Nostro fratello Giuda

Don Primo Mazzolari

foto:©https://scintillanti.files.wordpress.com/2008/03/videoguida_2.jpg

Intervento nel Giovedì Santo 1958

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore.

Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice.

Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata.

Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: ‘Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!’

Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro.

Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa!

Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: ‘Satana lo ha occupato’. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: ‘State svegli e pregate per non entrare in tentazione’.

E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.

C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari?

Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto. Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento.

C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: ‘Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo’.

Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui.

Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: ‘Muore l’uno e muore l’altro’. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti.

Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia.

E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico.

La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

11 febbraio: B.V. Maria di Lourdes

Quell’11 febbraio 1998, mentre, sovrappensiero, tornavo dall’ennesima terapia (questa volta alla spalla destra), un altro sovrappensiero mi piomba addosso, facendo volare in frantumi gli occhiali multifocali che indossavo.

 

Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione, per intero, il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità, tutto.

( Da " Il gioco dell’oca", pag 83 e 88)

26 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caldo e affettuoso saluto a tutti amici.
La scorsa volta non vi ho salutato alla fine della trasmissione, temendo di diminuire l’efficacia della parola di Dio, che è venuta a suggellare e concludere la lettura del libro, "Il gioco dell’oca, trasformando un’esperienza personale in esperienza paradigmatica, nella quale tutti un po’ si possono riconoscere e dalla quale attingere spunti per cercare nella propria storia il progetto che Dio ha su ognuno di noi.
A tutti Dio garantisce, pur nella diversità dei percorsi, nella multiforme varietà dei carismi, cieli nuovi e terra nuova, per tutti ha una parola di perdono e di consolazione, tutti troveranno posto nella Gerusalemme santa, nelle sue braccia aperte e misericordiose, dove non ci sarà né lutto, né lamento, ma solo la gioia dei redenti dal Signore, il canto di esultanza dei salvati.
La liturgia della sesta domenica di Pasqua mi aveva offerto lo spunto per riflettere su questa parola di speranza, che riguarda tutti, proprio tutti quelli che si aprono all’amore di Dio.
“Ecco io faccio nuove tutte le cose”, dice il Signore nostro Dio, e in quel “tutte” ci sono le nostre piccole e grandi croci, i nostri dubbi, le nostre cadute, le nostre lacrime, i nostri lutti recenti e passati, la nostra disperazione, i nostri fallimenti, le nostre frustrazioni.
Dio fa nuove tutte le cose, non stendendo una mano di vernice bianca su ciò che è indecoroso vedere, come spesso accade quando si ha fretta di coprire le brutture della nostra società invereconda, cieca e malata..
Dio fa nuove tutte le cose, continuamente rinnovando la faccia della terra, perché lo Spirito possa abitarvi e operare in modo duraturo.
Quando scrissi "Il gioco dell’oca” non sapevo, che quello era solo l’inizio di una storia, che non si potrà dire conclusa, se non alla fine dei giorni assegnatimi.
Né, quando cominciai questa collaborazione con Radio Speranza, immaginavo cosa avrei detto in questi sette mesi di incontri con voi, non prevedendo che un libricino di 100 pagine potesse essere così ricco di stimoli per riflettere sulla parola di Dio più che sulla mia..Dalla meditazione su quanto ogni giorno mi ha suggerito, durante la Messa, sono nati queste trasmissioni che hanno finito per raccontare non una storia passata, ma l’eterno presente di un richiamo struggente e accorato di un Padre che cerca suo figlio, che non smette mai di sperare che un giorno torni da Lui.
Durante questo periodo l’ ho lasciato parlare, come non mai mi sono messa in ascolto, perché di storie di malattie ne è piena la terra, ne sono pieni i libri, e, se non sei medico e non hai ricette da dare, non trovi chi ti presti attenzione.
Ma Lui il Maestro, il Medico, il Guaritore, la ricetta me la dava ogni volta, ogni volta che gliela chiedevo con umiltà, per me che volevo servirlo nel migliore dei modi, per voi che chiedevo poteste attingere alla stessa corrente di Grazia.
Così una storia di solitudine antica e senza scampo è diventata storia di speranza, storia di una presenza costante, che si è realizzata non in un ieri passato e dimenticato, ma in un oggi che si dilata, in un tempo che diventa infinito, nella misura in cui si fa spazio all’infinito di Dio..
"Il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, non ho più bisogno di scriverlo sulla prima pagina dell’agenda, come per tanti anni ho fatto, per meditarle e farle mie, ora che le ho scritte nel cuore quelle parole, e a quell’angelo mandato dal cielo, voglio dire il mio grazie, a quel bimbo piccolo piccolo, un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera, due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio. Sua madre, fu lei che me le sussurrò all’orecchio, mentre, a Champoluc, impaziente, pensavo al tempo che mi sfuggiva di mano..
Il dolore innocente anche a questo doveva servire, a portarmi a riflettere sul bene più prezioso che Dio ci ha donato: la vita e il tempo per poterne apprezzare il valore, quel tempo che a volte vorremmo fermare, a volte accelerare, ma raramente accogliamo per ascoltarne la voce.
Voglio ringraziare il Signore per tutti quelli che direttamente o indirettamente mi hanno parlato di Lui, mi hanno portato a Lui, per tutti quelli dei quali si è servito per accompagnarmi, curarmi amarmi, a cominciare da mia madre…per il segno di Croce che stampava sulla nostra fronte prima di andare a dormire, per le sue novene e i suoi rosari, per tutte quelle preghiere che mi infastidivano e mi indispettivano, perché sembravano sortire l’effetto contrario.
Voglio ringraziare mio padre per quella boccetta di acqua di Lourdes che mi gettò addosso con fede, con rabbia, con disperazione, quando un giorno mi vide dibattermi nel letto in sofferenze a cui nessuno riusciva a trovare rimedi.
L’11 febbraio, festa della Madonna di Loudes, andarono in frantumi con l’ultimo incidente le lenti multifocali, decretando la fine delle mie sicurezze.
Voglio ringraziare la Madonna perché mi ha aperto gli occhi ad una nuova dimensione, quella della fede che non ha bisogno di lenti per stupire di fronte alle meraviglie del creato, di fronte a tutto ciò che è uscito dalle mani di Dio.
Voglio ringraziare quell’amica un po’ snob che per Natale mi regalò un piccolo presepe, racchiuso in una piccola scatola.
Natale 2002
Più penso al presepe, e più mi immergo nel mistero della notte di Natale in cui Dio si è fatto vedere e si è donato a noi. Quando Laura, un Natale di tanti anni fa, mi regalò il minuscolo presepe messicano di ceramica bianca e blu, contenuto in una piccola scatola dipinta con tanti alberelli e stelle luccicanti, non pensai che quello era un tuo regalo, Signore, non pensai che mi volevi parlare come poi hai fatto, attraverso quel dono inusuale e stravagante che mi veniva da una non credente un pochino snob e tanto ricca.
Ho pensato che aveva avuto buon gusto nello scegliere e l’ho invidiata per la possibilità di camminare alla ricerca di cose straordinarie e di comperare ciò che voleva con i soldi che aveva. Laura era uscita fuori dagli schemi con quel presepe, come sempre si era distinta con i regali acquistati nei negozi di lusso.
Io la ricambiavo, rompendomi la testa e le braccia, con marmellate e sottaceti e conserve fatte con le mie mani.
Le ho sempre regalato cose che lei non poteva comprarsi con i soldi e anche quell’anno, soddisfatta, ricambiai il dono in tal modo, commiserandola per ciò che non sapeva fare, esaltandomi per ciò che io riuscivo a fare.
Laura, quel piccolo presepe sicuramente non ci aveva messo molto a trovarlo, mi accorsi l’anno dopo, che avevo ricominciato a girare, che i negozi ne erano pieni, ma, alla distanza, il regalo speciale che non si compra, non io ma lei l’ha fatto.
Sì perché il presepe ha cominciato a parlare a trasmettermi pace, calore, senso da dare ad un Natale che ogni anno diventava una conta di morti, un’angoscia per chi non ritorna, per gli anni che passano, per i pesi che si accumulano sopra le spalle.
7 gennaio 2003
Davanti al presepe che mi accingo a smontare penso a Nuccio, il fratello da cui mi ero separata a causa di un grazie che non gli riusciva di dirmi, ogni volta che gli portavo il regalo, il 5 gennaio di ogni anno, giorno in cui era nato.
Penso alla rabbia che con il tempo aumentava e continuavo a portarmi dietro, per quel dovere che mi pesava sempre di più e che alla fine non volli più assolvere.Penso con malinconia alle conseguenze di quel gesto che ci privarono dell’unica occasione di incontrarci e di tenere ancora in vita un legame, che nel cuore non avevamo mai cancellato.
Penso all’orgoglio che non ci permise di passare sopra a tante cose, alle occasioni mancate di gioire e di condividere affetti ed esperienze comuni
Penso poi alla sua malattia, un fulmine a ciel sereno, penso a quel tumore al cervello che lo aveva proprio fatto uscire di testa, se aveva cominciato ad andare alla Messa, tutte le mattine alle sette.
Penso alla novena che iniziò a Padre pio, si vedeva che il male faceva progressi, mi dissi allora, penso al suo desiderio di un sacerdote che gli portasse l’Eucaristia, ma quando ce lo fece capire, non c’era più tempo per ridere delle sue apparenti stranezze.
Penso al mio darmi da fare per cercargliene uno, perché i moribondi hanno diritto a vedere un desiderio esaudito, e penso a quell’Ostia bianca che brillava nella camera con le serrande abbassaste, a mia madre e mia sorella in ginocchio, a me che non potevo distogliere lo sguardo dalla luce che da essa emanava, penso al tempo che si era fermato su quell’angolo di paradiso, dove io cercavo di entrare senza ancora aver trovato la chiave
Poi penso alla strada, quella che per anni ho cercato, quella che m’indicò lui, mio fratello, un giorno che, affacciandomi alla finestra, vidi dove portava..
Era venuto ad abitarmi vicino, nel cimitero che concludeva la strada, coperto per anni da un pino, che non me lo faceva vedere.
Da allora cominciai a parlargli, a sentirlo più vicino che mai, ogni giorno che al mattino mi alzavo e vedevo la sua luce filtrare dalla grande casa dei morti, immersa nel verde della collina..
Ma pian piano le cose cambiarono e lo persi di nuovo di vista.

NUCCIO 16 gennaio 2002
Guardo invano in fondo alla strada
Tra le case e le poche piante rimaste.
Cerco un varco tra le nuove venute
Costruzioni dell’ultima ora
Per poterti di nuovo incontrare.
.
Non ti vedo su questa collina
Dove i morti riposano in pace
Dove tu sereno abitavi.

Dalla strada deserta non giungono
Che rari e ovattati rumori.
L’orologio batte il tempo che passa.
Il ronzio del computer l’accompagna.

Non rispondi.
Eppure tutto è tranquillo
Perché tu possa continuare a parlare.
.
Dove sei fratello scomparso, prima ancora che ti conoscessi?
Dove sei compagno di giochi?

La tua voce non arriva al mio cuore
Le mie orecchie non sanno tacere
Perché sento che oggi ho paura.

