Il dono del corpo

Domenica, 29 ottobre 2006, la sala consigliare del municipio di Cepagatti, piccola e ridente cittadina della provincia di Pescara, ha ospitato le famiglie del RnS abruzzese, lì riunite per riflettere sul “Dono del corpo e dono nel corpo”, come percorso di grazia nella santità coniugale.

Il relatore, don Carlino Panzeri, è stato guida e maestro insuperabile per provocarci e stupirci in questo viaggio, non il primo, nel mistero dell’amore di Dio, racchiuso nella famiglia. Don Carlino non ha potuto prescindere dalle parole della della Genesi:“ Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gn 4,31), in riferimento alla creazione dell’uomo maschio e femmina, perché, se si parla di dono, è auspicabile che sia bello, buono e utile, altrimenti fa la fine di tante cose che ci regalano, ma non sono di nostro gradimento.

Il viaggio, quindi, è stato in questa straordinaria realtà, voluta da Dio, che è la relazione tra l’uomo e la donna, attraverso il corpo, a cui ha dato il compito di renderlo visibile su questa terra.
Una bella sfida per l’uomo di oggi, per ogni cristiano, chiamato a vedere il matrimonio non più come funzione, ma come stato di grazia.
Dio è amore, questo lo sanno tutti; ma pochi riflettono sul fatto che l’amore va comunicato e che Dio l’ha fatto, assumendo un corpo, che ha donato sulla croce e continua a donare ancora, attraverso l’Eucaristia, a tutti gli affamati e gli assetati del mondo.
Il dono più grande che Dio ci ha fatto è proprio quello di comunicare con il corpo il nostro amore, scegliendo di farlo come ha fatto Gesù e chiedendo a Lui la grazia di riattualizzare la Pasqua.
I coniugi celebrano infatti il mistero della morte e resurrezione di Cristo, ogni volta che si donano totalmente l’uno all’altro.
Tutto questo non è pornografia, peccato, ma volontà di Dio, anticipazione di paradiso, nella misura in cui ci apriamo alla grazia, educandoci ad amare nel rispetto e nell’ascolto dell’altro, nella tensione continua ad anteporre il suo bene al nostro.
La comunicazione dell’amore, attraverso il corpo, ci rende simili a Cristo e ci fa entrare nel mistero trinitario in cui l’unità, nella distinzione e non nella confusione, diventa feconda.
Dar vita all’altro per darla agli altri, è il compito che Dio ha affidato alla coppia, per parlare di Lui al mondo e continuare la sua opera creatrice.
Il matrimonio è quindi opera di Dio e via di santità.
E’ stato consolante scoprire che si diventa santi non “nonostante il matrimonio” ma “attraverso il matrimonio”, vivendo l’ordinario in modo straordinario.
L’Eucaristia, la Parola di Dio, il Sacramento della Riconciliazione sono il necessario viatico per gli sposi che scelgono di vivere una coniugalità feconda.
Abbiamo pensato alla vita di cui ha bisogno il mondo, quella vita di cui spesso ci sentiamo arbitri e padroni, mentre il relatore parlava di fecondità, quella vita di cui si stanno occupando le istituzioni, ma della quale solo Cristo ci ha saputo parlare in modo nuovo e convincente.
Intenti ad ascoltare quello che ci veniva detto, non poteva non colpirci lo sfondo di bandiere e simboli delle istituzioni civili affiancati dal crocifisso e dall’icona del convegno. Il luogo, decisamente inusuale  per i nostri incontri di preghiera e di formazione, sembrava non a caso l’unico capace di promuovere “La forza politica della santità coniugale”, argomento trattato da don Carlino a febbraio. Infatti nei luoghi, dove si provvede al bene comune, deve essere chiaro di chi ci si sta occupando, perché, solo conoscendo l’identità dei destinatari, si possono scegliere cose buone per loro.
Antonietta e Gianni
29 0ttobre 2006

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Chiamati alla santitàconiugale

