Terra promessa

Meditazioni sulla liturgia di 
sabato della IV settimana di Quaresima
Letture: Ger 11, 18-20;Salmo 7; Gv 7, 40-53
 
” A te ho affidato la mia causa”(Ger 11,20)
Non c’è che dire il peccato porta alla morte ma è solo con la morte che si vince il peccato.
Sembra un paradosso quello che oggi si evince dalle letture che la liturgia ci propone.
Geremia, perseguitato perchè profeta scomodo va incontro alla morte come Gesù, affidandosi nelle mani dell’autore della vita, Dio stesso, che solo può far vivere e morire, a seconda che ti affidi o non ti affidi a lui.
La morte non piace a nessuno e penso che umanamente nè Geremia nè Gesù l’abbiano affrontata a cuor leggero.
Ma a morire si impara ogni giorno, è una disciplina, una scuola di spogliamento, di offerta, di accoglienza della volontà di Dio che ci chiede di farci da parte, di fargli spazio perchè possa attraverso di noi far risorgere dai morti quelli che si trovano chiusi nella tomba del loro orgoglio, della loro presunzione, della loro proclamata autosufficienza.
Far risorgere dai morti è facoltà di Dio che ha pagato con la morte del figlio la resurrezione di quelli che non l’hanno conosciuto o riconosciuto come Colui che salva, colui che libera, colui che ama a prescindere sempre e perdona non sette ma settanta volte sette.
Innestati in Cristo con il Battesimo anche noi possiamo fare le stesse cose che ha fatto Gesù. fidandoci di quello che ha detto, guardando quello che ha fatto, credendo che in Lui sono ricapitolate tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra e che attraverso di Lui abbiamo la redenzione e il perdono dei peccati.
Il peccato ci separa da Dio, ci priva del nutrimento necessario, della linfa, dell’acqua di cui abbiamo bisogno per vivere in eterno.
Siamo stati creati per l’eternità e per questo Dio non poteva permettere che i suoi figli morissero .
L’eternità fa paura a Giovanni, il mio nipotino, perchè la pensa come un periodo vuoto dove non c’è niente da fare.
Noi la vita ce la immaginiamo come quella che viviamo qui su questa terra, proiettata nel dopo o ripiegata nel rimpianto del passato, in un presente pieno di pensieri, preoccupazioni, senza tempo per fermarci per vivere la nostra identità di persone create a immagine e somiglianza di Dio.
La nostra società è incapace di fermarsi, in una perenne corsa verso l’autodistruzione.
Ringrazio Dio che attraverso la malattia mi ha dato l’opportunità di fermarmi, di andare sempre più piano, si da cogliere nell’attimo che sto vivendo la pienezza dell’essere, la gioia dell’incontro con il mio tu in cui mi specchio, nello sguardo di chi mi definisce e mi ama, ma anche nella storia di chi il Signore mi ha messo accanto per vedervi le tracce del suo passaggio.
Lo ringrazio perchè il tempo me lo ha moltiplicato e lo ha reso tutt’altro che noioso, perchè sempre più numerosi sono i figli custoditi nel Suo cuore di Padre che mi chiamano a rispondere dell’amore che gratuitamente ha riversato su di me e a corrispondere perchè tutti ne godano.
L’eternità comincia da quando siamo stati concepiti e non dobbiamo aspettare di morire per sapere cos’è. Quello che non ci aspettiamo o forse ignoriamo è che l’eternità è l’acquisizione della certezza che non potremo più morire, che la gioia sarà piena perchè il deserto è finito e non dobbiamo più combattere per godere della terra promessa.

Vivere nella casa di una famiglia riconciliata da un Amore più grande ci darà finalmente la pace.

