Famiglia:segno di speranza

 

Rubrica quindicinale a cura di Gianni e Antonietta
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Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)

Saluti
Estate, tempo di vacanze. Da cosa? Dai problemi che ci affliggono ogni giorno nella nostra vita personale e sociale, da quelli  che i mass media non tralasciano di ricordarci ?
Le notizie flasch di ieri 26 giugno:Giornata mondiale contro la droga.Raddoppio sia dei consumatori di cannabis, che quelli di cocaina;Istat: i divorzi sono in continuo aumento(74 per cento in più in dieci anni );Ennesima esplosione di violenza scoppiata all’interno di una famiglia.(Il padre uccide la figlia e la moglie, poi si toglie la vita)

Leggiamo la Parola di Dio Mt 7,15-19 Dai loro frutti li riconoscerete.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.
Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
La scelta  Andare controcorrente:le vacanze e i frutti
Sfogliando il diario
2003
Li abbiamo visti stampati sui visi i sentimenti di compassione, uniti agli auguri di buon Ferragosto, quando, salutandoci, abbiamo comunicato la meta delle nostre vacanze agli “amici”, gli amanti dei viaggi oltre frontiera, di ristoranti e alberghi di lusso, del divertirsi ad ogni costo, qualunque sia il prezzo.
Ma nel decidere di partecipare al corso di Teologia del Sacramento del Matrimonio, io e Gianni non abbiamo avuto dubbi, visto che non eravamo alla prima esperienza di questo tipo, a Loreto. E poi, constatare che in questo andare controcorrente si è sempre più numerosi ed è fonte di grande gioia.
Maria, pian piano sta catturando, all’ombra della Santa Casa, non solo coppie del RnS ma tutte quelle che sono desiderose di conoscere e conoscersi, per percepire quale forza stia esplodendo nel seno della Chiesa per l’evangelizzazione della famiglia.

Ci siamo ritrovati a navigare, contrariamente alle apettative, non su concetti astratti e difficili, non su idee sradicate dal quotidiano affannarsi e spesso perdersi, ma a guardarci negli occhi, a scrutare i movimenti impercettibili del volto, delle labbra, delle dita del nostro compagno/a, a gioire per la mano più forte premuta sulla nostra, a intuire lacrime ricacciate dentro per un estremo pudore o ad accogliere stupiti quelle che riuscivano a liberarsi, rigando e irrigando i nostri deserti vissuti da soli.
Così, dopo un’immersione totale nell’acqua dello Spirito, lavati e purificati dal suo fuoco, venerdì 1 agosto, con il cuore colmo di gratitudine e di gioia ritrovata, abbiamo rinnovato le promesse matrimoniali nella Santa Casa, davanti a don Carlo Rocchetta e alle famiglie che con noi hanno condiviso questa stupenda esperienza, ma di fatto tutti riscaldati dal seno della Vergine, dove ci siamo stretti per sentire il tenero abbraccio di Gesù per ognuno di noi che si era fatto piccolo perché potessimo entrarci tutti in quel torrente di grazia, dove i bambini, che numerosi allietavano l’assemblea, avevano trovato il primo posto.

La vacanza più entusiasmante:  Settimana di vita nuova per le coppie
Sfogliando il diario
2004
Il mazzo di fiori
Il 25 agosto abbiamo ricevuto un mazzo di rose avvolte in un velo soffice e bianco. Era per noi e non riuscivamo a crederci. Abbiamo pensato che il fioraio si fosse sbagliato e lo stavamo dirottando altrove.
Ma quei fiori erano proprio per noi, sposi rigenerati da Cristo e uniti, questa volta per sempre, nella Santa Casa di Loreto, venerdì 13 agosto 2004, alle dieci di sera da don Gerry.
Testimoni: tutte le coppie che Dio aveva chiamato con noi a fare un’esperienza di paradiso, all’ombra del colle su cui domina e risplende, nelle terse serate estive, la basilica della Madonna.
Con il cuore che ci batteva forte, abbiamo contemplato stupiti le meraviglie del Signore, che continuava a farci regali.
Non pensavamo che fosse possibile, dopo che, una volta giunti nelle nostre dimore, ci siamo ritrovati a combattere la quotidiana battaglia e abbiamo con nostalgia ripensato a quei giorni di preghiera e di fuoco, a quei giorni in cui il tempo si era fermato per fare spazio al Signore, che voleva riempire la coppa delle nostre mani aperte e intrecciate, perché non lasciassimo disperdere nulla della grazia che dal cielo ci stava mandando.

Ne avevano fatta di strada quei fiori, usciti dal cuore di Annamaria e Graziano, i fratelli della Sardegna che con noi avevano condiviso la gioia di risorgere e veder risorgere le ossa inaridite della valle del pianto, solcando il mare che ci separa, per raggiungerci nella nostra casa di sposi alle prese con un pane quotidiano non sempre facile da masticare.
I nostri serbatoi d’amore sembravano diventati più piccoli e ci voleva qualcuno che provvedesse a dilatarli con un dono accompagnato dalle parole di un salmo.
Dopo la settimana passata a Loreto, pieni di gioia e di Spirito Santo, ci sembrava di volare e il nostro cuore scoppiava di gratitudine per ciò che avevamo udito, visto e provato.
Gratitudine per tutti quelli che ci avevano fatto sentire quanto è grande l’amore di Dio, gratitudine a Dio perché ci aveva scelti come testimoni della sua misericordia.
Una settimana indimenticabile per la Sua presenza palpabile in ogni volto, in ogni gesto, in ogni coppia, in quei lumini accesi davanti al tabernacolo, che ardevano bruciando le scorie del nostro passato, con su scritti i nostri nomi e la data dell’incontro.
Le nostre storie che diventavano storie di Dio, favole da leggere sui libri dei santi e noi eravamo lì a contemplarle, a contemplare e perderci nell’icona di “Notre dame de l’alleance”, la nostra Mamma celeste che ci abbracciava e ci portava a Gesù.
Ai lati in basso dipinti due lumi che si moltiplicavano in quelli che ogni coppia di sposi aveva deposto ai piedi dell’altare, dove la parola di Dio e l’Eucarestia erano il pane quotidiano di quei giorni di silenzio e di attesa.
Quell’icona e quei lumi ci hanno stregato, magicamente rapiti e trasportati, se così si può dire, dentro, oltre ciò che si vede, che si tocca, che si sente, oltre ogni umana immaginazione nel corpo di Cristo, nella Chiesa, nelle piccole Chiese domestiche che unite pregavano, lodavano e benedicevano il Signore nei fratelli, con i fratelli, per i fratelli nei giorni più roventi dell’anno.

Tante coppie, tante storie, tanti volti da non dimenticare.
Li abbiamo visti all’arrivo, un po’ stanchi, provati dal caldo e dalla fatica, in loro ci siamo specchiati e ci siamo riconosciuti nel comune desiderio di attingere acqua alla fonte, di abbeverarci alla stessa sorgente.
Noi avevamo portato nostri contenitori sbrecciati, consumati da un cammino lungo e difficile, con la speranza di riempirli con qualsiasi cosa che non fosse inquinata.
Ma quanto è grande l’amore di Dio lo abbiamo sperimentato, quando abbiamo visto con quanta cura aveva riempito quelli degli animatori, tutte coppie, operai della vigna instancabili, chiamati ad indossare il grembiule.
Ma ognuno dei convenuti ha provveduto a portare il suo piccolo o grande pezzo di legna, perché tutti si riscaldassero al sacro fuoco dell’amore di Dio.
Noi che di legna ne avevamo ben poca, abbiamo usufruito di quella degli altri, che ci ha fatto bruciare insieme con quella cera, che davanti a Gesù si è consumata per tutta la settimana del corso.
Che dire? Che Dio ha fatto cose grandi attraverso le famiglie chiamate a Loreto, che si è servito di noi, che pensavamo che 60 anni sono troppi per pensare a sposarsi.
Graziano e Annamaria hanno provveduto a ricordarci, nel biglietto allegato al mazzo di fiori, che il salmo 8 ci doveva guidare nella conoscenza delle cose di Dio.
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli”

Abbiamo cominciato a crederci, quando Giovanni, il nipotino, dall’altro capo del telefono, ha commentato così il nostro stare in Chiesa con Gesù (cosa potevamo dirgli di diverso del nostro stare in quel luogo?): “Nonna Etta si sta sposando”.
A poco più di due anni, divenuto improvvisamente profeta, aveva annunziato, lunedì 9 agosto, ciò che sarebbe accaduto venerdì, a noi in modo plateale, ma a tutti i partecipanti del corso: le nozze con lo Sposo, l’incontro con Gesù che sarebbe diventato una sola cosa con noi.
Ebbene tutto questo è avvenuto a Loreto, mentre il mondo era intento ad andare in vacanza, davanti a Gesù Eucaristia messo fra le nostre mani, sui nostri cuori da don Gerry, donato a noi famiglie perché diventassimo un po’ meno formali con Colui che avremmo dovuto sposare.
Davanti a Gesù abbiamo scoperto le nostre ferite, le nostre inadeguatezze, davanti a Gesù ci siamo guardati come mai era successo, penetrando nel mondo dell’altro, attraverso gli occhi, sentendo l’emozione di un mistero che si apre alla conoscenza e allo stupore, attraverso una carezza o una pressione delle dita più forte.
Gesù sempre presente in questo corso di vita nuova per coppie, Gesù nelle vesti del pane e del vino, Gesù nel volto del nostro compagno, nell’alleanza nuova che era venuto a stabilire con noi, Gesù presente nelle parole di tutte quelle coppie che mostravano il vero volto di Dio nel raccontare e raccontarsi, nelle catechesi che diventavano storie d’amore, che non avevano fine.
Vogliamo ringraziare Maria che a Loreto, in Agosto, anche quest’anno ci ha ospitato nella sua casa e ci ha fatto incontrare Gesù, che s’incarna anche nella nostra ogni volta che gli diciamo di sì.

Canto: Salve Regina (CD – “Nelle tue mani” 8)

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La vacanza più imprevedibile: Sentieri di vita nuova
Sfogliando il diario
2005
A chi mi ha chiesto dove ci eravamo cacciati,dal 31 luglio al 6 agosto, mi veniva istintivamente da rispondere che ero andata in crociera con Gianni, a Loreto, da dove ci siamo imbarcati assieme a coppie di tutte le età, da quella da 50 anni insieme, a quella con meno di un anno di matrimonio sulle spalle.
E dire che pensavamo di trovarci solo gente giovane e che noi saremmo stati i matusalemme della situazione.
Ma avevamo tanto bisogno di fermarci e di farci aiutare a guardarci negli occhi, cosa che ci riusciva sempre più difficile.
A Loreto ci aspettava Maria, nella Santa Casa, pronta ad accogliere le nostre suppliche e a presentarle a Gesù.
Non sapevamo come e quando sarebbe venuto l’aiuto, ma io ero certa che le acque stagnanti solo il vento dello Spirito può muoverle, perché vi torni a circolare la vita.
I desideri inespressi erano tanti, il più grande è che qualcuno mi servisse, stanca di essere scontata per tutti quelli per i quali mi spendevo senza avarizia.

A Montorso, dove nella Casa Famiglia di Nazaret del RnS si teneva il corso" SENTIERI" abbiamo trovato tante coppie pronte a servirci, compresi due sacerdoti, che non è poco.
Se penso che anni fa, era la prima volta che mettevamo piede in quel luogo, il sacerdote ce lo siamo dovuto spartire con un altro gruppo che a qualche chilometro di distanza aveva le nostre stesse esigenze.
Ma alla fine la risposta a “ Chi e l’uomo?” (era un corso di antropologia) ce l’ha data la scritta annerita dal fumo delle candele nella Santa Casa dove quell’ HIC VERBUM FACTUM EST, inciso sopra l’altare, è stata la chiave per capire chi siamo e a cosa siamo chiamati.
Perciò non avevo dubbi che a casa ci saremmo riportati qualcosa di veramente speciale, come accade da quando ogni anno programmiamo questo genere di vacanze in quel luogo.
Ma che saremmo andati in crociera non ce l’aspettavamo, serviti di tutto punto, sia quando ci allontanavamo per fare le escursioni di gruppo, sia quelle fatte in solitudine, accarezzati dalla fresca brezza che veniva dal mare o illuminati dalla sagoma della Santa Casa che la luce dei riflettori scolpiva nella notte.
Siamo saliti in alto dove volano i condor, siamo scesi negli abissi profondi della memoria, ci siamo seduti a mensa attorno a Gesù Eucarestia, che si donava a noi, ma anche l’abbiamo sentito donarsi ogni volta che un nostro fratello ci faceva entrare nella sua storia.

Le coppie accompagnatrici ci hanno seguito con discrezione, senza invadenza ci hanno portato a riflettere, meditare, aprire il cuore alla grazia che viene dall’alto e dall’altro.
Come le stelle comete si sono fatti da parte, una volta arrivati alla meta, e di loro non mi sono rimasti impressi i nomi, ma gli occhi, il sorriso, il loro esserci e confondersi con noi e scomparire per andare a seminare altri campi, dissodare altri terreni, innaffiare altri deserti.

E’ stato bello tutto di questa settimana passata lontani dal mondo, delle immagini stereotipate e ingannevoli che scorrono veloci sui piccoli e grandi schermi della cecità collettiva, con il lasciapassare alla meraviglia e alla sorpresa, nello scoprire che ogni famiglia è un piccolo scrigno dove il Signore ha riposto i suoi tesori.
ll più bello, il più grande ci è sembrato vederlo in quella scia bianca di cui due coniugi non più giovanissimi hanno parlato nella testimonianza finale, facendo riferimento a ciò che si erano lasciati alle spalle, la loro storia comune, dove il viaggio l’avevano incominciato da subito in tre, facendo salire Gesù sulla loro barca e affidandone a Lui la guida.