I coniugi sono chiamati a santificarsi insieme, a diventare santi, non "nonostante il matrimonio", ma "attraverso il matrimonio", attraverso quel marito o quella moglie che non è come lo vorremmo o come lo vorrebbe Dio. Nel matrimonio il vincolo, il patto diventa Sacramento, vale a dire DONO di Dio.
Cosa significa? Dio, il giorno delle nozze, dona ai coniugi l’anello, la fede, la fedeltà al patto, il rapporto, il vincolo di alleanza che rende possibile la realizzazione del progetto comune, che deve identificarsi con il progetto di Dio.
La comunione attraverso il corpo e lo spirito, l’apertura alla vita, vale a dire la fecondità spirituale e biologica dipenderanno da quel vincolo di cui Dio ha garantito l’indissolubilità, se la grazia del sacramento viene alimentata, chiesta, perseguita, accolta.
Dio ha affidato alla coppia il compito di renderlo visibile al mondo."Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate"
Sulla natura Dio ha costruito il suo progetto di dare la vita al mondo.Infatti l’uomo e la donna sono naturalmente attratti l’uno all’altra. (Il problema è che questa attrazione non dura in eterno. L’amore è una scelta che si fa per far stare bene l’altro.)
L’unità dell’essere, del pensare e dell’agire è propria della Trinità, è attributo di Dio.
Dio è amore e, attraverso l’amore, dà vita al mondo, dà vita attraverso lo Spirito che è il frutto, il dono dell’amore, è la relazione che intercorre tra il Padre e il Figlio.
Dio con la creazione dell’uomo e della donna ha smesso di creare, affidando quindi alla coppia il compito di procreare, prendendo esempio da Lui.
L’amore è felice quando porta frutto.
L’amore è la relazione che intercorre tra l’uomo e la donna, quando decidono di sposarsi.
L’amore presuppone un io che ama e un tu che è amato.
Perché l’amore si realizzi è necessario uscire fuori da sé.
Dalla capacità dell’uomo di amare, uscendo fuori da se, consegue la possibilità di somigliare a Dio.
La santità consiste nell’essere, nell’appartenere a Dio, nel vivere in Dio le cose umane.
Dio alla coppia dà la possibilità di vivere la relazione " da dio", donando il Sacramento, che è permanente.
Così, come i sacerdoti non cessano mai di essere preti, i coniugi non cesseranno mai di essere coniugati, una volta che si sono promessi amore e fedeltà per sempre davanti a Dio.
Gli sposi celebrano il matrimonio, sono ministri del sacramento, amministratori e depositari del dono.
Il dono che Dio fa alla coppia è il dono del vincolo, della relazione, vale a dire della capacità di tenere fede all’alleanza, anche quando questa appare squilibrata, perché uno dei due non corrisponde.
La santità si consegue, cercando di rendere efficace la grazia del Sacramento.
E’ un po’ come quando ci regalano un apparecchio che non sappiamo come funziona o ne conosciamo solo pochi aspetti.
La coppia che si sposa in comune rispetto a quella che si sposa in chiesa ha lo svantaggio di vivere nella casa che umanamente ha preparato, anche bella e confortevole, se vogliamo, senza accorgersi che quella non è che il garage o la cantina di un castello bellissimo, con ogni genere di conforto.
La santità è entrare in questa nuova e sconosciuta dimensione e cercare di abitare tutte le stanze di quel castello, perché anche altri vi possano essere accolti.
Il compito della coppia è di amarsi come Dio ci ha amato.
Il matrimonio è icona del vincolo che unisce Cristo alla Chiesa.
Non si diventa santi facendo cose straordinarie, ma rendendo straordinarie le cose ordinarie.
Come?’ Vivendo ogni momento il noi, collegando ogni cosa a Dio e all’altro, agli altri.
Come ogni battezzato, per diventare santo, deve attingere alla fonte dell’amore, cioè Dio, per  riversarlo sui fratelli, attraverso l’ordinarietà della vita, gli sposi con il matrimonio sono chiamati alla santità accogliendosi vicendevolmente e divenendo nello scambio quotidiano dell’amore veicoli dell’amore di Dio
Il Sacramento del matrimonio è Sacramento di ministero, per cui la grazia è data alla coppia perché insieme siano icona di Dio nella capacità che hanno di essere uno e distinto, di vivere la comunione, l’eternità, l’infinito, la fecondità, la trascendenza.
La santità è vivere consapevolmente il Sacramento, che più degli altri può parlare agli uomini assetati d’amore.
Con il Battesimo si appartiene a Cristo singolarmente, con il Matrimonio si appartiene a Lui insieme coniugati.
La spiritualità dei coniugi, non è la spiritualità della rotaia, perché, sposandosi c’è un nuovo modo di vivere, si vive in relazione all’altro.(F.C.13, come Cristo ama la Chiesa).
"Amatevi come io vi ho amato", "ama il prossimo tuo come te stesso", "da questo riconosceranno che siete miei discepoli, da come vi amate".
Il comandamento di Gesù è chiaro: saremo giudicati sull’amore, al nostro prossimo, che nel caso degli sposi è il proprio coniuge.
L’amore vero è quello che è capace di perdonare non sette, ma settanta volte sette.
"Se amate colui che vi ama, che merito ne avete? Anche i pagani lo fanno".
Essere santi significa decidere se appartenere a Cristo o no, essere riconoscibili dal modo in cui amiamo il nostro prossimo, riusciamo a perdonarlo, rendendo Dio visibile attraverso questa capacità divina, di morire per amore.
Morire non significa porre fine alla nostra esistenza terrena, ma abbandonare, liberarci di tutto ciò che ci appartiene materialmente e spiritualmente. Tutto deve essere portato alla mensa comune, perché di due idee, pensieri ecc. venga fuori un’idea nuova che nasce dalla morte delle nostre idee personali o una cosa nuova quando si mettono in comune risorse e carismi.
La santità nasce da una morte che genera vita, da un quotidiano vissuto nell’ascolto e nella condivisione, dove chi ci mette tutto è Dio, e dove noi non siamo che umili operai della sua vigna a cui viene chiesto di lavorare perché cresca rigogliosa e porti frutto. La coppia è chiamata insieme; ma non necessariamente allo stesso momento gli sposi sono in grado di dire di sì a Dio consapevolmente.
Anche nella coppia c’è chi arriva prima dell’altro.Qualcuno,a volte, non arriva mai.
Dio ci chiederà conto di cosa avremo saputo fare con la persona che ci è stata affidata.A Lui non interessa che la cosa sia esteticamente perfetta, ma che sia il frutto dell’impegno comune.
Per quelli che non collaborano, pensiamo a cosa dobbiamo inventarci perchè un bambino pasticcione e svogliato arrivi con il nostro aiuto a leggere, scrivere, disegnare ecc.
E non preoccupiamoci per chi arriva ultimo, perchè tutti, i primi e gli ultimi avranno un trattamento uguale.
Il salario, infatti, è Lui, infinito che, per quanto lo si voglia dividere, sempre infinito rimane.
Da una catechesi di mons.Renzo Bonetti
febbraio 2006

