Il Consolatore 2


Lc 24,46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Questa mattina il cielo era nuvoloso e non era bello a guardarsi. Eppure è il giorno in cui si celebra l'ascesa di Gesù al cielo. Qualcosa avrei voluto vedere di quella luce che inevitabilmente si sprigiona da lui.
Mi sono affacciata alla finestra. Era presto.
L'atmosfera immobile del mattino, la luce opaca filtrata dalle nubi spesse, le finestre chiuse delle case vicine, il freddo e l'umidità dell'ora mi hanno fatto rientrare.
Ho pensato che non era un caso che l'antifona d'ingresso della messa di oggi ci invita a distogliere lo sguardo dal cielo e il Vangelo ci indichi la via della testimonianza.
Ho ripensato a domenica scorsa, festa della mamma, a quanto mi mancavano le attenzioni di mia madre che non c'è più, di mio marito che  per quel giorno soleva farmi regali costosi al posto di mio figlio, di mio figlio che , sposandosi, aveva dovuto scegliere una mamma da festeggiare con i suoi figli, che, guarda caso, non ero io.
Era giusto che fosse così, ma io mi sentivo sola, tanto sola.
Il post di domenica scorsa parla proprio di questo e dell'attesa di un abbraccio, di quell'abbraccio che Gesù ci ha promesso, salendo in cielo.
Mi sono guardata attorno.
Sul comò della sala un vaso con un fiore. Un fiore di palloncini colorati. Me l'avevano portato la sera di domenica i bambini entusiasti, perchè insieme alla mamma e al papà avevano partecipato alla creazione del regalo per le nonne.
"Visto che i soldi non ci sono, e i fiori costano, ci siamo impegnati a cercare qualcosa di altenativo."
Prima che si sgonfiasse ho voluto fotografarla questa opera d'arte del Consolatore.
Già, perchè per fare quel fiore si è messa in moto una famiglia intera.
Grazie Signore, per quell'abbraccio che non mi neghi mai, quando ti cerco nella Parola che illumina la mia notte.

Servi e padroni

Giovanni 15,18-21 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”. 

Per possedere tutto bisogna lasciare tutto.

" E’ mio!" dice il bambino all’inizio del suo percorso di crescita, che spiega molto di più di tante dispute teologiche sulla colpa originaria che ha allontanato l’uomo da Dio.

Ma Dio non si è allontanato dall’uomo e ha continuato a cercarlo e a parlargli. E’ sceso dal suo trono.

Lui, Creatore e Signore del cielo e della terra, voleva incrociare il suo sguardo, che, se ci fai caso, è più facile quando stai più in basso della persona che vuoi guardare.

Questo è il motivo della lavanda dei piedi.

"Io sto come colui che serve"dice il Signore ai suoi amici.

"Quell’è mio" dei nostri bambini del quale ci siamo compiaciuti e che ci ha fatto sorridere, quando è stato pronunciato la prima volta, rimanda ad un possesso, ad un potere che perseguiamo per tutta la vita.

Il sogno dell’uomo è non dover sottostare a nessuno e spendiamo la vita per eliminare i padroni, ma invano.

Allora è giusto chiedersi se ne abbiamo bisogno, interrogandoci su chi dobbiamo servire e a cosa serviamo.

Solo così potremo capire le parole di Gesù:"Un servo non è più grande del suo padrone".

Perchè per guardare il mondo dall’alto e farlo proprio, bisogna che alziamo gli occhi al Signore ( Dominus-padrone), a Colui che hanno trafitto.

Al Gesù che è nascosto in ogni persona, piegando le ginocchia e lavandogli i piedi.

La nostra famiglia

Questa è l’immagine della Sacra Famiglia, che i miei bisnonni avevano appesa sul letto e che oggi occupa il posto d’onore nel salotto della nostra casa. Scampata alle bombe, ai crolli, alle rapine della guerra, ai topi, alla muffa, agli allagamenti delle cantine, ai tanti traslochi subiti dalla mia famiglia d’origine, è stata ritrovata per caso nel doppio fondo dell’armadio di nonna e consegnato a me perchè ne avessi cura.

