13 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Canto:Alleluia padre mio
Un caro e affettuoso saluto, amici di Radio Speranza e benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, arrivata alla tredicesima puntata.
Ho percorso tanta strada insieme a voi, invisibili compagni di viaggio non per caso incontrati sul cammino che porta alla grotta.
Questo appuntamento settimanale è stato e continua ad essere per me un’occasione preziosa per fermarmi a meditare, mettere insieme i pezzi disgregati della mia storia, costruire le strade e i ponti mancanti del mio presepe di allora, per poterne costruire dei nuovi, insieme, e insieme contemplare la luce che s’irradia dalla mangiatoia.-
Siamo a ridosso dell’Epifania, il giorno in cui Gesù si manifestò ai Magi, i re e sapienti dell’oriente lontano, che ce ne hanno messo di tempo per arrivare, guidati dalla stella cometa!
Ripenso alle Epifanie della mia infanzia, povera anche di sogni, quando la Befana mi portava più carbone che caramelle, un’arancia o per sbaglio una volta, una bambola che non riconobbi , alla quale non mi riuscì di dare un nome.
Mi portò, ricordo anche un piccolo salvadanaio di plastica gialla, che guardai stupita e delusa, non sapendo cosa metterci dentro, perché nelle mie mani non era passato mai neanche uno spicciolo.
Le befane della mia vita sono befane di delusioni, di promesse non mantenute, di speranze andate in frantumi, anche quando a lei si sostituì un grasso Babbo Natale.
Leggo: Il gioco dell’oca 
A novembre del 1975, dopo mesi di immobilità, mi operai di ernia del disco,in una clinica di Bologna, ma non riuscii mai a rimettermi in piedi.
La notte di Capodanno fui colta da dolori lancinanti alla schiena, come mai ne avevo sentiti.
Il 1976 si presentava con gli auspici più foschi.
L’ortopedico, chiamato d’urgenza, mi schernì, dicendo che questo accadeva a chi andava ad operarsi fuori, non fidandosi delle strutture della sua città.
Senza fare diagnosi, disse che dovevo ingessarmi.
Mi feci accompagnare con notevole disagio e con non minore sofferenza al suo reparto, perché fosse fatto ciò che era necessario, ma svenni tre volte mentre quell’omone grasso e sudato avvolgeva di bende bagnate il corpo, privo di qualsiasi sostegno.
Grande fu la sua ira: perché non mi ero abituata a stare in piedi?
Tornai a casa, con la morte nel cuore, dove mi accolse il letto, amico fedele, come da tempo era abituato a fare e mi misi in attesa.
Sembrava che il tempo si fosse fermato. Si aspettava che succedesse qualcosa, senza che nessuno osasse muovere un dito. La mia solita grinta non era che uno sbiadito ricordo.
A scuoterci dal torpore fu mia madre che, alla fine di gennaio, contattò il professore che mi aveva operata.
Da quel momento colei dalla quale avevo voluto fuggire, sposandomi, entrò prepotente nella mia casa di sposa, occupandosi di me e dei miei a tempo pieno.
Non aspettavo questo da sempre?
Ripercorsi la strada, ormai divenuta familiare, in ambulanza, sforzandomi di non pensare. Mi sentivo come un automa, in balia degli eventi, ma preparata al peggio.
Al chirurgo non ci volle molto a capire che avevo un’osteite intervertebrale. Un’infezione da “Bacterium coli”, in atto al momento dell’intervento, poteva esserne la causa.
Mi rassicurò, dicendomi che di quella malattia, pur se poco nota, si guariva.
Cinque mesi di gesso e antibiotici a dosi da cavallo mi avrebbero fatta tornare come prima.
Avevo un medico di fiducia? Gli avrebbe scritto perché ne seguisse a Pescara il decorso.
Conservo ancora quella lettera, che fu letta con fastidio e con aria di scherno dal destinatario,
Di osteite, lui, non aveva mai sentito parlare. Avrebbe provato a cercare su qualche testo.
Inutile dire che tanta rozzezza e presunzione appartenevano alla stessa persona che se l’era presa con me, sia quando ero andata ad operarmi fuori Pescara, sia quando non riuscivo ad abituarmi a stare in piedi per fare il gesso.
Disorientata, cercai disperatamente qualcuno che mi prescrivesse gli antibiotici consigliati. Almeno le medicine, mi dicevo.
Ma quelle indicate risultarono tossiche per me.
Fu giocoforza sostituirle con altre, a cui non fossi allergica.
Se ne fece carico un amico di famiglia, preparato e scrupoloso patologo, a cui facevamo ricorso di tanto in tanto, ma solo in caso di effettiva necessità. In lui riponemmo quel briciolo di speranza che non voleva morire.
Cosa non fu provato su di me?
In un’altalena incessante di speranze e delusioni fu messa a punto la nuova terapia che prevedeva un numero incredibile di farmaci, ognuno pensato per combattere l’effetto nocivo di quelli a cui era associato.
Non sapendo quando e come avrei potuto ingessarmi, cominciai la nuova cura, senza emettere un lamento, imprigionata in un letto che ormai era diventato la mia seconda pelle. Avevo trovato anche il modo di utilizzare quel riposo forzato, dedicandomi al mio hobby preferito: creare con le mani tutto ciò che la fantasia mi suggeriva.
Ai primi di marzo , inaspettatamente si presentò alla mia porta un signore molto distinto.
Era il primario del reparto di ortopedia di Penne. Un’amica gli aveva parlato del mio caso e lo aveva pregato di visitarmi.
Per la prima volta conobbi l’abnegazione, la disponibilità, l’umiltà che la professione medica dovrebbe presupporre. Mi portò nel suo ospedale e si adoperò con ogni mezzo per mettermi il gesso.
Ricordo il grido di esultanza quando riuscì ad addormentare il nervo leso, sì che potessi stare in piedi il tempo sufficiente per l’operazione.
Indelebili nella mente rimangono le sue lacrime di gioia quando giunse al termine dell’immane fatica.
Grazie, professore!
Anche se non l’ho più incontrata, di Lei conservo il ricordo più bello.
Lei ha cercato di aiutarmi in tutti i modi possibili, non trincerandosi dietro le sue certezze, ma ascoltando e tenendo nel giusto conto quello che Le andavo dicendo


Purtroppo la malattia, da cui ero stata colpita, a quei tempi era poco conosciuta.
Così, per rendermi meno pesante quel gesso, che mortificava la mia persona e tormentava la pelle sottostante, divenuta troppo sensibile, me lo aprì, perché di tanto in tanto potessi respirare liberamene.
Su sua indicazione mi recai anche a Fano, da un suo illustre collega, per mettere a punto la terapia farmacologica.
Fu allora che scoprii che, se si fosse intervenuti tempestivamente sull’infezione vaginale, che a suo tempo nessuno si era degnato di prendere in considerazione, non mi sarei trovata in quello stato.
Sei dosi di "streptomicina"al giorno, per via endovenosa, fu la cura prescritta per un tempo indeterminato, naturalmente associata a un cocktail micidiale di altre sostanze
di cui non ricordo il nome.
Ricordo invece le mie braccia, che continuavano instancabilmente a muoversi con un ritmo sempre più frenetico nella creazione di scialli, pupazzi, coperte e ogni altro oggetto frutto di fantasia, diventare sempre più nere; ricordo i visi dei miei cari farsi sempre più cupi e l’imbarazzo di chi veniva a trovarmi per assolvere ad un dovere estremo.
Ci vollero ventisei giorni perché il mio corpo si ribellasse a tanti e tali bombardamenti.
Il giorno del Corpus Domini cominciai a tremare tutta, nonostante la primavera fosse inoltrata. Misurai la febbre: 39, 40, 41, 42.
Mi comparvero anche macchie sul viso, che non facevano prevedere nulla di buono. Mi sembrò naturale telefonare al medico di base che conosceva per sommi capi la mia storia, in quanto era lui che puntualmente trascriveva le ricette dei vari specialisti consultati.
Il caso volle che l’amico, che mi teneva in cura, si trovasse in Cina per una vacanza.
La voce seccata all’altro capo del filo mi fece l’effetto di uno schiaffo. Con tutti gli antibiotici che prendevo, cosa poteva darmi?
Trenta gocce di "Novalgina" gli sembrarono il rimedio più opportuno.
Non avevo ancora finito di ingoiare la pozione infernale, che la mia pelle si sollevò, come fossi stata immersa in una pentola d’acqua bollente, e conati di vomito cominciarono a scuotermi tutta.
A quel punto mio marito, rimasto latitante fino a quel momento, chiamò il 113.
Era notte quando arrivò l’assonnato e stanco soccorritore. Per fortuna era una persona competente. Non gli fu difficile capire che si trovava di fronte ad una grave emergenza e se ne fece carico fino in fondo.
Tutte le medicine che avevo preso fino ad allora mi avevano avvelenato il sangue.
Erano le tre quando lui e mio marito si precipitarono in farmacia per acquistare delle flebo disintossicanti.
Non ricordo nulla, se non questo, di quei momenti drammatici: uno strano torpore mi avvolgeva tanto da non avvertire più nessun tipo di emozione o sofferenza.
Nei giorni seguenti vedevo la mia tragedia dipinta sui volti di chi mi stava vicino.
Io ero lì, immobile e impotente, ingabbiata in una corazza che non aveva più ragione di essere.
Anche le vene pian piano si rifiutarono di aprirsi ai nuovi medicamenti, nonostante gli sforzi e la buona volontà di un vecchio ed esperto infermiere, che fu costretto a darsi per vinto.
Ma la mia ora non era ancora suonata.
Non appena riacquistai un po’ di forze, mi ritornò più forte che mai la voglia di combattere.
A Bologna, dove mi ricoverai per fare un check up, il professore che mi aveva operata, disse che tutto quello che avevo fatto fino a quel momento era stato inutile, perché il gesso era stato aperto.
Con altri cinque mesi di gesso, questa volta chiuso, e sulfamidici a cui non risultai essere allergica, avrei risolto sicuramente e per sempre il problema.
Era la fine di luglio.
Tornai a Pescara piena di entusiasmo e con tanta voglia di farcela, pronta a sopportare qualunque disagio e sofferenza pur di riuscire nell’impresa. Per me contavano solo i minuti che ogni giorno guadagnavo a stare in piedi.
Alla fine di dicembre avevo due ore di autonomia.
La meta era vicina.
Bastava assolvere alla piccola formalità: rimuovere l’assurda corazza e sarei stata libera per sempre.
1977
Il 5 gennaio era la data fatidica.
Erano passati 10 mesi dal giorno in cui gioia e commozione avevano riscaldato la bianca stanza dei gessi di un piccolo ospedale di provincia.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?
Canto:Dalla tristezza alla danza
Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del 77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai .
Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?
I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso, fino a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto stella cometa fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava, che aspettava chiunque si era messo in viaggio…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai senza saperlo mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi,li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
Quella notte la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè arrivassero i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo bambino, senza distinzione di razza, di lingua o di condizione sociale, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo perché l’uomo divenga simile a lui, figlio fratello erede di quel patrimonio di grazia, di luce, di amore a lui promesso dall’eternità.