Paura delle cose che non si vedono
Paura delle cose che sono
Paura di una morte che mi sbarri la strada
Questa piccola che mi sta qui davanti
Paura che tutto finisca
Che rimanga sola a pregare..

Ricordi quando mi salutavi
Ammiccando con la tua lucina tremante?
Era quella in fondo alla fila
Su in alto
Non mi potevo sbagliare.
Mi piaceva parlarti dalla finestra
Mentre il caffè aspettavo che uscisse.
Eri venuto ad abitarmi vicino
E l’avevo scoperto per caso.
Il pino che ti copriva ai miei occhi
Era stato ad un tratto abbattuto
Il cipresso potato di fresco
Si sforzava di farsi da parte
Per portarmi la tua luce nel cuore.
Mi piaceva salutarti ogni giorno
E sapere che mi stavi a sentire.

Ma le foglie hanno cominciato a spuntare
Dai monconi dei rami recisi
Liberandosi dalla forma geometrica
Che le aveva tenute imbrigliate..

Il luogo che ti ospitava
Sottraendosi pian piano alla vista
Diventava sempre più piccolo
Attraverso la vegetazione opulenta
Della primavera inoltrata.

Poi sono venute le case
Numerose, a riempire gli spazi
Arroganti si sono levate
A coprire anche il cielo
In fondo alla strada

Non ti ho più potuto vedere
La mattina alzandomi presto.
Il saluto è diventato formale
Perché ad un tratto tu eri sparito.

Dove sei silenzioso fratello?
Dove sei amico fedele?

Sempre più faccio fatica a parlarti
Pur se guardo lontano in collina
La mia voce rimbalza sui tetti
Nel buio della mattina.

La distanza è diventata abissale
La tua voce non riesco a sentire.

Fratello che non vivi nello spazio e nel tempo
Di questi nostri ingombranti pensieri
Ti prego rispondimi presto
Ti prego rispondimi ancora
Come quando ti mandavo al mattino
Un bacio e una preghiera.
.……………………….
E’ tardi
Si sono accese le luci.
Sui lampioni vestiti di bianco
La neve continua a cadere.
Il cielo è sempre più cupo
Il silenzio sempre più greve.
L’orologio ha fermato i sui battiti
Perché il tempo fa fatica a passare.
Il ronzio del computer è un lamento
Che accompagna il mio pianto che sale.
.
Nella notte che avanza pian piano
Cerco ancora tra le case e il cipresso
Quella luce un pochino speciale
Con cui tu rompevi il silenzio
Per poter insieme pregare.
…………………………
Il cielo pian piano si apre
Al mattino che spegne i lampioni
Con lo sguardo perso nel tempo
Canto questa mesta canzone.
.
Le foglie spuntate sul ramo
Mi parlano della vita che si rinnova
Come anche le case lì in fondo
E i panni stesi ai balconi

Il rumore che dalla strada si alza
Non è l’eco di mesti pensieri
Non c’è più tempo per piangere
Non si può continuare a sognare
……………………
La strada che ho qui davanti
Non è quella che porta in collina
Né questa che il mattino rischiara
E’ una strada tutta speciale
Che mi porta veloce all’incontro.
Se ti cerco nello spazio del cuore
Nel calore di questo richiamo
Non mi serve guardare lontano
Né cercare la tua luce sul monte

Tu sommesso sei entrato qui dentro
Ora brilli
E non devo vedere
Ora parli
E non devo sentire.
E’ bello, insieme, ritrovarsi a pregare.
…………………………………….
Mi piacerebbe farlo davanti al presepe, ogni volta che parlo con lui, perché è lui che mi ha portato dentro la grotta e mi ha fatto vedere Gesù.
Quel 5 gennaio del 2000, giorno del suo compleanno, fu il suo modo tutto speciale, per ringraziarmi dell’amore da me gratuitamente donato, nei suoi pochi giorni rimasti.
……………….
Un altro 5 gennaio mi viene in mente, quello del 1977, che non fu come l’avevo pensato a godermi l’ebbrezza di un sogno, quella di vivere libera dalla bianca gabbia di gesso con cui mi ero fusa nei 10 mesi del tempo, che per me si era fermato.Ma allora non ci furono ali ad accogliermi per farmi volare, ma la disperazione, l’angoscia, la morte che di nuovo mi veniva a trovare.
Ma per mettersi in comunicazione con Dio non c’è albero che ne impedisca la vista, nè gesso, né handicap, se a Lui tieni tese le mani.

Ottobre 2001…
Le mani.
Ieri ho incontrato le mani di un paralitico.
Nel silenzio della preghiera pian piano hanno cominciato a parlarmi.
Erano lisce e bianche come quelle di un bimbo, che si affida a chi lo accompagni dove solo non è capace di andare.
Quell’uomo, con lo sguardo innocente, seduto sopra la sedia a cui, per accomodarlo, non erano bastate due braccia, pregava con gli occhi sereni di chi sta in paradiso.
Le mani giacevano immobili sulle gambe colpite dal male.
Ma ad un tratto, come acqua che sgorga, dalle bocche venne fuori quel canto, che pian piano divenne torrente e poi fiume che, lento e solenne, tutto accoglie nel suo letto scavato.
Fu allora che quelle mani si sono levate, per unirsi al coro degli angeli, che riempiva tutta la chiesa.
Un momento, poi mentre l’una ricadeva pesante, l’altra in alto rimaneva sospesa a salutare il Santo che passava tra i banchi.
Ieri, Gesù non l’ho visto nell’Ostia che il sacerdote sollevava sopra di noi, ma in quella debole mano che prendeva forza da Lui.

Guardo ora le mie, le mani con cui ho costruito la casa del mondo.
Sono gonfie, deformate, lì dove l’articolazione è importante per prendere, afferrare, tenere serrate le tante troppe cose che non volevo lasciarmi sfuggire.
Mentre scrivo, aspettando il mio turno, le osservo.
Con esse ho costruito i miei idoli, le mie certezze, con esse ho percorso il tempo del silenzio e dell’attesa, della paura e della rabbia, facendole muovere in modo instancabile, quando la malattia mi costringeva a fermarmi.
Ora sono andate in pensione, le mie mani, che non hanno conosciuto riposo per scialli, pupazzi, vestiti, coperte, borse e tutto ciò che da esse facevo spuntare.
Non correggono più errori che non mi competono, in compiti in classe per alunni che non ci sono.
Le guardo, disadorne e dolenti. Alle dita due anelli: la fede e un crocifisso piantato in un campo d0
i rose..
Le mie mani, oggi, hanno imparato a pregare.
22 maggio 2004
Guardo questi anelli che porto alle dita e penso a tutti quelli preziosi che Gianni, nel corso degli anni, ha regalato a me, che non ero mai sazia, penso al nostro rapporto difficile, perché per lui era una sofferenza parlare, penso ai giorni vissuti da soli, ognuno a coltivare il suo campo, penso alla Chiesa dove in quel tardo pomeriggio invernale cercai chi potesse dirmi ancora qualcosa, penso a lui che in un’altra Chiesa si trovò a fare la stessa cosa, penso a noi che a Loreto trovammo Maria, la regina delle famiglie, ad accoglierci, a consolarci, a parlarci del dono stupendo che suo figlio Gesù aveva lasciato a tutti gli sposi del mondo, la grazia del sacramento, lo Spirito, che se invocato, fa nuove tutte le cose.
Penso a quest’oggi, in cui i silenzi sono sempre meno pieni di rabbia e i discorsi sempre più pieni di Dio.
Penso alla sfida che ci siamo prefissi e che con l’aiuto del Signore vorremmo vincere: testimoniare come due “io” diventino un “noi” nella costruzione della casa nuova, trasformata in cantiere di santità..
………………………….
La fede, la croce, il rosario, le strade che portano a Dio e che fanno sì che il giorno dell’ascensione non ci sentiamo un po’ orfani perché Gesù se n’è andato, ma pieni di gioia perché con Lui possiamo salire al Padre, e rimanervi, con l’aiuto dello Spirito che continua a camminare con noi.

