Il Consolatore 2


Lc 24,46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Questa mattina il cielo era nuvoloso e non era bello a guardarsi. Eppure è il giorno in cui si celebra l'ascesa di Gesù al cielo. Qualcosa avrei voluto vedere di quella luce che inevitabilmente si sprigiona da lui.
Mi sono affacciata alla finestra. Era presto.
L'atmosfera immobile del mattino, la luce opaca filtrata dalle nubi spesse, le finestre chiuse delle case vicine, il freddo e l'umidità dell'ora mi hanno fatto rientrare.
Ho pensato che non era un caso che l'antifona d'ingresso della messa di oggi ci invita a distogliere lo sguardo dal cielo e il Vangelo ci indichi la via della testimonianza.
Ho ripensato a domenica scorsa, festa della mamma, a quanto mi mancavano le attenzioni di mia madre che non c'è più, di mio marito che  per quel giorno soleva farmi regali costosi al posto di mio figlio, di mio figlio che , sposandosi, aveva dovuto scegliere una mamma da festeggiare con i suoi figli, che, guarda caso, non ero io.
Era giusto che fosse così, ma io mi sentivo sola, tanto sola.
Il post di domenica scorsa parla proprio di questo e dell'attesa di un abbraccio, di quell'abbraccio che Gesù ci ha promesso, salendo in cielo.
Mi sono guardata attorno.
Sul comò della sala un vaso con un fiore. Un fiore di palloncini colorati. Me l'avevano portato la sera di domenica i bambini entusiasti, perchè insieme alla mamma e al papà avevano partecipato alla creazione del regalo per le nonne.
"Visto che i soldi non ci sono, e i fiori costano, ci siamo impegnati a cercare qualcosa di altenativo."
Prima che si sgonfiasse ho voluto fotografarla questa opera d'arte del Consolatore.
Già, perchè per fare quel fiore si è messa in moto una famiglia intera.
Grazie Signore, per quell'abbraccio che non mi neghi mai, quando ti cerco nella Parola che illumina la mia notte.

Servi e padroni

Giovanni 15,18-21 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”. 

Per possedere tutto bisogna lasciare tutto.

" E’ mio!" dice il bambino all’inizio del suo percorso di crescita, che spiega molto di più di tante dispute teologiche sulla colpa originaria che ha allontanato l’uomo da Dio.

Ma Dio non si è allontanato dall’uomo e ha continuato a cercarlo e a parlargli. E’ sceso dal suo trono.

Lui, Creatore e Signore del cielo e della terra, voleva incrociare il suo sguardo, che, se ci fai caso, è più facile quando stai più in basso della persona che vuoi guardare.

Questo è il motivo della lavanda dei piedi.

"Io sto come colui che serve"dice il Signore ai suoi amici.

"Quell’è mio" dei nostri bambini del quale ci siamo compiaciuti e che ci ha fatto sorridere, quando è stato pronunciato la prima volta, rimanda ad un possesso, ad un potere che perseguiamo per tutta la vita.

Il sogno dell’uomo è non dover sottostare a nessuno e spendiamo la vita per eliminare i padroni, ma invano.

Allora è giusto chiedersi se ne abbiamo bisogno, interrogandoci su chi dobbiamo servire e a cosa serviamo.

Solo così potremo capire le parole di Gesù:"Un servo non è più grande del suo padrone".

Perchè per guardare il mondo dall’alto e farlo proprio, bisogna che alziamo gli occhi al Signore ( Dominus-padrone), a Colui che hanno trafitto.

Al Gesù che è nascosto in ogni persona, piegando le ginocchia e lavandogli i piedi.

La nostra famiglia

Questa è l’immagine della Sacra Famiglia, che i miei bisnonni avevano appesa sul letto e che oggi occupa il posto d’onore nel salotto della nostra casa. Scampata alle bombe, ai crolli, alle rapine della guerra, ai topi, alla muffa, agli allagamenti delle cantine, ai tanti traslochi subiti dalla mia famiglia d’origine, è stata ritrovata per caso nel doppio fondo dell’armadio di nonna e consegnato a me perchè ne avessi cura.

Così Giovanni, il mio nipotino di cinque anni, ha rappresentato la sua famiglia, quella che ha e quella che desidera. Nella casa roulotte, affacciati alla finestra per salutare ci sono, a partire da destra: la mamma, una sorellina grande, che lui avrebbe voluto al posto di Emanuele, che è piccolo e maschio, perchè se la voleva sposare, il papà e la nonna. Il nonno sta al piano di sopra e Giovanni ha costruito una scala per andare a raggiungerlo e vedere cosa sta facendo. Il cuore rosso con i raggi, sopra la casa, significa che tutti si vogliono bene. La croce indica  che tutti vogliono bene a Gesù. Il trattore a destra del disegno, ha anch’esso la croce, perchè è Gesù che lo guida e traina la casa.

Nella ricorrenza della Sacra Famiglia mi è sembrato bello associare queste immagini che testimoniano come la famiglia sia un bene che non si deteriora, se a guidare le nostre scelte è il Signore. Auguriamoci che i bambini abbiano sempre chi consegna loro il testimone e li educa ad accettare anche i fratelli indesiderati.

