditazioni sulla liturgia del 22 dicembre
Ultime ferie di Avvento
Letture: 1Sam 1,24-28; Salmo: 1Sam 2,1.4-8; Lc 1,46-55
“L’anima mia magnifica il Signore”(Lc 1,46)
Ringraziare per ciò che si è ottenuto è abbastanza facile ma non scontato, ringraziare e lodare il Signore a scatola chiusa è cosa straordinaria se non impossibile.
Maria, la prima dei salvati, accoglie il progetto di Dio sulla sua vita senza porsi domande, fidandosi completamente di Lui.
Anna magnifica il Signore perchè è stata esaudita nella sua preghiera e mantiene la promesa di consacrare il figlio al Signore.
Due esplosioni di gioia che escono dalla bocca di due donne che in modo diverso sono state scelte da Dio per realizzare il suo progetto d’amore su tutto il popolo d’Israele, su tutti i suoi figli.
Dicevo che non è facile ringraziare e il papa ci ha ricordato che una delle tre parole magiche che portano la pace in famiglia e fanno stare bene è “grazie!”
Non è un caso che l ‘Eucaristia si chiami così, rendimento di grazie.
Gesù nell’ultima cena benedice il pane e il vino prima di darlo ai suoi amici tra cui c’era anche il traditore. E questo è sembrato uno sbaglio
Nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù benedice , dice bene non dell’abbondanza , ma del poco che c’è, che si è riusciti a trovare, perchè avvenga il miracolo.
Benedire è dire bene di una cosa, a prescindere dal vantaggio immediato che ne consegue.
Dio benedisse tutta la creazione e disse che era cosa buona, anzi molto buona quando creò l’uomo mascio e femmina, vale a dire la famiglia umana.
A guardare come vanno le cose c’è molto poco da benedire, dire bene, perchè sono più le famiglie che si sfasciano che quelle che stanno in piedi.
Eppure Dio ha fatto bene ogni cosa e non è possibile che si sia sbagliato.
Dobbiamo attendere, questo è quello che ho imparato in questo cammino affascinante e faticoso, difficile e straordinario, perchè faccio esperienza quotidiana della novità racchiusa in ogni cosa.
Dicevo quindi della difficoltà a ringraziare per quello che non vedi non senti non tocchi.
Ringraziare in bianco.
Ricordo che la prima preghiera che insegnai a Govanni il mio nipotino non fu nè un padrenostro, nè un’avemaria e neanche un angelo di Dio.
Era da poco passato il Natale e io di catechismo letto sui libri ne sapevo meno di niente.
Allora mi venne un’idea… in verità fu lo Spirito che me la suggerì.
“Per che cosa vogliamo ringraziare Gesù? “gli chiesi a bruciapelo mentre si stava catapultando sul cibo ghiotto che gli avevo preparato
“Per le patate! ..e pei colori!…” “allora io lo voglio ringraziare perchè tu sei qui! ” ” e io perchè papà mi ci ha portato!” “e io per il sole!” ” Si nonna voglio ringraziare anche io per il sole così possiamo andare a giocare in giardino”.
Da allora il grazie è diventata un’esigenza, che, se prima era collegata ad un bene usufruibile subito, ora è basato sulla fiducia in Dio che fa bene tutte le cose.
Dovrebbe venire più spesso Natale per imparare ad attendere, per fare dell’attesa il tempo opportuno per incontrare il Signore e cantare a lui il nostro Magnificat.

