BAMBINI

” Lasciate che i bambini vengano a me.”
( Mc 10,14)
Certo è che per capire la parola di Dio bisogna che il tempo passi, che l’acqua, tanta acqua scorra sotto i ponti e che abbiano superato il livello di guardia non una ma cento, mille volte.
Peccato che ce ne accorgiamo tardi ma meglio tardi che mai.
Quando rimasi incinta del mio primo e rimasto unico figlio non trascurai di leggere tutto ciò che era necessario per conoscere ciò che io avrei dovuto dargli per farlo stare bene, per assicurargli un futuro di bravo e buon ragazzo, educato, rispettoso e pronto per affrontare senza timore le inevitabili battaglie della vita.
E di questo ne avevo avuto un assaggio indigesto non appena lo concepimmo, perchè fu allora che incappammo da subito in medici, medicine, ospedali, indagini, mala sanità inframezzata da qualche rarissimo spiraglio di cielo.
Perchè a ben pensarci, come commentò la mia amica dopo aver letto la storia, il mio primo e per ora rimasto unico libro che ho scritto fermo al 5 gennaio 2000, dobbiamo pregare per questi poveri medici su cui confluiscono le nostre aspettative puntualmente deluse.
La vita non è andata in vacanza da allora, anzi si è data da fare per farmi sentire viva, e quale corpo può dirsi morto fino a quando sente il dolore?
Se è per questo non sono viva ma stravivivissima e come dice la mia amica Michela Malagò vivisiima e strabenedetta, con cui lei, amica del Web mi saluta al mattino.
In questa settimana, poichè io sono scomparsa, sono scomparsi i saluti.
Chissà a quanti è venuto in mente che stavo male di più, se fosse stato possibile!
Tornando ai bambini su cui ti soffermi solo dopo dopo che ti sono venuti a mancare, ripenso al mio diventare orfana di figlio prima di metterlo al mondo, visto che a due mesi mi fecero l’anestesia totale per togliermi quel grumo di sangue che hanno chiamato gravidanza extrauterina ma che di extrauterino era solo il loro cervello, quello dei medici, che poi si sono inventati per coprire l’abbaglio che avevo una tuba cistica.
Un pezzo di giovane di 2 metri con tanto di moglie e di prole è la mia gravidanza mancata che mi fu restituita dopo 5 anni da mia madre.
E io ancora con la testa imballata su ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che dovevo dare non mi preoccupai minimamente di cosa poteva dirmi un bambino sconosciuto di 5 anni, pur essendo io quella che lo aveva partorito.
Ma siamo abituati a metterci in cattedra e non ci sfiora l’idea che i bambini hanno tanto da insegnarci.
Ne ho fatto esperienza con i figli di mio figlio, l’ex extrautereino, che infischiandosene che la scuola mi aveva messo in pensione perchè incapace di deambulare, affidò alle mie cure prima Giovanni e poi Emanuele di 4 anni più piccolo.
I miei libri di carne li chiamo, perchè il vangelo me l’hanno insegnato loro, aprendomi gli occhi e le orecchie alla meraviglia, facendomi rimpicciolire a tal punto da mettermi con loro nelle tane delle formiche o nei raggi di luce che si immillano quando al mattino il sole poggia i suoi raggi sul mare increspato dalla brezza leggera.
Giovanni li chiamò “scintillanti” e da allora ne andammmo in cerca, ne facemmo una professione, per riempire ogni giorno il nostro sacco di grazie a Gesù, a Maria, a Dio, a tutta la corte celeste.
Fu un ‘mpresa far entrare a 6 anni di distanza il piccolo Emanuele nel sacco lui che non conosceva il nostro linguaggio cifrato.
Emanuele diceva che a casa mia c’era il lupo ma lo Spirito santo non va in vacanza e mi suggerì quella volta e fu per sempre che, invece di consolarlo dicendo bugie sul rientro anticipato della madre con eventuale regalino, mi sono fatta lui, sono diventata Emanuele e con lui ho cominciato a entrare nel suo dolore parlandogli della mamma, di quanto era bella, di quanto morbide le sue braccia, dolci i suoi baci.
Che aveva ragione a piangere, anche io l’avrei fatto.
Si rasserenò quasi subito, un po’ quello che accadde a me qualche giorno fa in cui, presa dalla disperazione, tanto stavo male, mi si aprì la pagina delle LAMENTAZIONI.
Mi sono sentita dire che avevo ragione a lamentarmi e che Dio mi metteva in bocca la sua parola per non farmi sforzare.
Mi sono sentita dire che c’è spazio anche per il lamento, che non è peccato e che Dio attraverso un bambino gà anni prima me l’aveva suggerito per farmi guadagnare la fiducia in Lui che mi ama di amore eterno e sa cosa consola l’uomo.
C’è un tempo per ridere, un tempo per piangere, un tempo per ringraziare il Signore di quel pianto e di quel riso.