L'alba sul Corno Piccolo

 

Prati di Tivo Pietracamela (Te)
Sfogliando il diario
Domenica 26 agosto 2007
Sono le 6 del mattino e dalla finestra dell’Hotel Miramonti, che ci ospita in occasione del Convegno:"La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua", si può ammirare il Corno Piccolo, la seconda cima in altezza del massiccio del Gran Sasso.
Mi sembra maestoso e imponente più del solito, questa mattina, perché il cielo è sgombro si nubi e i suoi contorni si stagliano nitidi nel cielo.
L’alba per me è momento magico, perché è carico di attesa e, più di ogni altro momento della giornata, è visibile il graduale emergere delle cose dal buio, il loro prendere forma e colore, via via che il sole si alza nel cielo dissipando le ombre della notte, sia che da casa mia lo veda affacciarsi tra i rami degli alberi, annunciato dal canto degli uccelli e dalla leggera brezza che muove le foglie, sia che lo aspetti sul dondolo della casa in collina, mentre illumina la Bella Addormentata, senza svegliarla, sia qui dove posso osservarne più da vicino le fattezze del viso…
Siamo, infatti, nella faccia di quel capolavoro naturale che, da lontano, sembra un pezzo unico, forgiato da un artefice sommo.
Qui, da quando abbiamo cominciato a venirci, alla fine di agosto, per partecipare ai convegni regionali di Pastorale famigliare della CEAM, abbiamo imparato tante cose.
Non siamo uguali dalla prima volta, quando, senza essere stati invitati, ci presentammo per saperne di più sul progetto di Dio sulla famiglia e sull’uomo.
Era il 2001 e ci trovammo don Giancarlo Grandis, che ci aveva fatto impazzire, per capirci qualcosa, nel corso di Antropologia tenuto a Loreto, in agosto dello stesso anno.
Quando lo vidi, al bar dell’albergo, sarei voluta scappare, come quest’anno, quando ho saputo che il relatore del convegno e responsabile dei laboratori era il dott. Pietro Boffi, del CentroInternazionaleStudiFamiglia, lo stesso che a Loreto, tre setttimane fa, mi ha fatto dare for fait, (era la prima volta che mi capitava), con un discorso pieno di numeri e di citazioni.
Boffi me lo sono ritrovato a tavola, a mangiarci insieme e, come accadde per Grandis, mi sono resa conto che le persone le devi ascoltare più di una volta, per dare giudizi e trarre conclusioni.
Come allora ho ringraziato don Giancarlo per avermi dato i pilastri antropologici su cui fondare le conoscenze future, così ho fatto con Pietro Boffi, che mi ha aperto la mente su qual è il problema da affrontare nell’emergenza famiglia.
I numeri li si può leggere in tanti modi e lui li ha scomposti, quelli che i mass media ci propongono con esagerato allarmismo.
La famiglia esiste e funziona: famiglia come rete di relazioni, che creano benessere, comunione, condivisione, solidarietà e tutto il resto, perché chi si sposa non taglia i ponti con la famiglia d’origine, anzi ne continua a dipendere e, all’occorrenza, se ne fa carico.
I conviventi che rifiutano il matrimonio sono solo il 2%, tutti gli altri convivono in attesa di sposarsi, considerando il matrimonio, naturale sbocco del loro rapporto.
Il problema sta nella paura ad assumersi responsabilità definitive, paura ad affrontare vie senza ritorno.
“La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua”è lo slogan su cui si sono innestati tutti gli interventi.
Comunicare al mondo che ne vale la pena, che è bello, utile, buono e salutare sposarsi, è il compito di ogni coppia che abbia incontrato il Risorto e si sia sentita chiamare per nome.
Mons.Brambilla, preside della facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, da poco nominato vescovo ausiliario di Milano, ci ha parlato della linea d’ombra che si stende attorno agli sposi, chiusi nell’appartamento.
Si vive appartati, isolati e, quando si esce fuori, la rete di relazioni intessute all’interno della famiglia è sostituita dalle logiche del consumismo e della produttività, celebrate nelle grandi cattedrali mediatiche dove tutto  porta alla disgregazione e alla negazione della nostra vera e unica identità di figlio di Dio.
Bisogna umanizzare lo spazio fuori dall’appartamento, ci è stato detto, per vivere da uomini liberi all’interno della propria casa.
La Famiglia con i suoi stili di vita può e deve creare la rete che non rende impossibile l’emergere di una verità che oggi sembra solo utopia.
Guardo il sole che pian piano, dopo aver scoperto la cima brulla, bianca e rocciosa del monte che mi sta davanti, sta scendendo ad illuminare quella coperta dalla bassa vegetazione. Tra poco sarà sugli alberi, le querce e i lecci, che prolificano man mano che si scende sul pianoro antistante l’albergo.
Penso alla luce che siamo chiamati a portare al mondo.
Mentre aspetto che Gianni si svegli, osservo la luce che dapprima fa emergere le parti più dure, più inospitali ripide e difficili da scalare di questo monte, poi sfiora l’erba, gli alberi situati più in basso, quelli  che ieri hanno ospitato i laboratori di discussione all’aperto di questo convegno, (La sobrietà, Rispetto dell’ambiente, Conflitti e mediazioni, Culture diverse, Religioni diverse, La vita buona), poi arriva alle case e agli alberghi, i luoghi coperti e appartati, dove deve arrivare l’annuncio.
Quando siamo arrivati, mi sono chiesta perché le Beatitudini sono  state prese come filo conduttore di questo convegno. Nelle lodi del mattino, nei vespri della sera, nella preghiera in camera degli sposi c’era una beatitudine da meditare.
Il sole, che ormai è arrivato ad illuminare anche il balcone della stanza che occupiamo e tra poco entrerà dai vetri della finestra, mi ha aperto gli occhi sul perché di una scelta così incomprensibile.
Mentre mi lascio scaldare dai raggi tiepidi che mi accarezzano la pelle intirizzita dal freddo della notte, il pensiero va al mondo irrigidito dagli schemi della cultura dominante, al mondo che ha bisogno di essere rischiarato e illuminato dal discorso della montagna.
Penso alla responsabilità di noi coppie, chiamate a salire sul monte, lasciando a valle i nostri bagagli, per meditare sulle "Beatitudini", a quanto ci dobbiamo sforzare per viverle nella nostra vita dentro e fuori delle mura domestiche, per essere testimoni credibili della gioia di un incontro che trasforma la vita.
Il sole tornerà a rischiarare questo monte: ma noi non ci saremo domani ad ammirare i chiaroscuri creati dalla luce che sale pian piano nel cielo.
Scesi a valle, nel cuore conserveremo il ricordo di scalate ardue e difficili, di incontri imprevisti e imprevedibili, di parole consegnate ad ogni coppia, per raccontare al mondo intero la meraviglia del mattino di Pasqua.

