5 gennaio 2000

Dal diario di Antonietta
Il 5 gennaio era la data fatidica, per rimuovere il gesso che mi aveva imbalsamato 10 mesi prima.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?

Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo il 5 gennaio del ’77, proprio perché l’opulento e ricco Babbo Natale si era fatto beffe di me regalandomi, l’anno prima, una pelliccia che non feci in tempo ad indossare e che mai indossai, perchè da quel giorno mi misi a letto ad aspettare che il tempo passasse e l’incubo finisse.
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Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me,un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Allora i re Magi, la stella cometa erano simboli, astratti e lontani, di una festa che non mi parlava di Dio
Ma proprio loro sono stati i simboli del presepe, che più mi hanno portato a riflettere.
Chi ero io, chi questi incomprensibili personaggi, che sembravano appartenere ad un altro copione, ad un’altra storia che non quella semplice di povera gente qualunque, artigiani, contadini, pastori, di un villaggio sperduto della Galilea di 2000 anni fa?

I re Magi sono stati i battistrada, con loro mi sono messa a seguire la stella, con loro mi sono fermata a chiedere dov’era il re dei Giudei, perché potessi adorarlo.
Poi il deserto, quel deserto che mi sono lasciata alle spalle, esteso a perdita d’occhio, la paura di smarrirmi tra le dune di quel mare di sabbia, fino a quando ho visto la stella fermarsi a indicarmi dov’era il Bambino…
Era il 5 gennaio del 2000
I lontani, i sapienti, i ricchi della terra, anche a loro, a me era, è dato vedere, sentire, adorare!
Il 5 gennaio del 2000, finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….Erano 2000 anni che mi aspettava…nella messa, la sera prima dell’Epifania…
La parola la stessa: ”Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra” s’incarnò nella mia vicenda personale e mi trovai, senza saperlo, mischiata ai pastori e ai re magi a contemplare il miracolo dell’amore di Dio.
E pensare che quegli strani personaggi, li solevano nascondere in un anfratto dell’ultimo monte e da lì si ricacciavano la notte della Befana.
La notte della Befana la ricordo come la più lunga, anche se noi non ci decidevamo mai a chiudere gli occhi, e spesso facevamo le finte perchè volevamo in anicipo i doni.
Tutto ciò che era stato nascosto quella notte veniva alla luce, i doni il Dono, i re, il Re.
Strane analogie che rivelano il significato arcano di questa magica notte in cui pastori e re s’inchinano davanti al Santo Bambino, perché Lui non fa distinzioni e non ha preferenze: per tutti c’è il dono infinito di un Dio fatto uomo, perché l’uomo divenga simile a Lui.

Quest’anno, quando ho visto il presepe fatto sotto all’altare, ho pensato che proprio erano rimasti in pochi, quelli che si sobbarcavano la fatica di prepararlo, e si erano ridotti a farlo la vigilia, con poche idee, e ancor meno strumenti, un presepe senza pretese, più piccolo e con tante statuine mancanti.
Erano soliti farlo in fondo alla chiesa, liberata dai banchi e da tutto ciò che era d’intralcio a farci entrare tutto, il grande fondale azzurro e i monti e i villaggi, le statuine in movimento, il deserto e la grotta più grande della città, che non lo aveva voluto quel bambino, davanti al quale erano fermi i pastori, estasiati, ammirati, stupiti..
“I pastori non ci sono entrati”, mi ha risposto don Gino, quando gli ho chiesto che fine avevano fatto; ma io subito mi sono consolata, pensando che i pastori eravamo noi, invitati a quella povertà di spirito che rende capaci le orecchie di ascoltare per primi l’annuncio degli angeli, per potere dai banchi direttamente recarci alla grotta.
Era un invito a farci piccoli, quel presepe. Ma c’era posto per tutti?
Il bambinello, sicuro ce lo avevano messo, ma era difficile vederlo, dentro la grotta. Una pecora lo copriva in parte o del tutto, a seconda del posto di osservazione, ma dietro la testa spuntavano le orecchie delll’asino, che sembravano da lontano due corna nere.
Poi il motorino, montato al contrario, faceva andare in retromarcia l’asino intorno al pozzo e nel cielo non c’era nessuna stella. Un presepe montato a rovescio, che ti faceva venir voglia di sollevare lo sguardo, di andare oltre i pizzi della tovaglia, perfetti e preziosi che scendevano da sopra l’altare e il parte fungevano da cielo di quello squarcio di mondo riuscito un po’ male.
La culla era lì sopra, ad accogliere colui che rende il presepe perfetto, quello dove non mancano i pezzi, dove trova posto un cielo senza stelle, una grotta senza pastori.
Ogni giorno la mensa è imbandita, per accogliere un Dio fatto uomo, che ubbidisce alle parole di un sacerdote, per trasformare il pane ed il vino in ciò che possiamo vedere, toccare, adorare, accogliere.
Lui, la vita, dà vita ai nostri presepi, dà loro un senso e rimette a posto le statue di gesso e i paesi e i villaggi e fa brillare le luci nel posto giusto e fa smettere di far andare i motorini al contrario, perché diventa lui il motore, che permette alla gente di smettere di fare le stesse cose, e di cominciare a camminare, tendendo le orecchie al coro degli angeli che cantano il gloria, affrettando il passo verso la luce che viene dal cielo e che illumina, in modo inequivocabile, la strada per arrivare alla grotta, andando oltre, guardando sopra…sopra l’altare.
Quel 5 gennaio del 2000, Gesù era lì ad aspettare per mostrarsi finalmente svelato a me, che ero stanca, stremata dal duro e faticoso cammino, da una marcia che sembrava non avere mai fine.
Ora non devo più aspettare che passi la notte della Befana, per sperare che mi arrivino i doni, non devo chiudere gli occhi e far finta di stare a dormire, come quando ero bambina.
Ora basta che sposti lo sguardo e ogni giorno diventa Natale e ogni momento è Epifania del Signore.
Non c’è pecora che mi ostruisca la vista, non c’è pastore o re che non mi parli di Dio.

La casa cantiere di santità

Gli stimoli del convegno sul tema: “La casa cantiere di santità” sono stati molteplici e interessanti.
Ci sembra che il concetto, nelle sue accezioni reali e simboliche, sia un ottimo spunto per impostare percorsi formativi, finalizzati alla promozione della cultura della famiglia.
Una famiglia sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove si ricompone l’unità dell’essere uomo, dell’essere coppia, dell’essere famiglia, dell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza, casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e trovare calore e ristoro.
Il convegno propone una riflessione su quella che è la casa come ambiente naturale e indispensabile per la vita dell’uomo.
Le dimore degli uomini, attraverso i secoli, non hanno mai potuto prescindere dai condizionamenti naturali e culturali del tempo in cui si trovavano a vivere.
In un’era in cui i poveri non si possono sposare perché non trovano la casa e i ricchi si sbizzarriscono a costruirne di tutti i tipi con tutti i confort, case disanimate che aspettano solo l’applauso di spettatori occasionali che vi si ritrovano per far trionfare la vanità, ci chiediamo se sia cambiato qualcosa o non siamo scesi ancora più in basso.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa è da prendersi come immagine in tutte le sue accezioni spirituali e materiali:casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.La casa fatta di mattoni, quelli veri che servono per mettere su casa, famiglia, quella che si preoccupano di trovare gli sposi e di arredare, quando celebrano le nozze, fissa dimora con gli spazi divisi a seconda di ciò che è necessario, perché la vita circoli e si sviluppi.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine tratta dall’Antico Testamento, della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Rispondere alla domanda su chi è l’uomo porta a progettare la casa dove possa abitare, una casa dove Dio dimora perché egli possa dimorare in Dio.
La casa concepita non come fine, ma mezzo attraverso il quale il progetto degli uomini si trasforma in progetto di Dio, attraverso cui una casa di uomini diventa parte di Lui, parte della Sua casa, del Suo Corpo Mistico, la Chiesa.
Il fare, l’operare nel cantiere sono la conseguenza di questa presa di coscienza: quella di stabilire una dimora per l’uomo, un luogo dove l’uomo si realizzi attraverso le relazioni, la relazione che intercorre tra i suoi membri.
Dio è relazione, è comunione, è famiglia, come ha detto giustamente il Papa.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno.
Da Famiglia oggi:riflessioni di coppia(Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta)

Costruire il Noi

Questa è la traccia della trasmissione “FAMIGLIA OGGI:RIFLESSIONI DI COPPIA”, andata in onda, su Radio Speranza(RadioinBLU) qualche anno fa.
Approfitto della ricorrenza di oggi, S. Valentino,( per chi  avesse voglia e pazienza di leggere) , per riproporre un argomento che è sempre attuale.

 

FAMIGLIA OGGI:RIFLESSIONI DI COPPIA

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

 

Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

 

Benvenuti all’ascolto di questa trasmissione, cari amici.

Dagli studi di Radio Speranza vi saluta Antonietta.

Oggi sono sola, Gianni è al lavoro e mi ha incaricato di portarvi i suoi saluti.

Da questa situazione abbiamo tratto lo spunto per parlarvi del “noi” in cui confluiscono i due “io” che si impegnano a costruire gli sposi, quando decidono di amarsi per tutta la vita.

Non è semplice riuscirci, ma l’importante più del camminare è seguire la giusta direzione.

Quando, come oggi sta succedendo, nelle cose che facciamo o diciamo l’altro è presente perché quella cosa non l’avremmo detta o fatta senza di lui stiamo vivendo il noi, perché le cose di cui mi accingo a parlare sono frutto dell’impegno comune a camminare con Cristo.

La preghiera di Gianni sono certa che mi sosterrà, come siamo soliti fare quando uno solo di noi due deve andare in avanscoperta.

”Mentre l’uno parla, l’altro preghi”, questo era il mandato, quando qualche domenica fa hanno invitato a parlare quelli che lo sapevano fare, mentre distribuivano i volantini dopo la Messa, per invitare i compagni di banco della domenica a lodare, benedire e ringraziare il Signore, il martedì e il venerdì, nel gruppo Sacra Famiglia nella chiesa di S. Giuseppe. Fra questi c’ero anch’io che non ho bisogni di stimoli per aprire la bocca.

