BAMBINI

” Lasciate che i bambini vengano a me.”
( Mc 10,14)
Certo è che per capire la parola di Dio bisogna che il tempo passi, che l’acqua, tanta acqua scorra sotto i ponti e che abbiano superato il livello di guardia non una ma cento, mille volte.
Peccato che ce ne accorgiamo tardi ma meglio tardi che mai.
Quando rimasi incinta del mio primo e rimasto unico figlio non trascurai di leggere tutto ciò che era necessario per conoscere ciò che io avrei dovuto dargli per farlo stare bene, per assicurargli un futuro di bravo e buon ragazzo, educato, rispettoso e pronto per affrontare senza timore le inevitabili battaglie della vita.
E di questo ne avevo avuto un assaggio indigesto non appena lo concepimmo, perchè fu allora che incappammo da subito in medici, medicine, ospedali, indagini, mala sanità inframezzata da qualche rarissimo spiraglio di cielo.
Perchè a ben pensarci, come commentò la mia amica dopo aver letto la storia, il mio primo e per ora rimasto unico libro che ho scritto fermo al 5 gennaio 2000, dobbiamo pregare per questi poveri medici su cui confluiscono le nostre aspettative puntualmente deluse.
La vita non è andata in vacanza da allora, anzi si è data da fare per farmi sentire viva, e quale corpo può dirsi morto fino a quando sente il dolore?
Se è per questo non sono viva ma stravivivissima e come dice la mia amica Michela Malagò vivisiima e strabenedetta, con cui lei, amica del Web mi saluta al mattino.
In questa settimana, poichè io sono scomparsa, sono scomparsi i saluti.
Chissà a quanti è venuto in mente che stavo male di più, se fosse stato possibile!
Tornando ai bambini su cui ti soffermi solo dopo dopo che ti sono venuti a mancare, ripenso al mio diventare orfana di figlio prima di metterlo al mondo, visto che a due mesi mi fecero l’anestesia totale per togliermi quel grumo di sangue che hanno chiamato gravidanza extrauterina ma che di extrauterino era solo il loro cervello, quello dei medici, che poi si sono inventati per coprire l’abbaglio che avevo una tuba cistica.
Un pezzo di giovane di 2 metri con tanto di moglie e di prole è la mia gravidanza mancata che mi fu restituita dopo 5 anni da mia madre.
E io ancora con la testa imballata su ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che dovevo dare non mi preoccupai minimamente di cosa poteva dirmi un bambino sconosciuto di 5 anni, pur essendo io quella che lo aveva partorito.
Ma siamo abituati a metterci in cattedra e non ci sfiora l’idea che i bambini hanno tanto da insegnarci.
Ne ho fatto esperienza con i figli di mio figlio, l’ex extrautereino, che infischiandosene che la scuola mi aveva messo in pensione perchè incapace di deambulare, affidò alle mie cure prima Giovanni e poi Emanuele di 4 anni più piccolo.
I miei libri di carne li chiamo, perchè il vangelo me l’hanno insegnato loro, aprendomi gli occhi e le orecchie alla meraviglia, facendomi rimpicciolire a tal punto da mettermi con loro nelle tane delle formiche o nei raggi di luce che si immillano quando al mattino il sole poggia i suoi raggi sul mare increspato dalla brezza leggera.
Giovanni li chiamò “scintillanti” e da allora ne andammmo in cerca, ne facemmo una professione, per riempire ogni giorno il nostro sacco di grazie a Gesù, a Maria, a Dio, a tutta la corte celeste.
Fu un ‘mpresa far entrare a 6 anni di distanza il piccolo Emanuele nel sacco lui che non conosceva il nostro linguaggio cifrato.
Emanuele diceva che a casa mia c’era il lupo ma lo Spirito santo non va in vacanza e mi suggerì quella volta e fu per sempre che, invece di consolarlo dicendo bugie sul rientro anticipato della madre con eventuale regalino, mi sono fatta lui, sono diventata Emanuele e con lui ho cominciato a entrare nel suo dolore parlandogli della mamma, di quanto era bella, di quanto morbide le sue braccia, dolci i suoi baci.
Che aveva ragione a piangere, anche io l’avrei fatto.
Si rasserenò quasi subito, un po’ quello che accadde a me qualche giorno fa in cui, presa dalla disperazione, tanto stavo male, mi si aprì la pagina delle LAMENTAZIONI.
Mi sono sentita dire che avevo ragione a lamentarmi e che Dio mi metteva in bocca la sua parola per non farmi sforzare.
Mi sono sentita dire che c’è spazio anche per il lamento, che non è peccato e che Dio attraverso un bambino gà anni prima me l’aveva suggerito per farmi guadagnare la fiducia in Lui che mi ama di amore eterno e sa cosa consola l’uomo.
C’è un tempo per ridere, un tempo per piangere, un tempo per ringraziare il Signore di quel pianto e di quel riso.