Lo stadio

  Sfogliando il diario

In un pomeriggio uggioso di una domenica qualsiasi, che, a sentire i giornali, si distingueva per le partite di calcio a porte chiuse, a seguito dei fatti efferati senza fumogeni, bombe carta e striscioni, in uno stadio di spettatori attenti e disciplinati, con lo Spirito che faceva da custode, guida e maestro, don Giuseppe di Virgilio, reduce da un lutto recentissimo e febbricitante, ha infiammato noi coppie e tutti gli operatori di Pastorale famigliare, con il sacro fuoco dello Spirito e ci ha introdotto nella sala segreta del Re.
Il Cantico dei Cantici, letto e commentato dal relatore, non poteva che infiammarci ancora di più sull’amore che Dio nutre per noi, ma soprattutto per l’amore che a noi sposi è dato di sperimentare in pienezza. Un amore fatto di baci e di carezze, di sguardi e di parole, di lamento e di passione, di attesa e di conquista, di un cercarsi e incontrarsi, di un fermarsi e ricominciare a correre.
Aveva esordito dicendo, che il tempo non potevamo ancora sprecarlo ad imporre qualcosa che sembra riguardare solo i preti e i volontari del sacrificio. Ha aggiunto che per convincere bisogna far inamorare la gente di Gesù, di Dio, della sua Parola.
Solo l’amore può giustificare scelte che ai più sembrano insensate.L’amore di cui è informata la Parola, il libro Sacro dove l’amore si chiama Gesù, che lo sperimenta nell’accoglienza in una famiglia sui generis, e che è rifiutato dalla famiglia d’origine.
Straordinario questo Dio che sconvolge gli schemi, facendo partorire prima l’uomo… che pazzia, poi chiedere a Maria se voleva, con lui, ricominciare tiutto da capo!
Così lo Spirito che diede vita all’uomo e poi alla donna, fecondò Maria, la sposa che doveva parorire lo sposo. Ma lo sposo doveva morire per dare la possibilità all’uomo e alla donna di partorire insieme l’altro da sè, facendo una cosa nuova e irripetibile: il figlio.
Crescete e moltiplicatevi disse Dio alla prima coppia, ma la moltiplicazione non era numerica, era di qualità, perché non basta mettere al mondo dei figli perchè vivano.
Caino uccise Abele, e la storia così cominciò il suo degrado.
Lo Sposo doveva effondere il Suo Spirito perchè la vita durasse in eterno e la discendenza non si limitasse solo i primogeniti. Con la mporte di Cristo siamo diventatri tutti eredi e non ci dobbiamo rubare la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie.
14 febbraio 2007