Lo Sposo

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” Berranno il vino, coltiveranno giardini”( Am 9,14)
Finalmente una parola di speranza dopo tanti giorni in cui il profeta Amos ci ha duramente redarguito sulle conseguenze del nostro cattivo operato e Gesù ci ha prospettato le esigenze imprescindibili della sua sequela. 
Lasciare tutto, rinnegare se stessi, non voltarsi indietro e caricarsi della  croce.
Umanamente quello che dice Gesù è pura follia, perché  siamo portati a fare tutto il contrario di quello che dice ci faccia bene.
Perciò in questa vita ci dà negli assaggi , anticipazioni di paradiso, frammenti di luce, scintillanti che si accendono e si spengono non appena vuoi diventarne padrone mettendolo in cassaforte.
Le candele senza aria, al chiuso di un baule si spengono, lo sappiamo, ma continuiamo ad illuderci che quella luce la possiamo monopolizzare solo per noi e per sempre.
Oggi Gesù si presenta come novità assoluta, come qualcosa che non può assolvere alla sua funzione se lo mischi, lo unisci, lo contamini con qualcosa che ha ormai cessato di funzionare.
In questo caso è la legge, i riti, le prescrizioni che vengono meno con la sua venuta.
Quando lo Sposo è presente non serve mandargli lettere, regali, telefonargli, per sentirlo vicino.
Quando ci si incontra si pensa solo a fare festa, a godere dell’amore che ci unisce, a vivere l’esperienza dell’eterno, dell’uno e distinto, dell’infinito, della trascendenza, della comunione.
“Quando lo Sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.”
Così dice Gesù.
Fin quando c’è viviamo la gioia del banchetto di nozze, perché non sappiamo se e quando ci ricapita ancora.
E’ bello, straordinario vivere con Lui accanto, sentirlo sempre presente, non avvertire mai i morsi della fame, ma a volte, per quanti sforzi facciamo, Dio tace, il digiuno ci fa star male.
La fede è basata sulla speranza che berremo vino e coltiveremo giardini, come dice il profeta Amos, ma non è poi così scontato essere sempre svegli, di guardia a scrutare l’orizzonte, ad affinare le orecchie per sentirlo passare nel soffio leggero del vento.
Mi piacerebbe in questo periodo difficile della mia vita sentirlo più vicino, senza dover continuamente fare atti di fede, mi piacerebbe che venisse più spesso a visitarmi, a farmi compagnia, a togliermi il magone, a placare il tumulto dei pensieri, il disorientamento per tutto ciò che è nuovo e non conosco, che non posso tenere sotto controllo.
Mi piacerebbe che la sua pace scendesse su di me e io la possa comunicare a chi mi sta accanto perché smettiamo di farci una guerra inutile e dannosa.
Mi piacerebbe con Lui aprire gli occhi alla meraviglia dell’inizio e credere che è possibile ricominciare tutto da capo, immettere le esperienze passate presenti e future nell’unico giorno senza fine, il giorno delle occasioni favorevoli, delle opportunità di grazia, l’ottavo giorno, quello della Sua resurrezione.
Mi piacerebbe sentirmi risorta in questo tempo di fatica e di dolore, mi piacerebbe sentirmi ogni mattina chiamare per nome mentre lo cerco tra i fiori del mio giardino.
Lo aspetto nel trasalimento dell’anima, nello stupore dei nuovi germogli che si affacciano sugli steli nudi, mi piacerebbe che il vento accarezzando la mia pelle mi trasmettesse il calore delle sue carezze, che il cinguettio degli uccelli al mattino  mi parlassero di lui senza dover cercare gli occhiali per leggere le sue parole sul sacro Libro.
Mi piacerebbe fare meno fatica a vivere questa straordinaria esperienza con Lui che si nasconde nei dirupi, che mi fa attendere, che mette a dura prova la mia fede.
Ma io non ho che Lui e non mi arrendo.
Continuerò a cercarLo anche quando le forze verranno meno, perchè la nostalgia dell’infinito è penetrata nei più segreti anfratti della mia terra desolata.
 
 Solo quando avremo taciuto
(Tonino Bello)
Solo quando
avremo taciuto noi,
Dio potrà parlare.
Comunicherà a noi
solo sulle sabbie del deserto.
Nel silenzio maturano
le grandi cose della vita:
la conversione,
l’amore, il sacrificio.
Quando il sole si eclissa
pure per noi,
e il Cielo non risponde
al nostro grido, e la terra
rimbomba cava sotto i passi,
e la paura dell’abbandono
rischia di farci disperare,
rimanici accanto.
In quel momento,
rompi pure il silenzio:
per dirci parole d’amore!
E sentiremo i brividi della Pasqua.

Il Signore non era nel fuoco.(1Re 19,12)

 

Questo Dio che celebro nelle mie carte, io lo vedo presente ovunque.
Lo vedo nei fiori del mio giardino,
dalla luce che sprizza sulle mie pupille,
 nell’aura che m’imbalsama la vita, 

lo tengo in quest’anima mia.
F. BACONE
Questo è il titolo del tema che riproponevo ogni anno ai miei studenti del liceo, quando non ancora credevo.
 
Ho ritrovato la traccia, rovistando nei cassetti e ho ripensato al 9 che misi ad uno svolgimento lungo poche righe, di una bella ragazza bruna del V ginnasio.
 
Era il mio secondo anno di scuola.
 
Avevo su Dio poche idee confuse , ma ebbi il coraggio di premiare quel compito fuori dagli schemi, perchè mi aveva fatto fare un balzo al cuore, alzando il velo su una verità a cui pervenni solo dopo tantissimi anni .
Diceva pressappoco così: 

…palpita nei calzari dell’atleta e
 sulla poltrona del presidente…
Egli è qui.
Non cercatelo nelle chiese.

Egli è qui.
Non cercatelo nelle chiese.
Oggi, ad un supermercato, seduta e ferma sulla mia sedia a rotelle, mentre aspettavo mio marito che stava alla cassa, mi sono immersa nel mondo di un angelo biondo: Aurora di 4 anni, che cercava un regalo per i suoi nonni.
 
Le ho detto del suo nome che fa pensare al sole,che anche io ero una nonna e che ai nonni piacciono tanto i disegni.
 
Per regalo un disegno e non una cosa comprata.
 
I suoi occhi hanno brillato quando ha capito che si può anche senza denaro, far felici le persone che ami.

Appunti

Dicevo nel post precedente che mi sono mancati, Giovanni ed Emanuele, e che una settimana è lunga da passare senza libri da leggere.
Per fortuna ho l'abitudine di prendere appunti.
Mi sono stati preziosi giovedì, quando mi è stato comunicato con pochissimo anticipo che mi dovevo trovare in un luogo distante da casa mia molti Km per un appuntamento importante a cui tenevo molto.
Gli accompagnatori abituali erano via o impegnati e dovevo sbrigarmela da sola o rinunciare.
Da tempo con la macchina mi limito al tragitto che mi separa dalla Chiesa o dal panificio.
Raramente esco fuori dal mio quartiere.
Senza accompagnatori, che fare?
Ho aperto la mia valigia, piena di
scintillanti e vi ho trovato questa perla
.
Così dopo aver fatto salire Gesù sulla mia macchina, e avergli affidato il volante, sono arrivata puntuale all'appuntamento, quieta e serena come se qualcuno mi avesse portato in braccio.

