Accompagnamento

Finalmente è arrivato il certificato ufficiale dell’invalidità civile e del mio bisogno di accompagnamento.

Non c’è scritto però che io non possa o non debba provvedere agli altri.
Per cui la mia vita scorre su un binario parallelo, dove “Tutto posso in colui che mi dà la forza”(Fil 4,13 ).
Non è una strada facile e spesso mi sembra di soccombere.
Per questo approfitto di ogni momento di defaillance per chiedere consiglio all’Accompagnatore.
Che il mondo, lo stato laico, la società civile stia imparando a rilasciare certificati evangelici?


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"Dio è in ciò che ci manca", questa mattina mi sentivo di ripetere,mentre affannosamente rovistavo cassetti e borse per ritrovare l’anello prezioso che mi aveva lasciato, come ricordo mia madre.
"Dio è in ciò che perdiamo", mi sono detta, mentre mi imbattevo con meraviglia, stupore, gioia,  nelle tante piccole cose che avevo dimenticato, seppellite sotto un cumulo di buste, cartacce e tanta roba inutile.
Cose importanti e meno importanti, parte della storia, della mia storia redenta da Cristo.
"Dio è in ciò che ci manca" mi ripetevo, mentre ritrovavo i fili di un percorso non sempre facile, a volte oscuro e pieno di insidie, dove la salvezza mi è venuta sempre e soltanto da Lui.
Ho pensato a quell’anello che stava diventando uno strumento prezioso per rimettere ordine dentro la casa.
Non ho ritrovato l’anello, ma la luce che illumina la terra su cui poggio il piede ogni mattina.

Protezione

Tonina è una vecchina arzilla, bisnonna di Giovanni, che di caratteristico ha la testa dura ed è innamorata di Gesù.
La incontriamo tutte le volte che Gianni e io decidiamo di sentire la messa nella Basilica della Madonna.
Ha gli occhi celesti, nonna Tonina, trasparenti come polle di acqua sorgiva, un sorriso dolcissimo, specie quando parla di Lui, Gesù, il suo amico fedele, il suo assistente di viaggio.
Quando al mattino sgattaiola dalla porta di casa, si accerta che nessuno della famiglia la veda e possa vietarle di raggiungere le sue mete abituali: la chiesa e il cimitero, dove riposa il suo amatissimo sposo,
A chi le chiede chi le dia tanto coraggio e tanta forza per affrontare le intemperie, la fatica della salita, per tornare alla sua casa arroccata sula collina, .risponde che lei, nonostante le ripetute cadute, ha Gesù che la potegge.
Tanto che si trova, sulla via del ritorno, compera qualcosa al mercato e si carica di buste per preparare qualcosa di buono a figli e nipoti.
Oggi è capitato di nuovo.
E’ caduta a terra di sasso, mentre faceva la fila alla posta per la pensione.
Ma lei ha Gesù che la protegge.
Infatti c’era sua figlia, presente lì per caso, che non ha cellulare, nè ricorda i numeri dei cellulari di nessuno della famiglia.
A fare la fila però c’era anche Rossano, un carissimo amico, che abita in un quartiere fuori città, che oggi aveva deciso di servirsi di quell’Ufficio Postale, perchè gli sta simpatico il direttore.
Quando è successo, ha telefonato al papà di Giovanni( i figli sono compagni di giochi), ha chiamato l’ambulanza, che ha seguito fino al Pronto Soccorso, con la  figlia.
Issata sul sedile di dietro, senza casco, la nonna di Giovanni un’ebbrezza simile doveva ancora provarla.
Da poco nonna Tonina, dopo gli accertamenti del caso, è tornata a casa, sempre più convinta che c’è Gesù che la protegge.
Se fosse capitato ieri chissà di quale angelo il Signore si sarebbe servito, visto che i figli e nipoti erano andati a fare una gita in montagna?

La gioia

Giovanni 16,16-20 -In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete”. Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: “Che cos’è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?”. Dicevano perciò: “Che cos’è mai questo ‘‘un poco’’ di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire”.
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: “Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia”. 

Gesù pronuncia questo discorso, dopo la lavanda dei piedi, prima di essere consegnato ai suoi carnefici.

Come avrebbero potuto capire i discepoli?

L’esperienza della morte del Maestro è fondamentale per far piazza pulita dei pregiudizi, delle illusioni di chi si aspettava un Messia dai connotati ben precisi.

E’ occasione per aprirsi al totalmente altro, all’incursione imprevedibile dello Spirito nella storia dell’uomo di tutti i tempi.

E’ una gioia scoprire che la presenza di Dio non è legata ad uno spazio e ad un tempo definito.

E’ piena quando ci accorgiamo che lo possiamo incontrare in ogni uomo dove lo Spirito Santo decide di posare la sua tenda.

Gesù doveva morire perchè l’acqua e il sangue sgorgati dal suo costato potessero riempire le nostre anfore sbrecciate, ingrommate di polvere e di sporco, sedimentato negli anni.

Il nostro cuore, dopo la morte del Gesù storico, si apre alla capacità di guardare oltre, di vederne lo Spirito attraverso le varie forme dei recipienti che lo accolgono e custodiscono.

Come l’acqua assume la forma di ciò che lo contiene, così lo Spirito Santo assume le sembianze di ogni uomo, profezia di Dio.