Lo Sposo

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” Berranno il vino, coltiveranno giardini”( Am 9,14)
Finalmente una parola di speranza dopo tanti giorni in cui il profeta Amos ci ha duramente redarguito sulle conseguenze del nostro cattivo operato e Gesù ci ha prospettato le esigenze imprescindibili della sua sequela. 
Lasciare tutto, rinnegare se stessi, non voltarsi indietro e caricarsi della  croce.
Umanamente quello che dice Gesù è pura follia, perché  siamo portati a fare tutto il contrario di quello che dice ci faccia bene.
Perciò in questa vita ci dà negli assaggi , anticipazioni di paradiso, frammenti di luce, scintillanti che si accendono e si spengono non appena vuoi diventarne padrone mettendolo in cassaforte.
Le candele senza aria, al chiuso di un baule si spengono, lo sappiamo, ma continuiamo ad illuderci che quella luce la possiamo monopolizzare solo per noi e per sempre.
Oggi Gesù si presenta come novità assoluta, come qualcosa che non può assolvere alla sua funzione se lo mischi, lo unisci, lo contamini con qualcosa che ha ormai cessato di funzionare.
In questo caso è la legge, i riti, le prescrizioni che vengono meno con la sua venuta.
Quando lo Sposo è presente non serve mandargli lettere, regali, telefonargli, per sentirlo vicino.
Quando ci si incontra si pensa solo a fare festa, a godere dell’amore che ci unisce, a vivere l’esperienza dell’eterno, dell’uno e distinto, dell’infinito, della trascendenza, della comunione.
“Quando lo Sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.”
Così dice Gesù.
Fin quando c’è viviamo la gioia del banchetto di nozze, perché non sappiamo se e quando ci ricapita ancora.
E’ bello, straordinario vivere con Lui accanto, sentirlo sempre presente, non avvertire mai i morsi della fame, ma a volte, per quanti sforzi facciamo, Dio tace, il digiuno ci fa star male.
La fede è basata sulla speranza che berremo vino e coltiveremo giardini, come dice il profeta Amos, ma non è poi così scontato essere sempre svegli, di guardia a scrutare l’orizzonte, ad affinare le orecchie per sentirlo passare nel soffio leggero del vento.
Mi piacerebbe in questo periodo difficile della mia vita sentirlo più vicino, senza dover continuamente fare atti di fede, mi piacerebbe che venisse più spesso a visitarmi, a farmi compagnia, a togliermi il magone, a placare il tumulto dei pensieri, il disorientamento per tutto ciò che è nuovo e non conosco, che non posso tenere sotto controllo.
Mi piacerebbe che la sua pace scendesse su di me e io la possa comunicare a chi mi sta accanto perché smettiamo di farci una guerra inutile e dannosa.
Mi piacerebbe con Lui aprire gli occhi alla meraviglia dell’inizio e credere che è possibile ricominciare tutto da capo, immettere le esperienze passate presenti e future nell’unico giorno senza fine, il giorno delle occasioni favorevoli, delle opportunità di grazia, l’ottavo giorno, quello della Sua resurrezione.
Mi piacerebbe sentirmi risorta in questo tempo di fatica e di dolore, mi piacerebbe sentirmi ogni mattina chiamare per nome mentre lo cerco tra i fiori del mio giardino.
Lo aspetto nel trasalimento dell’anima, nello stupore dei nuovi germogli che si affacciano sugli steli nudi, mi piacerebbe che il vento accarezzando la mia pelle mi trasmettesse il calore delle sue carezze, che il cinguettio degli uccelli al mattino  mi parlassero di lui senza dover cercare gli occhiali per leggere le sue parole sul sacro Libro.
Mi piacerebbe fare meno fatica a vivere questa straordinaria esperienza con Lui che si nasconde nei dirupi, che mi fa attendere, che mette a dura prova la mia fede.
Ma io non ho che Lui e non mi arrendo.
Continuerò a cercarLo anche quando le forze verranno meno, perchè la nostalgia dell’infinito è penetrata nei più segreti anfratti della mia terra desolata.
 
