Perdono

“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? “(Mt 18,21)
“Amatevi come io vi ho amato”, questa è la perfezione dell’amore.
Ma come ci ha amato Dio?
Perdonandoci non sette volte, ma settanta volte sette, per cui il comandamento nuovo può esprimersi così:”Perdona il prossimo come perdoni te stesso. Perdonatevi come io vi ho perdonato.”
Dio testimonia che, pur se sbagliano, continua ad amare i suoi figli e non li abbandona, ma si serve delle prove per far capire loro ciò che conta veramente nella vita, ciò che è essenziale, chiarificando il desiderio, dando ad ognuno il nutrimento necessario che alla fine si rivela l’unico che dona la vita:il perdono.(Dt8,1-4)
Solo così il deserto lo si può attraversare senza che la veste si logori addosso e il piede si gonfi.
Tutta la storia d’Israele è una storia d’amore tra Dio e il suo popolo, un amore che non dipende dalla bravura di chi si è scelto, né dalla disponibilità a lasciarsi aiutare e trasformare da Lui..
L’amore basta all’amore e non ha giustificazioni, almeno quello di Dio.
Riconoscersi peccatori, non bravi, non buoni, bisognosi di perdono, ci porta ad accogliere il perdono che viene dall’alto, a lasciarci nutrire dall’amore gratuito di Dio e a desiderare di trasmetterlo anche ai nostri fratelli.
“Eterna è la sua misericordia” ripetiamo in un salmo tra i più conosciuti, riconoscendo a Dio la capacità di perdonare all’infinito..
La società in cui viviamo sente la necessità di perdonare, tanto da prevedere nelle sue leggi forme di perdono come l’amnistia, il condono, l’indulto, la grazia.
Il giubileo, nelle società antiche, serviva a condonare i debiti contratti, perché la società deve poter ricominciare da capo e non può essere sempre in conflitto con se stessa.
Ma noi sappiamo perdonare? Che tipo di perdono è il nostro?
Il testo di Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese “Per…dono”edito da Effatà ci aiuta in tal senso.
Vi scopriamo forme illusorie di perdono che non conoscevamo come quello superficiale che rimanda l’esplosione del conflitto; quello ragionevole, che cerca di scusare l’altro; quello impotente, conveniente che avalla il comportamento scorretto; quello umiliante, rinfacciato,pesante,indolente per incapacità relazionale, quello l blak out, differito per penalizzare l’altro,quello accomodante,paternalista, che dissolve l’altro, il perdono abusato,ombelicale per l’incapacità a vivere la mancanza di serenità in famiglia, il perdono predicato,minimalista, sotto condizione,vicario, generico che non implica uno sforzo personale e un rapporto personale.
Tutti questi perdoni sono falsi imperfetti perché non hanno come effetto quello di mettere in circolo l’amore che fa crescere l’altro nella gratuità del dono.
Gli imperdonabili sono quelli che non hanno scusanti, quelli che umanamente è impossibile perdonare, ma che solo il nostro perdono può riabilitare e trasformare in creature nuove.
Gli imperdonabili devono stupire per ciò che inaspettatamente viene loro concesso e da lì ripartire per una vita nuova. In questo caso fondamentale è l’intervento della Grazia per riuscire a fare ciò che Dio ha fatto per noi.
Ma frutto della Grazia è anche il riconoscersi bisognosi di perdono. Solo chi si sente imperfetto riesce a comprendere l’altrui inadeguatezza.
Bisogna fare esperienza di perdono per poter perdonare.
“Amatevi come io vi ho amato” Ma come ci ha amato Dio? Come ci ha perdonato?
La storia d’Israele è storia di alleanza, fedeltà, perdono.La nostra storia gode dei frutti del perdono.
Il perdono di Dio è gratuito, parte dall’amore e dalla fiducia nei riguardi dell’uomo. Un dono gratuito e inaspettato allarga il cuore e spinge a fare altrettanto, perchè la carità è contagiosa. Chi si sente perdonato è spinto a perdonare. Chi ha fatto esperienza dell’amore gratuito di Dio non può sottrarsi all’azione della Grazia che opera in tal senso.
Il perdono di Dio educa quindi a fare altrettanto. Come?
