Non è bene che l’uomo sia solo


Gen 2,18-25
La condusse all’uomo. I due saranno un’unica carne.

Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.
Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.
Allora l’uomo disse:
«Questa volta
è osso dalle mie ossa,
carne dalla mia carne.
La si chiamerà donna,
perché dall’uomo è stata tolta».
Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.
Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.

Parola di Dio

Non è bene che l’uomo sia solo.
Non è bene che l’uomo sia solo, voglio fargli uno che gli sia simile, che gli stia di fronte, che lo guardi e si lasci guardare, uno nel cui sguardo specchiarsi e riconoscersi, uno che gli sia simile.
Più o meno così le parole con cui la Genesi racconta la creazione di Eva.
Mi sono commossa quando la biblista, a Nocera Umbra, ha raccontato la tenerezza di Dio, un Dio discreto e nello stesso tempo coinvolto nel rendere felice la sua creatura.
L’aveva creata lui, il re dell’universo, l’onnipotente, il santo e non bastava all’uomo, non gli poteva essere d’aiuto in quel sentirsi solo nella creazione, smarrito in quel giardino dove abbondavano frutti di ogni specie per nutrirlo, fiori di ogni colore, forma e profumo, per rallegrarlo, animali di ogni dimensione per fargli compagnia.
Eppure l’uomo era triste, un’angoscia profonda lo aveva preso e stava in silenzio, dopo aver dato il nome a tutti gli animali del cielo, della terra e del mare.
Penso a Giovanni, il nostro nipotino, quando gli arriva un giocattolo nuovo: lo adopera per un po’, poi lo mette da parte, perchè non ha amici con cui giocarci.
Così si deve essere sentito Adamo, come un bambino che cerca altri bambini con cui parlare, giocare, condividere. Il papà e la mamma, come anche i nonni, fanno quello che possono, ma loro, i bambini, sentono quel tempo prestato, contato con il contagocce, perchè hanno altro da fare e non possono giocare sempre con loro.
Così Dio, rispettando il suo dolore, fece scendere su di lui un torpore, e con discrezione, da lui stesso, fece uscire la compagna da mettergli a fianco, la custode, l’alleata, la sposa, quella che con lui poteva gioire, piangere e ridere, senza rivendicare il possesso del tempo, perchè era una parte di lui, da lui era uscita, lui l’aveva partorita nel sonno.
Che bello questo Creatore che fa da levatrice, da ostetrica al primo parto dell’uomo.
Un parto indolore, quello delle origini; ma non sarà sempre così.
Il primo parto a cui siamo chiamati è il coniuge, ci è stato detto. Ma per partorire bisogna essere nati, altrimenti come potremmo?
Se non si fa l’esperienza di essere generati non si può fare quella di generare.
Gli voglio fare uno che gli sia simile. Chissà se Dio pensava a tutto questo quando ha creato Eva, la prima donna! Uno che gli sia simile, è una parola! In genere ci si innamora di chi ci completa, di chi è diverso da noi; per questo lo sposiamo, proprio perchè, altrimenti, finiremmo per fare a botte, più che all’amore. Ma poi, passato il periodo dell’innamoramento, scopri che quello che ti aveva attratto non ti piace più e cerchi di trasformare il partner in qualcuno che ti sia simile, che la pensi come te, che si muova come te, che desideri le stesse cose che desideri tu.
Oppure pretendi che faccia ciò che tu mai sei stato capace di fare, incredibilmente cercando in lui quello che ti manca. La somiglianza cercata diventa pretesa di perfezione, non accettazione della sua diversità, debolezza, limite.
Alla ricerca di qualcuno che ti sia simile, vaghi per il mondo, attraversi mille deserti, fai centomila esperienze, batti la testa in miliardi di ostacoli, ma non ti rassegni a cercare uno che ti sia simile e non smetti di litigare con tutti quelli che non la pensano come te.
Chissà perchè Dio ha detto che voleva fare per l’uomo uno che gli fosse simile!
Penso proprio che la lingua ci abbia ingannato e che in quel simile della traduzione italiana si nasconda esplicandolo del tutto il termine “relazione”, sì che la parola di Dio va letta” Non è bene che l’uomo sia solo, voglio fargli uno con cui possa relazionarsi, con cui possa dialogare”
Del resto aveva detto in un altro passo della Genesi:
Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
 ”maschio e femmina li creò. ”

 

Per essere simili a Dio, per somigliargli, bisogna entrare in una relazione che non porti alla morte, ma che sia fonte di vita. Il Dio Trinitario ha creato la coppia perchè, attraverso la relazione perfetta dell’amore donato gratuitamente all’altro, dessero vita al mondo, lo popolassero.
La sciarpa, le cui estremità devono sempre essere strette nelle mani di ciascun coniiuge, è stata la metafora di cui si è servito Don Carlino per rendere l’idea.
Adamo, quando vide Eva disse: questo è carne della mia carne, osso delle mie ossa, per cui si chiamerà(Ishah) come me( Ish), ma con una lettera in più, per distinguerla da me e per dire che da me è uscita.
Il coniuge che partorisci deve sempre avere qualcosa in più di te, altrimenti che senso ha dire: Prometto di onorarti per tutta la vita?
Non è forse quell’aggiunta che onora l’altro, quel di più che riconosciamo all’altro, mettendobci umilmente al suo servizio, per lavargli i piedi, e qualche volta per rimetterlo in piedi?
Ma doveva venire Gesù per dirci queste cose, lui che dopo aver visto il fallimento delle alleanze umane,ha dato suo figlio, uguale a noi nel limite della carne, diverso per l’assenza di peccato.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, e Gesù non poteva scontare una colpa che Suo Padre non aveva commesso e non poteva commettere, ma su di sé ha preso tutte le conseguenze della colpa dei suoi antenati.
Dio padre voleva dare una sposa a suo figlio, ecco perchè ha creato l’uomo, ecco perchè ha pensato di fargli capire, attraverso la donna messagli a fianco, qual era il suo progetto. Ma l’uomo non l’ha capito, per questo Dio si è dovuto incarnare: per insegnare all’uomo che significa amare, che significa somigliare, che significa cercare oltre ciò che nell’altro non possiamo trovare. Nell’altro cerchiamo altro, senza pensare che basta solo una vocale per cercarvi l’oltre.
Non è bene che l’uomo sia solo! Grazie Gesù che sei venuto ad abitare la nostra solitudine, grazie Dio Padre perchè ci hai dato uno che ci risponde, uno sposo perfetto. Grazie Spirito Santo perchè ci dai la capacità di vedere nell’altro l’oltre
Da “Famiglia:segno di speranza” del 7 gennaio 2007
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19 Dal diario di antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Con gioia veniamo a te
Un caro saluto a tutti, cari amici, anche se non so quando questo vi arriverà..
Da un po’ di tempo il computer di bordo, l’anima di questa emittente, si è ammalato e i tecnici chiamati al suo capezzale, si stanno adoperando con ogni mezzo perché torni a trasmettere con regolarità.
Speriamo che questo accada al più presto, pregando il Signore che non ci privi di una voce cattolica che tiene viva la nostra speranza.
Noi siamo convinti però che Lui non ha bisogno di tecnologie sofisticate per arrivare ai nostri cuori, affidando allo Spirito i tanti messaggi con cui vuole raggiungerli e catturarli.
Questo tempo sia per noi tempo di riflessione e di attesa, per ciò che il Signore vorrà donarci di bello e di buono, dopo tanta tribolazione.
Alla nostra madre celeste affidiamo il lavoro anonimo di quelli che operano dietro le quinte, instancabilmente per tutti noi.
Sono poi quelli a cui nessuno si sogna di pensare e di dire grazie, quelli che lavorano nell’ombra e che non passano alla storia.
Quando entriamo in una casa ci colpiscono gli arredi, le porte, le maniglie, le luci, tutto ciò che è alla nostra portata, che cade sotto i nostri occhi.
Ammiriamo le splendide mattonelle della sala o del bagno scelte con gusto ma non ci sfiora l’idea che si mantengono grazie ad una miscela di calcestruzzo che sostiene loro e tutta la casa.
Così procediamo, magari ringraziando e onorando chi ci mette solo la faccia, e ci dimentichiamo dell’ingegnere che ha reso possibile con i suoi calcoli la costruzione.
Se trasportiamo questo esempio nella nostra vita ci accorgiamo di quanto siamo miopi, quanto ingrati verso l’ingegnere sommo, il creatore e Signore di tutte le cose.
Solo quando ciò che diamo per scontato si rompe e non ci dà ciò che siamo abituati a prendere, forse è giunto il momento che pensiamo a quante cose abbiamo senza nostro merito e quante cose vanno avanti apparentemente da sole.
E’ quello che succede un po’ a tutti: ci accorgiamo di aver goduto di un bene solo quando lo abbiamo perduto.
Troppe cose diamo per scontate, come dovute che ci toccano e basta e guai ad ipotizzare l’idea che potrebbe qualche cosa incepparsi di tutto ciò che serve alla nostra vita personale e di relazione.
Quando ero giovane questi pensieri erano lontani dalla mia mente, convinta in cuor mio che la malattia, la vecchiaia e tutto ciò che finisce riguardava gli altri e non me.
Ma la mia storia non è molto dissimile da quella di tanti altri uomini che s’interrogano, se s’interrogano, solo dopo che il meccanismo si è inceppato.
Arrendersi a Dio, dandogli ciò che gli spetta di diritto, è la strada perché splendidi mosaici o più normali pavimenti si lascino ammirare o calpestare grazie a Chi o cosa dà loro stabilità.
Ma la parola grazie è caduta in disuso perché implica una dipendenza che abbiamo difficoltà ad accettare.
Quando, nel 1994, dai clinici illustri consultati, non ebbi le risposte che attendevo, riguardo alla possibilità di tornare a camminare, anzi, quelle stesse aumentarono, se ce n’era bisogno, la confusione, mi trovai a valutare a malincuore l’ipotesi di acquistare una sedia a rotelle.
Non potevo camminare? Ne avrei comprato una e mi sarei presa di prepotenza ciò che la vita si ostinava a negarmi. Avrei potuto viaggiare, visitare città chiuse al traffico, senza dover sempre accontentarmi di vederle in cartolina, reprimendo la rabbia.
Difficile fu convincere gli altri, perché nessuno voleva accettare l’idea che io fossi ridotta così.
Ma alla fine ci riuscii, perché il mio discorso non faceva una grinza.
Ero stufa di vedere il mondo dal finestrino dell’auto. Volevo fermarmi per guardare i fiori e sentirne il profumo.
Ciò che contava era la qualità della mia vita, non la pena dipinta sul volto degli altri, qualora avessi raggiunto lo scopo.
Per troppo tempo avevo mostrato il volto sorridente e disteso, anche quando mi sentivo svenire dal dolore. Faceva comodo a tutti che continuassi a fingere.
Nel negozio di articoli sanitari, quando mi chiesero come la preferivo, mi venne da vomitare e fuggii via.
Prima di convincere gli altri dovevo convincere me stessa.

24 aprile 2003
Ne ho una stampata su un foglio coperto di plastica, bene in vista sul vetro anteriore della mia macchina.
Con il numero 52 finalmente sono stata riconosciuta inabile a deambulare.
C’é stato un tempo in cui la volevo comprare per non dipendere da quell’handicap angoscioso che m’impediva di vivere, chiudendomi in faccia tutte le porte delle città e delle chiese, nelle zone chiuse al traffico, ricche di storia di poesia e di vita.
Mi era venuto il vomito quando il commesso del negozio dove mi ero recata mi chiese come la volevo.
Così mi ero fatta piacere la periferia e i suoi negozi, spacci aziendali, ipermercati o solo asfalto e smog per metterti in fila.
Passeggiate…ferma, immobile dentro la macchina che Gianni lanciava a tavoletta per arrivare.
Dove?
Sempre più quel far finta che si andava a passeggio, cercando, dal finestrino, di vedere le case e gli alberi e i prati e il cielo, che correva anche lui sopra le nostre teste, diventando un peso insostenibile di lunghi estenuanti silenzi o di parole che taglienti fendevano l’aria.
Poi la sedia, sempre quella, vicino alla statua di S. Giuseppe, e cominciare a viaggiare in un mondo a me sconosciuto, dove parlano i fiori e le foglie, dove il cielo e la terra s’incontrano, dove il pianto ed il riso si toccano, dove l’anima impara a volare.

Una vita a pensare che si potesse camminare da soli, una vita a cercare i rimedi perché questo fosse possibile, una vita a macerarmi per ciò che non riuscivo più a fare!
Tutta tesa a raggiungere la meta dei miei sempre più ingannevoli sogni, non vedevo, non sentivo, non toccavo….
Dieci anni, tanto quanto durò la Panda rossa che non mi riuscì di guidare, se non alla fine, da un adesivo attaccato dietro al lunotto, un pulcino spaurito avvertiva: ”Non seguitemi, mi sono perso anch’io…”
Mi ero affezionata a quella carta di identità che faceva il paio con l’uomo solo, attaccato sopra il letto, prima che fosse soppiantato da un crocifisso.
Poi una Micra più maneggevole e sicura sostituì la vecchia Panda che a stento trascinava i suoi anni, dopo che per ben due volte, innocente, le erano piombati addosso.
Le macchine si possono rottamare, mi sorpresi a pensare allora, quando accadde ciò che sembrò l’inizio della catastrofe, le persone no..
Ai vetri avrei voluto attaccare la rabbia, l’impotenza per quell’ennesimo colpo infertomi dal destino crudele, ma anche la voglia di infrangere le barriere di un handicap che non mi riusciva di accettare. Tutte cose che non si vedono ma che mi portavo appresso come pietre, macigni poderosi a chiudere il buio di un sepolcro dove ero stata seppellita viva..

Mi ero però sempre consolata del fatto che riuscivo a trovare il parcheggio nei luoghi più impensati e difficili, sempre vicino a dove dovevo recarmi.
Un giorno, non molto lontano, davanti alla chiesa, dove miracolosamente continuavo a trovare il posto, anche nei giorni di mercato, mi folgorò l’idea che non era un caso che ciò accadesse da tanti anni.
Fino a quel momento avevo pensato che il merito fosse tutto mio e mai mi aveva sfiorato l’idea che c’era Qualcuno che si prendeva cura di me con tanta sollecitudine e tanto amore, provvedendo a ciò di cui avevo bisogno.
L’intervento allo stomaco a cui di lì a poco avrei dovuto sottopormi cessò di farmi paura.
Se Dio si era scomodato per tanti anni a farmi trovare il posto libero perché non mi stancassi, come potevo dubitare che mi avrebbe abbandonato in una prova così tanto importante?
Da quel momento ho imparato a riconoscere le sue carezze, la sua premura, il suo non dimenticarsi mai di me in quel posto che sempre mi fa trovare libero, quando ne ho effettivo bisogno, ma soprattutto ho imparato a ringraziarlo per ciò che per anni davo per scontato.