 Solo quando avremo taciuto
(Tonino Bello)
Solo quando
avremo taciuto noi,
Dio potrà parlare.
Comunicherà a noi
solo sulle sabbie del deserto.
Nel silenzio maturano
le grandi cose della vita:
la conversione,
l’amore, il sacrificio.
Quando il sole si eclissa
pure per noi,
e il Cielo non risponde
al nostro grido, e la terra
rimbomba cava sotto i passi,
e la paura dell’abbandono
rischia di farci disperare,
rimanici accanto.
In quel momento,
rompi pure il silenzio:
per dirci parole d’amore!
E sentiremo i brividi della Pasqua.

Il Signore non era nel fuoco.(1Re 19,12)

 

Questo Dio che celebro nelle mie carte, io lo vedo presente ovunque.
Lo vedo nei fiori del mio giardino,
dalla luce che sprizza sulle mie pupille,
 nell’aura che m’imbalsama la vita, 

lo tengo in quest’anima mia.
F. BACONE
Questo è il titolo del tema che riproponevo ogni anno ai miei studenti del liceo, quando non ancora credevo.
 
Ho ritrovato la traccia, rovistando nei cassetti e ho ripensato al 9 che misi ad uno svolgimento lungo poche righe, di una bella ragazza bruna del V ginnasio.
 
Era il mio secondo anno di scuola.
 
Avevo su Dio poche idee confuse , ma ebbi il coraggio di premiare quel compito fuori dagli schemi, perchè mi aveva fatto fare un balzo al cuore, alzando il velo su una verità a cui pervenni solo dopo tantissimi anni .
Diceva pressappoco così: 

…palpita nei calzari dell’atleta e
 sulla poltrona del presidente…
Egli è qui.
Non cercatelo nelle chiese.

Egli è qui.
Non cercatelo nelle chiese.
Oggi, ad un supermercato, seduta e ferma sulla mia sedia a rotelle, mentre aspettavo mio marito che stava alla cassa, mi sono immersa nel mondo di un angelo biondo: Aurora di 4 anni, che cercava un regalo per i suoi nonni.
 
Le ho detto del suo nome che fa pensare al sole,che anche io ero una nonna e che ai nonni piacciono tanto i disegni.
 
Per regalo un disegno e non una cosa comprata.
 
I suoi occhi hanno brillato quando ha capito che si può anche senza denaro, far felici le persone che ami.