Ricordo che pensai che dovevano essere pazzi a credere che basta saper parlare per portare un annuncio e in quel caso era Gianni quello che doveva pregare.

Ma a pregare mi ci sono messa d’impegno anche io perché, e questo era il dilemma, se gli uomini si erano dimenticati che l’evangelizzazione nella piazza, davanti alla chiesa, passa anche attraverso il mal di schiena di chi deve stare in piedi più di quanto abitualmente gli sia concesso, io no, e avevo bisogno di sapere se anche Dio se l’era dimenticato.

Poi, come spesso mi accade, dopo il primo momento di smarrimento, mi sono messa a vedere cosa Dio si sarebbe inventato per rendere possibile ciò che mi sembrava incompatibile con la mia condizione di salute.

Ma Lui non si smentisce mai e ci ha messo in mano un microfono, chiamandoci qui, in questa emittente dalla quale poter raggiungere tante più persone di quante ci è dato d’incontrarne, la domenica, durante e dopo la Messa.

E’ bellissimo vivere nello stupore di come il Signore operi per utilizzare al meglio le nostre risorse, quando ci vede disponibili a dirgli di sì.

All’inizio di questo cammino, cominciato con Gianni non molti anni fa, non ci aspettavamo che le cose andassero così.

Nella Chiesa che avevamo cominciato a frequentare, Gianni che era arrivato dopo di me, trovò subito collocazione nel coro che anima la messa delle otto e trenta della domenica, mentre io, stonata come una campana, continuavo a chiedere al Signore che mi permettesse, almeno all’elevazione, di cantargli: ”Santo, santo santo, è il Signore, Dio dell’universo“ senza inorridire io, e far tappare le orecchie a chi mi stava vicino. Ma niente da fare, anzi proprio in quel periodo, come se non bastasse, persi completamente la voce, per via di due interventi che direttamente o indirettamente interessarono la gola.

La storia di Giobbe fu allora che mi prese a tal punto che mi convinsi che, se mi fossi arresa al Signore, avrei ritrovato la salute e con la salute la voce. Grazie alla rieducazione postoperatoria, la voce la recuperai alla grande, deludendo quelli che speravano di mettermi a tacere, una volta per tutte.

E vi assicuro erano tanti, compreso Gianni, anche se ci scherzava sopra con i nostri amici e auspicava un tempo di tregua dalle mie parole.

Ricordo ancora la penitenza singolare che mi diede un sacerdote, quella di stare cinque minuti in silenzio davanti al tabernacolo, che mi costò tanta fatica allora, ma che mi fece riflettere sull’importanza di fare silenzio per ascoltare cosa l’altro ha da dirci.

Gli inizi del nostro cammino di fede furono tutt’altro che facili, perché a me piace rendermi utile e nella Chiesa sembrava che non ci fosse posto per me, mentre Gianni non aveva dovuto aspettare un granchè per mettersi al lavoro nel coro.

Anzi, le prove lo portavano ad assentarsi da casa, dopo cena più di una volta la settimana, per via di un concerto di evangelizzazione che si stava preparando.

Io non posso dire che ne ero dispiaciuta, anzi approfittavo della sua assenza per dedicarmi al mio hobby preferito: scrivere preghiere.

Avevo trovato l’interlocutore che non avevo in casa, quello a cui confidare i miei problemi, l’amico su cui contare, il maestro che mi istruiva, ma non ancora il Padre da cui farmi amare.

Anni addietro il diario mi era servito per parlare solo con me stessa. La difficoltà a dialogare con Gianni aveva sviluppato in me questa scappatoia per non morire soffocata dal silenzio.

Pregare da sola mi dava tanta forza e tanta pace, mi rigenerava, ma quando ritornavo nella mischia, alle mie occupazioni quotidiane, che implicavano l’incontro e lo scontro con il mio prossimo più prossimo, le persone o la persona che il Signore mi aveva messo vicino, la pace e la gioia andavano a farsi benedire, e dovevo fare una gran fatica per non fuggire, sperando che il supplizio durasse il meno possibile.

A svegliarmi dal sonno venne, durante la Quaresima di due anni fa, la parola di Dio quando fa dire a Pietro, sul monte della Trasfigurazione: “Maestro, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia”.

Già le tre tende che San Pietro voleva piantare per continuare all’infinito a godere della luce di Cristo, anch’io avevo cercato di piantarle, ma non mi era riuscito, come non riuscì a San Pietro, che voleva prendere la scorciatoia, pensando che gli uomini e il mondo fossero ostacolo alla santità.

“Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi, fate questo in memoria di me” E’ la formula che sentiamo ripetere ogni volta che andiamo alla Messa.

Ma cosa dobbiamo fare in memoria di Gesù? Consacrare il pane e il vino? Quello compete ai sacerdoti. Mangiare il corpo consacrato di Cristo, questo sì lo possiamo fare, anzi mi ero messa d’impegno a farlo ogni giorno e non ne potevo fare più a meno.

“ Fate questo in memoria di me” Queste sono le parole che mi hanno colpito in una Messa senza omelia, di quelle che ti fanno dire:” Oggi ritorno a casa tale e quale ero, tanto le letture le ho meditate a casa e il prete non si è sprecato.

“ Fate questo in memoria di me”: sul mio lezionario meditato non sono riportate queste parole che si ripetono ogni giorno, ma solo le letture che variano secondo l’anno, corredate da splendide, profonde ed esaurienti spiegazioni.

Ho comprato l’opera in otto volumi perché volevo sapere tutto e di più della parola di Dio, senza trascurare niente, ma quel “fate questo in memoria di me”, non essendo ripetuto ogni giorno, non mi aveva mai colpito come quella mattina, in una chiesa semideserta, con un sacerdote che aveva fretta di arrivare alla fine.

Aveva una voce forte e chiara, questo si, e tutta la messa le formule le ha pronunciate ad alta voce, scandendo le parole, perché le ascoltassimo e ci unissimo alla sua preghiera.

“ Fate questo in memoria di me”.

Mi sono girata e guardata intorno.

La chiesa era grande, ogni banco una persona, a destra e a sinistra, ugualmente distanti tra loro, fatta eccezione di due suore e di noi due che eravamo inginocchiati vicini.

Spezzarsi e donarsi, soffrire e morire per gli altri, per chi ci aveva messo vicino; questo voleva dire: “Fate questo in memoria di me”.

Ho ringraziato il Signore perché ci aveva concesso di capire quanto fosse importante eliminare le distanze, specie quando si prega, l’ho benedetto per il desiderio che ha messo in noi di essere segno di un’unità a cui ci aveva chiamati a rispondere.

L’ho detto a Gianni alla fine della Messa, e insieme abbiamo ricordato, quando la domenica o nella preghiera del gruppo ci mettevamo lontani, o anche durante il pranzo o durante le feste con i parenti o gli amici, ognuno cercando altrove ciò che naturalmente gli era stato messo vicino.

Abbiamo ricordato quante volte la presenza dell’uno infastidiva l’altro, impegnato a fare un solitario o a parlare con l’amica di turno.

L’amico è colui davanti al quale puoi pensare ad alta voce.

Chi era l’amico o l’amica a cui potevamo dire tutto o proprio tutto di noi?

Se non avessimo incontrato il Signore, se non ci fossimo imbattuti come i discepoli di Emmaus nel maestro che spiega il passato alla luce del presente radioso della sua resurrezione, sicuramente avremmo visto la distanza che ci separava diventare abissale.

L’abisso lo ha colmato Gesù, venendo incontro al nostro desiderio di incontrarlo per vedere se anche noi con Lui potevamo risorgere, attingendo alla sua acqua..

Canto: Gesù e la samaritana (CD “Nelle tue mani” – 6)

L’Antico Testamento, fino a quel momento incomprensibile, si è colorato di una luce nuova e ci ha comunicato ciò a cui inconsciamente ognuno dei due tendeva, ma che non sapevamo avere così a potata di mano.

Le parole della Genesi riguardo alla creazione dell’uomo vorremmo ricordarle anche a voi e da quelle trarre spunto per riflettere sull’unità dalla quale abbiamo preso origine e alla quale siamo chiamati a ritornare.

La Bibbia si apre con l’immagine dell’uomo maschio e femmina da cui Dio separa Adamo ed Eva, la coppia, alla quale consegna il compito di mettere in circolo l’amore, e si chiude con l’Apocalisse dove lo Sposo Gesù e la Chiesa sua sposa si incontrano e si uniscono nelle nozze escatologiche a cui Dio chiama l’intera umanità, grazie a quell’amore messo in circolo con l’aiuto dello Spirito Santo.

Il linguaggio della Bibbia è un linguaggio sponsale dall’inizio alla fine, e l’istituzione dell’Eucarestia è il segno tangibile che Dio fa sul serio e desidera che l’uomo sia disponibile a fare ciò che Gesù ha fatto, a farlo in memoria di Lui.

Allora le parole della consacrazione non sono più quelle che interpellano il sacerdote e lo chiamano a celebrare e rinnovare il sacrificio, ma quelle che ci interpellano tutti, a spendere e offrire il nostro corpo al compagno allo sposo, al fratello, alla chiesa che Dio ci ha chiamati ad amare, il corpo con il quale ci ha chiamato a rispondere.

La sacra particola è il corpo di Cristo che servirà ad ogni uomo per rendere possibile il miracolo che si comunichi l’amore attraverso la diversità dell’essere maschio e femmina, giovane e vecchio, ricco o povero, colto o ignorante.

Che cosa stupenda è questo progetto che Dio ha sull’uomo, che ama più di ogni umana creatura tutti, indistintamente, indipendentemente se siano buoni o cattivi.