Salmo 131

Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.

Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l'anima mia.

Il buon consiglio

Frugando nei cassetti ho trovato questo scintillante

con acclusa la copia di una lettera che vi invito a leggere


Gentile dottore,
non so se si ricorda di me, ma lo spero, perché vorrei ringraziarla dell’ottimo consiglio che lei mi ha dato in occasione di una visita chirurgica per cisti multiple al cuoio capelluto nel poliambulatorio dell’Ospedale Civile che lei onora con la sua infaticabile opera e che la vedeva di turno il 9-10-2002.
Lei, dirigente di I livello, non ha avuto bisogno di visitarmi, tanto era evidente la “cosa” che spuntava come un pomodoro maturo tra i capelli, giudicando la stessa, modesta e non degna di attenzioni ulteriori, con un esame che non presuppose l’alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi a me che le ero seduta di fronte.
Lei, impegnato in operazioni di alto livello, davanti alle quali mi sono sentita una pulce, se l’è anche presa con il mio medico di base che non aveva voluto saperne di indirizzarmi al chirurgo estetico, emettendo giudizi che taccio sugli uni e sull’altro.
Ma tant’è che la “cosa”, quella che si vedeva ad occhio nudo, mi faceva un male boia, perché si era ingrandita e infiammata nel giro di pochi giorni, per cui ho insistito a chiederle un consiglio per dove rivolgermi, con lo scopo di esonerarla, una volta per tutte, dalla fatica di dover provvedere non solo ai grandi ma anche ai piccoli mali.
Non nascondo che subito me la sono presa per quell’aria paternalistica di sufficienza, con cui mi invitava a cercarmi da sola la strada, visto che lei era oberato di lavoro e non aveva tempo per problemi di così poco conto da non essere degni neanche di una sbirciatina un po’ più da vicino; tant’è che le cisti fossero più d’una non mi venne subito in mente.
Che lei fosse più illuminato di me non lo capii subito, quando, alla mia richiesta, rispose che ognuno trova la strada, ricco o povero, in America, in Inghilterra o semplicemente in Italia, ma sempre lontano da qui, perché chi non ha un parente, un conoscente, un amico che ti raccomandi al professore, al dottore o alla segretaria di qualcuno che ne capisca di più di quanto sappiano fare i laureati di casa nostra?
Si deve smettere di pensare, aggiungeva con foga, alla fine di un discorso dei più sentiti e convincenti, usciti dalla bocca di un medico del Servizio Sanitario Nazionale, che le malattie si curano e guariscono qui a ….
Ma ad ascoltarla c’era una che ci aveva messo una vita a sperimentare che era vero il contrario, vedendo, ogni volta che aveva agito in tal senso, naufragare i suoi sogni, le sue speranze di fronte o ai massimi cervelli della medicina, indicati e raccomandati da parenti amici e conoscenti.
Perciò mi trovavo nel suo studio, a presentare a lei, pur dirigente di I livello, ma sempre di un ospedale di provincia, la mia modesta impegnativa.
Da tempo avevo smesso di cercare lontano ciò che avevo trovato vicino.
La strada, quella giusta che non passasse attraverso l’arroganza o il sotterfugio, una strada di giustizia e verità, in cui non si lede il diritto degli altri, né si abdica al proprio di curarsi nel migliore dei modi, l’avevo trovata nella fede in Chi non ha bisogno di scorciatoie per aiutarti a guarire.
Ne avevo già tolte dodici di cisti, ma era una bazzecola, in confronto a tutto il resto, bevendo ogni volta il calice amaro di un pubblico che non soddisfa e di un privato che ti scotenna la testa nonché il portafoglio.
Ci avevo anche scritto un libro, sulla conclusione di quell’assurdo Gioco dell’Oca, che mi riportava sempre al punto di partenza, dopo l’ennesimo consulto con il ”mi dica” di turno.
E dire che l’avevo cominciato a scrivere per denunciare la mala sanità e per vendicarmi, una volta per tutte, dell’arroganza e ignoranza dei medici incontrati sulla strada delle”conoscenze”.
Ma a chi sarebbe giovato?
A demolire ci avevano pensato e continuano a farlo i tanti detentori della verità: i depositari di una scienza sempre più settoriale e senz’anima.
Che non fosse giunto il momento di andare controcorrente?
Con lo stesso spirito, avendo scartato l’ipotesi di fare ricorso al Tribunale del malato, dove subito avrei voluto recarmi, per lamentare il suo comportamento scorretto nelle parole e nei fatti, mi rivolgo a lei personalmente, senza vergogna di professare una fede di cui lei si è fatto beffe, consigliandomi di passare a S: Giovanni Rotondo dove aveva sentito che c’era uno che fa i miracoli.

In attesa del 27 novembre, dove alle 12,30, nel poliambulatorio dell’Ospedale dove lei opera, qualcuno si sarebbe preso la briga di guardare un po’ più da vicino le cisti modeste e me le avrebbe asportate, avrei avuto tutto il tempo per farmi il “ viaggetto” indicato e vedere se scomparivano.

Con queste parole, se si ricorda, mi congedò, irritato dal fatto che avevo osato risponderle che non avevo bisogno di andare a S.Giovanni Rotondo per chiedere il miracolo, perché il Padreterno potevo pregarlo anche stando ferma e seduta sul mio buffo sgabello, nella mia città.
Aggiunsi che arrabbiarsi non serve e che quel buffo bastone, da cui usciva una sedia, l’avevo comprato per aspettare l’ascensore dell’ospedale, invece di prendermela perché non arriva, nonostante avessi mille e uno ragioni per lamentarmi, visto l’handicap da cui sono colpita.
Le ricordo questi particolari perché, con più consapevolezza, possa gloriarsi dell’ennesimo successo mietuto nell’esercizio della sua professione.
Ho seguito il suo consiglio, ma non mi sono allontanata da casa.