Al termine del corso, prima di ripartire, siamo tornati nella Santa Casa a salutare la nostra cara Mamma Celeste per ringraziarla per ciò che non sapevamo ci avrebbe sicuramente donato.
Nel viaggio di ritorno Gianni ha cominciato a parlare come non aveva mai fatto, da quando ci siamo sposati 34 anni fa, e a dirmi cose che non mi aveva mai detto prima di allora.
La meraviglia dell’inizio, quella avevamo ritrovato, perché finalmente non mi sentiva più giudice inclemente delle sue debolezze.
A chi ci chiede cosa siamo andati a fare a Loreto, ci viene oggi di rispondere: " il tagliando sulla nostra relazione di coppia, rifornimento di un carburante che non inquina"
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Vi invitiamo a cercare sui siti diocesani , regionali e nazionali della Chiesa Cattolica      le  opportunità che vengono offerte alle coppie e alle famiglie, per trasformare questo tempo che ci è donato in occasione di grazia e portare buoni frutti.
Buone vacanze a tutti in Cristo, nostro Signore.
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Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)

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22 Famiglia oggi:riflessioni di coppia

 


Rubrica radiofonica a cura di Gianni e Antonietta
Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” – 1)

Carissimi amici, benvenuti all’ascolto di questa trasmissione: dagli studi di Radio Speranza vi salutano Gianni e Antonietta.
La scorsa volta ci siamo lasciati con una preghiera, che si concludeva pressappoco così: “ Signore perdonaci, quando ai nostri figli parliamo male di te o di te non diciamo nulla”. Vogliamo partire da queste parole per ribadire quanto sia importante il ruolo dei genitori nella trasmissione della fede, che non consiste tanto nel numero delle preghiere insegnate ai bambini, o delle messe a cui li portiamo ad assistere, quanto nell’importanza che noi diamo a Dio, quanto ci lasciamo guidare da Lui.
Marco, il figlio di una coppia di nostri amici, che da poco ha compiuto otto anni e che si sta preparando alla Prima Comunione, ha capito tante più cose di quante gliene abbiano insegnate. Infatti, guardando la causa e non gli effetti di ciò che in vita ha fatto Madre Teresa di Calcutta, aveva detto, spiazzando tutti, che più dell’amore, dell’abnegazione, della solidarietà, questa piccola grande santa donna ci ha insegnato che con Gesù si può fare tutto. Se Marco ha parlato così, sicuramente c’è qualcuno che lo ha portato a pensare in quel modo.
Senza la domenica non possiamo vivere” recitano le locandine affisse all’ingresso di tutte le chiese in quest’anno dedicato all’eucaristia.
Senza la domenica certo non possiamo vivere, lo possono affermare tutti, atei e credenti, quando a questa parola si associa il riposo, il divertimento, la partita o la gita fuori città.
Ma, come spesso succede, il significato delle parole non lo conosciamo, né vogliamo andarlo a cercare, come è avvenuto a Strasburgo, allorché i parlamentari hanno stilato la Costituzione europea, senza far menzione, di proposito, delle radici cristiane dell’Europa: Ma poi si sono contraddetti, apponendo la data in calce al documento, che, guarda caso, fa riferimento ad un evento cristiano che ha cambiato la storia. Così è per la domenica, che pochi sanno cosa significa, pur amandola più di qualsiasi altro giorno della settimana.
E’ ora che cominciamo a dare il giusto significato alle parole che insegniamo ai nostri figli.

La liturgia di giovedì della terza settimana di quaresima fa incontrare Filippo, apostolo di Gesù, con un etiope, amministratore della regina Candace, di ritorno da Gerusalemme.
L’uomo, che stava leggendo senza comprenderlo un passo del libro del profeta Isaia in cui si profetizzava Gesù, viene avvicinato da Filippo, che, guidato dallo Spirito Santo, si trovava a fare la stessa strada.
Questi salì sul suo carro e spiegò il significato delle versetto che l’uomo stava leggendo, annunciandogli la buona novella.
Immediatamente dopo la spiegazione della Scrittura, l’etiope sentì il desiderio di essere battezzato.
Dal numero di Cristiani che vivono in Etiopia ancora oggi, possiamo dedurre che quella spiegazione ha portato molto frutto, nella terra in cui quest’uomo viveva.
Ciò che sappiamo, o abbiamo, non possiamo tenercelo per noi, né condividerlo solo con chi ci piace.
Non possiamo decidere di frequentare le persone, solo quando queste ci vanno a genio. Gesù la sera di Pasqua, per cenare con i suoi apostoli, non ha aspettato che si convertissero, che diventassero più fedeli, più buoni. Gesù prescinde da ciò che facciamo, perché la sua attenzione e la sua cura vanno a ciò che siamo, figli di uno stesso Padre, suoi famigliari.
L’etiope, che sembrava tagliato fuori dall’annuncio di salvezza, per via del luogo e della cultura diversi da quella in cui Gesù è nato e cresciuto, diventa il simbolo di tutti quelli che desiderano sapere e che aspettano che qualcuno li aiuti a comprendere.
Tutta questa chiacchierata per ribadire la necessità, l’imprescindibilità della missione, dell’annuncio da parte di chi ha accolto la fede.
Quando diciamo che a messa non ci andiamo perché il prete, o chi la frequenta, non ne è degno, non facciamo altro che anteporre gli uomini a Cristo e pensare che la Chiesa sia una comunità di perfetti e non di perfettibili, comunità di salvati che è chiamata a sua volta a salvare.
La Chiesa, famiglia dei figli di Dio, può e deve trovare il senso e il desiderio di essere Chiesa nella famiglia umana, la prima e più importante cellula della società, chiamata da Dio a rappresentarlo su questa terra.
La trasmissione della fede è pensata, a torto, come appannaggio e compito delle istituzioni ecclesiastiche, non dando alla famiglia, il valore e la funzione che invece le sono propri.
Ne parlavamo la volta scorsa, a proposito della collaborazione con il parroco da parte di coppie di sposi cristiani, che vivono la grazia del Sacramento del Matrimonio, per la preparazione dei genitori al battesimo dei propri figli.
Ma non bastano uno o due incontri per convincerli che ai figli, prima degli altri, ci devono pensare loro, per tutto ciò che riguarda la crescita materiale e spirituale, e che non possono delegare altri a dire o fare cose che poi vengono contraddette dai loro comportamenti abituali.
Quante cose si possono fare con Gesù!“ è il messaggio che deve passare ai figli, che Gesù è il figlio di Dio e che al di sopra di tutti non ci siamo noi, le nostre idee, i nostri giudizi e pregiudizi, ma Chi ci ha dato la vita e continua a donarcela ogni giorno, in modo imprevedibile, mai scontato, meraviglioso.
Senza la domenica non possiamo vivere” Se riuscissimo solo a trasmettere ai nostri figli la gioia di vivere nel modo giusto la domenica, avremo assolto alla parte più importante del nostro compito.
Dominicum, in latino, è un aggettivo neutro che significa: “dono del Signore, cosa del Signore”.
Ebbene, senza il dono del Signore non possiamo vivere, senza l’Eucarestia non possiamo vivere.
L’Eucarestia è il Corpo di Gesù, donato al mondo perché noi possiamo fare la stessa cosa con i fratelli: donarci agli altri, per tutto ciò che sappiamo e possiamo fare.
La domenica si chiama così perché il giorno dopo il sabato, il giorno della resurrezione di Cristo, è il più grande regalo che abbiamo ricevuto. Dio si riposò il settimo giorno, cioè il sabato, che per gli ebrei era il settimo giorno della settimana.
Gesù, risorgendo il giorno dopo il sabato, ha cominciato a contare il tempo dalla domenica, non facendone l’ultimo, ma il primo giorno della settimana del popolo redento dal Signore. La domenica è il giorno in cui il Signore si dona tutto a noi, il giorno in cui ci dà l’opportunità di godere più a lungo e più intensamente i misteri della Pasqua.

Quando arrivava la domenica, da piccoli, eravamo tutti eccitati, perché era un giorno speciale.
Facevamo il bagno e indossavamo i vestiti della festa per andare tutti insieme alla messa. Mamma si alzava presto per preparare il pranzo e il suono delle campane ci trasmetteva la gioia di un giorno diverso dagli altri, che vedeva la famiglia finalmente riunita.
Una volta cresciuti, abbiamo dimenticato le care abitudini, forti della libertà di scegliere dove e quando partecipare alla Messa. La liturgia in latino non ci aiutava, né gli adulti ne sapevano tanto di più, affiancando alle parole incomprensibili, dette dal sacerdote, le tante devozioni proliferate nel frattempo.
Siccome ci annoiavamo, cominciammo a trovare le scuse per sottrarci al martirio di assistere a cose per noi difficili da capire. Fino a quel momento il senso lo aveva dato l’andare insieme, tutta la famiglia riunita, a fare la stessa cosa. Ci dissero che l’importante era arrivare prima che si scoprisse il calice, per non fare peccato mortale e noi ci guardavamo bene dal farne, scegliendo però la Chiesa in base all’omelia: quanto più era breve, tanto più eravamo grati al sacerdote che non ci faceva perdere più tempo del necessario.
Diventare grandi comportò introdurre altre abitudini, fino a soppiantare quelle buone e sane che avevano caratterizzato la nostra infanzia: l’abitudine di studiare la domenica, quando eravamo studenti, per il lunedì, l’abitudine di preparare il lavoro per il giorno dopo, quando Antonietta correggeva i compiti, ed io studiavo progetti, l’abitudine di smantellare la casa per fare le pulizie, alle quali anche io partecipavo, volente o nolente, quando non le subivo.
Il senso di quella giornata si è andato perdendo e il posto per la messa, a distanza di tempo, ci siamo accorti di averla persa, specialmente da quando i supermercati e gli ipermercati ci hanno offerto di santificare le feste sull’altare del consumismo..
I nuovi santuari hanno preso il posto delle Chiese e le famiglie oggi si riuniscono lì, per cercare ciò di cui hanno bisogno. Per molto tempo anche noi siamo stati stregati dall’opportunità di fare acquisti in una giornata in cui i negozi erano chiusi e la chiesa non ci diceva più niente.
Vogliamo ringraziare il Signore perché ci ha aperto gli occhi e ci ha fatto sperimentare quanto grande sia il dono che ci ha lasciato, non per concludere la settimana, come siamo abituati a pensare, ma per cominciarla bene, ricordando che Gesù è venuto a trasformare il tempo finito degli uomini nel tempo infinito di Dio, risorgendo di domenica e dando inizio ad una nuova creazione.

La domenica è il giorno in cui non noi ci diamo a Dio, ma Dio si da a noi, riportando in vita dalla morte tutti quelli che si lasciano catturare dallo stupendo mistero di riconciliazione.
Ecco: il mistero della riconciliazione è l’Eucarestia alla quale partecipiamo.
Queste parole – mistero di riconciliazione – che si pronunciano durante la consacrazione, ci hanno colpito durante lo svolgersi di una messa senza omelia, una di quelle che un tempo ci avrebbero fatto felici, ma che oggi ci vedono storcere il muso. Eppure, se le parole della liturgia tutti i sacerdoti avessero la possibilità e la capacità e il desiderio di farle arrivare al cuore dell’assemblea, non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro alla preghiera che accompagna la consacrazione del pane e del vino.
Ma, per arrivare a godere pienamente del dono che Dio ci fa in Gesù, è necessario seguire la scia dei discepoli di Emmaus, che hanno sentito il desiderio di invitare Gesù a fermarsi con loro solo dopo che sono stati guidati da Lui alla comprensione delle scritture. Quel pane che Egli spezzerà, una volta accettato l’invito, sarà ciò che lo farà riconoscere, e che trasformerà la tristezza in gioia, per aver incontrato il Risorto.

CANTO: Dalla tristezza alla danza (CD – “Risplendi Gerusalemme” – 12)

Abbiamo fatto esperienza di quanto sia stata deleteria la distinzione netta tra liturgia della parola e quella eucaristica che ha portato alla svalutazione della Parola di Dio, all’affievolimento della spiritualità delle persone, al vuoto devozionismo. Dobbiamo ringraziare il Concilio Vaticano II che si è fatto carico di riavvicinare il popolo di Dio, partendo dall’esigenza di farsi capire e far capire.
Oggi assistiamo alla riscoperta esaltante della Parola di Dio, che è stata rivalutata e della quale è stata evidenziata l’importanza e la bellezza, anche durante la celebrazione eucaristica, in sintonia con la mensa eucaristica.
Un testo di Sant’Agostino, veramente unico, dice: ”Chiedo a voi fratelli e sorelle, ditemi un po’: che cosa vi sembra essere maggiore, la Parola di Dio o il Corpo di Cristo? Se volete dire la verità, dovete rispondere che la Parola di Dio non è inferiore al corpo di Cristo. Di conseguenza, come facciamo grande attenzione perché non cada nulla per terra dalle nostre mani quando ci viene amministrato il corpo di Cristo, così dobbiamo prestare attenzione perché non cada dal nostro cuore la Parola di Dio che ci viene elargita, il che succede se pensiamo ad altro o ci mettiamo a parlare, invece di ascoltare. Chi ascolta con negligenza la Parola di Dio non è meno colpevole di colui che fa cadere a terra per negligenza il Corpo di Cristo.”
Vi è un altro insegnamento molto bello dei Padri della Chiesa che recita: ”Se dovessimo scegliere tra l’Eucarestia e la Parola di Dio, che cosa sceglieremmo?” Loro rispondevano: “Dovremmo scegliere la Parola di Dio, perché senza la Parola non potremmo capire l’Eucarestia, non sapremmo più cosa sia”
La Liturgia eucaristica è uno splendido itinerario di vita cristiana e vorremmo consigliarlo alle coppie che fanno fatica ad entrare in comunione, a raccontarsi, ad ascoltarsi. Se pensiamo a quante volte l’atto coniugale unisce i corpi ma non le menti, quante volte lo spirito soffre per ciò a cui non riusciamo più a dare un senso!
L’unione tra i coniugi avviene in modo perfetto solo dopo essersi messi in ascolto l’uno dell’altro, dopo che, attraverso le parole, conosciamo e ci facciamo conoscere.
Ci sembra interessante fermarci sui vari momenti della messa che preparano alla comunione.

La messa inizia con un segno di Croce, ad indicare che non si può camminare se non permettiamo che Dio entri e diventi protagonista della nostra storia.
Poi c’è la confessione dei peccati, che è un mettersi a nudo di fronte a Dio e ai fratelli, un mostrarsi deboli e peccatori, vulnerabili e imperfetti. Questa condizione, che prepara il sacrificio eucaristico, è anche la condizione perché due coniugi imparino a conoscere l’altro e ad accettarlo per come è.
Solo Dio può, nella sua infinita misericordia curare le nostre ferite, assolverci e perdonarci. Questo è il senso del “Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà”: solo Dio può renderci capaci di fare altrettanto.
La messa, ci siamo resi conto, è una splendida occasione per riflettere sugli inviti a pranzo o a cena che riceviamo, con la differenza che ad invitarci è Gesù. Quando siamo invitati siamo soliti prepararci per tempo, specialmente se la persona è di riguardo. Ci informiamo sui suoi gusti nel momento in cui cerchiamo qualcosa da portare, per non presentarci con le mani vuote. Pensiamo alla mensa attorno a cui la famiglia un tempo si riuniva e che sempre più spesso assiste alla sua disgregazione, perché manca il tempo o lo spazio per le parole, occupato dal telegiornale o dagli impegni veri o presunti dei suoi componenti.
La mensa della parola è quella che è venuta a mancare nella nostra civiltà, dove le parole si sprecano se devi scrivere SMS sul telefonino, mandarli magari in copia a tutti gli amici, senza spostarti né alzare lo sguardo su chi ti siede vicino. Adesso hanno inventato i telefonini per dare un volto alle parole. E’ un progresso, non c’è che dire, ma le parole, quelle che contano, dove sono andate a finire? Come si può trasformare la parola in cibo di vita?
Nella nostra chiesa, prima delle letture s’intona, lo “Shemà Israel”, che significa “Ascolta Israele”, il che è fondamentale per capirci qualcosa. Ascoltare, cosa che non siamo abituati più a fare, non perché abbiamo le orecchie tappate, ma perché non riusciamo più a fare silenzio sui nostri problemi, sulle nostre idee, sui nostri progetti, sulle nostre priorità. Non è questo il problema che interessa la maggior parte delle famiglie? Forse gli SMS li hanno inventati perché non si ha l’obbligo di ascoltare, quando si scrive.