La parabola del padre misericordioso, che prima chiamavamo la parabola del figliol prodigo, ci parla proprio dell’amore senza misura di un padre che aspetta che il figlio ritorni e che non lo sgrida quando questo accade, ma gli mette la veste più bella e fa festa perché finalmente è tornato ad abitare nella sua casa.

Che tristezza vedere che il fratello maggiore se la prende e non gode della clemenza del padre, dando per scontato che sia cattivo e intransigente come lui sarebbe se fosse al posto suo.

La verità è che noi facciamo Dio a nostra immagine e somiglianza e ci riesce difficile pensarlo diverso da noi.

E dire che Lui ci ha fatto ad immagine e somiglianza sua, vale a dire il contrario.

Perciò, dopo tante parole spese per farsi conoscere, attraverso la creazione, attraverso la storia (quella d’Israele in particolare, narrata nella Bibbia, che è chiamata Parola di Dio), si è deciso a scendere tra di noi, dando un corpo alla parola, perché ci mettessimo in relazione con ciò che abbiamo e che cade sotto i nostri occhi, il corpo, lo strumento indispensabile perché noi uomini, non angeli, possiamo comunicare.

Nel corpo di Cristo noi incontriamo Dio, quando facciamo la Comunione, ma lo incontriamo ugualmente nei fratelli, il corpo che ci ha lasciato per fare comunione con lui, amandoli come lui ci ama.

Spesso penso a Giovanni, il profeta che Dio ci ha mandato a domicilio, che più diventa autonomo più dà per scontate le cose.

Ricordo, quando bussava alla porta, si catapultava nelle nostre braccia e ci baciava senza che noi gli dicessimo niente.

Adesso, quando arriva dal nido, affamato bussa e chiede la pappa e ci cerca per vedere soddisfatte le sue aspettative, ma quando la sera i genitori tornano dal lavoro spicca la corsa e se ne va a casa sua, spesso dimenticando di dire anche un semplice ciao.

Gianni ed io ci siamo detti di non promettergli regali in cambio di baci e di comunicargli, anche quando si dimentica di salutarci l’amore che nutriamo per lui, richiamandolo dentro la nostra casa per dargli quel bacio che, non lui, ma noi desideriamo dargli, nonostante tutto.

La nostra storia, come quella di tanti che hanno incontrato il Signore e vivono nella sua casa è proprio questa: vivere come se tutto ci fosse dovuto, pronti a chiedere al mattino ciò di cui sentiamo il bisogno, ma lenti e pigri la sera a ringraziarlo per quello che ci ha dato e di cui spesso non ci accorgiamo neanche.

Dio ci ha dato un compito, il corpo, l’ho letto da qualche parte e mai abbiamo sentito quanto difficile sia sentirsi corpo di Cristo, essere corpo di Cristo, vedere nell’altro il suo corpo, essere eucaristia l’uno per l’altro.

Quando vennero quelli della missione a parlarmi dello Spirito Santo gli risposi che non perdessero tempo, perché io l’avevo tutto consumato a cercarne uno di Dio, e che non volevo complicarmi la vita. Uno bastava e avanzava, dissi ad Annamaria e Graziellina.

Gianni, che è meno complicato di me, tutte questi ragionamenti non era abituato a farli e a lui bastò cercare la fonte della luce che aveva illuminato il mio viso quando cominciai a farmi aspettare, per andare alla preghiera, la sera del martedì, mentre lui inseguiva sullo schermo le immagini vuote a cui uno stanco telecomando non riuscivano a dare vita.

Una vita lo avevo aspettato, era giusto che aspettasse anche lui.

Finalmente era arrivato il tempo di render pan per focaccia, perché avevo incontrato lo Spirito.

C’è da chiedersi che Spirito avevo incontrato se l’effetto era quello di lasciare solo il marito e di goderci e di commiserarlo, perché lui non c’era riuscito.

Ricordo, quando gli fu affidato il compito di restaurare una chiesa, anni addietro e usciva tutte le mattine all’alba per seguire i lavori e ne approfittava per entrare nella cappella e farci una preghiera.

Io lo invidiavo e mi dicevo che io non potevo permettermelo, perché di mestiere facevo l’insegnante e non la restauratrice di chiese. e non potevo neanche farci capolino per via della mia incapacità a adattarmi a qualsiasi appoggio che non fosse la sedia o il letto di casa mia.

Ma il Signore era pronto a smentirmi, chiamando noi insieme a restaurare la casa, la nostra casa, la piccola Chiesa domestica dove voleva venire ad abitare.

Ricordo allora che condividemmo le tensioni di un lavoro non facile alle prese con operai che scomparivano proprio quando ce n’era più bisogno e con i desiderata di un convento con tante teste. Della preghiera parlammo poco, ma ricordo che la cosa m’incuriosiva e in fondo lo invidiavo per quella fede semplice che io non riuscivo a trovare.

Poi il desiderio di andare in Chiesa divenne un’esigenza comune, ma rimanevamo ancora distanti e soli con il nostro Dio personale che facevamo fatica a condividere. Era come pretendere che passasse la corrente attraverso dei fili spezzati.

Canto: Ad una voce (CD “Ad una voce” – 3)

E’ strano come le coppie si trovino a condividere tutto, dalle cose più banali e non belle a quelle più importanti, ma hanno difficoltà a condividere ciò che li farebbe volare, lo Spirito Santo che invocato insieme ogni giorno renderebbe piane le vie più scoscese e farebbe sentire vicini anche quando a dividerli c’è un oceano.

All’inizio questo non lo capimmo e eravamo contenti del fatto che il Signore ci concedesse la grazia di perdonare l’altro e di non tenere il muso, salvo poi, quando la misura diventava colma riprendere tutto ciò che ci eravamo lasciati alle spalle.

Facevamo come quei creditori che abbonano il debito ma non trascurano occasione per ricordartelo.

La memoria delle offese ricevute è il più grande ostacolo all’ingresso della misericordia di Dio.

Dicevo della nostra difficoltà a condividere Dio, ad unirci nella preghiera, perché non riuscivamo a perdonare e a perdonarci per quello che avremmo voluto essere e che non eravamo.

L’invito a pregare insieme per una coppia in difficoltà, rivoltoci in occasione di un incontro pastorale per la Famiglia, fu lo stimolo a cambiare abitudine.

Se fino a quel momento eravamo convinti che saremmo stati migliori se l’altro fosse stato migliore, pian piano ci accorgemmo che di fronte a Dio non c’erano migliori o peggiori, essendo tutti figli e fratelli in Gesù.

Il Padre nostro, recitato a fatica, masticato, almeno le prime volte, ci ha introdotti nell’amore del Padre che guarda i suoi figli con lo stesso occhio benevolo e che non ha badato a spese perché ce ne convincessimo.

Gesù insieme con noi, insegnandocela, pronuncia le parole che più ci coinvolgono: ”Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”

Ricordo il brivido freddo che mi attraversava le ossa quando le pronunciavo, pensando di essere sola, dimenticando che Gesù era venuto a donarci lo Spirito per rendere possibile ciò che umanamente è impossibile: amare come lui ci ha amati.

E il miracolo pian piano lo stiamo vedendo, ogni volta che ci mettiamo insieme a pregare.

Come possiamo farlo se non ci siamo perdonati a vicenda?

Come possiamo avvicinarci al sacro banchetto se non abbiamo aperto il cuore all’altro, permettendogli di vedere e toccare le nostre ferite e di farci guardare e curare da tutti quelli che mangiano lo stesso pane e si dissetano alla stessa sorgente?.

Il segno di una comunità unita nell’amore, il segno che il Corpo di Cristo non è disgregato è in quel pregare vicini, fianco a fianco, sia che l’Eucarestia la si celebri in Chiesa alle sette di mattina, sia che la si consumi in casa alla mensa comune o nel talamo.nuziale.

Gesù è venuto a mostrarci come si fa, non solo quando ha scelto una mangiatoia o una stalla per farsi adorare, ma soprattutto quando si è tolto le vesti e ha indossato il grembiule per lavarci i piedi, che presuppone uno stare più vicini di quanto umanamente siamo in grado di sopportare, sia che li laviamo sia che ce li lasciamo lavare. I piedi, s’intende.

Chiediamo al Signore che ci dia l’umiltà e la perseveranza per fare tutto questo, che è poi la strada maestra per la Santità.

Con questo augurio vi lascio, e vi do appuntamento alla prossima settimana, speriamo insieme a Gianni in carne ed ossa.

Canto: Canto: Dio ha tanto amato il mondo (CD – “Risorto per amore” 10)

Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?

  

Cercando nei documenti un commento al vangelo di oggi, terza domenica d'Avvento anno A , mi sono imbattuta nel testo della trasmissione andata in onda su RADIO SPERANZA nel 2007, i cui contenuti mi sembrano ancora attuali.
 

Per chi ha voglia pazienza e tempo di leggere…..


 

FAMIGLIA:SEGNO DI SPERANZA

Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta

19 dicembre 2007

 

Canto: “Cristo è risorto veramente (Risorto per amore)

 

Saluti

 

Per cinque famiglie non ci sarà il Natale. Così annunciava lo spiker giorni addietro, riferendosi alla strage di Torino che ha visto coinvolti cinque operai in un incidente sul lavoro.

C'è da chiedersi a quale Natale alludesse il giornalista. Ormai lo sappiamo: non è bello, non è di moda parlare di Gesù, il grande assente di queste orge virtuali, più che reali, di regali, divertimenti, pranzi, giochi e chi più ne ha più ne metta.

Nel Vangelo di Matteo leggiamo:

Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro?

Così manda a dire a Gesù Giovanni Battista , che era in carcere, avendo sentito parlare delle sue opere, per mezzo dei suoi discepoli.

Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me».

A leggere i giornali sembra che in pochi siano i beati, come ci mostra l'articolo comparso su Avvenire del 13 dicembre della giornalista Marina Corradi.

 

Un padre fiorentino scrive sbigottito al Giornale: la maestra di mio figlio, che fa la quarta elementare, ha detto ai bambini di fare un disegno sul Natale.