La forza politica della santità coniugale

“La forza politica della santità coniugale”, questo il titolo del Convegno del RnS per la Pastorale Familiare, tenutosi a Montesilvano(Pescara) l’11 febbraio 2006. Relatore don Carlino Palumbieri, che, dopo aver fatto riferimento a Tiberiade, luogo dell’amicizia e della condivisione, luogo dell’ascolto della Parola, dove le risorse umane s’innestano in quelle di Dio, ha benedetto il Signore perché tutto questo è presente nella famiglia, Chiesa domestica,  quando c’è Maria che vigila a che non venga meno la gioia delle nozze.
Ha ringraziato il Signore, don Carlino, perché ha creato l’uomo e la donna e ci ha fatto conoscere l’amore.
A nozze si va su invito e l’invito è gratis. La prima bella notizia è che la vita è un invito a nozze, nozze che contano, perché lo Sposo è un personaggio speciale, fuori dal comune,uno Sposo che ha superato una distanza infinita per donarsi alla sua sposa.
Per il giorno delle nozze tutto deve essere, bello, gioioso, nuovo. L’abito, preparato con cura, non rattoppato, ma nuovo, adeguato, perché altrimenti si fa la fine di quell’invitato di cui parla Matteo, che fu cacciato via dal banchetto, perché non si era premurato di indossare la veste adatta all’occasione.
Ci ha invitato, don Carlino a sostare davanti ad una coppia di sposi , in silenzio, perché sono sacramento, non immagine del sacramento, sono il segno tangibile della presenza di Dio fra noi, nella relazione che intercorre tra loro.
Papa Giovanni Paolo II, nella Lettera alle Famiglie del 1994, ha detto che la Chiesa, senza la famiglia non può comprendere se stessa. La Famiglia è il grande mistero di Dio, non il problema. Nella famiglia si fa esperienza di amore filiale, genitoriale, fraterno, si fa esperienza di amore gratuito, si fa quindi esperienza di Dio.
Solo nella famiglia questo è possibile, perciò Dio ha dato alla coppia il compito di somigliargli, creando l’uomo e la donna, due diversi chiamati a diventare una carne sola per dare vita al mondo. Dio ha inventato la la famiglia, non la parrocchia per renderSi visibile al mondo.
Nell’Enciclica “Deus caritas est” il Papa ha detto che l’archetipo per eccellenza, l’esemplare assoluto dell’amore è l’amore tra uomo e donna.
Nel Concilio Vaticano II del 1965, bussola dei credenti del II millennio, sono state evidenziate 5 priorità: 1)Matrimonio e famiglia,2)cultura,3)vita sociale,4)vita politica,5)solidarietà tra i popoli.
Il rinnovamento della società passa prioritariamente dalla santità del matrimonio. E non serve e non è giusto chiamare la famiglia piccola Chiesa, ma a tutti gli effetti Chiesa domestica, profezia di Dio, non istituzionalizzabile, come tutte le profezie, ma oggetto di fede. Quando proclamiamo la nostra fede, dopo l’ascolto della Parola di Dio, non dimentichiamo di affermare con forza e con convinzione che crediamo alla Chiesa, una, cattolica e apostolica, tenendo gli occhi fissi alla famiglia da cui siamo nati e a quella che abbiamo formato con il nostro coniuge, alla nostra parrocchia, dove con altre famiglie, riceviamo i Sacramenti, per finire alla Chiesa, comunità di tutti i credenti.
Il matrimonio, non è un fascio di doveri ma una Grazia. Cinquanta anni fa ci si sposava per procreare, per allevare la prole, per disciplinare e dare uno sbocco al desiderio sessuale.
La Chiesa allora era gerarchizzata e ci si sentiva costretti dentro un cumulo di formule e di doveri.
La bella notizia che dobbiamo annunciare è che siamo chiamati personalmente a diventare santi insieme a tutti i battezzati nella Chiesa dove Dio ci ha chiamati.
La prima Chiesa è la famiglia, la più importante, perché nella famiglia s’impara ad essere santi e si può diventare santi nella famiglia e non “nonostante” la famiglia.
1)La santità non è privilegio di pochi.
2)La santità non è frutto di titoli, ma dono di grazia. Il segreto sta nel diventare ciò che già siamo.(Siamo di Dio, dobbiamo decidere di appartenergli sempre consapevolmente).