La via della santità

 
“Signore insegnaci a pregare”
All’insegna di queste parole ieri, 3 marzo 2002, il R.N.S. abruzzese si è riunito per riflettere sull’importanza, anzi sulla necessità, della preghiera nella vita del cristiano.
Il papa, dicendo che il cristiano vale tanto quanto prega, ha voluto richiamare l’accento a ciò a cui ognuno è chiamato: la santità.
Parole che a noi sembrano troppo grosse, che non ci riguardano da vicino, salvo poi ritrovarci a chiedere l’intercessione di qualche santo, perché arrivi lì dove non possiamo arrivare.
Abbiamo sempre pensato che i santi sono quelli rappresentati nelle sacre immaginette segnalibro, se ne possediamo uno degno di accoglierli, oppure le tante statue di gesso, esposte nelle chiese, spesso coperte o circondate da ex voto, in atteggiamenti immobili e stereotipati propri di chi nella storia non vive, ma solo nella devozione semplice del popolo.
Spesso queste figure scalzano quelle del Padreterno e della Madonna, perché i miracoli è più facile che li facciano loro.
Mai a pensare che i santi sono stati uomini come noi, spesso più deboli fisicamente, più sfortunati di noi, che di miracoli visibili non ne hanno ricevuto neanche uno, ma che hanno vissuto il miracolo della loro vita, cogliendo ogni momento l’opportunità di vivere la fede in un rapporto intimo e continuo con Dio.
Per tutti loro è stato un cammino di conversione a Cristo attraverso la propria storia, in cui l’impegno per restare fedeli non è venuto mai meno.
Se oggi sono saliti agli onori degli altari è perché il loro è stato irreversibile.
Il punto sta proprio nel tipo di risposta che intendiamo dare a Cristo.
Se pensiamo che questa vari a seconda delle situazioni, dello stato d’animo, dell’età che abbiamo, dei nostri impegni di lavoro e non, forse non abbiamo capito che Cristo è uno e una sola è la verità.
Sbaglieremmo di grosso se pensassimo che ce lo possiamo costruire nei tempi e nei modi che ci fanno più comodo e farlo esistere solo quando ci conviene, per giudicare gli altri, però,che sono cattivi e hanno proprio bisogno di essere da Lui puniti o (quando ci sentiamo più buoni) convertiti.
Se siamo però convinti del contrario, se Cristo ci ha chiamato in modo deciso e determinato, mostrandoci le meraviglie del suo amore, se la memoria di ciò che ci ha mostrato e ha fatto per noi non è svanita, dobbiamo prestare ascolto a tutto ciò che Lui continuerà a dirci.
Sicuramente ci parlerà, se sapremo metterci alla sua presenza in silenzio, pronti a recepire ciò che ci suggerisce, cercando di cogliere le opportunità anche nei luoghi più affollati, anche nei tempi ristretti del nostro andare di corsa, a scuola o al lavoro, mentre in macchina, in treno o a piedi percorriamo soli le strade del mondo. 
Il relatore ha invitato a donare a Dio cinque, dieci, quindici minuti della nostra giornata, io azzardo che la regola dovrebbe essere: vivere con Lui ogni momento, fare di Lui, la nostra bussola, alla quale fare riferimento, dovunque andiamo, qualunque cosa facciamo.
Fare della propria vita una preghiera è fare sì cosa gradita a Dio, ma principalmente fare la cosa migliore per noi, che da questa avventura usciremo trasformati e rinnovati, indubbiamente molto più sereni e felici di quanto possiamo pensare.
In fondo non è poi così difficile; ma per crederci bisogna farne esperienza.
Gesù ci ha detto,:”Chi vuole seguirmi rinneghi se stesso, prenda la sua croce e venga dietro di me”
Andare dietro a Cristo, significa metterci da parte, dimenticare chi siamo o eravamo e lasciarci da Lui trasformare.
Da qui il miracolo, che nasce dal fare ciò che Lui ha testimoniato con la sua vita, ma ancor più con la sua morte.
La sua esistenza è un inno all’amore e al perdono, è un grido accorato al Padre, è un Fiat ripetuto fino alla fine perché capissimo qual è il fulcro di tutta la storia della salvezza, della storia di ognuno di noi.
Il “ fiat voluntas tua” è l’adesione completa e continua al Padre che al Figlio, se chiede di morire, è perché per Lui ha in serbo la resurrezione e la gloria.
La preghiera è esperienza d’amore, è contemplazione di un Dio che ama sempre e comunque, perché è Padre, è ascolto dello Spirito che apre i nostri cuori e li rende capaci di amare, è vita in Gesù che si è fatto nostro fratello con il sacrificio sulla croce.
La santità è vivere il mistero trinitario nella nostra vita, nelle relazioni con i nostri fratelli, nel dono gratuito di noi stessi all’altro, è diventare eucaristia per chi ci conosce e per chi non ci conosce, attraverso la preghiera, attraverso le parole, le azioni e tutto ciò che possiamo donare all’altro.
Vivere una vita di preghiera è diventare sacerdoti perenni, è diventare ministri di ciò che Dio ci ha dato, che non è nostro, perché non ci appartiene, perché nulla è nostro di quanto abbiamo, perché è di Dio e da Dio.
Essere chiamati alla santità significa essere cristiani non solo un momento, ma sempre, cercando le cose di Dio nel mondo e non fuori del mondo.
Essere santi è saper riconoscere le cose del mondo, sapersene staccare a tal punto, non da dimenticarle, ma da desiderare di trasformarle per Dio, non per noi.
Il mondo ha bisogno di uomini che si lasciano plasmare e modellare dallo Spirito, di uomini che non si chiudono all’azione della grazia, ma che diventino essi stessi fonte e strumento di grazia.
Essere chiamati alla santità significa desiderare che Cristo arrivi a parlare a tutta la terra, non un linguaggio incomprensibile e assurdo, ma chiaro e attuale, grazie alla luce di chi ne ha fatto e ne fa esperienza ogni giorno.
Testimoniare significa comunicare al mondo che ciò che Cristo ha detto non è utopia o possibile solo a Lui, perché figlio di Dio, ma a tutti quelli a cui Lui ha dato il suo Spirito. 
Essere chiamati alla santità è essere chiamati alla missione, diventare pietre vive dell’edificio spirituale, di cui Cristo è testata d’angolo.
Tutto questo è possibile se la nostra vita diventa preghiera, che non mancherà di dare i suoi frutti in abbondanza.
Così la preghiera diventa il mezzo con cui solcare le acque del mondo e andare al largo, per fare una pesca ricca e copiosa.
La traversata ci renderà santi, nella misura in cui avremo saputo salire sull’imbarcazione di Cristo, dopo aver lasciato a terra le nostre reti e le nostre barche.
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 3 marzo 2002
 
 
 