Mio figlio si è messo a disegnare la Natività ma la maestra glielo ha impedito. A noi genitori la maestra ha poi detto che sarebbe «una scemenza» associare la nascita di Cristo al Natale, e che in questo modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso dei non cristiani. La storia raccontata da questo padre introduce una variante sul tema, non nuovo e ripetuto, dei presepi proibiti nelle scuole per «non offendere» i fedeli di altre confessioni. Infatti, la prima obiezione della maestra fiorentina sarebbe stata ancora più radicale: è «insensato» associare la nascita di Gesù al Natale. Natale dunque, pare di capire, come una festa che ormai prescinderebbe totalmente dalla memoria di ciò che viene in quel giorno ricordato. Ci sarebbe dunque un 25 dicembre che 'una volta' celebrava la nascita di Gesù Cristo in Palestina. Ma ormai così sbiadita sarebbe questa tradizione, che la festa è diventata semplicemente un'amabile convenzione condivisa: si fa l'albero, si mangia il panettone e ci si scambiano regali, perché così si usa, ma niente a che vedere con quell'antica assurda storia di un neonato in una mangiatoia. Presumiamo che questo volesse dire quella maestra, se davvero ha detto che associare il Natale a Gesù è «una scemenza». Una tesi surreale, certo, ma che contiene in sé, radicalizzato, un pensiero che si va diffondendo. Il Natale cristiano – e sul copyright originario della ricorrenza non ci sono dubbi – se ci guardiamo intorno, appare spesso come un guscio svuotato.

C'è un parlare assordante del Natale in tv, nei negozi, e fra noi; ma discorriamo di strenne, di vacanze, di tacchini.

Dell'evento di quel giorno – istante che taglia e rivoluziona la storia – di quello taciamo, e spesso anche fra cristiani. È rimasto, e anzi s'è gonfiato in una massa ipertrofica, tutto il contorno della festa: ma è il nucleo, il centro di gravità che sembra mancare. La maestra di Firenze, con la sua affermazione apparentemente strabiliante, avrebbe estrinsecato ciò che galleggia sotto le parole in questi nostri giorni annegati nei pandori e nei babbi natale. Abbiamo sentito un sociologo alla radio teorizzare di un Natale trasformato in una «festa della bontà», che non darebbe fastidio agli islamici e agli altri. Il brillante studioso ha sintetizzato lo stesso spirito dei tempi espresso dalla maestra fiorentina: facciamo festa il 25 dicembre, ma Gesù Cristo, che c'entra? Ora, ciascuno a casa sua festeggia ciò che vuole, Allah, Hare Krishna, come meglio crede. Ma c'è un accento di violenza nella piccola storia del bambino fermato con la matita per aria mentre sta per disegnare la cometa. Disegna ciò che vuoi: alberi, Santa Claus, renne, ma Gesù Bambino, no. Quello non c'entra. Quello è una vecchia fiaba, di cui vogliamo dimenticarci – che fiaba assurda poi, un Dio che nasce da una donna, e vergine anche, e in una stalla. La Festa della Bontà è laica e illuminata, corretta e multietnica. Non vuol dire niente, quindi non dà fastidio a nessuno: ma incentiva positivamente i consumi.

Piccolo, togli quella sciocca stella e l'asino e il bue. Cancella. Il mix di politically correct e di un acido neo oscurantismo dei lumi si vanta di non tollerare censure, ma con un'eccezione. Quel Bambino in una culla di paglia non lo vuole vedere. Che resti pure il contorno della festa, le luminarie e le cornamuse e l'abbacchio. Ma, quel nucleo, quell'oscuro centro di gravità di duemila anni di storia, quello no.

Bambini, da bravi, disegnate le renne.

 

Canto: Emmanuel (Nelle tue mani)

 

Viene l'istinto di credere che la venuta del figlio di Dio sulla terra sia stata inefficace o non è venuto per niente, visto come vanno le cose.

Ecco perchè la maestra ha proibito di metterci il bambinello dentro al presepe.

 

Quest'anno noi non abbiamo fatto il presepe, perchè non abbiamo ritrovato le statuine.

Sono state assorbite dal disordine, dal caos della roba ammassata in cantina da cui non riusciamo a staccarci perchè può ancora servire.

Ciò che non usiamo non ci appartiene, sono solita ripetermi per decidermi a fare spazio per qualcosa per cui valga veramente la pena.

Per fortuna che Giovanni con la mamma e il papà ne aveva fatto uno bellissimo sul baule della sala e me l'aveva spiegato per bene, costringendomi a sedermi e ad ascoltare le cose che aveva da dirmi, le risposte alle domande che non io ma lui si era posto mentre lo stava allestendo.

Il castello di Erode in alto, più piccolo della capanna, i re Magi lontano, che guardano la stella cometa, i doni racchiusi negli zainetti dei pastori, i giocattoli per Gesù e l'angelo in cielo che canta il Gloria.

Lui non si è perso d'animo quando gli ho detto che non avevo neanche una capanna, un pastorello, una capretta, un Gesù per fare il presepe e che mi dispiaceva tanto.

Da quando ha cominciato a capire, il presepe di casa nostra è stato protagonista e spettatore della sua insaziabile sete di conoscenza, strumento privilegiato di trasmissione della fede.

Gli ho detto con le lacrime agli occhi che non ritrovavo il Presepe, pensando che quest'anno in cui anche il fratellino Emanuele avrebbe potuto capire, non avremmo avuto l'occasione di vivere intensamente l'attesa e la nascita del Salvatore.

Ma come dicevo non si è perso d'animo e prontamente mi ha consolato, dicendomi che il suo presepe era anche il mio e di tutto il mondo, di chiunque avesse varcato la porta della sua casa.

Ho tirato un sospiro di sollievo e mi sono messa a cercare qualcosa che, senza spesa aggiuntiva, potesse parlare al cuore di tutti, grandi e piccini.

Così ho addobbato dei rami di una pianta sempreverde che abbiamo in giardino con fiocchi e luci multicolori, per simboleggiare il germoglio spuntato dal tronco di Jesse, e, attorno ad una natività in miniatura che giaceva seppellita tra i giochi dei piccoli, rispuntata quando meno me lo aspettavo, ho dispiegato gli angioletti preziosi, che non avevo mai avuto il coraggio di mischiare con le altre statuine..

Ho sentito forte l'esigenza di ridurre il presepe all'essenziale: Gesù, la Madonna, San Giuseppe, gli angeli, la stella cometa.

Da quel cielo, punteggiato di stelle emerge un pezzetto di roccia, con sopra poggiata una capanna dove ho messo il tesoro, il Dono che abbiamo perso di vista.

Ai personaggi continua a pensarci il Signore, che da 2000 anni cerca di rianimarli, qualunque sia il ceto, la condizione sociale, la lingua, la razza, l'opinione politica, tutti quelli che sentono gli manca qualcosa e si mettono in viaggio, alla ricerca di Chi quel vuoto vuole riempire.

Un Dio ci attende perchè ha tante cose da dirci, tante domande a cui rispondere. Intanto ci sono gli angeli che cantano il gloria e annunciano che Gesù è nato ed è venuto a portare la pace.

A loro non si può non credere, perchè sanno quello che dicono, lo vedono, lo conoscono da molto più tempo di noi.

A noi il compito di allestire intorno alla mangiatoia un banchetto, dove trovi posto chiunque abbia bisogno d'amore.

Gesù è venuto a mostrare il vero volto dell'amore, ma è necessario che qualcuno ce lo sappia anche spiegare con parole che possano comprendere anche i bambini.

Così abbiamo spiegato a Giovanni i motivi dell'incarnazione, pescando sul web questa bella storia dal titolo: ora capisco…

 

Era una persona fedele e generosa con la sua famiglia e corretta nel rapporto con gli altri, però non credeva che Dio si fosse fatto uomo come, secondo quanto afferma la Chiesa, è successo a Natale. Era troppo sincero per far vedere una fede che non aveva.

"Mi dispiace molto, disse una volta a sua moglie che era una credente molto fervorosa, però non riesco a capire che Dio si sia fatto uomo; non ha senso per me.

" Una notte di Natale, sua moglie e i figli andarono in chiesa per la messa di mezzanotte.

Lui non volle accompagnarli. "Se venissi con voi mi sentirei un ipocrita. Preferisco restare a casa. Vi starò ad aspettare. "Poco dopo la famiglia uscì mentre iniziò a nevicare.

Si avvicinò alla finestra e vide come il vento soffiava sempre più forte.

"Se è Natale, pensò, meglio che sia bianco". Tornò alla sua poltrona vicino al fuoco e cominciò a leggere un giornale. Poco dopo venne interrotto da un rumore seguito da un altro e subito da altri. Pensò che qualcuno stesse tirando delle palle di neve sulla finestra della sala da pranzo. Uscì per andare a vedere e vide alcuni passerotti feriti, buttati sulla neve. La tormenta li aveva colti di sorpresa e, per la disperazione di trovare un rifugio, avevano cercato inutilmente di attraversare i vetri della finestra. "Non posso permettere che queste povere creature muoiano di freddo… però come posso aiutarle? "Pensò che la stalla dove si trovava il cavallo dei figli sarebbe stato un buon rifugio, velocemente si mise la giacca, gli stivali di gomma e camminò sulla neve fino ad arrivare nella stalla, spalancò le porte e accese la luce. Però i passerotti non entrarono. "Forse il cibo li attirerà," pensò. Tornò a casa per prendere delle briciole di pane e le disseminò sulla neve facendo un piccolo cammino fino alla stalla. Si angustiò nel vedere che gli uccelli ignoravano le briciole e continuavano a muovere le ali disperatamente sulla neve. Cercò di spingerle in stalla camminando intorno a loro e agitando le braccia. Si dispersero nelle diverse parti meno che verso il caldo e illuminato rifugio. "Mi vedono come un estraneo che fa paura", pensò.