3)Nella famiglia c’è la pienezza della carità, perché si sperimenta la pienezza dell’amore.
4)La santità serve nella città terrena ad avere un tenore di vita più umano, vale a dire che “LA SANTITA’UMANIZZA IL MONDO”.
5)Non c’è una santità standard.Nella “Lumen Gentium” si dice che tutti siamo chiamati alla perfezione della carità, all’amore, alla pienezza della vita in Dio.
Sposarsi in Gesù Cristo è una chiamata per la quale si chiede una virtù fuori del comune. Nella “Lumen Gentium” infatti si dice che i coniugi significano il mistero di unità di Cristo con la Chiesa.
Si diventa santi nel, con e per il matrimonio, perché due diventano una carne sola nel matrimonio, non un solo spirito. La santità dei coniugi Beltrame Quattrocchi c’insegna che la via seguita è quella ordinaria di una coppia che si ama in Cristo.
Il giorno delle nozze Dio non ci dice “Auguri” ma dona la capacità di amare sempre e nonostante tutto il coniuge a cui si è promessa la fedeltà.
La fedeltà è alla comunione, all’alleanza, non alla persona. Dio  dona la capacità di non rompere l’alleanza, anzi di renderla più salda attraverso l’esercizio del perdono, dono totale e gratuito fino alla morte. Morire per dare vita all’altro, questo è quello che Dio ci chiede nel matrimonio, essendo i coniugi datori di vita, il primo parto è quello dell’altro, dello sposo o della sposa.
Sposarsi in chiesa è pura follia, perché è amare a braccia inchiodate.
Il coniuge deve aiutare l’altro non a vivere ma a salvarsi, a vivere senza peccato, a superare le difficoltà che derivano dal peccato, a fargli fare esperienza di Dio.
Quella degli sposi è una santità laica, che non possono avere i preti o i monaci.
La santità è nella realtà che viviamo, rendendo straordinarie le cose ordinarie. Ogni coppia deve trovare espressioni di vita, di culto, di preghiera specifiche, non oggetto di letteratura.
Nella”Cristi fideles laici”si parla del rischio di clericizzare i laici, che nella famiglia realizzano ciò che sono. Due realtà non finiranno mai:la famiglia e la Chiesa.
La SPIRITUALITA’ CONIUGALE ha come sua specificità la coniugalità, la relazione, che diventa grazia.
Il Sacramento del matrimonio come quello dell’ordine sono sacramenti di ministero.
La grazia donata deve essere messa in circolo. L’amore diventa grazia per gli altri, perché si diventa canali d’amore e si porta gli altri ad amare nel modo giusto, se ci si conforma a Cristo.
Il giorno delle nozze l’amore viene comandato, diventa il sacramento. Da quel momento si sta insieme per scelta, non per sentimento. Come il rapporto con il figlio è naturale, così lo è quello degli sposi.
Con il matrimonio la coppia naturalmente sta insieme, naturalmente si ama, non perché sia facile, ma perché è nella natura del sacramento amarsi “a prescindere”.
La prima specificità della forza politica della santità coniugale è quella di aprire la porta della nostra casa per permettere agli altri di entrare.
Vediamo gli sposi cristiani chiusi nel bunker dell’appartamento e o possedere case che non abitano.
Gli sposi cristiani hanno un ministero sociale, politico e non possiamo defilarci dicendo che la politica è sporca.
Le opere di misericordia corporali ci ricordano che è dovere occuparsi degli affamati, assetati, ignudi, pellegrini, carcerati, morti, senza contare le opere di misericordia spirituali.
SAREMO GIUDICATI SULL’AMORE.
Mosè, vive 120 anni, i primi 40 in Egitto, poi 40 a Madian cerca di vedere che vita facevano i suoi fratelli e uccide l’egiziano, facendosi giustizia da se. A 80 anni Dio gli comanda di occuparsi del suo popolo che accompagnerà fuori dall’Egitto attraverso il deserto.
Nella parabola del buon Samaritano i verbi sono 10
Lo vide
Si mosse a pietà
Si curvò su di lui
Gli fasciò le ferite
Gli versò l’olio
Lo caricò sul giumento
Lo portò in albergo
Si prese cura di lui
Tornò indietro a pagare.
Questo spirito, questa disponibilità, questo amore rende vivibile la polis e la trasforma in una famiglia.
 