Così Giovanni, il mio nipotino di cinque anni, ha rappresentato la sua famiglia, quella che ha e quella che desidera. Nella casa roulotte, affacciati alla finestra per salutare ci sono, a partire da destra: la mamma, una sorellina grande, che lui avrebbe voluto al posto di Emanuele, che è piccolo e maschio, perchè se la voleva sposare, il papà e la nonna. Il nonno sta al piano di sopra e Giovanni ha costruito una scala per andare a raggiungerlo e vedere cosa sta facendo. Il cuore rosso con i raggi, sopra la casa, significa che tutti si vogliono bene. La croce indica  che tutti vogliono bene a Gesù. Il trattore a destra del disegno, ha anch’esso la croce, perchè è Gesù che lo guida e traina la casa.

Nella ricorrenza della Sacra Famiglia mi è sembrato bello associare queste immagini che testimoniano come la famiglia sia un bene che non si deteriora, se a guidare le nostre scelte è il Signore. Auguriamoci che i bambini abbiano sempre chi consegna loro il testimone e li educa ad accettare anche i fratelli indesiderati.

L'alba sul Corno Piccolo

 

Prati di Tivo Pietracamela (Te)
Sfogliando il diario
Domenica 26 agosto 2007
Sono le 6 del mattino e dalla finestra dell’Hotel Miramonti, che ci ospita in occasione del Convegno:"La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua", si può ammirare il Corno Piccolo, la seconda cima in altezza del massiccio del Gran Sasso.
Mi sembra maestoso e imponente più del solito, questa mattina, perché il cielo è sgombro si nubi e i suoi contorni si stagliano nitidi nel cielo.
L’alba per me è momento magico, perché è carico di attesa e, più di ogni altro momento della giornata, è visibile il graduale emergere delle cose dal buio, il loro prendere forma e colore, via via che il sole si alza nel cielo dissipando le ombre della notte, sia che da casa mia lo veda affacciarsi tra i rami degli alberi, annunciato dal canto degli uccelli e dalla leggera brezza che muove le foglie, sia che lo aspetti sul dondolo della casa in collina, mentre illumina la Bella Addormentata, senza svegliarla, sia qui dove posso osservarne più da vicino le fattezze del viso…
Siamo, infatti, nella faccia di quel capolavoro naturale che, da lontano, sembra un pezzo unico, forgiato da un artefice sommo.
Qui, da quando abbiamo cominciato a venirci, alla fine di agosto, per partecipare ai convegni regionali di Pastorale famigliare della CEAM, abbiamo imparato tante cose.
Non siamo uguali dalla prima volta, quando, senza essere stati invitati, ci presentammo per saperne di più sul progetto di Dio sulla famiglia e sull’uomo.
Era il 2001 e ci trovammo don Giancarlo Grandis, che ci aveva fatto impazzire, per capirci qualcosa, nel corso di Antropologia tenuto a Loreto, in agosto dello stesso anno.
Quando lo vidi, al bar dell’albergo, sarei voluta scappare, come quest’anno, quando ho saputo che il relatore del convegno e responsabile dei laboratori era il dott. Pietro Boffi, del CentroInternazionaleStudiFamiglia, lo stesso che a Loreto, tre setttimane fa, mi ha fatto dare for fait, (era la prima volta che mi capitava), con un discorso pieno di numeri e di citazioni.
Boffi me lo sono ritrovato a tavola, a mangiarci insieme e, come accadde per Grandis, mi sono resa conto che le persone le devi ascoltare più di una volta, per dare giudizi e trarre conclusioni.
Come allora ho ringraziato don Giancarlo per avermi dato i pilastri antropologici su cui fondare le conoscenze future, così ho fatto con Pietro Boffi, che mi ha aperto la mente su qual è il problema da affrontare nell’emergenza famiglia.
I numeri li si può leggere in tanti modi e lui li ha scomposti, quelli che i mass media ci propongono con esagerato allarmismo.
La famiglia esiste e funziona: famiglia come rete di relazioni, che creano benessere, comunione, condivisione, solidarietà e tutto il resto, perché chi si sposa non taglia i ponti con la famiglia d’origine, anzi ne continua a dipendere e, all’occorrenza, se ne fa carico.