Ma non è finita qui perché Dio aveva in serbo per me altre sorprese.
Quando, a giugno di due anni fa, chiusero al traffico, per via dello smog tutte le strade di Pescara e del circondario permettendo solo agli autobus e ai taxi di circolare, me la presi non poco, perché c’era un convegno di preghiera a Montesilvano a cui tenevo moltissimo.
Io, non potendo andare a piedi, né prendere l’autobus, sarei stata costretta a rimanere a casa e questo non mi piaceva per niente.
Ma poi pensai agli handicappati che avrebbero potuto girare dovunque e le loro macchine sarebbero state prese d’assalto.
Mi consolai pensando a loro che, almeno per una giornata, non sarebbero stati soli e fui felice di offrire la mia rinuncia per tutti quelli che hanno problemi più gravi dei miei.
La telefonata di Remo, grande invalido, amico e fratello di fede che mi invitava ad andare con lui al ritiro, mi riempì il cuore di gioia e il tragitto che facemmo insieme fu l’occasione per saperne di più su come ottenere il contrassegno dell’handicap.
Non era necessario avere il 100% d’invalidità, come mi avevano detto, bastava portare la documentazione che certificasse la difficoltà a deambulare.
In due giorni quel pulcino che si era perso fu rimpiazzato da una sedia a rotelle stampata su un foglio.
Ogni volta che la vedo mi dico che ognuno dovrebbe avere quel distintivo, perché è l’unico che ci fa pensare che non siamo autosufficienti e che ci dobbiamo far guidare, portare da Dio.
A guardarlo oggi non mi vergogno, anzi mi riempie il cuore di tenerezza quella sedia su cui ho fatto tanta fatica a salire.
Quando scendo dalla macchina a ricordarmi che Dio è stato generoso con me, ho un bastone leggerissimo, da cui spunta una sedia all’occorrenza., per fermarmi a parlare con qualcuno o semplicemente per aspettare il mio turno lì dove non esistono sedie.
Lo trovai per caso, si fa per dire, dopo due giorni massacranti ad aspettare, seduta per terra, alle sette di mattina di salire con l’ascensore al sesto piano dell’ospedale dove era ricoverato mio padre.
Quel bastone è diventata la mia sedia a rotelle, perché a scomodarsi per spingerla non c’è nessuno che non sia Lui ogni volta che mi sposto, dandomi la forza di procedere e la gioia di non essere mai sola.
Con il mio bastone sedia ogni incontro non è mai fugace, né casuale, ogni parola è spesa per glorificare chi mi ha dato e continua a dare l’appoggio.
Canto:Sei il mio rifugio
Le pagine che andrò a leggervi sono i primi passi che mi hanno portato a ringraziare il Signore per l’aiuto che ogni giorno mi dà.
Da "Il gioco dell’oca" 
1994
Con più rassegnazione e meno caparbietà presi quello che la vita mi offriva, non rinunciando peraltro al desiderio di migliorare la mia condizione di salute.
Un fastidioso dolore alla caviglia destra, all’inizio attribuita ad una storta, rendeva ancora più problematico lo stare in piedi.
Il laser, che avevo fatto per tutto il mese di agosto, non era valso a nulla, come anche l’immobilizzazione.
Così l’ortopedico, che le aveva provate tutte, mi consigliò la "ginnastica propiocettiva".
Inutile dire che non feci in tempo a cominciare che già fui costretta a smettere per il dolore lancinante che si scatenava ogni volta che provavo a mettermi in equilibrio su quelle tavole mobili.
Due anni prima lo stesso medico aveva provato a guarirmi con il "massaggio connettivo", da cui uscii pesta e contusa. Mi sono sempre rifiutata, però, di fare le iniezioni di alcool che si ostinava a consigliarmi per alleviare il dolore.
Nel frattempo non avevo smesso di darmi da fare per trovare chi rinforzasse i miei muscoli con adeguati massaggi.
L’estate era finita e la ricerca sarebbe stata più facile. A settembre inoltrato trovai un ragazzo disposto a provarci.
Capii subito che non faceva al mio caso; ma insistetti per più di un mese, sia perché sono solita andare in fondo alle cose che faccio, sia perché non avevo alternative.
Massaggi shatsu, agopuntura, ginnastica dolce e tanta buona volontà non migliorarono più di tanto la situazione.
Provai allora con il collega con cui divideva lo studio. Era un osteopata.
Mi affascinava conoscere un’altra via alternativa alla medicina ufficiale a cui avevo smesso di credere.
Il suo aspetto, le sue parole gentili mi conquistarono, ma ancor più fui colpita da quello che disse alla fine del test cui mi sottopose: i miei problemi nascevano da una postura scorretta e, a forza di compensi, mi ero intrecciata come un filo del telefono.
Per la prima volta qualcuno sembrava prendermi sul serio.
Non mi sembrò vero che ci fosse una spiegazione unica a tutti i miei disturbi.
Per verificare se l’occlusione dei denti influiva in qualche modo sulla postura, mi mandò da due dentisti diversi. Nessuno dei due dette la risposta che attendeva.
Andai da lui per un lungo periodo, traendone limitati benefici.
Ormai da tempo avevo dimenticato cosa significava non aver dolore e mi accontentavo anche solo del fatto che potessi sopportarlo.
Quando non ce la facevo più, andavo dal mio amico agopuntore, che serviva a ricaricarmi, più che a diminuire le contratture, che continuavano a ripresentarsi nei posti più impensati del corpo.
La scuola era intanto ricominciata ed io quasi per sfida mi ci buttai anima e corpo, vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo, chiedendomi ogni mattina se ce l’avrei fatta ad arrivare alla macchina, meravigliandomi che poi non era così tragico salire le scale e sedermi su una sedia che non fosse la mia.
Un giorno, uno dei tanti, mi vide camminare, particolarmente curva e sofferente, la madre di un alunno, con la quale avevo allacciato un rapporto di simpatia e di reciproca stima. Non sapevo fosse medico, né che dirigeva un centro di riabilitazione.
Mi invitò a provare nell’istituto che dirigeva, avvalendomi delle terapie gratuite di cui godevo per l’invalidità, che mi era stata riconosciuta qualche anno prima.
Mi lasciai tentare, anche se mi ero ripromessa di non usufruire mai più di tali agevolazioni che, quando non fanno danno, fanno perdere tempo.
Non avevo mai trovato, nelle strutture pubbliche, un minimo di competenza e di professionalità. Avevo sempre dovuto pagare per avere l’illusione di essere ascoltata.
Cara mi era costata la fisioterapista che per tre anni, quasi ogni giorno, si era occupata della mia riabilitazione, dopo l’intervento di ernia cervicale.
Accettai la proposta garbata, sicura che non mi avrebbero fatto del male. Mi visitò una neurofisiatra che confermò la diagnosi dell’osteopata. Il problema era posturale.
In quel momento l’unica terapista in grado di affrontare con competenza il problema era in congedo per motivi di famiglia e non sarebbe tornata presto.
Dovevo accontentarmi di un fisioterapista molto in gamba, che si occupava saltuariamente, per pura passione, di casi complessi, visto che nella struttura aveva incarichi direttivi.
S’intendeva di ginnastica posturale e sicuramente mi sarebbe stato d’aiuto.
Il 1994 era finito e il 1995 si apriva con nuove prospettive.
1995
Frequentai regolarmente l’istituto e i miglioramenti, se pur lievi, mi confortavano ad insistere.
Alla ginnastica associai la rieducazione della voce.Mi bastò poco per capire la causa del disturbo e mi detti da fare per eliminarlo completamente.
Con delle infiltrazioni risolsi, nei primi mesi dell’anno, anche il problema della caviglia destra, che mi affliggeva da tempo: "Sindrome sinotarsica" la chiamò l’ennesimo ortopedico consultato, che non si preoccupò di cercarne la causa.
Convivere con l’handicap
La mia vita pian piano stava diventando meno esigente con me e a tratti il dolore sembrava farsi da parte.
La scuola mi avvinse sempre più e sempre più raramente ero costretta a fermarmi.
Per diminuire il disagio, che comunque persisteva, e per agevolare lo svolgimento delle attività più semplici ed elementari per una donna madre e sposa nonché insegnante, mi corredai di una serie di sedie che, per forma, altezza e confort soddisfacevano tutte le esigenze del momento. Le dislocai in ogni ambiente della casa, così da non dover soffrire neanche un minuto nello stare in piedi.
Entrai solo nei negozi dove avevo la possibilità di appoggiarmi ad un sostegno, escludendo supermercati e tutto ciò che vi assomigliava.
A scuola mi furono assegnate aule rigorosamente al piano terra, dalle quali non mi spostavo, se non nel cambio d’ora e alla fine delle lezioni.
Avevo imparato a convivere con il mio handicap e avevo rinunciato a tutte le velleità di un tempo.
Costretta ad un’immobilità forzata, le persone e le cose erano entrate dentro di me in modo prepotente e al deserto di un tempo si era sostituito un universo affollato di sentimenti ed emozioni.
Avevo imparato ad ascoltare e a tenere nel giusto conto i problemi degli altri.
Mi piaceva mettere a disposizione la mia esperienza perché essi ne traessero beneficio.
Mi gratificava il fatto di riuscire a mettermi in sintonia con tutti quelli che incontravo sul mio cammino e a guadagnarne la stima, specialmente quella di chi, al primo approccio, mi aveva considerato un nemico.
Riuscivo sempre a trovare una parola per tutti e ciò mi faceva sentire importante. A me nessuno osava dare consigli, perché tutti mi vedevano forte e sicura.
Ma era vero?
Tanta strada dovevo percorrere ancora perché mi facessi guardare e guarire da Lui.  
    