Appunti

Dicevo nel post precedente che mi sono mancati, Giovanni ed Emanuele, e che una settimana è lunga da passare senza libri da leggere.
Per fortuna ho l'abitudine di prendere appunti.
Mi sono stati preziosi giovedì, quando mi è stato comunicato con pochissimo anticipo che mi dovevo trovare in un luogo distante da casa mia molti Km per un appuntamento importante a cui tenevo molto.
Gli accompagnatori abituali erano via o impegnati e dovevo sbrigarmela da sola o rinunciare.
Da tempo con la macchina mi limito al tragitto che mi separa dalla Chiesa o dal panificio.
Raramente esco fuori dal mio quartiere.
Senza accompagnatori, che fare?
Ho aperto la mia valigia, piena di
scintillanti e vi ho trovato questa perla
.
Così dopo aver fatto salire Gesù sulla mia macchina, e avergli affidato il volante, sono arrivata puntuale all'appuntamento, quieta e serena come se qualcuno mi avesse portato in braccio.

Salmo 131

Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.

Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l'anima mia.

Il buon consiglio

Frugando nei cassetti ho trovato questo scintillante

con acclusa la copia di una lettera che vi invito a leggere


Gentile dottore,
non so se si ricorda di me, ma lo spero, perché vorrei ringraziarla dell’ottimo consiglio che lei mi ha dato in occasione di una visita chirurgica per cisti multiple al cuoio capelluto nel poliambulatorio dell’Ospedale Civile che lei onora con la sua infaticabile opera e che la vedeva di turno il 9-10-2002.
Lei, dirigente di I livello, non ha avuto bisogno di visitarmi, tanto era evidente la “cosa” che spuntava come un pomodoro maturo tra i capelli, giudicando la stessa, modesta e non degna di attenzioni ulteriori, con un esame che non presuppose l’alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi a me che le ero seduta di fronte.
Lei, impegnato in operazioni di alto livello, davanti alle quali mi sono sentita una pulce, se l’è anche presa con il mio medico di base che non aveva voluto saperne di indirizzarmi al chirurgo estetico, emettendo giudizi che taccio sugli uni e sull’altro.
Ma tant’è che la “cosa”, quella che si vedeva ad occhio nudo, mi faceva un male boia, perché si era ingrandita e infiammata nel giro di pochi giorni, per cui ho insistito a chiederle un consiglio per dove rivolgermi, con lo scopo di esonerarla, una volta per tutte, dalla fatica di dover provvedere non solo ai grandi ma anche ai piccoli mali.
Non nascondo che subito me la sono presa per quell’aria paternalistica di sufficienza, con cui mi invitava a cercarmi da sola la strada, visto che lei era oberato di lavoro e non aveva tempo per problemi di così poco conto da non essere degni neanche di una sbirciatina un po’ più da vicino; tant’è che le cisti fossero più d’una non mi venne subito in mente.
Che lei fosse più illuminato di me non lo capii subito, quando, alla mia richiesta, rispose che ognuno trova la strada, ricco o povero, in America, in Inghilterra o semplicemente in Italia, ma sempre lontano da qui, perché chi non ha un parente, un conoscente, un amico che ti raccomandi al professore, al dottore o alla segretaria di qualcuno che ne capisca di più di quanto sappiano fare i laureati di casa nostra?
Si deve smettere di pensare, aggiungeva con foga, alla fine di un discorso dei più sentiti e convincenti, usciti dalla bocca di un medico del Servizio Sanitario Nazionale, che le malattie si curano e guariscono qui a ….
Ma ad ascoltarla c’era una che ci aveva messo una vita a sperimentare che era vero il contrario, vedendo, ogni volta che aveva agito in tal senso, naufragare i suoi sogni, le sue speranze di fronte o ai massimi cervelli della medicina, indicati e raccomandati da parenti amici e conoscenti.
Perciò mi trovavo nel suo studio, a presentare a lei, pur dirigente di I livello, ma sempre di un ospedale di provincia, la mia modesta impegnativa.
Da tempo avevo smesso di cercare lontano ciò che avevo trovato vicino.
La strada, quella giusta che non passasse attraverso l’arroganza o il sotterfugio, una strada di giustizia e verità, in cui non si lede il diritto degli altri, né si abdica al proprio di curarsi nel migliore dei modi, l’avevo trovata nella fede in Chi non ha bisogno di scorciatoie per aiutarti a guarire.
Ne avevo già tolte dodici di cisti, ma era una bazzecola, in confronto a tutto il resto, bevendo ogni volta il calice amaro di un pubblico che non soddisfa e di un privato che ti scotenna la testa nonché il portafoglio.
Ci avevo anche scritto un libro, sulla conclusione di quell’assurdo Gioco dell’Oca, che mi riportava sempre al punto di partenza, dopo l’ennesimo consulto con il ”mi dica” di turno.
E dire che l’avevo cominciato a scrivere per denunciare la mala sanità e per vendicarmi, una volta per tutte, dell’arroganza e ignoranza dei medici incontrati sulla strada delle”conoscenze”.
Ma a chi sarebbe giovato?
A demolire ci avevano pensato e continuano a farlo i tanti detentori della verità: i depositari di una scienza sempre più settoriale e senz’anima.
Che non fosse giunto il momento di andare controcorrente?
Con lo stesso spirito, avendo scartato l’ipotesi di fare ricorso al Tribunale del malato, dove subito avrei voluto recarmi, per lamentare il suo comportamento scorretto nelle parole e nei fatti, mi rivolgo a lei personalmente, senza vergogna di professare una fede di cui lei si è fatto beffe, consigliandomi di passare a S: Giovanni Rotondo dove aveva sentito che c’era uno che fa i miracoli.