"Non mi viene in mente nulla perché possano fidarsi di me… Se solo potessi trasformarmi in uccello per pochi minuti, forse riuscirei a salvarli! "In quel momento le campane della chiesa cominciarono a suonare. L'uomo restò immobile, in silenzio, ascoltando il suono gioioso che annunciava il Natale. Allora si inginocchiò sulla neve: "Ora si, ora capisco", sussurrò. "Signore, ora capisco. Ora capisco perchè ti sei fatto uomo… "

 

Sono nato povero, dice Dio

perchè tu possa considerarmi l'unica ricchezza.

Sono nato debole,

perchè tu non abbia mai paura di me.

Sono nato perseguitato,

perchè tu sappia accettare le difficoltà.

Sono nato per Amore,

perchè non dubiti mai del mio Amore.

 

Canto: Il tuo amore è grande (Il tuo amore è grande)

 

Gesù, il nuovo Adamo è venuto ad insegnarci come si costruisce la pace, come ci si riconcilia, come si testimonia l'amore.

Beati gli operatori di pace” troviamo scritto, “perché saranno chiamati figli di Dio”.

Il primo patto all'interno della società è quello matrimoniale, quello su cui si basa l'educazione alla pace, perché le “colpe dei padri ricadono sui figli”.

 

Con noi il Signore è stato clemente.

Nostro figlio è nato il 17 dicembre di 35 anni fa , dopo 9 mesi di attesa e di inenarrabili sofferenze.

Quando nacque non ci preoccupammo di ringraziare chi ci aveva fatto recapitare quel dono in un modo così rocambolesco e sofferto.

A ridosso del Natale, la meta pensavamo di averla raggiunta, con qualche giorno d'anticipo.

Poi il travaglio, quello vero, è venuto, con la malattia.

Abbiamo perso di vista quel dono negli anni che ci tennero simbolicamente lontani da casa alla ricerca di qualcuno o qualcosa che potesse guarirmi.

Lo riabbracciammo quando aveva 5 anni e ci trovammo davanti uno sconosciuto.

Da allora non abbiamo mai smesso di riconquistare il suo cuore, ma il filo sembrava definitivamente spezzato.

Nella nostra latitanza genitoriale lo affidammo alla Chiesa, perchè si prendesse cura di lui. lo avrebbe salvaguardato dai pericoli, mentre mia madre provvedeva ai suoi e ai nostri bisogni materiali.

Non abbiamo mai preparato con lui presepi, né alberi, né dolci per il Natale. Lui, insieme ai suoi amici scout, li preparava in chiesa e faceva la veglia alla vigilia e cantava e pregava unito al branco, accompagnato dalla chitarra, sua inseparabile compagna.

Noi, soli in casa, aspettavamo che ritornasse, perchè la malattia m'impediva di soddisfare anche la più elementare curiosità di vedere cosa faceva.

Poi l'amore trovato a 17 anni, in quel contesto di servizio, di gioco e di preghiera.

A giugno del 2001 si è sposato con Monia.

Oggi questo figlio, a fatica riconquistato, affidandoci i suoi bambini, ci dà l'opportunità di scoprire quanto è grande l'amore di Dio, attraverso i simboli del suo ingresso nella storia.

In occasione della festa di compleanno, primo giorno della novena di Natale, abbiamo acceso al centro della tavola apparecchiata tre delle quattro candele dell'Avvento invitando tutti, grandi e piccini al silenzio per ascoltare quello che si dicevano.

 

Le quattro candele, bruciando, si consumavano lentamente.

Il luogo era talmente silenzioso, che si poteva ascoltare la loro conversazione.

La prima diceva:

"IO SONO LA PACE, ma gli uomini non mi vogliono:

penso proprio che non mi resti altro da fare che spegnermi!"

Così fu e, a poco a poco, la candela si lasciò spegnere completamente.

La seconda disse:

"IO SONO LA FEDE purtroppo non servo a nulla.

Gli uomini non ne vogliono sapere di me, non ha senso che io resti accesa".

Appena ebbe terminato di parlare, una leggera brezza soffiò su di lei e la spense.

Triste triste, la terza candela a sua volta disse:

"IO SONO L'AMORE non ho la forza per continuare a rimanere accesa.

Gli uomini non mi considerano e non comprendono la mia importanza.

Troppe volte preferiscono odiare!"

E senza attendere oltre, la candela si lasciò spegnere.

…Un bimbo in quel momento entrò nella stanza e vide le tre candele spente.

"Ma cosa fate! Voi dovete rimanere accese, io ho paura del buio!"

E così dicendo scoppiò in lacrime.

Allora la quarta candela, impietositasi disse:

"Non temere, non piangere: finché io sarò accesa, potremo sempre riaccendere le altre tre candele:

IO SONO LA SPERANZA"

Con gli occhi lucidi e gonfi di lacrime, il bimbo prese la candela della speranza e riaccese tutte le altre.

CHE NON SI SPENGA MAI LA SPERANZA DENTRO IL NOSTRO CUORE…

…e che ciascuno di noi possa essere lo strumento, come quel bimbo, capace in ogni momento di riaccendere con la sua SPERANZA, la FEDE, la PACE e l'AMORE

Siamo arrivati al termine di questa trasmissione e non possiamo non ringraziare il Signore per la candela della speranza che continua ad alimentare tutte le altre nella nostra famiglia.

Vi augurano tanta serenità e pace Gianni e Antonietta, insieme a Franco, Monia, Giovanni ed Emanuele, involontari protagonisti di questi incontri.

 

Canto: Emmanuel (Nelle tue mani)

  

La memoria

 


(Samuel Bak:Luce della memoria)

.

Per l’ennesima volta abbiamo dovuto convenire che il Signore le cose le fa molto meglio di noi.
Nostro figlio ha provveduto a ricordarcelo, quando non si è visto recapitare il consueto invito domenicale.
L’impegno a preparare la trasmissione alla radio ci sembrava un buon motivo per cominciare a mettere in pratica ciò che diciamo ai genitori delle coppie, che si preparano a ricevere il Sacramento del Matrimonio.
Che, se nella Genesi è scritto "Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne", è importante che questi figli li lasciamo un po’ soli, e gli permettiamo di allontanarsi da noi.
La tavola dei nonni, del resto, hanno modo di apprezzarla durante la settimana grandi e piccoli, a turno.
La domenica è l’unico giorno in cui la famiglia, specie se giovane, può contarsi, raccontarsi, ritrovarsi attorno alla mensa comune, dove il pane e la parola possono essere condivisi senza interferenze di sorta.
“Perchè ti preoccupi? Tanto lo sai che poi lo Spirito Santo ti cambia le cose all’ultimo momento”. Certo che, più che dalla fede, l’affermazione di nostro figlio nasceva dalla fame e dalla scarsa voglia di cucinare, visto che la moglie stava facendo gli straordinari.
Comunque la richiesta implicita era così garbata, che volentieri abbiamo abbassato la guardia e abbiamo accolto a braccia aperte l’ennesima incursione della banda del portone di fronte, alias famiglia di nostro figlio, seggiolone, giochi e tanta sana, quanto insostenibile baraonda che ne consegue.
"Radio Speranza può aspettare", ci siamo detti, perchè è la vita di una famiglia vera, non virtuale che vogliamo portare in trasmissione e la vita è questa, fatta di buoni propositi, di cedimenti, di sacrificio e di gioia, di speranza fondata su una promessa, che vediamo ogni giorno realizzarsi.
“Sono stato dovunque sei andato” l’abbiamo scritto sulla lavagnetta appesa in cucina, insieme alle cose che via via scopriamo che mancano.
Almeno Lui non ci abbandona, non si esaurisce come il sale, il latte, le uova o la farina. Lui c’è sempre e questo non vorremmo mai dimenticarcelo.
Sabato, alla fine della cena, alla quale avevamo invitato dei cari amici che non vedevamo da tempo, Anna mi ha detto, e non è la prima volta, che io sono raccomandata dal Padreterno, e che non è giusto che io ottenga le cose, basta che le desideri.
“ Quel che mi fa capire se uno è passato attraverso il fuoco dell’amore divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma il suo modo di parlare delle cose terrene.” ha scritto Simone Weil.
Avevamo parlato fino a quel momento di quello che era successo durante la settimana, del luogo caldo e accogliente che avevo trovato per aspettare che il gommista mi riparasse la gomma bucata, per due giorni di seguito. Infatti il problema si è ripetuto a distanza di 24 ore.
La sacrestia della chiesa, adibita a cappella, per esporre il Santissimo in questi giorni di freddo, era stato l’unico luogo che mi ha permesso di stare seduta, su una sedia comoda, al caldo e di controllare dalla finestra quando la macchina era pronta.
E dire che solo il giorno prima avevo pensato che l’adorazione eucaristica non faceva per me, per via del riscaldamento che non c’è, dei banchi scomodi, dei mille impegni che ogni mattina mi si presentano.
Avevo parlato ai miei amici del parcheggio che trovo sempre quando vado in centro dalla fisioterapista, degli straordinari interventi dello Spirito ogni volta che andiamo in panne.
Raccomandati siamo tutti, basta aprire gli occhi per accorgersene, le ho risposto.
Ricordo quando, nell’imminenza di un intervento chirurgico importante, davanti alla chiesa per la prima volta presi coscienza che quel posto libero che sempre trovavo per parcheggiare la macchina non era dovuto alla mia bravura, ma alla cura di Chi sapeva che non posso camminare.
Chi si era preoccupato di trovarmi un posto per la macchina, tante volte, non se ne sarebbe stato a guardare di fronte a un bisogno tanto più grande.
Ebbi modo di sperimentare in seguito, che non mi ero sbagliata e che sempre, anche per interventi di poco conto, trovavo una corsia preferenziale, senza fare telefonate o regali per propiziarmi il medico o il suo entourage.
Da allora le raccomandazioni le chiedo solo al Padreterno.
Il 27 gennaio è stata celebrata la giornata della memoria perchè non si dimenticassero i crimini commessi nell’ultima guerra mondiale contro gli Ebrei.
Abbiamo letto sul “Giornale” del pittore Samuel Bak, superstite dell’olocausto, che, rimasto cieco, continua a ricordare le ferite inferte a lui e al suo popolo con i suoi quadri.
Da essi si leva per noi una voce possente: non possiamo dimenticare quello che ha fatto l’uomo. Potrebbe riaccadere. Ma neppure possiamo ricordare solo ciò che ha fatto l’uomo: se morisse nel cuore la luce della fede e della preghiera, riaccadrà. Ricordiamo sì, l’antico dolore, ma per tenere desta in noi la memoria dell’Onnipotente. Fra gli edifici della morte ce ne sarà sempre uno in cui si custodisce fedele il fuoco della vita. E la speranza ci salverà.
Sul muro di una prigione hanno trovato scritto:
Credo nel sole
anche quando esso non
risplende.
Credo nell’amore
anche quando non lo sento.
Credo in Dio
anche quando tace.
eco del  Salmo 136
"Mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia"
 