Sicuramente l’invocazione allo Spirito che ci dia occhi per guardare e cuore per amare come Dio ha fatto con noi non è senza frutto, ma anche la lettura della Parola ci aiuta in tal senso. La vicenda di Giuseppe è emblematica.(Gn42-45)
Giuseppe, venduto dai suoi fratelli, pur desiderando riabbracciarli, appena li riconosce, si trattiene e li fa un po’ soffrire perché capiscano e imparino dall’esperienza concreta il difficile cammino della presa di coscienza del male fatto.
Il perdono non può prescindere dalla memoria di quanto è accaduto. Perché la ferita si rimargini bisogna guardarla e curarla, lasciandola scoperta.
Il perdono che parte dalla decisione di mettere una pietra sopra il passato serve solo a far imputridire la piaga.
Il perdono è memoria della crisi, è vedere lo strappo come occasione di crescita, come opportunità per creare un vincolo più saldo. Il perdono è l’altra faccia dell’amore che nasce dalla tenerezza che suscita la compassione per l’altrui fragilità.
(Pensiamo a quale sentimento proviamo nei confronti di un bambino che non riesce a fare bene ciò che per i grandi è normale)
La capacità di perdonare a prescindere e nonostante tutto, viene da Dio e umanamente non può esserci perdono perfetto, ma solo approssimazioni che non sono liberanti e non promuovono la persona.
Ogni cristiano è chiamato a dare vita, a far crescere l’altro, a partorirlo a Cristo Gesù e in quest’ottica deve essere visto il perdono: come opportunità data all’altro di entrare nella corrente della Grazia, la corrente della vita.
Il perdono a cui ci chiama Cristo è un perdono al fratello che ci ha messo accanto, il più vicino, quello che ci scomoda di più e quello che ci sembra imperdonabile, quando tradisce la nostra fiducia.
Quando si perdonano i tedeschi per l’olocausto o noi Cristiani chiediamo perdono per la barbarie implicita nelle crociate facciamo molta meno fatica di quanta ne implichi aprire il cuore all’imperdonabile coniuge che ci tradisce con una donna o con i suoi hobby, le sue amicizie, il lavoro ecc. o il condomino che vuole sempre avere ragione o ci butta l’acqua sul balcone, quando annaffia le piante o la collega pettegola che ha sparlato di noi ecc.
Il perdono dà vita a chi lo dona e a chi lo riceve, perché ristabilisce la comunione a cui Dio ci ha chiamati, quella che pensiamo di fare, quando andiamo alla Messa e prendiamo l’Eucarestia, magari ogni giorno, dimenticando che il Corpo di Cristo è la comunità dei credenti, e a quella dobbiamo dare da mangiare e da quello dobbiamo farci mangiare, lavare e farci lavare i piedi, perdonare e farci perdonare.
Ma certe persone non lo meritano il perdono, ci diciamo e ci sentiamo bravi anche solo se ci teniamo alla larga.
Gesù è maestro del perdono. Nei Vangeli vediamo che gli imperdonabili, sono quelli con i quali si mischia, i peccatori condannati senza appello da scribi e farisei.
Quando, dopo la resurrezione, compare nel cenacolo, passando attraverso le porte chiuse, saluta i disertori con le parole:” Pace a voi!”(Lc24,36).(Il perdono che prescinde)
Sempre nel Vangelo di Giovanni (Gv21,16)troviamo una pagina illuminante nell’ultimo dialogo tra Pietro e Gesù risorto, sulla sponda del lago di Tiberiade.”Pietro mi ami tu?”gli chiede per due volte usando il verbo “agapào” e solo all’ultimo il verbo “filèo”, adeguandosi alla risposta di Pietro che conosce solo quel modo di amare, espresso dal verbo filèo che usa in tutte le tre risposte.(Gesù continua ad abbassarsi anche dopo la resurrezione. Il perdono è frutto di una discesa, di un abbassamento)
La lavanda dei piedi che san Giovanni riporta come segno del dono che Cristo si apprestava a lasciare agli uomini ci fa entrare più intimamente nel mistero del perdono divino.(Gv13,1-17)
Gesù lava i piedi agli apostoli, prima di mangiare, nonostante questo servizio fosse riservato solo ai non circoncisi. Gesù maestro, il Rabbì comincia la condivisione del cibo, abbassandosi, indossando il grembiule, mettendosi sotto. Ecco il perdono parte dalla convinzione che non siamo migliori degli altri, passa attraverso un farsi carico di ciò che dell’altro è sporco e manda cattivo odore, sfocia in un desiderio di liberarlo da ciò che lo rende indegno, inadeguato.