 

il mazzo di fiori

Il 25 agosto abbiamo ricevuto un mazzo di fiori avvolti in un velo soffice e bianco. Era per noi e non riuscivamo a crederci.Abbiamo pensato che il fioraio si fosse sbagliato e lo stavamo dirottando altrove.
Ma quei fiori erano proprio per noi, sposi rigenerati da Cristo e uniti, questa volta per sempre, nella Santa Casa di Loreto, venerdì 13 agosto 2004, alle dieci di sera da don Gerry.
Testimoni le coppie che Dio aveva chiamato con noi a fare un’esperienza di paradiso, all’ombra del colle su cui domina e risplende, nelle terse serate estive, la basilica della Madonna.
Con il cuore che ci batteva forte abbiamo contemplato stupiti le meraviglie del Signore, che continuava a farci regali.
Non pensavamo che fosse possibile, dopo che, una volta giunti nelle nostre dimore, ci siamo ritrovati a combattere la quotidiana battaglia e abbiamo con nostalgia ripensato a quei giorni di preghiera e di fuoco, a quei giorni in cui il tempo si era fermato per fare spazio al Signore, che voleva riempire la coppa delle nostre mani aperte e intrecciate, perché non lasciassimo disperdere nulla della grazia che dal cielo ci stava mandando.
Ne avevano fatta di strada quei fiori, usciti dal cuore di Annamaria e Graziano, i fratelli della Sardegna che con noi avevano condiviso la gioia di risorgere e veder risorgere le ossa inaridite della valle del pianto, solcando il mare che ci separa, per raggiungerci nella nostra casa di sposi alle prese con un pane quotidiano non sempre facile da masticare.
I nostri serbatoi d’amore sembravano diventati più piccoli e ci voleva qualcuno che provvedesse a dilatarli con un dono accompagnato dalle parole di un salmo.
Dopo la settimana passata a Loreto, pieni di gioia e di Spirito Santo, ci sembrava di volare e il nostro cuore scoppiava di gratitudine per ciò che avevamo udito, visto e provato.
Gratitudine per tutti quelli che ci avevano fatto sentire quanto è grande l’amore di Dio, gratitudine a Dio perché ci aveva scelti come testimoni della sua misericordia.
Una settimana indimenticabile per la Sua presenza palpabile in ogni volto, in ogni gesto, in ogni coppia, in quei lumini accesi davanti al tabernacolo, che ardevano bruciando le scorie del nostro passato, con su scritti i nostri nomi e la data dell’incontro. Le nostre storie che diventavano storie di Dio, favole da leggere sui libri dei santi e noi eravamo lì a contemplarle, a contemplare e perderci nell’icona di “Notre dame de l’alleance”, la nostra Mamma celeste che ci abbracciava e ci portava a Gesù. Ai lati in basso dipinti due lumi che si moltiplicavano in quelli che ogni coppia di sposi aveva deposto ai piedi dell’altare, dove la parola di Dio e l’Eucarestia erano il pane quotidiano di quei giorni di silenzio e di attesa.
Quell’icona e quei lumi ci hanno stregato, magicamente rapiti e trasportati, se così si può dire, dentro, oltre ciò che si vede, che si tocca, che si sente, oltre ogni umana immaginazione nel corpo di Cristo, nella Chiesa, nelle piccole Chiese domestiche che unite pregavano, lodavano e benedicevano il Signore nei fratelli, con i fratelli, per i fratelli nei giorni più roventi dell’anno.
Tante coppie, tante storie, tanti volti da non dimenticare. Li abbiamo visti all’arrivo, un po’ stanchi, provati dal caldo e dalla fatica, in loro ci siamo specchiati e ci siamo riconosciuti nel comune desiderio di attingere acqua alla fonte, di abbeverarci alla stessa sorgente.
Noi avevamo portato nostri contenitori sbrecciati, consumati da un cammino lungo e difficile, con la speranza di riempirli con qualsiasi cosa che non fosse inquinata.
Ma quanto è grande l’amore di Dio lo abbiamo sperimentato, quando abbiamo visto con quanta cura aveva riempito quelli di Gino e Filippa, di Clamer e Monica, di Etienne e Filippa, di Raffaele e Mirella, di Franco e Rossella, operai della vigna instancabili, chiamati ad indossare il grembiule.
Ma ognuno dei convenuti ha provveduto a portare il suo piccolo o grande pezzo di legna, perché tutti si riscaldassero al sacro fuoco dell’amore di Dio.
Noi che di legna ne avevamo ben poca, abbiamo usufruito di quella degli altri, che ci ha fatto bruciare insieme con quella cera, che davanti a Gesù si è consumata per tutta la settimana del corso.