Alla lettura del Vangelo segue l’offertorio, che non è altro che, dopo aver ascoltato cosa ha da dirci il nostro interlocutore, la presentazione di quello che possiamo donargli, poco o tanto che sia per collaborare ad un progetto comune, che è quello di camminare insieme. Questo è importante dirlo, specialmente alle coppie che decidono di sposarsi e che devono stabilire se vogliono la comunione o la separazione dei beni. La messa ci mostra quale aberrazione sia insita in quel decidere di separare i beni.
L’offertorio continua con il rito della Consacrazione, perché è Dio, attraverso Gesù che offre tutto se stesso per compiere il sacrificio perfetto, quello della riconciliazione di Dio con l’uomo.
Fate questo in memoria di me”. Il sacrificio di riconciliarci è il più grande a cui Dio ci chiama e il Padre Nostro, la preghiera che ci ha insegnato Gesù, che si conclude con: ”Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” E’ un invito a perdonarci prima di fare la comunione: un invito, se pensiamo agli sposi cristiani, a sgombrare l’animo da tutti i pensieri che dividono dall’altro prima di donarsi reciproca- mente, mettendo in comune tutto se stessi, come ha fatto Gesù.
Poi la celebrazione si conclude con le parole: “Ite missa est”, che non significa “La messa è finita”, come i più intendono, ma “Ciò che vi è stato trasmesso, annunciatelo”. Ogni messa finisce con un mandato, perché quando la bella notizia del Vangelo arde nel cuore, non si riesce a tenerla per se e si sente insopprimibile il desiderio, il bisogno di comunicarla. .
Questo è un dovere per tutti, specialmente per i genitori che hanno chiesto il battesimo per i propri figli, per quei genitori che hanno a cuore la salute fisica e spirituale.dei figli.
Solo dando loro punti di riferimento stabili, questi non saranno tentati di cercarli altrove.
Così facendo sarà naturale per i nostri giovani dire, come Marco: “Quante cose si possono fare con Gesù!” e pregare senza vergogna insieme ai grandi il Salmo 22.

Il Signore è il mio pastore
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
Tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

Canto: Cristo è risorto veramente (CD – “Risorto per amore” 1)
 18 aprile 2005

26 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caldo e affettuoso saluto a tutti amici.
La scorsa volta non vi ho salutato alla fine della trasmissione, temendo di diminuire l’efficacia della parola di Dio, che è venuta a suggellare e concludere la lettura del libro, "Il gioco dell’oca, trasformando un’esperienza personale in esperienza paradigmatica, nella quale tutti un po’ si possono riconoscere e dalla quale attingere spunti per cercare nella propria storia il progetto che Dio ha su ognuno di noi.
A tutti Dio garantisce, pur nella diversità dei percorsi, nella multiforme varietà dei carismi, cieli nuovi e terra nuova, per tutti ha una parola di perdono e di consolazione, tutti troveranno posto nella Gerusalemme santa, nelle sue braccia aperte e misericordiose, dove non ci sarà né lutto, né lamento, ma solo la gioia dei redenti dal Signore, il canto di esultanza dei salvati.
La liturgia della sesta domenica di Pasqua mi aveva offerto lo spunto per riflettere su questa parola di speranza, che riguarda tutti, proprio tutti quelli che si aprono all’amore di Dio.
“Ecco io faccio nuove tutte le cose”, dice il Signore nostro Dio, e in quel “tutte” ci sono le nostre piccole e grandi croci, i nostri dubbi, le nostre cadute, le nostre lacrime, i nostri lutti recenti e passati, la nostra disperazione, i nostri fallimenti, le nostre frustrazioni.
Dio fa nuove tutte le cose, non stendendo una mano di vernice bianca su ciò che è indecoroso vedere, come spesso accade quando si ha fretta di coprire le brutture della nostra società invereconda, cieca e malata..
Dio fa nuove tutte le cose, continuamente rinnovando la faccia della terra, perché lo Spirito possa abitarvi e operare in modo duraturo.
Quando scrissi "Il gioco dell’oca” non sapevo, che quello era solo l’inizio di una storia, che non si potrà dire conclusa, se non alla fine dei giorni assegnatimi.
Né, quando cominciai questa collaborazione con Radio Speranza, immaginavo cosa avrei detto in questi sette mesi di incontri con voi, non prevedendo che un libricino di 100 pagine potesse essere così ricco di stimoli per riflettere sulla parola di Dio più che sulla mia..Dalla meditazione su quanto ogni giorno mi ha suggerito, durante la Messa, sono nati queste trasmissioni che hanno finito per raccontare non una storia passata, ma l’eterno presente di un richiamo struggente e accorato di un Padre che cerca suo figlio, che non smette mai di sperare che un giorno torni da Lui.
Durante questo periodo l’ ho lasciato parlare, come non mai mi sono messa in ascolto, perché di storie di malattie ne è piena la terra, ne sono pieni i libri, e, se non sei medico e non hai ricette da dare, non trovi chi ti presti attenzione.
Ma Lui il Maestro, il Medico, il Guaritore, la ricetta me la dava ogni volta, ogni volta che gliela chiedevo con umiltà, per me che volevo servirlo nel migliore dei modi, per voi che chiedevo poteste attingere alla stessa corrente di Grazia.
Così una storia di solitudine antica e senza scampo è diventata storia di speranza, storia di una presenza costante, che si è realizzata non in un ieri passato e dimenticato, ma in un oggi che si dilata, in un tempo che diventa infinito, nella misura in cui si fa spazio all’infinito di Dio..
"Il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, non ho più bisogno di scriverlo sulla prima pagina dell’agenda, come per tanti anni ho fatto, per meditarle e farle mie, ora che le ho scritte nel cuore quelle parole, e a quell’angelo mandato dal cielo, voglio dire il mio grazie, a quel bimbo piccolo piccolo, un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera, due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio. Sua madre, fu lei che me le sussurrò all’orecchio, mentre, a Champoluc, impaziente, pensavo al tempo che mi sfuggiva di mano..
Il dolore innocente anche a questo doveva servire, a portarmi a riflettere sul bene più prezioso che Dio ci ha donato: la vita e il tempo per poterne apprezzare il valore, quel tempo che a volte vorremmo fermare, a volte accelerare, ma raramente accogliamo per ascoltarne la voce.
Voglio ringraziare il Signore per tutti quelli che direttamente o indirettamente mi hanno parlato di Lui, mi hanno portato a Lui, per tutti quelli dei quali si è servito per accompagnarmi, curarmi amarmi, a cominciare da mia madre…per il segno di Croce che stampava sulla nostra fronte prima di andare a dormire, per le sue novene e i suoi rosari, per tutte quelle preghiere che mi infastidivano e mi indispettivano, perché sembravano sortire l’effetto contrario.
Voglio ringraziare mio padre per quella boccetta di acqua di Lourdes che mi gettò addosso con fede, con rabbia, con disperazione, quando un giorno mi vide dibattermi nel letto in sofferenze a cui nessuno riusciva a trovare rimedi.
L’11 febbraio, festa della Madonna di Loudes, andarono in frantumi con l’ultimo incidente le lenti multifocali, decretando la fine delle mie sicurezze.
Voglio ringraziare la Madonna perché mi ha aperto gli occhi ad una nuova dimensione, quella della fede che non ha bisogno di lenti per stupire di fronte alle meraviglie del creato, di fronte a tutto ciò che è uscito dalle mani di Dio.
Voglio ringraziare quell’amica un po’ snob che per Natale mi regalò un piccolo presepe, racchiuso in una piccola scatola.
Natale 2002
Più penso al presepe, e più mi immergo nel mistero della notte di Natale in cui Dio si è fatto vedere e si è donato a noi. Quando Laura, un Natale di tanti anni fa, mi regalò il minuscolo presepe messicano di ceramica bianca e blu, contenuto in una piccola scatola dipinta con tanti alberelli e stelle luccicanti, non pensai che quello era un tuo regalo, Signore, non pensai che mi volevi parlare come poi hai fatto, attraverso quel dono inusuale e stravagante che mi veniva da una non credente un pochino snob e tanto ricca.
Ho pensato che aveva avuto buon gusto nello scegliere e l’ho invidiata per la possibilità di camminare alla ricerca di cose straordinarie e di comperare ciò che voleva con i soldi che aveva. Laura era uscita fuori dagli schemi con quel presepe, come sempre si era distinta con i regali acquistati nei negozi di lusso.
Io la ricambiavo, rompendomi la testa e le braccia, con marmellate e sottaceti e conserve fatte con le mie mani.
Le ho sempre regalato cose che lei non poteva comprarsi con i soldi e anche quell’anno, soddisfatta, ricambiai il dono in tal modo, commiserandola per ciò che non sapeva fare, esaltandomi per ciò che io riuscivo a fare.
Laura, quel piccolo presepe sicuramente non ci aveva messo molto a trovarlo, mi accorsi l’anno dopo, che avevo ricominciato a girare, che i negozi ne erano pieni, ma, alla distanza, il regalo speciale che non si compra, non io ma lei l’ha fatto.
Sì perché il presepe ha cominciato a parlare a trasmettermi pace, calore, senso da dare ad un Natale che ogni anno diventava una conta di morti, un’angoscia per chi non ritorna, per gli anni che passano, per i pesi che si accumulano sopra le spalle.
7 gennaio 2003
Davanti al presepe che mi accingo a smontare penso a Nuccio, il fratello da cui mi ero separata a causa di un grazie che non gli riusciva di dirmi, ogni volta che gli portavo il regalo, il 5 gennaio di ogni anno, giorno in cui era nato.
Penso alla rabbia che con il tempo aumentava e continuavo a portarmi dietro, per quel dovere che mi pesava sempre di più e che alla fine non volli più assolvere.Penso con malinconia alle conseguenze di quel gesto che ci privarono dell’unica occasione di incontrarci e di tenere ancora in vita un legame, che nel cuore non avevamo mai cancellato.
Penso all’orgoglio che non ci permise di passare sopra a tante cose, alle occasioni mancate di gioire e di condividere affetti ed esperienze comuni
Penso poi alla sua malattia, un fulmine a ciel sereno, penso a quel tumore al cervello che lo aveva proprio fatto uscire di testa, se aveva cominciato ad andare alla Messa, tutte le mattine alle sette.
Penso alla novena che iniziò a Padre pio, si vedeva che il male faceva progressi, mi dissi allora, penso al suo desiderio di un sacerdote che gli portasse l’Eucaristia, ma quando ce lo fece capire, non c’era più tempo per ridere delle sue apparenti stranezze.
Penso al mio darmi da fare per cercargliene uno, perché i moribondi hanno diritto a vedere un desiderio esaudito, e penso a quell’Ostia bianca che brillava nella camera con le serrande abbassaste, a mia madre e mia sorella in ginocchio, a me che non potevo distogliere lo sguardo dalla luce che da essa emanava, penso al tempo che si era fermato su quell’angolo di paradiso, dove io cercavo di entrare senza ancora aver trovato la chiave
Poi penso alla strada, quella che per anni ho cercato, quella che m’indicò lui, mio fratello, un giorno che, affacciandomi alla finestra, vidi dove portava..
Era venuto ad abitarmi vicino, nel cimitero che concludeva la strada, coperto per anni da un pino, che non me lo faceva vedere.
Da allora cominciai a parlargli, a sentirlo più vicino che mai, ogni giorno che al mattino mi alzavo e vedevo la sua luce filtrare dalla grande casa dei morti, immersa nel verde della collina..
Ma pian piano le cose cambiarono e lo persi di nuovo di vista.

NUCCIO 16 gennaio 2002
Guardo invano in fondo alla strada
Tra le case e le poche piante rimaste.
Cerco un varco tra le nuove venute
Costruzioni dell’ultima ora
Per poterti di nuovo incontrare.
.
Non ti vedo su questa collina
Dove i morti riposano in pace
Dove tu sereno abitavi.

Dalla strada deserta non giungono
Che rari e ovattati rumori.
L’orologio batte il tempo che passa.
Il ronzio del computer l’accompagna.

Non rispondi.
Eppure tutto è tranquillo
Perché tu possa continuare a parlare.
.
Dove sei fratello scomparso, prima ancora che ti conoscessi?
Dove sei compagno di giochi?

La tua voce non arriva al mio cuore
Le mie orecchie non sanno tacere
Perché sento che oggi ho paura.

Paura delle cose che non si vedono
Paura delle cose che sono
Paura di una morte che mi sbarri la strada
Questa piccola che mi sta qui davanti
Paura che tutto finisca
Che rimanga sola a pregare..

Ricordi quando mi salutavi
Ammiccando con la tua lucina tremante?
Era quella in fondo alla fila
Su in alto
Non mi potevo sbagliare.
Mi piaceva parlarti dalla finestra
Mentre il caffè aspettavo che uscisse.
Eri venuto ad abitarmi vicino
E l’avevo scoperto per caso.
Il pino che ti copriva ai miei occhi
Era stato ad un tratto abbattuto
Il cipresso potato di fresco
Si sforzava di farsi da parte
Per portarmi la tua luce nel cuore.
Mi piaceva salutarti ogni giorno
E sapere che mi stavi a sentire.

Ma le foglie hanno cominciato a spuntare
Dai monconi dei rami recisi
Liberandosi dalla forma geometrica
Che le aveva tenute imbrigliate..

Il luogo che ti ospitava
Sottraendosi pian piano alla vista
Diventava sempre più piccolo
Attraverso la vegetazione opulenta
Della primavera inoltrata.

Poi sono venute le case
Numerose, a riempire gli spazi
Arroganti si sono levate
A coprire anche il cielo
In fondo alla strada

Non ti ho più potuto vedere
La mattina alzandomi presto.
Il saluto è diventato formale
Perché ad un tratto tu eri sparito.

Dove sei silenzioso fratello?
Dove sei amico fedele?

Sempre più faccio fatica a parlarti
Pur se guardo lontano in collina
La mia voce rimbalza sui tetti
Nel buio della mattina.

La distanza è diventata abissale
La tua voce non riesco a sentire.

Fratello che non vivi nello spazio e nel tempo
Di questi nostri ingombranti pensieri
Ti prego rispondimi presto
Ti prego rispondimi ancora
Come quando ti mandavo al mattino
Un bacio e una preghiera.
.……………………….
E’ tardi
Si sono accese le luci.
Sui lampioni vestiti di bianco
La neve continua a cadere.
Il cielo è sempre più cupo
Il silenzio sempre più greve.
L’orologio ha fermato i sui battiti
Perché il tempo fa fatica a passare.
Il ronzio del computer è un lamento
Che accompagna il mio pianto che sale.
.
Nella notte che avanza pian piano
Cerco ancora tra le case e il cipresso
Quella luce un pochino speciale
Con cui tu rompevi il silenzio
Per poter insieme pregare.
…………………………
Il cielo pian piano si apre
Al mattino che spegne i lampioni
Con lo sguardo perso nel tempo
Canto questa mesta canzone.
.
Le foglie spuntate sul ramo
Mi parlano della vita che si rinnova
Come anche le case lì in fondo
E i panni stesi ai balconi

Il rumore che dalla strada si alza
Non è l’eco di mesti pensieri
Non c’è più tempo per piangere
Non si può continuare a sognare
……………………
La strada che ho qui davanti
Non è quella che porta in collina
Né questa che il mattino rischiara
E’ una strada tutta speciale
Che mi porta veloce all’incontro.
Se ti cerco nello spazio del cuore
Nel calore di questo richiamo
Non mi serve guardare lontano
Né cercare la tua luce sul monte

Tu sommesso sei entrato qui dentro
Ora brilli
E non devo vedere
Ora parli
E non devo sentire.
E’ bello, insieme, ritrovarsi a pregare.
…………………………………….
Mi piacerebbe farlo davanti al presepe, ogni volta che parlo con lui, perché è lui che mi ha portato dentro la grotta e mi ha fatto vedere Gesù.
Quel 5 gennaio del 2000, giorno del suo compleanno, fu il suo modo tutto speciale, per ringraziarmi dell’amore da me gratuitamente donato, nei suoi pochi giorni rimasti.
……………….
Un altro 5 gennaio mi viene in mente, quello del 1977, che non fu come l’avevo pensato a godermi l’ebbrezza di un sogno, quella di vivere libera dalla bianca gabbia di gesso con cui mi ero fusa nei 10 mesi del tempo, che per me si era fermato.Ma allora non ci furono ali ad accogliermi per farmi volare, ma la disperazione, l’angoscia, la morte che di nuovo mi veniva a trovare.
Ma per mettersi in comunicazione con Dio non c’è albero che ne impedisca la vista, nè gesso, né handicap, se a Lui tieni tese le mani.

