” Il Signore aveva reso sterile il suo grembo” (1Sam 1,6 )

MEDITAZIONI SULLA
liturgia di lunedì della I settimana del TO
” Il Signore aveva reso sterile il suo grembo” (1Sam 1,6 )
Nella prima letura vediamo una donna che piange perchè non riesce a dare vita ad un figlio.
La scrittura dice che ” Il Signore aveva reso sterile il suo gembo”parlando della situazione incresciosa e dolorosa in cui si trovava Anna, la moglie preferita di Elkana a cui pensava bastasse lui per essere felice e si meraviglia del suo dolore.
A Dio siamo soliti attribuire la responsabilità di ciò che ci succede e il Vecchio Testamento conferma quanto si agita nel cuore umano.
Dio non ci manda i problemi, questo è difficile metabolizzarlo, anche se siamo ferrati nella fede e ogni volta a Lui pensiamo più che ad una persona che ci aiuta ad una persona che ci mette alla prova continuamente per testare la nostra fede e portarci alla perfetta conoscenza del suo amore salvifico.
Ci ho messo del tempo che non è così e che il dolore è entrato nel mondo con il peccato e che noi ne stiamo pagando le conseguenze.
Tutto l’agire di Dio è finalizzato prima di tutto a salvarci da morte sicura, ma questo non significa che non abbiamo bisogno di medicine, di degenze in ospedale, di tempo per guarire, non ci esonera dalle conseguenze di malattie che lasciano segni indelebili sul corpo mortale.
Molto spesso capita che non ritroviamo più la salute di un tempo e ce ne rammarichiamo come se fosse cosa scontata e dovuta.
Sembrerebbe quindi che i nostri sforzi sono inutili, che Dio non tratta le persone tutte allo stesso modo e quindi è un Dio ingiusto, che in modo arbitrario governa e condiziona la nostra storia senza lasciarci la libertà di scegliere.
Un tempo mi funzionavano le gambe e le braccia, gli occhi, le orecchie non avevano problemi e i denti potevano triturare anche le cose più dure.
Un tempo mi piaceva camminare, correre, giocare a racchettoni sulla spiaggia, fare il bagno al mare, guidare la macchina spingendo fino in fondo l’acceleratore, mi piaceva fare i sorpassi azzardati sulle strade tortuose e in salita che mi portavano sul luogo di lavoro.
Un tempo riuscivo in men che non si dica a preparare pranzi e cene e feste per tante persone che si presentavano all’improvviso.
Un tempo mi sentivo onnipotente perchè avevo l’impressione di essere come la dea Kalì, una donna con tante braccia e i miei eroi con i quali mi identificavo erano i titani che avevano tentato di scalzare Giove dall’Olimpo, per sostituirsi a lui.
Pur essendo stati puniti in modo esemplare la loro superbia non venne meno.
La mitologia pur se ci racconta fatti inventati, ci insegna a leggere la nostra storia senza farci illusioni.
” L’uomo crede di essere dio ma non è Dio” lo sapevano anche quelli che non ancora avevano incontrato il Signore, il Dio di Gesù Cristo, perchè non ci vuole molto a capire che tutto finisce e che di te può rimanere solo il ricordo come diceva Foscolo, se hai chi ti ha innalzato una tomba che superi la furia degli elementi e l’inclemenza del tempo o qualcuno che abbia immortalato le tue gesta in un libro, sempre che non vadano distrutti il libro e la memoria.
Il peccato originale è comune a tutte le culture, a tutte le genti e noi non abbiamo, purtroppo imparato la lezione….a meno che non ci mettiamo in ascolto di ciò che la nostra storia ci insegna.
Già la nostra storia, il più bel libro che Dio ci ha consegnato da leggere e meditare.
Siamo abituati a ricordare ciò che ci è mancato e ciò che siamo stati capaci di fare da soli, senza l’aiuto di nessuno.
Se c’è una cosa che ci aumenta l’autostima e ci fa inorgoglire, una cosa che sbandieriamo come un trofeo è l’essere riusciti, basandoci solo sulle nostre forze, a superare tanti ostacoli e a diventare quello che siamo, migliori degli altri, grazie alla nostra forza di volontà, alla nostra caparbietà, bravura, intelligenza ecc ecc.
Io non so se a tutti capita di vivere la vita in questo modo e di leggerla così come ho detto.
A me è capitato, mai pensando a tutte quelle persone che avrei dovuto ringraziare perchè io salissi così in autostima.
Poi un giorno un bambino, figlio di una mia amica, parlando di Gesù così si espresse:” Quante cose si possono fare con Gesù”.
Sono caduta dalle nuvole lo confesso, perchè non avevo mai pensato che con Dio ci si potesse fare qualcosa, mentre ero certa che a Dio dovevo solo dare preghiere, suppliche, obbedienza.
L’alleanza con Dio la scoprii attraverso le parole di quel bambino,sperimentandone con il tempo l’efficacia.
Man mano che scendo dal mio piedistallo, man mano che consegno a lui ciò che mi rimane, mi sento capace di fare tutto ciò che il mio corpo ha smesso di fare, non funzionando come un tempo.
Gli organi preposti al suo funzionamento sono tutti da rottamare, ma incredibilmente funzionano molto meglio di prima per le cose che contano e che danno vita.
Non ho mai viaggiato così tanto come in queste notti di dolore , viaggiato nel presente di tanti fratelli che sono nella prova, nel passato di tanti che mi hanno preceduto e che prendono vita dalla mia offerta in espiazione dei loro peccati, perchè il mio corpo è diventato, per Sua grazia il Suo corpo, il mio dolore, il suo dolore e per questo è dolore salvifico.
Anche se vedo con un occhio solo e appannato per giunta, anche se la sordità è diventata grave, pure mi sembra che mai come ora il terzo occhio come lo chiama Giovanni, il mio nipotino, e il terzo orecchio aggiungerei io, funziona sempre meglio, è quello del cuore.
Il cuore è un organo a cui non ho dato mai tanta importanza, ma da quando la mia posizione, postazione preferita è quella di stare in braccio a Gesù come gli agnellini del vangelo, mi sfuggono poche cose, quelle sempre che contano, s’intende.
Così oggi, leggendo la storia di Anna e quella pretesa del marito di poterle bastare, e poi la chiamata dei primi discepoli, ho meditato sul fatto che non conta nè il marito, nè il padre nel caso dei figli di Zebedeo, nè le cose che possiedi. Non conta nulla se Dio non ce l’hai tanto vicino da sentire i battiti del suo cuore.
Solo così ti puoi accordare e puoi camminare in terra piana e sentire i fiumi che battono le mani quando passi in mezzo ad una terra che ha fatto spuntare i suoi germogli.
Il regno di Dio è vicino quando puoi, senza cambiare mestiere cambiare lo scopo per cui ti muovi.
Annunci