Gesù, lavando i piedi ai discepoli, li rimette in piedi, restituisce loro la dignità perduta.
Per perdonare è necessario riabilitare l’altro, partendo dalla sua discolpa, facendo uno sgombero nella nostra casa perché vi possa entrare l’altro e possa parlare al nostro cuore con la sua storia. Divenire casa accogliente per l’altro, ascoltandolo, mettendoci nei suoi panni, è una strada che possiamo percorrere alla ricerca di elementi che mettano in luce l’innocenza dell’altro.
Gesù è diventato per noi casa accogliente, nella quale spesso ci rifugiamo, ma ci ha chiamati ad esserlo l’uno per l’altro.
Quando si trasloca, si sgombra la casa. Il trasloco è quello che Dio ci chiama a fare, quando vogliamo capire e farci capire, quando vogliamo comunicare, mettere in comune quello che abbiamo e non abbiamo, per far posto all’altro.
Dio ci ha dato l’esempio, quando ha indossato i nostri panni, preso la nostra carne per comunicarci il suo amore in modo tangibile.
Continuiamo a guardare come opera Dio.
Dio, spinto dall’amore verso l’uomo che ha fatto a sua immagine e somiglianza ha fiducia in lui e perdona perché sa che la riabilitazione porta l’uomo a rifarsi una vita, vale a dire a passare dalla morte alla vita.
Imparare a perdonare è un cammino di crescita, un percorso di vita per noi e per gli altri.
Ma dove dobbiamo esercitare il perdono?
Sicuramente nella comunità di cui facciamo parte a cominciare dalla più “prossima”, che è quella in cui siamo nati o quella che abbiamo con il nostro coniuge formato.
Dio ha scelto di incarnarsi in una donna,ma ha avuto bisogno di due sì, quello di Maria e quello di Giuseppe .L’accordo è fondamentale per far incarnare e rendere presente Gesù.
Gesù ha scelto di vivere in una famiglia, i cui membri erano legati tra loro attraverso l’amore a Dio e all’altro.Nella Sacra Famiglia i membri erano sottomessi a Dio e sottomessi l’uno all’altro.(Maria era sottomessa a Giuseppe Gesù a suo padre e a sua madre ecc.)
Oggi la famiglia che fa notizia è quella che non funziona.Lo stato,a corto di famiglie su cui legiferare, si propone di aumentarne il numero legittimando quelle di fatto.Le famiglie oggetto di discussione sono quelle che non danno garanzie ma le pretendono dallo stato, quelle che non pensano che l’indissolubilità sia un valore, che la diversità sia una risorsa, che la stabilità un’assicurazione a tempo indeterminato per la felicità dei figli..
Il Dio in cui crediamo è un Dio famiglia, è Dio Trinità, un Dio che ha creato l’uomo a sua immagine, maschio e femmina, perché della diversità facesse una ricchezza, chiamati il maschio e la femmina a continuare la sua opera creatrice.
Il Dio della Bibbia è padre e madre, fratello e sposo e ci ha dato la vita perché fossimo a tutti gli effetti figli ed eredi del suo patrimonio di grazia e di amore.Il suo è un linguaggio familiare.
La famiglia in cui Dio ci ha chiamati è caratterizzata dall’amore profuso gratuitamente ad ogni uomo, chiamato di volta in volta “figlio”,”fratello”,”sposo”.
(Appartenere ad una famiglia significa essere una di queste cose.)
Dio testimonia il suo amore con la fedeltà alla promessa, al vincolo, all’alleanza che ha stretto con l’uomo, alleanza unilaterale, alleanza che con lo spirito Santo effuso da Cristo l’uomo è in grado di non rompere.La disponibilità al perdono non sette ma settanta volte sette è garanzia di stabilità e di realizzazione della promessa.
La famiglia, luogo privilegiato scelto da Dio per fare della diversità una ricchezza, della crisi una risorsa, dell’unione una possibilità di vita, ha bisogno di persone che attingano direttamente alla fonte dell’amore, per metterlo in circolo lì dove i serbatoi sono vuoti.