11 febbraio 2006.
 

Il dono del corpo

Domenica, 29 ottobre 2006, la sala consigliare del municipio di Cepagatti, piccola e ridente cittadina della provincia di Pescara, ha ospitato le famiglie del RnS abruzzese, lì riunite per riflettere sul “Dono del corpo e dono nel corpo”, come percorso di grazia nella santità coniugale.

Il relatore, don Carlino Panzeri, è stato guida e maestro insuperabile per provocarci e stupirci in questo viaggio, non il primo, nel mistero dell’amore di Dio, racchiuso nella famiglia. Don Carlino non ha potuto prescindere dalle parole della della Genesi:“ Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gn 4,31), in riferimento alla creazione dell’uomo maschio e femmina, perché, se si parla di dono, è auspicabile che sia bello, buono e utile, altrimenti fa la fine di tante cose che ci regalano, ma non sono di nostro gradimento.

Il viaggio, quindi, è stato in questa straordinaria realtà, voluta da Dio, che è la relazione tra l’uomo e la donna, attraverso il corpo, a cui ha dato il compito di renderlo visibile su questa terra.
Una bella sfida per l’uomo di oggi, per ogni cristiano, chiamato a vedere il matrimonio non più come funzione, ma come stato di grazia.
Dio è amore, questo lo sanno tutti; ma pochi riflettono sul fatto che l’amore va comunicato e che Dio l’ha fatto, assumendo un corpo, che ha donato sulla croce e continua a donare ancora, attraverso l’Eucaristia, a tutti gli affamati e gli assetati del mondo.
Il dono più grande che Dio ci ha fatto è proprio quello di comunicare con il corpo il nostro amore, scegliendo di farlo come ha fatto Gesù e chiedendo a Lui la grazia di riattualizzare la Pasqua.
I coniugi celebrano infatti il mistero della morte e resurrezione di Cristo, ogni volta che si donano totalmente l’uno all’altro.
Tutto questo non è pornografia, peccato, ma volontà di Dio, anticipazione di paradiso, nella misura in cui ci apriamo alla grazia, educandoci ad amare nel rispetto e nell’ascolto dell’altro, nella tensione continua ad anteporre il suo bene al nostro.
La comunicazione dell’amore, attraverso il corpo, ci rende simili a Cristo e ci fa entrare nel mistero trinitario in cui l’unità, nella distinzione e non nella confusione, diventa feconda.
Dar vita all’altro per darla agli altri, è il compito che Dio ha affidato alla coppia, per parlare di Lui al mondo e continuare la sua opera creatrice.
Il matrimonio è quindi opera di Dio e via di santità.
E’ stato consolante scoprire che si diventa santi non “nonostante il matrimonio” ma “attraverso il matrimonio”, vivendo l’ordinario in modo straordinario.
L’Eucaristia, la Parola di Dio, il Sacramento della Riconciliazione sono il necessario viatico per gli sposi che scelgono di vivere una coniugalità feconda.
Abbiamo pensato alla vita di cui ha bisogno il mondo, quella vita di cui spesso ci sentiamo arbitri e padroni, mentre il relatore parlava di fecondità, quella vita di cui si stanno occupando le istituzioni, ma della quale solo Cristo ci ha saputo parlare in modo nuovo e convincente.
Intenti ad ascoltare quello che ci veniva detto, non poteva non colpirci lo sfondo di bandiere e simboli delle istituzioni civili affiancati dal crocifisso e dall’icona del convegno. Il luogo, decisamente inusuale  per i nostri incontri di preghiera e di formazione, sembrava non a caso l’unico capace di promuovere “La forza politica della santità coniugale”, argomento trattato da don Carlino a febbraio. Infatti nei luoghi, dove si provvede al bene comune, deve essere chiaro di chi ci si sta occupando, perché, solo conoscendo l’identità dei destinatari, si possono scegliere cose buone per loro.
Antonietta e Gianni
29 0ttobre 2006

Chiamati alla santitàconiugale

I coniugi sono chiamati a santificarsi insieme, a diventare santi, non "nonostante il matrimonio", ma "attraverso il matrimonio", attraverso quel marito o quella moglie che non è come lo vorremmo o come lo vorrebbe Dio. Nel matrimonio il vincolo, il patto diventa Sacramento, vale a dire DONO di Dio.
Cosa significa? Dio, il giorno delle nozze, dona ai coniugi l’anello, la fede, la fedeltà al patto, il rapporto, il vincolo di alleanza che rende possibile la realizzazione del progetto comune, che deve identificarsi con il progetto di Dio.
La comunione attraverso il corpo e lo spirito, l’apertura alla vita, vale a dire la fecondità spirituale e biologica dipenderanno da quel vincolo di cui Dio ha garantito l’indissolubilità, se la grazia del sacramento viene alimentata, chiesta, perseguita, accolta.
Dio ha affidato alla coppia il compito di renderlo visibile al mondo."Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate"
Sulla natura Dio ha costruito il suo progetto di dare la vita al mondo.Infatti l’uomo e la donna sono naturalmente attratti l’uno all’altra. (Il problema è che questa attrazione non dura in eterno. L’amore è una scelta che si fa per far stare bene l’altro.)
L’unità dell’essere, del pensare e dell’agire è propria della Trinità, è attributo di Dio.
Dio è amore e, attraverso l’amore, dà vita al mondo, dà vita attraverso lo Spirito che è il frutto, il dono dell’amore, è la relazione che intercorre tra il Padre e il Figlio.