17 maggio 2004















23 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Un affettuoso saluto, amici, dagli studi di Radio Speranza, un’emittente che ce la sta mettendo tutta per comunicare la speranza, per rendere ragione della speranza, che si sforza di portare ad ognuno di voi, di noi, il fondamento di ciò che crediamo, di ciò che aspettiamo, di ciò che ogni giorno ci è dato come anticipazione della promessa.
Gesù, il Risorto cammina con noi, è entrato nella storia, non quella astratta scritta sui libri, quella che ha l’occhio rivolto solo ai grandi e ai potenti di questa terra, a quelli che sembrano tessere il filo del nostro destino di uomini.
Il Signore del tempo si è fatto piccolo, umile, uno di noi, per poterci incontrare e aiutare nelle nostre anonime storie di uomini per niente speciali, per condividere con noi la pena, l’affanno, la difficoltà del procedere, per tenere alta la speranza che un giorno lo vedremo risplendere alla destra del Padre, diventato anche nostro, grazie a quel pane spezzato, a quel sangue donato per accoglierci nella grande famiglia dei figli di Dio.
Lui, con le mani che ancora portano i segni del rifiuto e dell’ingiustizia, continua a benedire chi lo perseguita, con i piedi lacerati dai chiodi, continua a percorrere le strade del mondo, Dio mendicante che chiede, che supplica che implora la nostra attenzione a che gli prestiamo ascolto perché ha tante cose da dirci.
Come non rimanere folgorati da tanta attenzione, come non rimanere stupiti attratti da questo Gesù, che si lascia crocifiggere ogni momento dall’uomo che lo rinnega, che non lo vuole sentire, che non sa che farsene di un Dio che va controcorrente, che, nonostante tutto, continua a farsi pane spezzato per tutti gli affamati del mondo.
Un Dio che si abbassa, depone le vesti e si mette il grembiule per continuare a lavarci quei piedi di cui non vediamo lo sporco tanto distano dal nostro sguardo e dal nostro naso, non può non risorgere scendendo ancora, negli Inferi, il luogo più distante dal Padre, il luogo dove erano e sono ad aspettarlo tutti quelli a cui non è stata annunciata la buona novella.
Un Dio che risorge scendendo, non salendo, per debellare per sempre la morte, questo è il grande mistero di consolazione che le icone della chiesa orientale propongono.
Quando padre Raniero Cantalamessa in un omelia lo ha ricordato, ho avuto un brivido, perché l’immagine di un Dio che scende a liberare l’uomo dalle catene di un destino senza speranza mi rassicura più di tante in cui lo si rappresenta mentre sale.Un Dio che scende per vincere la morte, per portare luce dove sono le tenebre, per liberare i prigionieri dalle maglie della schiavitù del peccato è veramente un Dio potente, perché ci viene incontro, perché ci tende il braccio, perché ci invita ad aggrapparci a lui la roccia che non crolla, la verità che non delude, la parola che salva.
Tutto questo ho imparato a leggere nel suono delle campane quelle che non avevano smesso di suonare per annunciare la resurrezione del Signore, mentre io dormivo, la mezzanotte del sabato santo.
Ma era necessario che mi svegliassero quelle a martello, quelle che Dio non tiene legate, perché il loro suono deve scuoterci dal torpore, dall’abitudine di dare tutto per scontato, dalla convinzione che a morire sono solo gli altri, che a patire c’è sempre tempo, quelle che ci chiamano a riflettere su ciò che finisce, su ciò a cui non possiamo porre rimedio, quelle che ci portano a sollevare lo sguardo e a chiedere aiuto.
Gesù con pazienza e con determinazione mi ha portato a percorrere la strada del calvario aprendomi le orecchie per farmi ascoltare i sordi e tristi rintocchi di quelle campane che mi parlavano di morte, per portarmi poi nel giardino dove si è fatto riconoscere, chiamandomi per nome, davanti al sepolcro scoperchiato e vuoto.
Per incontrare il risorto, per parlare con lui e riconoscerlo bisogna morire, per godere della resurrezione con lui bisogna salire sulla croce: parole di consolazione e di speranza, ma anche parole pesanti, difficili da accettare e vivere senza ribellarsi o smarrirsi.
Gesù continua a parlare ai nostri cuori, attraverso gli innumerevoli segni di cui è piena la nostra storia, segni che solo orecchie vigili e attente, occhi purificati dal pianto, il cuore aperto all’amore, sono in grado di cogliere e utilizzare per correggere la rotta per godere della consolazione che l’Emanuele, il Dio con noi non è un utopia, ma una realtà viva e presente che non permette nulla che non sia per il nostro bene..
La volta scorsa, rileggendo con voi le pagine del libro relative agli anni 1997 98 in cui ben due incidenti stradali, a distanza di otto mesi, avevano rimesso in discussione tutto il lavoro dei medici che mi tenevano in cura, mi sono sorpresa per le parole usate in quella circostanza
“Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi”
Erano campane che da quel momento non mi permisero più di addormentarmi, perché dovevo bere fino in fondo il calice amaro del fallimento dell’impotenza e del limite, perché mi rivolgessi a Chi quel calice lo trasformasse in occasione di incontro, di resurrezione e di vita.
Il senso? – La morte
Che anno il ‘98! ….mi gira la testa a pensarci.
Quel vagare alla cieca, quel dubbio sempre crescente su ciò che fosse giusto, su ciò che non lo era, sull’esito di quell’andare a tentoni, spiando, guardando, studiando tutto quello che era possibile per trovare il bandolo della matassa.
Che intreccio di strade, di nomi, di cure, di luoghi, di errori, di conferme che mai, mai più potevi uscire dal fosso, dal baratro enorme che pian piano si andava scavando sotto i tuoi piedi.
Il baratro fu così grande che mancò poco che vi annegassi, in quell’anno dove tutto accadde, dove tutti i nodi vennero al pettine, dove la sconfitta e la morte sembrarono avere la meglio.
La grande abbuffata, la sbornia di medici e di medicine, di rimedi antichi e moderni, non l’avevo ancora smaltita, quando, a dicembre, un’altra, questa volta più forte chiamata, mi scosse dall’ingorgo dei pensieri ormai triti e aggrovigliati in se stessi.
Atlante
La vita corre veloce senza che ce ne rendiamo conto
Abbarbicati alle nostre idee, alle teorie inattaccabili da qualsiasi argomentazione, convinti di aver toccato il fondo del mistero, difficilmente ci fermiamo per rimettere in discussione ciò che dentro di noi si è sclerotizzato, convinti che ci siamo fermati già troppo tempo a pensare, riflettere, dedurre.
All’immagine di Prometeo a cui l’aquila di Giove di notte mangiava il fegato, che ogni giorno ricresceva più rosso che mai, a quella di Sisifo condannato in eterno a spingere un masso che ripiombava giù proprio quando era prossimo alla vetta, si era associata e sempre più si sovrapponeva, negli ultimi tempi, quella di Atlante, che sostiene sulle spalle tutto il peso del mondo.
La stanchezza pian piano aveva preso il sopravvento e sempre più spesso mi trovavo a chiedermi che senso avesse quella sfida estrema.
Come un titano continuavo a sentirmi fuori dalla mischia, in una solitudine dolorosa e sempre più angosciante.
L’idea della morte come liberazione e termine delle umane sofferenze mi aveva spesso aiutato a sopportare notti insonni passate a difendermi dagli attacchi inclementi di un corpo impazzito.
Ma non sempre era possibile, anzi sempre più spesso accarezzavo l’idea di una morte dolce, che mi avrebbe liberata per sempre da quel maledetto “dover essere”,
Io che non mi ero mai data per vinta, nemmeno dopo quell’anno da incubo, io che pensavo di poter sconfiggere la morte, quella mia, desiderandola, accarezzandola come premio alla fatica del vivere, mi ritrovai smarrita, sconcertata a pensare a quella, prossima, di mio fratello.
Eppure non era di fatto morto nei miei pensieri, nella mia vita, lui che ne aveva scelta un’altra con amici più spensierati con cui condividere pranzi, balli, gite, all’aperto?
Non senza un pizzico d’invidia venivo a sapere da mamma che era sempre fuori casa, anche quando non lavorava. Non aveva mai avuto un minuto per me, nei lunghissimi anni della mia malattia.
Non mi aveva più guardato in faccia, inspiegabilmente.
Mi ero rassegnata a non avere un fratello, anche se non avevo perso la speranza di riconquistarlo.
Così quando la rabbia per il suo disinvolto comportamento nei confronti di papà, in pericolo di vita, esplodeva in tutta la sua forza distruttiva: LA NOTIZIA.
Non era vero, non poteva essere vero.
Mi sembrava che una nemesi irrazionale e cieca si fosse abbattuta su di lui, che sveniva davanti ad una semplice iniezione, che si rifiutava di mettere piede in ospedale, con la scusa che si sentiva male, lui che non era mai andato a visitare un ammalato, che non si era mai sforzato di capire chi era in difficoltà: proprio lui si trovava ad affrontare la prova più terribile.