Canto:Sono il Signor che ti guarisce
8 marzo 2004

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18 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un’altra settimana è passata, grazie a Dio, non invano.
Se non fosse per il sì che dissi a questo servizio, a luglio, non avrei avuto l’opportunità di cogliere le tante occasioni che mi offre per battere strade nuove, addentrarmi in luoghi sconosciuti ed impervi e vedere il sole, la luce lì dove sembrava che non ci fosse, stupire per la presenza di Dio nella storia mia e di ogni uomo, vedere nel seme che sta marcendo la vita nuova che nasce, il frutto maturo che Dio ci ha preparato, incontrandolo nella quotidianità dei gesti, delle parole, di questo tempo che ci ha donato. .
Quando finii di scrivere il libro, "Il gioco dell’oca", pensavo che ormai avevo tutto sperimentato, tutto fatto per godermi finalmente il premio di tanto dolore.
Non era invece quello che l’inizio di una più sofferta ma entusiasmante avventura, dove, andare con Cristo, significa battere tutte le strade, visitare tutti i paesi, ma specialmente entrare in tutti i cuori piagati, sofferenti afflitti della storia di oggi, di ieri, di sempre.
Quando don Remo, il direttore di questa emittente, mi chiese di collaborare con lui, mi propose di fare lezioni di geografia, una materia che non ho mai amato, ma che ero stata costretta ad insegnare per tanti anni. Non volevo dirgli di no, ma ho sperato che le cose andassero in modo diverso, e così è stato.
Oggi mi chiedo se in quella richiesta non ci fosse un suggerimento da parte di Qualcuno che dirige la storia e che ci porta a fare anche ciò che non ci piace e che non sappiamo fare.
7 febbraio 2004– La luna
Ieri con Giovanni ho visto la luna, l’ho vista con i suoi occhi, ho sobbalzato, guardandola e stupendo per quella meraviglia che si era mostrata all’improvviso ai nostri occhi.
Era piena era tonda, era lucida e bella la luna, ieri sera, quando l’abbiamo scoperta, scostando per caso le tende dalla finestra.
Eravamo intenti a trascinare l’ultima mezz’ora di un pomeriggio, chiusi in casa, io inventando giochi e sorprese, mettendomi a terra, facendo il pagliaccio, battendo le mani, con lui, disegnando semafori e bau bau che sembravano asini e conigli che sembravano oche, facendo torte che non si mangiano, con le mani pasticciate di farina e di acqua e i fornelli accesi per fare la pappa e i pop corn che scoppiano e che fanno pan pan e il tappeto e i giochi e i cuscini e la bimba, il bambolotto, che dorme e ci vuole la coperta e bisogna cambiarla, perché ha fatto la cacca e darle da mangiare e da bere, e il pesciolino che apre e chiude la bocca, e il C.D. che continua a chiedersi: come fa il coccodrillo, buh! chi lo sa? E Giovanni che salta che balla, che piange, che vuole l’acqua e il biscotto e il ciuccio, che vuole premere tutti i bottoni e mettere in moto la lavatrice e aprire tutti i cassetti e giocare con le pignate.
Poi lo sgabello…la stanchezza era tanta…lo sgabello spostato, trascinato a fatica sotto la finestra da lui…e la luna…
A pensarci che c’era la luna, e le stelle, e la notte con le luci lì in alto e quelle che venivano dai palazzi lontani del centro, e i fanali delle macchine che, rade, passavano lungo la strada…
Uno squarcio di cielo, uno squarcio di terra nel buio della sera, attraverso il varco delle tende scostate.
Il tempo mi era scappato a pensare come stupire, interessare un bambino….e gli alberi, e il vento, e le foglie…
Quante cose da vedere, da sentire, quante da raccontare, guardando dalla finestra!
Giovanni è dovuto salire su uno sgabello, per schiacciare il nasino sui vetri e lasciarci l’impronta, e io mi sono dovuta sedere, abbassare, perché fossimo pari e, stretti, facessimo festa alla luna, alle stelle, alle chiome alte degli alberi, alle luci lontane e vicine dei palazzi e delle automobili….
D’improvviso sono scomparsi dalla sua mente i giochi con cui il pomeriggio si era trastullato e le immagini del video che avevano fatto da sfondo al suo desiderio di scoprire e di saperne sempre di più.
Ci siamo abbracciati nel buio e abbiamo passato in rassegna il cielo e poi le cime degli alberi, mosse dal vento leggero, e poi le luci lontane della città, e il bagliore dei fanali che a tratti illuminavano la strada che passa vicino alla casa, e Huc, che non abbaiava, perché era incantato come noi, a guardare la luna…
Non era forse una lezione di geografia?
Se me l’avessero presentata così forse non mi sarebbe sembrata la materia più pesante e ostica da digerire, e da insegnare.
Così il 30 maggio 2001, dopo aver incontrato il Signore, mi trovai ad insegnarla ad una persona che non la conosceva.
DAVANTI AL CIELO STELLATO
Quando ti senti solo, quando ti senti abbandonato, quando ti senti messo da parte, quando pensi che nessuno si ricordi di te, affacciati alla finestra, alza gli occhi e guarda il cielo stellato … Quante luci riesci a vedere? Quante ne immagini nello spazio ristretto del tuo limitato orizzonte?
Pensa… ciò che vedi ha una profondità infinita, le luci che distingui sono nulla, gocce d’acqua nell’oceano del cielo profondo e sconfinato.
Pensa… ogni stella si muove secondo una legge per lei fissata dalla notte dei tempi, intorno a lei girano i pianeti, intorno ai pianeti i satelliti, ognuno con una precisione millimetrica, secondo un tempo che è stato dato ad ogni più piccolo essere come sua misura…
Moltiplica quelle luci, moltiplica quei movimenti, moltiplica il tuo piccolo quadro di cielo all’infinito, e…. sei infinitamente distante dalla verità.
Pensa… dietro ad ognuna di quelle luci dietro ad ogni impercettibile movimento, dietro ad ogni realtà percepita dall’uomo con i suoi strumenti imperfetti c’è Qualcuno che quella realtà, quel movimento, la legge che lo regola li ha creati. Tanta perfezione, per cosa?
Guarda te ora… guarda i tuoi occhi capaci di comprendere e abbracciare ciò che è così tanto più grande di loro, guarda il tuo cuore, quel cuore che ora senti piagato e pensa…
Il tuo cuore ha in se un’ansia infinita di amore, un desiderio infinito di assoluto, di Dio…ha un’ansia infinita di infinito. Eppure il cuore per quanto grande è piccolo rispetto al corpo che lo contiene! Eppure il cuore soffre più di qualsiasi altro organo, più di qualsiasi altra parte del corpo!
Pensa… le cose piccole capaci di cose grandi! Gli occhi, il cuore capaci di accogliere la più grande pena, ma anche la più grande manifestazione di amore, quella di Dio!
Se guardo il cielo
Opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate, che cos’ è l’uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure lo hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato potere
sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Così recita un salmo.
Di fronte a quel cielo stellato ci sei tu, di fronte alla più grande meraviglia del Creato ci sei tu, piccolo, fragile, smarrito, turbato, ma ci sei.
Tu sei prezioso di più della più luminosa stella che riesci a vedere ad occhio nudo dalla tua finestra, sei prezioso perché Dio ha fatto tutto quello che ti sta davanti per te, perché potessi percepire un frammento della Sua potenza, della Sua grandezza, un frammento del Suo amore.
Se ad ogni stella, ad ogni pianeta, ad ogni molecola, ad ogni atomo che sono inerti e senza vita ha dato il compito così grande di celebrare la Sua gloria, quanto più grande è il progetto su di te, sull’uomo che si eleva su tutte le cose create e le domina con il suo pensiero!
Guarda lontano, guarda in alto; guarda ora dentro di te.
Scoprirai che quell’universo che ti sembra così irraggiungibile, così perfetto e misterioso, davanti ai tuoi occhi è dentro di te. E’ un universo da esplorare, è un universo in cui troverai le risposte che cerchi, è l’universo delle emozioni e dei sentimenti che arricchiscono e illuminano il cielo sconfinato della tua anima.
Guarda, ma ad occhi chiusi: E vedrai dentro di te accendersi tante stelle luminose. Vedrai che nel buio più profondo, proprio come in quel cielo da cui tu ora hai distolto lo sguardo, spuntano fiori stupendi, che tu non ti eri accorto di avere piantato.
Nel tuo cuore Dio ha seminato ciò che vuole tu impari a guardare: vuole che tu nel tuo cuore riscopra l’amore con cui Lui ti guarda, vuole che tu almeno una volta ti fidi di Lui.
E’ ansioso di manifestarti il Suo progetto meraviglioso che ha in serbo per te, desidera che almeno una volta tu gli permetta di entrare per farsi conoscere più da vicino.
Vuole incontrarti non nel cielo infinito, ma nella tua pena, nella tua sofferenza, nella tua difficoltà di ogni giorno, nel tuo bisogno di amore non soddisfatto, per trasformarli in canto di gioia, in inno di lode a Lui, che non ha smesso neanche un momento di occuparsi di te.
Canto:Creati per te
Mi sarebbe certo servito nei lunghi lunghissimi anni della mia malattia, ascoltare queste parole e farle mie, per guardare il cielo con gli occhi di un bimbo con il cuore aperto all’amore del Padre.
Ma nel 1992 ero ancora lontana dal percepire la ricchezza e la bellezza della casa che Dio ci aveva dato, fatta di cielo e di terra di monti e di fiumi di stelle e di fiori.
Mi preoccupai, allora, solo di ristrutturare la casa dove abitavo.
La ristrutturazione comunque rispose ad un’esigenza interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
Ma, siccome in ogni cosa che faccio investo sempre tutta me stessa, uscii dall’estate fortemente provata nel fisico.
Da "Il gioco dell’oca"
1992
Riuscii a riprendere servizio solo a novembre, salvo rimettermi in permesso dopo neanche un mese. Facevo uno sforzo infernale a stare seduta o in piedi; non parliamo poi del camminare.
Fu allora che il preside, arrivato da poco nella nostra scuola, volle indagare su tutte le mie assenze.
Mi vidi pervenire così il corposo dossier al quale ora sto attingendo.
La rabbia fu tanta e ancor di più la voglia di farcela.
Convinsi i medici della Commissione che era solo un problema di riabilitazione e che ce la potevo fare.
Mi dettero sei mesi di proroga. A luglio dovevo essere guarita.
L’agopuntore, medico sensibile ed esperto, da cui mi recavo assiduamente, continuava a farmi coraggio e a spingermi a riprendere il lavoro interrotto.
Fu lui a ridarmi fiducia, fu lui a convincermi che valevo qualcosa.
In fondo per insegnare non erano necessarie le gambe. Bastava stare seduti e avere una buona voce
1992/93
Ripresi la scuola, alzandomi dal letto, dopo un’estate piena di dubbi.
La sezione, i colleghi, il plesso, tutto era nuovo per me.
Il preside aveva provveduto a spostarmi perché nessuno voleva un insegnante continuamente malata.
Dovevo ricominciare da capo, non sapendo neanche se avrei resistito un minuto su qualcosa che non fosse una sdraio o un letto.
La tensione era alle stelle, ma dovevo farcela. Ricordo le unghie affondate nella carne per non sentire le violente contratture della schiena o della spalla.
Alla fine dell’anno scolastico avevo fatto solo quattro giorni di assenza, ma avevo perso completamente la voce
L’estate si presentò con i connotati di sempre. Per compensare la forzata immobilità a cui mi costringeva il male, mi buttai freneticamente sul mio hobby preferito. Incurante del dolore al gomito destro, usai la mano sinistra, così che alla fine non mi dolevano solo i gomiti, ma tutte le braccia fino alle spalle. Arrivai all’estate che non le potevo più muovere.
In agosto ero puntuale nello studio dell’ortopedico a fare infiltrazioni per una epicondilite bilaterale. Per tre mesi ho mangiato, prendendo il cibo con la bocca, non riuscendo neanche a lavarmi.
Né fasce, né laser, né agopuntura la spuntarono.
Forse avrei dovuto dare ascolto alle parole dette dal medico per alleggerire l’atmosfera… che senso aveva darsi tanto da fare? Sicuramente il male sarebbe uscito da un’altra parte.
Onestamente devo dire che in quel periodo la schiena mi dava un po’ tregua per cui mi convinsi che non tutti i mali vengono per nuocere.
1993/94
Ripresi la scuola a settembre in condizioni disastrose. Non riuscivo a scrivere, né a stare seduta, né a parlare. Lungi dallo scoraggiarmi, presi di petto il problema "voce" che mi sembrava il più urgente, visto il lavoro che svolgevo.
Mi recai da un amico otorino che, dopo numerosi tentativi, riuscì a farmi una laringoscopia molto alla buona. Mi fece presente che avevo due noduli e che era necessario prenotare l’intervento: concordammo per il 10 dicembre.
Una settimana prima della scadenza mi venne in mente di consultare un altro specialista.
Con un tubicino sottile, collegato ad una fibra ottica, il dottore senza difficoltà esaminò le mie corde vocali. Piansi di gioia quando mi disse che avevo un piccolissimo nodulo che si sarebbe riassorbito con la rieducazione della voce.
Quell’uomo non lo conoscevo e mi sorpresi non poco quando andai a pagare …mi aveva fatto lo sconto sulla parcella.
Aveva forse avuto pietà?
Esaminando i miei disturbi mi ero accorta che nel momento in cui, per esercitare una qualsiasi attività, avevo bisogno di una parte del corpo, questa si bloccava.
L’ansia, di qualsiasi tipo essa fosse, acuiva il disturbo fino ad immobilizzarmi del tutto.
Se riuscivo ad allentare la tensione avrei evitato il peggio. Così se avevo bisogno di braccia facevo due passi, se dovevo stare in piedi mi mettevo a cucire.
Il neurologo, che, tranne per brevi periodi, mi aveva seguito, sosteneva che non produco endorfine.
Non convinta mi rivolsi ad un altro specialista. Per neutralizzare l’ansia mi prescrisse Adepril, la medicina miracolosa che allentò gli spasmi del corpo impazzito.
Ingrassai 25 chili, in un mese passato a dormire.
Si bloccò la peristalsi intestinale e mi si gonfiò l’addome, come fossi incinta.
Non digerivo più niente e ogni notte, con un colpo di tosse, buttavo fuori all’improvviso una parte del cibo ingerito.
Avevo costantemente la nausea e in bocca un sapore disgustoso.
Decisi di smettere la cura che non mi faceva vivere. Mi ero andata convincendo che i problemi digestivi dipendevano non solo dall’ernia iatale, che era venuta fuori nel ’92 in uno dei tanti accertamenti, ma anche dal fegato che era stato bombardato, nel corso degli anni, con ogni tipo di medicina.
A Chieti feci un check up completo, alla fine del quale risultò che non avevo niente, tranne due noduli alla tiroide: uno caldo e uno freddo.
Non era la risposta che cercavo, per cui non detti peso alla cosa.
Ormai avevo capito che, se ne volevo sapere di più, non mi dovevo fidare della medicina ufficiale.
Sentii dire di un reflessologo e incuriosita mi presentai al suo studio.
Rimasi allibita quando, toccandomi un piede, mi chiese se avevo avuto un epatite.
Il ricordo dell’itterizia di tanti anni prima era sbiadito ma non cancellato: aggiunse che fegato e reni funzionavano male e mi propose un ciclo di massaggi, abbinato ad una dieta che escludeva i latticini e le carni rosse.
Alla fine del trattamento mi sentivo rinata, tanto che il benefattore si sentì in dovere di occuparsi anche della schiena.
Mi bloccai in modo drammatico alla prima manipolazione.
Così cominciò l’estate del 1994.
Mi misi in mente di venirne a capo una volta per tutte.
Ero stufa di curarmi a pezzi, ero stufa di sentirmi dire che parlavo con il corpo, ero stufa di essere presa per matta, ero stufa di vergognarmi di stare male, ero stufa di tutte le chiacchiere che fino a quel momento ero stata costretta a sentire.
Volevo sapere, se per me esistevano speranze di guarigione. Mi sarei messa l’anima in pace e avrei smesso di lottare contro i mulini a vento.
Il primo che consultai mi disse che per me non c’erano speranze di alzarmi dal letto. Le aderenze della prima operazione avevano bloccato tutta la zona lombosacrale.
Il secondo, più autorevole, disse che non avevo niente e che dovevo fare solo un po’ di ginnastica, non meglio precisata.
Il terzo, più autorevole di tutti, disse che non avevo uno straccio di muscolo, per cui consigliava 20 massaggi e ginnastica per due mesi.
Cercare un fisioterapista adatto fu impresa difficile, trovarlo d’estate poi impossibile.
Era la fine di luglio e agosto, il mese che più temevo, era alle porte.
Eppure tutti l’aspettano per andare in vacanza.
Da quando questa parola aveva cominciato a farmi paura?
Devo tornare molto indietro nel tempo per capire che l’ho sempre associata all’abbandono, alla beffa di chi me la offriva, prendendosi gioco di me.
Non fu così quando ad un anno, dopo la nascita di mia sorella, mia madre mi mandò a Popoli? E quando, a 14, andai per la prima volta da quello zio di Bologna, che solo da poco non mi perseguita più anche nei sogni?
Non ancora riuscivo a liberarmi dall’incubo che ancora una volta sarebbe successo.
La geografia…le vacanze… a vedere altri luoghi, altro cielo, altri mari e quelli che li abitano!
Ma come pretendere di conoscere ciò che non hai mai visto, se non hai imparato a leggere nel libro che ogni giorno si apre, sul miracolo di un cielo dove infinite stelle si spengono e altrettante si accendono, sul miracolo di un mare dove infinite gocce di acqua messe assieme riescono a rispecchiare la luce che viene dall’alto, ma mai tutta , mentre una piccola goccia è destinata a seccare e a morire se rimane da sola a godersi il pezzetto di cielo in essa riflesso, sul miracolo di una terra nel cui seno si preparano i segni delle stagioni, dove si custodisce gelosamente il segreto del seme che deve marcire e morire per dar vita alle piante e a chi da esse prende vita e sostegno.
Dio ci ha messo sotto gli occhi il più bel libro di geografia perché ce ne innamorassimo e la spiegassimo agli altri, senza lauree o diplomi ufficiali, solo con la grazia che da Lui viene, Lui che nel cielo, nel mare, nella terra si svela.
E pensare che di geografia non me ne intendevo e l’ ho insegnata agli altri, ma senza entusiasmo, perché mi era estraneo tutto ciò che dovevo imparare a memoria e di cui non avevo fatto esperienza.
Ora mi sembra di avere le ali e mi ritrovo ora al polo ora all’equatore, ora a guardare la grande distesa del mare, ora a stupire con Giovanni che vede per la prima volta la luna.
Canto: Il tuo amore è grande
23 febbraio 2004

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17 Dal diario di Antonietta

 

 Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Mia gioia sei
A voi tutti, nuovi e vecchi amici un caldo e affettuoso saluto da Antonietta.
La scorsa volta ci siamo lasciati con una preghiera di ringraziamento al Signore, che si era fatto incontrare in un prato, risvegliato dal sole d’aprile.
Ma noi siamo ancora in inverno e, con il freddo e la neve di questi giorni, è un pò difficile soffermarsi a stupire per la vita che pulsa sotto i nostri piedi.
Il cielo, non ancora ci fa vedere il suo aspetto migliore, come spesso è accaduto in questi giorni passati, quando il desiderio era solo quello di starsene chiusi dentro la casa, avvolti dal dolce tepore delle coperte.
Ma se ci sono le nubi non è detto che il sole sia morto per sempre, se non vediamo i fiori spuntare, né l’erba fare capolino tra le zolle, non possiamo dire che non c’è vita, non c’è speranza, ma solo bisogna aspettare che il tempo arrivi, il tempo giusto per ogni stagione
luglio 2001
Le stagioni
Signore ti ringrazio perché mi doni la pazienza di attendere che la terra porti frutto, di sperare che non invano e non a caso soffia il vento e cade la pioggia, non a caso la neve scende e il gelo ricopre la terra.
Signore, tu che hai creato le stagioni, diverse l’una dall’altra, tutte ugualmente utili e belle, Tu tutte le ami, perché le hai pensate per noi, le hai fatte così perché imparassimo ad accogliere il seme della tua bocca, lo custodissimo con cura nel nostro cuore, avessimo la pazienza di attendere che germogliasse, fossimo preparati a vederlo anche soffocato da erbe cattive, non ci stupissimo che, quando proprio pensavamo fosse morto, vedessimo spuntare la vita dove mai avremmo immaginato fosse possibile.
Tu hai pensato a tutte queste cose e ci concedi di vederle e di stupire, ogni anno, quando arriva la primavera e i campi si coprono di erba fresca e tenera, quando i rami degli alberi rinnovano il loro vestitosi, quando i colori dell’arcobaleno si posano sui fiori appena sbocciati, unendosi alla sinfonia della natura che cresce.
Così ci prepari al grande banchetto dell’estate quando giungono a maturazione e possiamo gustare i frutti succosi a lungo aspettati.
Delle stagioni l’estate è quella in cui si miete e si raccoglie, quella che non vorremmo finisse mai, è il tempo in cui vorremmo perderci, perché non è tempo di attesa, ma tempo pieno, in cui basta allungare la mano per gustare il frutto morbido e dolce che la natura ci offre.
Delle nostre stagioni, Signore, molte a volte ci sembrano inutili, perché il sole non le riscalda, la terra è grigia, le zolle dure e compatte, gli alberi con i loro scheletri pietrificati protendono invano le braccia nel cielo grigio e pesante.
Da quel cielo, Signore, il sole non sembra passare, perché le nuvole spesse lo coprono, premendo, gravando sulla dura crosta gemente, facendogli ancora più male.
Signore, ci sono stagioni in cui gli elementi si scatenano e tutto sollevano, stagioni in cui anche quei miseri resti di vita, spogliati del loro verde mantello, travolti dalla furia degli elementi, scomposti sussultano, singhiozzano, chiedendo pietà.
Ma arriva il momento in cui tutto finisce, perché anche le bufere più grandi hanno un termine, anche il cielo più buio e ingolfato si toglie il velo, per mostrare agli occhi in attesa le meraviglie a lungo celate.
Così il sole ecco salire nel cielo, ecco le stelle spuntare nel buio, ecco l’azzurro riempire il cuore di quella natura che non aveva smesso di credere che oltre le nubi l’azzurro non era scomparso per sempre.
Così, Signore, la pioggia, la grandine, il vento non sempre accettati, acquistano un senso perché sono momenti del divenire del tempo di cui tu sei padrone e Signore, sono momenti del divenire delle tue creature, perché si trasformino come le vuoi, come le hai progettate e pensate.
Arriva il momento in cui l’uomo cessa di divenire per essere.
All’infinito un giorno potremo vedere spuntare dal grembo della madre ormai pregno, i teneri fiori dei campi, i luccicanti germogli sui turgidi nodi dei rami, il risveglio da un sonno che sembrava di morte, perché tutto si colora di luce che dona agli occhi stupiti la gioia di godere della tua grazia multiforme e infinita.
C’è un tempo per piantare, un tempo per arare, un tempo per raccogliere, ma il più lungo è quello dell’attesa, tempo di silenzio, di deserto, di desolazione, di morte.
Fa’ Signore che in esso riusciamo a percepire la vita che si prepara nelle viscere calde della natura.
Fa’ che sappiamo aspettare senza paura, fa’ che sappiamo vedere il colore nel grigio delle nostre giornate, fa che sappiamo apprezzare anche ciò che è lungo a passare, fa’ che la nostra stagione sia compimento di ciò che hai stabilito dalla notte dei tempi per ognuno di noi.
Quante volte ci sembra interminabile il tempo dell’attesa, quando questa è piena di problemi da risolvere, di perché senza risposta, di non senso di tante cose che ci succedono!
Rileggendo con voi le pagine drammatiche del periodo più fosco e buio della mia vita, mi è venuto naturale ripescare quanto ho scritto a luglio del 2001.
Allora era estate ed è stato più semplice ringraziare il, Signore per il frutti copiosi di quella stagione.
Ma perché l’attesa non sia mai tempo morto, inutile, sprecato, sul mio cellulare ho memorizzato un messaggio, che mi appare ogni volta che lo accendo:” Sono con te tutti i giorni della tua vita”, qualora dimenticassi che non sono sola, che non devo temere, che devo imparare a fidarmi e ad aspettare.
Da " Il gioco dell’oca"
Al punto di partenza
Il 20 marzo 1990, mentre pulivo la doccia per decontrarre i muscoli tesi della spalla e del collo, una fitta lancinante mi mozzò il respiro, rimanendo con il braccio sospeso nell’aria.
Cercai di capire cosa fosse successo, ripescando nella memoria qualcosa di simile.
Mi venne in mente il mio primo torcicollo, quando a Bologna dovetti, d’urgenza, chiamare il dottore. Ma la cosa che mi atterrì fu il constatare che non potevo stare più in piedi e che solo allungata, con il braccio sopra la testa, si attenuava il dolore.
Non volevo crederci, mi sembrava una beffa, uno stupido scherzo, un incubo da cui presto mi sarei svegliata. Quel maledetto dolore da carico, con il quale avevo dovuto lottare per tanti anni, eccolo di nuovo più grande e temibile di prima. Non potevo sbagliarmi: era un’altra ernia.
Il medico di base, chiamato d’urgenza, disse che era una fibromialgia, che ci si sarebbe giocato la testa, perché anche lui ne aveva sofferto. Mi fece un’infiltrazione e, con l’aria di chi la sa lunga, non volle essere pagato se non a guarigione avvenuta.
In seguito mi disse che non mi aveva creduta perché ero un soggetto depresso autorizzandomi a schiaffeggiarlo se fosse successo di nuovo.
I giorni che seguirono furono da incubo nella disperata ricerca di una risposta ai mille interrogativi che ininterrottamente i nervi impazziti del collo mi ponevano. La risonanza magnetica che emise il verdetto fu il primo di una serie infinita di traumi a cui dovetti sottopormi. Nell’alternanza convulsa di speranze e delusioni solo l’idea della morte riusciva a placare il tumulto dei pensieri, scossa dalla paura di essere lasciata sola e del dolore che mi devastava.
I miei sospetti erano fondati: un’ernia cervicale mi stava paralizzando.In Abruzzo nessuna struttura garantiva dai rischi di un intervento, per cui dopo affannose ricerche, approdammo ad un illustre neurochirurgo della capitale che operava i suoi clienti, pur lavorando in un pubblico ospedale, presso una clinica esclusiva al centro della città.Non badammo a spese, visto che bisognava fare presto per evitare il peggio.
Il 24 aprile mi trovai ad attendere il mio turno in una stanza bianca ed estranea, impregnata dall’odore acre dei disinfettanti che mi bruciavano la gola, mentre invano cercavo un volto amico tra quelli che frettolosi mi passavano accanto.
Ancora una volta l’idea di una morte che avrebbe posto fine a tanta sofferenza mi dette il coraggio di salire sul lettino della sala operatoria.
Ricordo la delusione del risveglio nel constatare che non era finita. I dolori erano più forti di prima mentre l’ultima speranza cadeva.
Dopo tre giorni fui dimessa. Non era cambiato niente, tranne un’infezione vaginale virulenta che si aggiunse a tutto il resto.
Tornati a Pescara, facemmo fatica a trovare una brava terapista della riabilitazione, ma alla fine la nostra costanza fu premiata.
Impercettibilmente diminuiva il dolore, impercettibilmente il movimento del braccio si allargava, impercettibilmente la vita prese a sorridermi.
Dal letto ero passata ad una sdraio che mi permetteva di non vivere isolata, perché me la potevo portare dietro ovunque. Così in Agosto mi potei trasferire per un breve periodo nella casa di famiglia in montagna.
Di tanto in tanto provavo a mettermi in piedi, contando i passi che riuscivo a fare senza dolore.
Un giorno mi parvero così tanti da pensare che il traguardo non era lontano.
Ma la gamba?…Che c’entrava la gamba, in quel momento di grande esultanza, a farsi sentire?
Era la destra e un velo cadde davanti ai miei occhi. Lo stesso sintomo di 15 anni prima!

Ad agosto ebbe inizio la nuova e più terribile odissea. Di quel mese e dei successivi serbo un ricordo doloroso e straziante. Dovetti trasferirmi a casa di mia madre perché avevo bisogno di tutto.
I numerosi tentativi di rimettermi in piedi, ricorrendo ai più infernali marchingegni, lungi dal sortire l’effetto voluto, non facevano che riacutizzare ora il dolore alla spalla ora alla schiena. Di giorno e di notte ero sconvolta da contratture allucinanti. A ciò si aggiungeva la maledetta paura di rimanere sola che più forte che mai si era impadronita di me.
Mio marito mi veniva a trovare, ma non faceva cenno di volermi a casa, nonostante mio figlio ripetutamente chiedesse di me.
L’analista, nel cui studio avevo continuato a recarmi puntualmente, trascinando le gambe, aggrappata alle braccia dell’accompagnatore di turno, si ostinava a ripetere che non avevo niente e che non volevo guarire.
A novembre stavo peggio di prima, nonostante i meccanici del sapere avessero messo a punto da poco l’ultimo strumento di tortura, il busto a crociera.
Mi sembrava di annegare in un mare in tempesta, ma di una cosa ero certa: volevo tornare a casa.
Bastava cercare qualcuno che sostituisse mia madre e mio marito e si occupasse di me.
Fui fortunata a trovare una ragazza allegra e piena di vita con cui subito m’intesi.
Per stare in piedi dovetti sostituire con un busto gessato con ascellari d’acciaio quella crociera che provocava più danni che benefici.
Non dovetti più dire grazie a nessuno, non dovetti più scervellarmi a cercare il salvatore di turno. Bastava pagare! Averci pensato prima!
Ma ogni scelta ha i suoi tempi.
Canto:Dio aprirà una via
1991
La vita tornò a sorridermi e ad aprile buttai il gesso e lasciai libera la mia compagna di viaggio.
Avevo vinto la mia battaglia con il male oscuro, anche se occorse ancora un anno per concludere il lungo viaggio intrapreso tanti anni prima con l’analista.
Non avevo però risolto i problemi alla schiena e continuavo a soffrire ogni volta che stavo in piedi. Vivevo sulla mia sdraio e mal mi adattavo a qualsiasi altro tipo d’appoggio.
Passavo il mio tempo a cucire, privilegiando i lavori difficili e dove confluivano pazienza precisione e creatività. Mi meravigliavo sempre più del fatto che preferissi aggiustare che creare dal nulla, che con quattro metri di stoffa non riuscivo a confezionare neanche un fazzoletto, mentre con un fazzoletto riuscivo a fare un vestito.
Lungi dal sentirmi realizzata, pensavo alla scuola che volevo riprendere almeno l’ultimo mese
Ormai la macchina non era un problema e a scuola bastava trovare la sedia giusta.
Ma che stava succedendo al braccio destro? Non riuscivo più a muoverlo se non urlando di dolore.
Non ci capivo più niente. Così l’ortopedico che negli ultimi anni mi aveva seguito con grande disponibilità, dopo aver provato con fasciature non rigide, fu alla fine costretto ad ingessarmi il braccio e la spalla."Tendinite del tennista" la chiamò.
Mi meravigliai che come la meniscopatia anche questa patologia mi accomunava agli atleti.
Me che da anni non facevo un passo, e che agli esami di stato fui vergognosamente rimandata a ottobre in educazione fisica.
Il giorno del rientro in servizio non sapevo se ridere o piangere. Provai a guidare con il braccio sinistro, ma non feci che pochi metri.
Gettata la spugna, chiamai mio marito e mi presentai agli alunni e ai colleghi, dopo tre anni d’assenza, conciata in quel modo.
Era maggio del 1991.
In quello stesso periodo sentivo una gran voglia di cambiamento.
La mia casa che negli ultimi anni avevo sentivo nemica ed estranea, desiderai renderla più confortevole e funzionale.Mi svegliavo la notte a pensare alle possibili soluzioni facendo schizzi su schizzi.
Ce ne volle per convincere mio marito ad avviare i lavori, ma alla fine la spuntai.
Passai l’estate chiusa nella stanza da letto, attrezzata per l’uso, mentre gli operai demolivano muri e pavimenti in un fragore infernale.
La ristrutturazione della mia casa rispose ad una ricerca interiore di cambiamento.
Il lavoro analitico stava dando i suoi frutti.
I sogni fornirono alla ricerca analitica il materiale per approfondire la conoscenza di me stessa.. La casa era un tema ricorrente. Mi meravigliai di sognare, con l’andar del tempo, palazzi sempre più bassi con ampi balconi che si sostituirono alle piccole e buie finestre dei grattacieli.
Ridenti palazzine ad un piano con ampi balconi comunicanti con l’esterno furono il segno che il grande viaggio alla scoperta di me volgeva al termine.
A dirmi che ormai potevo andare da sola, fu un sogno in cui vidi una grande casa, con mura spesse e robuste, non ancora finita. Attorno ad essa un via vai di operai occupati a portare a termine la costruzione.
L’analista mi congedò dicendo che il più era fatto e che avevo gli strumenti per terminare la casa senza di lui.
Aveva ragione, perché non lui ma il Signore doveva provvedere a che vi potessi abitare.
Non mi servivano certo i tappeti persiani che per un tempo lunghissimo sognai come copertura del pavimento umido e sporco della cantina, né quello costoso che io e mio marito comprammo per avere un progetto comune, visto che non riuscivamo a trovarne altri, che ugualmente ci trovassero d’accordo.
Ma ciò che rese la mia casa abitabile, casa dove non c’era più posto per la paura, fu un crocifisso
Così scrivevo a quello zio di Bologna con cui oggi condivido la gioia di poterci un pochino fermare, per parlare di Dio.
25 giugno 2001
Caro zio Remo,
ti voglio raccontare la storia di pareti, un tempo nude e fredde, quelle della mia casa, quelle che tutti possono vedere e quelle che non si vedono , perché nascoste nel cuore
Quando ci siamo sposati, io e Gianni, non avevamo nulla da appendere ai muri imbiancati di fresco, tranne una Madonna di vetro, che cadde subito, perché il chiodo era piccolo e la cornice troppo pesante.
Ce l’aveva regalata un’amica per l’occasione; ma non me ne diedi pensiero.
Durò giusto il tempo per essere rimpiazzata, al ritorno dal viaggio di nozze, con un poster in cui sfolgorava una rossa, Ferrari.
L’attaccammo all’ingresso, per far capire, a chi bussava alla porta, che noi volevamo bruciare le tappe, volevamo volare, come quella splendida macchina, verso esaltanti trofei.
Poi il poster si sciupò, perché non c’erano soldi per farlo tenere un po’ in piedi, almeno con delle bacchette.
In seguito tu mi regalasti, in occasione di uno dei tanti soggiorni obbligati a Bologna, per curare ciò che nessuno riusciva e non ancora riesce a capire, un disegno grande e colorato, un disegno che un tuo amico vignettista ti aveva portato e che non sapevi dove attaccare, perché le pareti erano ormai tutte piene.
La stanza di Franco accolse quell’opera di poco valore, ma allegra, dove gente che cantava e suonava alla luna, appoggiata ai lampioni, pur se ubriaca, illudeva che la vita era bella, invitando ad annegare dimenticare, nel vino, l’affanno e la pena di dentro.
Un giorno un collega, un artista, mi fece vedere ciò di cui era capace.
Fui attratta da una xilografia in cui campeggiava lo schizzo di un uomo, attraversato da linee verdastre, che in un paesaggio spettrale, fra palazzi senza finestre, era diviso a metà da una sbarra che gli tagliava la testa.
La misi a capo del letto, perché non c’era niente e perché pensai che poteva essere il mio biglietto da visita per chi veniva a trovarmi nei lunghi, lunghissimi anni della mia solitudine antica e sofferta nel corpo e nell’anima, piagati da ferite che non si rimarginano.
Pian piano le pareti della mia casa si colorarono di tanti frammenti di vita: emozioni, ricordi, passioni di momenti che diventavano sempre più lunghi; ma nella stanza da letto quell’uomo continuava a rimanere solo
Poi conobbi un pittore persiano (a Fiuggi, ricordi?) che dipingeva cristi e madonne.
Ne comprai una, perché era bella e potevo metterla sopra al comò per farla ammirare dagli altri.
A destra del letto attaccai piccolo quadro sbiadito in cui, un uomo e una donna, smarriti, guardavano l’albero del frutto proibito, girando lo sguardo al serpente che li aveva tentati, ma non rispondevano alle mie tante domande angosciose sul perché del dolore innocente.
Passarono gli anni e tra le molte cose nascoste, ammassate in cantina, mamma ripescò uno stendardo che i nonni, forse, tenevano appeso sul letto.
Era un’icona della Sacra Famiglia che, né topi, né tarli erano riusciti a corrodere.
Fui l’unica che si mostrò contenta di prendere ciò che sembrava dovesse andare buttato.
Quando venne il momento, feci bloccare, tra due lastre trasparenti di vetro, la stoffa invecchiata e ingiallita di quell’immagine sacra. L’appesi in un angolo della mia casa, ormai troppo piena di quadri che contano, in attesa che mi venisse un idea, anche solo per ricavarne dei soldi.
Quando, morto il padre di Gianni, mi vidi arrivare la sua eredità, m’irritai con chi aveva scelto per noi il grande crocifisso d’argento, di cui non sapevo che farmene.
Lo misi nella casa di fronte, perché non lo volevo vedere.
Fra tre settimane Franco si sposa. e andrà ad abitarvi.
Entrando nel fresco e giovane nido che accoglierà lui e la sua giovane sposa, ho notato che alle pareti mancava qualcosa, qualcosa di veramente speciale, che le illuminasse.
Mi sono chiesta cosa avrebbe fatto loro piacere e ho pensato che doveva essere cosa che veniva dal cuore.
Così ho staccato la bella Madonna che arredava con gusto la nostra stanza da letto e gliel’ho regalata , perché la usassero meglio di come avevamo saputo far noi.
In cambio ho voluto quel crocifisso che stava ammucchiato nel loro stanzino, per appenderlo lì dove potessi guardarlo quando, stesa sul letto, la notte non riesco a dormire.
Così la gioia del dono dipinta negli occhi di Franco e della sua sposa è anche la mia che, se da un lato sono riuscita a donare ciò da cui mai mi sarei separata, dall’altro posso riposare nell’amore di Cristo che da tanto era lì ad aspettare che a Lui volgessi lo sguardo.
Voleva invitarmi da sempre a guardare la croce a cui, innocente, era stato inchiodato, mi voleva ricordare che il vuoto di pareti fredde e deserte si riempie con l’amore donato, si illumina con le braccia spalancate di un Dio che ha pagato il prezzo più alto, donando suo figlio per ognuno di noi.
Anche la Sacra Famiglia è cambiata di posto.Ora la vede chiunque bussa alla porta, e quell’uomo, solo, l’ho mandato in cantina, in attesa che un Crocifisso gli parli.Spero che una storia di pareti vuote e di quadri non ti abbia annoiato; mi auguro anzi che anche tu, tra le tante immagini attaccate ai muri della tua casa, ne trovi una da poter pregare ed amare.
Con questo augurio che estendo a tutti, vi lascio.
Canto:Davanti a questo amore
2 febbraio 2004.