Alla famiglia ha dato il compito di trasmettere la vita, di continuare la sua opera creatrice..
L’uomo è uno e se impara a perdonare non farà differenza fra il fratello con cui si incontra una volta alla settimana e il marito o la nuora o la cognata che hanno comportamenti imperdonabili
Il perdono più difficile è quello che si dona a chi ci ha tradito, ha tradito la comunione, chi ha tradito la nostra fiducia, chi ci parla alle spalle, chi non riesce ad essere buono.
La volontà concreta di perdonare porta al perdono con l’aiuto di Dio.
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Sfogliando il diario…

“Ogni albero si riconosce dal suo frutto” ( Lc 6,44)
Hai ragione Signore a dire queste cose, a ricordarcele, a farci prendere coscienza che siamo responsabili dei frutti che nasceranno dal nostro albero per 4 generazioni.
Stiamo vivendo l’esperienza amara di chi ci ha lasciato in eredità l’incompetenza più o meno colpevole a prenderci cura del nostro albero, l’irresponsabilità di tante azioni che mai avremmo pensato avrebbero avuto una ricaduta sulle nostre generazioni future.
E invece abbiamo dovuto ricrederci e prendere coscienza che le colpe dei padri ricadono sui figli e che non basta solo piantare, ma anche e soprattutto curare la pianta con ogni sforzo, sacrificio, chiedendo a te aiuto e sostegno , indicazioni certe e veritiere per tutto ciò che occorreva perchè la pianta non seccasse e desse buoni frutti.
Non l’ha fatto chi ci ha preceduto, non l’abbiamo fatto noi, per cui oggi ci troviamo a pagare le tasse su una terra un tempo fertile e feconda di cui ci siamo disinteressati, pensando che anche senza di noi avrebbe continuato a dare frutti buoni e succulenti.
Non sappiamo Signore se siamo ancora in tempo per rimediare, non per noi, ma per quelli che ci seguiranno, confidiamo nel tuo aiuto Signore, confidiamo nella tua misericordia perchè la maledizione si cambi in una benedizione.
Vogliamo benedire Signore quello che resta, è poco, in quanto a valore, benedire quello che manca alla nostra perfezione che è immensamente grande, vogliamo benedire quel poco che ci è rimasto e vogliamo metterlo ai piedi del tuo altare.
Lo consegnamo nelle mani di Maria che saprà anche , come madre fare una cernita di ciò che a te è gradito e sfrondare le foglie e i rami infruttuosi del nostro orgoglio con cui cerchiamo di coprire la nostra inadeguatezza.
Questa mattina voglio meditare e pregare sulla nostra responsabilità nei confronti della storia presente e futura dei nostri figli, dei nostri fratelli.
Continuerai ad avere pietà Signore? Cambierai il nostro lutto in gioia?
Non lo meritiamo, ma confidiamo nella verità della tua parola. tu l’hai detto, tu lo farai.
Siamo gli operai dell’ultima ora, Signore.
Non vogliamo piangere su quello che abbiamo perso, ma su quello che abbiamo guadagnato scegliendo di lavorare per te.
Lode e gloria a te Signore Gesù!

Frutto

“Ogni albero si riconosce dal suo frutto” ( Lc 6,44)

Hai ragione Signore a dire queste cose, a ricordarcele, a farci prendere coscienza che siamo responsabili dei frutti che nasceranno dal nostro albero per 4 generazioni.
Stiamo vivendo l’esperienza amara di chi ci ha lasciato in eredità l’incompetenza più o meno colpevole a prenderci cura del nostro albero, l’irresponsabilità di tante azioni che mai avremmo pensato avrebbero avuto una ricaduta sulle nostre generazioni future.
E invece abbiamo dovuto ricrederci e prendere coscienza che le colpe dei padri ricadono sui figli e che non basta solo piantare, ma anche e soprattutto curare la pianta con ogni sforzo, sacrificio, chiedendo a te aiuto e sostegno , indicazioni certe e veritiere per tutto ciò che occorreva perchè la pianta non seccasse e desse buoni frutti.
Non l’ha fatto chi ci ha preceduto, non l’abbiamo fatto noi, per cui oggi ci troviamo a pagare le tasse su una terra un tempo fertile e feconda di cui ci siamo disinteressati, pensando che anche senza di noi avrebbe continuato a dare frutti buoni e succulenti.