Ottobre 2001…
Le mani.
Ieri ho incontrato le mani di un paralitico.
Nel silenzio della preghiera pian piano hanno cominciato a parlarmi.
Erano lisce e bianche come quelle di un bimbo, che si affida a chi lo accompagni dove solo non è capace di andare.
Quell’uomo, con lo sguardo innocente, seduto sopra la sedia a cui, per accomodarlo, non erano bastate due braccia, pregava con gli occhi sereni di chi sta in paradiso.
Le mani giacevano immobili sulle gambe colpite dal male.
Ma ad un tratto, come acqua che sgorga, dalle bocche venne fuori quel canto, che pian piano divenne torrente e poi fiume che, lento e solenne, tutto accoglie nel suo letto scavato.
Fu allora che quelle mani si sono levate, per unirsi al coro degli angeli, che riempiva tutta la chiesa.
Un momento, poi mentre l’una ricadeva pesante, l’altra in alto rimaneva sospesa a salutare il Santo che passava tra i banchi.
Ieri, Gesù non l’ho visto nell’Ostia che il sacerdote sollevava sopra di noi, ma in quella debole mano che prendeva forza da Lui.

Guardo ora le mie, le mani con cui ho costruito la casa del mondo.
Sono gonfie, deformate, lì dove l’articolazione è importante per prendere, afferrare, tenere serrate le tante troppe cose che non volevo lasciarmi sfuggire.
Mentre scrivo, aspettando il mio turno, le osservo.
Con esse ho costruito i miei idoli, le mie certezze, con esse ho percorso il tempo del silenzio e dell’attesa, della paura e della rabbia, facendole muovere in modo instancabile, quando la malattia mi costringeva a fermarmi.
Ora sono andate in pensione, le mie mani, che non hanno conosciuto riposo per scialli, pupazzi, vestiti, coperte, borse e tutto ciò che da esse facevo spuntare.
Non correggono più errori che non mi competono, in compiti in classe per alunni che non ci sono.
Le guardo, disadorne e dolenti. Alle dita due anelli: la fede e un crocifisso piantato in un campo d0
i rose..
Le mie mani, oggi, hanno imparato a pregare.
22 maggio 2004
Guardo questi anelli che porto alle dita e penso a tutti quelli preziosi che Gianni, nel corso degli anni, ha regalato a me, che non ero mai sazia, penso al nostro rapporto difficile, perché per lui era una sofferenza parlare, penso ai giorni vissuti da soli, ognuno a coltivare il suo campo, penso alla Chiesa dove in quel tardo pomeriggio invernale cercai chi potesse dirmi ancora qualcosa, penso a lui che in un’altra Chiesa si trovò a fare la stessa cosa, penso a noi che a Loreto trovammo Maria, la regina delle famiglie, ad accoglierci, a consolarci, a parlarci del dono stupendo che suo figlio Gesù aveva lasciato a tutti gli sposi del mondo, la grazia del sacramento, lo Spirito, che se invocato, fa nuove tutte le cose.
Penso a quest’oggi, in cui i silenzi sono sempre meno pieni di rabbia e i discorsi sempre più pieni di Dio.
Penso alla sfida che ci siamo prefissi e che con l’aiuto del Signore vorremmo vincere: testimoniare come due “io” diventino un “noi” nella costruzione della casa nuova, trasformata in cantiere di santità..
………………………….
La fede, la croce, il rosario, le strade che portano a Dio e che fanno sì che il giorno dell’ascensione non ci sentiamo un po’ orfani perché Gesù se n’è andato, ma pieni di gioia perché con Lui possiamo salire al Padre, e rimanervi, con l’aiuto dello Spirito che continua a camminare con noi.

17 maggio 2004















25 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Un caro saluto a tutti amici e ben ritrovati.Ci stiamo avviando verso la conclusione del Gioco dell’oca, il primo atto di una storia, che, come tante altre, si trasforma in liturgia, quando ci si accorge che Dio cammina con noi ogni momento della nostra vita, quando sperimentiamo che fa nuove tutte le cose, se ci arrendiamo alla forza del suo amore.
Da "Il gioco dell’oca"
.
L’amore donato
Quando ogni speranza annegò nell’inutilità di qualsiasi intervento terapeutico tradizionale o alternativo, scoprii che c’era ancora qualcosa da dare a mio fratello, ancora qualcosa a cui non avevo ancora pensato ma che non dovevo più cercare fuori, non aspettarmi dagli altri ma prendere dentro di me e donare senza aspettare il ricambio.
Fu nella scoperta di un amore donato gratuitamente che si consumarono, ahimè troppo in fretta, i suoi pochi giorni rimasti
Il 12 luglio del 1999 scese il sipario sul dramma che per sei mesi mi aveva tenuta attaccata alla vita.
Dal pulpito il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era come non mai vivo e presente nei nostri cuori.
Mi attaccavo ai ricordi, brandelli di vita consumati insieme nella condivisione di quel poco che ci accomunava.
La sofferenza sì, quella sì che mi aveva tenuta legata a lui, da cui tutto mi aveva scaraventato lontano durante la sua vita spensierata e gaudente.
Finalmente vicini, ma troppo presto ripiombati nel buio della nostra solitudine antica..
Il senso, per un attimo carpito come balsamo alle mie insanabili ferite, mi sfuggiva ancora di mano e mi lasciava attonita di fronte al più grande e doloroso interrogativo della mia umana vicenda.
E il mio "volere é potere" di cui mi ero fatta scudo e corazza?e il mio "volli, sempre volli, fortissimamente volli", che volevo fosse inciso sulla mia lapide?
Tutto cadde davanti ai miei occhi, nulla si salvò dalla desolazione della verità ormai nuda e invereconda.
Io, che pensavo di poter risolvere qualsiasi problema, che ero capace di trarre, come un giocoliere, dal cappello vuoto, meraviglie inaspettate e incredibili, non riuscivo più neanche a tenere in mano quell’oggetto innocente di scherzo che improvvisamente mi parlava solo di morte.
Il senso – La resa
L’estate, che era nel pieno, se non era riuscita da sempre a farmi risorgere, come avrebbe potuto quell’anno cambiare il copione?
Ingloriosamente e dolorosamente sui giorni si avvolsero giorni e luglio e agosto finirono.
Ma a settembre non c’era ad attendermi l’ansia di ricominciare un lavoro amato sopra ogni altra cosa, ma le vacanze obbligate, non chieste, temute, imposte da chi non sapeva che farsene di una che faceva così tanta fatica a spostarsi.
Il primo settembre del 1999 andai ufficialmente in pensione, non più obbligata a rispondere se e quando sarei guarita.
Potevo finalmente permettermi di andare dove volevo a curarmi, senza dover contare minuti, ore e chilometri. Finalmente libera di ammalarmi o guarire senza rendere conto a nessuno.
Del tempo che mi accinsi a percorrere, partendo da quel momento, non ricordo gioia o dolore, ma solo la sensazione di trovarmi in un paese straniero, sempre più estranea agli altri e a me stessa, cercando il foglio smarrito di ciò che dovevo dire, fare o pensare.
Ma che senso aveva continuare a declamare la parte, se tutti se n’erano andati?
Il tempo da amico divenne nemico, perché amplificava i secondi, i minuti, le ore implacabilmente accompagnati da un silenzio spettrale nel deserto di un’anima che senza meta, brancolando, continuava a cercare.
Sempre più strette, le maglie della prigione aderivano alla mia pelle, imbrigliando i movimenti, impedendo agli occhi di vedere fuori il sole, i colori, la vita che aveva cessato di appartenermi.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo, di cosa avevo bisogno, a chi poteva importare, ora che lo spettacolo era finito?
Quell’ultima parte l’avevo recitata in modo così magistrale che avevano tutti finito per crederci che ero di ferro, che niente e nessuno poteva piegarmi.
Anche io avevo finito per crederci e non mi riusciva di recitare una parte che nessuno mi aveva insegnato
L’indipendenza, perseguita per anni con forza, con tenacia, con fede, sempre più era smentita dai fatti, da ciò che inspiegabilmente mi continuava a succedere, da tutte le malattie invalidanti che sempre mi riproponevano il dramma della sua negazione.
Di questa avevo fatto un valore assoluto, da quando dovetti fare a meno per forza, a poco più di un anno di vita, del caldo e sicuro rifugio di braccia che troppo presto avevano allentato la presa.
Da quel momento avevo imparato a fare da sola anche quello che nessuno mi aveva insegnato, convinta dai fatti che non avrei mai trovato nessuno disposto a fermarsi e a chiedersi perché avevo smesso di ridere, perché avevo un solco in mezzo alla fronte, perché il mio pianto era più forte di quello di tanti altri bambini, perché avevo, una volta ricongiunta a mia madre, cominciato a mangiare a tal punto da vergognarmene io e i miei familiari.… perché quell’andare sempre più curvo.
Arrangiati! …arrangiati! arrangiati!
A queste le parole, per tutto il corso della mia vita, avevo obbedito, facendole mie, tanto da diventare maestra in quell’arte.
Ma era giunto il momento della resa dei conti, il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.
Quando non c’é più nulla per cui valga la pena di arrangiarsi, quando la tua stessa vita vale meno che niente, quando a nessuno interessa quell’arte che hai imparato a memoria, perché non serve a rispondere ai loro più segreti bisogni, quando in mano non ti rimane che un pugno di sogni svaniti nel nulla, le tue delusioni cocenti, la tua impotenza per anni negata e mascherata, la tua dipendenza pesante quanto un macigno e mai accettata, é allora che si piegarono le mie ginocchia.
Era il 5 gennaio del 2000.
Grazie.
A distanza di un anno da quell’evento, questa é la preghiera che, spontanea e senza pudore, é sgorgata dalla mia bocca nella chiesa che mi aveva aperto le porte e che solo allora capii che non le aveva murate, come pensavo.
Bastava spingerle un poco.
Signore, un anno fa misi per la prima volta piede in questa Chiesa che é diventata il mio rifugio, la mia ancora, la mia casa, con l’angoscia nel cuore, con niente in mano se non la mia disperazione, con il desiderio di ascoltare parole che penetrassero nel buio della mia notte, con la sete del viandante che ha attraversato un deserto sconfinato, con gli occhi umidi di pianto per la desolazione di affetti ormai spenti, con il cuore indurito dall’incapacità di amare ancora, alla disperata ricerca di un volto, di una voce, di un sorriso, di un gesto che mi facessero capire che ero viva, che c’era ancora speranza.
Signore, quando entrai nella tua chiesa il 5 gennaio del 2000, non sapevo cosa avrei trovato, né subito capii l’importanza di quel gesto, l’importanza di quella parola, l’unica che mi colpì in quel tardo e freddo pomeriggio invernale. I muri bianchi e disadorni non attirarono il mio sguardo per apprezzare le opere d’arte di cui spesso i tuoi templi sono ricolmi, né mi attrasse la gente che, rada, occupava i banchi e con la quale mi mischiai, non senza pregiudizio.
Non mi distolse dai miei pensieri il loro abbigliamento, né i canti che salivano stonati dalla navata, né l’aspetto, né l’eloquio del sacerdote che celebrava la Messa. Non fui consolata neanche dallo scambio del segno della pace, perché il mio compagno di banco nel frattempo si era assopito.
Ricordo il buio e il freddo di questa Chiesa, ricordo le orecchie tese a non lasciarmi sfuggire una parola di tutto ciò che il sacerdote diceva, ricordo i miei occhi sgranati a riempirmi di quello scampolo di vita che bene o male veniva a popolare il mio mondo, ormai tutto vuoto e che pensavo morto per sempre, ricordo tutti i miei sensi protesi a carpire qualcosa da poter portare con me una volta che la funzione fosse finita e anche i battenti di quel luogo si fossero chiusi.
Riportai a casa una frase che a stento si fece strada nella confusione dei miei pensieri e su quella meditai.
L’uomo crede di essere Dio, ma non é Dio.
Altre volte sicuramente l’avevo sentita, l’avevo trascritta anche sul mio diario, una notte come tante altre in cui non riuscivo a dormire.
Signore, in quel giorno che sembrava uno dei tanti, uguale nella solitudine sempre più disperata, uguale nell’angoscia del prima e del dopo, uguale nell’assenza sempre più percettibile di ciò per cui valesse la pena continuare ad andare, senza meta allo sbando, mi ero ritrovata a cercare ciò che non conoscevo, che non sapevo esistesse.
Tu però sapevi di cosa avevo bisogno, non hai aspettato che chiedessi, hai solo guardato alla mia pena infinita, hai guardato alle mie mani vuote, hai guardato al deserto che aspettava di essere irrigato, hai guardato alla mia sete ancestrale, hai guardato alla mia fame d’amore, hai guardato al mio farmi piccola piccola, hai guardato al mio vuoto, che sembrava incolmabile, e l’ hai riempito pian piano di Te.
Grazie, Signore, perché Ti sei fatto incontrare, grazie per aver guardato alla mia debolezza, grazie perché hai guardato le mie lacrime, grazie perché hai guardato alle mie braccia alzate.
Grazie per avermi dissetato, grazie per avermi saziato, grazie perché in Te finalmente ho trovato l’amico, il fratello, lo sposo, il padre; grazie per questo anno trascorso in Tua compagnia, grazie perché hai ridato senso alla mia vita vissuta, nell’inutilità dello scorrere del tempo, grazie della Tua tenerezza, grazie della Tua premura costante.
Signore, in quest’anno non so cosa avrei fatto, detto o pensato se non Ti avessi incontrato, se non avessi percepito la Tua presenza vicino a me, specie nei momenti più duri e difficili.
Tu mi hai insegnato ad amare, Te prima di tutto, i miei fratelli, ma anche e soprattutto la mia vita che sembrava così priva di senso, ad amare la mia sofferenza, ad amare la mia croce.
Signore, nel grande Crocifisso che sovrasta l’altare, ho visto l’amore smisurato di un padre che ha dato se stesso per i suoi figli.
Nel sentirmi amata in modo così totale, così gratuito, così sconvolgente ho trovato la forza per aprire il mio cuore blindato e renderlo capace di accogliere il tuo dono divino e a mia volta riversarlo sugli altri.
Signore, Dio di amore e di misericordia, Ti voglio dire grazie perché mi hai mostrato tutto ciò che avevo e non vedevo, grazie perché ho imparato ad apprezzare ciò che disprezzavo, perché ho imparato ad amare anche ciò che non mi sembrava degno di considerazione, grazie perché hai ridato valore a ciò che pensavo non ne avesse.
Grazie perché ciò che mettevo al primo posto ora occupa l’ultimo, ciò che pensavo necessario ora mi sembra superfluo, grazie perché hai rivoluzionato la mia vita scardinandone i valori fittizi e ponendomi di fronte alla Tua verità semplice e grandiosa, alla Tua verità stolta, per i sapienti di questo mondo, ma l’unica capace di comprendere tutto, perché essa é il tutto.
Signore, per questo anno di grazia Ti voglio lodare, benedire e ringraziare ogni momento della mia vita, di questa vita meravigliosa che mi hai donato.
Approdata finalmente nel porto, potevo guardare il mare in tempesta e senza paura osservare le onde che si alzavano e si inabissavano, senza che un brivido freddo impietrisse le membra e il cuore.
Potevo nuotare nel mare calmo della mia Chiesa, incurante che l’acqua bagnasse i capelli, che la testa non rimanesse sospesa sopra la vita, che sola fluiva all’interno di quell’oceano che mi aveva scoperto le sue meraviglie.
Quel Dio per tanti anni cercato nei libri, nelle dispute dotte, nella profondità dei cieli infiniti, l’avevo trovato nel mio limite, finalmente accettato, nel mio consapevole bisogno d’aiuto.
Egli é stato tutto il tempo a guardare, con occhio vigile e attento perché potessi sperimentare tutto ciò che sembrava importante, é stato paziente ad aspettare la fine di quell’insulso gioco dell’oca.
E’ bastato che abbassassi la guardia, che mi spogliassi del mio "dover essere", perché mi mostrasse il suo volto nascosto dalla mia voglia di vincere.
A Lui non ho avuto bisogno di raccontare che cosa era successo. Conosceva già tutta la storia, sapeva che, per trovare qualcuno che curi la parte malata, bisogna mostrarla.
Che nascondevo un cuore ferito, piagato nel suo bisogno non soddisfatto d’amore, non l’avevo confessato a nessuno, nemmeno a me stessa … perciò da tanto cercavo la strada.Anni addietro, concludendo la lettera inviata al dottor R., mi chiedevo se l’avevo trovata, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
A distanza mi sento di dire che mai sforzo fu più proficuo, mai premio superò tanto le aspettative e i desideri, non del vincitore, ma del vinto, in una guerra persa in partenza.
Quella vetta che affondava la cima nell’azzurro alto del cielo, quella vetta ora sono sicura che vale la pena scalarla, perché non é un imprendibile sogno, ma una realtà viva e presente.
L’albero
Ora che il mondo lo vedo girare, perché ho imparato a fermarmi, che i colori li ho stampati nel cuore, quelli dei sentimenti vissuti e accettati, mi chiedo che ne è stato del “gioco dell’oca”, dei dadi che per anni ho continuato a gettare, sperando, una volta arrivata alla meta, di vincere quell’assurda partita portata avanti da sola.
L’infanzia tradita, l’arrangiati portato all’estremo, la malattia a ricordarmi che non bastavo a me stessa, la normalità cercata nello stare seduta, il farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, il non volersi arrendere all’evidenza di un handicap, insopportabile per chi la vita la viveva correndo, il non voler ammettere che non c’era speranza, perché tutte le cose hanno un termine, dove sono andati a finire?
Quanti anni sono passati da quest’oggi vissuto nell’ascolto della voce che viene da dentro, di quella che mi torna da ciò che mi si pone dinanzi, che si unisce alla sinfonia del creato per portarmi prostrata a pregare e lodare il Signore per tutte le cose che sono, per quelle che riesco a capire, per quelle che non capisco, perché è dolce l’incontro con Lui quando viene improvviso a spiegarmele.
Con lo sguardo perso nel tempo, affondandovi forte le dita, cerco l’albero da cui sono uscita, per trovarvi scritto nei cerchi ciò che unisce i pezzi della mia storia.
Percorrendo la valle della memoria, lo vedo, nella terra, stendere le sue radici, insinuarsi nei suoi tanti e misteriosi meandri, fondersi con le sue viscere vive.
Lo guardo, mentre sbuca tra i sassi, attraverso le crepe del suolo, mentre cerca di sollevarsi a fatica verso il cielo, per catturarne la luce..
Il mio albero è questa mia vita, che ieri mi appariva contorta, una pianta da sradicare perché, a guardarla un po’ più da vicino, non era bella per niente: la corteccia piena di tagli, di ferite che non si rimarginano, il tronco storto da un lato, mutilato nelle sue braccia, le foglie in parte ingiallite, malate, le migliori cadute ai suoi piedi, quelle che avrebbe voluto riprendersi, se ne fosse stato capace..
Il mio albero voleva vivere libero, senza dar conto a nessuno. Lo spazio non lo voleva dividere, perché ne aveva bisogno per tenersi stretti quei rami belli e vitali che, pur togliendo forza al suo fusto, era un peccato tagliare.
Ma lo sforzo diventava sempre più grande per sostenere quell’inutile peso.
Il mio albero ha imparato a morire, ad amare le sue cicatrici quelle che segnano il tempo lungo faticoso e sofferto della sua crescita, ha imparato ad accogliere tra i suoi rami, divenuti robusti, gli uccelli che al mattino lo svegliano, i piccoli insetti che lo percorrono attingendo la linfa da lui.
Il mio albero oggi lo guardo e ringrazio quella Croce non a caso incontrata dove né fiori né foglie abbelliscono il legno, ma Colui che mi ha riportato alla vita.