Quando ho visto il presepe, fatto sotto all’altare, quest’anno, ho pensato che proprio erano rimasti in pochi, quelli che si sobbarcavano la fatica di prepararlo, e si erano ridotti a farlo la vigilia, con poche idee, e ancor meno strumenti, un presepe senza pretese, più piccolo e con tante statuine mancanti.
Erano soliti farlo in fondo alla chiesa, liberata dai banchi e da tutto ciò che era d’intralcio a farci entrare tutto, il grande fondale azzurro e i monti e i villaggi, le statuine in movimento, tante troppe a fare le stesse cose e il deserto e la grotta più grande della città, che non lo aveva voluto quel bambino, davanti al quale erano fermi i pastori, estasiati, ammirati, stupiti..
I pastori non ci sono entrati, mi ha risposto don Gino, quando gli ho chiesto che fine avevano fatto; ma io subito mi sono consolata, pensando che i pastori eravamo noi, invitati a quella povertà di spirito che rende capaci le orecchie di ascoltare per primi l’annuncio degli angeli, per potere dai banchi direttamente recarci alla grotta.
Era un invito a farci piccoli, quel presepe. Ma c’era posto per tutti?
Il bambinello, sicuro ce lo avevano messo, ma era difficile vederlo, dentro la grotta. Una pecora lo copriva in parte o del tutto, non riuscendo, però, a nascondere le orecchie dell’asino che spuntavano dietro come un paio di corna..
Poi il motorino montato al contrario che faceva andare in retromarcia l’asino intorno al pozzo e la fontana che perdeva acqua e il cielo senza stelle .Un presepe montato a rovescio che ti faceva venir voglia di sollevare lo sguardo, di andare oltre i pizzi della tovaglia, perfetti e preziosi che scendevano da sopra l’altare e il parte fungevano da cielo di quello squarcio di mondo riuscito un po’ male.
La culla era lì, ad accogliere colui che rende il presepe perfetto, quello dove non mancano i pezzi, dove trova posto un cielo senza stelle, una grotta senza pastori.
Ogni giorno la mensa è imbandita, per accogliere un Dio fatto uomo, che ubbidisce alle parole di un sacerdote, per trasformare il pane ed il vino in ciò che possiamo vedere, toccare, adorare, accogliere.
Lui, la vita, dà vita ai nostri presepi, dà loro un senso e rimette a posto le statue di gesso e i paesi e i villaggi e fa brillare le luci nel posto giusto e fa smettere di far andare i motorini al contrario, perché diventa lui il motore, che permette alla gente di smettere di fare le stesse cose, e di cominciare a camminare, tendendo le orecchie al coro degli angeli che cantano il gloria, affrettando il passo verso la luce che viene dal cielo e che illumina, in modo inequivocabile, la strada per arrivare alla grotta, andando oltre, guardando sopra…sopra l’altare.
Quel 5 gennaio del 2000, Gesù era lì ad aspettare per mostrarsi finalmente svelato a me, che ero stanca, stremata dal duro e faticoso cammino, da una marcia che sembrava non avere mai fine.
Ora non devo più aspettare che passi la notte della Befana, per sperare che mi arrivino i doni, non devo chiudere gli occhi e far finta di stare a dormire, come quando ero bambina.
Ora basta che sposti lo sguardo e ogni giorno diventa Natale e ogni momento è Epifania del Signore.
Non c’è pecora che mi ostruisca la vista, non c’è pastore o re che non mi parli di Dio.
Canto:Alleluia padre mio
5 gennaio 2004

12 Dal diario di Antonietta

  

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta.

Un caro e affettuoso saluto a voi, amici di Radio Speranza, da Antonietta.
Le feste corrono in fretta e già siamo al giro di boa, ad aspettare che anche i re Magi arrivino a contemplare e adorare il Signore.
Maria continua a guidarci, la stella cometa che scompare quando siamo giunti alla meta.
La liturgia ce la ricorda nel giorno che dà inizio all’anno, il primo gennaio, festa di Maria madre di Dio, perché con lei siamo sicuri di arrivare lì dove risplende la luce.L’augurio che vi faccio è che tutti possano guardare all’anno nuovo con i suoi occhi che sono poi quelli del figlio, che ci porta a sollevare lo sguardo, a guardare oltre, per permettergli di entrare nelle nostre case, nei nostri presepi, nei nostri cuori.
Perché questo accada bisogna che davanti a Lui ci presentiamo come quel pastore tanto povero, di cui parla una leggenda natalizia, che non aveva proprio nulla da offrirgli e si vergognava molto, rispetto agli altri che a gara si affollarono davanti alla grotta,, per consegnare a Maria, ciò di cui avevano piene le mani.
La Madonna, non sapendo come fare per riceverli tutti, mise in braccio al pastorello il bambino, perché era l’unico, per sua fortuna, ad avere le mani libere.
Purtroppo i nostri Natali sono sempre più ingombri di doni, ma sempre più poveri del Dono che Dio ci ha fatto: suo figlio Gesù.

Le parole del profeta Isaia“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore di Dio.” ci si chiede come potranno avverarsi e incarnarsi nella nostra vita, se quell’albero lo soffochiamo con i tanti, troppi pacchi ingombranti che coprono non solo la radice, ma la vista di tutto l’albero, che si suole fare a Natale, ai piedi del quale sono posati e che la notte della vigilia siamo soliti scartare, appesantiti dal cibo e dal sonno e perché no? anche dalla noia di un rito,,,, che alla maggior parte non dice più nulla.
Rimangono, finita la festa, sparse le carte e le coccarde e i fiocchi che hanno reso belli i regali, carte non più utilizzabili, stropicciate, strappate dalla frenesia di sapere se finalmente l’abbiamo trovata la pietra filosofale, ciò che continuiamo a cercare nei negozi del mondo,, dove non ti regalano niente, se non dopo che tu hai pagato.
Ma se la radice la lasciamo respirare, vedremo spuntare quel dono speciale,, che ha pensato a pagare Lui di persona, perché l’albero non marcisca, ma diventi rigoglioso e porti frutti in abbondanza .
Per non parlare dei presepi, che se ne fanno sempre di meno…
Se ne vendono di preconfezionati, così non ci si impazzisce a costruirli, cercando la carta per i monti, quella del firmamento e poi il muschio….dove andare a trovarlo? e la sabbia per il deserto ecc. ecc..
Ecco la sabbia… nessuno ci pensa che sia indispensabile per un presepe, mentre le statuine che riproducono i movimenti streotipati del ciabattino, dell’artigiano, del macellaio e via dicendo, quelle si trovano un po’ dappertutto, anche nei supermercati.
I presepi animati sono quelli che mi fanno stare più male, perché fotografano lo stare fermo dell’uomo che non riesce a smettere di fare sempre le stesse cose, sempre uguali, noiosamente stoltamente uguali e non si accorge che sta succedendo qualcosa, vicino a lui di veramente speciale, unico, irripetibile..
Solo i pastori riescono a percepire nel silenzio delle loro dimore itineranti, l’annuncio che viene dal cielo ed è difficile che siano animati perchè li si immagina sempre fermi davanti alla grotta, folgorati dalla luce che da essa emana, estasiati a contemplare il miracolo.
I pastori camminano sempre su prati erbosi, su luoghi di montagna dove non mi risulta che ci sia la sabbia.
Eppure lo scorso anno, quando vidi Massimo e Anselmo fare il presepe nella nostra chiesa, mi interrogai su dove avrebbero messo la sabbia che avevano in quantità presa dal mare.
Dopo averla setacciata con cura, la distribuirono davanti alla grotta, lontano dalla scena animata di tanta gente occupata a fare le stesse cose: un asino che girava a vuoto intorno ad un pozzo, un pescatore che gettava l’amo ad un pesce scappato e poi in alto una città senza uomini, spettralmente illuminata e i pastori più grandi di tutte le altre statuine, come anche la grotta e S.Giuseppe e la Madonna e Gesù e l’asino e il bue
Ricordo, pensai, che dovevano essere proprio stanchi, per mettere le cose a rovescio e la grotta che non.si vedeva subito, ma solo alla fine, se giravi la testa, e la sabbia non nel deserto lontano, ma proprio davanti alla grotta.
Poi mi accorsi che qualcuno aveva loro guidato la mano, perché mai un presepe mi aveva parlato a quel modo.
Dio lo si incontra nel deserto delle nostre povertà, delle nostre paure, delle nostre stanchezze, dei nostri vuoti affettivi, delle nostre insicurezze, della nostra vita nomade alla ricerca di una stabile dimora.
Ed è proprio vero! I pastori sono più grandi perché sono i più piccoli, e la grotta la vedono solo quelli che la cercano.