Visite

” A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”(Lc 1,43)
C’è sempre un momento in cui la madre del nostro Signore viene a visitarci.
Un momento particolare della nostra vita in cui abbiamo bisogno di lei, perchè ci porti Gesù, nella sua interezza, senza mistificazioni, il seme gettato dal cielo che attraverso di lei possa attecchire anche nella nostra terra dura all’aratro, inselvatichita, incapace di dare frutto.
Mi chiedo oggi quando la prima volta si è messa in viaggio per me, solo per me.
Devo tornare indietro nella memoria e mi sorprendo a scovare il primo segno della sua visita nel nome che porto, Maria, aggiunto al primo, come le mie sorelle, un nome che per mamma e papà era una garanzia per la nostra vita futura.
A capo del letto dei miei genitori pendeva un grande rosario e il rosario fu l’unico strumento che ho conosciuto ma mai usato per mettersi incontatto con il Padreterno, quando scoppiavano i temporali, quando bisognava sciogliere un voto, quando si doveva chiedere una grazia.
Nella mia casa di bambina non mi sono accorta che Maria veniva a trovarci, perchè viveva con noi e i grandi avevano con lei allacciato relazioni.
Non ricordo di aver mai fatto caso a tutto questo e non ricordo di essermi mai rivolta a lei se non una volta a Bologna, per intercedere a favore di un amica che desideravo passasse l’esame di storia greca, pur essendo impreparata.
Ricordo che in quell’occasione feci anche un voto, la prima ed unica volta che mi impegnai a rispettare una promessa con chi non conoscevo, andando a piedi a San Luca, perchè l’esame andò tanto bene che la ia amica prese il massimo e ci chiese pure la tesi.
Maria per me era unb optional negli anni del buio e della confusione, degli amori giovanili e delle speranze, della vita che ce l’hai in mano, chiusa in un pugno, forte del tuo volere è potere.
Ma si sa che i nodi vengono al pettine e i sogni tanto più vai in alto tanto più rischi di rotolare all’indietro e farti male molto male.
Così, senza riferimenti che non fossi io, mi trovai un giorno a divincolarmi dal dolore sul letto nella casa dei miei genitori.
Mio padre allora fece un gesto che mi lasciò molto stupita e scettica, un gesto di pazzia a mio parere, quello di rovesciarmi addosso una bottiglietta intera di acqua di Lourdes, gridando” Guarisci! Guarisci!”.
“Mio padre è impazzito”, pensai, ma poi gli eventi mi travolsero e ricordai questo particolare quando un’amica mi fece notare la data che io avevo annotato su un libro che avevo scritto sulla mia vita prima di incontrare il Signore, in cui parlavo dell’ultimo e decisivo incidente che aveva decretato la fine della mia attività lavorativa.
Era l’11 febbraio, ma a quel tempo non sapevo l’importanza di quella data, il suo valore storico e simbolico.
Maria era venuta a visitarmi, adesso ne sono più che certa, visto come poi sono andate le cose.
Maria è una donna discreta che c’è, ma ha imparato dal figlio ad aspettare che tu l’accolga nella tua casa.
Anche dopo la conversione continuai a pensare che fosse un optional perchè i rapporti li intrattenevo con il padrone di casa e potevo di lei fare a meno senza problemi.
Poi un giorno, molto provata dai prolungati silenzi di Dio, non riuscendo più a capire ciò che leggevo Libro della Vita, mi rivolsi al mio abituale interlocutore con queste parole: ” Io non ti capisco più. Adesso vado da tua madre che sicuramente ti capisce più di ogni altra persona e mi faccio spiegare come stanno le cose”
Cominciò nel 2007 il mio avvento, e con Maria a fianco mi sono messa in cammino per incontrare il vero Gesù.

Maria missionaria della gioia è venuta a visitarmi allora e continua a farlo ogni notte, infermiera, amica, sorella, madre, tutto ciò che posso desiderare per entrare nella casa di Dio di cui la grotta non è che lo scantinato.
Attraverso Maria entro nel castello del re, mi unisco allo sposo e con lei canto il mio magnificat.

Il Signore è vicino!

Meditazioni sulla liturgia della III domenica di Avvento 
( anno C)
 
LETTURE:(Sof 3,14-18)Il Signore esulterà per te con grida di gioia.;
SALMO (Is 12)  Rit: Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.;
(Fil 4,4-7) Il Signore è vicino!;
VANGELO (Lc 3,10-18)E noi che cosa dobbiamo fare?
 