Che dire? Che Dio ha fatto cose grandi attraverso le famiglie chiamate a Loreto, che si è servito di noi, che pensavamo che 60 anni sono troppi per pensare a sposarsi.
Graziano e Annamaria hanno provveduto a ricordarci, nel biglietto accluso al mazzo di fiori, che il salmo 8 ci doveva guidare nella conoscenza delle cose di Dio.
“Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli”
Abbiamo cominciato a crederci, quando Giovanni, il nipotino, dall’altro capo del telefono, ha commentato così il nostro stare in Chiesa con Gesù (cosa potevamo dirgli di diverso del nostro stare in quel luogo?): “Nonna Etta si sta sposando”.
A poco più di due anni, divenuto improvvisamente profeta, aveva annunziato, lunedì 9 agosto, ciò che sarebbe accaduto venerdì, a noi in modo plateale, ma a tutti i partecipanti del corso: le nozze con lo Sposo, l’incontro con Gesù che sarebbe diventato una sola cosa con noi.
Ebbene tutto questo è avvenuto a Loreto, mentre il mondo era intento ad andare in vacanza, davanti a Gesù Eucaristia messo fra le nostre mani, sui nostri cuori da don Gerry, donato a noi famiglie perché diventassimo un po’ meno formali con Colui che avremmo dovuto sposare.
Davanti a Gesù abbiamo scoperto le nostre ferite, le nostre inadeguatezze, davanti a Gesù ci siamo guardati come mai era successo, penetrando nel mondo dell’altro, attraverso gli occhi, sentendo l’emozione di un mistero che si apre alla conoscenza e allo stupore, attraverso una carezza o una pressione delle dita più forte.
Gesù sempre presente in questo corso di vita nuova per coppie, Gesù nelle vesti del pane e del vino, Gesù nel volto del nostro compagno, nell’alleanza nuova che era venuto a stabilire con noi, Gesù presente nelle parole di Gino e Filippa e di tutte quelle coppie che mostravano il vero volto di Dio nel raccontare e raccontarsi, nelle catechesi che diventavano storie d’amore, che non avevano fine.
Scesi dalla montagna, dove abbiamo contemplato i miracoli dell’amore donato senza misura, avevamo bisogno di quel mazzo di fiori, per convincerci che non avevamo sognato, che Gianni ed io ci siamo sposati davvero e per sempre, perché Dio ci aveva guariti dall’incapacità di comunicare all’altro tutto noi stessi nella nostra fragilità e vulnerabilità.
L’inadeguatezza di un corpo malato e la frustrazione di una vita percepita come fallimento in quei giorni sono divenuti risorsa per accogliere la grazia che veniva dall’altro, trasformati da Dio in ricchezza che genera e costruisce la casa, una casa che non aveva bisogno di muri inerti che assistessero al nostro spegnerci soli, ma quella che abbiamo percepito stabilirsi sopra e dentro di noi, la tenda dove il Signore è venuto ad abitare.
Ne avevamo bisogno perché, quanto più abbonda la grazia, tanto più il nemico si pone in agguato e ci tenta, per convincerci che non è vero tutto quello che, attraverso le parole di don Gerry, il Signore ci aveva annunciato dalla teca stretta nelle sue mani.
Che la guarigione del nostro rapporto dovesse passare attraverso la guarigione fisica mia, mi era sembrata una bestemmia, ma abbiamo creduto che fosse possibile, quando per la prima volta mi sono inginocchiata, mentre Lui passava, non solo mentalmente, ma anche fisicamente.
Poi la conferma che era avvenuto il miracolo, venerdì, dopo il rinnovo delle promesse matrimoniali.
Il Credo ripetuto ogni sera ci ha accompagnato, anche quando il mio corpo ha ripreso a fare le bizze e ad impedirmi di muovermi anche solo di un passo con o senza bastone, quando Gianni è ricaduto nella tentazione di chiudersi in se stesso, come un tempo, quando doveva difendersi da parole che suonavano come un giudizio o una condanna.
Il credo abbiamo continuato recitare, invocando lo Spirito, consapevoli che era l’unica arma per combattere la sfiducia e la depressione.
Vogliamo ringraziare don Gerry per aver creduto che niente è impossibile a Dio, dire grazie ai fratelli che con noi hanno condiviso il pianto e la gioia, hanno pregato perché anche noi potessimo con loro risplendere nello spazio terso e pulito di un cielo rigenerato.
Vogliamo ringraziare Maria che a Loreto, in Agosto, anche quest’anno ci ha ospitato nella sua casa e ci ha fatto incontrare Gesù, che s’incarna anche nella nostra ogni volta che gli diciamo di sì.