Oggi, 25 novembre, in una struttura pubblica, in un reparto in tutto simile al suo, pagando un semplice tiket, ho tolto le quattro cisti che avevo in testa, con una tecnica nuova che non prevede né punti, né taglio di capelli, con l’uso di un piccolo laser, una siringa per aspirare e una pinzetta per sfilare la capsula che le conteneva.

Non ho fatto ricorso a magie.Ho solo sperato di trovare qualcuno che me le togliesse al più presto, perché mi facevano male.
Ho desiderato di avere i capelli in ordine il 15 dicembre perché si sposa mio nipote.

Davanti alla chiesa, dove ero andata a pregare, ho incontrato chi, nel giro di quattro giorni, mi ha risolto problema, non facendomi fare più strada di quanta ne abbia fatta per giungere a lei.

Grazie dottore, perché, quando mi ha dato il consiglio, ho pensato che avesse torto, ma ho dovuto ricredermi.

Colui, che si ostina a negare, le ha suggerito il modo migliore per trovare la strada, ma ha taciuto il luogo dove sarebbe avvenuto il miracolo.Non poteva permettere che si prendesse tutto il merito.

Le accludo il libro a cui ho fatto cenno.Non presumo che lei lo legga, ma lo spero.
Qualora lo faccia, si accorgerà che chi le scrive non vende fandonie, ma ci ha messo una vita a trovare la STRADA.

Augurandole buon lavoro e la pace che viene dallo spirito, la saluto cordialmente.
P.S. Accludo fotocopia del foglio da lei rilasciato al termine della visita del 9- 10- 2002, dove invano il suo sostituto ha cercato la diagnosi.

25 novembre 2002

I condors

Sfogliando il diario

 

Luglio 2004

Sdraiata all’ombra di un confortevole riparo, mentre il vento gioca con i capelli e il mare accompagna il flusso dei ricordi, ripenso a quando, in un giorno simile a questo, ho volato alto, insieme a Gianni e ai fratelli del RnS nel Palazzetto dello Sport di

La giornata era torrida e né aria condizionata, né ameni giardini, né comode poltrone erano l’attrattiva per soprassedere alla colata di ferro e cemento, di cui è composta la struttura che ci avrebbe ospitato.

Ripenso ai mille dubbi se andare o non andare, viste le mie condizioni di salute, e alla decisione di farci giusto una capatina, per non aver detto subito di no ad un’occasione che lo Spirito ci aveva insegnato a non rifiutare a priori.

I relatori li conoscevamo e gli argomenti sentiti e risentiti.

Cosa poteva darci di nuovo un bagno di folla e di caldo alternativo alla fresca brezza, che soffia sotto la palma che abbiamo affittato proprio sulla riva del mare?

La macchina, quella scassata di nostro figlio, una cinque posti a benzina, rispetto alla nostra quattro posti diesel, nuova di zecca, che gli avevamo prestato per andare in vacanza, con la famiglia, quel fine settimana.

Eravamo rimasti soli, inaspettatamente soli e volevamo prenderci il gusto di andare dove ci pareva, senza vincoli di orari da rispettare né di persone di cui occuparci o preoccuparci.

La telefonata di Vittoria, che chiedeva un passaggio per lei, che fa fatica a salire su un autobus, e per Gigliola che l’accompagna da sempre, a cui si è aggiunta quella sul filo di lana di Luciana che non aveva sentito la sveglia, ci hanno convinti che, se non avevamo una ragione valida per dire di sì, il Signore ce l’aveva trovata.

Ci siamo sorpresi a pensare che non a caso i posti in macchina erano cinque, non a caso avevamo forato una gomma il giorno prima e avevamo, per l’occasione, fatto controllare tutte le altre.

 

In attesa che le amiche tornino dalla passeggiata, il mio pensiero va ai discorsi animati che tempo addietro mi avevano visto perdente su tutti i fronti.

I viaggi fatti nei posti più belli e lontani del mondo, le emozioni che suscitano le grandi altezze, il volo dei condors, i dipinti di Rembrant o di Van Gog, non erano stati minimamente scalfiti da ciò che l’esperienza mi aveva insegnato ad apprezzare, da quando sono stata costretta a fermarmi..

Come far capire che non c’è bisogno di fare tanta strada per trovare le stesse cose, per non dire migliori, solo se ti metti ad osservare ciò che ti sta vicino e che hai sempre cercato lontano?

Commiserazione, neanche tanto celata, aveva accompagnato il coro di disapprovazione delle mie amiche quel giorno, convinte che l’handicap mi aveva troncato oltre alle ali anche i sogni, nonchè i desideri.

 

Ripensavo a quanto mi avevano fatto viaggiare, a Grosseto, durante la settimana di studi sul “ Perdono in famiglia come fonte di vita per il mondo”, le mani del Padre misericordioso del dipinto di Rembrant, mani di padre e di madre che abbracciano e accolgono il figliol prodigo, che sembra essere dato alla luce proprio da quelle mani.

Su quell’abbraccio accogliente ho meditato e mi sono persa in questi mesi in cui, come i buoi sto ruminando tutta la biada che lo Spirito ci somministra, da quando Gianni ed io ci siamo innamorati del progetto di Dio sulla famiglia, chiamata a collaborare a che tutti possano godere dell’amore sconfinato che vuole donarci.

 

Come spiegare alle mie amiche di ombrellone che, quando sei catturato dalla luce, la segui e ne godi in ogni luogo dove ti è dato fermarti a guardare.?