Un male incurabile lo aveva colpito, attaccandosi alle parti vitali.
"Adenocarcinoma polmonare con lesioni multiple intracerebrali secondarie", questa la diagnosi dei medici consultati freneticamente da me, che volevo sapere, conoscere, per combattere quell’estrema battaglia, dopo che le indagini di rito avevano messo a nudo la terribile verità.
Non siamo niente, non siamo nessuno, e la lotta non sempre paga.
Ero pronta ad accettare la mia morte, ma non quella sua.
Sola, ad aspettare il precipitare degli eventi, la mia vita si era fermata in un’attesa immobile ed attonita.
Eppure ero fuori dal cerchio della vita già da tempo, anche se sogni e speranze non erano spenti del tutto.
Non mi volevo arrendere, non volevo buttare la spugna, nonostante i ripetuti traumi alla colonna vertebrale mi riproponevano ogni giorno il terribile interrogativo. Continuare o fermarmi?
Quante volte, dopo una notte insonne, mi ero chiesta se sarei stata capace anche solo di arrivare in bagno per lavarmi e vestirmi!
Quante volte ho cercato aiuto in un calmante, per affrontare in macchina il tragitto, peraltro breve, che mi portava a scuola!
Quante volte, arrivata nei pressi dell’edificio con enorme fatica, (avevo il collo bloccato, dolori insopportabili alla testa e alle braccia) ero stata in dubbio se tornare indietro per rivolgermi ad un medico, oppure provare per l’ennesima volta se la scuola e il lavoro fungevano da antidoto!
Quello non era che l’ultimo atto di un dramma che pensavo fosse concluso con la resa incondizionata di me, che non ce l’avevo fatta a dimostrare alla Commissione fiscale che stavo bene e che, nonostante tutto, ero ancora in grado di svolgere il mio lavoro.
La morte si sconta vivendo
Il mio lavoro non era più neanche nei miei pensieri, nonché nei ricordi, né nei desideri, da quando, ad ottobre, dalla Visita collegiale usci veramente malata e che prima di nove mesi no, non potevo tornare a insegnare.
Ed erano stati buoni, generosi, quei giudici distratti che avevano fretta, perché era tardi, perché erano stanchi e non erano abituati a vedere qualcuno piangere per non andare in pensione…
Così, mossi a pietà, mi avevano dato un’ultima chance, non stilando subito il verdetto di morte.
Che strano! Per dimostrare che di danni ne avevo subiti a bizzeffe da automobilisti distratti, non uno ma due collegi giudicanti avevano trasmesso alle rispettive compagnie assicurative che stavo benissimo, che ero un fiore e che nulla mi spettava a risarcimento del danno.
Il CTU, perito nominato dal tribunale, all’orecchio mi disse, prima di congedarmi dalla visita conclusiva, che sapeva come guarirmi.
Bastava che mi facessi curare da lui!
Così vanno le cose in questo paese, o forse nel mondo, chissà!
Mi ritrovavo sempre a dover dimostrare verità difficilmente documentabili.
Non era forse successo a maggio, quando dovetti strenuamente difendermi da una diagnosi scritta, stampata, fotocopiata all’infinito, perché tutti gli uffici competenti sapessero che avevo la depressione maggiore?
A saperlo che la depressione maggiore non è uno scherzo da niente!
Il neurologo, medico mio di fiducia da almeno vent’anni, per non impelagarsi in una diagnosi veritiera, ma per lui incomprensibile (deficit posturale reattivo), mi mise quell’etichetta, quando mi rivolsi a lui per essere esonerata dall’insegnamento gli ultimi giorni dell’anno, visto che, mio malgrado, non ancora ero venuta in possesso di occhiali idonei a svolgere la mia attività didattica.
”Deficit posturale”? … chi vuole che ne sappia qualcosa di questa malattia? … alla ASL non capiscono niente …. ci mettiamo una diagnosi che non può essere contestata da nessuno: …. minimo 60 giorni con una bella “depressione maggiore”…
…no 20 giorni … no … rispondeva a me che lo supplicavo di ridurne al minimo indispensabile il numero.
Quelli che mancano alla chiusura dell’anno scolastico sono pochi……. troppo pochi per questa malattia che le ho scritto …. a questa non potranno non credere.
Sicuro che ci hanno creduto. Ci hanno creduto anche troppo.
… mi volevano togliere seduta stante patente e lavoro!
Anche lì a piangere e a supplicare che la macchina, no, la macchina non me la dovevano togliere …le mie gambe, la mia unica possibilità di movimento autonomo!
E loro a dirmi che la mia era una malattia da DNA impazzito, di quelle che prevedono l’accompagnamento.
A dimostrare che di maggiore avevo solo la rabbia non mi ci volle molto, una volta arrivata, seguendo un iter lunghissimo e stressante, davanti al giudice supremo, la psichiatra della ASL
Ed era tutto cominciato da quegli occhiali andati in frantumi nell’ultimo incidente, a febbraio.
Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione tutto il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità
Per tre mesi m’illusi che quel senso d’instabilità, quel vedersi girare il mondo attorno, quel non poter guardare senza dolore qualsiasi cosa che non fosse fissa, ferma e dritta in basso, davanti ai miei occhi, quei dolori lancinanti al collo, alle braccia, alla schiena, quel non poter stare più in piedi neanche un minuto, tutto questo dipendesse dal fatto che non avevo abbastanza stimoli.
A conferma di ciò c’era il fatto che, appena riuscivo a guadagnare la cattedra, i disturbi scomparivano.
Ecco dicevo, la scuola è la miglior medicina.
A saperlo che, stando più in alto dei miei interlocutori fermi davanti a me, i fuochi delle lenti non davano più problemi! Erano centrati.
Al dottor R., per capire che non era questione di denti ma di occhiali, ci vollero tre mesi, perché fino ad allora non aveva fatto che limar denti, quelli del ponte fatale di 10 anni prima e poi gli altri, tutti quelli ritenuti responsabili di quegli ondeggiamenti paurosi sulle ascisse e le ordinate degli esami posturometrici.
Le corde tirate spasmodicamente sulle braccia, sul collo, sulla schiena, sulle gambe, sui piedi, tendini e muscoli impazziti nell’estremo tentativo di mantenermi in piedi senza che svenissi dal dolore, quelle cercava di allentare con il suo sempre più convulso accanimento sui pochi denti scampati all’inseguimento di un sogno.
Eppure la sua faccia l’avevo vista rabbuiarsi da subito, il suo volto, cordialmente serafico e ironico, sempre più mostrava il distacco che nasce dalla paura e dal dubbio, perdendo la consueta baldanza.
Che c’entrano gli occhiali?mi dissi; ma ormai ero abituata ai colpi di scena.
Una corsa quella vigilia del ponte del primo maggio sulla tangenziale est, intasata di camion a rimorchio, di tir, di macchine che scappavano, fuggivano dalle grinfie della città, sotto una pioggia battente, con noi che eravamo partiti da Pescara la mattina e che avevamo sulle spalle una montagna di chilometri!
Ancora una volta, arrivata a destinazione, pensai che ne ero venuta a capo, che avevo trovato il bandolo della matassa.
A Peschiera Borromeo era ad aspettarmi, tempestivamente avvisato dal mio vacillante puntello, un nuovo specialista, doctor of optometry.
Costui, dopo due ore, passate da me a inseguire pallini, palline, aste, luci di tutti i colori, eroi di bambini che correvano veloci sul piccolo schermo di un occhiale da pagliaccio, mi disse che, sì di occhiali sbagliati si trattava, ma il peggio era … ti pareva che ne uscivo pulita! mi dico …era che gli occhi avevano un difetto, il sinistro in particolare.
Che tipo di difetto avessi, ora che ho cambiato ben sei paia di occhiali, e mi sono sottoposta ad ogni tipo d’indagine, ad ogni genere di sevizie, l’ ho capito, ma da sola e da sola ho cercato il rimedio.
Non che gli interpellati, e sono tanti, si siano discostati tanto dal vero, ma ognuno diceva un pezzetto di verità, fra tante cose sbagliate. Era come un puzzle che aveva confuso i suoi pezzi con quelli di un altro.
Così, attraverso il labirinto delle idee, attraverso i cunicoli di strade che divergono, attraverso un cammino infaticabile di fede e di delusioni, di aspettative disattese, di sogni infranti, di speranze fugaci, di tenacia indiscussa di chi, non si voleva piegare, era, è stato e fu un gioco trovare il pezzo mancante del puzzle?
La croce, il pezzo mancante del puzzle, in questo incredibile ma affascinante gioco dell’oca segna il traguardo di quello che per anni ho pensato fosse un gioco assurdo e crudele, ma che oggi mi parla di una Pasqua che non ha mai fine.
Con l’auspicio che ognuno di noi nel suono delle campane riconosca la voce di Dio che, comunque suonino, ci comunica il suo amore per noi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima trasmissione
19 aprile 2004