” E noi che cosa dobbiamo fare?.”(Lc 3,10)
Oggi è la domenica della gioia, quella gioia che mi conquistò quando entrai per la prima volta ( in verità non era la prima, visto che avevo frequentato per 16 anni un istituto di suore, che a messa bene o male c’ero andata sempre, salvo gli ultimi anni) eppure mi viene di dire la prima volta che entrai in una chiesa.
Si entra con il corpo ma non con il cuore tante volte in una casa, in una storia, in una situazione.
Ecco quel giorno il corpo e il cuore erano sintonizzati se ne ricordo esattamente la data e le parole che ascoltai.
Era giunto il momento di accontentarsi di quello che la vita ti dava, di quello che riuscivi a vedere, sentire, fare.
Quel giorno era importante per me cercare una sedia al riparo dai rigori dell’inverno, in un luogo appartato e silenzioso, per starmene per conto mio.
Fu la gioia prorompente delle lodi del mattino che erano recitate in quella chiesa che mi svegliarono dal sonno e mi fecero tendere le orecchie.
Fu un giorno memorabile quello di una gioia scoperta lì dove mai avrei pensato.
La gioia nella Parola di Dio che non conoscevo e quella dei fedeli che la proclamavano con convinzione.
Erano pochi ma a me bastarono per invidiarli e desiderare di nutrirmi dello stesso cibo.
La mia vita è state avara di gioie solevo dire fino a poco tempo fa e l’unica cosa che mi invidiano le persone è il marito che mi segue e mi accompagna.
Anche io penso la stessa cosa… basta accontentarsi, come dice la Scrittura.
Ma io sono una che non si è mai accontentata, che ha sempre guardato non a quello che aveva ma a quello che mi mancava.
Non l’ho preteso dagli altri, però, ma da me stessa e ho cercato di rimediare cercando dentro di me tutto ciò che mi serviva per non soccombere.
Dio in questa storia dell’Antico Testamento, non ce l’ho fatto entrare e le mie gioie erano frutto di sudore, fatica, bravura mia e solo mia.
Oggi la liturgia da un lato ci pone la gioia annunciata a Sion, a Israele, a noi, uno per uno, perchè è finita la condanna, il dolore, il martirio, la persecuzione, la morte.
Ma la cosa sconvolgente è che Dio esulta di gioia per la sua sposa.
Mai abbastanza mi sazierò di questo Dio che si commuove, che soffre e che gioisce, che è vicino a noi nella gioia e nel dolore nella salute e nella malattia.
La perfezione non sta nell’impassibilità davanti ai nostri problemi, ma la sua partecipazione in anima e corpo a tutto ciò che ci affligge o ci fa stare bene.
” La gioia del Signore sia la nostra forza!”…Quando sentivo il sacerdote congedarci con queste parole non ho mai pensato alla Sua, al Suo cure di carne che esultava per la sua sposa.
Sono sempre più innamorata di questo Dio dal volto umano, un Dio che parla, che ama, che soffre, che spera.
Un Dio che ogni anno ci ripropone il mistero dell’incarnazione, la bellezza del nostro credo in una Persona viva che cammina con noi e che porta la parte più pesante del nostro bagaglio.
” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te!” disse l’angelo a Maria, annunciandogli il concepimento del Figlio di Dio destinato ad essergli Sposo per sempre.
Il cammino dell’Avvento è un cammino nuziale, perchè non puoi amare lo Sposo se non l’hai prima partorito, e non puoi essere madre se non hai fatto esperienza di essere figlia amata sopra ogni altra cosa dal tuo Creatore.
Il Natale è possibile se viviamo nell’ascolto della Parola che era in principio, che era presso Dio che era Dio, come dice Giovanni.
Il cammino per partorire Gesù è quello di un’infinita miseria presentata a Dio perchè la trasformi in utero fecondo di Gioia senza fine.