Questo e non solo ho imparato sui simboli del Natale, ma solo dopo che ho accettato di aprire l’involucro del dono che nel battesimo mi fu fatto 59 anni fa.
Quando ai ragazzi ogni anno riproponevo il tema:”Il Natale festa del consumismo o di cos’altro?", cercavo da loro il senso di una festa che era diventata solo una conta di morti.
L’albero aveva smesso di brillare nella mia casa, non c’era nessuno per cui valesse la pena di farlo, né nessuno con cui condividere la fatica e la gioia di prepararlo.
Il Natale sembrava sempre più una festa di campane a martello, con i sordi rintocchi che risuonavano nelle stanze sempre più mute e deserte del cuore.
La festa della resa dei conti, perché sempre meno erano quelli che si sedevano intorno al tavolo, la vigilia e il giorno dopo e tutte le feste.
Sempre ogni anno la verifica dei vivi e dei morti, dei sani e dei malati.
Sempre qualcuno mancava all’appello e non c’era chi venisse ad occuparne il posto.
L’ultimo, mio fratello, che se n’è andato a luglio del ’99, dopo aver festeggiato a casa mia per la prima volta il Natale e tutte le feste, con tutti, proprio tutti noi della famiglia.
Ma io, mentre facevamo le foto, pensavo che erano le ultime, consapevole che era un malato perso e che non c’era nessuna speranza che vivesse fino all’appello successivo.
Pensieri di morte che hanno cominciato a germogliare sotto l’albero, che dimenticai non solo d’innaffiare, ma anche di avere e che infestarono tutto il terreno fino a rischiare che rimanesse soffocato per sempre, il giorno che raggiunsi la meta abbagliante dei sogni di un adulta che non era mai stata bambina.

La sicurezza economica, la casa, un marito, un figlio, queste le luci del mio presepe di allora
Il matrimonio fu la linea di demarcazione tra la gioia e il dolore, tra la salute e la malattia, un matrimonio celebrato in chiesa senza lo Sposo, colui che avrebbe potuto curare tante piaghe, sanare tante ferite, consolare tante delusioni, fornire tanto amore da poterne donare a tutti quanti quelli incontrati sul nostro cammino.
Allora non sapevo che ci si sposava in tre, che lo Sposo era Gesù e che la coppia, creata ad immagine e somiglianza di Dio era destinata a diventare una cosa sola con Lui, icona vivente della Trinità di Dio.
Ero lungi dal pensare che tra tutti i doni pervenuti il giorno del matrimonio, il più importante non lo abbiamo neanche scartato, non conoscendo il mittente e non sentendone allora il bisogno.
La promessa di essere fedeli per sempre l’uno all’altro, fatta davanti al sacerdote, non ci è sembrata tanto gravosa da mantenere, perché fino ad allora non avevamo conosciuto da vicino né il dolore, né la malattia.
Dal "Gioco dell’oca"
1973
Dolori sempre più forti alla schiena mi convinsero a consultare il mio medico di base, che mi indirizzò prima dal ginecologo, poi dal reumatologo e alla fine dall’otorino per la spremitura delle tonsille.
Approdai infine nello studio di un ortopedico, che mi prescrisse delle lastre e iniezioni endovene. Feci le prime, ma non le seconde, con-vinta che bastasse conoscere la causa del disturbo per guarire.
Del resto non avevo imparato a risolvere da sola i miei problemi?
Ma nulla cambiò, e le mie incrollabili certezze cominciarono a vacil-lare.
A malincuore dovetti prendere atto che avevo bisogno d’aiuto.
Quello fu l’inizio di un lungo e faticoso vagabondare da uno specialista all’altro, alla ricerca di una soluzione ad un’incredibile escalation di disturbi, apparentemente scollegati fra loro.
La malattia sempre più divenne il mio scomodo compagno di viaggio, l’avversario con cui giorno e notte dovevo combattere per non soccombere.
E quando credevo di averla debellata, si ripresentava più forte e arrogante di prima.
Non posso dire che tutti quelli a cui mi sono rivolta non abbiano preso in seria considerazione il mio caso; anzi, ci fu anche chi non volle essere pagato, perché occuparsi di me era diventato un mezzo per mettere alla prova le proprie conoscenze e farsene vanto in caso di successo.
1974
Il primo che ci provò fu un anziano medico, responsabile di un gabinetto di terapia fisica.
Fu lui a suggerirmi la necessità di farmi vedere da uno specialista tedesco che faceva capo al suo studio di tanto in tanto. Il luminare mi disse, dopo una visita frettolosa e sommaria, che la mia medicina era: vita all’aria aperta e nuoto. Perché non approfittare del fatto che la bella stagione era alle porte e che la città ove abitavo aveva un mare meraviglioso?
Con scrupolo eseguii alla lettera la prescrizione medica, ma mi bloc-cai mentre nell’acqua provavo ciò che fino ad allora non avevo mai sognato di fare. A nulla valsero il riposo e antinfiammatori sempre più potenti.
1975
La tappa successiva fu Bologna, dove un illustre professore fece finalmente una diagnosi: "ernia del disco tra la quarta e la quinta vertebra lombare”.
Comunque mi tranquillizzò, dicendo che al 50% sarei guarita, se per due mesi avessi portato un busto ortopedico.
Non era neanche trascorso il periodo previsto per la guarigione che, mentre mi accingevo a pulire un angolo nascosto del bagno, sfuggito alla donna delle pulizie, avverto una sensazione strana come di lacerazione sottile ma non dolorosa.
Faccio per alzarmi, ma é tutto inutile; il blocco é totale.
Ho imparato a riconoscere quel segnale e ancor più ad averne paura.
La paura
Non avevo saputo cosa fosse la paura, nonostante quella incomprensibile fobia di mia madre a star sola aveva condizionato i nostri anni migliori.
Io me ne ridevo e, per dimostrarle quanto fossero infondate le sue fisime, spavalda, scendevo nell’umida e buia cantina a prendere la legna, o mi avventuravo di notte per la strada, ancora imbrecciata, a fare piccole commissioni, a cui i miei fratelli si sottraevano volentieri.


Fino a quel momento non avevo mai avuto il minimo dubbio che tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi, convinta che “volere è potere”.
Ma, per quanto volessi, quel maledetto dolore da carico non accennava a scomparire. Stavo bene solo a letto, distesa; e guai provare a sollevarmi un po’ con qualche cuscino! Ma la soluzione era a portata di mano: l’operazione, che avrebbe definitivamente risolto il problema. Almeno così credevo.
Prenotai l’intervento in una clinica privata di Bologna e, di lì a due mesi, mi ritrovai sul lettino della sala operatoria con molta minore baldanza della prima volta, ma sicura che quello sarebbe stato l’ultimo atto del mio calvario.

Non ero preparata ad un risveglio così doloroso, ma lo sopportai con la solita grinta senza emettere un lamento. Ad una fastidiosissima infezione vaginale, subentrata quasi subito, non detti importanza.
Non era la prima e non sarebbe stata l’ultima.
Mi meravigliai però del fatto che non era previsto ammalarsi di due cose contemporaneamente. Quello era un reparto d’ortopedia, non di ginecologia!
Così dovetti per l’ennesima volta ricorrere al "fai da te", con risultati apprezzabili al momento.
Quando mi dimisero, dopo una settimana, avevo dolori più forti di quando ero entrata, ma la mia smania di uscire ben si conciliava con le esigenze del primario, che doveva andare in vacanza, e con quelle della clinica che, in convenzione, prevedeva soli sette giorni per un’ernia discale.
Mi tolsero i punti senza che la ferita fosse richiusa del tutto.
Chi poteva immaginare quello che dopo sarebbe successo?