 

Il Convegno si era aperto all’insegna delle parole del prologo di Giovanni ”Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”

I relatori ce l’avevano messa tutta, il cuore e la mente, a spiegare, cosa non facile, in cosa consista la pienezza di Cristo, per farci capire, apprezzare e chiedere la pienezza della grazia che da Lui deriva per ognuno di noi.

Per fortuna che non ce ne siamo andati il pomeriggio, come avevamo preventivato, perché ci saremmo persi la parte migliore, l’ingresso nel mistero, a passi di danza, come quelli del ballerino Domenico Ducato e della sua compagna, che ci hanno fatto vivere l’emozione di essere protagonisti del più bel poema d’amore mai scritto: Il Cantico dei Cantici”

Dio ci ama, Dio ci vuole donare la sua pienezza, la sua perfezione, vuole donare se stesso.

Ecco il senso del Crocifisso issato al centro del palco, verso cui siamo stati invitati a guardare,dopo che ai malati è stato chiesto di prendere un fazzoletto e di agitarlo perché a tutti fosse visibile il loro bisogno di aiuto e tutti pregassero e intercedessero, perchè si ripetesse il miracolo dell’acqua che sgorga dal costato di Cristo.

Non c’era uno che non sventolasse un fazzoletto dopo che i primi timidamente ne hanno tirato fuori uno.

Quanti malati, quanti S.O.S., quante grida di aiuto si sono fuse con le note dell’Abba’ Padre, con le parole struggenti della canzone che ha sciolto fiumi di lacrime!

Quanta acqua ieri in quel bunker di ferro e cemento, lacrime di gioia, di commozione, di liberazione, lacrime che pulivano, e rigeneravano i cuori induriti dalla fatica di andare da soli.

 

Io piangendo continuavo a guardare i fazzoletti, e mi sono fermata su quelli che erano accostati a mani che non potevano afferrare, quelle dei due giovani condannati alla sedia a rotelle e di un bimbo piccolo piccolo, che non aveva richiamato la nostra attenzione, perché a quell’età è normale stare in un carrozzino.

Il dolore innocente ieri l’ho visto, ma non ne sono stata turbata, perché ho sentito forte l’amore di Dio, specie per quelle creature a cui ha dato il compito di renderlo visibile su questa terra, attraverso una preghiera.

 

Così i condors che si levano alti nel cielo, vibrando le ali possenti nell’aria, non ti danno la stessa vertigine della contemplazione del limite dell’uomo che s’incontra con la l’abbraccio misericordioso di Dio.

 

Li abbiamo visti planare sul giovane, che dalla sedia a rotelle si protendeva tutto verso il palco, dove era stata issata la croce e li abbiamo visti sollevarsi pian piano e forare le nubi, dopo che, sostenuto da Gianni, per un tempo che ci è sembrato infinito, è riuscito finalmente a toccarla.

 

Alla memoria sono riaffiorati gli anni di letto, i tanti samaritani che mi hanno caricato sopra le spalle, quelli a cui non ho detto mai grazie, Gianni che mi è stato sempre vicino, tutti quelli che hanno continuato a pregare, i messaggeri di speranza , l’incontro con il Crocifisso quando la speranza è venuta a mancare e ho visto Gesù che non mi aveva lasciato cadere.

Ho ringraziato il Signore per i condors, per le alte montagne che ci concede di scalare, per i profondi abissi del dolore che riempie con fiumi di grazia.

  

  

Costruire il Noi

Questa è la traccia della trasmissione “FAMIGLIA OGGI:RIFLESSIONI DI COPPIA”, andata in onda, su Radio Speranza(RadioinBLU) qualche anno fa.
Approfitto della ricorrenza di oggi, S. Valentino,( per chi  avesse voglia e pazienza di leggere) , per riproporre un argomento che è sempre attuale.

 

FAMIGLIA OGGI:RIFLESSIONI DI COPPIA

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

 

Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

 

Benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, cari amici.

Dagli studi di Radio Speranza vi saluta Antonietta.

Oggi sono sola, Gianni è al lavoro e mi ha incaricato di portarvi i suoi saluti.

Da questa situazione abbiamo tratto lo spunto per parlarvi del “noi” in cui confluiscono i due “io” che si impegnano a costruire gli sposi, quando decidono di amarsi per tutta la vita.

Non è semplice riuscirci, ma l’importante più del camminare è seguire la giusta direzione.

Quando, come oggi sta succedendo, nelle cose che facciamo o diciamo l’altro è presente perché quella cosa non l’avremmo detta o fatta senza di lui stiamo vivendo il noi, perché le cose di cui mi accingo a parlare sono frutto dell’impegno comune a camminare con Cristo.

La preghiera di Gianni sono certa che mi sosterrà, come siamo soliti fare quando uno solo di noi due deve andare in avanscoperta.

”Mentre l’uno parla, l’altro preghi”, questo era il mandato, quando qualche domenica fa hanno invitato a parlare quelli che lo sapevano fare, mentre distribuivano i volantini dopo la Messa, per invitare i compagni di banco della domenica a lodare, benedire e ringraziare il Signore, il martedì e il venerdì, nel gruppo Sacra Famiglia nella chiesa di S. Giuseppe. Fra questi c’ero anch’io che non ho bisogni di stimoli per aprire la bocca.

Ricordo che pensai che dovevano essere pazzi a credere che basta saper parlare per portare un annuncio e in quel caso era Gianni quello che doveva pregare.

Ma a pregare mi ci sono messa d’impegno anche io perché, e questo era il dilemma, se gli uomini si erano dimenticati che l’evangelizzazione nella piazza, davanti alla chiesa, passa anche attraverso il mal di schiena di chi deve stare in piedi più di quanto abitualmente gli sia concesso, io no, e avevo bisogno di sapere se anche Dio se l’era dimenticato.

Poi, come spesso mi accade, dopo il primo momento di smarrimento, mi sono messa a vedere cosa Dio si sarebbe inventato per rendere possibile ciò che mi sembrava incompatibile con la mia condizione di salute.

