Ritorno a CASA

 
A Rimini non era nostra intenzione andare, perché partecipare ad un Convegno nazionale del RnS, come quello che si tiene ogni anno in primavera, (quest’anno eravamo in 20.000), non è uno scherzo, neanche per chi la schiena ce l’ha di ferro.
Il fatto che negli stessi giorni l’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia chiama a raccolta gli operatori del settore, ci aveva fatto decidere negli anni scorsi di optare per qualcosa che non intaccasse il fragile equilibrio di un corpo che non funziona, essendo i convegni di tipo residenziale e il numero dei partecipanti molto più limitato.
Frequentandoli, abbiamo imparato tante cose sul progetto di Dio sulla famiglia, su come si costruisce la casa, cantiere di santità, sull’importanza del perdono come fonte di vita per il mondo. Quelle esperienze e  altre dello stesso tipo, donateci dal Signore nel corso degli anni, sono state fondamentali per la nostra crescita personale e coniugale, per metterla a servizio della chiesa.
Ma lo Spirito soffia dove vuole e, quest’anno, ha cambiato direzione, forse perché avevamo bisogno di riscoprire la meraviglia dell’inizio, un inizio non discriminante, dono per tutti, una meraviglia appannata che forse non eravamo più capaci di sentire e di trasmettere agli altri. La meraviglia di sentirci tutti figli di Dio, uguali e preziosi ai suoi occhi, “re, profeti e sacerdoti”, riscattati dal sangue prezioso del Figlio.

“Rigenerati dalla parola di Dio” recitava la locandina e noi di parole avevamo bisogno, che smascherassero i nostri silenzi e mettessero in luce la verità.
Sentivamo l’esigenza di metterci in ascolto di una parola che non ci dividesse, una parola rivolta ad entrambi. Avevamo bisogno della Parola che rigenera, che ci fa creature nuove, che ci fa rinascere dall’alto.
Non a caso Salvatore Martinez, a conclusione del convegno, ha parlato di Nicodemo, che non aveva smesso di cercare, nonostante fosse un devoto conoscitore e osservante della legge. Ma Nicodemo era attento ai segni e non gli era sfuggito che Gesù fosse un maestro, anche se del suo linguaggio non tutto gli è stato chiaro subito. Ma era notte e doveva aspettare che passasse, per vedere l’alba di un nuovo inizio, la luce che ti scopre il volto vero delle cose.
Quell’incomprensibile pretesa di rinascere dall’alto, non l’aveva proprio capita, perché come si può fare a rientrare nella pancia della propria madre? Il senso di quelle parole criptate, anche se Gesù le ha spiegate a Nicodemo, non è detto che tutti le abbiano capite.

”Effatà!” dice il Sacerdote, “Apriti” facendo un segno di croce sulle orecchie e sulla bocca del battezzando, che significa: ”apri le orecchie, ascolta cosa ti dice il Signore e non tacere su quanto hai udito nel profondo del cuore”. Ma eravamo ancora portati in braccio, quando le ha dette quelle parole , in braccio a qualcuno che doveva ascoltarle al posto nostro e ripetercele, man mano che ci facevamo grandi.Ma non sempre succede e si finisce per dimenticarle o di non conoscerle mai, perchè sono ancora troppo pochi quelli che si pongono domande sulle parole e sui segni dei Sacramenti.
Rinascere dall’alto è vivere l’esperienza dell’amore di Dio profuso su tutti gli uomini, l’esperienza di un ritorno a casa, rientrando nell’utero del Padre-madre che ci ha generato.
A Giovanni, quando per la prima volta mi chiese chi è Dio, ho spiegato che significa questo ritorno.
“Dio è il papà di tutti i papà” gli ho detto, “La sua casa è anche la nostra, da lì siamo venuti, lì dobbiamo tornare. E’ il giardino dal quale Adamo ed Eva furono allontanati perchè volevano fare di testa loro, abolendo le regole che Dio aveva stabilito, perchè tutti potessero godere dei suoi fiori e mangiare i suoi frutti.E’ come quando al parco e devi stare attento a non danneggiare i giochi che ci hanno messo, per fare felici tutti i bambini che ci vanno.
Perciò la mamma e il papà, quando gli nasce un bambino, lo portano in chiesa per chiedere a Dio di far rientrare il proprio figlio nella sua casa, impegnandosi a farcelo rimanere per sempre, perché Lui ci ha creato e noi siamo suoi e non vuole che ci capiti nulla di male.
Ma Dio è padre prima di tutto di Gesù, il figlio primogenito, che si è guardato bene dall’allontanarsi da casa, anzi si è preso l’incarico di riportarci tutti in quel giardino dove vive Lui con la sua famiglia che vuole sia anche la nostra. Gesù per primo ci ha parlato del Padre, di quanto ci vuole bene, delle regole che non sono fatte per farci i dispetti, ma perché tutti siamo felici. Quando la nonna, la mamma ti dicono di non sporgerti dal balcone, di non avvicinarti al fuoco, di non giocare con la palla in sala, lo fanno solo perché ti vogliono evitare un dolore, una sofferenza e la vogliono evitare anche agli altri abitanti della casa, se qualcosa si rompe”.