I conviventi che rifiutano il matrimonio sono solo il 2%, tutti gli altri convivono in attesa di sposarsi, considerando il matrimonio, naturale sbocco del loro rapporto.
Il problema sta nella paura ad assumersi responsabilità definitive, paura ad affrontare vie senza ritorno.
“La famiglia nel mondo, testimone del mattino di Pasqua”è lo slogan su cui si sono innestati tutti gli interventi.
Comunicare al mondo che ne vale la pena, che è bello, utile, buono e salutare sposarsi, è il compito di ogni coppia che abbia incontrato il Risorto e si sia sentita chiamare per nome.
Mons.Brambilla, preside della facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, da poco nominato vescovo ausiliario di Milano, ci ha parlato della linea d’ombra che si stende attorno agli sposi, chiusi nell’appartamento.
Si vive appartati, isolati e, quando si esce fuori, la rete di relazioni intessute all’interno della famiglia è sostituita dalle logiche del consumismo e della produttività, celebrate nelle grandi cattedrali mediatiche dove tutto  porta alla disgregazione e alla negazione della nostra vera e unica identità di figlio di Dio.
Bisogna umanizzare lo spazio fuori dall’appartamento, ci è stato detto, per vivere da uomini liberi all’interno della propria casa.
La Famiglia con i suoi stili di vita può e deve creare la rete che non rende impossibile l’emergere di una verità che oggi sembra solo utopia.
Guardo il sole che pian piano, dopo aver scoperto la cima brulla, bianca e rocciosa del monte che mi sta davanti, sta scendendo ad illuminare quella coperta dalla bassa vegetazione. Tra poco sarà sugli alberi, le querce e i lecci, che prolificano man mano che si scende sul pianoro antistante l’albergo.
Penso alla luce che siamo chiamati a portare al mondo.
Mentre aspetto che Gianni si svegli, osservo la luce che dapprima fa emergere le parti più dure, più inospitali ripide e difficili da scalare di questo monte, poi sfiora l’erba, gli alberi situati più in basso, quelli  che ieri hanno ospitato i laboratori di discussione all’aperto di questo convegno, (La sobrietà, Rispetto dell’ambiente, Conflitti e mediazioni, Culture diverse, Religioni diverse, La vita buona), poi arriva alle case e agli alberghi, i luoghi coperti e appartati, dove deve arrivare l’annuncio.
Quando siamo arrivati, mi sono chiesta perché le Beatitudini sono  state prese come filo conduttore di questo convegno. Nelle lodi del mattino, nei vespri della sera, nella preghiera in camera degli sposi c’era una beatitudine da meditare.
Il sole, che ormai è arrivato ad illuminare anche il balcone della stanza che occupiamo e tra poco entrerà dai vetri della finestra, mi ha aperto gli occhi sul perché di una scelta così incomprensibile.
Mentre mi lascio scaldare dai raggi tiepidi che mi accarezzano la pelle intirizzita dal freddo della notte, il pensiero va al mondo irrigidito dagli schemi della cultura dominante, al mondo che ha bisogno di essere rischiarato e illuminato dal discorso della montagna.
Penso alla responsabilità di noi coppie, chiamate a salire sul monte, lasciando a valle i nostri bagagli, per meditare sulle "Beatitudini", a quanto ci dobbiamo sforzare per viverle nella nostra vita dentro e fuori delle mura domestiche, per essere testimoni credibili della gioia di un incontro che trasforma la vita.
Il sole tornerà a rischiarare questo monte: ma noi non ci saremo domani ad ammirare i chiaroscuri creati dalla luce che sale pian piano nel cielo.
Scesi a valle, nel cuore conserveremo il ricordo di scalate ardue e difficili, di incontri imprevisti e imprevedibili, di parole consegnate ad ogni coppia, per raccontare al mondo intero la meraviglia del mattino di Pasqua.