Ma Lui non si smentisce mai e ci ha messo in mano un microfono, chiamandoci qui, in questa emittente dalla quale poter raggiungere tante più persone di quante ci è dato d’incontrarne, la domenica, durante e dopo la Messa.

E’ bellissimo vivere nello stupore di come il Signore operi per utilizzare al meglio le nostre risorse, quando ci vede disponibili a dirgli di sì.

All’inizio di questo cammino, cominciato con Gianni non molti anni fa, non ci aspettavamo che le cose andassero così.

Nella Chiesa che avevamo cominciato a frequentare, Gianni che era arrivato dopo di me, trovò subito collocazione nel coro che anima la messa delle otto e trenta della domenica, mentre io, stonata come una campana, continuavo a chiedere al Signore che mi permettesse, almeno all’elevazione, di cantargli: ”Santo, santo santo, è il Signore, Dio dell’universo“ senza inorridire io, e far tappare le orecchie a chi mi stava vicino. Ma niente da fare, anzi proprio in quel periodo, come se non bastasse, persi completamente la voce, per via di due interventi che direttamente o indirettamente interessarono la gola.

La storia di Giobbe fu allora che mi prese a tal punto che mi convinsi che, se mi fossi arresa al Signore, avrei ritrovato la salute e con la salute la voce. Grazie alla rieducazione postoperatoria, la voce la recuperai alla grande, deludendo quelli che speravano di mettermi a tacere, una volta per tutte.

E vi assicuro erano tanti, compreso Gianni, anche se ci scherzava sopra con i nostri amici e auspicava un tempo di tregua dalle mie parole.

Ricordo ancora la penitenza singolare che mi diede un sacerdote, quella di stare cinque minuti in silenzio davanti al tabernacolo, che mi costò tanta fatica allora, ma che mi fece riflettere sull’importanza di fare silenzio per ascoltare cosa l’altro ha da dirci.

Gli inizi del nostro cammino di fede furono tutt’altro che facili, perché a me piace rendermi utile e nella Chiesa sembrava che non ci fosse posto per me, mentre Gianni non aveva dovuto aspettare un granchè per mettersi al lavoro nel coro.

Anzi, le prove lo portavano ad assentarsi da casa, dopo cena più di una volta la settimana, per via di un concerto di evangelizzazione che si stava preparando.

Io non posso dire che ne ero dispiaciuta, anzi approfittavo della sua assenza per dedicarmi al mio hobby preferito: scrivere preghiere.

Avevo trovato l’interlocutore che non avevo in casa, quello a cui confidare i miei problemi, l’amico su cui contare, il maestro che mi istruiva, ma non ancora il Padre da cui farmi amare.

Anni addietro il diario mi era servito per parlare solo con me stessa. La difficoltà a dialogare con Gianni aveva sviluppato in me questa scappatoia per non morire soffocata dal silenzio.

Pregare da sola mi dava tanta forza e tanta pace, mi rigenerava, ma quando ritornavo nella mischia, alle mie occupazioni quotidiane, che implicavano l’incontro e lo scontro con il mio prossimo più prossimo, le persone o la persona che il Signore mi aveva messo vicino, la pace e la gioia andavano a farsi benedire, e dovevo fare una gran fatica per non fuggire, sperando che il supplizio durasse il meno possibile.

A svegliarmi dal sonno venne, durante la Quaresima di due anni fa, la parola di Dio quando fa dire a Pietro, sul monte della Trasfigurazione: “Maestro, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia”.

Già le tre tende che San Pietro voleva piantare per continuare all’infinito a godere della luce di Cristo, anch’io avevo cercato di piantarle, ma non mi era riuscito, come non riuscì a San Pietro, che voleva prendere la scorciatoia, pensando che gli uomini e il mondo fossero ostacolo alla santità.

“Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi, fate questo in memoria di me” E’ la formula che sentiamo ripetere ogni volta che andiamo alla Messa.

Ma cosa dobbiamo fare in memoria di Gesù? Consacrare il pane e il vino? Quello compete ai sacerdoti. Mangiare il corpo consacrato di Cristo, questo sì lo possiamo fare, anzi mi ero messa d’impegno a farlo ogni giorno e non ne potevo fare più a meno.

“ Fate questo in memoria di me” Queste sono le parole che mi hanno colpito in una Messa senza omelia, di quelle che ti fanno dire:” Oggi ritorno a casa tale e quale ero, tanto le letture le ho meditate a casa e il prete non si è sprecato.

“ Fate questo in memoria di me”: sul mio lezionario meditato non sono riportate queste parole che si ripetono ogni giorno, ma solo le letture che variano secondo l’anno, corredate da splendide, profonde ed esaurienti spiegazioni.

Ho comprato l’opera in otto volumi perché volevo sapere tutto e di più della parola di Dio, senza trascurare niente, ma quel “fate questo in memoria di me”, non essendo ripetuto ogni giorno, non mi aveva mai colpito come quella mattina, in una chiesa semideserta, con un sacerdote che aveva fretta di arrivare alla fine.

Aveva una voce forte e chiara, questo si, e tutta la messa le formule le ha pronunciate ad alta voce, scandendo le parole, perché le ascoltassimo e ci unissimo alla sua preghiera.

“ Fate questo in memoria di me”.

Mi sono girata e guardata intorno.

La chiesa era grande, ogni banco una persona, a destra e a sinistra, ugualmente distanti tra loro, fatta eccezione di due suore e di noi due che eravamo inginocchiati vicini.

Spezzarsi e donarsi, soffrire e morire per gli altri, per chi ci aveva messo vicino; questo voleva dire: “Fate questo in memoria di me”.

Ho ringraziato il Signore perché ci aveva concesso di capire quanto fosse importante eliminare le distanze, specie quando si prega, l’ho benedetto per il desiderio che ha messo in noi di essere segno di un’unità a cui ci aveva chiamati a rispondere.