Tornata a casa, ogni tentativo di mettermi in piedi si rivelò inutile.
Il dolore era quello di prima. Mi dissi che non dovevo avere fretta e che la radarterapia, prescrittami ai 30 giorni, mi avrebbe sicuramente rimessa a nuovo.
Con il batticuore mi recai, allo scadere del termine, nel gabinetto di terapia fisica ormai divenutomi familiare. L’anziano medico, sempre pronto a dare consigli, rise di cuore a quella ingenua richiesta.
Visto che mi si consigliava anche l’elioterapia estiva, perché non darmi il sole tutto insieme e subito? Così mi fece fare "i forni", senza sapere che avevo un’infezione in atto e che il fuoco che covava sotto la paglia non aspettava altro per divampare.
Il 1975 volgeva al termine.
1976
La notte di Capodanno fui colta da dolori lancinanti alla schiena, co-me mai ne avevo sentiti.
Mi trovavo da mia madre, per festeggiare, con i parenti, il complean-no di mio padre.
All’inizio feci finta di niente, cercando di nascondere quell’ennesimo malessere che rischiava di rovinare la festa.
I miei cari si erano convinti che il peggio era passato e io avevo fatto di tutto per non deluderli. Mio marito mi aveva persino comperato una pelliccia per festeggiare la fine dell’incubo.
Come potevo dire che stavo male? Ricordo la smorfia di disappunto che fece quando gli chiesi di accompagnarmi a casa. In seguito mi confessò che aveva pensato ad un capriccio.
Il 1976 si presentava con gli auspici più foschi.
Due io che non riuscivano a diventare un noi ha fatto sì che “Il gioco dell’oca”, la storia che sembrava non avere mai fine, la beffa di un destino crudele che mi nascondeva il traguardo, proprio quando ero lì per conquistarlo,.la vivessi da sola, in una solitudine sempre più disumana ed assurda.
Quando ci sposammo, ci preoccupammo di ringraziare tutti quelli che ci avevano fatto un regalo, ma non facemmo caso a quello che Gesù, pur non essendo stato invitato, ci aveva lasciato, in attesa discreta che ce ne accorgessimo.
Bisognava proprio essere ciechi per non vederlo, perché che ce l’aveva messo davanti agli occhi: il compagno, la compagna che lui aveva pensato e amato per primo.
Si trattava proprio di un dono speciale, come quella tavola imbandita sopra l’altare, dove lui si offriva come cibo e bevanda, perché il banchetto, la festa durasse per sempre..
Neanche quando nacque nostro figlio ci sfiorò l’idea che c’era Qualcuno che ce lo aveva mandato.
Ma la grazia racchiusa nel sacramento, il dono per eccellenza, quello che rende capaci di amare per sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, continuò ad agire in sordina, fino a quando i nostri occhi si sono aperti, aperte le nostre orecchie e gli abbiamo permesso di entrare e di operare nella nostra vita di coppia.
Oggi, rileggendo quelle pagine, non nascondo un certo malessere che nasce dal constatare quanto fosse grande il mio io e quanto poco contassero gli altri in un universo creato su misura per me.
La malattia fu l’unico filo che tenne attaccati, per anni, i pezzi della mia storia, nella quale sognavo un mondo perfetto di gente perfetta.
Ma dall’album delle foto sbiadite pian piano sta prendendo colore quella che ritrae la mia famiglia intorno al tavolo per la foto di rito, il giorno del compleanno di mio padre, il 31 dicembre, ripetuta negli anni, che mi dà il filo che non si spezza per proseguire il racconto.
In quella foto vedo i volti che non si vedono di quei nonni, di quelle nonne e che contribuirono a trasmettere un valore, quello della famiglia, che è stato il faro che ci ha guidato e continua a guidarci.
La domenica dopo Natale, la Chiesa celebra la festa della sacra Famiglia, ricordando nel Vangelo, l’episodio dello smarrimento e successivo ritrovamento di Gesù tra i dottori del tempio.
Le parole di Maria ci portano a riflettere sul noi degli sposi cristiani:”Figlio perché ci hai fatto così? Tuo padre e io angosciati ti cercavamo”, ma anche e soprattutto sull’atteggiamento di amore, di rispetto, di stima e di reciproca fiducia all’interno di questa famiglia speciale che ha messo al primo posto Dio e la sua volontà.
Chiediamo a Dio nostro padre, che nella santa Famiglia ci ha dato un vero modello di vita, che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore.
Con questo augurio vi lascio
31 dicembre 2003

Lo tsunami

 

 

Dal diario di Antonietta
Avrei voluto cominciare questo diario, parlando di una rosa rossa, poggiata sulla bara di mia madre, una rosa che testimoniasse il mio desiderio di riconciliarmi con lei. Avrei voluto parlare di tutti i sentimenti che hanno accompagnato questi ultimi mesi di calvario, specie da quando, il 26 di ottobre, è stata ricoverata in ospedale. Avrei voluto ripercorrere il filo che ha tenuto saldi i miei passi, la Parola di Dio, che mi sono sforzata di ascoltare e di mettere in pratica, specialmente da quando la situazione è diventata sproporzionata per le mie forze.
Avrei anche voluto parlare di questo Natale, inusuale, tra sonde e flebo, escrementi e medicinali raccolti in sacche di plastica, collegate a tubi, collegati a vene, a buchi naturali, e non, che servivano a dare vita a mamma e ai suoi numerosi compagni di viaggio.
Avrei voluto parlare della preghiera che Gianni ed io siamo andati a fare sul letto di mamma, stendendo le mani sulla sua pancia in subbuglio, mentre la diarrea continuava ad uscire.
Ricordo che era un giorno in cui non ce l’avevamo fatta ad andare a messa insieme, forse era domenica, e Gianni si era offerto di fare il turno di assistenza a cavallo dell’ora di pranzo. Ho sentito il bisogno di unirmi a lui, in quello che gli riconoscevo come un grande sacrificio, perché presupponeva la rinuncia al riposo in un giorno di festa, per sollevare me dalla fatica.
In questo periodo spesso Gianni ed io ci siamo persi, ma sempre ci siamo ritrovati, celebrando l’Eucaristia insieme e quel giorno l’abbiamo fatto in modo decisamente inusuale, pregando su un altare di carne, uniti nel comune desiderio che Dio trasformasse quel poco di vita e di forze, che rimanevano, in grazia.
Un desiderio di ritrovarci, dopo tutto quello che era successo, da quando anche lui si era dovuto ricoverare, per un intervento improcrastinabile, preceduto di qualche giorno da M., la moglie di nostro figlio, in attesa del secondo bambino, che voleva nascere prima del tempo, senza contare la morte improvvisa di zio G., il fratello giovane di mamma, e quella del compagno e amico di stanza, immaturamente scomparso il 27 dicembre.
Avrei voluto parlare dei foglietti che riempivano disordinatamente il cassetto del mio comodino che aspettavano di essere riordinati dopo che lo allo “tsunami” si era messo in movimento quest’anno, alla fine di ottobre, anticipando ciò che l’anno scorso era accaduto il 26 dicembre, senza che il Natale venisse scalfito.
Quest’anno lo “tsunami” ha colpito anche noi, anche se ci soffia sempre sull’ospedale, per tutto il resto dell’anno. Ha soffiato, sconvolgendole, sulle nostre abitudini, le nostre certezze, i nostri ritmi, le nostre relazioni, da quando quella notte M. mi aveva chiamato, per convincere mamma a farsi ricoverare.
Avrei voluto parlare delle lodi che abbiamo recitato al capezzale di mamma, io e Monica, l’angelo buono venuto a darci una mano per assisterla, mentre stava morendo, il 7 gennaio.
Avrei voluto parlare di I., dei rapporti difficili con questa sorella generosa e autoritaria, di M., l’anello debole della catena, di me, che non ce la facevo più a vivere quella vita da incubo.
Lo “tsunami”sembrava non voler mollare, travolgendo tutto senza pietà.
La notte dell’anno io e Gianni non ci siamo neanche fatti gli auguri: da quando era uscito dall’ospedale le distanze erano diventate incolmabili.
Lo “tsunami continuava a soffiare più forte su tutte le relazioni, mentre mamma miracolosamente era sopravvissuta all’intervento ai reni, che avevamo autorizzato, noi figlie, nonostante il rischio estremo di morte. Decisione combattuta e sofferta, ma inevitabile, sotto la pressione continua dei medici che aspettavano l’ok da noi, per tentare l’ultima chance.
Il 30, alle 9, era scomparsa nell’ascensore, da cui pensammo non sarebbe mai più risalita, salvo poi ricrederci, due ore dopo, quando ce la siamo vista in camera, inaspettatamente viva e cosciente, senza passare per la rianimazione. Abbiamo gridato al miracolo noi che la pensavamo già morta e ci hanno creduto anche i medici, dopo averle tolto il bubbone.
“Signore cosa vuoi dirci? “continuavamo a chiedergli, perché a 90 anni la morte è quasi scontata, non altrettanto una vita di dipendenza assoluta, dalle macchine, dalle medicine, dalle persone.
La sua sopravvivenza avrebbe messo in moto una serie di problemi insormontabili e ingestibili.
Il desiderio che tutto finisse mi faceva sentire in colpa. Non ce la facevo più a tirare avanti per quella strada: ero stremata e continuavo a chiedere aiuto al Signore e, solo con le labbra, dicevo“Sia fatta la tua volontà.”
Il 7 gennaio, quando è spirata, ho pensato a quei foglietti sparsi alla rinfusa nel cassetto e al perchè lo “tsunami” non mi aveva portato via, insieme agli alberi, alle case che aveva trovato sul suo percorso.
Era la Parola di Dio che mi aveva accompagnato per tutto l’anno, i foglietti del Calendario Liturgico, che ho appeso sul comodino.
“Sono stato dovunque sei andato” le parole che mi sono trovata nelle mani, mentre cercavo di notte un farmaco che mi facesse dormire e dimenticare che ero sola a combattere quella battaglia.
” Sono stato dovunque sei andato”, non solo quando mi sono sentita persa, nel tempo in cui mamma, Gianni, M. stavano all’ospedale, ma sempre, tutti i giorni dell’anno che si era da poco concluso, tutti i giorni della mia vita.
Così oggi voglio ricordarmele quelle, queste parole, tornata alle occupazioni abituali, dopo una notte insonne per i dolori che non mi danno tregua, con una serie di problemi da affrontare ogni giorno sproporzionati alle mie forze.
“Sono stato con te dovunque sei andato” lo volevo scrivere come messaggio di benvenuto sul cellulare, ma non c’è entrato tutto.
Non è un caso che il messaggio che appare, quando lo accendo sia “Sono stato dovunque sei”, forse ad indicare un passato che diventa speranza, certezza di una presenza che impedisce a qualsiasi “tsunami” di portarti lontano da LUI.
24 gennaio 2006

3 ottobre 2005

Da una settimana il reparto Geriatria, ala est dell’Ospedale Civile della mia città è diventato luogo di osservazione e meditazione. Non per mia scelta, perché avrei desiderato che mia madre non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene. Ma l’ospedale è luogo d’incontro: incontro con la sofferenza, prima di tutto. La sofferenza dipinta sui sui volti dei ricoverati, la sofferenza di chi sta al capezzale dei malati.