Lo stadio

  Sfogliando il diario

In un pomeriggio uggioso di una domenica qualsiasi, che, a sentire i giornali, si distingueva per le partite di calcio a porte chiuse, a seguito dei fatti efferati senza fumogeni, bombe carta e striscioni, in uno stadio di spettatori attenti e disciplinati, con lo Spirito che faceva da custode, guida e maestro, don Giuseppe di Virgilio, reduce da un lutto recentissimo e febbricitante, ha infiammato noi coppie e tutti gli operatori di Pastorale famigliare, con il sacro fuoco dello Spirito e ci ha introdotto nella sala segreta del Re.
Il Cantico dei Cantici, letto e commentato dal relatore, non poteva che infiammarci ancora di più sull’amore che Dio nutre per noi, ma soprattutto per l’amore che a noi sposi è dato di sperimentare in pienezza. Un amore fatto di baci e di carezze, di sguardi e di parole, di lamento e di passione, di attesa e di conquista, di un cercarsi e incontrarsi, di un fermarsi e ricominciare a correre.
Aveva esordito dicendo, che il tempo non potevamo ancora sprecarlo ad imporre qualcosa che sembra riguardare solo i preti e i volontari del sacrificio. Ha aggiunto che per convincere bisogna far inamorare la gente di Gesù, di Dio, della sua Parola.
Solo l’amore può giustificare scelte che ai più sembrano insensate.L’amore di cui è informata la Parola, il libro Sacro dove l’amore si chiama Gesù, che lo sperimenta nell’accoglienza in una famiglia sui generis, e che è rifiutato dalla famiglia d’origine.
Straordinario questo Dio che sconvolge gli schemi, facendo partorire prima l’uomo… che pazzia, poi chiedere a Maria se voleva, con lui, ricominciare tiutto da capo!
Così lo Spirito che diede vita all’uomo e poi alla donna, fecondò Maria, la sposa che doveva parorire lo sposo. Ma lo sposo doveva morire per dare la possibilità all’uomo e alla donna di partorire insieme l’altro da sè, facendo una cosa nuova e irripetibile: il figlio.
Crescete e moltiplicatevi disse Dio alla prima coppia, ma la moltiplicazione non era numerica, era di qualità, perché non basta mettere al mondo dei figli perchè vivano.
Caino uccise Abele, e la storia così cominciò il suo degrado.
Lo Sposo doveva effondere il Suo Spirito perchè la vita durasse in eterno e la discendenza non si limitasse solo i primogeniti. Con la mporte di Cristo siamo diventatri tutti eredi e non ci dobbiamo rubare la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie.
14 febbraio 2007