16 Dal diario di Antonietta

 

 Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Tu sei la mia vita
Un caro e affettuoso saluto a tutti, amici.
La scorsa volta ci siamo lasciati all’inizio del grande viaggio per scoprire il mistero profondo che nascondevo dentro di me.Un viaggio intrapreso per vedere di che colore fossero i fiori, quale fosse il loro profumo.
Strane analogie che allora non mi furono chiare perché cosa potevano insegnarmi i fiori, cosa potevano dirmi che non sapessi, attraverso la fisica e la chimica e tutte le altre scienze a riguardo?
Quando mi sposai, a tenere fermo il velo, c’erano tre finte margherite, fiori senz’anima che non riuscirono a riscaldare la mia casa di giovane sposa.Cosa c’entravano i fiori con la difficoltà, la paura a stare sola?
Nessuno allora me lo spiegò, ma il desiderio di vincere quella che ritenni la più difficile delle battaglie, bastò perché non mi ponessi tante domande.
Da "IL Gioco dell’oca"
1980
Per ricominciare, a Pescara, il cammino interrotto, fu scelto un allievo del grande maestro che, nelle crisi di panico, aveva visto la mia difficile relazione con il mondo dei fiori.
Non ebbi difficoltà, all’inizio, a raggiungere il suo studio, situato in un comune vicino. Ero animata dalla gran voglia di farcela, e la distanza certo non mi spaventava. Mi sentii quasi subito meglio tanto da pensare che ne stavo venendo fuori. Lo psicoterapeuta., a ragione, ridimensionò il mio entusiasmo, che peraltro fu di breve durata.
Il nemico di cui volevo conoscere il volto ben presto buttò la prima maschera.Capii che le crisi mi venivano quando rimanevo sola.
La sorte non fu benevola con me e si accanì a demolire le ultime ed incrollabili certezze. Io, che andavo orgogliosa della capacità di superare con la mia piccola 500 qualsiasi mezzo, qualunque dimensioni avesse, su qualsiasi tracciato, anche quando le condizioni meteorologiche erano proibitive, non riuscivo più a fare un metro senza star male.
La 500, simbolo dell’indipendenza raggiunta, che mi aveva accompagnato per 10 anni senza mai tradirmi, fu sostituita da un’anonima 126 che mio marito comprò a suo nome e me la dette in uso.Da allora cominciai ad avvertire un disagio sempre crescente mentre ero alla sua guida.
Non era forse perché quella macchina non la sentivo mia?
All’inizio lottai per non chiedere aiuto, ricorrendo ai più incredibili e cervellotici stratagemmi per non essere di peso a nessuno.Studiai i percorsi che mi davano meno angoscia perché più familiari, e lì dove la strada era nuova, mi sforzai di far coincidere le mie esigenze con quelle delle persone a me più vicine.
Per anni mi sono logorata in questa ricerca sfibrante, ogni giorno mettendomi alla prova.Ma le delusioni erano tanto più cocenti, quanto più avevo puntato nell’ennesimo sforzo
La mia speranza stava nella psicanalisi che pensavo potesse in breve tempo risolvere il problema che tanto mi schiacciava. Ma lungi dal risolvere il primo ne fece sorgere altri ancora più castranti.Arrivai al punto che non riuscivo neanche ad andare in bagno, senza essere accompagnata.
Così decisi di mandare a quel paese l’analista, forte del fatto che aveva manifestato l’intenzione di aumentare la parcella. Avrei dimostrato di poter fare a meno di quell’uomo avido e senza cuore.
La mia famiglia al completo fu mobilitata per accompagnarmi ogni volta che ce n’era bisogno.
Io, da parte mia, limitai le uscite alla scuola e allo studio dello specialista di turno.
Infatti, il fisico non finiva di darmi problemi. Ma a questi ultimi, per circa 10 anni non ho dato peso, presa com’ero dall’angoscia perenne di dover dipendere da tutti.
Com’è strano il destino! L’indipendenza agognata, perseguita, conquistata, urlata per una vita intera, vistosamente contraddetta e negata da una malattia neanche degna di questo nome!
Senza punti di riferimento la mia giornata si trascinava nell’impari lotta con il nemico di sempre. Continuavo a cercare soluzioni, chiedendo a chiunque la strada, ma senza successo..
Andai persino a Firenze da un neurologo di cui tanto si parlava.L’effetto della cura fu più terribile del male.
A Roma, da un famoso pranoterapeuta, cercai di calarmi nella parte fino in fondo, violentando la mia natura estremamente razionale.Mi fu detto alla seconda seduta che, una volta tornata a casa i miei disturbi sarebbero scomparsi, ma mai vaticinio fu più funesto.Il ricordo di quel che accadde dopo torna ancora ad atterrirmi.
Sentivo il bisogno crescente di essere ascoltata, perché la situazione era divenuta insostenibile.Colsi al volo il suggerimento di un’amica che era in cura da uno psicologo e prenotai una visita, senza informarmi di nulla se non dell’ubicazione dello studio, rigorosamente vicino a persone a cui avrei potuto appoggiarmi.
Così cominciò la nuova avventura.
1986
Come sempre mi accade quando intraprendo una strada, la percorsi fiduciosa fino in fondo, nonostante alla fine fossi più disorientata di prima.
Mi sottoposi ad estenuanti esercizi non venendo mai meno alle aspettative di chi mi curava. Accompagnai persino sul Garda una classe alla gita di fine anno, non senza notevoli disagi.La terapia comportamentale (solo da poco ho saputo che così si chiama) prevedeva il raggiungimento di obiettivi minimi che io puntualmente sfondavo.
La sfida mi eccitava.
Riuscire a svolgere i compiti assegnati, superando sempre il limite, fu per me fonte di grande soddisfazione. Non volevo dare peso al prezzo pagato per tali prodezze.
Continuavo a star male, anche se fui giudicata un’allieva modello al punto che un giorno mi fu detto che ne sapevo più di loro (erano in due a seguirmi) e che non avevano più niente da dirmi.
Ufficialmente ero, ironia della sorte, guarita.
Era passato circa un anno, durante il quale avevo imparato molte cose che non conoscevo di me; ma il terribile nemico non era stato debellato, anzi era uscito rinvigorito dalla lotta.Avevo assolutamente bisogno di qualcosa che mi permettesse di vivere con un minimo di dignità.
Ritornai dal neurologo che da allora divenne il mio punto di riferimento.Imparai a prendere tutto ciò che mi veniva prescritto senza più leggere controindicazioni ed effetti collaterali. Solo a scuola i disturbi si attenuavano fino a scomparire. Decisi quindi che il lavoro era la miglior medicina.
Purtroppo da sola non bastava.
1987
Così all’approssimarsi della primavera del 1987, per evitare che quel poco che riuscivo a fare non fosse ostacolato da una recrudescenza delle crisi che in quella stagione esplodono senza ritegno, chiesi al medico una cura preventiva. Siccome il farmaco mi era sconosciuto gli attribuii un’efficacia che era lontano dall’avere.
Haldol fu il rimedio peggiore del male, che in poco tempo mi irrigidì tutti i muscoli, mentre venivo sconvolta da attacchi di tipo epilettico. A nulla valsero parole e preghiere perché la cura fosse cambiata.
L’ordine era perentorio: insistere, continuare!
Quando non ce la feci più, spinta da una forza che non pensavo più di avere, alzai la cornetta per chiedere aiuto.
All’altro capo del filo la voce amica di mia cugina, medico in un reparto di psichiatria di un ospedale lontano, chiarì i miei dubbi e mi disse di sospendere subito quel medicinale che si usava nei deliri e nelle allucinazioni e che aveva come effetto collaterale i sintomi del morbo di Parkinson.
Frastornata e confusa, di una cosa ero certa: dovevo andare più in alto. Così mi feci visitare da uno specialista di grido che, dopo avermi ascoltata, mi disse che il mio più grande errore era stato lasciare l’analisi. Se volevo risolvere il problema alla radice, dovevo riprendere il cammino interrotto.
Bevvi e m’inebriai di quelle parole che riaccendevano una luce nel buio della mia notte.
Con molta umiltà, ma non senza disagio, tornai da quell’uomo che avevo lasciato sbattendo la porta tanti anni prima. Mi accolse benevolo nel suo studio nuovo, al centro della città, come se mi stesse aspettando da sempre.
1988
Gli anni che seguirono furono intensi e sofferti. L’avventura, questa volta intrapresa con più consapevolezza, mi attrasse nel suo vortice tumultuoso e avvincente.Man mano che procedevo a scandagliare la profondità degli abissi, m’imbattevo nelle mie angosce personificate, mostri paurosi che per anni avevo tentato, senza riuscirci, di tenere a bada.Il nemico cambiava continuamente volto, ma mi faceva sempre meno paura.
I sogni mi venivano in aiuto con i loro messaggi segreti che andavo imparando a scoprire.
I grattacieli diventarono palazzine ad un piano con ampi balconi comunicanti con l’esterno.
I grandi e lussuosi tappeti persiani, che coprivano l’umido sottoscala, diventarono tovagliette di plastica, piegate a metà, per salvaguardare il marmo prezioso della cucina. E che dire dell’incubo ricorrente dei bagni senza porte? E quel maledetto ascensore che non voleva fermarsi al piano in cui c’era mio padre?
Pian piano caddero tutte le barriere e i bagni non ebbero più bisogno di porte e l’ascensore divenne di vetro, e poi si fermò al piano perché potessi riabbracciare mio padre.
La voglia di vivere esplose prepotente.
Convinta di uscire dal tunnel, mi preoccupai l’anno successivo di mettere a punto anche la salute fisica. L’ avevo trascurata non poco negli ultimi anni, presa com’ero dalla lotta con il nemico di dentro.
Lungi dall’averlo sconfitto, mi misi d’impegno a scoprire perché avevo sangue nelle urine, perché le infezioni vaginali non mi davano tregua, perché il mio stomaco funzionava a periodi, perché ogni volta che andavo in palestra mi si bloccava ora la schiena, ora il collo, perché l’ultima volta avevo dovuto sospendere per una parestesia del braccio destro, quando la spalla che soleva farmi male era la sinistra.Le domande rimasero senza risposta.
Ma la bocca sì, quella potevo sistemarla per bene.
Bastava trovare un bravo dentista che mi ricostruisse il vecchio ponte che si era sgretolato.
Non fu impresa facile. Gli appoggi erano pochi e traballanti. Le gengive ridotte ad una sottile pellicola che a stento tratteneva i denti rimasti allo scempio di tanti anni addietro, quando lo scopo di quello che doveva curarli era tutt’altro che nobile.
Alla fine di novembre esibivo la mia prima vittoria: denti smaglianti e perfetti facevano bella mostra di se nella bocca rimessa a nuovo.
Fu in quel periodo che sentii il bisogno di uscire dai legami ormai logori della famiglia e aprire gli occhi sul mondo.
Convinsi mio marito a frequentare insieme un corso di prevenzione al C.E.I.S. di don Mario Picchi, dove mi aprii a nuovi rapporti e uscii dalle strettoie di una vita passata a confrontarmi solo con me stessa.
Lì conobbi molte persone e, per la prima volta, mi accorsi che esistevano gli altri. Allacciai nuove amicizie, in quel luogo dove ci si metteva a nudo in un confronto sereno e pacato.
Con un’amica, da poco ritrovata in quel luogo, presi l’abitudine di fare lunghe passeggiate.La cosa mi piacque a tal punto che mi fulminò un’idea.
Potevo smettere di tormentarmi al pensiero che non potevo guidare la macchina: sarei andata a piedi!
Ma cos’era quel fastidioso dolore al piede destro che mi costringeva a zoppicare vistosamente? Non erano passati che tredici giorni dall’ultima seduta presso lo studio del dentista.
1989
Avevo fatto male ad acquistare scarpe da poco in quel negozietto, attratta dalla forma gradevole e sbarazzina. Le indossavo tutti i giorni, tanto mi piacevano. E dire che l’anno prima ero andata fino a Roma a farmele fare su misura, ed erano costate un occhio della testa. Ma non erano comode e pratiche come queste.
Finalmente non dovevo andare lontano per trovare il mio numero.
Dal 40 ero passata nel corso degli anni al 42.
L’analista si ostinava a sostenere che non era vero che fosse difficile trovare la mia misura. Io però non volevo ascoltare il messaggio nascosto che anche i sogni mi inviavano, come quando la cercai in una notte piena di incubi in un cimitero di bare vuote.
Con terrore mi accorsi che era l’alluce valgo a farmi soffrire. Era diventato una protuberanza violacea che non faceva presagire niente di buono. No. Non era possibile. Non ci sarebbe mai stata pace per me?
Mi diedi da fare per dimostrare che da una borsite si poteva guarire. Mi parlarono del laser come cura antinfiammatoria. Convinsi il medico a provare quella terapia sull’osso del piede che mi faceva tanto soffrire.
Scettico, acconsentì.
Ad ogni applicazione l’infiammazione diminuiva, per poi tornare appena provavo a mettere qualcosa che non fossero ciabatte. Per tre mesi indossai solo quelle, per i piccoli ma necessari spostamenti: la scuola e il gabinetto di fisioterapia.
Arrivò marzo e con lui i primi indumenti primaverili comparvero nei negozi, Graziose scarpe senza punta mi facevano l’occhiolino dietro le vetrine.Ne comprai con grande entusiasmo un paio morbidissime che non sfioravano neanche la parte malata. Finalmente ero tornata normale!
1990
Per festeggiare l’evento, era sabato, io e mio marito ci concedemmo una lunga passeggiata in centro. Solo quando si fece buio avvertii un fastidio alla spalla sinistra, in corrispondenza del collo, la stessa spalla di cui nessuno mai si era voluto occupare.
Pensai che fosse dovuto al mio abbigliamento troppo leggero, e non gli detti importanza.
Il fastidio divenne dolore, che irrigidì i muscoli del collo, come spesso mi succedeva.
Ormai ero abituata a non dare peso ai blocchi che puntualmente mi si presentavano.
Così fu anche quella volta. Anzi, due giorni dopo mi misi a pulire la doccia, per sciogliere il muscolo contratto. Non portai a termine l’operazione perché una fitta lancinante mi mozzò il respiro, mentre il braccio rimaneva sospeso nell’aria.