Giovanni spesso mi chiede di parlargli della guerra in cui il nonno, che è andato in cielo a riabbracciare il suo papà, ha combattuto.
Io gli racconto del rosario detto mentre passava il fronte e le bombe cessarono all’amen finale, gli racconto di nonna Antonietta che, quando scoppiavano i temporali, ci chiamava a pregare sul grande lettone la Madonna, gli racconto di quando è nato.
"Quando sei nato, avevi un viso spaventato, gli occhi sgranati, fissi, immobili come se avessi visto tutto il male del mondo e fossero incapaci di chiudersi ancora, di battere, palpitare sul tuo tenero e dolce faccino.
Volevi venire al mondo da tanto tempo.
Da tempo spingevi, scalciavi, per uscire dal tuo caldo e sicuro rifugio, ma una corda ti teneva attaccato a tua madre.
Avvolta al collo due volte, ti si stringeva sempre di più, ogni volta che volevi provare a respirare con i tuoi polmoni, pure se l’aria era inquinata e il panorama non era quel granché che ti aspettavi.
Sei nato con un numero cucito sulla tutina e un braccialetto al piedino, con su scritto il cognome di tua madre, per paura che ti perdessi.
Cosa tu avevi a che fare con me?
Nessuna cosa mi ricordava che eri, che sei, figlio di mio figlio, che allo stesso modo eri nato, soffrendo e morendo tu e tua madre per poter risorgere ancora e di più e per dire che la vita è bella, perché è miracolo, stupore dono stupendo e misterioso della potenza e della misericordia di Dio.
Perché quando penso a te sto male?
A cosa penso, guardando i tuoi occhi spauriti, e sgranati, occhi grandi come fanali?
Penso a te, che sei scampato ad un naufragio, a tutti i naufragi del mondo, che hai lottato con una forza che non era la tua.
Un angelo con te ha lottato perché venissi al mondo, sciogliendo quei lacci di morte che te lo impedivano.
Forse gli occhi spauriti sono quelli dello stupore di avercela fatta,
Non ci credevi, non ci avevi creduto, con quei due cordoni attorcigliati al collo, che ti soffocavano ad ogni movimento.
E tua madre te ne aveva fatte sentire di musiche ..e noi abbiamo pensato che stavi ballando, mentre ti muovevi nella sua pancia …chissà se la corda l’avevi anche prima… tutto il tempo in cui le cuffie appoggiate alla pancia ti facevano le coccole, che noi, tua madre, tuo padre, non potevamo farti più da vicino.
Oppure una piroetta più ardita, un salto acrobatico, di cui ti sentivi capace, vista l’ora che si avvicinava, per conoscere i volti delle tante voci, che ti avevano tenuto compagnia, amandoti senza vederti.
Il mondo ti aspettava e tu aspettavi il mondo e con impazienza scalciavi, aprivi, chiudevi le manine, stendevi i piedi, le gambe e le braccia, perché eri ansioso di venire alla luce.
Poi quella notte, era notte, la notte lunga, buia, angosciosa, senza fine, degli urli, dei gemiti, del rantolo, dell’agonia di una madre che non può far nascere suo figlio, perché lo avrebbe fatto morire.
Così, Giovanni, sei stato trattenuto ancora, per un tempo che a noi è sembrato eterno, perché non soffocassi del tutto.
Il grido spasmodico di tua madre mi è rimasto nell’anima, ha scavato dentro chissà quanti chilometri, giù nel profondo abisso della memoria. Era un grido, era un pianto, era una richiesta d’aiuto, era l’impotenza dell’uomo che chiamava l’onnipotenza di Dio.
Così con le mani strette ad una corona, ad un rosario, ho pregato, abbiamo pregato, perché vi ci aggrappaste anche voi, tu, tua madre, perché usciste dal gorgo e vi salvaste dai flutti di morte.
Le parole non le ricordo, ricordo lo sguardo fisso a Dio, Dio di misericordia, a Sua madre perché provasse compassione di quella titanica lotta con il serpente, che ti avvinghiava la gola.
Così sei venuto alla luce n. 43, figlio di tua madre, ma dono di Dio, perché il tuo nome era già scritto, sulle palme delle Sue mani, prima ancora che fossi intessuto nel grembo di tua madre, prima ancora che tua madre e tuo padre pensassero a te
Il tuo nome era Giovanni, è Giovanni, perché la misericordia di Dio non si misura e tu tutta in te la manifesti
E questo ci siamo sentiti di dire a Emanuele, il nostro nipotino più piccolo, il giorno del suo Battesimo, sperando che ci sentisse
"Emanuele,cosa possiamo offrirti, nel giorno del tuo Battesimo, che Dio non abbia già provveduto a darti senza misura? Cosa possiamo prometterti che non sia già stato preparato per te da Lui, prima che tu nascessi, prima ancora che i tuoi genitori pensassero a te?
Avremmo almeno voluto trovare belle parole per esprimere i sentimenti che in questo momento ci riempiono il cuore: di gratitudine verso Dio, che continua a fidarsi di noi, perché continua ad affidarci i Suoi figli, i fiori più belli del suo giardino; di stupore e di meraviglia per il miracolo della vita che ogni giorno mostra i suoi tesori, belli e nascosti; di inadeguatezza di fronte al compito che sentiamo troppo alto per noi; ma anche di grande consolazione, perché tu ti chiami Emanuele "Dio con noi", e ogni giorno ci ricordi che non dobbiamo aver paura, perché mai saremo lasciati soli.
Le parole le abbiamo trovate già scritte: sono quelle del Salmo 90.
Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
e dimori all’ombra dell’Onnipotente, 
di’ al Signore: "Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido.
Egli ti libererà dal laccio del cacciatore;
ti coprirà con le sue penne
sotto le sue ali troverai rifugio.
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
non temerai i terrori della notte
nè la freccia che vola di giorno.
Poichè tuo rifugio è il Signore
e hai fatto dell’Altissimo la sua dimora,
non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutti i tuoi passi.
Sulle loro mani ti porteranno
perchè non inciampi nella pietra il tuo piede."

La trasmissione

Questa è la trasmissione che è andata in onda , oggi alle 11, così come la leggete, grazie  all’intervento provvidenziale di Splinder, su cui volevo postarla prima di uscire di casa.

Questo imprevedibile folletto, ha sconvolto l’ordine degli interventi miei e di mio marito, distinti dal carattere (normale-io,corsivo-mio marito) come li avevamo programmati, per un improvviso e inspiegabile "copia e incolla dove voglio io". Non avendo il tempo per recuperare il lavoro preparato, per il blak-out della stampante, essendo già le 10.45, ho pregato che quello che andavamo a leggere avesse almeno un senso. Valutate voi.

Io intanto ringrazio il Signore  perchè, anche questa volta, ci ha aiutato a mettere ordine alle idee , in maniera così inusuale, ma sempre provvidenziale.

 

