“Amerai il tuo prossimo come te stesso”(Mt 22,39)

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”(Mt 22,39)
SFOGLIANDO IL DIARIO…
9 ottobre 2017

lunedì della XXVII settimana del TO
 
“Chi è il mio prossimo?”(Lc 10,29)
Me lo chiedo oggi che rileggo questa Parola alla luce delle mie esperienze prima e dopo aver incontrato il Signore.
Il rispetto, la solidarietà nei confronti dell’altro, dei più deboli e bisognosi l’ho succhiato penso dalle mammelle di mia madre, nutrita prima dal suo liquido amniotico.
Davanti agli altri il nostro desiderio, il nostro bisogno scompariva, senza discussioni, perchè, non lo so nè me lo sono mai chiesto, così ci aveva insegnato mia madre…, chiunque bussava alla nostra porta aveva un pezzo di pane, un piatto di minestra, un letto.
Così noi bambini spesso ci ritrovavamo a dormire per terra o a dire che non avevamo fame, se quello che si offriva all’ospite, la parte migliore, non ce lo potevamo permettere tutti.
Mi dette una grande lezione di umanità mio padre, quando, durante la guerra, accolse nella casa dove eravamo sfollati, i parenti anziani o disabili o senza lavoro della famiglia di mamma, ma specialmente quando si oppose alla decisione dei cognati, fratelli di mia madre, di mettere nonna in un ospizio.
In sei o in sette le cose non cambiano quando si è abituati a prendere calore dalla vicinanza dell’altro.
Eravamo 4 figli quando accadde e tutti abbastanza grandi da necessitare almeno di un piano d’appoggio per studiare e di un letto, di una sedia, che non c’erano nella misura degli abitanti della casa.
Papà puntò i piedi e si prese cura di nonna tutto il tempo che visse e più di mamma, perchè fu messo anzitempo in pensione per via di un infarto, mentre mamma lavorò come insegnante fin quasi alla morte.
Dipendenza affettiva, la chiamano, almeno quella che aveva mia madre e che mi toccò in eredità come anche la paura di rimanere sola, con conseguenti e ripetute crisi di panico.
Mamma era talmente esercitata nell’arte della crocerossina che si dimenticava a volte di avere figli incidentati, bisognosi di aiuto, specialmente bisognosi di abbracci.
Così sono andata avanti, con il mondo sulle spalle come Atlante, con la convinzione che io e solo io potevo salvarlo.
Senza rendermene conto, era per me naturale aiutare le persone a risolvere i problemi, scambiando purtroppo i miei con i bisogni altrui.
Oggi il vangelo mi dà l’opportunità di riflettere su chi è il mio prossimo e per la prima volta mi viene in mente Antonietta, vittima di infami imboscate davanti alla quale come il levita o il sacerdote sono passata senza neanche sollevare lo sguardo per posarlo sulle sue ferite, senza farmene carico affidandola a chi più di lei sapeva e poteva.
Antonietta, nonostante avesse incontrato il Signore, non ancora aveva sentito su di sè il Suo sguardo di compassione, l’olio della Sua tenerezza versato sulle sue ferite, forse perchè pensava di non averne e continuava a cercare lontano Chi le stava così tanto vicino….
Poi è accaduto, di recente, nell’ultimo viaggio della speranza, di fermarsi davanti al tabernacolo di una chiesa fino ad allora sconosciuta: la Basilica di Santa Beretta Molla, dove si era data appuntamento con amici reali, anche se conosciuti attraverso il mondo virtuale.
Non volevo correre il rischio dal viaggio a Milano, per il consulto con un famoso professore, di riportarmi un pugno di mosche, visto come vanno a finire, da 50 anni che giro, questi appuntamenti onerosi e mai risolutivi.
Così ce ne siamo dati un altro di appuntamento, di riserva, con Ric, Aurora ( la madre) , Daniela e Rosella, moglie di Carlo un carissimo amico blogger, morto all’improvviso.
Rosella nessuno l’aveva mai incontrata di persona, pur essendo lei diventata nostra carissima amica.
Una giornata all’insegna della gioia e della gratitudine a Dio per tanta grazia, tante coincidenze favorevoli per ritrovarci in un luogo così distante da casa mia ma anche da casa loro, ma sentito più che mai vicino ai nostri cuori.
Mi hanno accolta e trattata come una regina, mi hanno fatto sentire leggera e bella, nonostante la mole con carrozzella incorporata.
Nessuno mai mi aveva dato così tanta importanza, mai avevo ricevuto tante attenzioni gratuite, non sentivo di meritarle, ma avevo bisogno di aprire il cuore a chi mi stava aspettando.
Non so quanto tempo ho pianto a dirotto, forte in quella chiesa, davanti a quel tabernacolo dove volevo credere che ci fosse Lui a sentirmi, affiancata dalla Santa Gianna Beretta Molla, che sentivo alitarmi vicino.