Compleanno

Non c’è che dire, sono nata in Quaresima. Non ci avevo mai pensato. Perciò la mia vita è stata e continua ad essere così tribolata.
Dalla Quaresima cosa puoi aspettarti?
Ricordo Bologna, la città dei miei studi, dove di questi tempi si cominciava ad uscire, ad incontrare i ragazzi, perché l’aria era più calda e la primavera alle porte.
Già, sono nata a ridosso della primavera.
A dire il vero sono nata alle sette del mattino che significa a conclusione della notte, di una notte buia, ancora più buia perché c’era il coprifuoco e mio padre dovette chiedere il permesso per andare a chiamare la levatrice.
Sono nata a ridosso del fronte: gli americani da un lato, i tedeschi dall’altro.
Il paese dove i miei erano sfollati era ancora in mano tedesca.
Mi chiamarono Antonietta come mia nonna, la madre di mio padre, che poco conobbi e che poco frequentai, ma che ricordo per via del rosario che stringeva tra le mani, quando scoppiavano i temporali, e ci chiamava raccolta, come la chioccia i suoi pulcini, sul grande lettone, per dire le avemarie.
Mi chiamarono anche Maria perché alla Madonna si affidavano le figlie femmine.
I maschi rimanevano, a quello che mi risulta, senza protezione.
Forse perchè le donne ne avrebbero avuto molto più bisogno, a guardare la storia.
Sono nata a cavallo, nel passaggio dalla notte al giorno, a cavallo della linea di demarcazione tra oppressori e liberatori, tra la guerra e la pace, tra la Quaresima e la Pasqua.
Sono nata proiettata in un futuro di speranza, ma sto ancora calpestando la sabbia del deserto.
Di questi tempi, quando l’inverno è alle spalle, da sempre sono costretta a rivedere il mio stato di salute per via delle difese immunitarie che si sono abbassate.
I ricoveri, gli interventi, le indagini diagnostiche, le visite, i viaggi della speranza, le complicazioni, tutte, da 40 anni e passa si concentrano in questo periodo.
Il 15 marzo del 1972 concepimmo nostro figlio, rimasto unico per via delle suddette quaresime.
A Natale però è venuto alla luce.
Sono morta e risorta tante volte, non c’è che dire.
La Parola che oggi la liturgia mi propone mi aiuta a sperare ancora.

Is 49,13-15

Giubilate, o cieli,
rallégrati, o terra,
gridate di gioia, o monti,
perché il Signore consola il suo popolo
e ha misericordia dei suoi poveri.
Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato,
il Signore mi ha dimenticato».
Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se costoro si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai.

Parola di Dio

Paura

“Egli ci ha dato il Suo Spirito” (1 Gv 4,13)
Se noi rimaniamo in lui non abbiamo timore, questo dice Giovanni nella prima lettera che la liturgia ci propone. Ci ha dato il suo Spirito che è tutto.
Di cosa dobbiamo avere paura?
Eppure, nonostante me lo ripeta tante volte, di giorno e di notte, la paura mi assale, quando mi si presenta un problema nuovo o un problema che pensavo aver imparato ad affrontare con coraggio, con fiducia, nella preghiera.
La paura non è mai sconfitta e a volte mi chiedo come sia possibile che questo accada.
Don Abbondio al Cardinale Borromeo rispose che uno il coraggio non se lo può dare. E aveva ragione perchè il coraggio te lo può dare solo il Signore che ci nutre a Spirito santo e quando la dose abituale non è sufficiente ricorre alle trasfusioni.
Io ne sento tanto il bisogno in questo periodo in cui la mia vita è diventata una corsa ad ostacoli, una gimkana in un labirinto di amare sorprese.
“Il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto.”
Eppure, anche se Gesù lo frequentiamo con assiduità, anche se lo portiamo nel cuore, spesso lo imbalsamiamo, lo leghiamo per paura che scappi e finiamo per immobilizzarne la sua opera creatrice.
Debbo pensare che anche questa mattina sta creando, anzi ricreando me che avrei voluto fermarmi allo stato di momentaneo benessere che ho percepito durante l’incontro con i fidanzati, ieri sera.
Non credevo di farcela ma alla fine ero lì con Gianni alle 21 come da copione da più di 10 anni.
Ogni volta mi dico che ormai è tempo di smettere, che siamo vecchi, che cosa mai possiamo portare a coppie che decidono oggi di sposarsi?
Un abisso ci separa dalle nuove generazioni, esperienze, speranze, dubbi e certezze che non ci accomunano.
Ma la forza per rialzarmi, per rinnovare il mio sì al Signore me la dà Lui e solo Lui che non cambia mai ed è come roccia che non crolla, che accomuna l’orizzonte di ogni battezzato, rendendo possibile l’attraversamento di un oceano in tempesta, se lo portiamo dentro, se ci lasciamo da lui ispirare e guidare.
Il suo è un vento di pace, di gioia, di salutare freschezza, un vento che gonfia le vele non per dilaniarle, strapparle, ma per farci camminare sicuri sulle acque come Gesù.
Sembra impossibile che ciò possa accadere, ma quando non hai niente da portare che la tua fragilità, il tuo dolore, il tuo limite è allora che porti Gesù nella sua interezza.
Perciò ieri sera ho trovato un oasi di pace in quella sala, in quella relazione che si è stabilita tra 20 coppie in procinto di sposarsi e noi coppia ampiamente datata insieme a padre Vincenzo.
Dio ci ha immessi nella sua eternità ed è per questo che la differenza tra giovani e vecchi si annulla davanti a Lui, in Lui, con Lui.
Questa notte è tornata la bufera: come ogni notte mi sono rigirata nel letto tante volte a cercare una posizione per poter sgranare il rosario e meditare con Maria i misteri del regno.
Ma se la sera mi riesce più facile sintonizzarmi sulle frequenze dello spirito, man mano che la notte avanza il corpo si ribella e urla con sempre più fiato in gola il suo tormento.
“Un corpo mi hai dato. Io ho detto eccomi. Sul rotolo del libro è scritto di fare il tuo volere”
Ogni notte cerco di salire la scala che il Signore mi getta dal cielo dove gli angeli mi annunciano la bellezza di questa chiamata, ma le volte che non ci riesco sono tante.
E’ allora che chiamo Maria in mio soccorso e le chiedo di tenermi stretta la mano, di stare con me ferma ai piedi della croce per imparare da lei come la fede possa non essere scalfita da tanto dolore.
Mi accorgo che la mia preghiera non rimane inascoltata quando mi ritrovo viva dopo aver visto in faccia la morte.
Signore a me non interessa come ti presenti, mi interessa solo riconoscerti nella grande bufera.
Per questo non mi stacco da Maria che è tua madre e non può aver dimenticato le tue fattezze.
Aiutami a riconoscerti Signore, negli eventi dolorosi della mia vita che aumentano con il passare degli anni, aiutami a fidarmi di te sempre, anche quando rimani in silenzio e mi sento sola a combattere un’incomprensibile battaglia.

“Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti”

Effata

VANGELO (Mc 7,31-37)
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

“Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti” dice Isaia.

Dal passo della Genesi che la liturgia oggi si presenta, non sembra che Dio abbia fatto bene ogni cosa, visto che nel paradiso c’è il serpente che non va ascoltato, un frutto che non si può toccare e che dà la morte a chi lo mangia, nonostante sia bello da vedere, buono da mangiare, desiderabile per acquistare saggezza, una donna che seduce l’uomo ed è causa della sua rovina.

” Dio ho fatto bene ogni cosa fa udire i sordi e fa parlare i muti”, lo ripetono quelli che assistono al miracolo della guarigione del sordomuto.

Già Dio, nella Genesi, si era pronunciato sulla bontà della creazione.” “ E’cosa buona”( riferito al mondo minerale, vegetale e animale senza intelligenza) , “E’ cosa molto buona”(riferito all’uomo, capace di scegliere), aveva detto.
Da quale sordità il Signore Dio nostro ci vuole guarire? Da quale mutismo?

Effatà! Apriti!

Sono le parole che il Sacerdote pronuncia al termine del rito battesimale, tracciando un piccolo segno di croce sulla bocca e sulle orecchie del battezzato.

Il peccato ha chiuso i canali di comunicazione con Dio e con l’altro e il Battesimo restituisce ai sensi la funzione per cui Dio ce li ha dati.

Gesù per farsi capire da un sordomuto, ha bisogno di gesti, di segni (che in altri contesti non usa, proprio perché quello che gli sta di fronte è sordo e muto dalla nascita e non sarebbe stato in grado di capire). Ma Gesù ha bisogno che il malato che gli sta di fronte non si fermi ai segni, ma guardi oltre, per vedere in essi la salvezza di Dio.

Dopo aver mangiato del frutto dell’albero, gli occhi di Adamo ed Eva si aprirono, ma per vergognarsi della loro nudità( ma non era cosa molto buona?) e sottrarsi allo sguardo di Dio.

L”isolamento e la solitudine sono la condanna di chi ha voluto prescindere da quello sguardo. Il Dio lontano, il giudice si fa voce vicina all’uomo per condannare sì, ma anche per promettere la liberazione.

“Una donna ti schiaccerà il capo” dice al serpente.

La voce , la Parola, diventa corpo in Gesù Cristo.

L’uomo ha bisogno di ascoltare per vedere.

“Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!”È il grido accorato di Dio che percorre tutta la Storia.

Ma l’uomo ha bisogno anche di vedere ecco perché Dio si fa uomo e si rende visibile, tanto vicino da diventare uno di noi.

”Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono dice Giobbe”

Vedi che Dio ha fatto bene ogni cosa solo se apri l’orecchio alla sua parola, se apri il cuore all’incursione dello Spirito.

Il sordomuto aprirà gli occhi della fede, quando Dio lo avrà guarito dalla sordità del peccato.