Non sappiamo Signore se siamo ancora in tempo per rimediare, non per noi, ma per quelli che ci seguiranno, confidiamo nel tuo aiuto Signore, confidiamo nella tua misericordia perchè la maledizione si cambi in una benedizione.
Vogliamo benedire Signore quello che resta, è poco, in quanto a valore, benedire quello che manca alla nostra perfezione che è immensamente grande, vogliamo benedire quel poco che ci è rimasto e vogliamo metterlo ai piedi del tuo altare.
Lo consegnamo nelle mani di Maria che saprà anche , come madre fare una cernita di ciò che a te è gradito e sfrondare le foglie e i rami infruttuosi del nostro orgoglio con cui cerchiamo di coprire la nostra inadeguatezza.
Questa mattina voglio meditare e pregare sulla nostra responsabilità nei confronti della storia presente e futura dei nostri figli, dei nostri fratelli.
Continuerai ad avere pietà Signore? Cambierai il nostro lutto in gioia?
Non lo meritiamo, ma confidiamo nella verità della tua parola. tu l’hai detto, tu lo farai.
Siamo gli operai dell’ultima ora, Signore.
Non vogliamo piangere su quello che abbiamo perso, ma su quello che abbiamo guadagnato scegliendo di lavorare per te.
Lode e gloria a te Signore Gesù!

IL SIGNORE DEL SABATO

VANGELO (Lc 6,1-5)
Dio non si preoccupa di se stesso, ma dell’uomo.
Sa infatti che senza di Lui morirebbe.
Il sabato, secondo il racconto biblico, Dio si era riposato.
Perciò questo giorno prevedeva la sospensione di qualsiasi lavoro, per essere completamente disponibili per Dio.
Ma con il tempo le pratiche religiose avevano fatto perdere di vista il senso del riposo.
Gesù è venuto per farci entrare efficacemente nel riposo di Dio.
Infatti, pur osservando il sabato in tante occasioni riportate dai Vangeli, si sente libero di non seguirne i precetti, quando questi non corrispondono alla verità ad essi sottesa.
E’ l’uomo ad avere bisogno di Dio e non viceversa.
Attraverso l’Eucaristia, è Lui che ci dona ciò di cui abbiamo bisogno per avere vita e dare vita.
Non a caso resuscitò il giorno dopo il sabato, la nostra domenica, che per gli Ebrei era un anonimo inizio di settimana, un lunedì qualsiasi.
La domenica Dio ci risuscita, per farci vivere bene tutti i giorni della settimana, immettendoci nel Suo tempo.
L’infinito riposo che il Creatore ha deciso di donare ad ogni creatura, attraverso la Nuova Creazione a cui ha dato inizio Cristo Gesù.

B.V.Maria Addolorata

” Donna ecco tuo figlio! “(Gv 19,26)
Oggi Signore ci doni tua madre, il dono più grande che potevi farci dopo il sacrificio consumato sulla croce.
Tu ci doni non una madre qualsiasi, ma tua madre, colei che fu resa degna e considerata degna di accoglierti nel suo seno, di dirti di sì, nella più perfetta umiltà, alla nostra redenzione.
L’hai chiamata “donna” e non “madre” tutte le volte che di lei o a lei hai parlato.
Questo tuo atteggiamento mi ha sempre destabilizzato, come se tu volessi prendere le distanze da lei come se non corrispondesse in maniera adeguata al tuo amore per lei.
Ma niente tu fai a caso, né parole ingiuste escono dalla tua bocca.
L’amore tu lo hai mostrato fino all’ultimo, l’amore perfetto, che non considera mai suo quello che di più prezioso ha, ma lo dona con gioia a chi ne ha bisogno.
E noi Signore, anche se non ce ne rendiamo conto, abbiamo molto più bisogno di te, di una madre che ci accompagni, ci guidi, ci rimbocchi le coperte, non ci faccia perdere di vista te l’orizzonte entro il quale dobbiamo vivere la nostra vita, reindirizzare le nostre fragili imbarcazioni.
Lei sa di cosa di cosa abbiamo bisogno, perché tu l’hai associata alla tua incarnazione, alla tua passione, alla tua morte e alla tua resurrezione.