22 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro e affettuoso saluto a tutti amici di Radio speranza e auguri di buona Pasqua, di tutto cuore.
Ho sempre pensato che i giorni dedicati alle festività pasquali erano troppo pochi per accorgersene e goderne, e gli auguri o si faceva in tempo a farli prima che tramontasse il sole sulla domenica di resurrezione o non valevano.La frustrazione per non essere riusciti a farlo prima era sempre grande, perché bisognava fare i conti con i giorni lavorativi nei quali si incuneava questo scampolo di primavera, di luce e di sole, un tempo dedicato alle evasioni, alle passeggiate fuori città, un tempo in cui la messa mal si conciliava con la preparazione del pranzo pasquale e dei progetti per la gita tradizionale del giorno dopo.
Non mancavamo però, quando eravamo piccoli, all’ appuntamento del venerdì santo, per vedere la processione che attraversava tutta la città, accompagnata dalla banda, che scandiva lenta i passi faticosi di chi doveva trasportare i simboli astratti di una storia che non ancora ci apparteneva.
Al cordoglio dei grandi noi bambini non potevamo che unire lo stupore per quello spettacolo inconsueto e per il bagliore dei fuochi che senza rumore, dai tetti, dalle serrande abbassate dei negozi illuminavano il passaggio del Cristo morto e della madre vestita di nero.
Poi le frittelle che mamma faceva, una festa, il giorno del digiuno, perché erano di baccalà e di cavoli e quando mai aveva il tempo, lei che era maestra e lavorava lontano, a farle in un altro giorno dell’anno, quando tornavamo da scuola affamati, ed era un miracolo che lei arrivasse prima di noi e avesse acceso i fornelli.
Le uova non erano di cioccolata e ci litigavamo quelle della pancia delle pupe e dei cavalli che mamma faceva per farcele portare alla gita..
Poi siamo diventati grandi e un colpo di spugna è passato sulle uova colorate con la verdura bollita e sulle pupe e i cavalli e le colombe coperte di glassa e di confettini di tutti i colori.
Alla ricerca di una sorpresa che ci appagasse e colmasse il vuoto di tradizioni che i nonni si erano portati dentro la fossa, affascinati dal richiamo lusinghiero delle mode d’oltre oceano, abbiamo seguito il fascino subdolo e allettante di delizie che promettono ciò che non mantengono: le sorprese di latta o di plastica, il mal di pancia immancabile alla fine di tutte le feste.
Quante emozioni, quanti ricordi… sacro e profano si mischiano nella memoria che, con un pizzico di nostalgia, vorrebbe ripescare in quella gioia innocente il senso di un mistero profondo che solo il tempo avrebbe provveduto a svelare, il mistero racchiuso in una festa che finì per non dirci più niente, essendo svanita anche l’ansia gioiosa e impaziente per il momento in cui si scioglievano le campane, a mezzogiorno del sabato santo, sì che tutti le potevamo sentire.
Poi cominciarono a scioglierle a mezzanotte, quando stavamo a dormire, e non ci siamo più accorti che Gesù continuava a risorgere ancora, e che la festa non era finita.
Fu forse allora che la stanchezza ci prese e anche il sonno, sì da non poter ascoltare cosa ci avrebbero detto i dolci e festosi rintocchi che muovevano l’aria la mezzanotte del sabato santo.
Una Pasqua priva di senso per chi non aveva chi gli colorasse le uova e gli preparasse i dolci per una gita che non poteva più fare..
Agli alunni continuavo a dare temi sul significato di ricorrenze cadute in disuso, a chiedere e a chiedermi come si poteva riempire il vuoto del tempo passato a sperare che arrivi il tuo treno, quel treno che ti porti lontano a vivere la vita come l’avevi sempre pensata, come l’avresti voluta, con qualcuno che si facesse carico delle tue difficoltà, dei tuoi limiti, che non ti chiedesse il conto del servizio prestato, e che ti portasse sulle sue spalle ad ammirare le meraviglie dei prati coperti di fiori, dei boschi rinverditi di fresco, e che ti preparasse un cibo che non cambia col tempo e con le stagioni, che non provoca allergie e mal di pancia pure se ne fai un abuso.
Dopo Champoluc, dove mi recai nel 96’ e la delusione che ne conseguì, continuai con più frenesia a cercare l’antidoto ad una vita sempre più avara anche di sogni, ad inseguire l’ennesimo rimedio per non rimanere schiacciata , travolta dal traffico vertiginoso della gente che, come me, rincorreva la chimera di una felicità che rientrava dentro gli schemi.
Continuavo a chiedere risposte agli uomini, dagli uomini continuavo a sperare l’aiuto, quell’aiuto che mi arrivò tempestivo, quando decisi di rimanere sveglia per ascoltare cosa avevano da dirmi quelle campane.
Da"Il gioco dell’oca"
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Il senso? – La fatica di vivere