FAMIGLIA :SEGNO DI SPERANZA
Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta
12 gennaio 2008
Canto: “Cristo è risorto veramente” (Risorto per amore – CD1)
Saluti
Dopo aver vissuto il grande mistero e lo stupore del Natale e dopo aver contemplato assieme ai magi la natività, ci siamo imbattuti in una festa che ci mostra un Gesù improvvisamente cresciuto, una festa che ci propone una sorta di carta d’identità del bambino che abbiamo contemplato, adorato, per quello che sarà il suo ministero, il suo annuncio, la sua presenza in mezzo agli uomini.
E’ il Padre stesso che ci presenta il suo figlio prediletto, come suggello della sua alleanza con l’umanità, e, quasi, ce lo consegna accompagnandolo con una benedizione.
Il festeggiato si è fatto grande, il grande sconosciuto delle feste Natalizie si è scomodato ed si è messo in fila alla cassa, per pagare di persona il dono giusto per noi.
Il Battesimo di Gesù conclude le feste, perchè il dono sia efficace.
Lui, che si è donato a noi nella mangiatoia ed è diventato pane nella casa del pane, Betlemme, è necessario che si faccia battezzare da Giovanni Battista.
Straordinario questo Dio che si mete in fila con gli altri e aspetta il suo turno per fare una cosa a prima vista irrazionale, incomprensibile.
Ma, riflettendo, abbiamo capito che per fare un regalo ti devi mettere nei panni dell’altro, devi traslocare nei suoi bisogni, nella sua casa e vedere cosa gli manca.
Il Battesimo prevede tre immersioni nell’acqua; tanti giorni ci vollero prima che Gesù risuscitasse.
Ci siamo chiesti cosa ha fatto nel frattempo e abbiamo trovato la risposta. E’ sceso negli Inferi, conoscendo la massima distanza dal Padre, per portare la buona notizia, il dono, anche a quelli che non avevano avuto modo di conoscerlo.
Canto: “Gioisci figlia di Sion” (Risorto per amore – CD 7)
Quando battezzammo nostro figlio non ci preoccupammo di approfondire la cosa. Per noi il Battesimo era il lasciapassare per il Paradiso pensando che a noi nulla competesse , se non il portarlo in chiesa e fargli una festa.
Ora che don Gino ci ha affidato le coppie che chiedono il Battesimo per i loro figli è la prima cosa che diciamo, premettendo che abbiamo una grande esperienza di come non si devono fare le cose e una piccola ma importante esperienza di come si devono fare.
Le situazioni, anche le più pesanti possono trasformarsi in occasione straordinaria di grazia, se facciamo entrare Gesù nella nostra casa o meglio entriamo nella sua, che è poi quella in cui ci ha riammesso con il Sacramento dell’iniziazione cristiana.
Solo 7 anni fa, se ci chiedevano cos’erano i Sacramenti, non avremmo saputo cosa rispondere.
Ora non abbiamo dubbi, perchè abbiamo sperimentato che essi sono doni che fa Dio all’uomo per vivere bene su questa terra e trasformare la sua vita mortale in vita eterna.
Al bimbo si fanno regali per l’occasione, ma è necessario che qualcuno glieli scarti, glieli metta in mano, ne conosca le caratteristiche, glieli faccia usare.
Nel pacco che Dio ci fa recapitare attraverso i genitori e i padrini quel giorno, c’è l’occorrente per non smarrirsi, per arrivare sani e salvi a destinazione.
I genitori e i padrini hanno il compito di scartare il regalo, di prendere ciò che vi è contenuto: fede, speranza e carità e mettersi d’impegno per trasmetterle al piccino , man mano che cresce, adattando le parole all’età come si fa per il cibo, che all’inizio si dà liquido, poi si omogenizza, poi si fa in piccoli pezzi perchè il bimbo lo possa digerire.
Trasmettere la fede, mantenere viva la speranza, testimoniare l’amore è compito di ogni genitore, di ogni educatore, di ogni persona che non si accontenta di fare regali ai propri figli solo a Natale, alla Befana e al compleanno, ma vuole che ne abbiano a godere tutta la vita.
Con il Battesimo diventiamo a tutti gli effetti figli di Dio, e non fa differenza che siamo stati adottati, perchè, a farci caso, anche noi uomini che siamo cattivi, i figli adottivi li trattiamo meglio di quelli naturali, perchè si pensa sempre che sono deboli e hanno bisogno.
E siccome Dio é più buono di noi, abbiamo detto a Giovanni, non chiama aiutanti il giorno di Natale o della Befana, ma si è messo all’opera Lui stesso per portarci i regali, da quando Adamo ed Eva, i nostri progenitori si sono allontanati da casa, dalla sua casa.
Il Signore, con il sacco pesante sopra le spalle, si è messo alla ricerca dell’uomo. Come un ladro pasticcione si è dimenticato di cancellare le tracce che potevano portare a Lui, anzi ha fatto di tutto perchè ci accorgessimo del suo passaggio. Ha vagato a lungo , ma l’uomo non aveva una casa, ecco perchè si è lasciato sfuggire tante meraviglie da quel sacco ad arte bucato.
Ha sparpagliato per l’universo frammenti di paradiso, perchè a tutti venisse voglia di tornarci.
Ogni tanto fuoriusciva, strada facendo, uno scintillante, una pietra preziosa da quello scrigno caricato sopra le spalle, un fiore, un sorriso, un abbraccio, una carezza.
Lui, la Befana del cielo si è messo in viaggio da quando ha pensato a noi, da quando ha cominciato a raccontarci le favole per toglierci la paura del buio e farci sprofondare nel calore delle sue braccia.
Le sue favole sono tutte scritte nel libro che ci ha consegnato, la Bibbia, ma molte ha lasciato che le raccontasse il vento, il sole, il mare, tutte le stelle, perchè ci sono mamme che non ce l’hanno quel libro e i loro figli non saprebbero dove trovare i segni della presenza di Dio.
Poi i suoi piccoli sono cresciuti e non si sono più accontentati, come capita anche tra noi.
I bambini, man mano che crescono, vogliono sempre di più e i genitori non riescono a tener dietro alle loro richieste.
Dio non ha mai smesso di lavorare come fanno tutti i papà e le mamme, perchè imparassimo a usare quanto era suo, senza danneggiarlo, perchè la sua casa , era destinata ad essere anche la nostra.
Come poteva permettere che la sciupassimo, quando sapeva che in quella avremmo dovuto abitare per sempre? Eppure lo abbiamo fatto.
Dove avrebbe potuto deporre i regali se all’uomo non ricostruiva la casa?
Ecco perchè è venuto ad abitare tra noi, perchè nel suo cuore ci ritrovassimo a casa.
Canto: “Cristo è risorto veramente” (Risorto per amore – CD1)
Per questo abbiamo pensato che, argomento di questo incontro, poteva essere il Dono che ci porta Lui, contrapposto ai doni che il mondo vuole proporci, il Battesimo, che ci permette di rientrare nella sua casa, da cui si allontanarono i nostri progenitori.
In fondo, in questo tempo che ci siamo lasciati alle spalle, siamo andati in overdose di regali, fatti e ricevuti, se siamo tra i fortunati.
I piccoli, certo, lo sono stati, perchè, a distanza ravvicinata, hanno preso i regali da Babbo Natale e dalla Befana, che hanno poca o nessuna attinenza con quello di cui vogliamo parlarvi, a meno che non ci sforziamo di trovare l’aggancio giusto. Ma non è facile, specie se si ha a che fare con dei bambini.
Fin quando sono piccini, li si possono un po’ imbrogliare e loro, che sono furbi, volentieri evitano di fare domande imbarazzanti, perchè gli fa comodo credere che basta scrivere la letterina e promettere di fare i buoni, per ottenere quello che vogliono.
Il problema è, se mai, cercare, negli appartamenti dove si vive blindati, isolati dal mondo, un’apertura, per farci passare i regali. Almeno quelli.
Ma fuor di metafora un camino o il buco dell’aria condizionata, un balcone o una scala per arrampicarvisi si trova sempre, anche se è quello di un nonno, di uno zio, di un amico a cui sta a cuore la riuscita dell’operazione, che si presta, volendo anche a trasformarsi in uno dei due personaggi in questione.
Giovanni ha detto, guardando il ben di Dio che gli era piovuto dal cielo: “ Il prossimo anno faccio il cattivo, tanto Gesù i regali me li porta lo stesso”.
Tempo addietro la stessa frase mi era servita per dire che Gesù è buono e che continua a volerci bene, anche quando facciamo i cattivi. Basta decidere di fare i buoni, di riaccendere negli occhi gli scintillanti, come chiamiamo la luce che vi sprizza dentro, quando non siamo arrabbiati.
Meno male che Babbo Natale, alias nostro figlio, il papà, si è scordato di comprare le pile, alla pista, l’ennesima, anche se questa è la reclamizzatissima di hot-wheels, che non entra neanche dentro la sala e l’ha dovuta montare a casa nostra, in attesa di farle spazio.
Così gli abbiamo potuto dire che non era un caso e che a fare i cattivi non ci si guadagna.
Per le pile ha dovuto aspettare che riaprissero i negozi il 27, ma poi si è dovuto mettere a cercare le macchinine che aveva usato, nel frattempo, inventandosi una pista alternativa sul letto del fratellino.
E ci è voluto un giorno ancora per ritrovarle, seppellite sotto i giocattoli, per poterci fare una gara.
Che il digitale terrestre, arrivato a casa dei nonni, che poi siamo noi, comprato per tenerlo buono e fargli vedere i cartoni, quando alla Rai non c’è Trebisonda, sia andato in corto circuito, non appena attaccata la spina, ha fatto riflettere anche noi che forse quei soldi li potevamo spendere in modo più utile e intelligente.
Meno male che, navigando su Internet, che non è solo una diavoleria, abbiamo trovato questa storia a proposito della Befana. Almeno siamo riusciti a trasmettergli qualcosa attinente alla festa in questione.
I Re Magi stavano andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambino Gesù. Giunti in prossimità di una casetta decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere.
Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina. I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme perchè là era nato il Salvatore. La donna che non capì dove stessero andando i Re Magi, non seppe dare loro nessuna indicazione.
I Re Magi chiesero alla vecchietta di unirsi a loro, ma lei rifiutò perchè aveva molto lavoro da sbrigare.
Dopo che i tre Re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di unirsi a loro per andare a trovare il Bambino Gesù. Ma nonostante li cercasse per ore ed ore non riuscì a trovarli e allora fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino.
E così ogni anno, la sera dell’Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c’è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo.
Canto:Voglio vedere il tuo volto” (Voglio vedere il tuo volto – CD 1) 
Noi grandi di regali ce ne siamo fatti ben pochi, visto come vanno le cose, non solo per noi.
Da tempo, del resto, il problema è, non riceverli, ma farli, tra gli spintoni, le luci, la musica, il sorriso forzato delle commesse, l’ansia di non arrivare.
Da quando il Dono speciale, inaspettato, straordinario, lo abbiamo trovato la notte della Befana di 8 anni fa, non possiamo dimenticarcelo, associandolo alle croci che numerose ci hanno interpellato negli anni precedenti, proprio nello stesso periodo.
La malattia e la morte, infatti, negli anni, sono venute a visitarci con una puntualità sconvolgente, proprio in quella data.
Non possiamo non ricordare che la malattia di Antonietta esplose con violenza proprio in quei giorni, come quella che portò, anni dopo, suo fratello alla morte.
Mio padre il 5 gennaio del 1995 e sua madre i 7 gennaio del 2006 ci hanno lasciato.
Strane coincidenze che non possiamo non collegare ad un’altra data, quella che ci ha fatto riconciliare con tutte le feste e ci convince che il Natale non l’ha inventato il diavolo, come a volte ci scappa di dire quando il mondo ci risucchia con i suoi finti doveri.
Così scriveva Antonietta sul suo diario, anni addietro, a commento di queste strane coincidenze
Il 5 gennaio del 1977 era la data fatidica, per rimuovere il gesso che mi aveva imbalsamato 10 mesi prima.
Ma ad aspettarmi non c’erano ali che mi facessero librare in volo come una farfalla, finalmente libera dal bozzolo.
Il rumore della sega elettrica che si muoveva sul mio corpo imbalsamato non disturbava le mie orecchie, tutte protese a sentire il tonfo di ciò che era diventato ormai inutile sostegno.
Mi svegliai dal sogno quasi subito.
Perché non riuscivo a stare in piedi?
Questo mi portò la Befana con un giorno d’anticipo quel 5 gennaio, dopo un anno di inenarabili sofferenze. Ne dovevo fare di strada per incontrare il dono giusto, fatto su misura per me, un altro 5 gennaio!
Dovevo mettermi in viaggio con i Magi e con loro accettare la fatica della ricerca, la stanchezza del cammino, il tempo dell’attesa.
Loro sono stati i battistrada per incontrarlo.
Era il 5 gennaio del 2000, quando ho visto la stella fermarsi sulla grotta
Il 5 gennaio finalmente sono entrata dentro la grotta!
Erano secoli che camminavo, secoli, non il tempo che dista dal Natale alla Befana…
Mi sono fermata il 5,…il Signore ha avuto pietà… non mi ha fatto camminare ancora… un giorno prima sono arrivata, ma Lui era lì ad aspettarmi….
Erano 2000 anni che mi aspettava…nella messa, la sera dell’Epifania.
Ma quel dono che Antonietta scartò per prima, non lo tenne tutto per sè. Il suo sguardo, le sue parole, la sua persona, tutto parlava di una luce che la faceva risplendere.
Così anch’io, incuriosito, mi sono messo in cammino come la Befana della storia che vi abbiamo raccontato.
E adesso siamo qui in due a parlarvi del fatto che Dio non fa preferenze di persone e che a tutti è dato di arrivare, contemplare, adorare il Signore: Magi e pastori, ricchi e poveri, grandi e piccoli.
Grazie a Dio, l’Epifania tutte le feste non se le porta via, perché, se i doni del mondo rispettano i calendari, per i suoi, tutti i momenti sono propizi, perché il tempo, morendo, l’ha trasformato in occasione perenne di grazia.
Non a caso la liturgia delle feste si conclude con la domenica successiva all’Epifania, in cui si celebra, il battesimo di Gesù, inizio e fondamento della festa più grande, preparata da Dio per ogni uomo.
La Chiesa, per paura che, riponendo in soffitta il Bambinello, ci mettessimo pure ciò che ci porta, per ricordarci che non c’è momento che non ce lo dia, ce lo presenta mentre si mischia alla folla, per ricevere da un uomo, Giovanni, ciò che lui è venuto a portare, rinnovando quel lavacro di acqua, con lo Spirito su di lui effuso.
Tu vieni da me? “ dice Giovanni, quando vede Gesù.
Gesù, nato tra gli escrementi, in una stalla, a Betlemme, viene da noi, viene incontro all’uomo, nel fango del fiume Giordano, allora, nella nostre case in disordine e maleodoranti, ora.
Tu vieni da noi, Gesù, ci viene da dire, non siamo noi che ti abbiamo scelto, sei tu che mi sei venuto a cercarci . Che cosa straordinaria, Signore, che tu ti sia ricordato di noi!
Il regalo è tanto più bello, quando giunge inaspettato, quando ti accorgi, scartandolo, che è quello che ti serviva, quello che non osavi nemmeno sperare .
Che bello Signore continuare, anche ora che siamo diventati grandi, a scartare i tuoi regali, che non finiscono mai, regali di cui non si butta niente, neanche il contenitore.
Certo perchè il contenitore che ti sei scelto è di carne e si chiama Maria, la madre che vuoi condividere con noi.
Grazie Signore per tua madre, grazie della pubblicità gratuita che abbiamo letta sulla Sacra Scrittura, grazie, perchè non paghiamo un prezzo aggiuntivo per lo sponsor, anzi il contrario.
Signore quanto sei grande, quanto infinita è la tua misericordia!
Lui deve crescere e io diminuire” dice Giovanni Battista.
Lo sappiamo, Signore, che noi dobbiamo diminuire e tu crescere, altrimenti come possiamo continuare a fare regali ai nostri figli, sì che non rimangano senza quando diventiamo vecchi o non ci siamo più?
Che straordinaria Befana sei Signore Dio Padre Onnipotente!
Saluti
Canto: “Cristo è risorto veramente” (Risorto per amore – CD1)