Dio con la creazione dell’uomo e della donna ha smesso di creare, affidando quindi alla coppia il compito di procreare, prendendo esempio da Lui.
L’amore è felice quando porta frutto.
L’amore è la relazione che intercorre tra l’uomo e la donna, quando decidono di sposarsi.
L’amore presuppone un io che ama e un tu che è amato.
Perché l’amore si realizzi è necessario uscire fuori da sé.
Dalla capacità dell’uomo di amare, uscendo fuori da se, consegue la possibilità di somigliare a Dio.
La santità consiste nell’essere, nell’appartenere a Dio, nel vivere in Dio le cose umane.
Dio alla coppia dà la possibilità di vivere la relazione " da dio", donando il Sacramento, che è permanente.
Così, come i sacerdoti non cessano mai di essere preti, i coniugi non cesseranno mai di essere coniugati, una volta che si sono promessi amore e fedeltà per sempre davanti a Dio.
Gli sposi celebrano il matrimonio, sono ministri del sacramento, amministratori e depositari del dono.
Il dono che Dio fa alla coppia è il dono del vincolo, della relazione, vale a dire della capacità di tenere fede all’alleanza, anche quando questa appare squilibrata, perché uno dei due non corrisponde.
La santità si consegue, cercando di rendere efficace la grazia del Sacramento.
E’ un po’ come quando ci regalano un apparecchio che non sappiamo come funziona o ne conosciamo solo pochi aspetti.
La coppia che si sposa in comune rispetto a quella che si sposa in chiesa ha lo svantaggio di vivere nella casa che umanamente ha preparato, anche bella e confortevole, se vogliamo, senza accorgersi che quella non è che il garage o la cantina di un castello bellissimo, con ogni genere di conforto.
La santità è entrare in questa nuova e sconosciuta dimensione e cercare di abitare tutte le stanze di quel castello, perché anche altri vi possano essere accolti.
Il compito della coppia è di amarsi come Dio ci ha amato.
Il matrimonio è icona del vincolo che unisce Cristo alla Chiesa.
Non si diventa santi facendo cose straordinarie, ma rendendo straordinarie le cose ordinarie.
Come?’ Vivendo ogni momento il noi, collegando ogni cosa a Dio e all’altro, agli altri.
Come ogni battezzato, per diventare santo, deve attingere alla fonte dell’amore, cioè Dio, per  riversarlo sui fratelli, attraverso l’ordinarietà della vita, gli sposi con il matrimonio sono chiamati alla santità accogliendosi vicendevolmente e divenendo nello scambio quotidiano dell’amore veicoli dell’amore di Dio
Il Sacramento del matrimonio è Sacramento di ministero, per cui la grazia è data alla coppia perché insieme siano icona di Dio nella capacità che hanno di essere uno e distinto, di vivere la comunione, l’eternità, l’infinito, la fecondità, la trascendenza.
La santità è vivere consapevolmente il Sacramento, che più degli altri può parlare agli uomini assetati d’amore.
Con il Battesimo si appartiene a Cristo singolarmente, con il Matrimonio si appartiene a Lui insieme coniugati.
La spiritualità dei coniugi, non è la spiritualità della rotaia, perché, sposandosi c’è un nuovo modo di vivere, si vive in relazione all’altro.(F.C.13, come Cristo ama la Chiesa).
"Amatevi come io vi ho amato", "ama il prossimo tuo come te stesso", "da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate".
Il comandamento di Gesù è chiaro: saremo giudicati sull’amore, al nostro prossimo, che nel caso degli sposi è il proprio coniuge.
L’amore vero è quello che è capace di perdonare non sette, ma settanta volte sette.
"Se amate colui che vi ama, che merito ne avete? Anche i pagani lo fanno".
Essere santi significa decidere se appartenere a Cristo o no, essere riconoscibili dal modo in cui amiamo il nostro prossimo, riusciamo a perdonarlo, rendendo Dio visibile attraverso questa capacità divina, di morire per amore.
Morire non significa porre fine alla nostra esistenza terrena, ma abbandonare, liberarci di tutto ciò che ci appartiene materialmente e spiritualmente. Tutto deve essere portato alla mensa comune, perché di due idee, pensieri ecc. venga fuori un’idea nuova che nasce dalla morte delle nostre idee personali o una cosa nuova quando si mettono in comune risorse e carismi.
La santità nasce da una morte che genera vita, da un quotidiano vissuto nell’ascolto e nella condivisione, dove chi ci mette tutto è Dio, e dove noi non siamo che umili operai della sua vigna a cui viene chiesto di lavorare perché cresca rigogliosa e porti frutto. La coppia è chiamata insieme; ma non necessariamente allo stesso momento gli sposi sono in grado di dire di sì a Dio consapevolmente.
Anche nella coppia c’è chi arriva prima dell’altro.Qualcuno,a volte, non arriva mai.
Dio ci chiederà conto di cosa avremo saputo fare con la persona che ci è stata affidata.A Lui non interessa che la cosa sia esteticamente perfetta, ma che sia il frutto dell’impegno comune.
Per quelli che non collaborano, pensiamo a cosa dobbiamo inventarci perchè un bambino pasticcione e svogliato arrivi con il nostro aiuto a leggere, scrivere, disegnare ecc.
E non preoccupiamoci per chi arriva ultimo, perchè tutti, i primi e gli ultimi avranno un trattamento uguale.
Il salario, infatti, è Lui, infinito che, per quanto lo si voglia dividere, sempre infinito rimane.
Da una catechesi di mons.Renzo Bonetti
febbraio 2006