” Anche a te una spada trafiggerà l’anima ” disse il vecchio Simeone in un momento di grande esultanza, di commozione, quando tu fosti portato al tempio, per essere presentato a Dio, a colui dal quale eri venuto e al quale dovevi tornare.
Maria ci accompagni sempre in questo pellegrinaggio terreno, come ha accompagnato te mio Signore, con umiltà e discrezione ci ricordi i misteri della gioia, della luce, del dolore, della gloria, ci ricordi la tua vita e la sua vita, il suo percorso di luce e di mistero, di servizio umile e operoso alla tua sequela.
Ci illumini Maria, la stella a orientarci tra i flutti minacciosi di questo mare in tempesta e ci indichi il porto sicuro.
Signore grazie per questo dono che oggi la liturgia ci ricorda, ma che tu ci hai fatto da sempre e per sempre sarà a nostra disposizione, quando il vento soffia forte e spezzerà i rami degli alberi, dopo averli spogliati delle foglie, quando il terremoto sconvolgerà le nostre case di mattoni e noi non sapremmo dove abitare, quando il cielo si coprirà di nubi nere e la tempesta ci porterà lontano e ci chiuderà gli occhi, impedendoci di vedere dove stiamo andando.
Grazie Signore di questo dono grande che ogni giorno di più apprezzo, grazie perché ci hai dato una scala per salire fino a te.

Al centro l’uomo

“E’ Lui che noi annunciamo” (Col 1,28)
Annunciare te Signore, metterti al centro della nostra vita, questo è il nostro desiderio, questo l’orientamento della nostra vita.
Sappiamo che così facendo facciamo più il nostro interesse che il tuo.
Tu sei perfetto, sei Dio e non hai bisogno di nulla, perchè significherebbe che ti manca qualcosa e questo contraddirebbe la tua identità.
Siamo noi ad aver bisogno di te, un bisogno purtroppo non riconosciuto, perchè identifichiamo il nostro bene in ciò che ci piace e che ci fa stare bene senza fatica e senza dover aspettare.
Vogliamo tutto e subito, gratis, vogliamo decidere autonomamente dove andare e con chi.
Non ci fidiamo di te Signore perchè il seguirti comporta sacrificio, attenzione, pazienza, orecchi, occhi e cuore aperti alla novità che ogni giorno ci metti davanti.
Siamo purtroppo ingessati nei nostri giudizi e pregiudizi, nei nostri ragionamenti sempre uguali, le nostre logiche umane che contrastano con quello che tu dici e fai.
Signore quante volte , pur avendo sperimentato quanta verità c’è nelle tue parole, me ne allontano e antepongo a te i miei interessi, i miei desideri che non corrispondono ai tuoi!
Quando questo succede la conseguenza è la perdita della serenità e della pace che connotano i tuoi figli che vivono nella consapevolezza di esserlo realmente.
Così, come accade in una partita di calcio, quando l’arbitro dice di mettere la palla al centro, mi dico che, se sto male, è perchè ti ho messo in un angolo e non ti permetto di operare per il mio bene.
Tu nel vangelo di oggi mostri ai farisei e agli scribi chi mettere al centro.
Paradossalmente non ti metti tu che ne hai tutto il diritto, ma metti l’uomo, un uomo che ha bisogno di aiuto nel giorno di sabato in cui non era permesso guarire un malato.
Signore l’uomo dalla mano inaridita sono io che non riesco a lasciarmi andare per aprirla ed accogliere il dono del tuo amore che ci fai attraverso l’Eucaristia.
La domenica, a differenza del sabato ebraico, è un giorno speciale, un giorno in cui le mani devono bere di aprirsi e di muoversi per venire a prendere da te ciò che ci serve per la giornata che stiamo vivendo per la settimana che comincia.
Oggi, leggendo il vangelo, per la prima volta non ho pensato all’avarizia di chi vuole tenere tutto per sè, e al dovere del cristiano di soccorrere i bisognosi.
Grazie Signore, perchè il tuo gesto mi ha mostrato che per te non è importante la legge, ma l’uomo, che tu hai messo al centro di tutta la creazione, perchè viva del frutto delle sue mani in un costante rendimento di grazie.
Apri le nostre mani inaridite, trasformale in coppe capienti per prendere e non disperdere i tuoi doni che non ti stanchi mai di farci recapitare, se ci lasciamo provocare e convocare da te, al centro della nostra umana fragilità, del nostro limite.