In attesa del 27 novembre, dove alle 12,30, nel poliambulatorio dell’Ospedale dove lei opera, qualcuno si sarebbe preso la briga di guardare un po’ più da vicino le cisti modeste e me le avrebbe asportate, avrei avuto tutto il tempo per farmi il “ viaggetto” indicato e vedere se scomparivano.

Con queste parole, se si ricorda, mi congedò, irritato dal fatto che avevo osato risponderle che non avevo bisogno di andare a S.Giovanni Rotondo per chiedere il miracolo, perché il Padreterno potevo pregarlo anche stando ferma e seduta sul mio buffo sgabello, nella mia città.
Aggiunsi che arrabbiarsi non serve e che quel buffo bastone, da cui usciva una sedia, l’avevo comprato per aspettare l’ascensore dell’ospedale, invece di prendermela perché non arriva, nonostante avessi mille e uno ragioni per lamentarmi, visto l’handicap da cui sono colpita.
Le ricordo questi particolari perché, con più consapevolezza, possa gloriarsi dell’ennesimo successo mietuto nell’esercizio della sua professione.
Ho seguito il suo consiglio, ma non mi sono allontanata da casa.

Oggi, 25 novembre, in una struttura pubblica, in un reparto in tutto simile al suo, pagando un semplice tiket, ho tolto le quattro cisti che avevo in testa, con una tecnica nuova che non prevede né punti, né taglio di capelli, con l’uso di un piccolo laser, una siringa per aspirare e una pinzetta per sfilare la capsula che le conteneva.

Non ho fatto ricorso a magie.Ho solo sperato di trovare qualcuno che me le togliesse al più presto, perché mi facevano male.
Ho desiderato di avere i capelli in ordine il 15 dicembre perché si sposa mio nipote.

Davanti alla chiesa, dove ero andata a pregare, ho incontrato chi, nel giro di quattro giorni, mi ha risolto problema, non facendomi fare più strada di quanta ne abbia fatta per giungere a lei.

Grazie dottore, perché, quando mi ha dato il consiglio, ho pensato che avesse torto, ma ho dovuto ricredermi.

Colui, che si ostina a negare, le ha suggerito il modo migliore per trovare la strada, ma ha taciuto il luogo dove sarebbe avvenuto il miracolo.Non poteva permettere che si prendesse tutto il merito.