Rinascere dall’alto, quindi è un ritornare a casa, come il figliol prodigo della parabola, a cui ha fatto riferimento nella sua catehesi mons. Bruno Forte, sottolineando l’atteggiamento del Padre misericordioso, che lo stava aspettando alla finestra, per corrergli incontro e riabbracciarlo.

A Rimini abbiamo sentito l’emozione di un ritorno a casa, di un bagno ristoratore nelle acque dello Spirito, di una Parola che agitava le acque e arrivava al cuore di tutti, perché prima di essere padri e madri, sposi, fratelli si è figli, e forse questa era la dimenticanza che ci aveva fatto arenare.
Sentirsi uno in tutti, un unico corpo nella multiforme varietà e ricchezza dei carismi ci ha rigenerato in un bagno di folla osannante al grido di “Gesù è il Signore”, ci ha dato i brividi dell’innamoramento, ci ha fatto ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus, quando si accompagnò a loro il Signore. 

L’affermazione di Kafka che “esiste un punto di arrivo, ma nessuna via” è vera solo a metà, ha detto il Vescovo di Rimini mons. Lambiasi, nel suo intervento, Perché la fede ci dice – e dunque è vero – che il punto di arrivo esiste, ed è Cristo, il punto Omega: infatti “tutto è stato creato in vista di Lui” (Col 1,16). Ma non è vero che “non esiste nessuna via”, perché Lui è la Parola fatta carne che per noi si è fatta via (cfr Gv 14,5). E oltre che via, si è fatto viatico: insieme compagno di viaggio e pane per il cammino. Emmaus è storia in corso: i discepoli che iniziano il cammino come mendicanti di senso, rompono il silenzio per aprire il dialogo. Imparano a interpretare la propria vita e le proprie esperienze a partire dalle Scritture, mentre il Risorto  illumina il loro cuore. Fanno una sosta nel cammino per chiedere al Signore di rimanere con loro. Nella sua misericordia Egli entra nel loro “spazio vitale” e rimane con loro. Quello che succede dopo è pura comunione fraterna. “Quando fu a tavola, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,30s). In seguito ritornano dai loro compagni e fanno esperienza di condivisione, prima attraverso l’ascolto attento e stupito, poi, narrando la vittoria della vita sulla morte, manifestatasi definitivamente nella risurrezione di Cristo.

Emmaus è strada in corso: è metodo sempre praticabile e cammino sempre percorribile. Come tutte le cose che contano, il metodo Emmaus è semplice ed essenziale: incontrarsi, riunirsi; parlare di ciò che è accaduto; condividere il Vangelo e rileggere la vita; pregare e lodare Dio per tutti i suoi doni; celebrare la comunione fraterna; tornare ai fratelli e sorelle del mondo intero con la bella notizia che ha trasformato le nostre vite: “Davvero il Signore è risorto!”.
Dire che il Signore è risorto non basta se la sua resurrezione rimane ancorata ad un passato che non ci appartiene. Che Cristo è vivo e presente in mezzo a noi, questo è ciò che dobbiamo sforzarci di annunciare facendo ogni giorno l’esperienza della Pentecoste. Il Dio con noi, l’Emanuele ha tanti modi di manifestarsi, basta aprire le orecchie e la bocca per farlo passare.

Al ritorno da Rimini, mentre preparavo la trasmissione alla radio, ho ringraziato il Signore che mi dava l’opportunità di non tenere chiuse le labbra. Ho pensato a Giovanni che stava dormendo,  dopo che gli avevo cantato ”Sei il mio rifugio” carezzandogli la schiena, come facevo quando era piccolo. 
Non lo faceva da tempo, il pomeriggio, da quando è diventato grande ed è andato alla scuola materna. Me l’ha detto subito, quando è entrato che, anche se gli faceva male la testa, lui gli occhi non li avrebbe chiusi per fare il riposino, perché ormai è grande. Che non lo vedevo?
Invece era lì che dormiva come un angioletto, lasciandomi libera di pensare, di meditare, di rifugiarmi nei ricordi di una rinascita grazie a Lui.