Tocca e guarisci Signore le nostre rigidità, rendici capaci di abbracci lasciandoci abbracciare da te.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

” abbiate piena conoscenza della sua volontà” (Col 1,9)
Signore sono qui con la stanchezza sulle spalle, con il corpo martoriato dalla fatica di vivere questa vita avara di compensi, di gioia, sono qui dopo che anche di notte i sogni mi hanno ricordato la mia inadeguatezza e i no con i quali mi scontro ogni giorno. Sono qui Signore approfittando del silenzio e della pace di quest’ora per mettermi in contatto con te, per entrare nella tua casa e farti entrare nella mia sì da essere una sola cosa con te.
So che chiedo troppo Signore, ma non c’è strada da me conosciuta che mi permetta di scrutare il tuo volere.
Quanto vorrei essere così intima a te per conoscerlo e farlo mio!
Come vorrei che i miei desideri coincidessero con i tuoi!
Quante volte, specie in questi ultimi tempi mi sembra che mi sono affaticata invano, che ho speso le energie in modo sbagliato, inconcludente, quante volte rimetto in discussione il mio rapporto con te, perchè non mi sembra di ricevere quel pane quotidiano che ti chiedo nel Padre nostro.
Forse sbaglio a chiedere perchè non conosco la tua volontà e la mia preghiera è incentrata su ciò che io ritengo un bene, ma non tu.
Certo Signore che la strada che sto percorrendo mi sembra sempre più in salita, irta di ostacoli, faticosa.
Io ti voglio Signore, ti cerco con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta me stessa, ma non riesco a inserirmi con gioia nel tuo progetto di salvezza per quanti sforzi io faccia.
Non posso dire che l’effetto delle mie azioni non produca il bene sulle persone che tu mi affidi, le persone che mi metti sul cammino, ma a me cosa resta, quale il guadagno?
Il dolore è lo stesso ieri, oggi, domani.
La malattia lungi dal darmi tregua si rafforza nei sintomi che mi straziano la carne.
Così cerco compensi nel plauso e nella fama, cerco i ” mi piace” che mi fanno sentire viva, che mi danno il termometro della considerazione del mondo.
Tutto questo non mi appaga, non mi rende felice se non per un momento.
Come vorrei tenere sempre gli occhi fissi a te, mettere te al primo posto, non sostituirmi a te per nessun motivo, imparare a tacere e a parlare nel tempo opportuno con le tue parole e non con le mie sì da non insuperbire per la luce riflessa.
Signore mio Dio ieri sera, eri molto arrabbiato quando ci hai ricordato che non ami sacrifici che sfociano nella glorificazione del nostro io, tanto arrabbiato che ci hai colto di sorpresa quando hai detto, concludendo l’invettva contro quelli che sacrificano a dei stranieri, a idoli muti, ” Su venite, discutiamo. Anche se i vostri peccati fossero di colore scarlatto.. io non chiuderò il mio cuore e potremo insieme ricominciare il cammino alleati”
Queste parole ci hanno aperto il cuore dopo che tu ci hai fatto vedere lì dove era il nostro cancro, la pustola che infettava tutto il corpo. Ti abbiamo chiesto l’umiltà di riconoscerci peccatori, l’abbiamo chiesta a Maria scelta perchè maestra di umiltà, segno di uno svuotamento totale di sè, per portare alla luce te.
Oggi Signore rinnovo il mio sì a compiere la tua volontà che è volontà di bene, a chiederti con più insistenza di farmi conoscere il mistero del tuo volere, ad aprirmi il senso delle parabole come ci hai indicato nella preghiera che il pomeriggio abbiamo fatto con i tuoi amici nel piccolo cenacolo allestito a casa mia.
Ti ringrazio Signore di tutti gli stimoli che mi hai dato per riflettere sull’autenticità del mio amore. Ti ringrazio per tutte le persone che mi hai messo accanto per sentirmi famiglia , ti ringrazio di tutto ciò che desidero e che tu vuoi che desideri. Aiutami Signore a cogliere in questa giornata i fiori di cui cospargi il mio cammino e a non calpestarli, ma a ricordarne il colore e il profumo per la tua gloria e per la mia salvezza.