1996/97
C’è qualcuno che si prese la briga di tenere il conto di quanti medici, analisi, ricoveri, attese, domande, mancate risposte, quanto denaro, tempo, chilometri, furono spesi in quel periodo per rendere meno gravoso il peso di un’esistenza che si trascinava tra un sintomo e un altro, tra un dolore e un altro dolore: lingua, gola, stomaco, utero, braccia, gambe, piedi, mani, collo, pelle, fegato, intestino, tutto era un problema tutto, pareva non funzionare.
Così c’era chi mi diceva di asportare l’utero, chi di non dare peso alla lingua, alla gola, intasati, infiammati … forse era un tumore, forse un’allergia, ma no…:forse anzi sicuramente un disturbo psicosomatico!
…E il fegato? Quello sì che ne aveva di problemi, stando ai disturbi che recepivo e riferivo, ma che la medicina ufficiale si ostinava a non prendere in considerazione.
Magra consolazione veniva dal fatto che l’iridologo, il reflessologo, l’agopuntore e l’omeotossicologo fossero dalla mia parte.
Per cosa?Per sostenere ciò che nessuno voleva sentire, perché bene o male è il servizio sanitario nazionale che comanda per approfondire una ricerca, per autorizzare un ricovero, per esonerarti dal pagamento oneroso di esami, a suo parere inutili.
E poi guai a lasciarti scappare che vai da questi ciarlatani, che stanno lì solo a spillarti dei soldi!
Ha importanza dire che almeno questi ultimi ci avevano provato, ti avevano ascoltato, dando importanza al tuo dolore, alla tua sofferenza e ti avevano in qualche modo aiutato a rialzarti, quando niente e nessuno sapeva darti risposte credibili?
E l’ernia iatale? ce l’ hanno tutti…cosa vuole che le dica…mangi poco… dimagrisca…faccia molto moto, lunghe passeggiate… (io che da una vita me le sognavo la notte, le passeggiate, non riuscendo a fare dieci metri senza dolore)…ma mai, dico mai la menta e la cioccolata, mi raccomando!
E l’utero, che ce l’ha a fare, se le dà tanto fastidio? Meglio toglierlo questo ingombro, data l’età …. i cerotti, sì, i cerotti, vedrà … starà meglio.
Meglio? Starà meglio chi li vende, immagino. Non io, che di benefici ebbi 25 chili messi su in poco tempo e mestruazioni risuscitate che ripresero a tormentarmi con dolori terribili per 20 giorni filati al mese gli altri…ad aspettare il prossimo turno.
Il bello è che ogni volta mi si bloccava la schiena.
Ma tutti soffrono di mal di schiena!
Vuoi mettere una malattia che tutti conoscono, perché prima o poi un doloretto: chi non ce l’ha in quella sede? il tempo che cambia, l’umidità, un movimento brusco, un’infreddatura e poi, quante protrusioni, ernie espulse, migrate, e quante osteoporosi, artriti, artrosi, reumatismi, interventi usciti bene tutti o quasi.
Il popolo dei disturbi alla colonna vertebrale mi sta tutto dinanzi con le sue domande, i suoi dubbi, con le sue poche certezze che confrontava con me ogni volta che mi ritrovavo seduta, a spiegare perché avevo chiesto una sedia, perché non potevo in piedi ad aspettare il mio turno.
Ogni mese ritornavo nella schiera dei normali, non più extraterrestre con una patologia chiara, lampante e riconosciuta da tutti.
Anche i cerotti: tutte le donne in menopausa oggi li portano, … li vuole togliere? … che pazzia … vedrà, vedrà!
Sì. Poi vidi che al seno era nato, per quell’anno di fede indiscussa nei prodigi della scienza, un ispessimento sospetto. Di lì corse a non finire per placare la paura, il dubbio, l’angoscia.
…e l’Eutirox, medicina killer, 150 mg al giorno, che il grande F. dottore professore, studioso ricercatore di fama, mi aveva prescritto?
Ma i tremori, maledetti tremori, i crampi continui, le tachicardie non potrebbero esserne la conseguenza?
…anche un aereo oggi è caduto in America, e non si può dire che sia colpa dell’Eutirox…mi sento rispondere dall’alto di un inaccessibile Olimpo…. anzi, scriverò al suo medico curante due righe.
Conta qualcosa che, in quelle due righe, c’era l’ennesima etichetta appiccicata su tutte le altre, sempre la stessa, sempre uguale: il soggetto è neurodepresso e non accetta la malattia?
Per questo c’era il neurologo che provvedeva a togliermi ogni dubbio, continuando a sostenere che non producevo endorfine e che sì, era meglio, anzi, indispensabile fare una cura, proviamo con questo, anzi, è meglio quest’altro … mi faccia sapere, chi se ne frega.
Ma io me ne ridevo di tutte quelle panzane, perché, cosa incredibile, riuscivo, nel tempo che mi avanzava da questo incubo senza fine, a svolgere il mio lavoro, e anche bene.
La gratificazione che me ne veniva era la medicina migliore per farmi dimenticare tutti i malanni.
Così pensavo quel pomeriggio del 20 giugno 1997, mentre, alla guida della mia auto, mi accingevo a buttarmi alle spalle la fatica di un anno vissuto intensamente ed eroicamente per far trionfare nel mio istituto un progetto di formazione e prevenzione del disagio giovanile.
Ero andata avanti, nonostante i mille ostacoli della burocrazia, del preside, dei colleghi, di tutti quelli che non vogliono o non possono aprire gli occhi al dramma di chi non riesce in tempi accettabili ad entrare nell’ingranaggio di una scuola, che ha dimenticato il suo ruolo primario: quello formativo.
Ero orgogliosa dei risultati ottenuti, nonostante il più fosse ancora da fare.
Persa nei miei pensieri dell’ieri e del domani, a fatica, tornai alla dimensione presente quando mi accorsi che ero stata brutalmente scaraventata sulla macchina che mi precedeva di alcuni metri da un autista distratto e frettoloso.
Non ho mai pensato che il pericolo potesse venirmi da dietro, per cui non mi resi conto subito di cosa fosse successo.
Qualcuno mi convinse ad andare al Pronto Soccorso.
Ci andai riluttante.
Altre volte per problemi ben più gravi non avevo ritenuto opportuno recarmici.
Ma la giornata era calda e io non avevo né voglia, né forza sufficienti per discutere.
Quella che sembrava una piccola contusione, con il passare delle ore, si rivelò in tutta la sua gravità.
Così sperimentai una nuova localizzazione del dolore che si aggiunse alle altre, senza annullarle. Non avevo mai sofferto di mal di testa fino a quel momento, per cui mi trovai impreparata ad accogliere quel dolore devastante, che m’impediva anche di pensare.
L’uso delle braccia divenne sempre più problematico, come anche quello degli occhi.
Dovetti rinunciare alla dolce abitudine di scrivere.
Eppure il sogno di portare a compimento l’opera iniziata con la lettera al dott. R., da inserire in una mia biografia, era rimasto nel cassetto.
Di sicuro c’era il titolo: “Il gioco dell’oca”
Non era forse la mia vita un grottesco gioco a dadi con un avversario invisibile, dove il caso sembrava dominare gli eventi?
Sono dadi truccati, mi dicevo, perché nonostante avessi affinato le tecniche, nonostante avessi studiato tutte le possibili mosse dell’avversario, mi ritrovavo sempre al punto di partenza.
Con sempre meno forza e meno entusiasmo, mi ritrovavo a tirare i dadi, ma mi andavo sempre più convincendo che mancava il senso a quell’altalena infernale di esaltazioni titaniche e di abbattimenti sconfinati.
Anni addietro Gianni, mio marito, mi aveva regalato un libro dalle pagine bianche, tutto da scrivere, con la sola stampa del titolo e del nome dell’autore sulla grande copertina gialla.
Testimone silenzioso di tante notti insonni mi aveva visto riempire il vuoto di giornate interminabili, lontana dal flusso impetuoso della vita che scorre fuori dalle finestre, lontana dai rumori assordanti della città che lavora e produce, con la registrazione fedele di tutto ciò di cui facevo esperienza, nei fogli bianchi dei miei sempre più numerosi diari.
Il senso? La morte

Ma il senso di quella storia infinita dov’era, dove cercarlo? Perché scrivere? Per chi scrivere?
All’entusiasmo iniziale per le nuove cure, alla fiducia indiscussa sull’efficacia delle terapie, cominciò a subentrare la rassegnazione a un destino di sofferenza e di morte.
1997/98
Mi trovai così, all’inizio dell’anno scolastico, a trascinare un corpo colpito duramente, frastornata, ma non ancora rassegnata a gettare la spugna, perché nel lavoro trovavo l’unica giustificazione e l’unico senso al mio andare.
In tutti i modi cercai di sopravvivere ai continui attacchi del male che con i suoi mille tentacoli m’impediva di muovermi. mi soffocava, mi stringeva da ogni parte, mostro terribile dalle molteplici facce, nuove e vecchie ad un tempo. Sempre più il peso di ciò che facevo mi ripiombava sulle spalle dolenti e stremate.
Con sempre meno entusiasmo parlavo degli obiettivi e delle conquiste dell’uomo, della cultura dei popoli che ci hanno tracciato la strada, con sempre meno efficacia riuscivo a trasmettere ciò a cui avevo smesso di credere.
I volti annoiati e distratti dei ragazzi mi riportavano a quando, non era passato neanche un anno, bastava uno sguardo per rassicurare, correggere, istruire, bastava uno sguardo per comunicare certezze sudate, sofferte, e apparentemente possedute.
Per forza d’inerzia, animata dal ricordo di ciò che era stato, andavo avanti combattendo di giorno (la notte, quella era delle streghe) per l’idea che mi ero fatta di una scuola sopra le parti, di una scuola dove si costruiscono sogni che sicuramente si avverano: la scuola maestra di vita, la scuola che affianca, sostiene e a volte sostituisce la famiglia nella costruzione del futuro del mondo che cambia.
Gli utenti, quelli sì che erano cambiati! Nel grande carrozzone man mano diventavano sempre più piccoli i docenti e i discenti, per far posto ai nuovi protagonisti, ai benefattori dell’umanità futura: presidi e genitori.
Quello che contava, che conta nell’azienda di Stato, nata da poco, è il famoso pezzo di carta, conseguito nel più breve arco di tempo.
Come? C’è ancora qualcuno a cui importa?
Quale molla poteva ancora continuare a spingermi per risorgere dall’ennesimo attacco?
Ne avevo passate tante, non poteva un colpo di frusta prostrarmi a quel modo.
Ma se lo spirito tardava a consegnare le armi il caso dette una svolta decisiva all’altalena del dubbio.
1998
Di automobilisti distratti ce ne sono molti e chissà quante storie si possono raccontare sui colpi di frusta.
Quell’11 febbraio 1998, mentre, sovrappensiero, tornavo dall’ennesima terapia (questa volta alla spalla destra), un altro soprappensiero mi piomba addosso, facendo volare in frantumi gli occhiali multifocali da poco acquistati.
Il colpo non fu tanto violento, ma la paura sì, tanta, tanta da farmi irrigidire come una lastra di marmo, così da sentirmi sulla testa, sul collo e su tutta la colonna un dolore lancinante di corde spezzate.
Mi precipitai al Pronto Soccorso, senza che altri mi ci spingessero, come era avvenuto otto mesi prima.
Cominciai con 15 giorni di prognosi che poi divennero mesi e poi anni, perché la storia non è ancora finita.
Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi.
La scuola, il dottor R., i permessi per potermi curare, il preside, i certificati, i controlli che non mentissi, da parte della A.S.L., da parte della Compagnia assicurativa, ….vertenze di soldi, d’idee, scontri fittizi e reali con gente che pensa, presume, che ne sa più di te, che ti assale, ti annega, ti esalta, ti copre d’insulti, ti compiange, ti spiega, ti indottrina, ma mai nessuno che ti ascolta davvero, nessuno …nessuno.., nessuno…
Ma io chi o cosa stavo ascoltando? Nel suono delle campane dovevo cercare il senso di una festa che doveva venire.
Con le orecchie tese a percepire quanto hanno da dirci, uniamoci nella preghiera per questo nostro mondo così sordo alla voce dello Spirito.
12 aprile 2004