Ma è principalmente luogo d’incontro con l’amore di Dio che si manifesta nelle parola gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine giornata, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano il malato che si lamenta.

Il volto di Cristo sofferente l’ho visto in mia madre la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o in mia sorella che vive con lei, che senza tregua, si adoperava per rianimarla.
Ho contemplato il Signore, l’ho adorato in quei volti, in quella relazione d’amore che stava per rompersi, agli occhi degli uomini.
Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero, che non fosse di apertura alla grazia che Dio mi stava donando, in quella manifestazione d’amore fedele e disinteressata.
Di fronte al letto di mamma per tre giorni ho contemplato le mani di due anziani coniugi, quella di lei inerte, nonostante i tubi e le macchine a cui la sua vita era attaccata, e quella di lui, perennemente poggiata sopra la sua, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l’essere famiglia è questo: restare fedeli al patto di non separarsi mai, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, “finché morte non ci separi”.Così dice la formula, pronunciata il giorno del matrimonio.
Poi ho visto nipoti assistere i nonni, anche di notte, accudirli con amore, con dedizione, con rispetto, ho visto anziani che, pur se con la mente confusa, mostravano la loro gratitudine con un sorriso a chi riusciva ad infrangere il silenzio in cui erano piombati.
Ho visto anche persone sole, abbandonate, senza famiglia, che l’hanno trovata in quelli che, per l’occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, trovandosi lì ad accudire un loro vicino di letto.
Nell’ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più; ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventarere suoi famigliari: figli,fratelli, sposi a Lui promessi.

3 ottobre 2005

Elogio del litigio di coppia

 

Gianni per Antonietta
Ti ringrazio,Signore,per il dono che tu mi hai fatto, il più grande di tutti:Antonietta. L’hai preparata per me fin dalla notte dei tempi e me l’hai donata. E io l’ho accettata con ardore, non sapendo dove mi avrebbe portato questa accettazione, ma fidandomi del fatto che tu me la presentavi..
Era per me? Oggi posso dire di sì,ma allora non ne sapevo niente. né la conoscevo bene. Mi sono buttato nell’ ”avventura” senza pensarci e così, inconsciamente allora, pian piano con sempre maggiore consapevolezza,oggi ti ringrazio per quel dono.
Mi riservavi anni di difficoltà, di tribolazioni, di sgomento, di paura, talvolta di disperazione, ma anche di gioia. La più grande, la più intensa e santa è stata ricevere da te e da lei un figlio, lo scopo della nostra vita. E ora mi concedi la gioia di conoscerti in tutta la tua santità,di ricevere consolazione dalla tua presenza, dalla preghiera, dalla tua Parola. E queste gioie sono giunte a me, tramite lei, che mi è sempre vicina e mi aiuta a non perdere la strada maestra, a mantenermi in essa, a rivolgerti le suppliche le preghiere, le intenzioni, le orazioni più struggenti e care.
Noi ti ringraziamo, Signore, e ti lodiamo, accompagnati dai doni che tu, per mezzo dello Spirito, hai mandato su tutta la nostra famiglia.
Lode e gloria a te ,Signore.

Antonietta per Gianni
Signore, ti ringrazio per il dono della fede, che mi ha fatto aprire gli occhi sul tesoro che mi avevi consegnato 32 anni fa, quando io e Gianni ci presentammo davanti a te,per unirci in matrimonio.
Ti ringrazio, Signore, perché hai guarito il mio cuore, trasformando la delusione in riconoscenza, il desiderio di avere in quello di dare, la presunzione di essere migliore con la consapevolezza che, attraverso Gianni,ho imparato tante cose, più utili di tante parole e discorsi ineccepibili.
Ti ringrazio, Signore, perché ci doni il tempo per stare insieme e insieme costruire la casa su fondamenta salde. Ti ringrazio perché il fine per cui ci muoviamo ora sei tu, perché la nostra casa è diventatala tua, perché i nostri progetti sempre più coincidono con i tuoi, perché hai colmato i nostri silenzi con la tua Parola, doni gioia ai nostri cuori, quando lavoriamo per te. Ti benedico, Signore, perché stai operando sul sacro vincolo che ogni giorno diventa sempre più saldo.
Ti benedico perché pensavo di essermi sbagliata, quando le mie aspettative rimanevano deluse, quando Gianni non era come lo avrei voluto.
Grazie Signore, perché non hai permesso che mi volgessi indietro, perché mi hai portato a riconoscere che l’uomo che mi avevi messo accanto era proprio quello che tu avevi pensato per me da sempre.
Ti ringrazio perché è buono, leale, fedele e lo è sempre stato, e mai lui ha dubitato di me.
Ti ringrazio perché, attraverso di lui, tu mi hai dato ciò di cui avevo bisogno e non tutto ciò che desideravo.
Grazie perché ciò ciò che a lui mancava non l’ho cercato altrove, ma in te.
Grazie per la sua imperfezione che mi ha fatto desiderare la tua perfezione, me l’ha fatta cercare e trovare.
Grazie Signore, perché in te abbiamo trovato la fonte di ogni bene e la gioia di abbeverarci insieme.
Ti ringrazio, Signore, per ogni momento in cui mi hai curato, accompagnato, accarezzato, amato attraverso di lui.
Ti benedico, Dio Padre onnipotente, per questo compagno con il quale mi hai chiamato a fare esperienza di comunione con te nell’amore gratuitamente donato a lui.
Carlo Rocchetta: Elogio del litigio di coppia.
Per una tenerezza che perdona (EDB)
2004