In quel pianto c’era tutto, il mio dolore e la mia gioia, il mio tormento e tanta stanchezza, c’era il dubbio e c’era la fede. cercata ad ogni costo… ma specialmente c’era quel potersi permettere di mettere a nudo la propria fragilità, il fallimento, la stanchezza di tanta strada percorsa invano e il naufragio di ogni speranza e la certezza che c’era ancora una barriera da abbattere… la porta di quel tabernacolo…. la tenda che mi divideva dagli uomini e da Dio, da mio figlio, dalla sua famiglia e dai miei parenti più prossimi, il marito, la sorella, le sorelle, i fratelli….
Chissà perchè mi riusciva così bene amare a distanza, prendermi cura delle persone senza mai prenderle in braccio, come ho fatto con mio figlio, come ho fatto con i miei nipoti.
Senza usare le braccia per tanto tempo ho servito la famiglia, la scuola, gli amici…. senza toccarli, ho fatto tutto il possibile e anche l’impossibile per aiutare chi era nel bisogno.
Mia madre mi diceva che i figli si baciano la notte mentre dormono, perchè non se ne devono accorgere.
Non si devono lodare perchè poi se la credono, non si deve mai dire che sono belli, perchè poi diventano vanitosi.
Con mio figlio e con mio marito ho agito così, attraverso una cortina dietro la quale mi nascondevo.
La porta del tabernacolo quel giorno era come se fosse aperta, perchè non ho fatto fatica a sentire lo sguardo, le orecchie, tutto il corpo di Cristo teso ad ascoltarmi…e non erano parole, ma singhiozzi e non avevano nè soggetto, nè predicato verbale quel fiume in piena di lacrime uscite dal profondo del cuore.
I miei amici in fondo alla chiesa sono rimasti in silenzio, in preghiera, mentre mio marito mi accarezzava e la Santa della famiglia ( Santa Gianna Beretta Molla), quella donna ritratta sull’altare laterale pieno di ex voto, scarpette, bavaglini, cuffiette, a testimoniare che la sua intercessione era andata in porto.
Ma mentre ci dirigevamo al luogo convenuto per l’incontro con gli amici del Web, di carne non inventati, mi chiedevo se a questa santa potevo chiedere il miracolo.
Le avevo provate tutte con gli uomini, medici più o meno illustri, l’ultimo la sera prima per cui avevo affrontato il viaggio fino a Milano per riportarmi un pugno di mosche in mano.
Malattia psicosomatica non è bello sentirselo dire, se stai su una sedia a rotelle, se sei straziata giorno e notte da dolori inenarrabili, se la tua vita è diventata un incubo da cui vorresti solo fuggire.
Eppure mi avevano vivisezionata in 50 anni di peregrinazioni, per trovare la causa di tanto male.
Alcuni per rimuoverlo avevano lasciato il segno, limitando la funzione dell’organo toccato.
Malattia somatoforme l’ha chiamata il guru di turno, l’ultimo in ordine di tempo, consigliandomi… lasciamo perdere, tanto non ci vado a 73 anni a fare un ricovero al Pio X di Milano dove alla terapia del dolore è associata una psicoterapia con i fiocchi.
Se c’è una che non si è mai tirata indietro per rimettersi in discussione, che si è sottoposta a tutto ciò che mi veniva consigliato per liberare e mettere ordine al mio cervello, quella sono io.
Poi ho incontrato il Signore e ho constatato che nel vangelo si trovano i migliori spunti per riflettere, interrogarsi e mettersi in cammino, cambiando posizione.
Di psicologi non ne ho più cercati, perchè quando non riesco a fare quello che mi dice il Signore, chiedo aiuto a Maria, ai suoi santi, a tutti gli intercessori che mi caricano sul loro giumento.
Ma se uno nasce senza le braccia, metaforicamente, s’intende, a meno di miracolo non ti crescono o se ti crescono sono malate, deboli, doloranti.
Padre Carlo durante una delle ultime confessioni mi aveva detto che Antonietta doveva imparare ad amare Antonietta, prima di tutto.
La cosa più complicata da fare almeno per me.
Mia madre mi ha amato dandomi da mangiare e comprandomi stoffe per realizzare vestiti adatti a coprire la ciccia inevitabile, ma non mi ha mai abbracciato….e neanche gli altri miei educatori a cui sono stata affidata.
In quel pianto davanti all’altare di Dio ho invocato il suo abbraccio di Padre, di Fratello, di Sposo, ho chiesto un incontro ravvicinato per sentire il suo cuore battere sul mio, le sue mani accarezzarmi per asciugare le lacrime.
La Santa della famiglia qualcosa stava facendo anche per me.
Tutto può l’Amore.
Annunci

Dove sei?