Le accludo il libro a cui ho fatto cenno.Non presumo che lei lo legga, ma lo spero.
Qualora lo faccia, si accorgerà che chi le scrive non vende fandonie, ma ci ha messo una vita a trovare la STRADA.

Augurandole buon lavoro e la pace che viene dallo spirito, la saluto cordialmente.
P.S. Accludo fotocopia del foglio da lei rilasciato al termine della visita del 9- 10- 2002, dove invano il suo sostituto ha cercato la diagnosi.

25 novembre 2002

I condors

Sfogliando il diario

 

Luglio 2004

Sdraiata all’ombra di un confortevole riparo, mentre il vento gioca con i capelli e il mare accompagna il flusso dei ricordi, ripenso a quando, in un giorno simile a questo, ho volato alto, insieme a Gianni e ai fratelli del RnS nel Palazzetto dello Sport di

La giornata era torrida e né aria condizionata, né ameni giardini, né comode poltrone erano l’attrattiva per soprassedere alla colata di ferro e cemento, di cui è composta la struttura che ci avrebbe ospitato.

Ripenso ai mille dubbi se andare o non andare, viste le mie condizioni di salute, e alla decisione di farci giusto una capatina, per non aver detto subito di no ad un’occasione che lo Spirito ci aveva insegnato a non rifiutare a priori.

I relatori li conoscevamo e gli argomenti sentiti e risentiti.

Cosa poteva darci di nuovo un bagno di folla e di caldo alternativo alla fresca brezza, che soffia sotto la palma che abbiamo affittato proprio sulla riva del mare?

La macchina, quella scassata di nostro figlio, una cinque posti a benzina, rispetto alla nostra quattro posti diesel, nuova di zecca, che gli avevamo prestato per andare in vacanza, con la famiglia, quel fine settimana.

Eravamo rimasti soli, inaspettatamente soli e volevamo prenderci il gusto di andare dove ci pareva, senza vincoli di orari da rispettare né di persone di cui occuparci o preoccuparci.

La telefonata di Vittoria, che chiedeva un passaggio per lei, che fa fatica a salire su un autobus, e per Gigliola che l’accompagna da sempre, a cui si è aggiunta quella sul filo di lana di Luciana che non aveva sentito la sveglia, ci hanno convinti che, se non avevamo una ragione valida per dire di sì, il Signore ce l’aveva trovata.

Ci siamo sorpresi a pensare che non a caso i posti in macchina erano cinque, non a caso avevamo forato una gomma il giorno prima e avevamo, per l’occasione, fatto controllare tutte le altre.

 

In attesa che le amiche tornino dalla passeggiata, il mio pensiero va ai discorsi animati che tempo addietro mi avevano visto perdente su tutti i fronti.

I viaggi fatti nei posti più belli e lontani del mondo, le emozioni che suscitano le grandi altezze, il volo dei condors, i dipinti di Rembrant o di Van Gog, non erano stati minimamente scalfiti da ciò che l’esperienza mi aveva insegnato ad apprezzare, da quando sono stata costretta a fermarmi..

Come far capire che non c’è bisogno di fare tanta strada per trovare le stesse cose, per non dire migliori, solo se ti metti ad osservare ciò che ti sta vicino e che hai sempre cercato lontano?

Commiserazione, neanche tanto celata, aveva accompagnato il coro di disapprovazione delle mie amiche quel giorno, convinte che l’handicap mi aveva troncato oltre alle ali anche i sogni, nonchè i desideri.

 

Ripensavo a quanto mi avevano fatto viaggiare, a Grosseto, durante la settimana di studi sul “ Perdono in famiglia come fonte di vita per il mondo”, le mani del Padre misericordioso del dipinto di Rembrant, mani di padre e di madre che abbracciano e accolgono il figliol prodigo, che sembra essere dato alla luce proprio da quelle mani.