Settimana di vita nuova per le coppie                                                          Loreto 7-14 agosto 2004

Dal caos al cosmos

Il caos, la confusione, la disgregazione del mondo in cui viviamo, ce li ha illustrati egregiamente il primo relatore, il professor Lorenzo Cantoni, quando ci ha parlato del bla bla della Babele dei nostri giorni, la torre che ci siamo costruita per celebrare la vittoria del non senso, del vuoto, dell’immagine che passa sul teleschermo senza sporcarti, toccarti, cambiarti. La parola che cambia la vita ce la siamo dimenticati, è merce preziosa, è tesoro nascosto che solo gli affamati di Dio, i poveri di spirito possono trovare e gustare. Il totem attorno a cui si celebra il funerale della comunicazione è il televisore, in funzione del quale si dispongono i mobili della casa. Provare a mettere al posto del teleschermo al centro della scena un frigorifero o un aspirapolvere nessuno l’ha fatto, anche se gli abbiamo battuto le mani, quando ce l’ha suggerito. Sarebbe stato bello averne il coraggio, ma almeno il televisore potevamo cambiarlo di posto, dietro le poltrone per esempio così che, per vederlo, bisogna fare fatica, bisogna pensarci un po’ su e, chissà che nel frattempo non incroci lo sguardo di chi ti sta di fronte, che con te trasporta il televisore perché non cada, e ti viene voglia di chiedergli perché mai ha quella faccia, se gli è successo qualcosa. 
Del caos, non c’era bisogno di tante parole per descriverlo, tanto siamo in esso invischiati, ma forse c’era bisogno che qualcuno lo guardasse da fuori e ce ne parlasse, perché ci svegliassimo e ci rendessimo conto di vivere in un mondo senza parole. Chi ha inventato la parola è Dio, che con la parola ha dato ordine al caos primordiale, con la Parola ha dato inizio alla nuova creazione. Ma la Bibbia è la storia di un popolo duro d’orecchi come la nostra che non vogliamo sentire.. Di quali parole l’uomo ha bisogno per ricomporre l’unità perduta, per ritrovare attraverso la frantumazione a cui questa società lo ha costretto, la sua identità più vera e profonda, quella di essere figlio di Dio e fratello in Gesù.? Gesù, la Parola che salva, è venuto ad insegnarci un altro alfabeto, non quello di una legge fatta di prescrizioni e di precetti, ma quella dell’amore che non ha bisogno di parole quando una madre dà mangiare al suo bimbo, quando si alza la notte per vegliare sul suo sonno, quando previene il suo pianto con un bacio o una carezza
La Parola, il Logos ti apre al mistero della grande famiglia dei figli di Dio che, come genitore attento e premuroso testimonia come il cuore sia capace di capire, accogliere e soddisfare tutte le esigenze e le attese dei figli. Parola e amore hanno la stessa accezione, perché si identificano in una persona, Cristo Gesù, che ha messo in comunicazione il cielo e la terra con un gesto infinito d’amore, ha mostrato il vero volto del Padre nel dono totale e gratuito di sé.
Così don Carlino Pancieri ci ha parlato di come si comunica, di come i rapporti possano essere sanati, come la costruzione del corpo di Cristo, la Chiesa, possa crescere ben compaginato e connesso se si guarda a Gesù che ha agito partendo dall’ascolto, ha cambiato posizione, si è scomodato, messo nei panni dell’uomo, traslocando nel suo mondo per poterlo capire e farsi capire di più.
Ci ha invitati a cambiare posizione, quando vogliamo comunicare, mettendoci dall’altra parte, non per rimanerci, ma per vedere, per sentire le stesse cose del nostro interlocutore e poi donargli tutto ciò che possiamo, proprio come ha fatto Gesù, morendo a se stesso e donandosi tutto a noi.
Parlare e amare, amare e servire questi sono i verbi da coniugare insieme a Lui, per cambiare i connotati al volto di questa nostra società orfana di tutto, anche di sogni, una società che deve ritrovare il padre e la madre, quelli che Dio impersona, quei genitori che sempre più nella famiglia umana disattendono a ciò per cui sono stati chiamati.
La famiglia dei figli di Dio non può che imparare l’alfabeto, le parole dell’amore, che nella propria famiglia d’origine, dove s’impara a parlare. La famiglia, la coppia è quella che è chiamata a incarnare la buona notizia dell’amore che salva.
Dal Caos al Cosmos:Convegno regionale RnS per la pastorale famigliare e giovanile 2003