21 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro saluto a tutti,  amici che non ci avete abbandonato, nonostante le difficoltà di ricezione di questi giorni.
La tentazione di cambiare programma, premere un pulsante per sintonizzarsi, una volta per tutte, su un’altra frequenza è stata grande, quanto quella di spegnere la radio e non pensarci più.
Fuor di metafora, cambiare strada spesso non è una necessità ma una tentazione che ci viene quando il percorso è irto di ostacoli che non ce la sentiamo di affrontare.
Ma più spesso la difficoltà nasce dal fatto che ci ostiniamo a percorrere strade sbagliate e non vogliamo sentire ragioni.Ogni volta che le cose non vanno come vorremmo, dovremmo chiederci dove stiamo andando e perché.
Ma il tempo di fermarsi e riflettere non lo troviamo e neanche lo cerchiamo, tutti intenti a fare, muoverci, agire in una qualsiasi direzione che ci anestetizzi dai pensieri angosciosi di sofferenza e di morte.Passiamo la vita a esorcizzarla, a far finta che non ci sia, che non ci riguardi, convinti che è cosa che capita agli altri, augurandoci di morire nel sonno così non saremo costretti a pensarci..
Viviamo con gli occhi bendati, ostinandoci a negare l’unica cosa certa che non ha risparmiato neanche il figlio di Dio, che ha voluto in tutto essere solidale con l’uomo da condividerne persino il destino di morte, non scegliendo sicuramente la più indolore.
Già morire è una brutta parola, che fa venire i brividi lungo la schiena, solo a pronunciarla..Ma cosa significa, cosa nasconde questo evento, su cui Gesù ci chiama a riflettere, specie nella Settimana santa che stiamo vivendo?
“Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua. .Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.( Lc 9,22-24).
A quale morte Gesù ci chiama? Forse a quella fisica che è scontata per tutti? Sicuramente no, visto che non c’era bisogno che si scomodasse tanto perché ne prendessimo atto.
Il senso lo dobbiamo cercare in quel rinnegare noi stessi, che non è automatico, che non dipende dalle circostanze e dagli altri, è quel farsi da parte, diventare piccoli piccoli, appoggiandosi a Lui perché la morte sia sconfitta per sempre.
Rinnegare se stessi è morire alle nostre idee, ai nostri progetti, alla nostra volontà, per fare spazio alla Sua, questo è l’invito che dobbiamo accogliere, mettendoci in cammino alla volta di Gerusalemme, dove ad aspettarlo c’era l’unica morte che dà la vita, quella spesa per gli altri.
Il deserto fu la palestra dove imparò a morire, come uomo, lottando contro la tentazione del successo, del prestigio, del potere, delle conoscenze e delle parentele che contano, dell’autosufficienza, lui che era Dio e che volontariamente aveva rinunciato a tutto questo il momento in cui, incarnandosi, aveva consegnato la sua volontà al Padre.
Nel deserto imparò a morire a sé stesso fidandosi di Lui, dando allo Spirito la possibilità di riempirlo a tal punto da non temere nulla, nemmeno la morte.
Pur sapendo a cosa andava incontro, Gesù non decide di cambiare strada, cercandone una più agevole e meno pericolosa, perché la molla del suo agire era l’amore, che lo legava al Padre e a tutti quelli a cui Lui l’aveva mandato.
“Io sono la via, la verità la vita”, le parole di Gesù, e dobbiamo credergli, se per testimoniarne la verità, ha pagato un prezzo così alto.
Ma solo se ne facciamo esperienza, ci accorgiamo che queste ci danno la forza di scavare, strade lì dove apparentemente non esistono e arrivare con certezza ad un traguardo che non delude.
La scorsa volta concludendo la lettera al dottore di Milano, mi chiedevo se avevo trovato la strada, se era così importante cercarla, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
Era il 1996 e la mia fiducia la riponevo ancora tanto negli uomini e nei loro rimedi.
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Da "Il gioco dell’oca"
Quante cose erano successe da quando Daniela mi aveva annunciato che aspettava un bambino!
Erano passati appena due mesi da quando inaspettatamente me la vidi comparire all’Istituto di riabilitazione che ormai da un anno frequentavo.
Piccola, minuta, con gli occhi smisuratamente grandi, era tornata al lavoro dopo un lungo periodo di assenza.Ne avevo sentito parlare come l’unica fisioterapista del Centro che avrebbe potuto aiutarmi. Ma non pensavo fosse possibile.
Il suo terzo bambino, affetto da una rara e terribile malattia genetica, si era ammalato ancora. Questa volta era stato il cervello a farne le spese, attaccato da un carcinoma.
L’avevo immaginata con il volto scavato, prostrata dal peso di una croce così pesante.
Appena la vidi, capii subito che l’esperienza del dolore le aveva dato una forza non comune per se e per gli altri.
La paura di non trovare le parole per parlarle dei miei problemi, poca cosa di fronte a ciò che le era capitato, svanì di fronte alla sua capacità di mettersi in comunicazione con la sofferenza altrui.
Così mi potei presentare a lei con la mia disperazione e con la voglia mai doma di provare ancora l’ultima chance.Mi confermò la diagnosi dell’osteopata, dal quale ero in cura già da un anno senza successo.
La cosa incredibile era che esisteva un rimedio!
Mi parlò del metodo Bertelè, un programma di rieducazione posturale, assicurandomi che ce l’avrei fatta.
Così cominciai la nuova avventura con una gran voglia di riuscire e con lo spirito di sempre, incurante dei tremendi dolori alle gambe e alle braccia, che si scatenavano dopo ogni trattamento e che mi riducevano spesso all’immobilità.
Ero confortata però dal fatto che, da quando avevo iniziato la cura, di tanto in tanto il dolore sembrava allentarsi, concedendomi un po’ di tregua.
Aspetto un bambino, disse.
Come farò adesso?
Anche l’ultima esile speranza mi sfuggiva di mano.
Subito mi vergognai di aver egoisticamente pensato a me più che a lei. L’aspettava una gravidanza a rischio, quando era ancora alle prese con la terribile esperienza dell’ultimo nato.
Come potevo illudermi che potesse continuare ad occuparsi di me? A torto pensai che non l’avrei più rivista.
Mi dica dove ha studiato; quand’anche fosse la luna ci andrò.
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La luna, quella che aveva incantato Giovani e me quel pomeriggio che non sembrava mai finire, la luna, il luogo dei sogni irrealizzati e irrealizzabili, lontana quanto basta per non deluderti, se ti venisse la voglia di farci un viaggio, trascorrervi una vacanza.
Senza acqua, né aria, sicuramente ti passerebbe la voglia di andare così lontano, per trovare ciò che hai vicino, a portata di mano e non te ne accorgi.
La luna era Champoluc, dove la dottoressa inventrice del metodo applicato da Daniela si trasferiva l’estate con tutto il suo staff, ma a differenza di questa, non bisognava prendere un’astronave, per arrivarci, e di aria e di acqua ne aveva d’avanzo per dare vita ad un paesaggio da mozzafiato con il massiccio del Monte Rosa che si stagliava alle spalle e i boschi e i torrenti e il sole che faceva brillare la neve sulla cima del grande ghiacciaio e le case immerse nei fiori e tutto quanto neanche la fantasia riesce ad inventare.
Poi l’albergo di lusso, i terapisti, la dottoressa impeccabile con il suo camice bianco e i malati…
Già i malati erano l’unica cosa stonata in quella cornice di sogno.
Erano quasi tutti bambini e ragazzi, gli ospiti dell’albergo, affittato per l’occasione dall’equipe del Centro di ascolto,qualche mamma, qualche nonna e…molte badanti.
Erano i figli dei ricchi che se lo potevano permettere di parcheggiarli in quel luogo per andare finalmente in vacanza.
Il dolore innocente, quello incontrai in quel luogo, la luna che, come quella che si staglia nel cielo, ha il suo rovescio, se poco poco ti ci avvicini.
I malati, i grandi malati li avevo incontrati negli ospedali, ma i bambini no, mai… anzi sì, ora ricordo, il primo anno che insegnai a Francavilla in un Istituto di poliomelitici.
Allora non avevo strumenti per vedere, i loro occhi tristi, i loro stanchi sorrisi.
Non mi parlarono le loro stampelle, né la disarmonia dei loro corpi straziati.Non mi accorsi che non c’erano madri, né nonne, né badanti che li accudissero, che erano stati affidati alla carità e alla pietà dello stato che non sapeva o poteva fare di meglio che lasciarli chiusi là dentro.
Trent’anni dopo mi trovai a soffrire con loro e per loro, quelli che la società accantona e nasconde, per la prima volta affondando i miei occhi nei loro, cercando di carpirne il sorriso con una stretta più forte della mano, con il tocco leggero delle dita ad imitare una carezza, con l’incapacità di andare oltre per paura di perdermi.
Quando, finite le terapie, una sera con la dottoressa ci recammo alla baita, arroccata sulla montagna, per incontrare un prete in esilio che celebrava le messe in soffitta, e ci mettemmo a parlare di Dio, urlai con quanto fiato avevo in gola, che Dio è amore, per convincere me prima di tutti, ma fui prontamente smentita da chi pensava di saperne di più.
Lui, il santone, mischiando sacro e profano, non ci stava ad affermare ciò che lo avrebbe portato nella sfera dei giusti, del Giusto che non si dovette nascondere per proclamare la verità e che in esilio c’era venuto per testimoniare l’amore,. L’amore del Padre che aveva donato suo figlio per celebrare la Pasqua con noi e la messa non avesse mai fine.
Canto:Gloria al Signore che salva
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Da "Il gioco dell’oca"
1996
L’esperienza fatta a Champoluc, non aggiunse nulla a ciò che ormai avevo capito, grazie alle sollecite e sapienti cure di Daniela.
Dalla dottoressa mi aspettavo molto di più di quello che fu in grado di darmi.
Ma se da un punto di vista umano, fin dal primo momento, qualcosa non funzionò tra me e lei, da un punto di vista strettamente professionale, mi dette indicazioni e consigli di cui feci tesoro.
Fu grazie a lei che conobbi il dottor R., fu lei che mi fece notare la mia intrinseca difficoltà ad accettare il dolore, ad andargli incontro senza irrigidirmi.
Non volle sapere nulla di me, non prestò ascolto né quella volta, né le successive a ciò che le andavo dicendo, come se già tutto sapesse.
Quell’esperienza mi aiutò a capire che non esistono verità assolute e che tanto più grandi sono le aspettative, tanto più doloroso è doversi ricredere.
Comunque eseguii a puntino tutto quello che lei ritenne utile al mio caso, comprese le terapie che fui costretta a fare a Pesaro, in attesa che Daniela tornasse al lavoro.
Il ricordo di quei viaggi con scadenza settimanale è allucinante.
Continuai, nonostante che, dopo ogni trattamento, non fossi in grado per molti giorni di muovermi senza essere straziata da spasmi dolorosissimi..
Continuai perché ci credevo, perché non avevo scelta, perché non si dicesse che gettavo la spugna alla prima difficoltà, perché ero convinta che quel metodo era giusto.
Ma ci sono terapisti e terapisti.
In quel periodo ne cambiai tanti, ma non tutti riuscivano a dare al mio corpo gli stimoli giusti per farlo tornare a funzionare.
Ero sicura che prima o poi qualcuno ci sarebbe riuscito, anche se non sapevo quando.
L’unica a non crederci fu la dott. B. che mi congedò in occasione dell’ultima visita con un laconico biglietto, in cui si diceva che quella terapia non faceva per me.
Non furono dello stesso avviso Daniela e il dott. R., che mi consigliarono di insistere.
Convinta che era solo questione di tempo, mi armai di pazienza, pronta ad affrontare qualsiasi disagio, dolore o sofferenza, pur di arrivare alla meta.
Avevo trovato la strada. Chi avrebbe potuto fermarmi?
Così, almeno pensavo.
La strada passava per Champoluc, per i suoi boschi, per le sue montagne, ma anche e soprattutto per le persone che vi incontrai, per la sofferenza di cui traboccava l’albergo che ci ospitava, per quell’uomo, ritenuto un santone che non voleva credere alla misericordia di Dio, per il desiderio di cercarla lì dove mai avrei pensato che fosse, per Daniela che doveva mostrarmela tutta, non attraverso l’handicap del suo bambino malato, né quello di tanti suoi pazienti di cui continuava a parlarmi, ma nel suo donarsi a tutti quelli che a lei chiedevano aiuto o di cui lei percepiva il bisogno.
Daniela mi mostrò il volto misericordioso di Dio attraverso l’amore che passava per lei, per le sue mani, per il suo cuore, quell’amore che non risparmiò l’Innocente, il figlio di Dio dal patire e dal morire, perché si smettesse per sempre di soffrire e di morire..
Solo ieri Gesù, a cavallo di un asino entrava in Gerusalemme, in un tripudio di folla osannante, poi il tradimento, l’abbandono, il Calvario, la croce.
E’ questa la fine della strada?
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5 aprile 2004
Venticinque anni, tanti ce ne sono voluti, perché mi accorgessi dove portava la strada che ogni mattina osservavo affacciandomi dal balcone della cucina.
Era bella, piena di vita, al tramonto, l’estate, quando i bambini, attratti dalla frescura, si divertivano a giocare a pallone o si lanciavano sulle biciclette e i tricicli, perché di macchine ce n’erano poche e la strada era chiusa lì in fondo.
L’estate le piante di more s’insinuavano tra i muretti sbrecciati, le coppiette si stringevano più forte dietro le piante di fichi, una festa, le sere di agosto con il sole che, tramontando, restituiva un po’ di ombra alla terra assetata della strada, che non era ancora stata asfaltata.
Che portasse al cimitero non me n’ero mai accorta, per via di quel pino che hanno tagliato da poco e che lo nascondeva ai miei occhi
Ora è dritta, davanti a me, mentre scrivo e penso alla festa che deve venire, ma che sento già invadere l’aria e permeare di sé i cuori guariti dal pianto e dalla paura..
Quante morti dovevo subire, quante accettare per guardare oltre il pino tagliato e non smarrirmi, quel pino che per tanti anni aveva materialmente e idealmente chiuso e concluso la strada, nascondendo ai miei occhi le tombe del cimitero, sparpagliate sulla collina, ombreggiate dal verde degli alberi che tenevano al riparo da sguardi indiscreti il sonno dei suoi abitanti.
Dovevo imparare a morire, pian piano sentirmi l’accetta addosso di quel figlio che se ne andava, nella sua casa di sposo, di quel pino tagliato di fresco che mi aveva svelato il segreto che nascondeva, l’accetta di quel bambino che con la sua malattia mi aveva tolto Daniela e di quell’altro che reclamava sua madre perché voleva nascere e aveva tutti i diritti a portarmela via, l’accetta di quella terapia ritenuta miracolosa, che avrebbe dovuto liberarmi dall’handicap da cui volevo fuggire, l’accetta impietosa di una fine che arriva inaspettata, quella di mio fratello, la prima volta che non avevo trovato rimedi.
Quel fratello mi era venuto ad abitare vicino, dopo anni di lontananza e lo potevo vedere ogni mattina, quando mi alzavo e aspettavo che uscisse il caffè, dalla finestra della cucina.
Questa strada ora osservo e mi parla di morte e di vita attraverso le foglie degli alberi che sono spuntate sui rami, attraverso il sole che ogni giorno scompare dietro le case del cimitero, attraverso la luce che lo rischiara quando al mattino si alza nel cielo, attraverso la forma mutata di una strada, da poco asfaltata, dove prepotenti lampioni oscurano le piccole luci della grande casa dei morti che riposano sulla collina.
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Un Dio di amore che è venuto a predicare la morte, come avrebbe potuto convincermi? Come io avrei potuto convincere gli altri che era vero il contrario?
Nell’ultima cena ho trovato la chiave per entrare dentro il mistero di una morte che dà la vita, di un albero spoglio issato sulla collina, che continua a germogliare e a saziare tutti quelli che hanno fame e sete di amore, tutti quelli che cercano Dio.
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Preghiera
Signore ti ringrazio perché mi hai dato la vita, per godere della vita, non della mia Signore, ma della tua quella che tu hai donato sulla croce, quella che ci chiami a donare ai nostri fratelli.
Ti lodo ti benedico perché sei un Dio di amore, perché mi chiami all’amore, perché in me e in ogni uomo hai messo il desiderio insopprimibile di te.
Ti ho incontrato inchiodato ad una croce, mentre ti cercavo nel cielo, nelle stelle, nello spazio infinito, azzurro e astratto dei miei sogni, delle mie fantasticherie .infantili..
Ti cercavo Signore dovunque c’era grandezza, potenza, gloria, ti ho incontrato nudo, piagato, sofferente, coronato di spine, inchiodato ad un legno..Ti ho cercato nella vittoria, ti ho incontrato nella sconfitta, ti ho cercato in alto e ti ho incontrato mentre ti accingevi a lavarmi i piedi.. Ho guardato il tuo volto sfigurato, il tuo corpo piagato, la tua nudità blasfema e ti ho riconosciuto. Quel volto dell’amore che non riuscivo a trovare lontano, tu l’ hai mostrato a me nella pena dipinta sul volto dei miei fratelli che cercavano una carezza, un bacio, un gesto di tenerezza a cui tu mi chiamavi, l’amore che non dovevo aspettarmi dagli altri ma che dovevo dare a quelli incontrati sulla mia strada.
Signore ti ringrazio dell’invito che fai ad ogni uomo prima di metterti in cammino sulla strada che porta al calvario, quello di cenare con te, ti ringrazio di quel pane e di quel vino, viatico indispensabile perché possiamo aspettare senza paura la tua ora, la nostra ora.
Canto:Davanti a questo amore
5 aprile 2004