Su quell’abbraccio accogliente ho meditato e mi sono persa in questi mesi in cui, come i buoi sto ruminando tutta la biada che lo Spirito ci somministra, da quando Gianni ed io ci siamo innamorati del progetto di Dio sulla famiglia, chiamata a collaborare a che tutti possano godere dell’amore sconfinato che vuole donarci.

 

Come spiegare alle mie amiche di ombrellone che, quando sei catturato dalla luce, la segui e ne godi in ogni luogo dove ti è dato fermarti a guardare.?

 

Il Convegno si era aperto all’insegna delle parole del prologo di Giovanni ”Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”

I relatori ce l’avevano messa tutta, il cuore e la mente, a spiegare, cosa non facile, in cosa consista la pienezza di Cristo, per farci capire, apprezzare e chiedere la pienezza della grazia che da Lui deriva per ognuno di noi.

Per fortuna che non ce ne siamo andati il pomeriggio, come avevamo preventivato, perché ci saremmo persi la parte migliore, l’ingresso nel mistero, a passi di danza, come quelli del ballerino Domenico Ducato e della sua compagna, che ci hanno fatto vivere l’emozione di essere protagonisti del più bel poema d’amore mai scritto: Il Cantico dei Cantici”

Dio ci ama, Dio ci vuole donare la sua pienezza, la sua perfezione, vuole donare se stesso.

Ecco il senso del Crocifisso issato al centro del palco, verso cui siamo stati invitati a guardare,dopo che ai malati è stato chiesto di prendere un fazzoletto e di agitarlo perché a tutti fosse visibile il loro bisogno di aiuto e tutti pregassero e intercedessero, perchè si ripetesse il miracolo dell’acqua che sgorga dal costato di Cristo.

Non c’era uno che non sventolasse un fazzoletto dopo che i primi timidamente ne hanno tirato fuori uno.

Quanti malati, quanti S.O.S., quante grida di aiuto si sono fuse con le note dell’Abba’ Padre, con le parole struggenti della canzone che ha sciolto fiumi di lacrime!

Quanta acqua ieri in quel bunker di ferro e cemento, lacrime di gioia, di commozione, di liberazione, lacrime che pulivano, e rigeneravano i cuori induriti dalla fatica di andare da soli.

 

Io piangendo continuavo a guardare i fazzoletti, e mi sono fermata su quelli che erano accostati a mani che non potevano afferrare, quelle dei due giovani condannati alla sedia a rotelle e di un bimbo piccolo piccolo, che non aveva richiamato la nostra attenzione, perché a quell’età è normale stare in un carrozzino.

Il dolore innocente ieri l’ho visto, ma non ne sono stata turbata, perché ho sentito forte l’amore di Dio, specie per quelle creature a cui ha dato il compito di renderlo visibile su questa terra, attraverso una preghiera.

 

Così i condors che si levano alti nel cielo, vibrando le ali possenti nell’aria, non ti danno la stessa vertigine della contemplazione del limite dell’uomo che s’incontra con la l’abbraccio misericordioso di Dio.

 

Li abbiamo visti planare sul giovane, che dalla sedia a rotelle si protendeva tutto verso il palco, dove era stata issata la croce e li abbiamo visti sollevarsi pian piano e forare le nubi, dopo che, sostenuto da Gianni, per un tempo che ci è sembrato infinito, è riuscito finalmente a toccarla.

 

Alla memoria sono riaffiorati gli anni di letto, i tanti samaritani che mi hanno caricato sopra le spalle, quelli a cui non ho detto mai grazie, Gianni che mi è stato sempre vicino, tutti quelli che hanno continuato a pregare, i messaggeri di speranza , l’incontro con il Crocifisso quando la speranza è venuta a mancare e ho visto Gesù che non mi aveva lasciato cadere.

Ho ringraziato il Signore per i condors, per le alte montagne che ci concede di scalare, per i profondi abissi del dolore che riempie con fiumi di grazia.