Il guadagno

Tornati a casa, dopo una settimana passata a percorrere le vie impervie del pensiero, ad inseguire le idee e le conquiste degli altri, perché divenissero anche nostre, a decifrare concetti difficili e astrusi, abbiamo continuato a chiederci quale fosse il guadagno di una così grande fatica.
Prima di partire accarezzavamo l’idea di poter finalmente staccare la spina sui problemi quotidiani, e farlo ad agosto non era cosa da poco.
Da sempre questo mese ci aveva riservato le delusioni più cocenti e la rabbia per ciò che inspiegabilmente continuava a ripetersi: la malattia, le ferie (quelle degli altri), l’attesa di qualcosa che desse un senso ai nostri agosti interminabili e sofferti.
Dopo 31 anni di matrimonio Gianni ed io, per la prima volta, eravamo d’accordo su come impiegare il tempo delle nostre vacanze, motivati nel fine e nel mezzo che il Signore ci aveva proposto.
Sicuri che questa esperienza ci avrebbe arricchiti, non ci siamo persi d’animo se le cose che abbiamo trovato non erano quelle che ci aspettavamo. 
Il Signore ci aveva chiamati a morire ai nostri pensieri, ai nostri desideri, ai nostri pregiudizi, ai nostri limiti fisici e mentali e ad abbandonarci alla grazia che inonda i poveri di spirito, i bisognosi di tutto.
La Santa Casa di Loreto ci ha aiutato ad entrare nel mistero del “sì” di Maria, dell’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre, ci ha condotti per mano ad accogliere lo Spirito di Dio man mano che aumentava la consapevolezza delle nostre incapacità, delle nostre armi spuntate.
I bambini che, numerosi, riempivano i cercati silenzi, impedendo alla mente di isolarsi in paradisi di utopiche idee, specie i più piccoli, con il loro continuo bisogno di aiuto, di calore e di cure, ce lo ricordavano in quel loro affidarsi alle braccia dei genitori e di chi si faceva padre e madre per loro e per noi, che dovevamo concentrarci e capire. 
Ebbene sì il problema è stato proprio “capire” quello che don Giancarlo andava dicendo in una gimcana piena di stimoli, ostacoli e andate senza ritorno.
All’inizio è sembrata più una ginnastica della mente intorpidita dopo una stasi di secoli.
Poi le provocazioni a raffica, che ci spingevano a rimettere in discussione le nostre certezze, le nostre idee confuse, sprazzi di luce in un universo ancora buio e immerso nel caos. 
Ci guardavamo stupiti io e Gianni, c’interrogavamo, ci specchiavamo nei volti di chi ci stava vicino per ritrovare le nostre paure e le nostre sempre più deboli certezze, per sentirci sicuri nel trovarci uguali agli altri.
La gioia di scoprire infine che eravamo diversi, che ognuno era ricchezza al fratello nel suo capire o non capire, perché lo Spirito soffia dove vuole e non si sa da dover venga né dove vada.
Ognuno il suo pezzetto di verità se lo sarebbe portato a casa, per calarlo nel suo quotidiano di uomo, di coppia, di famiglia, di Chiesa. 
Così anche noi, dopo aver per la prima volta messo in comune tutto, ma proprio tutto ciò che ci veniva offerto, ci siamo chiesti a quale domanda il Signore aveva risposto e di cosa, in effetti, noi avevamo veramente bisogno, per noi stessi, per la nostra vita di coppia che a volte non è così semplice come può all’apparenza sembrare, per quelli a cui dovevamo trasmettere ciò che avevamo imparato. 
Il corso era indirizzato alle famiglie che, di fatto o nelle intenzioni, si propongono di mettere a servizio della Comunità tutto ciò che Dio ha donato e continua a donare loro.
Ma per dare bisogna avere.
Cosa avremmo portato ai fratelli, una volta tornati nel nostro piccolo e angusto orizzonte, dopo che ci eravamo persi negli oceani infiniti delle dispute dotte? 
Se da un lato ci sentivamo appagati da tutte le opportunità che il Signore ci aveva messo davanti per condividere la nostra fede, per confrontarla, per arricchirla, per renderla più forte nelle relazioni instaurate, dall’altro non trovavamo un nesso tra le varie esperienze. 
Eppure don Giancarlo era partito dall’esplosione dell’io, dalla necessità di ricomporne l’unità e tornare alle radici dell’essere per trovare le risposte all’agire.
Abbiamo riletto caparbiamente le sue dispense perché il nesso doveva pur esserci e il senso che era sfuggito alla mente, ma non al cuore, è apparso in tutta la sua folgorante chiarezza. 
“Hic verbum caro factum est” (qui il Verbo si è fatto carne).
Queste le parole incise sul marmo della piccola e umile casa di Maria, ingabbiata nel maestoso santuario di Loreto che non ne riesce a contenere la grandezza e la forza profetica. 
Il Verbo si è fatto carne contro ogni più rosea prospettiva, contro ogni umana previsione nel concreto dei nostri giorni, assorti nella meditazione di quella parola scritta sul muro con lettere di fuoco.
…“la Cristologia al servizio dell’Antropologia…”, termini difficili che si aggiunsero agli altri, quando il relatore le pronunciò, perché il corso era al termine e noi eravamo saturi di parole che suonano senza vibrare.
Ma la preghiera incessante perché lo Spirito ci aprisse le menti, non avevamo mai smesso di farla e così quella piccola casa, la Santa Casa, all’ombra della quale ci siamo rifugiati, ci ha dato il senso di tutto il percorso. 
Il problema, la realtà, il mistero dell’uomo ci veniva svelato nell’incarnazione di Colui che si era fatto trovare nella nostra percezione di non essere in grado di capire sempre e subito ciò che ci veniva detto, nel nostro desiderio di trovare la verità che unisce e appaga, nel nostro tendere a Lui cercandolo nei volti, nei gesti e nelle parole di chi ci aveva messo a fianco, nello sforzo di accettare la nostra e l’altrui diversità ed amarla e in essa vedere la multiforme grazia di Dio.  
Così il Verbo incarnato ci è diventato maestro, a Lui abbiamo guardato e Lui ci ha risposto dall’alto di quella croce nera e consunta, che non vedevamo, quando chini ascoltavamo la messa di conclusione del corso, nella piccola Casa sul colle di Loreto, ma che c’era.
La sua voce ha superato lo spazio e il tempo per raggiungerci qui, nella nostra dimora.
Ci ha parlato di come tre diventino uno nell’essere, nel sentire e nell’agire grazie all’amore ricevuto e donato in eterno e per sempre. 
Trovare l’unità dell’uomo disgregato è trovare in Cristo il modello a cui tendere, in cui riconoscerci, a cui consegnare la nostra vita perché la trasformi, attraverso lo Spirito, in dono gratuito agli altri: al compagno che ci ha messo accanto, al figlio, al fratello, alla madre, al padre all’amico al nemico, ad ogni uomo che attraverso di Lui ha conquistato la dignità di Essere.
Ora che abbiamo trovato finalmente la chiave che apre tutte le porte e unisce, saldandoli, i fili spezzati, vogliamo comunicare il guadagno a voi tutti, nei quali abbiamo lasciato un pezzetto di noi, certi che in Cristo non ci si perde, ma ci si riconosce e ci si ama.