La forza politica della santità coniugale

“La forza politica della santità coniugale”, questo il titolo del Convegno del RnS per la Pastorale Familiare, tenutosi a Montesilvano(Pescara) l’11 febbraio 2006. Relatore don Carlino Palumbieri, che, dopo aver fatto riferimento a Tiberiade, luogo dell’amicizia e della condivisione, luogo dell’ascolto della Parola, dove le risorse umane s’innestano in quelle di Dio, ha benedetto il Signore perché tutto questo è presente nella famiglia, Chiesa domestica,  quando c’è Maria che vigila a che non venga meno la gioia delle nozze.
Ha ringraziato il Signore, don Carlino, perché ha creato l’uomo e la donna e ci ha fatto conoscere l’amore.
A nozze si va su invito e l’invito è gratis. La prima bella notizia è che la vita è un invito a nozze, nozze che contano, perché lo Sposo è un personaggio speciale, fuori dal comune,uno Sposo che ha superato una distanza infinita per donarsi alla sua sposa.
Per il giorno delle nozze tutto deve essere, bello, gioioso, nuovo. L’abito, preparato con cura, non rattoppato, ma nuovo, adeguato, perché altrimenti si fa la fine di quell’invitato di cui parla Matteo, che fu cacciato via dal banchetto, perché non si era premurato di indossare la veste adatta all’occasione.
Ci ha invitato, don Carlino a sostare davanti ad una coppia di sposi , in silenzio, perché sono sacramento, non immagine del sacramento, sono il segno tangibile della presenza di Dio fra noi, nella relazione che intercorre tra loro.
Papa Giovanni Paolo II, nella Lettera alle Famiglie del 1994, ha detto che la Chiesa, senza la famiglia non può comprendere se stessa. La Famiglia è il grande mistero di Dio, non il problema. Nella famiglia si fa esperienza di amore filiale, genitoriale, fraterno, si fa esperienza di amore gratuito, si fa quindi esperienza di Dio.
Solo nella famiglia questo è possibile, perciò Dio ha dato alla coppia il compito di somigliargli, creando l’uomo e la donna, due diversi chiamati a diventare una carne sola per dare vita al mondo. Dio ha inventato la la famiglia, non la parrocchia per renderSi visibile al mondo.
Nell’Enciclica “Deus caritas est” il Papa ha detto che l’archetipo per eccellenza, l’esemplare assoluto dell’amore è l’amore tra uomo e donna.
Nel Concilio Vaticano II del 1965, bussola dei credenti del II millennio, sono state evidenziate 5 priorità: 1)Matrimonio e famiglia,2)cultura,3)vita sociale,4)vita politica,5)solidarietà tra i popoli.
Il rinnovamento della società passa prioritariamente dalla santità del matrimonio. E non serve e non è giusto chiamare la famiglia piccola Chiesa, ma a tutti gli effetti Chiesa domestica, profezia di Dio, non istituzionalizzabile, come tutte le profezie, ma oggetto di fede. Quando proclamiamo la nostra fede, dopo l’ascolto della Parola di Dio, non dimentichiamo di affermare con forza e con convinzione che crediamo alla Chiesa, una, cattolica e apostolica, tenendo gli occhi fissi alla famiglia da cui siamo nati e a quella che abbiamo formato con il nostro coniuge, alla nostra parrocchia, dove con altre famiglie, riceviamo i Sacramenti, per finire alla Chiesa, comunità di tutti i credenti.
Il matrimonio, non è un fascio di doveri ma una Grazia. Cinquanta anni fa ci si sposava per procreare, per allevare la prole, per disciplinare e dare uno sbocco al desiderio sessuale.
La Chiesa allora era gerarchizzata e ci si sentiva costretti dentro un cumulo di formule e di doveri.
La bella notizia che dobbiamo annunciare è che siamo chiamati personalmente a diventare santi insieme a tutti i battezzati nella Chiesa dove Dio ci ha chiamati.
La prima Chiesa è la famiglia, la più importante, perché nella famiglia s’impara ad essere santi e si può diventare santi nella famiglia e non “nonostante” la famiglia.
1)La santità non è privilegio di pochi.
2)La santità non è frutto di titoli, ma dono di grazia. Il segreto sta nel diventare ciò che già siamo.(Siamo di Dio, dobbiamo decidere di appartenergli sempre consapevolmente).