La via della santità

 
“Signore insegnaci a pregare”
All’insegna di queste parole ieri, 3 marzo 2002, il R.N.S. abruzzese si è riunito per riflettere sull’importanza, anzi sulla necessità, della preghiera nella vita del cristiano.
Il papa, dicendo che il cristiano vale tanto quanto prega, ha voluto richiamare l’accento a ciò a cui ognuno è chiamato: la santità.
Parole che a noi sembrano troppo grosse, che non ci riguardano da vicino, salvo poi ritrovarci a chiedere l’intercessione di qualche santo, perché arrivi lì dove non possiamo arrivare.
Abbiamo sempre pensato che i santi sono quelli rappresentati nelle sacre immaginette segnalibro, se ne possediamo uno degno di accoglierli, oppure le tante statue di gesso, esposte nelle chiese, spesso coperte o circondate da ex voto, in atteggiamenti immobili e stereotipati propri di chi nella storia non vive, ma solo nella devozione semplice del popolo.
Spesso queste figure scalzano quelle del Padreterno e della Madonna, perché i miracoli è più facile che li facciano loro.
Mai a pensare che i santi sono stati uomini come noi, spesso più deboli fisicamente, più sfortunati di noi, che di miracoli visibili non ne hanno ricevuto neanche uno, ma che hanno vissuto il miracolo della loro vita, cogliendo ogni momento l’opportunità di vivere la fede in un rapporto intimo e continuo con Dio.
Per tutti loro è stato un cammino di conversione a Cristo attraverso la propria storia, in cui l’impegno per restare fedeli non è venuto mai meno.
Se oggi sono saliti agli onori degli altari è perché il loro è stato irreversibile.
Il punto sta proprio nel tipo di risposta che intendiamo dare a Cristo.
Se pensiamo che questa vari a seconda delle situazioni, dello stato d’animo, dell’età che abbiamo, dei nostri impegni di lavoro e non, forse non abbiamo capito che Cristo è uno e una sola è la verità.
Sbaglieremmo di grosso se pensassimo che ce lo possiamo costruire nei tempi e nei modi che ci fanno più comodo e farlo esistere solo quando ci conviene, per giudicare gli altri, però,che sono cattivi e hanno proprio bisogno di essere da Lui puniti o (quando ci sentiamo più buoni) convertiti.
Se siamo però convinti del contrario, se Cristo ci ha chiamato in modo deciso e determinato, mostrandoci le meraviglie del suo amore, se la memoria di ciò che ci ha mostrato e ha fatto per noi non è svanita, dobbiamo prestare ascolto a tutto ciò che Lui continuerà a dirci.
Sicuramente ci parlerà, se sapremo metterci alla sua presenza in silenzio, pronti a recepire ciò che ci suggerisce, cercando di cogliere le opportunità anche nei luoghi più affollati, anche nei tempi ristretti del nostro andare di corsa, a scuola o al lavoro, mentre in macchina, in treno o a piedi percorriamo soli le strade del mondo. 
Il relatore ha invitato a donare a Dio cinque, dieci, quindici minuti della nostra giornata, io azzardo che la regola dovrebbe essere: vivere con Lui ogni momento, fare di Lui, la nostra bussola, alla quale fare riferimento, dovunque andiamo, qualunque cosa facciamo.
Fare della propria vita una preghiera è fare sì cosa gradita a Dio, ma principalmente fare la cosa migliore per noi, che da questa avventura usciremo trasformati e rinnovati, indubbiamente molto più sereni e felici di quanto possiamo pensare.
In fondo non è poi così difficile; ma per crederci bisogna farne esperienza.
Gesù ci ha detto,:”Chi vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la sua croce e venga dietro di me”
Andare dietro a Cristo, significa metterci da parte, dimenticare chi siamo o eravamo e lasciarci da Lui trasformare.
Da qui il miracolo, che nasce dal fare ciò che Lui ha testimoniato con la sua vita, ma ancor più con la sua morte.
La sua esistenza è un inno all’amore e al perdono, è un grido accorato al Padre, è un Fiat ripetuto fino alla fine perché capissimo qual è il fulcro di tutta la storia della salvezza, della storia di ognuno di noi.
Il “ fiat voluntas tua” è l’adesione completa e continua al Padre che al Figlio, se chiede di morire, è perché per Lui ha in serbo la resurrezione e la gloria.
La preghiera è esperienza d’amore, è contemplazione di un Dio che ama sempre e comunque, perché è Padre, è ascolto dello Spirito che apre i nostri cuori e li rende capaci di amare, è vita in Gesù che si è fatto nostro fratello con il sacrificio sulla croce.
La santità è vivere il mistero trinitario nella nostra vita, nelle relazioni con i nostri fratelli, nel dono gratuito di noi stessi all’altro, è diventare eucaristia per chi ci conosce e per chi non ci conosce, attraverso la preghiera, attraverso le parole, le azioni e tutto ciò che possiamo donare all’altro.
Vivere una vita di preghiera è diventare sacerdoti perenni, è diventare ministri di ciò che Dio ci ha dato, che non è nostro, perché non ci appartiene, perché nulla è nostro di quanto abbiamo, perché è di Dio e da Dio.
Essere chiamati alla santità significa essere cristiani non solo un momento, ma sempre, cercando le cose di Dio nel mondo e non fuori del mondo.
Essere santi è saper riconoscere le cose del mondo, sapersene staccare a tal punto, non da dimenticarle, ma da desiderare di trasformarle per Dio, non per noi.
Il mondo ha bisogno di uomini che si lasciano plasmare e modellare dallo Spirito, di uomini che non si chiudono all’azione della grazia, ma che diventino essi stessi fonte e strumento di grazia.
Essere chiamati alla santità significa desiderare che Cristo arrivi a parlare a tutta la terra, non un linguaggio incomprensibile e assurdo, ma chiaro e attuale, grazie alla luce di chi ne ha fatto e ne fa esperienza ogni giorno.
Testimoniare significa comunicare al mondo che ciò che Cristo ha detto non è utopia o possibile solo a Lui, perché figlio di Dio, ma a tutti quelli a cui Lui ha dato il suo Spirito. 
Essere chiamati alla santità è essere chiamati alla missione, diventare pietre vive dell’edificio spirituale, di cui Cristo è testata d’angolo.
Tutto questo è possibile se la nostra vita diventa preghiera, che non mancherà di dare i suoi frutti in abbondanza.
Così la preghiera diventa il mezzo con cui solcare le acque del mondo e andare al largo, per fare una pesca ricca e copiosa.
La traversata ci renderà santi, nella misura in cui avremo saputo salire sull’imbarcazione di Cristo, dopo aver lasciato a terra le nostre reti e le nostre barche.
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 3 marzo 2002