Era il 20 marzo 1990. Cercai di capire cosa fosse successo, ripescando nella memoria qualcosa di simile.
Mi venne in mente il mio primo torcicollo, quando a Bologna dovetti urgentemente chiamare il dottore. Ma la cosa che mi atterrì fu il constatare che non potevo stare più in piedi e che solo allungata, con il braccio sopra la testa, si attenuava il dolore.
Non volevo crederci, mi sembrava una beffa, uno stupido scherzo, un incubo da cui presto mi sarei svegliata Quel maledetto dolore da carico, con il quale avevo dovuto lottare per tanti anni, eccolo di nuovo più grande e terribile di prima. Non potevo sbagliarmi: era un’altra ernia!
Il colore dei fiori, il loro profumo come potevano rendere la beffa meno feroce, l’incubo meno angoscioso?
Il viaggio l’avevo fatto da sola a visitare quel giardino che tenevo racchiuso nel cuore, un giardino dove erano stati seppelliti la gioia e il dolore, la rabbia e la paura, sentimenti negati e dimenticati, nascosti ai miei e agli altrui occhi, da quando decisi di poter fare a meno delle carezze degli altri.
La psicanalisi mi aveva dato gli strumenti per leggere nel libro della mia vita, ma non mi aveva insegnato quale luce accendere perché ciò che vedevo non mi turbasse.
"Il tempo é nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito é nei nostri cuori" le parole che hanno cominciato a scavare, a dissodare la terra, per trovarvi quei fiori perduti, a darmi la chiave per entrare dentro il mistero di un giardino non nato per caso, di un cuore che doveva diventare di carne, per accogliere l’infinito di Dio.
Dalla terra sono emersi i ricordi, profumi e colori di tempi lontani, ma anche odori sgradevoli mischiati a colori sbiaditi.
Era quello ciò che non volevo vedere? E il tempo bisognava fermarlo, perché potessi riappropriarmi di quel giardino dimenticato?
27 febbraio 2003
Sopra l’altare ammiro l’opera di un artista capace che ha riunito in due coppe di vetro fiori frutta e tre lunghe e sottili candele.
In un tripudio di colori e di forme le due composizioni sono state lasciate lì ad appassire, dopo aver festeggiato una sposa.
Ma io le guardo e mi metto a sentire i tanti messaggi che inviano i limoni, le rose, le gerbere, i lilium e le viole, immersi nel verde più o meno intenso delle foglie e i tanti colori mi ricordano che un tempo amavo solo le margherite.
Osservo le rose rosse, dal gambo lungo e sottile, quelle bianche che nascono ai bordi dei fossi e le gialle e i piccoli fiori di campo e il verde su cui sono posati e ne ammiro la disposizione e la grazia e contemplo la perfezione delle forme che non l’uomo ma Dio ha dato a ciascun elemento.
Penso a chi ha cercato in quei vasi di riunire la bellezza che troviamo nei prati, quando il sole comincia a scaldare e l’aria diventa più mite.Penso a chi quell’armonia l’ha messa nell’universo perché non finissimo mai di stupire.
19 aprile 2003
Oggi, Signore, ti ho incontrato in un prato, appena svegliato dalla luce del sole d’aprile.
Una brezza leggera muoveva i teneri fiori spuntati tra i fili sottili e lucenti dell’erba.
Le farfalle dai mille colori, le api laboriose e tranquille, i calabroni rumorosi e pacifici, i piccoli insetti, si muovevano in quell’oceano scintillante di luce, che fa impallidire qualsiasi arcobaleno.
Ti ho incontrato Signore in quei fiori, di cui non vedevo il colore, né sentivo il profumo, ti ho incontrato e ti ho riconosciuto in quello scambio di vita che vedevo attuarsi in quel prato.
Ogni cosa mi parlava di te, nel suo esistere, nel suo essere l’una diversa dall’altra, nel suo porsi ognuna indifesa alla luce che veniva dal cielo.
Ti ho incontrato e ti ho visto Signore, nella vita che ognuna portava dentro, nella legge che ad ognuna tu hai assegnato di donare e ricevere vita, affidandola al soffio del vento, al tocco leggero di un’ape o alle ali di una farfalla.Ti ho incontrato Signore nella comunione di tutto il creato che in quel prato si faceva manifesta.
Nella primavera, che ogni anno ritorna, assistiamo al tripudio della natura che si risveglia, colorando i nostri pensieri e sorridendo ai nostri cuori un po’ spenti.
Ma c’é una primavera che continua a fiorire nelle anime da TE visitate; é quella dove non c’é fiore che non abbia profumo, non c’é foglia che non ne faccia risaltare il colore, dove anche il più piccolo stelo può reggere una grande corolla.
Dovevo cercare quell’Infinito, lasciarmi da Lui abbracciare e comprendere, per poterlo custodire nel cuore.
Solo con Lui posso fermare il tempo che passa e ascoltare cosa hanno da dirmi quei fiori.
Canto:Tu ci hai fatti  per te
 26 gennaio 2004