Lampada ai miei passi è la tua Parola

La luce

 

“Ignorare le Scritture è ignorare Cristo”, diceva San Girolamo, appassionato studioso della Bibbia. “Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura”, ha spiegato il papa, nell’udienza del 14 novembre, commentando la figura del grande santo.
“Ama la Sacra Scrittura e la saggezza ti amerà; amala teneramente, ed essa ti custodirà; onorala e riceverai le sue carezze. Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini” E ancora: “Ama la scienza della Scrittura, e non amerai i vizi della carne”.
Così si esprimeva l’insigne biblista.
L’anno che si apre non a caso è chiamato “Anno della Parola”, volendo la Chiesa invitare i credenti a famigliarizzare con la Parola di Dio, per incarnarla nella propria vita.
La Parola è la traccia che lo Spirito ci ispira per gli incontri sulla famiglia, alla radio, da più di tre anni.
Quando pensammo di fare una trasmissione di questo genere, non sapevamo che stavamo toccando il cuore di Dio, il suo tesoro più grande, il suo sogno, e che dovevamo accostarci in punta di piedi al grande mistero che abita la coppia.
Dopo aver io condotto, da sola, una trasmissione sulla mia storia personale, “Dal diario di Antonietta”, sentii forte l’esigenza di coinvolgere anche mio marito in questo progetto, che era quello di parlare di come cent’anni di solitudine possano trasformarsi in un bellissimo romanzo dal titolo “I promessi sposi”
Avevo in mente quello scritto da Alessandro Manzoni, che per anni avevo letto e commentato agli alunni e che avevo sempre guardato come una bellissima storia .
“Peccato che fosse inventata”, dicevo, prima di sperimentare che siamo tutti promessi sposi al Signore, se viviamo, la coniugalità, la fedeltà, l’amore donato gratuitamente all’altro, come Lui ci ha mostrato con il Vangelo della sua vita.
Quando presentammo il progetto, lo bocciarono in tanti, perché volevamo portare in trasmissione la nostra storia di coppia, misera, piccola, ma per noi straordinaria, perché riconciliata e redenta da Cristo.
Ci fu detto che non saremmo andati avanti per più di 3 o 4 settimane, perché il racconto delle vicende che ci riguardavano, si sarebbe esaurito e non lo si poteva inserire in un palinsesto con cadenza settimanale o quindicinale come oggi accade.
Ci vuole una terza persona che vi stimoli e vi ponga domande, altrimenti non va.
Noi abbiamo creduto che, se si mette la propria vita al servizio del Signore, sicuramente non si rimane in panne, anche se ogni volta è un batticuore, una sorpresa, mentre passano i giorni e si avvicina il momento in cui dobbiamo andare in trasmissione.
Con il lavoro di mio marito, con gli impegni in famiglia, in parrocchia, nel gruppo, con i nipotini che vogliono battere i tasti del computer e ti cancellano tutto, dopo che faticosamente la notte cerchi di mettere insieme un discorso sensato …. quando pensi di avere del tempo a disposizione e ti chiamano perché c’è qualcuno che ha bisogno di te, oppure, ti colpisce un lutto com’è accaduto questa settimana, che una carissima amica ci ha lasciato, con tante domande in sospeso e il desiderio di starle vicino, attraverso i suoi parenti più stretti, che da tempo erano diventati anche la nostra famiglia.
Abbiamo cominciato, facendo un atto di fede, ripetendolo ogni volta, specie quando è impensabile che sia possibile esserci, il mercoledì, con il corpo, con la mente, con il cuore.
Con questo spirito continuiamo ad andare avanti, ogni volta aspettando che la Terza persona c’interroghi e ci inviti a rispondere.
La terza persona, l’abbiamo in seguito capito, è lo Spirito Santo, l’amore che deve abitare la coppia, l’amore che ti suggerisce cosa dire e quando dire.
Martedì sera è accaduto il miracolo, l’ennesimo, in questi tre anni. Gli appunti sparsi si sono compattati intorno alla parola di Dio, in tempo per essere puntuali all’appuntamento il giorno dopo, alle undici.
Lo spunto ce lo ha dato Giovanni con quella storia della sedia per Gesù, una sedia dove si sarebbe potuto sedere, mentre mangiavamo, per rendersi visibile a noi.
Giovanni aveva trovato la soluzione, ma fino a quando?
Ho pensato al cugino di mio marito che ha avuto bisogno di assistenza in questi ultimi tempi, da quando è stato costretto all’immobilità per una caduta.
Ho pensato che il lavoro più difficile lo faceva lui, perché il cugino è un barbone e non si lava e puzza.
Io mi sentivo brava a fargli da mangiare, ma a sporcarsi era sempre lui, che si occupava di portargli il cibo e di provvedere a che si cambiasse e si lavasse.
Ho anche pensato a tutte le precauzioni prese, quando me l’ha portato a casa dopo la rimozione del gesso. Ho nascosto i cuscini, ho isolato tutto quello che avrebbe toccato e mi sono messa in attesa che se ne andasse.
La sedia vuota di Giovanni fino a quando lo avrebbe convinto che Gesù era con noi?
“Qualunque cosa avrete fatto a questi piccoli l’avete fatta a me….dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati…”.Le 7 opere di misericordia.. mai mi erano sembrate un dovere così urgente e prioritario.
Ho pensato che se io avessi permesso di sporcarmi i cuscini della sedia al cugino barbone, avrei reso visibile il Signore agli occhi di Giovanni.
Più o meno queste le cose che siamo andati a dire alla radio.
Voglio ringraziare il Signore perché non ci lascia mai a corto di argomenti.
(Ringrazio l’amica blogger Diggiu per avermi fornito lo spunto per questo post)