La porta

Giovanni 10,1-10 In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Cosa può dire a noi un pastore che vive lontano dalle nostre mete abituali?

Dobbiamo trasferirci in quelle terre aride e sassose della Palestina, il luogo dove Gesù concretamente spese la sua vita, per capire quanto fosse vitale prendersi cura di un gregge, non destinato al macello, ma a dare latte e lana, quanto diventassero intimi il pastore e le sue pecore tanto da non aver paura di perderle o confonderle, dopo che, di notte, secondo l’usanza palestinese, venivano riunite in un solo recinto.
Il vincolo d’affetto, di appartenenza, di intimità, che intercorre tra il pastore e le sue pecore è lo stesso che lega Dio al suo popolo, Gesù ad ognuno di noi.

Gesù è il bel pastore, il buon pastore. Noi siamo ciò che ha di più caro.

Si prende cura di noi e fa in modo che non ci perdiamo.

Lui ci conosce, noi no.

Riconoscere la sua voce è indispensabile per rientrare nell’ovile, dove metterci in salvo.

La sua voce è la porta attraverso la quale entrare nel cuore di Dio, l’ovile dove possiamo vivere con Gesù l’identità di figli di un unico Padre.

L'inizio della storia

Emanuele ieri, a bruciapelo, mi ha chiesto dove sta Gesù.
Quando me lo chiese Giovanni, non fu necessario che trovassi una risposta, visto che gli venne subito in mente che, se gli metteva una sedia, quando si apparecchiava la tavola, si sarebbe seduto con lui e lo avrebbe seguito ovunque. Se gli avesse fatto spazio.
Ma Giovanni è stato con me da sempre. Gli ho dato da mangiare e da bere, l’ho accompagnato in ogni sua scoperta, ho vigilato su di lui quando dormiva e quando era sveglio, quando smontava la casa con la sua esuberanza o in preda alla febbre rimaneva accucciato nel letto.
Mi sono presa cura di lui in tutto, provvedendo a rendergli presente Gesù attraverso il sole, la luna, le stelle, i fiori, il mare, i giochi, la pappa, il parcheggio e le persone che mi aiutavano a farlo stare bene.
Abbiamo cominciato con un grazie a Gesù “per le patate e per i colori”, dopo che Babbo Natale gli aveva recapitato una montagna di regali.
Era inevitabile, vista la dimensione degli striminziti zainetti in cui i pastorelli custodivano i doni da portargli.
Sicuramente i suoi non ci sarebbero entrati in quei contenitori, e per giunta aveva anche fatto il cattivo.
Emanuele è stato allevato dall’altra nonna, fino a quando non è cresciuto tanto da non dover essere più preso in braccio.
A settembre del 2008( aveva poco più di due anni) , quando venne la prima volta a stare con me, voleva scappare, perchè aveva paura del lupo.
Gli dissi che a casa mia non c’è il lupo, ma solo Gesù.
Grazie a Dio questa paura è scomparsa con il tempo, e sempre più spesso ripete che a casa mia c’è Gesù.
Ma delle storie del Vangelo, che tanto hanno appassionato Giovanni, non si cura.
A lui non interessa la storia di nessuno e ama addormentarsi in silenzio, possibilmente abbracciato a qualcuno.
Per entrare in relazione con un bambino è necessaria una storia che ti accomuni.
Perciò, quando mi ha chiesto dove sta Gesù, mi sono sentita spiazzata, perchè dovevo ancora costruirla, la storia.
Ho alzato gli occhi al Crocifisso nella ricerca di una risposta chiara e convincente.
E la risposta è arrivata come una folgore che squarcia le tenebre, come un terremoto che solleva e porta alla luce un tesoro.
Ho abbracciato Emanuele e gli ho detto.
" Vedi, Gesù è in questo abbraccio, nella gioia che provi e che provo.
Quando qualcuno ti fa una carezza, ti prepara una pappa buona, gioca con te, ti consola: è’ li’ che devi cercare Gesù.
Gesù non lo vedi, se fai un dispetto al fratellino o ad un compagno di scuola, se fai i capricci, se pensi solo a te e ti dimentichi che ci sono persone che aspettano che tu li abbracci".
Voglio ringraziare il Signore perchè mi ha ricordato che ogni storia comincia con un abbraccio.

La pasta lunga

Dopo aver incontrato una coppia per la preparazione al sacramento del Battesimo del piccolo Lorenzo, abbiamo riflettuto sul fatto che il tempo dedicato a questo servizio è benedetto, perchè è occasione di arricchimento reciproco.
Il papà del bambino, credente non praticante, dopo aver ascoltato con grande interesse quello che dicevamo, a proposito della necessità di educare i figli alla gratitudine, facendoli uscire dallo scontato, alla fine ha raccontato la sua esperienza in merito.
Grande era stato lo stupore, quando il figlio lo aveva ringraziato, perché, in assenza della moglie che tardava, lui, che non lo aveva mai fatto, gli aveva cucinato la pasta lunga, quella che gli piaceva.
Il segreto era nell’aver prestato attenzione ai gusti del figlio, cosa che sembra naturale, ma che non sempre succede.
La gratitudine è stato il premio per questo papà che non pensava di aver fatto niente di speciale, perchè tutti i giorni lui provvede a che il figlio abbia da mangiare.
Come fa il nostro Dio per noi.
La gratitudine viene quando te ne accorgi, quando cambi posizione.