Aperture

 
Meditazioni sulla liturgia di lunedì 
della II settimana di Avvento
 

VANGELO (Lc 5,17-26)
Un giorno Gesù stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.
Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza.
Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?».
Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.
Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».
Parola del Signore

” Coraggio non temete!”( Is 35,4)
Ogni volta che mi trovo in un particolare stato di sofferenza e di prostrazione mi si ripropongono, quasi per magia parole di speranza, di guarigione, di salvezza.
Ne ho bisogno senza dubbio, ma non sempre riesco subito a farle mie perchè, non è che l’età ci tolga i problemi, anzi infierisce sulle nostre stanche membra, fiaccate da tante battaglie e aumenta per così dire la dose di quello che naturalmente tocca ad ognuno, se non viene meno prima.
Il peso di una vita avara di gioie sembra offuscare il cielo che a Natale è terso, almeno  quello dei presepi di cartapesta, per distinguere la stella cometa che ci porterà davanti a Gesù.
Lui viene nonostante noi ci ostiniamo a non costruire strade percorribili,  per andare incontro all’altro nella nostra convulsa o statica quotidianità.
Se ci facciamo caso i personaggi del presepe non sempre sono posizionati in luoghi accessibili e rimangono fermi perchè nessuno ha provveduto a spianargli una strada.
Me lo fece notare Giovanni, il primo dei miei nipoti, quando orgogliosa gli presentai il mio capolavoro con monti, fiumi, laghi e cielo stellato e tante tante statuine.
Dicevo che fu lui ad accorgersi che in tanta perfezione incastonata negli anfratti della grande libreria della sala,  per la maggior parte dei personaggi, a meno di precipitare, non c’era una via che portasse alla grotta.
Giovanni Battista ieri ci viene presentato come uno che prepara la via del Signore, grazie a Dio, e nel Vangelo Gesù sempre ieri,  invitava a pregare perchè il padrone della messe mandasse operai alla sua messe.
Oggi vediamo gli operai all’opera che sfondano il tetto della casa dove si trova Gesù e ci fanno scendere un paralitico.
L’effetto immediato di tanto sforzo è un’assoluzione dai peccati che crea scandalo negli astanti.
La via che Giovanni ha preparato è una via di conversione, di pentimento, non una panacea di lunga e prospera vita su questa terra.
La via è quella di un serio esame di coscienza per prendere atto di quanto abbiamo bisogno della misericordia di Dio, del segno che attraverso Gesù Dio ci ha dato, sacrificando suo figlio.
Domani il papa inaugura, aprendo la porta santa,l’anno della misericordia,  il giubileo straordinario.
Guarda caso che la misericordia ha bisogno sempre di passare attraverso una via, una porta, una strada che il Signore percorre incontro a noi e che noi dobbiamo percorrere per rifugiarci nelle sue braccia.
( misericordia e coraggio hanno a che fare con il cuore)
Non sempre il Signore trova aperte le porte, spalata la neve davanti agli usci delle case, abbattuti i muri dell’orgoglio e dell’autosufficienza, non sempre il Signore riesce a farci partecipi del suo perdono, a rendere operante il suo sacrificio.
Per questo ogni anno viene Natale, ogni anno festeggiamo il suo compleanno perchè impariamo a costruire le strade, a sfondare i tetti, a farci aiutare eventualmente siamo paralizzati su un lettuccio.
Ogni anno rifletto su quante cose nel tempo sono venute meno, quante persone mancano all’appello, quanta solitudine mi circonda e prego perchè non mi sfugga l’occasione di cogliere  nel mio giardino i fiori che il Signore vi ha piantato o aspettare che germoglino in primavera.
Che non sia il Natale il tempo della tristezza e della nostalgia, ma un tempo di speranza e di vita che s’impone più forte, più bella, più vera, un tempo di preparazione della via del Signore.