15 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica 
Canto:Cristo è risorto veramente
Un caldo e affettuoso saluto, amici di Radio Speranza e benvenuti all’ascolto di questa trasmissione.
Dall’ultima volta è passata una settimana, e da una settimana i paramenti del sacerdote sono verdi, come l’erba dei campi che è tornata a crescere, come la parola di Dio che è venuta a portare la speranza di una vita nuova, svincolata dalle stagioni.
La scorsa volta il tema era la compassione, quella che io non riuscivo ad avere per me, quella che Dio dispensa a piene mani a chi si mostra a lui nudo e bisognoso d’aiuto.
Le parole del profeta Isaia hanno sempre sortito su di me un effetto balsamico, di medicina prodigiosa e potente: “Consolate, consolate il mio popolo”, dice il Signore. Mi bastava sentirle quelle parole che mi sembrava già di stare meglio, presa in braccio dal buon pastore che porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri, anche se tendo a pensare di essere una pecora madre che non ha poi tutto quel bisogno di essere presa in braccio.
Ma bisogna tornare bambini, rinascere dall’alto per vivere questa meravigliosa sensazione di essere stretta al petto di colui che non si è limitato a darci la vita una volta sola, ma continua ogni giorno, immolandosi sopra gli altari e offrendosi a noi, ostia pura e immacolata, per convincerci che non siamo soli, che non ci ha abbandonato neanche un istante da quando è ritornato nella casa del Padre.
Ecco, la difficoltà è quella di tornare bambini, per riposare sicuri nelle sue braccia, senza timore che ci lasci cadere.
Ma quando le notti si fanno più lunghe e i giorni più bui e angosciosi, quando il cielo non accenna a schiarirsi e la preghiera sale inascoltata, bisogna farsi violenza per chiamare in aiuto quel Padre, che tiene girato lo sguardo.
Sono sentimenti che un po’ tutti proviamo, quando siamo oppressi da situazioni che ci schiacciano, sperimentando sulla nostra pelle l’impotenza di fronte ai mali che ci affliggono.
“Signore se vuoi, puoi guarirmi” disse il lebbroso a Gesù e fu istantaneamente guarito.
Se questa parola ti capita, come a me è successo, di leggerla dopo una notte insonne, passata a pregare ad invocare il suo nome, perché ponesse fine al tormento che si rinnova ogni volta che mi distendo, di muscoli e tendini che si ribellano, tesi e contratti a legarti i movimenti, il fiato e la voce, viene inevitabile chiedersi perché e fino a quando la misura non viene colmata.
Ma niente avviene a caso e sempre il Signore ha qualcosa di più da insegnarci.
All’alba, dopo ore passate a cercare uno sbocco, una strada per non impazzire, il mio pensiero è andato ai tanti che negli ospedali e non solo, di notte si sentono più soli, a combattere la quotidiana battaglia con il male che li attanaglia.Li ho guardati e mi sono guardata, ho alzato gli occhi al crocifisso e insieme a Gesù mi sono rivolta al Padre, nostro, mio, di Gesù, di tutti, e ho ritrovato il filo che pareva spezzato, il senso che sembrava smarrito, la gioia di potere, con Lui, condividere la compassione ed entrare con Lui in comunione.
Perché Dio risponda alle nostre preghiere è necessario che smettiamo di fare i navigatori solitari.
Se prescindiamo dagli altri, se pensiamo che il numero perfetto sia il due, e non il tre, noi, il fratello, i fratelli e Lui, non otterremo risposte che ci soddisfino.Perché la corrente passi, il circuito deve essere un triangolo, come quello con cui si suole rappresentare la Trinità.Ai suoi vertici attaccheremo le luci: su in alto, quella che viene da Dio, ai lati la nostra e quella del fratello o dei fratelli che Lui ci chiama ad amare.
Leggendo il Vangelo ci accorgiamo che Gesù interviene sempre su quelle malattie che ostacolano la relazione dell’uomo con tutto ciò che da Lui è stato creato, impediscono cioè che passi la corrente e si accenda la luce.
Perciò Gesù guarisce il lebbroso, la cui malattia lo teneva separato dalla comunità a cui apparteneva..
Ma quanta strada ho dovuto percorrere per entrare in quella relazione misteriosa e straordinaria con tutto ciò che cade sotto i miei occhi!
1 marzo 2001
La foglia
Seduta vicino alla statua di S. Giuseppe mi sorprendo ad osservare le piante che vi sono state ammassate, per fare posto a quelle più rigogliose e belle destinate all’altare.
Guardo le foglie, le prime vittime della scarsa luce che c’è nella chiesa: macchie sempre più grandi stanno sostituendo il verde brillante che era il loro vestito.
Ogni foglia ha il suo tormento, la sua piccola grande lebbra.,Alcune, ormai, sembrano completamente morte, accartocciate come sono sopra se stesse.Ma c’è una foglia in un vaso, non dei più grandi, che non finisce mai di stupirmi: è attaccata ad uno stelo spezzato, tagliato in due, con la punta che tocca la terra, straordinariamente verde e rigogliosa.
Ogni giorno mi accerto che non sia morta, ogni giorno la guardo miracolosamente vivere, attaccata al fusto da un filo invisibile, ignorata del tutto dalla malattia che infesta tute le altre.
Quella foglia sono più di tre mesi che è lì e mi fa pensare a tutti quelli che miracolosamente lo Spirito tiene in vita, perché gli uomini stupiscano e credano.
Ma di Dio non mi parlano solo le piante, ma anche e soprattutto i fratelli che incontro sulla mia strada.
 luglio 2002
Preghiera per Paola
Paola è dono di Dio, è mezzo e strumento di grazia.
Oggi, quando sono andata a trovarla, in ospedale, non ho visto il suo volto gonfio e tumefatto, né i corti capelli da poco ricresciuti dopo lo scempio che ne aveva fatto la chemio, né la ferita profonda dietro l’orecchio dell’ultima speranza da poco naufragata, non ho visto i cerotti che le coprivano le vene martoriate, né sotto le coperte, le gambe immobili, per il male che si è esteso alle anche.
Ho visto, i suoi occhi spalancati e luminosi, il volto disteso e sereno, il sorriso aperto e gioioso ad accogliere chi, turbato, si recava a visitarla.
Attraverso le mani bianche e sottili comunicava il calore di un cuore pieno d’amore per gli altri; in quelle ho visto le mani di chi ha trasformato la sua vita in preghiera e offerta continua di sé.
Mentre si muovevano, continuavano a parlarmi di Dio, più che ogni altra parte del corpo, un corpo in rovina, attaccato nelle sue fibre più profonde da un male subdolo che non perdona.
A Chi continua a darle la vita, a Colui che rende possibile questi miracoli, ho osato chiedere l’impossibile, unendo la mia, alla voce di quanti la conoscono e l’amano e ho pregato così:
”Signore mio Dio, pur se sappiamo che niente avviene a caso e neanche un capello verrà perso di quanto hai creato, che niente delle cose che da Te vengono sarà disprezzato, accogli questa preghiera, fatta nel tempo della nostra storia mortale, un tempo in cui le cose ci si presentano con i colori e i profumi del mondo, un tempo in cui gli affetti dell’anima sono ancora indirizzati a ciò che sentiamo con le nostre orecchie e vediamo con i nostri occhi, un tempo in cui il dolore di un uomo ci fa compassione quando teme per la sua compagna che se ne sta andando, lasciandogli due piccoli angeli a cui dovrà provvedere da solo.
Signore questa sorella tu l’ hai donata a sua madre, a suo padre, a suo marito, ai suoi figli e a noi che abbiamo potuto conoscerla e apprezzarne la comunione costante con te.
Signore, ti prego, non toglierci prima del tempo il tuo dono, fa’ che possiamo ancora di più apprezzarlo, fa’ Signore che in lei possiamo continuare a contemplarti ed amarti.
Canto:Prendi la mia vita
Il Signore non è stato sordo alle nostre preghiere e continua a donarci il sorriso e la gioia dipinta sul volto di Paola che ha ancora tante cose da insegnare a noi e ai suoi due piccoli angeli.
Questa è la realtà che oggi vivo, una realtà fatta di relazioni profonde con tutto ciò che porta il mio pensiero a Dio.
Non mi sento sola in questa stupenda avventura, anche quando il corpo fa le bizze e mi impedisce di dormire o di spostarmi come vorrei.
Anni addietro lo stare sola fu il problema più grande che mi trovai ad affrontare.
 "Il gioco dell’Oca"
 1978
In autunno ci trasferimmo nella nuova casa, più grande e più bella di quella che ci aveva ospitato appena sposati. L’eccitazione per tutto ciò che era nuovo mi prese in un vortice e per un breve periodo non ebbi tempo di pensare ai miei mali.
Solo quando tutto finì, presi coscienza che un nuovo nemico si affacciava all’orizzonte.
Non ne distinguevo i contorni, non conoscevo le sue armi e forse all’inizio ho pensato che non era me che cercava.
Ben presto mi accorsi che quella macchia indistinta era un mostro orribile e spaventoso, che si accingeva a dare il colpo di grazia a chi aveva pochi strumenti ormai logori, per combattere ancora. Anche se feci fatica a riconoscerlo, era quello stesso che fu messo a tacere con qualche goccia di valeriana anni addietro.
Dov’era la consueta baldanza? Dove le sicurezze antiche?
Non era il male fisico che m’impensieriva. Ormai avevo imparato a convivere con lombosciatalgie, cervicobrachialgie, bruciori di stomaco e infezioni vaginali, ma quello strano malessere che ti prende improvviso senza apparente motivo e che ti fa sentire la testa vuota e le gambe molli, mentre lo stomaco si stringe in una morsa era cosa nuova per me.
Ti passa la voglia di vivere, la voglia di fare e di pensare, e piombi in un’apatia senza fine, mentre conati di vomito ti sconquassano tutta.
Dovetti consultare il neurologo, che mi prescrisse la "cura del sonno", da seguire per un mese intero.
Grande fu la meraviglia quando mi accorsi che le medicine che prendevo il sonno me lo facevano passare, non venire. Così per un mese stetti con gli occhi sbarrati, giorno e notte, perché nessuno diventasse padrone dei miei pensieri.
1979
I disturbi nervosi divennero sempre più frequenti e invalidanti e in proporzione aumentavano le medicine che ogni giorno dovevo assumere per combatterli. Ma la loro efficacia era fortemente vanificata dalla mia fortissima resistenza a non dipendere da nessuna cosa o persona.
Quanto più proclamavo la mia indipendenza, tanto più i sintomi mi costringevano ad una dipendenza inaccettabile.
Mio marito, mia madre e tutti quelli che volenti o nolenti si trovarono sulla mia strada ne furono vittime inconsapevoli, perché il disturbo si acuiva, quando rimanevo sola.
Gli anni successivi sono avvolti da una nube spessa e densa.
Ricordo in modo indistinto solo i miei sempre più deboli tentativi di parare i colpi che mi venivano da un fisico sempre più prostrato e da una psiche che, irrazionalmente, sferrava i suoi attacchi quando meno me l’aspettavo.
Ho davanti a me il corposo dossier che un preside molto scrupoloso, nel 1992, inviò a me e, per conoscenza, all’ufficio competente del Provveditorato alla Pubblica Istruzione, perché accertasse la mia idoneità all’insegnamento.
In esso sono scrupolosamente elencati tutti i congedi per motivi di salute, con relativa diagnosi, dal 1975 al 1992.
La mia vita di quegli anni è tutta lì.
Aridi documenti alzano il velo su una realtà di cui solo ora faticosamente sto prendendo pienamente coscienza.
Il nuovo nemico aveva offuscato il ricordo di tutte le volte che avevo dovuto fermarmi per blocchi alla schiena e al collo.
Avevo però ben chiaro in mente tutti i modi per districarmi nel labirinto dell’altrui ignoranza, provvedendo di volta in volta a suggerire al medico la diagnosi e la cura.
Non sempre, però, le cose andavano per il verso giusto
Così, ogni volta che mi mettevo in mente di prendere di petto la situazione, c’era chi tentava di allungarmi la schiena legandomi ad un letto che si apriva all’improvviso, salvo poi rimediare, proponendomi un nuovo intervento; chi l’intervento lo voleva fare al ginocchio sinistro che nel frattempo aveva cominciato a farmi male; chi invece si rifiutava di prendere in considerazione il mio persistente dolore alla spalla sinistra, adducendo le più strane e stravaganti motivazioni.
A tal proposito ricordo una volta che mi recai da un ortopedico convenzionato. Avevo l’impegnativa del medico di base che parlava di lombosciatalgia.
Quando finì di visitarmi gli feci presente che soffrivo di dolori violenti alla spalla. "Per questo ci vuole un’altra impegnativa" fu la risposta.
Forse rivolgendomi ad un luminare sarei stata ascoltata. Ma non fu così.
Il grande barone, senza neanche farmi sedere, alla fine di una visita sommaria, mi prescrisse per la schiena le solite cure che avevo imparato a memoria; ma della spalla non volle saperne e alla mia insistenza rispose seccato che era ininfluente, dissolvendosi nel nulla.
Mi rimasero in mano la salata parcella e uno stinto foglietto con i consigli per un’improponibile ginnastica che una segretaria molto solerte si era precipitata a consegnarmi.
!980
La ricerca
Non avevo armi, però, per difendermi dal progressivo e sconvolgente malessere per quel nemico che vigliaccamente mi colpiva alle spalle e che mi lasciava ogni volta più prostrata.
Entrai in analisi per conoscerne il volto.
Non avevo mai letto un libro di psicologia, né ero informata su ciò che mi aspettava.
Ma il coraggio non mi è mai mancato, né la presunzione di poter trovare l’antidoto a tutto.
Il primo psicoterapeuta era un uomo tranquillo, attempato, con non pochi problemi, irrisolti. La sua disponibilità fu totale, tanto che non si sottrasse alla mia richiesta di fare le sedute a domicilio.
Intanto continuavo la mia lotta con le pillole, che mi ostinavo a non prendere nella misura dovuta, diminuendo la dose ogni volta che mi accorgevo di un sia pur lieve miglioramento.
Stavo bene solo quando potevo, in piena libertà, dedicarmi freneticamente ai miei hobby creativi; cimentandomi in imprese ritenute impossibili, che mettevano a dura prova la salute.
1981
Così, in occasione della Prima Comunione di mio figlio, provvidi a tutto: dalle bomboniere fatte da me, ai vestiti che avrei dovuto indossare, ben quattro, confezionati personalmente, al rinfresco in campagna per 100 persone, con ogni genere di leccornie che la mia fantasia, associata ad una non comune abilità, aveva saputo suggerirmi.
Ne uscii stremata ma il peggio venne poco dopo, quando mio figlio partì in luglio per il suo primo campeggio.
Finalmente non avevo più l’obbligo di stare bene, perché a lui non fossero sottratte le occasioni di divertimento a cui ogni bimbo ha diritto.
Un’ambulanza a sirene spiegate mi portò il giorno dopo al reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Pescara. Una testa impazzita aveva fatto pensare ad un’emorragia cerebrale.
Erano i primi di luglio.
Subii la vergogna del ricovero in una casa di cura per malattie mentali; ma lo spettacolo cui mi trovai ad assistere fu la medicina più salutare.
Lì non sarei di certo guarita, perché quelle facce stravolte dal male, non avevano niente di umano. Erano i miei incubi notturni, erano la mia paura personificata.
Così, dopo due giorni me ne andai, dopo aver apposto una firma su uno stampato che sollevava la Clinica da ogni responsabilità.
A farne le spese fu il povero dott. S. a cui avevo attribuito la responsabilità di non avermi fatto guarire.
Sì perché allora pensavo che l’analisi avesse un effetto taumaturgico immediato.
Io ero abituata a risolvere i problemi in fretta; cosa ne sapevo dei tempi lunghi di una terapia psicoanalitica freudiana?
Forse uno specialista di gran fama conosceva la soluzione.
A Roma c’era chi faceva al mio caso.
Al termine dell’incontro, l’illustre professore rimasto in silenzio fino a quel momento, tanto da farmi dubitare che stesse in ascolto disse: "Lei non vede il colore dei fiori, non sente il loro profumo".
Quante volte, in seguito, mi sono chiesta che significato avessero quelle parole!
Ancora tanta acqua doveva passare sotto i ponti.
Oggi, guardando il verde di un prato, che esponeva il suo manto fresco e lucente, ai timidi e tiepidi raggi il un sole un pochino più alto nel cielo, ho cercato i segni della vita che si rinnova e che pulsa fremente nelle bacche spuntate ieri sui rami.Sono riandata a quando correvo e non avevo tempo di fermarmi a guardare la natura che si risveglia dal suo letargo invernale.Ho pensato alle ultime primavere che mi hanno parlato di Dio, con il linguaggio dei fiori appena sbocciati, con quello dei fiori appassiti, con quello dei fiori recisi per donare un sentimento che da Lui viene e a lui deve tornare: quello di comunicare al fratello che non è solo, quando ride e quando piange, quando nasce e quando muore.
E’ giunto il momento di salutarvi, anche se oggi lo faccio a malincuore, per via di quei fiori di cui non sentivo il profumo e non vedevo il colore.
Lasciamoci catturare dal loro linguaggio e non ci sembrerà così strano che Dio si preoccupi così tanto dei loro vestiti.
Canto:Tu ci hai fatti per te
19 gennaio 2004

14 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Mia gioia sei
Un caro e affettuoso saluto a tutti, cari amici.
Le feste sono finite.Il mondo si è rimesso in moto dopo l’orgia di cibo, di acquisti, di regali di visite, di obblighi da espletare, di divertimento da non lasciarsi scappare.
E anche al più convinto e fedele cristiano gli è andata stretta quest’atmosfera, dove il Bambinello è mischiato con tutto, proprio tutto ciò che non gli appartiene.
Per fortuna che non s’inquina, essendo lui quello che decanta le acque, rendendole limpide e pure, capaci di rinnovare, plasmare, trasformare tutte le cose, ridonando loro la trasparenza alla quale sono chiamate per riflettere la luce di Dio.
Sempre più spesso viene la voglia di bendarsi gli occhi e turarsi le orecchie, per non vedere e non sentire ciò che sembra la negazione di Dio.
Ma quando sembra che non ci sia, quando non riusciamo a sentirne la voce è forse perché si è ritirato a pregare ancora e di più, se fosse possibile, come soleva, quando è venuto ad abitare tra gli uomini, obbedendo ad una legge scritta nel cuore, di un amore senza frontiere, di un servizio che non ha mai fine, di un’offerta perenne all’altare, perché smettano di avere paura, tutti quelli a cui non è dato fuggire.
Grazie a Dio, l’Epifania tutte le feste non se le porta via, perché, se i doni del mondo rispettano i calendari, per i suoi, tutti i momenti sono propizi, perché il tempo, morendo, l’ha trasformato in occasione perenne di grazia.
Non a caso la liturgia delle feste non si conclude con il 6 di gennaio, giorno dell’Epifania, ma con la domenica successiva in cui si celebra, il battesimo di Gesù, inizio e fondamento della festa più grande, preparata da Dio per ogni uomo.
La Chiesa, per paura che, riponendo in soffitta il Bambinello, ci mettessimo pure ciò che ci aveva portato, per ricordarci che non c’è momento che non ce lo dia, ce lo presenta che si mischia alla folla, per ricevere da un uomo, Giovanni, ciò che lui è venuto a portare, rinnovando quel lavacro di acqua, con lo Spirito su di lui effuso.
Ma per conoscere e apprezzare e godere del dono, è necessario che lo seguiamo sulle strade da lui percorse, per sentire che cosa ha da dirci, con chi si mischia, chi predilige, a chi si rivolge, come si pone, cosa fa tra un miracolo e l’altro, tra un insegnamento e il successivo.
E’ straordinario come seguendolo, passo passo, ci accorgiamo che la preghiera è ciò che lega la sua storia alla nostra: la preghiera fatta al Padre mediante lo Spirito.
Gesù, non ha avuto paura di sporcarsi, di inquinarsi, immergendosi in questo atomo opaco del male come dice un poeta che non conosceva la storia, non si è tirato da parte, quando si è trattato di immergersi tutto in questa brodaglia melmosa e fetida dei nostri insulsi, sconvolti e irriconoscibili presepi.
Lui l’acqua la rende chiara e pulita, prendendone sopra di se tutto lo sporco e il luridume.
Ma, come la calamita attrae a sé tutti i materiali ferrosi, non cambiando la sua natura né la sua funzione, una volta che li togliamo, così Gesù, rimane lo stesso, capace di mettere sopra l’altare oltre alle scorie, se stesso, per bruciare insieme ad esse e donare al mondo la speranza di essere per sempre salvato..
Gesù non ha avuto paura di mischiarsi con noi, perché non si è mai staccato dal Padre a cui è rimasto unito indissolubilmente attraverso la preghiera.
Per conoscere la volontà di Dio bisogna frequentarlo, vedere quali luoghi predilige, quali sono i suoi gusti.
Bisogna viverci insieme e anche dormirci, perché non ci siano sconosciuti i modi e i tempi delle sue azioni, che impareremo ad amare perché ci vengono da Chi non ha creato niente per sbaglio e, tutto ciò che ha creato, lo ha per primo amato.
Così anche noi non dobbiamo avere paura a vivere nel mondo e frequentare chi al mondo appartiene.
Gesù ci dà l’esempio di come tuffarvisi dentro, senza timore farci male, se ci manteniamo stretti a lui senza mai allentare la presa.
Canto:Mio rifugio sei tu