Il Signore ci ha rimandato a settembre, ci ha dato un’altra chance, per capire che per rinascere bisogna ridiventare bambini. E se ne hai uno a portata di mano è una grazia che non ci si deve lasciare sfuggire.

Sulla strada del ritorno dalle vacanze, siamo andati a trovare la nostra mamma, Maria in quella che fu la sua casa, la Santa casa di Loreto. E’ il suo mese; non potevamo non ricordarlo. A lei ci siamo rivolti così

O Maria,

 siamo qui per imparare da Te
la grande lezione della vita.
Tu ci guardi come solo una madre
sa guardare i suoi figli.
La Santa Casa custodisce il ricordo
della tua quotidiana fatica
e del lavoro umile di Gesù e di Giuseppe:
aiutaci a lavorare con cuore puro
affinché il nostro lavoro sia libero dall’egoismo,
libero dall’ingiustizia e dalla violenza.
Davanti a Te, o Madre,
tante mamme hanno pregato
e Ti hanno presentato con fiducia i loro figli
come Tu un giorno presentasti Gesù nel Tempio.
Oggi le nostre famiglie si stringono attorno a te:
riporta nelle nostre case la preghiera
che illumina e genera fraternità,
unendo genitori e figli in una festa di fede.
Aiutaci a guardare in Alto
per scoprire il nostro vero volto
nel Volto Santo di Dio.
Cammina sempre con noi perché viviamo
donando generosamente noi stessi
come ha fatto Gesù, figlio del Tuo sì,
Salvatore di ogni uomo, meta della nostra vita.

Amen.

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Lo stadio a porte aperte

 Corso Base Formazione Operatori Pastorale Familiare

"Maschio e femmina li creò" 

In un pomeriggio uggioso di una domenica qualsiasi, che, a sentire i giornali, si distingueva per le partite di calcio a porte chiuse, a seguito dei fatti efferati, senza fumogeni, bombe carta e striscioni, in uno stadio a porte aperte, colmo  di spettatori attenti e disciplinati, con lo Spirito che faceva da custode, guida e maestro, don Giuseppe di Virgilio, reduce da un lutto recentissimo e febbricitante, ha infiammato noi coppie e tutti gli operatori di Pastorale famigliare, con il sacro fuoco dello Spirito e ci ha introdotto nella sala segreta del Re.
Il Cantico dei Cantici, letto e commentato dal relatore, non poteva che infiammarci ancora di più sull’amore che Dio nutre per noi, ma soprattutto per l’amore che a noi sposi è dato di sperimentare in pienezza.Un amore fatto di baci e di carezze, di sguardi e di parole, di lamento e di passione, di attesa e di conquista, di un rcercarsi e incontrarsi di un fermarsi e ricominciare a fuggire.
Aveva esordito dicendo che il tempo non potevamo ancora sprecarlo ad imporre qualcosa che sembra riguardare solo i preti e i volontari del sacrificio e della morte. Ha aggiunto che, per convincere, bisogna far inamorare la gente di Gesù, di Dio, della sua Parola.
Solo l’amore può giustificare scelte che ai più sembrano insensate.L’amore di cui è informata la Parola, il libro Sacro dove l’amore si chiama Gesù, che sperimenta l’accoglienza da parte di in una famiglia sui generis, quella di Maria e Giuseppe, e la non accoglienza da parte della sua gente. "Nessuno è profeta in patria", sarà l’amara constatazione che lo porterà lontano da casa.
Amore donato, amore tradito. Amore cercato, amore crocifisso.
Straordinario questo Dio che sconvolge gli schemi, facendo partorire prima l’uomo… che pazzia, poi chiedere a Maria se voleva con lui ricominciare tutto da capo.
Così lo Spirito che diede vita all’uomo e poi alla donna, fecondò Maria, la sposa che doveva parorire lo sposo. Ma lo sposo doveva morire per dare la possibilità all’uomo e alla donna di partorire insieme l’altro da sè, facendo una cosa nuova e irripetibile: il figlio.
Crescete e moltiplicatevi disse Dio alla prima coppia, ma la moltiplicazione non era numerica, era di qualità;  i fatti dimostrano che non basta mettere al mondo dei figli perchè vivano.
Caino uccise Abele, e la storia così cominciò il suo degrado.
Lo Sposo doveva effondere il Suo Spirito perchè la vita durasse in eterno e la discendenza non si limitasse solo i primogeniti. Con la mporte di Cristo siamo diventatri tutti eredi e non ci dobbiamo rubare la primpogeniutura per un piatto di lenticchie.
12 febbraio 2007