La vita adesso.
giugno 2001

Non è astratta chimera
Non è leggera farfalla che non si lascia afferrare
E’ la mia vita di sempre

Dolore assillante
Sonno svanito
Lavoro negato
Attesa non sempre paziente nello studio del mi dica… di turno

Fermarsi a pensare, ad osservare il palpito sottile e nascosto della natura che cresce
Chinarsi a raccogliere le tante briciole sfuggite di mano a chi non ha tempo da perdere
Stupore inatteso di fronte allo sgorgare dell’essere
Gioia genuina
Ubriacatura sottile
Incanto perenne per ciò che non pensavo che fosse
Librarsi ardito nell’aria senza avere paura
Calore che scalda le ossa anche nell’inverno più freddo
Riposare pregando quando tutti sono intenti a dormire
Melodia dolce che attraversa la notte nel silenzio assoluto
Canto che fluisce libero e fiero dalla gola ostruita
Luce che mi circonda anche nella nebbia più fitta
Calma dentro la barca mentre fuori c’è la tempesta
Fiducia in chi è guida e nocchiero poiché è Lui che domina i venti
Osare ogni momento che passa
Sfida continua con l’io più profondo che vuole continuare a pensare
Sentirsi forte del rischio di perdere le cose che pensavo più care
Ebbrezza goduta
Ansia, attesa, possesso di Dio nell’incontro ogni giorno cercato
Spazio ristretto che si dilata
Riuscire a fermare il tempo che fugge e saperne apprezzare il sapore
Vivere senza domande di troppo
Morire senza rimpianti di nulla

Saper finalmente osservare il volto delle cose e delle persone che mi stanno davanti, amandole senza volerle cambiare, senza pretendere che diventino altre da quelle che sono.

Dal libro dell’Apocalisse di Giovanni. apostolo.
Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ” Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio con loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.
E colui che sedeva sul trono disse.”Ecco io faccio nuove tutte le cose”
 10 maggio 2004