9 Dal diario di Antonietta

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Benvenuti a questo nono appuntamento, grazie al quale il Signore mi dona di portare nella mensa comune le briciole dei suoi insegnamenti, che mi parlano sempre di amore, del suo, prima di tutto, e poi di quello che siamo chiamati a donare nella misura in cui lo riceviamo.
Come ho avuto modo di sperimentare, la malattia dell’uomo, quella che provoca in lui più sofferenza, è malattia d’amore.
Ognuno cerca dalla nascita, fino alla morte la risposta ad un bisogno inderogabile inscritto nel suo D.N.A., quello di essere amato.
Fino a quando non si scontra con l’amore di Dio e non ne rimane folgorato, continua a vagare alla ricerca di chi o di cosa possa soddisfarlo, riponendo la sua fiducia in idoli falsi e bugiardi..
Perciò la volta scorsa, mettendo da parte falsi pudori e orgoglio, visto che la storia della mia malattia l’avevo già pubblicata in un libro, ho cominciato a leggervi le pagine relative al suo insorgere, in seno alla mia famiglia d’origine, dove l’amore gratuitamente donato, non è stato nella misura della mia fame.
A poco più di un anno, infatti, fui affidata, in occasione della nascita di mia sorella, a degli zii senza figli, che abitavano lontano dalla mia città, che non conoscevo.
In modo del tutto inconsapevole quel distacco divenne una frattura profonda e creò il baratro che mi separò dalla vita e dagli affetti e mi impedì di godere di tutto ciò che da quel momento la mia famiglia mi offriva, ma io disdegnavo, cercando altrove il compenso al mio malessere sempre crescente.
Siccome non avevo malattie importanti come i miei fratelli, nascondevo i problemi che mi si presentavano, con la convinzione che per attirare l’attenzione o bisognava essere molto malati, o straordinariamente sani.
Perciò mi sforzai di nascondere agli altri, ma prima di tutto a me stessa i sintomi dei miei malesseri a cui non davo e non davano importanza.
Finii per vergognarmi di stare male e mi trovai a cercare qualsiasi cosa che mi assolvesse da quella che cominciai a pensare fosse una colpa.
Ma non tutto fui capace di nascondere per cui ogni tanto mi ritrovavo al centro dell’attenzione.
Leggo a pag.29 de "Il gioco dell’oca"
1958
L’atteggiamento sempre più curvo, i piedi piatti e la mole eccessiva (a 14 anni pesavo 100 chili) indusse mia madre ad occuparsi di me ancora una volta.
Per i primi due problemi fu chiesto il parere ad uno che pare se ne intendesse.
I tacchi e una bella "guepière" furono le prime protesi che misi per correggere il mio corpo.
Per l’obesità, visto che non si riusciva a farmi smettere di mangiare, mia madre si preoccupò di farmi fare dei vestiti che nascondessero il più possibile quella vergogna.
Ci si mise anche mio zio, fratello di mia madre, a voler risolvere il problema. Mi portò con se, nella sua casa a Bologna, e cominciò l’opera di rieducazione.
Lui, che era in perenne lotta con i suoi chili di troppo, senza successo, si mise d’impegno ad eliminare i miei: al ristorante, mentre lui trangugiava tortellini, pretendeva che io ordinassi caffellatte; al quinto piano lui saliva con l’ascensore, io a piedi.
Si mise in mente anche di raddrizzarmi la schiena, costruendomi una rudimentale protesi fatta con un asse di legno, chiodi e spago.
Non indossai mai quell’arnese, senza sapere che la vita teneva in serbo per me aggeggi molto più infernali, ai quali non avrei potuto sottrarmi.
Quegli anni e i successivi furono accompagnati da dolorosissimi ascessi ai denti e da coliche terrificanti che spesso si concludevano con uno svenimento, ma ai quali non davo e non davano mai peso.
Per me era importante superare la crisi per riprendere la mia vita normale.
Non ho mai avuto il minimo dubbio che tutto si sarebbe rimesso a posto nel giro di poco tempo.
Era come se quelle cose non capitassero a me e quasi mi meravigliavo se qualcuno le prendeva sul serio. L’imponente fasciatura al ginocchio destro a causa di una rovinosa caduta, di cui porto ancora il segno, non solo non meritò l’attenzione di un addetto ai lavori, ma fu esibita da me come un trofeo.
Anche un incidente stradale, di cui fui causa inconsapevole, e vittima, mi vide leccarmi le ferite di nascosto con grande vergogna.
1960
Con ancor più grande vergogna vissi le interminabili sedute da un sedicente dentista, molto stimato da mia madre, che si protrassero per anni fino a quando trovai il coraggio di parlarle del fastidio che mi procurava il suo voler curare i denti in piedi.
Mia madre andò su tutte le furie, accusandomi di infangare con le mie fantasie una persona timorata di Dio, che andava tutte le dome-niche a messa.
Fu forse allora che cominciai a dubitare di me?
Certo che a raccontarla ora, la storia, direi cose diverse, guardando alla mia vita non come un susseguirsi di fallimenti e di errori e sicuramente non trascurerei fatti che con il tempo mi sono apparsi essenziali, per la mia crescita nella conoscenza del progetto di Dio sulla mia vita.
Per fortuna che non ha permesso che, pur quando lo sentivo lontano, tacessi ad un medico, che stava facendo uno studio sulla "sindrome da deficienza posturale", malattia da cui sarei stata affetta, il piccolo segno di croce che mia madre stampava sulle nostre fronti, ogni sera, prima che ci addormentassimo.
A rifletterci, però, visto che si tratta di disturbo che nasce dalla difficoltà ad appoggiarsi a qualsiasi sostegno, vivendo come se non ci fosse, non fu sbagliato, neanche da un punto di vista medico, ricordare che mia madre, consapevole della sua incapacità o impossibilità a provvedere a noi in tutto, con quel segno di croce, consegnava noi figli a Colui che non ci avrebbe mai fatto cadere, accogliendoci nelle sue braccia di padre tenero e potente nello stesso tempo.
A noi figli, nati in quel periodo, era concesso, dopo lo svezzamento solo quell’unico contatto con chi ci aveva messo al mondo, perché ci abituassimo ad essere forti e autonomi, indipendenti da quelle coccole che non ci avrebbero fatti crescere e diventare adulti.
I baci, le carezze, gli sguardi, le lacrime di dolore o di commozione, chi poteva vederli, chi contarli, chi ricordarli, se tutto avveniva nel silenzio e nel buio della camera dove eravamo immersi nel sonno?
A riscrivere la storia alla luce di chi l’ ha pensata e l’ ha scritta per primo, comincerei dal nome, quel nome, Antonietta, che mi era sempre sembrato un dispetto di chi me l’aveva affibbiato, con la scusa che non ci si poteva sottrarre alla tradizione di trasferire sui piccoli nati il nome dei nonni paterni innanzi tutto e materni, se era il caso.
E siccome io ero la seconda, mi toccò quello della madre di mio padre, che non mi aveva allevato e che avevo avuto modo di conoscere poco.
Per liberarmi dal complesso di un nome non scelto, non amato, non accettato, mi è venuta, però, in soccorso la parola di Dio
Il salmo 47 ci ricorda che Dio ha creato le stelle e ad ognuna ha dato un nome, pur se sono tante che non le possiamo contare, infinite per noi, ma non per lui che ad ognuna ha dato un posto e una funzione:
Se a cose inanimate ha dato tanta dignità da poter essere chiamate per nome, quanta più dignità ha riservato all’uomo nel nome del quale ha scritto il suo destino di salvezza e di grazia.!
Nel salmo 147 leggiamo
Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.
Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite;
egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.
e in Isaia al capitolo 43
"Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
poiché sono il Signore tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo
Queste le parole che mi portarono a riflettere su quanto Dio ami tutto ciò che ha creato e che il nome è un segno della relazione d’amore che unisce il creatore alle sue creature, la mamma al figlio, il bimbo al suo giocattolo.
5 gennaio 1948
Eravamo tanto eccitati quella sera tanto da non riuscire a dormire, nonostante quella fosse la condizione perché la befana arrivasse e portasse i suoi doni.
A me portò una bambola bionda, di porcellana, grande quanto quelle che si intravedono nelle vetrine di lusso.Mi fu chiesto di darle un nome, ma non ne trovai nessuno che me la facesse sentire mia, mentre mia sorella non ebbe dubbi a chiamarla Mariateresa, la sua compagna di giochi più cara.
Io, non avendo compagne di gioco, mi dovetti accontentare di chiamarla con un nome che le misero gli altri, Susy, oggetto inanimato nelle mie braccia che non avevano ancora imparato ad amare.
Così, illuminata dalla parola di Dio ho meditato su quel nome che mi era sembrato uno scherzo di cattivo gusto che il destino mi aveva riservato, il primo dei tanti che la vita aveva in serbo per me.
Illuminato dall’alto, è venuto finalmente alla luce, per risplendere tutto, il tesoro prezioso che la nonna di cui portavo il nome aveva lasciato in eredità a me e a tutti, figli e nipoti che godiamo oggi della ricchezza di una famiglia unita e in pace, una famiglia che la vide madre di cinque figli a cui insegnò l’arte di amarsi, comprendersi e aiutarsi per tutta la vita, pur essendo nati da padri diversi
Nonna Antonietta me la ricordo con la corona in mano che ci chiamava a raccolta sul suo lettone, quando scoppiavano i temporali.
Noi ci stringevamo, nascondendoci nelle sue lunghe e ampie sottane, con gli occhi chiusi ad immaginare i morti che passeggiavano in cielo, comodamente seduti in carrozza., incuranti del fracasso e dello scompiglio che provocavano.
Così ci avevano detto, quando, per farci stare buoni inventavano favole per allontanare i fantasmi e dimenticare la paura.
Ma lei non li aveva dimenticati i foschi bagliori di morte, i colpi assordanti delle bombe sganciate su Pescara, dagli aerei che di passeggiate ne avevano fatte tante nel cielo per rompere le ginocchia al nemico e impedirgli di nuocere ancora.
La guerra nei sopravvissuti aveva lasciato un segno indelebile di paura ma soprattutto di fede.
Quella fede che servì per non impazzire, quando i tedeschi si vennero a prendere mio padre, mentre io nella pancia mi ritraevo alla pressione del fucile puntato su mia madre che mi portava nel grembo
Ma papà riuscì a liberarsi e a nuoto attraversò il fiume, seguendo la voce di dentro che lo consigliò di stare alla larga dal ponte che si sbriciolò davanti ai suoi occhi, mentre intorno l’acqua bolliva e le bombe fischiavano, ma senza colpirlo.
Quella fede li accompagnò, quando in marcia per fuggire alla strage, da Paglieta dove erano sfollati, si ritrovarono in cento, stretti in una fumosa cucina, a recitare la supplica alla Madonna di Pompei, mentre gli aerei sganciavano bombe da pazzi e il cielo sembrava scoppiare, ma tacquero all’amen finale.
Ne ebbero bisogno quando, a piedi, arrivarono al Sangro e poi a Vasto, nel grande teatro, dove in cinquecento ammucchiati dormimmo tutti, me compresa, ancora racchiusa nel caldo e sicuro rifugio della pancia di mamma.
Quanta fede ci volle per pensare che era giusto tornare in paese per farmi nascere in una casa che non fosse un teatro o una stalla!… e papà che sfidò il coprifuoco per chiamare la levatrice, perché io ero stanca di star chiusa là dentro e volevo vedere la luce, quelle luci davanti alle quali il mio nipotino ha tenuto gli occhi sgranati la notte di capodanno.
Ma io avevo sbagliato anno e mese e luogo per assistere ai fuochi d’artificio che hanno incantato Giovanni..
Era, infatti, il 9 marzo del 1944
Ce ne volle di fede e di speranza per caricare sopra al carretto le poche masserizie e rimettersi in marcia, a guerra finita, alla volta di Pescara, con me e mio fratello piccini e mia sorella in procinto di nascere nel pancione di mamma.
Nonna Antonietta li stava aspettando, nella casa sistemata alla meglio con le poche cose scampate allo scempio delle bombe e degli sciacalli, come una chioccia che chiama a raccolta i pulcini., nessuno escluso, perché smettano di avere paura..
Ma noi continuavamo ad averne, quando scoppiavano i temporali, mentre lei continuava a pregare la Madonna che ci aveva salvati tutti dalla grande catastrofe..
Non a caso il mio secondo nome è Maria, colei che ci ha protetti e continua a proteggerci ma che tardi ho imparato ad amare.
Nel mio nome, quindi, è scritta la mia storia passata, una storia di sofferenza, di fede e di valori vissuti e testimoniati, ma anche quella presente in cui colgo i frutti di un seme non da me gettato, né coltivato, e quella futura che si apre alla speranza di un Dio che viene, ogni volta che apriamo il nostro cuore all’amore, amore per le nostre ferite, amore per i nostri fratelli, amore per lui soprattutto che non si è risparmiato, pagando il nostro a caro prezzo con il sacrificio di se stesso sulla
Abbiamo parlato di guerra, ma abbiamo anche e soprattutto parlato di amore, per questo oggi volevo concludere con una preghiera
Ma ancora una volta il Signore mi è venuto incontro risparmiandomi la fatica di cercare le parole.
Le aveva scritte lui nella liturgia del giorno: lunedì della prima settimana di avvento.
Dal libro del profeta Isaia
Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà elevato sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
"Venite saliamo al monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri"
Poiché da Sion uscirà una legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice tra le genti
e sarà arbitro tra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo alla luce del Signore..
Questa parola di speranza ci accompagni e ci guidi e risplenda in questo nostro tempo illuminato ancora dai foschi bagliori di morte.
Mai come oggi è attuale l’invito di Gesù ad amarci come lui ci ha amati.
Invochiamo il suo Spirito perché l’impossibile diventi possibile e la sua parola si realizzi nelle nostre famiglie, nelle nostre città, nel mondo intero.
10 dicembre 2003