 
Settimana riservata ai delegati e animatori della famiglia.
Loreto 4-10 agosto 2002
Tema: Fondamenti antropologici. Relatore: don Giancarlo Grandis.

 

Settanta volte sette

A Bagni di Nocera Umbra, nel complesso termale di Fonte Angelica, le Terme del papa, come si suole chiamarle, recentemente ristrutturato, in un contesto naturale suggestivo, qual è quello della terra di S.Francesco, dove il cielo, l’aria, i monti, la natura tutta, parlano di Dio, si è tenuto il Convegno di Spiritualità Coniugale sul perdono, indetto dalla C.E.I.
“Settanta volte sette”, recitava la locandina, che ha chiamato a raccolta gli operatori di Pastorale Famigliare da tutta la penisola a cercare vie percorribili per guarire le ferite della famiglia, visibili e nascoste, ferite da guardare con gli occhi misericordiosi di Dio, per ridarle dignità e gioia e renderla testimone di speranza. Un bel progetto, una sfida difficile lanciata in questo tempo in cui la famiglia è relegata nel novero dei problemi da risolvere e non delle risorse da utilizzare.
Ma, lungo la strada che, da Colfiorito ci portava alla sede del convegno, li abbiamo visti i segni di speranza in quella terra sconvolta dal terremoto, nei numerosi cantieri aperti per ricostruire le case distrutte, lesionate, rese inagibili dalle scosse ripetute nel tempo.
Ferite all’uomo e alla sua casa, alla persona e ai suoi affetti, quelle siamo stati chiamati a guardare, mentre la natura mostrava il volto rinnovato e splendente di una Pasqua non destinata a finire.
L’acqua che zampillava dalla fontana, posta al centro della struttura che ci ospitava, quella che scorreva libera nel ruscello lì a fianco, ci riportavano ad un’altra acqua che abbondante è scesa sui convenuti a pulire i canali ostruiti della mente e del cuore, perché lo Spirito soffiasse libero su quel pezzetto di Chiesa.
In cinquecento, o forse più, eravamo, coppie con o senza bollino, vedovi e separati, genitori e figli naturali, adottati o in affido, sani o con qualche problema, presbiteri, diaconi e suore e tanti ragazzi venuti per l’animazione dei piccoli, rappresentanti della variegata famiglia del popolo di Dio.
Le ferite delle case ci sono sfilate davanti, mentre con la macchina percorrevamo l’ultimo tratto tortuoso della strada sconnessa che ci portava a destinazione, per poi vederle nei nodi delle cordicelle deposte ai piedi dell’altare, domenica sera, durante la Messa della Divina Misericordia. Ce le avevano consegnate al mattino lisce e odorose di spago, nuovo di zecca, mentre mons. Sovernigo faceva la sua relazione pastorale dal tema “L’accompagnamento spirituale per una vita riconciliata”. In quelle cordicelle avviluppate in se stesse, in quei nodi bagnati di sudore e di lacrime, abbiamo visto che anche gli insospettabili, gli addetti ai lavori hanno tante cose da farsi perdonare, tanti nodi da sciogliere. E proprio da lì siamo partiti per il viaggio dentro la misericordia di Dio, che dona a chi la chiede e l’accoglie, pace, serenità e gioia. Quella che dobbiamo portare a chi non sa guardarsi dentro, non riesce a chiedere aiuto, che non chiede e non vuole perdono.
Feriti e feritori sono stati chiamati in causa per liberare la casa dell’uomo dalla fatica di andare da solo, dalle fratture, dalle divisioni, dalle incomprensioni, che minano alla radice le relazioni dentro e fuori la famiglia, che si estendono a macchia d’olio a tutta la società, minandone le radici.
“Lasciatevi riconciliare con Dio”è stata la relazione più forte e incisiva della prof.Rosanna Virgili, biblista, che ci ha commentato un passo di Ezechiele 16, dove Dio mostra la sua passione incontenibile verso Israele, la donna che ha fatto nascere la seconda volta, che, immemore dei benefici ricevuti, si vende ad amanti stranieri, uno Sposo che soffre e non dimentica l’alleanza, il patto stipulato, riaprendole in eterno e per sempre le braccia.
“Eterna è la tua misericordia”, il ritornello che dai salmi del salterio è rimbalzato nelle relazioni, nelle omelie e nei lavori di gruppo, una misericordia che non ha confini di spazio e di tempo.
Ma di tempo si è parlato anche e soprattutto per perdonare, perché, se è giusto e ne vale la pena, non è detto che sia facile, anche quando lo sguardo e il cuore sono rivolti a Dio, come ha detto la dott. Paola Bassani, psicologa e psicoterapeuta, nella relazione “Perdono e riconciliazione nella cura delle ferite dei legami famigliari”.
Il perdono ha bisogno di tempo perché le ferite devono essere scoperte, guardate, lavate, medicate, e non è detto che si rimarginino in fretta. Ogni relazione ricostruita non è più come prima, è una cosa nuova, anche se porta incisi i segni della frattura; è una cosa preziosa, di valore, come quei vasi, tratti dalle viscere della terra a pezzi e sapientemente restaurati. Chi non li preferirebbe ad un oggetto nuovo di zecca?
Ma don Sergio Nicolli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della C.E.I., a conclusione dei lavori, ha detto qualcosa di più, per quei pezzi che non si ritrovano o non possono essere riattaccati, facendo riferimento alla spada di Agon, che, pur se rotta, continuava ad assolvere la sua funzione, fino a quando non fu fusa di nuovo al sacro fuoco e divenne più resistente di prima.
“Restaurate la mia casa” è il mandato che abbiamo ricevuto, quello che domenica il vescovo di Assisi ci ha affidato, ricordando le parole che il Signore rivolse a San Francesco e che, nella giornata conclusiva, ci ha ricordato, come impegno per ognuno dei convenuti, Enrica Tortalla che con il marito, Michelangelo, collaborano per la Consulta Nazionale della famiglia.
Ci hanno spiegato i relatori come fare per restaurare la casa dell’uomo, partendo dalla persona, e lo hanno fatto capire anche ai bambini e ai ragazzi, coinvolgendoli in un progetto parallelo che l’equipe degli animatori, guidata dall’inesauribile suor Giulia Cappozzo, aveva elaborato, utilizzando il computer. Questo è stato lo strumento privilegiato per parlare di connessioni, di ricerca, di bisogno d’aiuto, di memoria da salvare, di navigazione tranquilla, dopo aver imparato un linguaggio nuovo:quello del Vangelo.
Solo la sera del 24, dedicata alla “Sinfonia del perdono” abbiamo capito il significato di quel grande arcobaleno disegnato sui cartelloni e visualizzato sull’Home page dei P.C.
L’arcobaleno, segno di speranza, con i suoi sette colori, indicava i settori del convegno: sei in cui operavano i piccoli e solo il settimo destinato ai grandi, come a dire che la perfezione del numero sette nasce e si sviluppa nella capacità di tornare bambini e imparare il loro linguaggio.
Sette anche i laboratori in cui siamo stati distribuiti per fasce d’intervento, nelle relazioni tra fidanzati, tra coniugi, tra i vari componenti della famiglia, tra separati e divorziati, tra l’uomo e Dio.
Un grande cantiere dove l’architetto non si vedeva, ma si palpava, si sentiva nell’atmosfera quasi irreale in cui ci immergeva la liturgia, accompagnata dai canti e dalla meditazione sulla Parola dell’inestimabile don Piero Rattin, voce profonda di un sentire profondo, di un sapersi naturalmente e intimamente sintonizzare sulle frequenze dello Spirito.
Nei laboratori ci sentivamo come quegli operai che avevamo visto lungo la strada, o come quei mattoni, o come quelle case: ognuno portava un pezzo o era un pezzo di quello scenario da ricostruire, da ridonare al mondo perché tornasse a sperare.
Ne è uscita fuori, nella relazione del prof. Belletti e di don Enrico Solmi, l’immagine di un Chiesa operosa, desiderosa di cambiamento, aperta all’ascolto e pronta al servizio, una Chiesa sempre più consapevole che il Dio in cui crediamo è un Dio famiglia, padre e madre, figlio, fratello, sposo, e che, solo in una famiglia riconciliata, possiamo trovare gli strumenti, le opportunità per somigliarGli e renderLo visibile al mondo.
Al ritorno, guardando il panorama, abbiamo detto che era possibile, che la sfida, lanciata lo scorso anno a Grosseto nella prima settimana di studi “Il perdono in famiglia come fonte di vita per il mondo”, a Nocera Umbra potevamo raccoglierla, portandoci come arma quel “Settanta volte sette”che è risuonato dall’inizio alla fine dei lavori.

SETTANTA VOLTE SETTE (Mt18,22) Il perdono forza della comunione
IX Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e famigliare con la collaborazione del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia e della Pontificia Facoltà teologica “Teresianum”
Nocera Umbra 21-25 aprile 2006