L’ho detto a Gianni alla fine della Messa, e insieme abbiamo ricordato, quando la domenica o nella preghiera del gruppo ci mettevamo lontani, o anche durante il pranzo o durante le feste con i parenti o gli amici, ognuno cercando altrove ciò che naturalmente gli era stato messo vicino.

Abbiamo ricordato quante volte la presenza dell’uno infastidiva l’altro, impegnato a fare un solitario o a parlare con l’amica di turno.

L’amico è colui davanti al quale puoi pensare ad alta voce.

Chi era l’amico o l’amica a cui potevamo dire tutto o proprio tutto di noi?

Se non avessimo incontrato il Signore, se non ci fossimo imbattuti come i discepoli di Emmaus nel maestro che spiega il passato alla luce del presente radioso della sua resurrezione, sicuramente avremmo visto la distanza che ci separava diventare abissale.

L’abisso lo ha colmato Gesù, venendo incontro al nostro desiderio di incontrarlo per vedere se anche noi con Lui potevamo risorgere, attingendo alla sua acqua..

Canto: Gesù e la samaritana (CD “Nelle tue mani” – 6)

L’Antico Testamento, fino a quel momento incomprensibile, si è colorato di una luce nuova e ci ha comunicato ciò a cui inconsciamente ognuno dei due tendeva, ma che non sapevamo avere così a potata di mano.

Le parole della Genesi riguardo alla creazione dell’uomo vorremmo ricordarle anche a voi e da quelle trarre spunto per riflettere sull’unità dalla quale abbiamo preso origine e alla quale siamo chiamati a ritornare.

La Bibbia si apre con l’immagine dell’uomo maschio e femmina da cui Dio separa Adamo ed Eva, la coppia, alla quale consegna il compito di mettere in circolo l’amore, e si chiude con l’Apocalisse dove lo Sposo Gesù e la Chiesa sua sposa si incontrano e si uniscono nelle nozze escatologiche a cui Dio chiama l’intera umanità, grazie a quell’amore messo in circolo con l’aiuto dello Spirito Santo.

Il linguaggio della Bibbia è un linguaggio sponsale dall’inizio alla fine, e l’istituzione dell’Eucarestia è il segno tangibile che Dio fa sul serio e desidera che l’uomo sia disponibile a fare ciò che Gesù ha fatto, a farlo in memoria di Lui.

Allora le parole della consacrazione non sono più quelle che interpellano il sacerdote e lo chiamano a celebrare e rinnovare il sacrificio, ma quelle che ci interpellano tutti, a spendere e offrire il nostro corpo al compagno allo sposo, al fratello, alla chiesa che Dio ci ha chiamati ad amare, il corpo con il quale ci ha chiamato a rispondere.

La sacra particola è il corpo di Cristo che servirà ad ogni uomo per rendere possibile il miracolo che si comunichi l’amore attraverso la diversità dell’essere maschio e femmina, giovane e vecchio, ricco o povero, colto o ignorante.

Che cosa stupenda è questo progetto che Dio ha sull’uomo, che ama più di ogni umana creatura tutti, indistintamente, indipendentemente se siano buoni o cattivi.

La parabola del padre misericordioso, che prima chiamavamo la parabola del figliol prodigo, ci parla proprio dell’amore senza misura di un padre che aspetta che il figlio ritorni e che non lo sgrida quando questo accade, ma gli mette la veste più bella e fa festa perché finalmente è tornato ad abitare nella sua casa.

Che tristezza vedere che il fratello maggiore se la prende e non gode della clemenza del padre, dando per scontato che sia cattivo e intransigente come lui sarebbe se fosse al posto suo.

La verità è che noi facciamo Dio a nostra immagine e somiglianza e ci riesce difficile pensarlo diverso da noi.

E dire che Lui ci ha fatto ad immagine e somiglianza sua, vale a dire il contrario.

Perciò, dopo tante parole spese per farsi conoscere, attraverso la creazione, attraverso la storia (quella d’Israele in particolare, narrata nella Bibbia, che è chiamata Parola di Dio), si è deciso a scendere tra di noi, dando un corpo alla parola, perché ci mettessimo in relazione con ciò che abbiamo e che cade sotto i nostri occhi, il corpo, lo strumento indispensabile perché noi uomini, non angeli, possiamo comunicare.

Nel corpo di Cristo noi incontriamo Dio, quando facciamo la Comunione, ma lo incontriamo ugualmente nei fratelli, il corpo che ci ha lasciato per fare comunione con lui, amandoli come lui ci ama.

Spesso penso a Giovanni, il profeta che Dio ci ha mandato a domicilio, che più diventa autonomo più dà per scontate le cose.

Ricordo, quando bussava alla porta, si catapultava nelle nostre braccia e ci baciava senza che noi gli dicessimo niente.

Adesso, quando arriva dal nido, affamato bussa e chiede la pappa e ci cerca per vedere soddisfatte le sue aspettative, ma quando la sera i genitori tornano dal lavoro spicca la corsa e se ne va a casa sua, spesso dimenticando di dire anche un semplice ciao.

Gianni ed io ci siamo detti di non promettergli regali in cambio di baci e di comunicargli, anche quando si dimentica di salutarci l’amore che nutriamo per lui, richiamandolo dentro la nostra casa per dargli quel bacio che, non lui, ma noi desideriamo dargli, nonostante tutto.

La nostra storia, come quella di tanti che hanno incontrato il Signore e vivono nella sua casa è proprio questa: vivere come se tutto ci fosse dovuto, pronti a chiedere al mattino ciò di cui sentiamo il bisogno, ma lenti e pigri la sera a ringraziarlo per quello che ci ha dato e di cui spesso non ci accorgiamo neanche.

Dio ci ha dato un compito, il corpo, l’ho letto da qualche parte e mai abbiamo sentito quanto difficile sia sentirsi corpo di Cristo, essere corpo di Cristo, vedere nell’altro il suo corpo, essere eucaristia l’uno per l’altro.