8 Dal diario di Antonietta

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Benvenuti all’ascolto, amici di Radio Speranza e ogni giorno un po’ più anche miei.
Siamo arrivati all’ottavo appuntamento con questa rubrica della quale il Signore si serve per parlare non solo a me, ma a tutti voi.
Spero che il suo messaggio vi arrivi il più possibile chiaro e incontaminato e mi auguro che la mediocrità e la mancanza di talenti eccezionali rendano più puro l’annuncio.
Infatti, quando non abbiamo nulla da portare è allora che possiamo portare Cristo nella sua interezza.
Le parole di madre Teresa di Calcutta mi tornano sempre alla mente, quelle che dicono: "Noi non possiamo fare grandi cose, ma possiamo rendere grandi le cose che facciamo con l’amore".
E’ appunto di amore che vi voglio parlare oggi, amore a cui tutti siamo chiamati per donarlo nella misura in cui riusciamo ad accogliere quello che Dio ci vuole dare e per cui ci ha creati.
Creati per amore, chiamati all’amore. Nessun uomo trova pace fino a quando non s’incontra con l’amore di Dio, che ci ha amati per primo e per sempre.
Passiamo la nostra vita a rincorrerlo, a rincorrere chi non ci vuole bene o non ce ne vuole abbastanza, a sperare che qualcuno si fermi a guardarci, ad accettarci per quello che siamo, ad amarci nonostante le nostre debolezze, la nostra miseria, la nostra incapacità ad essere migliori, più belli, più giovani, più bravi, più sani, più ricchi, più intelligenti, più fortunati …
La storia di ogni uomo deve passare nel crogiuolo dell’amore non ricevuto, non dato, delle relazioni interrotte a causa di un "devi essere o avresti dovuto essere o dovresti essere"
Quante storie sballate, finite male per non essersi sentiti all’altezza della situazione, all’altezza degli eventi, all’altezza di amici, parenti, conoscenti…
La malattia dell’uomo è malattia d’amore e tale è stata la mia, quella di cui voglio parlarvi, perché ognuno vi riconosca, qualcosa che lo riguarda, che gli appartiene o gli è appartenuto.
Nonostante io sia qui per testimoniare come la vita cambi se ci s’imbatte in un Dio che ci ha amati fino in fondo, senza sconti, donando tutto se stesso per ricondurci nelle braccia del Padre, pure mi riesce difficile parlare del prima, come cosa che non mi appartiene e della quale provo vergogna.
Meno male che Dio non è schizzinoso e ci salva proprio attraverso i nostri errori, le nostre debolezze, le nostre storie apparentemente sbagliate.
E’ giunto quindi il momento che metta da parte l’orgoglio e vi legga come guardavo alla mia vita passata, nel 1996, quando scrissi al medico di Milano che mi aveva invitato a raccontare la storia della mia malattia perché ne voleva fare uno studio.
Lui la chiamò "sindrome da deficienza posturale" e forze non era tanto lontano dal vero, visto che si tratta di malattia che nasce dalla difficoltà ad assumere la posizione giusta.relativamente all’appoggio.
Non era forse il mio caso, visto che non riuscivo ad appoggiarmi a nulla che non fossi io?
Avevo perso l’appoggio da quando…(Leggo a pag. 27 de "Il Gioco dell’oca")
La famiglia: arrangiati!
Stando a quanto racconta mia madre, già a due anni era un’impresa difficile farmi visitare da un medico: mi facevo prendere da crisi isteriche, tanto violente che ben presto nessuno ritenne più oppor-tuno farvi ricorso, tanto più io.
In effetti non è che non avessi problemi, ma ho imparato a risolverli da sola, sopportando tutto quello che mi capitava con naturalezza.
In casa c’erano già troppi malati, perché si prendesse in considera-zione una banale malattia di bambino.
Allora eravamo ancora tre: mio fratello, nato nel 43, gracile, inappetente, svogliato, disperazione di mia madre, ossessionata dall’incubo della tubercolosi che nella sua famiglia aveva mietuto più di una vittima, io del 44, nel complesso sana, e mia sorella, del 45, colpita da poliomelite poco dopo la nascita.
Mia madre, maestra elementare, ogni giorno doveva raggiungere il posto di lavoro lontano da Pescara, con mezzi di fortuna, partendo ad ore impossibili per tornare ad ore altrettanto impossibili.
Mio padre lavorava in ferrovia e faceva i turni di notte.
Di giorno dormiva. Non ricordo di averlo mai visto.
In una situazione del genere era naturale che era sempre la sotto- scritta a fungere da pacco postale.
1945
Avevo solo diciotto mesi, quando fui affidata ai miei zii di Popoli per colmare il vuoto di una casa senza figli. I miei, del resto non avevano difficoltà a farne, visto che la mia vacanza coincise con la nascita di mia sorella.
L’intenzione era quella di offrirmi ciò che a casa non avrei mai potuto avere. Ma chi spiega ad un bimbo che è giusto essere strappato dalle braccia di sua madre ?
Allora non mi posi queste domande, mentre mi fu sempre incomprensibile l’insistenza di mio zio a voler spianare il solco che, peren-ne, mi attraversava perpendicolarmente la fronte.
Mi pareva una pretesa assurda, perché una cicatrice non si cancella e per me, bambina, di una cicatrice si trattava, anche se non sapevo quando e come mi ero fatta male.
Di quel periodo ricordo il silenzio innaturale di stanze estranee dove con cocciuta pazienza mi ostinavo a far bene ciò che mia zia mi andava insegnando: spolverare con scrupolo i miei pochi giocattoli, portare a termine una sbilenca sciarpetta per una bambola che non possedevo.
Ad allontanare i fantasmi della notte bastava il semplice e significativo gesto di una mano calda che mi chiudeva gli occhi, a cui non sapevo e non potevo rinunciare, specie quando i miei zii smisero di portarmi la sera al cinema con loro, seccati dal fatto che continua- mente chiedessi di andare in bagno.
1946
Tornai a Pescara l’anno dopo, quando le suore si convinsero che ero abbastanza grande per frequentare il loro asilo. Infatti non me la facevo più addosso.
Avevo poco più di due anni.
Non mi è facile mettere a fuoco i lineamenti delle persone che si occuparono di me in un arco di tempo che mi sembrò interminabile. Invano cerco il sorriso di un volto amico, la carezza rassicurante di una persona cara, il calore di un abbraccio.
Mia nonna, nella cui casa trascorsi gran parte della mia infanzia, era tutta presa a far quadrare un misero bilancio, ricorrendo agli espedienti più impensati. Il poco diventava molto nelle sue mani veloci ed esperte, abituata da sempre a lottare per la sopravvivenza, dopo che la morte di mio nonno l’aveva lasciata all’improvviso senza alcun reddito, con cinque figli da sfamare.
La vita l’aveva resa dura, quasi insensibile ai bisogni dell’anima. Quelli del corpo, invece sì che li sapeva soddisfare con una non comune abilità nel rendere appetibile qualsiasi cibo, anche il più povero…
Nel lungo e buio corridoio per anni mi sono confrontata solo con me stessa alle prese con bambole di pezza che puntigliosamente mi costruivo, come anche le palle di carta che il muro, dove le lanciavo, mi restituiva inerti e senza vita.
La grande e luminosa casa di mia madre mi accoglieva di tanto in tanto, ma della sua presenza nessuna traccia, tranne il piccolo se-gno di croce che stampava sulla nostra fronte prima che ci addor-mentassimo. Gli altri abitanti di quel luogo fantastico e meraviglioso, che si affacciava su un giardino ridente e pieno di segreti da scoprire, ondeggiano nel vuoto della mia memoria.
1951
Quando i miei poterono permettersi di andare a vivere da soli (prima stavano dai nonni), io tornai a casa, finalmente giunta alla meta del mio lungo vagabondare.
All’entusiasmo iniziale si sostituì un disagio sempre crescente che compensai con un inesauribile efficientismo. In verità ero rientrata perché non ero più di peso e potevo, essendo cresciuta, dare una mano
Avevo sette anni.
1954
Ne avevo dieci quando i miei decisero di avere un altro figlio: per goderselo, finalmente.
Mia madre stava per rimetterci la vita, quando nacque mia sorella, anche lei con seri problemi fisici, che però si risolsero nel giro di un anno.
Finalmente avevo una bambola in carne ed ossa, io che me l’ero costruite di stoffa fino a quel momento!
Mia madre me l’affidò volentieri, ma pretese sempre di più da me.
Da quel momento la mia vita assunse sempre più le caratteristiche di un impegno a tempo indeterminato. Mia sorella riempiva le mie giornate in una sorta di gioco, che a volte mi sembrava gravoso, ma indubbiamente mi gratificava.
Mi occupavo di lei a tempo pieno e contemporaneamente aiutavo mia madre nelle faccende domestiche. Queste ultime sì che mi pesavano, mentre portare in braccio per chilometri il mio bambolotto (non avevamo soldi per comprare un passeggino) mi rendeva felice. Ero fiera del mio dolce fardello, anche se le braccia mi dolevano e la schiena sembrava spezzarsi.
Io allora fui madre a tutti gli effetti, quella madre che, purtroppo, non avevo mai potuto avere accanto a me
Ricordo la gioia che mi dette il vederla staccarsi da me e barcollando fare i primi passi. E che dire di quando sillabò la prima parola?
Ricordo anche l’ansia e la fatica, ogni mattina, nel doverla preparare e portare con me all’istituto di suore che entrambe frequentavamo. I miei fratelli, iscritti alla scuola statale, in centro, erano esonerati da qualsiasi incombenza.
Ad ogni difficoltà, ad ogni problema che mi si presentava mia madre rispondeva: arrangiati!