Prima di riporlo, nel silenzio delle nostre case, tornate alla normalità dei, giorni feriali, ci possiamo permettere finalmente di coccolarlo, di stringerlo al petto, di adorarlo con gli occhi e con il cuore questo Gesù, da cui si sprigionerà tanta forza da farci rimanere tramortiti.
Godiamoci la tenerezza delle sue mani, delle sue piccole e fragili braccia, del suo essere bisognoso di tutto, mentre lo rimuoviamo dalla culla, che lo ha accolto per tutti i giorni delle feste appena passate.
Illudiamoci almeno per un momento che possiamo essergli d’aiuto, che possiamo noi riscaldarlo, cullarlo, vigilare a che non si svegli, giusto il tempo per trasferirlo in un posto più idoneo, che non sia la soffitta o l’umida e fredda cantina, aspettando che cresca nel cuore e ci ammaestri pian piano.
I trenta anni che occorsero a Gesù per prepararsi al suo ministero, su cui la liturgia corre veloce, ci siano maestri e si possono riassumere così, alla luce del vangelo di Luca: “A Nazaret Gesù cresceva e si fortificava, nel corpo e nello spirito, stando sottomesso al padre e alla madre”
La Chiesa ci chiama a calare nella nostra quotidianità, gli insegnamenti che ci vengono dal vangelo, che ci racconta tutto ciò che ci serve per smettere di preoccuparci di fare, per impegnarci ad essere figli di Dio e a comportarci di conseguenza.Se Gesù lo abbiamo fatto crescere dentro di noi, la cosa non sarà poi così difficile.

Tempo addietro mi colpì una frase che trascrissi sul mio diario
Non voglio vivere neanche un momento della mia vita senza senso”che mi affrettai a correggere quando mi accorsi che non era facile che questo desiderio si realizzasse. Così la cambiai con una preghiera: ”Signore ti offro tutti i momenti di non senso della mia vita”
Ma seguendo il Signore nel suo cammino dalla Galilea alla Giudea, da Nazaret a Gerusalemme, non ho potuto fare a meno di scrivere: ”Quando il non senso delle mie giornate si prolunga è la preghiera che dà loro un senso”.
Sono dovuta entrare con lui in Gerusalemme, seguirlo nell’orto e con lui sudare sangue nell’abbandono dei suoi più cari, ho dovuto con lui salire il calvario e osservare impotente il non senso di quella croce, di quella morte di un Dio fatto uomo che era venuto a salvarci, uscendo fuori da tutti gli schemi.
Con Maria, in silenzio, ho dovuto aspettare quegli istanti insensati di Un Dio folle, folle d’amore per la sua sposa, la Chiesa, che mi dividevano da Lui.
In silenzio e con l’angoscia nel cuore ho aspettato che risalisse dagli inferi, il giorno, i giorni più lunghi nell’attesa insensata che risorgesse.
Quanti momenti di non senso, vissuti, meditati accolti, quante morti quante resurrezioni nell’apparente ordinarietà della mia vita!

Se ripenso ai giorni passati, un brivido mi attraversa le ossa, quando il valore alle mie giornate non lo dava il rapporto fiducioso in un Dio che si fa compagno, amico, sposo fratello, perché tu non abbia a soffrire.Con gli occhi bendati non vedevo la mano che mi tendeva attraverso tutti quelli che mi ha messo accanto per lenirmi il dolore, per curarmi le ferite, per venirmi incontro nelle necessità.
Compagni invisibili, di un viaggio vissuto nella solitudine dei pensieri e delle aspettative.
Nel 1976 pretendevo molto dal mondo, ma ancora di più da me stessa.
Il Gioco dell’oca
Il 5 gennaio era la data fatidica.
Erano passati 10 mesi da quando un piccolo ospedale di provincia aveva accolto le lacrime di gioia e commozione del medico più che mie, che era riuscito ad ingessarmi, due anni dal momento in cui ero stata costretta, di colpo , a fermarmi.
Come quell’ultimo atto poteva non ripagarmi?Così almeno pensavo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva su un corpo che aveva cessato di appartenermi, non attrasse la mia attenzione, ma il tonfo sì, quello della bianca impalcatura,che inerte, cadde con fragore sul pavimento.
Priva di qualsiasi sostegno, mi piegai in due, come un albero colpito da un fulmine, senza riuscire ad alzarmi.
Nessuno, né allora né mai, mi disse che avevo bisogno di riabilitazione.
Solo adesso capisco che non potevo pretendere di stare bene subito.
Ma perché i medici danno tutto per scontato?
Buttata in un letto d’ospedale, lontana dai miei cari, conobbi la notte più lunga: disperazione, rabbia, impotenza mi fecero piombare in uno sconforto buio e sconfinato.
Ritornò prepotente la paura di un avversario sconosciuto e implacabile.
La morte mi si affacciò per la prima volta alla mente. Anch’io avrei dovuto soccombere.
Tornai a casa, domata ma non vinta.
Avevo cercato, nel periodo della degenza, di carpire qualche indicazione che mi potesse essere utile.
Forse ce l’avrei fatta se avessi eseguito con costanza un esercizio che mi era stato indicato come l’unico adatto a rinforzare i muscoli della schiena.
M’impegnai allo spasimo: 100, 200, 300 volte al giorno a sollevare la testa, inarcando la schiena, con i piedi imprigionati nelle sbarre del letto. Solo da poco ho saputo che quello è il modo migliore per distruggere una colonna vertebrale. La voglia di vivere ebbe la meglio.
Passarono i mesi e, quasi senza accorgermene, arrivò l’autunno e con lui la riapertura della scuola. Quanto mi era mancata! Non avevo cessato un istante di pensare al mio lavoro, agli alunni a cui avevo un mondo di cose da insegnare.
Finalmente potevo dimostrare cosa valevo! Bastava mettermi alla prova.
Ma il nemico era in agguato.
Mentre mi accingevo a salire le scale della casa di mio fratello mi fermai all’improvviso. Perché la gamba destra non rispondeva ai comandi?
Ma ormai la strada la conoscevo bene. A Bologna mi dissero che non avevo nulla di organico e che solo un neurologo poteva curare i miei nervi impazziti.
A quei tempi non sapevo neanche che esistessero i neurologi né tanto meno avevo mai sentito parlare di somatizzazioni.
Senza farmi troppe domande, cercai il più in fretta possibile di eliminare l’inconveniente.
1978 Il dolore alla gamba scomparve sì, ma per far posto a bruciori di stomaco sempre più forti. In montagna, dove ogni anno mi recavo con la famiglia di mio marito, finirono per chiamarmi "alka seltzer" con grande divertimento di tutti, me compresa.
I miei acciacchi erano diventati spunto per battute anche pesanti.
Un giorno, mentre insieme alle mie cognate ci accingevamo a guadagnare l’ultima rampa di scale che portava alla mansarda, battei violentemente il capo al soffitto.
Ormai era diventato un gioco ridere delle mie malattie e quella sera si scherzava proprio su questi.
Il caso volle che avessi da poco finito di enumerare le parti del corpo che non funzionavano, sostenendo orgogliosa che almeno la testa era salva, quando il violento dolore mi ricordò le numerose e grosse cisti che nel giro di pochi mesi mi erano esplose in testa.
L’ilarità generale coprì il mio riso misto a pianto ed ebbi compassione di me.
Nessuno si accorse del mio turbamento e anch’io ben presto rimossi il sentimento vissuto per un attimo, non degno di esistere. Ormai la mia preoccupazione era eliminare il problema che di volta in volta si presentava.
Così mi feci togliere, senza tanto pensarci, quegli inestetici gonfiori.
Rifiutai l’anestesia totale, perché mi terrorizzava l’idea di perdere il controllo dei miei pensieri.
Il dolore fu sconvolgente, ma lo sopportai con il solito stoicismo.
In seguito nessuno mi chiese più se volevo essere addormentata per interventi di poco conto, ma molto dolorosi, cui dovevo spesso sottopormi per problemi ginecologici.
Così, quando un giorno, non molto lontano, durante una conizzazione all’utero, da sveglia, gettai un urlo sovrumano, il ginecologo si meravigliò perché quella reazione non se l’aspettava da una donna che ne aveva passate tante.
Risposi che non ero una bestia
Canto: La Samaritana

Come potevo trovare compassione se io per prima non riuscivo a provarla per me?
Per essere saziati bisogna avere fame, ho annotato su un foglio.
Ma questa per me è stata sempre un’impresa difficile, perché pensavo che la fragilità, la debolezza fossero vizi da combattere non sentimenti da coltivare.
A proposito di compassione ecco quello che scrivevo lo scorso anno a conclusione di tutte le feste
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7 gennaio 2003
Aspettando che Giovanni si svegli.
Oggi sono cominciate le mie vacanze, quando sono finite quelle degli altri.
Il mondo si è rimesso a girare con le sue leggi e i suoi ritmi, io ritorno ai miei più consoni, perché pur nella fatica del procedere, riesco a gustare più a fondo e per tempi più prolungati, la grazia di Dio e a sintonizzarmi con meno difficoltà sulle frequenze dello spirito.
Così questa mattina, dopo la Messa,sono tornata a casa con in testa mille cose da fare.
Ma erano già le 10,30 quando agli occhi mi è balzato il presepe.Certo non ci avevo pensato: il presepe bisognava disfarlo e riporlo con ordine per il prossimo anno.Dovevo farlo perché domani Anna, avrebbe provveduto a spolverare e lavare per bene i piani della libreria, che dovevo liberare per tempo
Questa mattina, nella preghiera con Gianni, il compagno che Dio mi ha messo accanto con cui ho imparato a pregare, per costruire quel ”noi“assente quando ci siamo sposati, avevo parlato del presepe come guida di questo Natale e di lui avrei voluto scrivere, del dono che per me era diventato, un dono sempre più imprevedibile e ricco.
Quel presepe avrei voluto stamparlo nel cuore, quello della Chiesa di S. Giuseppe che mi era parso tutto sbagliato, ma che non aveva cessato di parlarmi.
Del resto non poteva che essere così, dopo che per due martedì consecutivi avevamo invocato lo Spirito su chi lo stava preparando.
Di quel presepe, messo non in cantina, ma riposto nel cuore avrei voluto usare ogni immagine, perché nel presepe c’era l’uomo, tutto l’uomo, c’ero io che mi riconoscevo in quell’asino che girava intorno al pozzo, senza che nessuno prendesse l’acqua o quello che continuava a pescare nel suo piccolo stagno un pesce , senza accorgersi che glielo avevano rubato o quel cielo senza stelle perché la cometa le aveva tutte offuscate o quelle case sull’alta montagna , illuminate, ma vuote di abitanti e di vita.
Avrei voluto ripescare le immagini, durante i giorni dell’anno, di quella sabbia setacciata con cura da Massimo e Anselmo, messa in abbondanza davanti alla grotta, per ricordare che siamo polvere sulla bilancia dell’Altissimo, che siamo deserto arido, senz’acqua, avrei voluto tenere lo sguardo fisso ai pastori che in quel deserto forzato camminavano sicuri e dritti, perché davanti avevano la luce che si sprigionava da dentro alla grotta.
Avrei poi sicuramente voluto tenere a portata di mano la mangiatoia e in essa immedesimarmi, perché è lì che Gesù l’ho visto e mi sono persa.
La Madonna, S. Giuseppe, la cometa, i Magi, la grotta, fredda e umida, lontana dai rumori della città…in quante parti mi sentivo scomposta, in quante contrastanti, dai sapienti dell’oriente lontano, ai doni di morte e di vita, all’erba, alla roccia alle pecore, le grasse e le magre, le ferite e quelle appena nate e i pastori e il Pastore che le chiama per nome e le guida e le accarezza e le prende in braccio, perché ha compassione del suo gregge, perché ha bisogno di lui.
Ecco la compassione era il tema delle varie letture che per sbaglio ho letto questa mattina. L’ho scritto anche all’inizio di questo diario: Dio ci ha amato per primo, ha avuto compassione di noi.
Per compatire bisogna fare un trasloco dall’io al tu, bisogna diventare come il tu pecora, agnello, asino, pescatore, casa vuota posta sopra le alture, sabbia setacciata di un deserto sconfinato…
Bisogna compatire, patire con, soffrire con , perché il presepe non sia disgregato e sconnesso, bisogna compatire perché i pezzi siano funzionali l’uno all’altro, bisogna compatire se vogliamo che l’opera dell’uomo diventi capolavoro di Dio.
Quando questa mattina ho disfatto il presepe, ho con devozione preso il bambino e ho pensato che un trasloco avrei voluto farlo dentro di lui, ma mi è sembrato un azzardo e una bestemmia.
Avrei voluto tanto essere lui… mi ha consolato che lui non ha avuto problemi a traslocare in una fredda e umida mangiatoia.
Sicuramente non mi avrebbe negato la gioia di essere ospitato nella mia casa sporca e disordinata.
Avrebbe lui provveduto a metterla in ordine e a purificarla fino a trasformare un desideri blasfemo in una realtà possibile.
Diventare come Lui., a questo Dio ci ha chiamati , per questo ci ha scelti. Ho ringraziato il Signore perché quest’anno mi ha fatto lezione davanti ad un presepe, l’ho ringraziato per il dono di tanti fratelli che mi ha dato da compatire da accompagnare, da amare.
Ma specialmente l’ho ringraziato per tutti quelli che in silenzio e senza pretese lo hanno fatto senza che me ne accorgessi.
Le parole del profeta Isaia che sono risuonate nel tempo dell’avvento non a caso ritornano a consolarci nel giorno del battesimo di Gesù.
Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati.
Una voce grida:”Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la via al nostro Dio.Ogni valle sia colmata, ogni monte o colle siano abbassati;il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato.”
Sali su un alto monte, tu che rechi buone notizie in Sion; alza la voce, non temere:annunzia alla città di Giuda:”Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con se il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri”.
Lasciamoci dunque consolare da questo Dio di tenerezza che si è lasciato prendere in braccio lo spazio che intercorre tra il Natale e l’Epifania, ma che per tutto il resto dell’anno non fa altro che farlo Lui con braccia più poderose e con un amore che non conosce misura.
Canto:Signore il tuo amore è grande
12 gennaio 2004