3b507-chiesa-devastata-111016184001_medium

Il Signore è vicino a chiunque lo invoca (Salmo 144)

Ci sono tanti tipi di digiuno, alcuni li chiamano diete, ma non è il nostro caso.
C’è gente che digiuna per necessità e non per scelta come avviene quando decidi di fare la cura dimagrante.
Il digiuno ti costringe a fare a meno di tante cose che vorresti mangiare, che ti piacciono che molto probabilmente ti farebbero bene se avessi la possibilità di procurarti il cibo che ti manca.
Ma il digiuno più terribile è il digiuno di Dio, quella situazione in cui lo cerchi ma non lo trovi, situazione in cui l’attesa si fa estenuante e ti perdi d’animo e ti scoraggi perchè il demonio ci inzuppa il pane quando ti demoralizzi e perdi la speranza e non trovi il senso a tanto soffrire.
E’ ciò che mi sta capitando questa mattina in particolare, ma sono giorni che dentro covo la ribellione, contro Dio che sembra avermi abbandonato.
Mi ripeto che non è possibile, mi ripeto che verrà non tarderà ma il mio cuore è triste fino alla morte, oppresso dai pensieri più cupi.
Neanche la Sua Parola oggi è stata in grado di aprire un varco al mio male, al mio dolore che mi ha fiaccato le membra.
Com’è possibile che questo deserto sia così vasto, interminabile, senza oasi e senza riparo, un deserto che fa da sfondo al mio male che mi perseguita giorno e notte?
Non si può camminare nè stare fermi quando il corpo è così sofferente, i lacci lo stringono e gli tolgono il respiro, il fuoco divora la carne, si consuma nella fornace accartocciandosi come fosse legna da ardere.
Nella fornace i tre giovani lodavano Dio mentre angeli versavano acqua intorno a loro sì che le fiamme non lambissero neanche una frangia del loro mantello.
Perchè io vivo una situazione così drammatica? Perchè Signore non mandi un angelo anche a me per darmi ristoro in questa prova così superiore alle mie forze?
Mi sento venir meno e non mi viene nè di lodarti nè di ringraziarti.
Perdonami se non ci riesco, perdonami se non accolgo con gioia la tua visita se è vero che tu sei in questo dolore, in questo sconforto, in questa battaglia.
Ti sento lontano Signore e con affanno sto cercando di aggrapparmi a tutto ciò che potrebbe portarmi a te, ma mi sfuggono dalle mani tutti gli appigli.
Ho invocato Maria, San Giuseppe, i tuoi angeli e poi non ricordo, ma le ho percorse tutte le strade che conosco per arrivare a te.
Questa mattina la tua parola non mi è stata di aiuto nè di conforto, perchè parlava di qualcosa che se stai male non ti interessa.
Quando il corpo si ribella in questo modo c’è poco da fare, pensi solo a liberarti da questo fardello, cerchi solo una tregua a tanto soffrire.
Il prossimo in queste situazioni non posso aiutarlo, non so aiutarlo, e mi sembra che parliamo due lingue diverse.
Io non ti capisco Signore, purtroppo questa mattina.
A dire la verità non sono in grado di connettere tanto mi sento male.
Tu lo vedi, tu lo sai, non c’è bisogno che te lo dica.
A volte mi è capitato, per grazia di pensare che il mio corpo è il tuo corpo, il mio dolore è il tuo dolore e mi sono calmata e una pace mi ha inondato il cuore.
Questa mattina non ci riesco anche se ieri ho fatto una riflessione che associava la mia esperienza alla tua.
Mi sentivo indegna e anche blasfema nel raccontarla ma voglio farne memoria.
Ieri mattina più che il dolore fisico mi angosciava la solitudine a cui ero condannata. Lo sposo, il figlio, i fratelli li sentivo lontani.
Ho pensato a quanto tu avevi sofferto e soffri ancora per i figli lontani.
Mi sono immaginata alla finestra, come te che aspettavi il ritorno del figliol prodigo e a tutto quello che tu avevi fatto per noi e a tutto quello che io avevo fatto per testimoniare l’amore a quelli che si sono allontanati dalla mia casa.
Ho pensato che un dio non dovrebbe soffrire, non potrebbe soffrire, perchè la sofferenza ti toglie la pace, la serenità, la gioia di esistere. Io sono una creatura ed è normale che la lontananza, la divisione non per mia volontà della persone a cui continuo ad essere legata mi fa star male. Ma tu sei Dio e niente ti manca.
Almeno così ho studiato sui libri di filosofia e anche di religione.
Come è possibile che tu viva sereno mentre non trascuri niente per far tornare i tuoi figli a casa a costo di stare sempre sveglio?
Non ti stanchi Signore di bussare alle nostre porte, di aspettare come un mendicante che ti diamo la nostra brocca perchè tu la possa riempire? Non ti stanchi Signore a percorrere le strade del mondo mostrandoti affamato, assetato, nudo, carcerato, malato perchè ci muoviamo a compassione?
Signore ma tu non ti scoraggi mai? Tu che sei l’Onnipotente, il Santo, l’Essere perfettissimo Creatore e Signore del cielo e della terra non sei ancora stufo di noi che non ti corrispondiamo, che non ci fidiamo di te anche se ci hai tratto più di una volta dalle sabbie mobili?
Cosa Signore ti fa ancora sperare che il tuo progetto si realizzi?
Sono tanto scoraggiata Signore questa mattina e non so a chi rivolgermi per essere aiutata. Non ho che te, conosco solo te e solo da te aspetto l’aiuto. Mandalo dai tuoi cieli santi Signore, fa presto non tardare!
“Forse mi passa se abbraccio qualcuno!” disse Giovanni in piena crisi d’asma.
Mandami qualcuno da abbracciare Signore, forse funziona.