A questo imperativo ho imparato ad obbedire per tutta la vita.
Per esistere ho nascosto il dolore, la paura, la rabbia, convincendomi di essere forte invulnerabile.
1955
Fui oggetto d’interesse quando mi vennero le prime mestruazioni, che ricordo con vergogna.
Tutti intorno a me, come se fossi malata.
Ma io mi sentivo bene e mi meravigliavo di tante premure, di cui avrei fatto volentieri a meno. Per fortuna durò solo un giorno quella incomprensibile tortura.
1957
Prima che ritornassi al centro dell’attenzione dovettero passare due anni. Fu quando, in terza media, una compagna mi chiese se per caso non fossi cinese, per via del mio colorito giallo.
In verità non ricordo di essermi mai specchiata fino a quel momento, o perché a casa gli specchi non c’erano, o perché non ne avevo mai sentito l’esigenza.
Riferii l’accaduto a mia madre che quella volta chiamò il medico.
Un uomo senza volto disse che si trattava d’itterizia e mi prescrisse un mese di riposo. Solo questo ricordo: il riposo.
Non dovevo più lavare piatti, pulire per terra, ricevere ordini.
Anch’io ero malata!
Le nausee i tremendi pruriti ai piedi e alle mani mi sembravano nulla in cambio delle attenzioni di cui ero fatta oggetto.
Quel periodo lo ricordo come il più bello della mia vita.
Per un mese non andai a scuola, incredula che un tale miracolo po-tesse avvenire: senza problemi, senza responsabilità, finalmente felice!
1958
L’atteggiamento sempre più curvo, i piedi piatti e la mole eccessiva (a 14 anni pesavo 100 chili) indusse mia madre ad occuparsi di me ancora una volta.
Per i primi due problemi fu chiesto il parere ad uno che pare se ne intendesse.
I tacchi e una bella "guepière" furono le prime protesi che misi per correggere il mio corpo.
Per l’obesità, visto che non si riusciva a farmi smettere di mangiare, mia madre si preoccupò di farmi fare dei vestiti che nascondessero il più possibile quella vergogna.
Ci si mise anche mio zio, fratello di mia madre, a voler risolvere il problema. Mi portò con se, nella sua casa a Bologna, e cominciò l’opera di rieducazione.
Lui, che era in perenne lotta con i suoi chili di troppo, senza successo, si mise d’impegno ad eliminare i miei: al ristorante, mentre lui trangugiava tortellini, pretendeva che io ordinassi caffellatte; al quinto piano lui saliva con l’ascensore, io a piedi.
Si mise in mente anche di raddrizzarmi la schiena, costruendomi una rudimentale protesi fatta con un asse di legno, chiodi e spago.
Non indossai mai quell’arnese, senza sapere che la vita teneva in serbo per me aggeggi molto più infernali, ai quali non avrei potuto sottrarmi.
Quegli anni e i successivi furono accompagnati da dolorosissimi ascessi ai denti e da coliche terrificanti che spesso si concludevano con uno svenimento, ma ai quali non davo e non davano mai peso.
Per me era importante superare la crisi per riprendere la mia vita normale.
Non ho mai avuto il minimo dubbio che tutto si sarebbe rimesso a posto nel giro di poco tempo.
Era come se quelle cose non capitassero a me e quasi mi meravi- gliavo se qualcuno le prendeva sul serio. L’imponente fasciatura al ginocchio destro a causa di una rovinosa caduta, di cui porto ancora il segno, non solo non meritò l’attenzione di un addetto ai lavori, ma fu esibita da me come un trofeo.
Anche un incidente stradale, di cui fui causa inconsapevole, e vitti-ma, mi vide leccarmi le ferite di nascosto con grande vergogna.
1960
Con ancor più grande vergogna vissi le interminabili sedute da un sedicente dentista, molto stimato da mia madre, che si protrassero per anni fino a quando trovai il coraggio di parlarle del fastidio che mi procurava il suo voler curare i denti in piedi.
Mia madre andò su tutte le furie, accusandomi di infangare con le mie fantasie una persona timorata di Dio, che andava tutte le dome-niche a messa.
Fu forse allora che cominciai a dubitare di me?
Certo che a raccontarla ora, la storia, sicuramente non dimenticherei dei particolari importanti, anzi essenziali.
Per fortuna che Dio non ha permesso che dimenticassi quel segno di croce che mia madre stampava sulle nostre fronti ogni sera, prima che ci addormentassimo.
A quei tempi era l’unica cosa consentita, perché i figli non si toccano e si baciano di notte, solo quando dormono.
Così gli antichi predicavano e ci voleva coraggio ad andare controcorrente, visto che a guardarti non c’era solo il marito, ma tutta la sua famiglia , con la quale eri andata a vivere.
Il discorso valeva per le donne, perché gli uomini non erano soggetti a certe debolezze.
Avrei cominciato partendo dal nome , Antonietta, quel nome che mi era sempre sembrato un dispetto di chi me l’aveva affibbiato, con la scusa che non ci si poteva sottrarre alla tradizione di imporre i nomi dei nonni, prima paterni e poi materni.
E siccome io ero la seconda mi toccò quello di una nonna che non mi aveva allevato e che avevo avuto modo di conoscere poco, visto che morì quando io ero ancora piccola.
La parola di Dio mi aiutato a dare valore a ciò che pensavo non ne avesse
Isaia, 43, 1-3 a.4-5
"Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome:tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare;
poiché sono il Signore tuo Dio,
il Santo d’Israele, il tuo salvatore.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo
Queste le parole che mi portarono a riflettere su quanto sia importante il nome che ci viene dato, perché nel nome Dio ha scritto tutta la nostra storia, presente passata e futura, inserendola nel suo progetto di salvezza.
Così, illuminato dall’alto, è venuto alla luce, per risplendere tutto, il tesoro prezioso che questa nonna aveva lasciato in eredità, a tutti noi, nipoti che godiamo oggi della consolazione di una famiglia unita e in pace,una famiglia che la vide madre di cinque figli a cui insegnò l’arte di amarsi, comprendersi e aiutarsi per tutta la vita, pur essendo nati da padri diversi
Nonna Antonietta me la ricordo con un rosario in mano quando scoppiavano i temporali e lei ci chiamava a raccolta sul suo lettone a recitare le avemarie.
Alla Madonna affidava le sue paure, a lei si rivolgeva perché il Padre celeste non facesse distinzioni nel salvare tutti quelli che le erano stati affidati.
Nel mio nome è scritto un passato che deve diventare presente, nel rispetto per gli anziani, nella testimonianza che la famiglia è un valore imprescindibile, nell’essere operatrice di pace, nella devozione alla nostra mamma celeste perché ci aiuti a sentirci figli di un unico padre e fratelli in Gesù.
Il 13 giugno , festa di S.Antonio da Padova, non sono mancati mai gli auguri da parte di tutti quelli che in me volevano ricordare il suo nome
Se penso che, ad un certo punto, non potendo cambiare il mio nome, pensai almeno di cambiare il santo di riferimento, scegliendo s.Antonio abate, monaco, che si confaceva meglio al mio desiderio di isolarmi dal mondo.
Solo più tardi ho capito che non a caso il santo protettore è quell’Antonio da Padova divenuto santo per la sua infaticaticabile opera di evangelizzazione per la quale non si risparmiò , fino a minare fortemente la sua salute sì da morirne.
Nel mio nome c’è quindi scritto anche l’invito a tenere gelosamente per me i tesori che Dio mi ha dato ma a spenderli perché tutti ne godano e siano salvi.
Invito voi tutti a fare altrettanto, a chiedervi perché vi chiamate così e a cercare anche nel vostro il progetto che Dio ha su di voi.
Dimenticavo.Come secondo ho il nome di Maria, come anche le mie sorelle , una devozione che  ho scoperto tardi, ma che oggi non smette di produrre frutto.
Le nostre mamme non avevano paura ad ammettere che da sole non ce l’avrebbero fatta a provvedere ai bisogni dei figli, così li affidavano, anzi li consacravano alla Madonna.
Questo pensiero mi commuove e mi consola, perché ho sperimentato quanto non paghi il confidare solo in se stessi.
 3 dicembre 2003