 

Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.


VANGELO (Lc 21,5-19)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
 
 
 
L’anno liturgico volge al termine e c’è da domandarsi se qualcosa è cambiato nella nostra vita, se in queste 33 settimane ci siamo accorti di Gesù che passava, se ci siamo fatti carico di dirlo a chi non era nelle condizioni di vederlo.
 
Tutta la scrittura per un anno consecutivo non ha fatto altro che ricordarci che Dio ci ama, che Dio vuole la nostra salvezza e continua a dircelo, nonostante gli appelli disperati alla conversione, in questo scampolo di giorni che precedono la solennità di Cristo, re dell’universo.
 
“Neppure un capello del vostro capo perirà, cultori del mio nome”, “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”, ci rassicura il Signore, mentre parla della sorte di chi non si vuole staccare dal possesso delle cose terrene.
 
A volte, quando il vento soffia impetuoso e non sappiamo a cosa attaccarci, la Parola di Dio è l’unica che può dare ragione alla nostra speranza, certezza delle cose che ci sono promesse, perseveranza nella fede in Dio salvatore.
 
 
 
Una delle prove più difficili e dolorose della mia vita è stato quella in cui mi sono trovata a fronteggiare pressocchè da sola la malattia e la morte di mia madre.
 
Il 7 gennaio del 2005, quando è spirata, ho pensato a quei foglietti sparsi alla rinfusa nel cassetto e al perchè lo “tsunami” non mi aveva portato via, lo tsunami di una prova che si era prolungata nel tempo e che mi aveva fortemente prostrata.
 
Era la Parola di Dio che mi aveva accompagnato per tutto l’anno, i foglietti del Calendario Liturgico, che ho appeso sul comodino.
 
Sono stato dovunque sei andato” le parole che mi sono trovata nelle mani, mentre cercavo di notte un farmaco che mi facesse dormire e dimenticare che ero sola a combattere quella battaglia.
 
Sono stato dovunque sei andato”, non solo quando mi sono sentita persa, nel tempo in cui mamma, Gianni e Monia, la moglie di nostro figlio, contemporaneamente erano ricoverati all’ospedale, ma sempre, tutti i giorni dell’anno che si era da poco concluso, tutti i giorni della mia vita.
 
Così oggi voglio ricordarmele quelle, queste parole, a me e a voi, tornata alle occupazioni abituali, dove gli tsunami sono di turno.
 
Don Antonio, tornato dal pellegrinaggio in terra santa, ha parlato della tragedia di un popolo che vive blindato, accerchiato nelle città dove Gesù ha predicato la Buona novella dell’Amore che salva.
 
Dice il Signore:
 
“Io ho progetti di pace e non di sventura;
 
voi mi invocherete e io vi esaudirò,
 
e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”. (Ger 29,11.12.14)
 
 
 
Sono stato con te dovunque sei andato” lo volevo scrivere come messaggio di benvenuto sul cellulare, ma non c’è entrato tutto.
 
Non è un caso che il messaggio che appare, quando lo accendo, sia “Sono stato dovunque sei”, forse ad indicare un passato che diventa speranza, certezza di una presenza che impedisce a qualsiasi “tsunami” di portarti lontano da LUI.

Vita


Ieri toccando la pelle staccata dal muscolo che pendeva dall’avambraccio del nonno, Giovanni, ( inclementi questi bambini!) ha fatto questa domanda.
“Perchè la pelle dei vecchi se ne va di qua e di là?”
“ Perchè il corpo è soggetto alla corruzione e pian piano le cellule muoiono.
Anche a te accadrà un giorno di diventare vecchio e di avere la pelle avvizzita”Ho risposto.
Dalla faccia che ha fatto , la prospettiva non gli è piaciuta, così sono corsa ai ripari.
“Guarda i fiori di pesco che in primavera rallegrano il nostro balcone, quanto sono belli, specie appena sbocciati, con le foglie turgide che si poggiano sopra il ramo.. Poi guarda cosa succede nel tempo. I petali appassiscono e il fiore muore.
Al suo posto troviamo un sacchetto, un piccolo scrigno. E’ il frutto che mangeremo.
Al suo interno c’è un seme che possiamo piantare perchè nasca un’altra pianta.

(1Cor 3,9-11.16-17)
Fratelli, voi siete edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

Dopo aver letto ciò che oggi la liturgia ci invita a meditare sto aspettando che Giovanni torni da scuola per dirgli che noi siamo come quel fiore che porta frutto solo se rimane attaccato alla pianta.