Quando vennero quelli della missione a parlarmi dello Spirito Santo gli risposi che non perdessero tempo, perché io l’avevo tutto consumato a cercarne uno di Dio, e che non volevo complicarmi la vita. Uno bastava e avanzava, dissi ad Annamaria e Graziellina.

Gianni, che è meno complicato di me, tutte questi ragionamenti non era abituato a farli e a lui bastò cercare la fonte della luce che aveva illuminato il mio viso quando cominciai a farmi aspettare, per andare alla preghiera, la sera del martedì, mentre lui inseguiva sullo schermo le immagini vuote a cui uno stanco telecomando non riuscivano a dare vita.

Una vita lo avevo aspettato, era giusto che aspettasse anche lui.

Finalmente era arrivato il tempo di render pan per focaccia, perché avevo incontrato lo Spirito.

C’è da chiedersi che Spirito avevo incontrato se l’effetto era quello di lasciare solo il marito e di goderci e di commiserarlo, perché lui non c’era riuscito.

Ricordo, quando gli fu affidato il compito di restaurare una chiesa, anni addietro e usciva tutte le mattine all’alba per seguire i lavori e ne approfittava per entrare nella cappella e farci una preghiera.

Io lo invidiavo e mi dicevo che io non potevo permettermelo, perché di mestiere facevo l’insegnante e non la restauratrice di chiese. e non potevo neanche farci capolino per via della mia incapacità a adattarmi a qualsiasi appoggio che non fosse la sedia o il letto di casa mia.

Ma il Signore era pronto a smentirmi, chiamando noi insieme a restaurare la casa, la nostra casa, la piccola Chiesa domestica dove voleva venire ad abitare.

Ricordo allora che condividemmo le tensioni di un lavoro non facile alle prese con operai che scomparivano proprio quando ce n’era più bisogno e con i desiderata di un convento con tante teste. Della preghiera parlammo poco, ma ricordo che la cosa m’incuriosiva e in fondo lo invidiavo per quella fede semplice che io non riuscivo a trovare.

Poi il desiderio di andare in Chiesa divenne un’esigenza comune, ma rimanevamo ancora distanti e soli con il nostro Dio personale che facevamo fatica a condividere. Era come pretendere che passasse la corrente attraverso dei fili spezzati.

Canto: Ad una voce (CD “Ad una voce” – 3)

E’ strano come le coppie si trovino a condividere tutto, dalle cose più banali e non belle a quelle più importanti, ma hanno difficoltà a condividere ciò che li farebbe volare, lo Spirito Santo che invocato insieme ogni giorno renderebbe piane le vie più scoscese e farebbe sentire vicini anche quando a dividerli c’è un oceano.

All’inizio questo non lo capimmo e eravamo contenti del fatto che il Signore ci concedesse la grazia di perdonare l’altro e di non tenere il muso, salvo poi, quando la misura diventava colma riprendere tutto ciò che ci eravamo lasciati alle spalle.

Facevamo come quei creditori che abbonano il debito ma non trascurano occasione per ricordartelo.

La memoria delle offese ricevute è il più grande ostacolo all’ingresso della misericordia di Dio.

Dicevo della nostra difficoltà a condividere Dio, ad unirci nella preghiera, perché non riuscivamo a perdonare e a perdonarci per quello che avremmo voluto essere e che non eravamo.

L’invito a pregare insieme per una coppia in difficoltà, rivoltoci in occasione di un incontro pastorale per la Famiglia, fu lo stimolo a cambiare abitudine.

Se fino a quel momento eravamo convinti che saremmo stati migliori se l’altro fosse stato migliore, pian piano ci accorgemmo che di fronte a Dio non c’erano migliori o peggiori, essendo tutti figli e fratelli in Gesù.

Il Padre nostro, recitato a fatica, masticato, almeno le prime volte, ci ha introdotti nell’amore del Padre che guarda i suoi figli con lo stesso occhio benevolo e che non ha badato a spese perché ce ne convincessimo.

Gesù insieme con noi, insegnandocela, pronuncia le parole che più ci coinvolgono: ”Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”

Ricordo il brivido freddo che mi attraversava le ossa quando le pronunciavo, pensando di essere sola, dimenticando che Gesù era venuto a donarci lo Spirito per rendere possibile ciò che umanamente è impossibile: amare come lui ci ha amati.

E il miracolo pian piano lo stiamo vedendo, ogni volta che ci mettiamo insieme a pregare.

Come possiamo farlo se non ci siamo perdonati a vicenda?

Come possiamo avvicinarci al sacro banchetto se non abbiamo aperto il cuore all’altro, permettendogli di vedere e toccare le nostre ferite e di farci guardare e curare da tutti quelli che mangiano lo stesso pane e si dissetano alla stessa sorgente?.

Il segno di una comunità unita nell’amore, il segno che il Corpo di Cristo non è disgregato è in quel pregare vicini, fianco a fianco, sia che l’Eucarestia la si celebri in Chiesa alle sette di mattina, sia che la si consumi in casa alla mensa comune o nel talamo.nuziale.

Gesù è venuto a mostrarci come si fa, non solo quando ha scelto una mangiatoia o una stalla per farsi adorare, ma soprattutto quando si è tolto le vesti e ha indossato il grembiule per lavarci i piedi, che presuppone uno stare più vicini di quanto umanamente siamo in grado di sopportare, sia che li laviamo sia che ce li lasciamo lavare. I piedi, s’intende.

Chiediamo al Signore che ci dia l’umiltà e la perseveranza per fare tutto questo, che è poi la strada maestra per la Santità.

Con questo augurio vi lascio, e vi do appuntamento alla prossima settimana, speriamo insieme a Gianni in carne ed ossa.

Canto: Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

Scintillanti

Sono tornata, siamo tornati.
Noi un giorno prima.
Ognuno con il suo sacco pieno di diamanti che immillano la luce che su di essi si posa, ma anche di pietre dure e opache che pesano, in attesa di essere trasformate in scintillanti schegge di vita.
Sono qui con il sacco aperto a cercare ciò che è nascosto.