23 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta

Un affettuoso saluto, amici, dagli studi di Radio Speranza, un’emittente che ce la sta mettendo tutta per comunicare la speranza, per rendere ragione della speranza, che si sforza di portare ad ognuno di voi, di noi, il fondamento di ciò che crediamo, di ciò che aspettiamo, di ciò che ogni giorno ci è dato come anticipazione della promessa.
Gesù, il Risorto cammina con noi, è entrato nella storia, non quella astratta scritta sui libri, quella che ha l’occhio rivolto solo ai grandi e ai potenti di questa terra, a quelli che sembrano tessere il filo del nostro destino di uomini.
Il Signore del tempo si è fatto piccolo, umile, uno di noi, per poterci incontrare e aiutare nelle nostre anonime storie di uomini per niente speciali, per condividere con noi la pena, l’affanno, la difficoltà del procedere, per tenere alta la speranza che un giorno lo vedremo risplendere alla destra del Padre, diventato anche nostro, grazie a quel pane spezzato, a quel sangue donato per accoglierci nella grande famiglia dei figli di Dio.
Lui, con le mani che ancora portano i segni del rifiuto e dell’ingiustizia, continua a benedire chi lo perseguita, con i piedi lacerati dai chiodi, continua a percorrere le strade del mondo, Dio mendicante che chiede, che supplica che implora la nostra attenzione a che gli prestiamo ascolto perché ha tante cose da dirci.
Come non rimanere folgorati da tanta attenzione, come non rimanere stupiti attratti da questo Gesù, che si lascia crocifiggere ogni momento dall’uomo che lo rinnega, che non lo vuole sentire, che non sa che farsene di un Dio che va controcorrente, che, nonostante tutto, continua a farsi pane spezzato per tutti gli affamati del mondo.
Un Dio che si abbassa, depone le vesti e si mette il grembiule per continuare a lavarci quei piedi di cui non vediamo lo sporco tanto distano dal nostro sguardo e dal nostro naso, non può non risorgere scendendo ancora, negli Inferi, il luogo più distante dal Padre, il luogo dove erano e sono ad aspettarlo tutti quelli a cui non è stata annunciata la buona novella.
Un Dio che risorge scendendo, non salendo, per debellare per sempre la morte, questo è il grande mistero di consolazione che le icone della chiesa orientale propongono.
Quando padre Raniero Cantalamessa in un omelia lo ha ricordato, ho avuto un brivido, perché l’immagine di un Dio che scende a liberare l’uomo dalle catene di un destino senza speranza mi rassicura più di tante in cui lo si rappresenta mentre sale.Un Dio che scende per vincere la morte, per portare luce dove sono le tenebre, per liberare i prigionieri dalle maglie della schiavitù del peccato è veramente un Dio potente, perché ci viene incontro, perché ci tende il braccio, perché ci invita ad aggrapparci a lui la roccia che non crolla, la verità che non delude, la parola che salva.
Tutto questo ho imparato a leggere nel suono delle campane quelle che non avevano smesso di suonare per annunciare la resurrezione del Signore, mentre io dormivo, la mezzanotte del sabato santo.
Ma era necessario che mi svegliassero quelle a martello, quelle che Dio non tiene legate, perché il loro suono deve scuoterci dal torpore, dall’abitudine di dare tutto per scontato, dalla convinzione che a morire sono solo gli altri, che a patire c’è sempre tempo, quelle che ci chiamano a riflettere su ciò che finisce, su ciò a cui non possiamo porre rimedio, quelle che ci portano a sollevare lo sguardo e a chiedere aiuto.
Gesù con pazienza e con determinazione mi ha portato a percorrere la strada del calvario aprendomi le orecchie per farmi ascoltare i sordi e tristi rintocchi di quelle campane che mi parlavano di morte, per portarmi poi nel giardino dove si è fatto riconoscere, chiamandomi per nome, davanti al sepolcro scoperchiato e vuoto.
Per incontrare il risorto, per parlare con lui e riconoscerlo bisogna morire, per godere della resurrezione con lui bisogna salire sulla croce: parole di consolazione e di speranza, ma anche parole pesanti, difficili da accettare e vivere senza ribellarsi o smarrirsi.
Gesù continua a parlare ai nostri cuori, attraverso gli innumerevoli segni di cui è piena la nostra storia, segni che solo orecchie vigili e attente, occhi purificati dal pianto, il cuore aperto all’amore, sono in grado di cogliere e utilizzare per correggere la rotta per godere della consolazione che l’Emanuele, il Dio con noi non è un utopia, ma una realtà viva e presente che non permette nulla che non sia per il nostro bene..
La volta scorsa, rileggendo con voi le pagine del libro relative agli anni 1997 98 in cui ben due incidenti stradali, a distanza di otto mesi, avevano rimesso in discussione tutto il lavoro dei medici che mi tenevano in cura, mi sono sorpresa per le parole usate in quella circostanza
“Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi”
Erano campane che da quel momento non mi permisero più di addormentarmi, perché dovevo bere fino in fondo il calice amaro del fallimento dell’impotenza e del limite, perché mi rivolgessi a Chi quel calice lo trasformasse in occasione di incontro, di resurrezione e di vita.
Il senso? – La morte
Che anno il ‘98! ….mi gira la testa a pensarci.
Quel vagare alla cieca, quel dubbio sempre crescente su ciò che fosse giusto, su ciò che non lo era, sull’esito di quell’andare a tentoni, spiando, guardando, studiando tutto quello che era possibile per trovare il bandolo della matassa.
Che intreccio di strade, di nomi, di cure, di luoghi, di errori, di conferme che mai, mai più potevi uscire dal fosso, dal baratro enorme che pian piano si andava scavando sotto i tuoi piedi.
Il baratro fu così grande che mancò poco che vi annegassi, in quell’anno dove tutto accadde, dove tutti i nodi vennero al pettine, dove la sconfitta e la morte sembrarono avere la meglio.
La grande abbuffata, la sbornia di medici e di medicine, di rimedi antichi e moderni, non l’avevo ancora smaltita, quando, a dicembre, un’altra, questa volta più forte chiamata, mi scosse dall’ingorgo dei pensieri ormai triti e aggrovigliati in se stessi.
Atlante
La vita corre veloce senza che ce ne rendiamo conto
Abbarbicati alle nostre idee, alle teorie inattaccabili da qualsiasi argomentazione, convinti di aver toccato il fondo del mistero, difficilmente ci fermiamo per rimettere in discussione ciò che dentro di noi si è sclerotizzato, convinti che ci siamo fermati già troppo tempo a pensare, riflettere, dedurre.
All’immagine di Prometeo a cui l’aquila di Giove di notte mangiava il fegato, che ogni giorno ricresceva più rosso che mai, a quella di Sisifo condannato in eterno a spingere un masso che ripiombava giù proprio quando era prossimo alla vetta, si era associata e sempre più si sovrapponeva, negli ultimi tempi, quella di Atlante, che sostiene sulle spalle tutto il peso del mondo.
La stanchezza pian piano aveva preso il sopravvento e sempre più spesso mi trovavo a chiedermi che senso avesse quella sfida estrema.
Come un titano continuavo a sentirmi fuori dalla mischia, in una solitudine dolorosa e sempre più angosciante.
L’idea della morte come liberazione e termine delle umane sofferenze mi aveva spesso aiutato a sopportare notti insonni passate a difendermi dagli attacchi inclementi di un corpo impazzito.
Ma non sempre era possibile, anzi sempre più spesso accarezzavo l’idea di una morte dolce, che mi avrebbe liberata per sempre da quel maledetto “dover essere”,
Io che non mi ero mai data per vinta, nemmeno dopo quell’anno da incubo, io che pensavo di poter sconfiggere la morte, quella mia, desiderandola, accarezzandola come premio alla fatica del vivere, mi ritrovai smarrita, sconcertata a pensare a quella, prossima, di mio fratello.
Eppure non era di fatto morto nei miei pensieri, nella mia vita, lui che ne aveva scelta un’altra con amici più spensierati con cui condividere pranzi, balli, gite, all’aperto?
Non senza un pizzico d’invidia venivo a sapere da mamma che era sempre fuori casa, anche quando non lavorava. Non aveva mai avuto un minuto per me, nei lunghissimi anni della mia malattia.
Non mi aveva più guardato in faccia, inspiegabilmente.
Mi ero rassegnata a non avere un fratello, anche se non avevo perso la speranza di riconquistarlo.
Così quando la rabbia per il suo disinvolto comportamento nei confronti di papà, in pericolo di vita, esplodeva in tutta la sua forza distruttiva: LA NOTIZIA.
Non era vero, non poteva essere vero.
Mi sembrava che una nemesi irrazionale e cieca si fosse abbattuta su di lui, che sveniva davanti ad una semplice iniezione, che si rifiutava di mettere piede in ospedale, con la scusa che si sentiva male, lui che non era mai andato a visitare un ammalato, che non si era mai sforzato di capire chi era in difficoltà: proprio lui si trovava ad affrontare la prova più terribile.
Un male incurabile lo aveva colpito, attaccandosi alle parti vitali.
"Adenocarcinoma polmonare con lesioni multiple intracerebrali secondarie", questa la diagnosi dei medici consultati freneticamente da me, che volevo sapere, conoscere, per combattere quell’estrema battaglia, dopo che le indagini di rito avevano messo a nudo la terribile verità.
Non siamo niente, non siamo nessuno, e la lotta non sempre paga.
Ero pronta ad accettare la mia morte, ma non quella sua.
Sola, ad aspettare il precipitare degli eventi, la mia vita si era fermata in un’attesa immobile ed attonita.
Eppure ero fuori dal cerchio della vita già da tempo, anche se sogni e speranze non erano spenti del tutto.
Non mi volevo arrendere, non volevo buttare la spugna, nonostante i ripetuti traumi alla colonna vertebrale mi riproponevano ogni giorno il terribile interrogativo. Continuare o fermarmi?
Quante volte, dopo una notte insonne, mi ero chiesta se sarei stata capace anche solo di arrivare in bagno per lavarmi e vestirmi!
Quante volte ho cercato aiuto in un calmante, per affrontare in macchina il tragitto, peraltro breve, che mi portava a scuola!
Quante volte, arrivata nei pressi dell’edificio con enorme fatica, (avevo il collo bloccato, dolori insopportabili alla testa e alle braccia) ero stata in dubbio se tornare indietro per rivolgermi ad un medico, oppure provare per l’ennesima volta se la scuola e il lavoro fungevano da antidoto!
Quello non era che l’ultimo atto di un dramma che pensavo fosse concluso con la resa incondizionata di me, che non ce l’avevo fatta a dimostrare alla Commissione fiscale che stavo bene e che, nonostante tutto, ero ancora in grado di svolgere il mio lavoro.
La morte si sconta vivendo
Il mio lavoro non era più neanche nei miei pensieri, nonché nei ricordi, né nei desideri, da quando, ad ottobre, dalla Visita collegiale usci veramente malata e che prima di nove mesi no, non potevo tornare a insegnare.
Ed erano stati buoni, generosi, quei giudici distratti che avevano fretta, perché era tardi, perché erano stanchi e non erano abituati a vedere qualcuno piangere per non andare in pensione…
Così, mossi a pietà, mi avevano dato un’ultima chance, non stilando subito il verdetto di morte.
Che strano! Per dimostrare che di danni ne avevo subiti a bizzeffe da automobilisti distratti, non uno ma due collegi giudicanti avevano trasmesso alle rispettive compagnie assicurative che stavo benissimo, che ero un fiore e che nulla mi spettava a risarcimento del danno.
Il CTU, perito nominato dal tribunale, all’orecchio mi disse, prima di congedarmi dalla visita conclusiva, che sapeva come guarirmi.
Bastava che mi facessi curare da lui!
Così vanno le cose in questo paese, o forse nel mondo, chissà!
Mi ritrovavo sempre a dover dimostrare verità difficilmente documentabili.
Non era forse successo a maggio, quando dovetti strenuamente difendermi da una diagnosi scritta, stampata, fotocopiata all’infinito, perché tutti gli uffici competenti sapessero che avevo la depressione maggiore?
A saperlo che la depressione maggiore non è uno scherzo da niente!
Il neurologo, medico mio di fiducia da almeno vent’anni, per non impelagarsi in una diagnosi veritiera, ma per lui incomprensibile (deficit posturale reattivo), mi mise quell’etichetta, quando mi rivolsi a lui per essere esonerata dall’insegnamento gli ultimi giorni dell’anno, visto che, mio malgrado, non ancora ero venuta in possesso di occhiali idonei a svolgere la mia attività didattica.
”Deficit posturale”? … chi vuole che ne sappia qualcosa di questa malattia? … alla ASL non capiscono niente …. ci mettiamo una diagnosi che non può essere contestata da nessuno: …. minimo 60 giorni con una bella “depressione maggiore”…
…no 20 giorni … no … rispondeva a me che lo supplicavo di ridurne al minimo indispensabile il numero.
Quelli che mancano alla chiusura dell’anno scolastico sono pochi……. troppo pochi per questa malattia che le ho scritto …. a questa non potranno non credere.
Sicuro che ci hanno creduto. Ci hanno creduto anche troppo.
… mi volevano togliere seduta stante patente e lavoro!
Anche lì a piangere e a supplicare che la macchina, no, la macchina non me la dovevano togliere …le mie gambe, la mia unica possibilità di movimento autonomo!
E loro a dirmi che la mia era una malattia da DNA impazzito, di quelle che prevedono l’accompagnamento.
A dimostrare che di maggiore avevo solo la rabbia non mi ci volle molto, una volta arrivata, seguendo un iter lunghissimo e stressante, davanti al giudice supremo, la psichiatra della ASL
Ed era tutto cominciato da quegli occhiali andati in frantumi nell’ultimo incidente, a febbraio.
Con gli occhiali quell’11 febbraio andarono in frantumi i miei sogni, le mie speranze, la mia forza di reagire, andarono in frantumi le certezze, quelle mie, quelle del dott. R., fu rimesso in discussione tutto il programma di rieducazione posturale, il mio rendimento sul lavoro, le mie relazioni, la mia identità
Per tre mesi m’illusi che quel senso d’instabilità, quel vedersi girare il mondo attorno, quel non poter guardare senza dolore qualsiasi cosa che non fosse fissa, ferma e dritta in basso, davanti ai miei occhi, quei dolori lancinanti al collo, alle braccia, alla schiena, quel non poter stare più in piedi neanche un minuto, tutto questo dipendesse dal fatto che non avevo abbastanza stimoli.
A conferma di ciò c’era il fatto che, appena riuscivo a guadagnare la cattedra, i disturbi scomparivano.
Ecco dicevo, la scuola è la miglior medicina.
A saperlo che, stando più in alto dei miei interlocutori fermi davanti a me, i fuochi delle lenti non davano più problemi! Erano centrati.
Al dottor R., per capire che non era questione di denti ma di occhiali, ci vollero tre mesi, perché fino ad allora non aveva fatto che limar denti, quelli del ponte fatale di 10 anni prima e poi gli altri, tutti quelli ritenuti responsabili di quegli ondeggiamenti paurosi sulle ascisse e le ordinate degli esami posturometrici.
Le corde tirate spasmodicamente sulle braccia, sul collo, sulla schiena, sulle gambe, sui piedi, tendini e muscoli impazziti nell’estremo tentativo di mantenermi in piedi senza che svenissi dal dolore, quelle cercava di allentare con il suo sempre più convulso accanimento sui pochi denti scampati all’inseguimento di un sogno.
Eppure la sua faccia l’avevo vista rabbuiarsi da subito, il suo volto, cordialmente serafico e ironico, sempre più mostrava il distacco che nasce dalla paura e dal dubbio, perdendo la consueta baldanza.
Che c’entrano gli occhiali?mi dissi; ma ormai ero abituata ai colpi di scena.
Una corsa quella vigilia del ponte del primo maggio sulla tangenziale est, intasata di camion a rimorchio, di tir, di macchine che scappavano, fuggivano dalle grinfie della città, sotto una pioggia battente, con noi che eravamo partiti da Pescara la mattina e che avevamo sulle spalle una montagna di chilometri!
Ancora una volta, arrivata a destinazione, pensai che ne ero venuta a capo, che avevo trovato il bandolo della matassa.
A Peschiera Borromeo era ad aspettarmi, tempestivamente avvisato dal mio vacillante puntello, un nuovo specialista, doctor of optometry.
Costui, dopo due ore, passate da me a inseguire pallini, palline, aste, luci di tutti i colori, eroi di bambini che correvano veloci sul piccolo schermo di un occhiale da pagliaccio, mi disse che, sì di occhiali sbagliati si trattava, ma il peggio era … ti pareva che ne uscivo pulita! mi dico …era che gli occhi avevano un difetto, il sinistro in particolare.
Che tipo di difetto avessi, ora che ho cambiato ben sei paia di occhiali, e mi sono sottoposta ad ogni tipo d’indagine, ad ogni genere di sevizie, l’ ho capito, ma da sola e da sola ho cercato il rimedio.
Non che gli interpellati, e sono tanti, si siano discostati tanto dal vero, ma ognuno diceva un pezzetto di verità, fra tante cose sbagliate. Era come un puzzle che aveva confuso i suoi pezzi con quelli di un altro.
Così, attraverso il labirinto delle idee, attraverso i cunicoli di strade che divergono, attraverso un cammino infaticabile di fede e di delusioni, di aspettative disattese, di sogni infranti, di speranze fugaci, di tenacia indiscussa di chi, non si voleva piegare, era, è stato e fu un gioco trovare il pezzo mancante del puzzle?
La croce, il pezzo mancante del puzzle, in questo incredibile ma affascinante gioco dell’oca segna il traguardo di quello che per anni ho pensato fosse un gioco assurdo e crudele, ma che oggi mi parla di una Pasqua che non ha mai fine.
Con l’auspicio che ognuno di noi nel suono delle campane riconosca la voce di Dio che, comunque suonino, ci comunica il suo amore per noi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima trasmissione
19 aprile 2004

22 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro e affettuoso saluto a tutti amici di Radio speranza e auguri di buona Pasqua, di tutto cuore.
Ho sempre pensato che i giorni dedicati alle festività pasquali erano troppo pochi per accorgersene e goderne, e gli auguri o si faceva in tempo a farli prima che tramontasse il sole sulla domenica di resurrezione o non valevano.La frustrazione per non essere riusciti a farlo prima era sempre grande, perché bisognava fare i conti con i giorni lavorativi nei quali si incuneava questo scampolo di primavera, di luce e di sole, un tempo dedicato alle evasioni, alle passeggiate fuori città, un tempo in cui la messa mal si conciliava con la preparazione del pranzo pasquale e dei progetti per la gita tradizionale del giorno dopo.
Non mancavamo però, quando eravamo piccoli, all’ appuntamento del venerdì santo, per vedere la processione che attraversava tutta la città, accompagnata dalla banda, che scandiva lenta i passi faticosi di chi doveva trasportare i simboli astratti di una storia che non ancora ci apparteneva.
Al cordoglio dei grandi noi bambini non potevamo che unire lo stupore per quello spettacolo inconsueto e per il bagliore dei fuochi che senza rumore, dai tetti, dalle serrande abbassate dei negozi illuminavano il passaggio del Cristo morto e della madre vestita di nero.
Poi le frittelle che mamma faceva, una festa, il giorno del digiuno, perché erano di baccalà e di cavoli e quando mai aveva il tempo, lei che era maestra e lavorava lontano, a farle in un altro giorno dell’anno, quando tornavamo da scuola affamati, ed era un miracolo che lei arrivasse prima di noi e avesse acceso i fornelli.
Le uova non erano di cioccolata e ci litigavamo quelle della pancia delle pupe e dei cavalli che mamma faceva per farcele portare alla gita..
Poi siamo diventati grandi e un colpo di spugna è passato sulle uova colorate con la verdura bollita e sulle pupe e i cavalli e le colombe coperte di glassa e di confettini di tutti i colori.
Alla ricerca di una sorpresa che ci appagasse e colmasse il vuoto di tradizioni che i nonni si erano portati dentro la fossa, affascinati dal richiamo lusinghiero delle mode d’oltre oceano, abbiamo seguito il fascino subdolo e allettante di delizie che promettono ciò che non mantengono: le sorprese di latta o di plastica, il mal di pancia immancabile alla fine di tutte le feste.
Quante emozioni, quanti ricordi… sacro e profano si mischiano nella memoria che, con un pizzico di nostalgia, vorrebbe ripescare in quella gioia innocente il senso di un mistero profondo che solo il tempo avrebbe provveduto a svelare, il mistero racchiuso in una festa che finì per non dirci più niente, essendo svanita anche l’ansia gioiosa e impaziente per il momento in cui si scioglievano le campane, a mezzogiorno del sabato santo, sì che tutti le potevamo sentire.
Poi cominciarono a scioglierle a mezzanotte, quando stavamo a dormire, e non ci siamo più accorti che Gesù continuava a risorgere ancora, e che la festa non era finita.
Fu forse allora che la stanchezza ci prese e anche il sonno, sì da non poter ascoltare cosa ci avrebbero detto i dolci e festosi rintocchi che muovevano l’aria la mezzanotte del sabato santo.
Una Pasqua priva di senso per chi non aveva chi gli colorasse le uova e gli preparasse i dolci per una gita che non poteva più fare..
Agli alunni continuavo a dare temi sul significato di ricorrenze cadute in disuso, a chiedere e a chiedermi come si poteva riempire il vuoto del tempo passato a sperare che arrivi il tuo treno, quel treno che ti porti lontano a vivere la vita come l’avevi sempre pensata, come l’avresti voluta, con qualcuno che si facesse carico delle tue difficoltà, dei tuoi limiti, che non ti chiedesse il conto del servizio prestato, e che ti portasse sulle sue spalle ad ammirare le meraviglie dei prati coperti di fiori, dei boschi rinverditi di fresco, e che ti preparasse un cibo che non cambia col tempo e con le stagioni, che non provoca allergie e mal di pancia pure se ne fai un abuso.
Dopo Champoluc, dove mi recai nel 96’ e la delusione che ne conseguì, continuai con più frenesia a cercare l’antidoto ad una vita sempre più avara anche di sogni, ad inseguire l’ennesimo rimedio per non rimanere schiacciata , travolta dal traffico vertiginoso della gente che, come me, rincorreva la chimera di una felicità che rientrava dentro gli schemi.
Continuavo a chiedere risposte agli uomini, dagli uomini continuavo a sperare l’aiuto, quell’aiuto che mi arrivò tempestivo, quando decisi di rimanere sveglia per ascoltare cosa avevano da dirmi quelle campane.
Da"Il gioco dell’oca"
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Il senso? – La fatica di vivere