“Forse mi passa se abbraccio qualcuno!”

98a4b-pregare

” Amerai il prossimo tuo come te stesso”
(Mc 12,28-34)

Non è facile amare tutti Signore, si fa fatica a perdonare a ricambiare il male con il bene, a passare sopra a tante ingiustizie, cattiverie, tradimenti. Non è facile e a volte addirittura impossibile percorrere le vie della riconciliazione, non è umano mi viene da dire.
Quando ai fidanzati che si preparano a ricevere il Sacramento del matrimonio diciamo che devono essere pronti a perdonare il coniuge anche se tradisce ,c’è una ribellione, un rifiuto a prendere in considerazione questa che sembra una postilla, un optional di cui non tenere conto.
Salvo poi mettersi l’anima in pace pensando che a loro non può accadere perchè si amano e l’ipotesi quando sono innamorati non li riguarda per niente.
Molti di quelli che si sentivano sicuri del loro amore si separano a causa di un tradimento.
Signore se non ci fossi tu sicuramente avrei fatto terra bruciata intorno a me in nome della mia giustizia che non contempla la debolezza, il limite dell’altro, ma solo il mio diritto ad essere amata, rispettata, per quello che sono, che faccio, dico, dono.
La cosa più brutta è l’ingratitudine, sentirsi scontati, invisibili per quelli che hai beneficato.
E’ un vero tormento.
Eppure tu Signore metti al primo posto il comandamento dell’amore che è la garanzia di qualsiasi progetto finalizzato alla sicureza tua e nostra.
Sembra strano che tu Signore ci chieda di metterti al primo posto, di anteporti a qualsiasi persona o interesse perchè le nostre azioni vadano in porto.
Potrebbe non interessarci la tua proposta di essere tuoi discepoli, vale a dire di seguirti, rinnegando tutto e sollevando sulle nostre spalle la croce, l’unico bagaglio consentito per affrontare il cammino della vita.
Quando pensiamo alla croce ci vengono in mente tutti i problemi che abbiamo che non possiamo risolvere, tutte le cose che ci schiacciano e ci impediscono di fare quello che ci pare e piace.
Il peso più grande che non riusciamo a portare è la nostra incapacità di amare, di benedire quelli che ci maledicono, di ringraziarti per tutto ciò che ostacola la realizzazione dei nostri progetti, che fa naufragare le nostre aspettative.
Il nostro poco amore Signore ci toglie la pace, ci rende la vita un inferno.
Sperimentiamo ogni giorno l’incapacità o la cattiva volontà delle persone di amarci e non ci mettiamo mai in discussione.
Sono gli altri a farci soffrire, gli altri che ci hanno fatto diventare aridi, egoisti e soli.
Gli altri…
Poi scopriamo per grazia che tu sei l’Altro, in te possiamo riconciliarci con il mondo intero senza fatica, perchè ti sei caricato sopra le spalle tutte le nostre croci, il nostro piccolo amore e lo hai trasformato assumendolo sulla tua carne in occasione di vita.
“Forse mi passa se abbraccio qualcuno!” disse Giovanni in piena crisi di asma e tu Signore ci fai le catechesi attraverso i bambini e ci dici di sollevare lo sguardo al crocifisso dove nelle tue braccia troviamo la capacità di allargare le nostre e di accogliere e amare tutti quelli che ti stanno a cuore, vale a dire tutti quelli che sono vicini al tuo cuore.