20 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore

Un caro e affettuoso saluto a tutti amici radioascoltatori.
Radio Speranza ha ricominciato a funzionare a singhiozzo, dopo la brutta influenza che si è presa e che non ancora l’abbandona del tutto.
Siamo in piena Quaresima, e non ci dobbiamo meravigliare se le cose vanno come vanno, se il bene fa tanta fatica ad emergere e affermarsi, se una voce cattolica, come quella di questa emittente, viene messa a tacere o mischiata alle voci profane, che vogliono a tutti costi richiamare l’attenzione su ciò che non appaga ed è destinato a morire.
Questo tempo di preparazione alla Pasqua è un tempo difficile per ogni persona, che si sia messo in cammino alla volta della città santa, seguendo le orme del maestro attraverso il deserto, dove fu sottoposto ad ogni tipo di tentazione, dalla quale uscì sempre più che vincente, grazie a quel legame indissolubile che lo teneva stretto al Padre mediante lo Spirito.
Se vogliamo partecipare alla Pasqua e far festa con lui; non possiamo esimerci da ricalcare le sue orme, entrando nel deserto dove le luci del mondo sono spente e i bagliori, di tutto ciò che ci distrae dall’essenziale, è solo un lontano ricordo.
Entrare nel deserto, significa fare il deserto dentro di noi, fare pulizia di tutto ciò che non gli appartiene, di tutto ciò che ne offusca o ne deturpa l’immagine, creare le condizioni per l’incontro con Lui, lo Sposo, che ci aspetta nella sala alta della casa, il Giovedì santo, dove ci consegnerà il viatico per non venire mai meno, per non morire di fame, rimanendo in comunione costante con lui.
Questo quindi è un tempo di lotta con il nemico, che le studia tutte per farci soccombere.
La sua è un’arte sottile, che tende ad alimentare l’orgoglio, origine di tutti i mali, che affliggono l’uomo, da quando volle mangiare del frutto dell’albero e diventare padrone del suo destino.
Il diavolo è il grande divisore, colui che porta l’uomo a odiare o invidiare gli altri, convincendolo che sono un ostacolo alla sua felicità o uno strumento per la propria realizzazione o autoaffermazione.
Egli, il nemico di Dio, non fa altro che opporsi alla Sua azione, che tende a unire, mettere in relazione se stesso con tutte le sue creature perché l’affresco, il grande mosaico prenda forma e mostri il suo disegno di salvezza, dove ogni tessera, anche la più insignificante, se presa da sola, acquista valore solo se inserita nel meraviglioso quanto imperscrutabile disegno salvifico tracciato dalla Sua mano.
La lotta è quindi quella contro ogni tipo di divisione, la preghiera è finalizzata a che ciò non accada, il campo di battaglia è la nostra vita, la nostra storia, spesa ogni giorno nella famiglia, nel condominio, nel lavoro, nelle amicizie, in ogni relazione più o meno difficile.
Il deserto a cui ci chiama la Quaresima è quello che ci porta a vedere l’essenziale, a fare affidamento solo sulla roccia salda che è Cristo, mentre la lotta all’ultimo sangue viene combattuta sulle strade di questo mondo, sempre più povero di Dio.
Non illudiamoci che la violenza, e tutto ciò che consegue, siano cose che appartengono agli altri, che noi non ci possiamo fare niente, se non bei discorsi e magari manifestazioni pacifiste con tanti striscioni altisonanti quanto ingombranti.
Se riflettiamo un poco, ci accorgiamo che ciò che accade tra le nazioni non è che l’amplificazione di ciò che succede nelle nostre famiglie, nel nostro condominio, nel nostro ambiente di lavoro, dove ci sembrano tutti sbagliati, dove si fa una fatica a procedere perché non sono come noi li vogliamo, più buoni, più gentili, più generosi, più rispettosi, più educati ecc.. ecc.. ecc..
Ci sforziamo di immaginare un mondo migliore, cambiando i connotati a tutti, ma ci guardiamo bene dallo specchiarci, per paura che poi anche noi abbiamo bisogno di un lifting, non si sa poi con quali risultati.
E pensare che, se invece di specchiarci negli stagni putridi e inquinati di questo mondo, ci specchiassimo in Dio, ci accorgeremmo che non c’è macchia che lui non deterga, non c’è uomo che non sia bello ai suoi occhi, purché si lasci guardare e guidare da Lui.
La grande lusinga è che l’uomo basta a se stesso, che non ha bisogno di aiuto, che non ha bisogno di Dio.
Se Gesù è riuscito a rifiutare tutte le ingannevoli proposte di satana, è perché lo Spirito era con lui, lo spirito di amore, che lo univa al Padre e a tutti gli uomini, a cui il Padre lo aveva mandato.
Spirito di amore e di sacrificio rendono possibile il godimento di una festa che non finisce il sabato santo, il settimo giorno, ma che apre la strada all’ottavo, la domenica, il giorno del Signore, il giorno in cui Lui si dona a noi oggi e sempre.
Canto:Questo è il mio corpo.
In questi giorni ho avuto modo di sperimentare tutto questo, attraverso le piccole e grandi prove a cui il Signore mi ha chiamato, come la malattia dei miei anziani genitori, il ricovero in ospedale di mio padre e poi quello di Giovanni, il più grande e il più piccolo, vittime innocenti dell’influenza che si è accanita sui più deboli e bisognosi di cure.
Ancora una volta ho toccato con mano come la famiglia, sia un valore imprescindibile in questa società, dove i rapporti sono regolati dal dare e dall’avere, dove il privilegio di pochi schiaccia ed umilia il bisogno dei molti, dove la persona è rispettata per quello che sembra e non per quello che è.
Quando la molla dell’agire non è il proprio tornaconto, quando le parole non sono per esaltare il proprio operato, quando la luce che guida i nostri passi è la luce di Cristo, quando la verità non ha mille facce, ma si poggia su una parola, la Parola che salva, il Verbo incarnato morto e risorto per noi, cosa può farci paura?
Così abbiamo assistito tutti ai miracoli che compie l’amore, mobilitandoci tutti per soccorrere chi aveva più bisogno, pur non essendo nessuno stato risparmiato dal male, come nessuno ha presentato il conto dell’energia, del tempo e del denaro speso perché la famiglia uscisse indenne dalla bufera, affidando al Signore la guida della barca in preda ai marosi.
Due luci, due piccole e timide fiammelle hanno accompagnato la nostra preghiera, mia e di Gianni, due candele accese nel momento del bisogno, che don Gino ci aveva dato il giorno della candelora.Non avevamo mai saputo che farcene di quelle candele, fino a quando qualcuno ci ha detto che si accendono quando arrivano i temporali.
E che temporale è arrivato! Ma quanta luce quelle candele hanno sprigionato!
E’ bello camminare insieme, anche al buio, se in mano stringi una piccola candela, quella che serve per non mettere i piedi in fallo e illuminare solo il pezzo di strada che ti sta davanti..
Questa è la fede, questa è la forza che ci fa sperare che il deserto si può attraversare indenni, senza paura che il nemico ci tenda una trappola.
Il mio pensiero va a tanti anni addietro quando a guidare la barca ero sola, quando le persone erano solo un mezzo per sentirmi realizzata, se non erano un ostacolo, quando Dio lo cercavo lì dove mai avrei potuto trovarlo, quando ancora mi era ignoto dove portasse la strada che da tanto andavo cercando.
I valori, ai quali tendevo, erano prettamente umani e poggiavano sulla forza l’intelligenza e la capacità dell’individuo, senza nulla attribuire a Chi era il datore di tutti i beni, senza a Lui affidare il compimento di ciò che umanamente non era possibile fare.
Questo è il salto vincente, è la grazia che viene a chi la cerca e la chiede con cuore sincero.
Ma per chiedere bisogna prendere coscienza del proprio bisogno.Quando scrissi ciò che vi vado a leggere non avevo ancora conosciuto il deserto.
Da "Il gioco dell’oca"
 1995
Avevo imparato a convivere con l’handicap e avevo rinunciato a tutte le velleità di un tempo.
Costretta ad un’immobilità forzata, le persone e le cose erano entrate dentro di me in modo prepotente e al deserto di un tempo si era sostituito un universo affollato di sentimenti ed emozioni.
Avevo imparato ad ascoltare e a tenere nel giusto conto i problemi degli altri.
Mi piaceva mettere a disposizione la mia esperienza per il beneficio comune.
Mi gratificava il fatto di riuscire a mettermi in sintonia con tutti quelli che incontravo sul mio cammino e a guadagnarne la stima, specialmente quella di chi, al primo approccio, mi aveva considerato un nemico.
Riuscivo sempre a trovare una parola per tutti e ciò mi faceva sentire importante. A me nessuno osava dare consigli, perché tutti mi vedevano forte e sicura.
Ce la mettevo tutta, ogni mattina, perché lo specchio mi rimandasse il volto disteso e sorridente di chi non aveva problemi. Chiunque m’incontrava si congratulava con me per la splendida forma.
Ero fiera del fatto che riuscivo così bene a nascondermi dietro una maschera ironica e sorridente.
Ma la realtà era pronta a smentirmi con incredibile crudeltà.
Ma chi fece il viaggio a Milano per controllare la tiroide?
Eppure le gambe e le braccia, che sembravano staccarsi dopo l’assunzione dell’Eutirox, che doveva tenere a bada gli ultimi venuti, i noduli in cui m’imbattei per caso, quando cercavo risposte che sto ancora aspettando ai miei disturbi digestivi, erano le mie.
Chi conduceva la lotta con gli ansiolitici per mitigarne l’effetto?
E l’utero che aveva ripreso a scalciare dopo un lungo periodo di tregua? E le cisti in testa che si erano ripresentate con rinnovata arroganza?
Forse che le mani funzionavano, con i pollici ingabbiati in un tutore che ne limitava i movimenti?
E che dire della nuova terapia riabilitativa, che facevo il sabato e che, puntualmente, il lunedì m’impediva di andare a scuola?
E il volto rabbuiato del preside, ogni volta che accusavo un malessere?
Quante volte la pranoterapeuta aveva dovuto venire a casa per alleviare il dolore che non mi permetteva di muovermi?
Ma tutto ciò sembra non appartenermi.
La strada
Al di là delle soddisfazioni personali, quest’anno è successo sicuramente qualcosa d’importante.
Lo sguardo sereno e il volto disteso in una pace tanto a lungo cercata ed infine trovata non si possono attribuire ad un trucco sapiente.
Sicuramente nuovi orizzonti mi si sono aperti dopo l’incontro con la dottoressa B. e con lei.
Ma non è solo questo.
Io, che credevo che a tutto si potesse trovare rimedio, che non c’era problema che non potesse essere risolto e che esisteva un unico modo di essere, mi sono resa conto di quanto sbagliavo.
Ho capito che la vita è ricerca, è impegno, è testimonianza, è abbandono nel mistero profondo e affascinante dell’essere.
Mi chiedo se abbia ancora così tanta importanza guarire, se finalmente ho trovato la strada.
Non ho mai pensato che bisognasse chiedere dove fosse. Io la conoscevo, sapevo che non mi potevo sbagliare: era quella che portava lì in alto, su quella cima che gli occhi a fatica riescono a distinguere, perché troppo forte è il bagliore della luce del sole.
La cima non si vedeva ma, per arrivare, ci doveva essere la strada e, se non c’era, avrei provveduto a costruirla, perché troppo importante era quel punto imprecisato del cielo, dove si confondeva l’aria e la terra.
Non importava che quella strada non fosse stata percorsa da nessuno; anzi mi esaltava l’idea di essere la prima a tracciarla.
Percorso fatto in solitudine. Strada lunga e difficile.
Nonostante la fatica, mai mi sfiorò l’idea che quella non fosse la via giusta. Nonostante le cadute, nonostante gli ostacoli, tutto serviva ad alimentare la mia voglia di vincere.
Ora che il cammino mi ha fiaccato, ora che ho forse visto i contorni di quella vetta indistinta, ora mi chiedo se ne è valsa la pena.
Cadere e rialzarsi, piangere e ridere, annullarsi e inebriarsi in una costante altalena d’impotenza e onnipotenza.
Così procede la vita dell’uomo nella disperata ricerca di se stesso.
Così concludevo la lettera indirizzata al medico di Milano che stava conducendo uno studio sulla sindrome da deficienza posturale, malattia che nasce dalla difficoltà a recepire l’appoggio, qualunque esso sia.
E’ incredibile come Dio non abbia smesso un momento di bussare alla mia porta e di parlarmi, attraverso i sintomi di una malattia dell’anima che avevo trasferito sul corpo.
Dovevo fare silenzio, dovevo imparare a morire, per vedere, per capire, per amare.
La chiave era lì a portata di mano, nel chiuso segreto di una stanza..
31 maggio 2001
 La tua stanza
Franco, manca poco e la tua stanza sarà vuota di vestiti, di scarpe, di fogli, di libri, di dischetti e CD messi lì alla rinfusa, abiti stropicciati, sparsi ovunque, fili aggrovigliati che spuntano e s’intrecciano e s’insinuano fra le multiformi e variopinte scartoffie che sciabordano dagli scaffali che non le contengono.
Quel tuo voler fare le tante, troppe cose che il tempo ti strappa di mano, quel frutto che vuoi cogliere subito, la tua voglia di bruciare le tappe, ti portano a lasciare indifese le tracce di ciò che sei, di ciò che cerchi, di ciò che comunque vuoi nascondere, senza riuscirci.
Franco, la tua camera oggi mi parla di te-, con il suo disordine, con la sua confusione che è anche la mia, mi parla delle tante, troppe baruffe perché non riuscivi, non riuscivo a capire, che ogni tanto bisogna fermarsi, per buttare ciò che ci ostiniamo a portare senza che ne valga la pena, ciò che grava sopra di noi, perché non riusciamo a lasciarlo da parte.
Franco, la tua camera oggi parla di te, più forte, mentre pian piano togli di mezzo ciò che è tuo, ciò che fino a ieri sembrava mio solo mio, perché tu eri cosa mia, come i tuoi pensieri i tuoi desideri i tuoi sogni che ti ostinavi a negarmi…tutto, tutto ciò che, essendo tuo, pensavo mi appartenesse.
Ora te le porti lontano le cose che non sono mai state mie, le strappi dalla tua stanza stupita, dal mio cuore sconvolto da questo temporale di maggio, le porti via senza ordine, senza niente buttare, perché bisognerebbe fare una scelta ed è difficile, specie in questi momenti convulsi che ti separano dal matrimonio.
Le cose, Franco, lo so, lo sai, non vanno lontano: da un armadio ad un altro armadio, guarda caso distante 10 metri…
O di più?
Ma il tuo cuore, Franco, quello dove lo porti?
Il vuoto che lasci di te, del tuo disordine assurdo, dei tuoi silenzi, dei tuoi nervosismi, delle tue attenzioni nascoste, dei tuoi gesti gentili mischiati al fracasso di ciò che non volevi apparisse, della voglia di dirmi, di dirci che ci volevi bene, che volevi ti amassimo come tu sei, come ti sforzavi di essere senza riuscirci, mi sembra incolmabile.
I tuoi diari, lasciati per caso, senza parere poggiati su un tavolo, dimenticati in un angolo, erano lì ad aspettare che qualcuno li aprisse, per capire e conoscere ciò che ti ostinavi a nascondere.
Per sbaglio ne ho aperto, un giorno lontano una pagina e vi ho trovata scritta una preghiera.
L’ ho letta perché era bella, perché era tua, perché non mi sembrava di violare un segreto, visto che l’avevi lasciata lì ad aspettare che finalmente mi accorgessi che c’eri, che il tuo cuore batteva, che avevi trovato un compagno, un amico a cui confidare il tormento e la pena dell’essere soli, un amico che non conoscevo.
Ora quell’amico anch’io l’ ho trovato, ora possiamo parlare con Lui e di Lui senza riserve, senza che la vergogna e il pudore ci chiuda la bocca, ora possiamo sentirci vicini, perché è Lui che ci porta lì dove non sapevamo salire.
Non siamo più soli, perché se l’uno l’altro perde di vista, Lui ci sente e ci rimette in contatto, ricordandoci che l’amore non conosce distanze, riempie i vuoti dell’anima, i vuoti delle stanze deserte, che non rimangono mute, quando un figlio si sposa, quando una madre, invecchiando, non può condividere le sue spensierate e giovani scelte.
Lui è quello che, saldandoli, ricongiunge, i fili spezzati, è quello che riempie di luce le stanze buie e gelate, riscaldandole con il suo dolce tepore.
Oggi, Franco, guardando la tua stanza, a tutto questo ho pensato.
Se non mi fossi fermata un momento, per scriverti dello strazio delle cose portate lontano, non avrei potuto gioire del dono stupendo di cui tu sei stato strumento: il Compagno, l’Amico con cui tu te ne vai, ma anche quello che tu lasci qui dentro, perché in fondo ciò che conta è vedere nella morte dei nostri pensieri la vita dei nuovi pensieri, che sbocciano nel cuore irrigato dal pianto e purificato dall’aria che soffia leggera sulle cose trasformate da Dio.
Bisognava che lui se ne andasse, per accorgermi che in fondo alla strada, su cui si affaccia la sua finestra, c’era un pino da poco tagliato, che per anni mi teneva nascoste, le case del cimitero.
Non è questo forse il percorso a cui ci chiama la Quaresima che stiamo vivendo?
Canto:Davanti a questo amore
22 marzo 2004