1996/97
C’è qualcuno che si prese la briga di tenere il conto di quanti medici, analisi, ricoveri, attese, domande, mancate risposte, quanto denaro, tempo, chilometri, furono spesi in quel periodo per rendere meno gravoso il peso di un’esistenza che si trascinava tra un sintomo e un altro, tra un dolore e un altro dolore: lingua, gola, stomaco, utero, braccia, gambe, piedi, mani, collo, pelle, fegato, intestino, tutto era un problema tutto, pareva non funzionare.
Così c’era chi mi diceva di asportare l’utero, chi di non dare peso alla lingua, alla gola, intasati, infiammati … forse era un tumore, forse un’allergia, ma no…:forse anzi sicuramente un disturbo psicosomatico!
…E il fegato? Quello sì che ne aveva di problemi, stando ai disturbi che recepivo e riferivo, ma che la medicina ufficiale si ostinava a non prendere in considerazione.
Magra consolazione veniva dal fatto che l’iridologo, il reflessologo, l’agopuntore e l’omeotossicologo fossero dalla mia parte.
Per cosa?Per sostenere ciò che nessuno voleva sentire, perché bene o male è il servizio sanitario nazionale che comanda per approfondire una ricerca, per autorizzare un ricovero, per esonerarti dal pagamento oneroso di esami, a suo parere inutili.
E poi guai a lasciarti scappare che vai da questi ciarlatani, che stanno lì solo a spillarti dei soldi!
Ha importanza dire che almeno questi ultimi ci avevano provato, ti avevano ascoltato, dando importanza al tuo dolore, alla tua sofferenza e ti avevano in qualche modo aiutato a rialzarti, quando niente e nessuno sapeva darti risposte credibili?
E l’ernia iatale? ce l’ hanno tutti…cosa vuole che le dica…mangi poco… dimagrisca…faccia molto moto, lunghe passeggiate… (io che da una vita me le sognavo la notte, le passeggiate, non riuscendo a fare dieci metri senza dolore)…ma mai, dico mai la menta e la cioccolata, mi raccomando!
E l’utero, che ce l’ha a fare, se le dà tanto fastidio? Meglio toglierlo questo ingombro, data l’età …. i cerotti, sì, i cerotti, vedrà … starà meglio.
Meglio? Starà meglio chi li vende, immagino. Non io, che di benefici ebbi 25 chili messi su in poco tempo e mestruazioni risuscitate che ripresero a tormentarmi con dolori terribili per 20 giorni filati al mese gli altri…ad aspettare il prossimo turno.
Il bello è che ogni volta mi si bloccava la schiena.
Ma tutti soffrono di mal di schiena!
Vuoi mettere una malattia che tutti conoscono, perché prima o poi un doloretto: chi non ce l’ha in quella sede? il tempo che cambia, l’umidità, un movimento brusco, un’infreddatura e poi, quante protrusioni, ernie espulse, migrate, e quante osteoporosi, artriti, artrosi, reumatismi, interventi usciti bene tutti o quasi.
Il popolo dei disturbi alla colonna vertebrale mi sta tutto dinanzi con le sue domande, i suoi dubbi, con le sue poche certezze che confrontava con me ogni volta che mi ritrovavo seduta, a spiegare perché avevo chiesto una sedia, perché non potevo in piedi ad aspettare il mio turno.
Ogni mese ritornavo nella schiera dei normali, non più extraterrestre con una patologia chiara, lampante e riconosciuta da tutti.
Anche i cerotti: tutte le donne in menopausa oggi li portano, … li vuole togliere? … che pazzia … vedrà, vedrà!
Sì. Poi vidi che al seno era nato, per quell’anno di fede indiscussa nei prodigi della scienza, un ispessimento sospetto. Di lì corse a non finire per placare la paura, il dubbio, l’angoscia.
…e l’Eutirox, medicina killer, 150 mg al giorno, che il grande F. dottore professore, studioso ricercatore di fama, mi aveva prescritto?
Ma i tremori, maledetti tremori, i crampi continui, le tachicardie non potrebbero esserne la conseguenza?
…anche un aereo oggi è caduto in America, e non si può dire che sia colpa dell’Eutirox…mi sento rispondere dall’alto di un inaccessibile Olimpo…. anzi, scriverò al suo medico curante due righe.
Conta qualcosa che, in quelle due righe, c’era l’ennesima etichetta appiccicata su tutte le altre, sempre la stessa, sempre uguale: il soggetto è neurodepresso e non accetta la malattia?
Per questo c’era il neurologo che provvedeva a togliermi ogni dubbio, continuando a sostenere che non producevo endorfine e che sì, era meglio, anzi, indispensabile fare una cura, proviamo con questo, anzi, è meglio quest’altro … mi faccia sapere, chi se ne frega.
Ma io me ne ridevo di tutte quelle panzane, perché, cosa incredibile, riuscivo, nel tempo che mi avanzava da questo incubo senza fine, a svolgere il mio lavoro, e anche bene.
La gratificazione che me ne veniva era la medicina migliore per farmi dimenticare tutti i malanni.
Così pensavo quel pomeriggio del 20 giugno 1997, mentre, alla guida della mia auto, mi accingevo a buttarmi alle spalle la fatica di un anno vissuto intensamente ed eroicamente per far trionfare nel mio istituto un progetto di formazione e prevenzione del disagio giovanile.
Ero andata avanti, nonostante i mille ostacoli della burocrazia, del preside, dei colleghi, di tutti quelli che non vogliono o non possono aprire gli occhi al dramma di chi non riesce in tempi accettabili ad entrare nell’ingranaggio di una scuola, che ha dimenticato il suo ruolo primario: quello formativo.
Ero orgogliosa dei risultati ottenuti, nonostante il più fosse ancora da fare.
Persa nei miei pensieri dell’ieri e del domani, a fatica, tornai alla dimensione presente quando mi accorsi che ero stata brutalmente scaraventata sulla macchina che mi precedeva di alcuni metri da un autista distratto e frettoloso.
Non ho mai pensato che il pericolo potesse venirmi da dietro, per cui non mi resi conto subito di cosa fosse successo.
Qualcuno mi convinse ad andare al Pronto Soccorso.
Ci andai riluttante.
Altre volte per problemi ben più gravi non avevo ritenuto opportuno recarmici.
Ma la giornata era calda e io non avevo né voglia, né forza sufficienti per discutere.
Quella che sembrava una piccola contusione, con il passare delle ore, si rivelò in tutta la sua gravità.
Così sperimentai una nuova localizzazione del dolore che si aggiunse alle altre, senza annullarle. Non avevo mai sofferto di mal di testa fino a quel momento, per cui mi trovai impreparata ad accogliere quel dolore devastante, che m’impediva anche di pensare.
L’uso delle braccia divenne sempre più problematico, come anche quello degli occhi.
Dovetti rinunciare alla dolce abitudine di scrivere.
Eppure il sogno di portare a compimento l’opera iniziata con la lettera al dott. R., da inserire in una mia biografia, era rimasto nel cassetto.
Di sicuro c’era il titolo: “Il gioco dell’oca”
Non era forse la mia vita un grottesco gioco a dadi con un avversario invisibile, dove il caso sembrava dominare gli eventi?
Sono dadi truccati, mi dicevo, perché nonostante avessi affinato le tecniche, nonostante avessi studiato tutte le possibili mosse dell’avversario, mi ritrovavo sempre al punto di partenza.
Con sempre meno forza e meno entusiasmo, mi ritrovavo a tirare i dadi, ma mi andavo sempre più convincendo che mancava il senso a quell’altalena infernale di esaltazioni titaniche e di abbattimenti sconfinati.
Anni addietro Gianni, mio marito, mi aveva regalato un libro dalle pagine bianche, tutto da scrivere, con la sola stampa del titolo e del nome dell’autore sulla grande copertina gialla.
Testimone silenzioso di tante notti insonni mi aveva visto riempire il vuoto di giornate interminabili, lontana dal flusso impetuoso della vita che scorre fuori dalle finestre, lontana dai rumori assordanti della città che lavora e produce, con la registrazione fedele di tutto ciò di cui facevo esperienza, nei fogli bianchi dei miei sempre più numerosi diari.
Il senso? La morte

Ma il senso di quella storia infinita dov’era, dove cercarlo? Perché scrivere? Per chi scrivere?
All’entusiasmo iniziale per le nuove cure, alla fiducia indiscussa sull’efficacia delle terapie, cominciò a subentrare la rassegnazione a un destino di sofferenza e di morte.
1997/98
Mi trovai così, all’inizio dell’anno scolastico, a trascinare un corpo colpito duramente, frastornata, ma non ancora rassegnata a gettare la spugna, perché nel lavoro trovavo l’unica giustificazione e l’unico senso al mio andare.
In tutti i modi cercai di sopravvivere ai continui attacchi del male che con i suoi mille tentacoli m’impediva di muovermi. mi soffocava, mi stringeva da ogni parte, mostro terribile dalle molteplici facce, nuove e vecchie ad un tempo. Sempre più il peso di ciò che facevo mi ripiombava sulle spalle dolenti e stremate.
Con sempre meno entusiasmo parlavo degli obiettivi e delle conquiste dell’uomo, della cultura dei popoli che ci hanno tracciato la strada, con sempre meno efficacia riuscivo a trasmettere ciò a cui avevo smesso di credere.
I volti annoiati e distratti dei ragazzi mi riportavano a quando, non era passato neanche un anno, bastava uno sguardo per rassicurare, correggere, istruire, bastava uno sguardo per comunicare certezze sudate, sofferte, e apparentemente possedute.
Per forza d’inerzia, animata dal ricordo di ciò che era stato, andavo avanti combattendo di giorno (la notte, quella era delle streghe) per l’idea che mi ero fatta di una scuola sopra le parti, di una scuola dove si costruiscono sogni che sicuramente si avverano: la scuola maestra di vita, la scuola che affianca, sostiene e a volte sostituisce la famiglia nella costruzione del futuro del mondo che cambia.
Gli utenti, quelli sì che erano cambiati! Nel grande carrozzone man mano diventavano sempre più piccoli i docenti e i discenti, per far posto ai nuovi protagonisti, ai benefattori dell’umanità futura: presidi e genitori.
Quello che contava, che conta nell’azienda di Stato, nata da poco, è il famoso pezzo di carta, conseguito nel più breve arco di tempo.
Come? C’è ancora qualcuno a cui importa?
Quale molla poteva ancora continuare a spingermi per risorgere dall’ennesimo attacco?
Ne avevo passate tante, non poteva un colpo di frusta prostrarmi a quel modo.
Ma se lo spirito tardava a consegnare le armi il caso dette una svolta decisiva all’altalena del dubbio.
1998
Di automobilisti distratti ce ne sono molti e chissà quante storie si possono raccontare sui colpi di frusta.
Quell’11 febbraio 1998, mentre, sovrappensiero, tornavo dall’ennesima terapia (questa volta alla spalla destra), un altro soprappensiero mi piomba addosso, facendo volare in frantumi gli occhiali multifocali da poco acquistati.
Il colpo non fu tanto violento, ma la paura sì, tanta, tanta da farmi irrigidire come una lastra di marmo, così da sentirmi sulla testa, sul collo e su tutta la colonna un dolore lancinante di corde spezzate.
Mi precipitai al Pronto Soccorso, senza che altri mi ci spingessero, come era avvenuto otto mesi prima.
Cominciai con 15 giorni di prognosi che poi divennero mesi e poi anni, perché la storia non è ancora finita.
Se non ancora mi ero svegliata, se non ancora avevo preso coscienza che l’ora era giunta, sempre più forte la campana a martello mandò i suoi rintocchi.
La scuola, il dottor R., i permessi per potermi curare, il preside, i certificati, i controlli che non mentissi, da parte della A.S.L., da parte della Compagnia assicurativa, ….vertenze di soldi, d’idee, scontri fittizi e reali con gente che pensa, presume, che ne sa più di te, che ti assale, ti annega, ti esalta, ti copre d’insulti, ti compiange, ti spiega, ti indottrina, ma mai nessuno che ti ascolta davvero, nessuno …nessuno.., nessuno…
Ma io chi o cosa stavo ascoltando? Nel suono delle campane dovevo cercare il senso di una festa che doveva venire.
Con le orecchie tese a percepire quanto hanno da dirci, uniamoci nella preghiera per questo nostro mondo così sordo alla voce dello Spirito.
12 aprile 2004

21 Dal diario di Antonietta

 