3)Nella famiglia c’è la pienezza della carità, perché si sperimenta la pienezza dell’amore.
4)La santità serve nella città terrena ad avere un tenore di vita più umano, vale a dire che “LA SANTITA’UMANIZZA IL MONDO”.
5)Non c’è una santità standard.Nella “Lumen Gentium” si dice che tutti siamo chiamati alla perfezione della carità, all’amore, alla pienezza della vita in Dio.
Sposarsi in Gesù Cristo è una chiamata per la quale si chiede una virtù fuori del comune. Nella “Lumen Gentium” infatti si dice che i coniugi significano il mistero di unità di Cristo con la Chiesa.
Si diventa santi nel, con e per il matrimonio, perché due diventano una carne sola nel matrimonio, non un solo spirito. La santità dei coniugi Beltrame Quattrocchi c’insegna che la via seguita è quella ordinaria di una coppia che si ama in Cristo.
Il giorno delle nozze Dio non ci dice “Auguri” ma dona la capacità di amare sempre e nonostante tutto il coniuge a cui si è promessa la fedeltà.
La fedeltà è alla comunione, all’alleanza, non alla persona. Dio  dona la capacità di non rompere l’alleanza, anzi di renderla più salda attraverso l’esercizio del perdono, dono totale e gratuito fino alla morte. Morire per dare vita all’altro, questo è quello che Dio ci chiede nel matrimonio, essendo i coniugi datori di vita, il primo parto è quello dell’altro, dello sposo o della sposa.
Sposarsi in chiesa è pura follia, perché è amare a braccia inchiodate.
Il coniuge deve aiutare l’altro non a vivere ma a salvarsi, a vivere senza peccato, a superare le difficoltà che derivano dal peccato, a fargli fare esperienza di Dio.
Quella degli sposi è una santità laica, che non possono avere i preti o i monaci.
La santità è nella realtà che viviamo, rendendo straordinarie le cose ordinarie. Ogni coppia deve trovare espressioni di vita, di culto, di preghiera specifiche, non oggetto di letteratura.
Nella”Cristi fideles laici”si parla del rischio di clericizzare i laici, che nella famiglia realizzano ciò che sono. Due realtà non finiranno mai:la famiglia e la Chiesa.
La SPIRITUALITA’ CONIUGALE ha come sua specificità la coniugalità, la relazione, che diventa grazia.
Il Sacramento del matrimonio come quello dell’ordine sono sacramenti di ministero.
La grazia donata deve essere messa in circolo. L’amore diventa grazia per gli altri, perché si diventa canali d’amore e si porta gli altri ad amare nel modo giusto, se ci si conforma a Cristo.
Il giorno delle nozze l’amore viene comandato, diventa il sacramento. Da quel momento si sta insieme per scelta, non per sentimento. Come il rapporto con il figlio è naturale, così lo è quello degli sposi.
Con il matrimonio la coppia naturalmente sta insieme, naturalmente si ama, non perché sia facile, ma perché è nella natura del sacramento amarsi “a prescindere”.
La prima specificità della forza politica della santità coniugale è quella di aprire la porta della nostra casa per permettere agli altri di entrare.
Vediamo gli sposi cristiani chiusi nel bunker dell’appartamento e o possedere case che non abitano.
Gli sposi cristiani hanno un ministero sociale, politico e non possiamo defilarci dicendo che la politica è sporca.
Le opere di misericordia corporali ci ricordano che è dovere occuparsi degli affamati, assetati, ignudi, pellegrini, carcerati, morti, senza contare le opere di misericordia spirituali.
SAREMO GIUDICATI SULL’AMORE.
Mosè, vive 120 anni, i primi 40 in Egitto, poi 40 a Madian cerca di vedere che vita facevano i suoi fratelli e uccide l’egiziano, facendosi giustizia da se. A 80 anni Dio gli comanda di occuparsi del suo popolo che accompagnerà fuori dall’Egitto attraverso il deserto.
Nella parabola del buon Samaritano i verbi sono 10
Lo vide
Si mosse a pietà
Si curvò su di lui
Gli fasciò le ferite
Gli versò l’olio
Lo caricò sul giumento
Lo portò in albergo
Si prese cura di lui
Tornò indietro a pagare.
Questo spirito, questa disponibilità, questo amore rende vivibile la polis e la trasforma in una famiglia.
 
11 febbraio 2006.