Rubrica radiofonica a cura di Antonietta
Canto:Davanti a questo amore
Un caro saluto a tutti,  amici che non ci avete abbandonato, nonostante le difficoltà di ricezione di questi giorni.
La tentazione di cambiare programma, premere un pulsante per sintonizzarsi, una volta per tutte, su un’altra frequenza è stata grande, quanto quella di spegnere la radio e non pensarci più.
Fuor di metafora, cambiare strada spesso non è una necessità ma una tentazione che ci viene quando il percorso è irto di ostacoli che non ce la sentiamo di affrontare.
Ma più spesso la difficoltà nasce dal fatto che ci ostiniamo a percorrere strade sbagliate e non vogliamo sentire ragioni.Ogni volta che le cose non vanno come vorremmo, dovremmo chiederci dove stiamo andando e perché.
Ma il tempo di fermarsi e riflettere non lo troviamo e neanche lo cerchiamo, tutti intenti a fare, muoverci, agire in una qualsiasi direzione che ci anestetizzi dai pensieri angosciosi di sofferenza e di morte.Passiamo la vita a esorcizzarla, a far finta che non ci sia, che non ci riguardi, convinti che è cosa che capita agli altri, augurandoci di morire nel sonno così non saremo costretti a pensarci..
Viviamo con gli occhi bendati, ostinandoci a negare l’unica cosa certa che non ha risparmiato neanche il figlio di Dio, che ha voluto in tutto essere solidale con l’uomo da condividerne persino il destino di morte, non scegliendo sicuramente la più indolore.
Già morire è una brutta parola, che fa venire i brividi lungo la schiena, solo a pronunciarla..Ma cosa significa, cosa nasconde questo evento, su cui Gesù ci chiama a riflettere, specie nella Settimana santa che stiamo vivendo?
“Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua. .Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.( Lc 9,22-24).
A quale morte Gesù ci chiama? Forse a quella fisica che è scontata per tutti? Sicuramente no, visto che non c’era bisogno che si scomodasse tanto perché ne prendessimo atto.
Il senso lo dobbiamo cercare in quel rinnegare noi stessi, che non è automatico, che non dipende dalle circostanze e dagli altri, è quel farsi da parte, diventare piccoli piccoli, appoggiandosi a Lui perché la morte sia sconfitta per sempre.
Rinnegare se stessi è morire alle nostre idee, ai nostri progetti, alla nostra volontà, per fare spazio alla Sua, questo è l’invito che dobbiamo accogliere, mettendoci in cammino alla volta di Gerusalemme, dove ad aspettarlo c’era l’unica morte che dà la vita, quella spesa per gli altri.
Il deserto fu la palestra dove imparò a morire, come uomo, lottando contro la tentazione del successo, del prestigio, del potere, delle conoscenze e delle parentele che contano, dell’autosufficienza, lui che era Dio e che volontariamente aveva rinunciato a tutto questo il momento in cui, incarnandosi, aveva consegnato la sua volontà al Padre.
Nel deserto imparò a morire a sé stesso fidandosi di Lui, dando allo Spirito la possibilità di riempirlo a tal punto da non temere nulla, nemmeno la morte.
Pur sapendo a cosa andava incontro, Gesù non decide di cambiare strada, cercandone una più agevole e meno pericolosa, perché la molla del suo agire era l’amore, che lo legava al Padre e a tutti quelli a cui Lui l’aveva mandato.
“Io sono la via, la verità la vita”, le parole di Gesù, e dobbiamo credergli, se per testimoniarne la verità, ha pagato un prezzo così alto.
Ma solo se ne facciamo esperienza, ci accorgiamo che queste ci danno la forza di scavare, strade lì dove apparentemente non esistono e arrivare con certezza ad un traguardo che non delude.
La scorsa volta concludendo la lettera al dottore di Milano, mi chiedevo se avevo trovato la strada, se era così importante cercarla, se era valsa la pena sfiancarsi a quel modo.
Era il 1996 e la mia fiducia la riponevo ancora tanto negli uomini e nei loro rimedi.
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Da "Il gioco dell’oca"
Quante cose erano successe da quando Daniela mi aveva annunciato che aspettava un bambino!
Erano passati appena due mesi da quando inaspettatamente me la vidi comparire all’Istituto di riabilitazione che ormai da un anno frequentavo.
Piccola, minuta, con gli occhi smisuratamente grandi, era tornata al lavoro dopo un lungo periodo di assenza.Ne avevo sentito parlare come l’unica fisioterapista del Centro che avrebbe potuto aiutarmi. Ma non pensavo fosse possibile.
Il suo terzo bambino, affetto da una rara e terribile malattia genetica, si era ammalato ancora. Questa volta era stato il cervello a farne le spese, attaccato da un carcinoma.
L’avevo immaginata con il volto scavato, prostrata dal peso di una croce così pesante.
Appena la vidi, capii subito che l’esperienza del dolore le aveva dato una forza non comune per se e per gli altri.
La paura di non trovare le parole per parlarle dei miei problemi, poca cosa di fronte a ciò che le era capitato, svanì di fronte alla sua capacità di mettersi in comunicazione con la sofferenza altrui.
Così mi potei presentare a lei con la mia disperazione e con la voglia mai doma di provare ancora l’ultima chance.Mi confermò la diagnosi dell’osteopata, dal quale ero in cura già da un anno senza successo.
La cosa incredibile era che esisteva un rimedio!
Mi parlò del metodo Bertelè, un programma di rieducazione posturale, assicurandomi che ce l’avrei fatta.
Così cominciai la nuova avventura con una gran voglia di riuscire e con lo spirito di sempre, incurante dei tremendi dolori alle gambe e alle braccia, che si scatenavano dopo ogni trattamento e che mi riducevano spesso all’immobilità.
Ero confortata però dal fatto che, da quando avevo iniziato la cura, di tanto in tanto il dolore sembrava allentarsi, concedendomi un po’ di tregua.
Aspetto un bambino, disse.
Come farò adesso?
Anche l’ultima esile speranza mi sfuggiva di mano.
Subito mi vergognai di aver egoisticamente pensato a me più che a lei. L’aspettava una gravidanza a rischio, quando era ancora alle prese con la terribile esperienza dell’ultimo nato.
Come potevo illudermi che potesse continuare ad occuparsi di me? A torto pensai che non l’avrei più rivista.
Mi dica dove ha studiato; quand’anche fosse la luna ci andrò.
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La luna, quella che aveva incantato Giovani e me quel pomeriggio che non sembrava mai finire, la luna, il luogo dei sogni irrealizzati e irrealizzabili, lontana quanto basta per non deluderti, se ti venisse la voglia di farci un viaggio, trascorrervi una vacanza.
Senza acqua, né aria, sicuramente ti passerebbe la voglia di andare così lontano, per trovare ciò che hai vicino, a portata di mano e non te ne accorgi.
La luna era Champoluc, dove la dottoressa inventrice del metodo applicato da Daniela si trasferiva l’estate con tutto il suo staff, ma a differenza di questa, non bisognava prendere un’astronave, per arrivarci, e di aria e di acqua ne aveva d’avanzo per dare vita ad un paesaggio da mozzafiato con il massiccio del Monte Rosa che si stagliava alle spalle e i boschi e i torrenti e il sole che faceva brillare la neve sulla cima del grande ghiacciaio e le case immerse nei fiori e tutto quanto neanche la fantasia riesce ad inventare.
Poi l’albergo di lusso, i terapisti, la dottoressa impeccabile con il suo camice bianco e i malati…
Già i malati erano l’unica cosa stonata in quella cornice di sogno.
Erano quasi tutti bambini e ragazzi, gli ospiti dell’albergo, affittato per l’occasione dall’equipe del Centro di ascolto,qualche mamma, qualche nonna e…molte badanti.
Erano i figli dei ricchi che se lo potevano permettere di parcheggiarli in quel luogo per andare finalmente in vacanza.
Il dolore innocente, quello incontrai in quel luogo, la luna che, come quella che si staglia nel cielo, ha il suo rovescio, se poco poco ti ci avvicini.
I malati, i grandi malati li avevo incontrati negli ospedali, ma i bambini no, mai… anzi sì, ora ricordo, il primo anno che insegnai a Francavilla in un Istituto di poliomelitici.
Allora non avevo strumenti per vedere, i loro occhi tristi, i loro stanchi sorrisi.
Non mi parlarono le loro stampelle, né la disarmonia dei loro corpi straziati.Non mi accorsi che non c’erano madri, né nonne, né badanti che li accudissero, che erano stati affidati alla carità e alla pietà dello stato che non sapeva o poteva fare di meglio che lasciarli chiusi là dentro.
Trent’anni dopo mi trovai a soffrire con loro e per loro, quelli che la società accantona e nasconde, per la prima volta affondando i miei occhi nei loro, cercando di carpirne il sorriso con una stretta più forte della mano, con il tocco leggero delle dita ad imitare una carezza, con l’incapacità di andare oltre per paura di perdermi.
Quando, finite le terapie, una sera con la dottoressa ci recammo alla baita, arroccata sulla montagna, per incontrare un prete in esilio che celebrava le messe in soffitta, e ci mettemmo a parlare di Dio, urlai con quanto fiato avevo in gola, che Dio è amore, per convincere me prima di tutti, ma fui prontamente smentita da chi pensava di saperne di più.
Lui, il santone, mischiando sacro e profano, non ci stava ad affermare ciò che lo avrebbe portato nella sfera dei giusti, del Giusto che non si dovette nascondere per proclamare la verità e che in esilio c’era venuto per testimoniare l’amore,. L’amore del Padre che aveva donato suo figlio per celebrare la Pasqua con noi e la messa non avesse mai fine.
Canto:Gloria al Signore che salva
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Da "Il gioco dell’oca"
1996
L’esperienza fatta a Champoluc, non aggiunse nulla a ciò che ormai avevo capito, grazie alle sollecite e sapienti cure di Daniela.
Dalla dottoressa mi aspettavo molto di più di quello che fu in grado di darmi.
Ma se da un punto di vista umano, fin dal primo momento, qualcosa non funzionò tra me e lei, da un punto di vista strettamente professionale, mi dette indicazioni e consigli di cui feci tesoro.
Fu grazie a lei che conobbi il dottor R., fu lei che mi fece notare la mia intrinseca difficoltà ad accettare il dolore, ad andargli incontro senza irrigidirmi.
Non volle sapere nulla di me, non prestò ascolto né quella volta, né le successive a ciò che le andavo dicendo, come se già tutto sapesse.
Quell’esperienza mi aiutò a capire che non esistono verità assolute e che tanto più grandi sono le aspettative, tanto più doloroso è doversi ricredere.
Comunque eseguii a puntino tutto quello che lei ritenne utile al mio caso, comprese le terapie che fui costretta a fare a Pesaro, in attesa che Daniela tornasse al lavoro.
Il ricordo di quei viaggi con scadenza settimanale è allucinante.
Continuai, nonostante che, dopo ogni trattamento, non fossi in grado per molti giorni di muovermi senza essere straziata da spasmi dolorosissimi..
Continuai perché ci credevo, perché non avevo scelta, perché non si dicesse che gettavo la spugna alla prima difficoltà, perché ero convinta che quel metodo era giusto.
Ma ci sono terapisti e terapisti.
In quel periodo ne cambiai tanti, ma non tutti riuscivano a dare al mio corpo gli stimoli giusti per farlo tornare a funzionare.
Ero sicura che prima o poi qualcuno ci sarebbe riuscito, anche se non sapevo quando.
L’unica a non crederci fu la dott. B. che mi congedò in occasione dell’ultima visita con un laconico biglietto, in cui si diceva che quella terapia non faceva per me.
Non furono dello stesso avviso Daniela e il dott. R., che mi consigliarono di insistere.
Convinta che era solo questione di tempo, mi armai di pazienza, pronta ad affrontare qualsiasi disagio, dolore o sofferenza, pur di arrivare alla meta.
Avevo trovato la strada. Chi avrebbe potuto fermarmi?
Così, almeno pensavo.
La strada passava per Champoluc, per i suoi boschi, per le sue montagne, ma anche e soprattutto per le persone che vi incontrai, per la sofferenza di cui traboccava l’albergo che ci ospitava, per quell’uomo, ritenuto un santone che non voleva credere alla misericordia di Dio, per il desiderio di cercarla lì dove mai avrei pensato che fosse, per Daniela che doveva mostrarmela tutta, non attraverso l’handicap del suo bambino malato, né quello di tanti suoi pazienti di cui continuava a parlarmi, ma nel suo donarsi a tutti quelli che a lei chiedevano aiuto o di cui lei percepiva il bisogno.
Daniela mi mostrò il volto misericordioso di Dio attraverso l’amore che passava per lei, per le sue mani, per il suo cuore, quell’amore che non risparmiò l’Innocente, il figlio di Dio dal patire e dal morire, perché si smettesse per sempre di soffrire e di morire..
Solo ieri Gesù, a cavallo di un asino entrava in Gerusalemme, in un tripudio di folla osannante, poi il tradimento, l’abbandono, il Calvario, la croce.
E’ questa la fine della strada?
……………………………………………………….
5 aprile 2004
Venticinque anni, tanti ce ne sono voluti, perché mi accorgessi dove portava la strada che ogni mattina osservavo affacciandomi dal balcone della cucina.
Era bella, piena di vita, al tramonto, l’estate, quando i bambini, attratti dalla frescura, si divertivano a giocare a pallone o si lanciavano sulle biciclette e i tricicli, perché di macchine ce n’erano poche e la strada era chiusa lì in fondo.
L’estate le piante di more s’insinuavano tra i muretti sbrecciati, le coppiette si stringevano più forte dietro le piante di fichi, una festa, le sere di agosto con il sole che, tramontando, restituiva un po’ di ombra alla terra assetata della strada, che non era ancora stata asfaltata.
Che portasse al cimitero non me n’ero mai accorta, per via di quel pino che hanno tagliato da poco e che lo nascondeva ai miei occhi
Ora è dritta, davanti a me, mentre scrivo e penso alla festa che deve venire, ma che sento già invadere l’aria e permeare di sé i cuori guariti dal pianto e dalla paura..
Quante morti dovevo subire, quante accettare per guardare oltre il pino tagliato e non smarrirmi, quel pino che per tanti anni aveva materialmente e idealmente chiuso e concluso la strada, nascondendo ai miei occhi le tombe del cimitero, sparpagliate sulla collina, ombreggiate dal verde degli alberi che tenevano al riparo da sguardi indiscreti il sonno dei suoi abitanti.
Dovevo imparare a morire, pian piano sentirmi l’accetta addosso di quel figlio che se ne andava, nella sua casa di sposo, di quel pino tagliato di fresco che mi aveva svelato il segreto che nascondeva, l’accetta di quel bambino che con la sua malattia mi aveva tolto Daniela e di quell’altro che reclamava sua madre perché voleva nascere e aveva tutti i diritti a portarmela via, l’accetta di quella terapia ritenuta miracolosa, che avrebbe dovuto liberarmi dall’handicap da cui volevo fuggire, l’accetta impietosa di una fine che arriva inaspettata, quella di mio fratello, la prima volta che non avevo trovato rimedi.
Quel fratello mi era venuto ad abitare vicino, dopo anni di lontananza e lo potevo vedere ogni mattina, quando mi alzavo e aspettavo che uscisse il caffè, dalla finestra della cucina.
Questa strada ora osservo e mi parla di morte e di vita attraverso le foglie degli alberi che sono spuntate sui rami, attraverso il sole che ogni giorno scompare dietro le case del cimitero, attraverso la luce che lo rischiara quando al mattino si alza nel cielo, attraverso la forma mutata di una strada, da poco asfaltata, dove prepotenti lampioni oscurano le piccole luci della grande casa dei morti che riposano sulla collina.
…………………………….
Un Dio di amore che è venuto a predicare la morte, come avrebbe potuto convincermi? Come io avrei potuto convincere gli altri che era vero il contrario?
Nell’ultima cena ho trovato la chiave per entrare dentro il mistero di una morte che dà la vita, di un albero spoglio issato sulla collina, che continua a germogliare e a saziare tutti quelli che hanno fame e sete di amore, tutti quelli che cercano Dio.
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Preghiera
Signore ti ringrazio perché mi hai dato la vita, per godere della vita, non della mia Signore, ma della tua quella che tu hai donato sulla croce, quella che ci chiami a donare ai nostri fratelli.
Ti lodo ti benedico perché sei un Dio di amore, perché mi chiami all’amore, perché in me e in ogni uomo hai messo il desiderio insopprimibile di te.
Ti ho incontrato inchiodato ad una croce, mentre ti cercavo nel cielo, nelle stelle, nello spazio infinito, azzurro e astratto dei miei sogni, delle mie fantasticherie .infantili..
Ti cercavo Signore dovunque c’era grandezza, potenza, gloria, ti ho incontrato nudo, piagato, sofferente, coronato di spine, inchiodato ad un legno..Ti ho cercato nella vittoria, ti ho incontrato nella sconfitta, ti ho cercato in alto e ti ho incontrato mentre ti accingevi a lavarmi i piedi.. Ho guardato il tuo volto sfigurato, il tuo corpo piagato, la tua nudità blasfema e ti ho riconosciuto. Quel volto dell’amore che non riuscivo a trovare lontano, tu l’ hai mostrato a me nella pena dipinta sul volto dei miei fratelli che cercavano una carezza, un bacio, un gesto di tenerezza a cui tu mi chiamavi, l’amore che non dovevo aspettarmi dagli altri ma che dovevo dare a quelli incontrati sulla mia strada.
Signore ti ringrazio dell’invito che fai ad ogni uomo prima di metterti in cammino sulla strada che porta al calvario, quello di cenare con te, ti ringrazio di quel pane e di quel vino, viatico indispensabile perché possiamo aspettare senza paura la tua ora, la nostra ora.
Canto:Davanti a questo amore
5 aprile 2004