“L’anima mia magnifica il Signore” (Lc 1,46)

 preghiera2bdi2blode
“L’anima mia magnifica il Signore” (Lc 1,46)
Ringraziare per ciò che si è ottenuto è abbastanza facile ma non scontato, ringraziare e lodare il Signore a scatola chiusa è cosa straordinaria se non impossibile.
Maria, la prima dei salvati, accoglie il progetto di Dio sulla sua vita senza porsi domande, fidandosi completamente di Lui.
Anna magnifica il Signore perchè è stata esaudita nella sua preghiera e mantiene la promesa di consacrare il figlio al Signore.
Due esplosioni di gioia che escono dalla bocca di due donne che in modo diverso sono state scelte da Dio per realizzare il suo progetto d’amore su tutto il popolo d’Israele, su tutti i suoi figli.
Dicevo che non è facile ringraziare e il papa ci ha ricordato che una delle tre parole magiche che portano la pace in famiglia e fanno stare bene è “grazie!”
Non è un caso che l ‘Eucaristia si chiami così, rendimento di grazie.
Gesù nell’ultima cena benedice il pane e il vino prima di darlo ai suoi amici tra cui c’era anche il traditore. E questo è sembrato uno sbaglio
Nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù benedice , dice bene non dell’abbondanza , ma del poco che c’è, che si è riusciti a trovare, perchè avvenga il miracolo.
Benedire è dire bene di una cosa, a prescindere dal vantaggio immediato che ne consegue.
Dio benedisse tutta la creazione e disse che era cosa buona, anzi molto buona quando creò l’uomo mascio e femmina, vale a dire la famiglia umana.
A guardare come vanno le cose c’è molto poco da benedire, dire bene, perchè sono più le famiglie che si sfasciano che quelle che stanno in piedi.
Eppure Dio ha fatto bene ogni cosa e non è possibile che si sia sbagliato.
Dobbiamo attendere, questo è quello che ho imparato in questo cammino affascinante e faticoso, difficile e straordinario, perchè faccio esperienza quotidiana della novità racchiusa in ogni cosa.
Dicevo quindi della difficoltà a ringraziare per quello che non vedi non senti non tocchi.
Ringraziare in bianco.
Ricordo che la prima preghiera che insegnai a Govanni il mio nipotino non fu nè un padrenostro, nè un’avemaria e neanche un angelo di Dio.
Era da poco passato il Natale e io di catechismo letto sui libri ne sapevo meno di niente.
Allora mi venne un’idea… in verità fu lo Spirito che me la suggerì.
“Per che cosa vogliamo ringraziare Gesù? “gli chiesi a bruciapelo mentre si stava catapultando sul cibo ghiotto che gli avevo preparato
“Per le patate! ..e pei colori!…” “allora io lo voglio ringraziare perchè tu sei qui! ” ” e io perchè papà mi ci ha portato!” “e io per il sole!” ” Si nonna voglio ringraziare anche io per il sole così possiamo andare a giocare in giardino”.
Da allora il grazie è diventata un’esigenza, che, se prima era collegata ad un bene usufruibile subito, ora è basato sulla fiducia in Dio che fa bene tutte le cose.
Dovrebbe venire più spesso Natale per imparare ad attendere, per fare dell’attesa il tempo opportuno per incontrare il Signore e cantare a lui il nostro Magnificat

“Voi tutti siete figli della luce”(1Ts 5,5)

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
SFOGLIANDO IL DIARIO…
Domenica 16 novembre 2014
XXXIII settimana TO A
“Voi tutti siete figli della luce”(1Ts 5,5)
La paura connota gli ultimi tempi che, se per i cristiani del primo secolo era la paura collegata all’aspettativa del ritorno promesso o minacciato da Gesù, per noi è collegata al passare degli anni, alla prospettiva che possiamo fare sempre meno cose, perché la società emargina gli improduttivi.
E poi per quelli che il mondo ce l’hanno in mano, che si sentono giovani e forti, che si tengono lontani dal dolore della povera gente c’è in agguato l’imprevisto, un incidente, un lutto, una malattia, un cataclisma che ti cancella anche i ricordi.
C’è chi crede e chi no, ma la paura che tutto finisca, che tutto quello che hai lo dovrai lasciare è sentimento con il quale prima o poi siamo chiamati a confrontarci.
Nel vangelo di oggi non si parla della vita che ci chiama man mano che passano gli anni a riconsegnare gli strumenti di cui andavamo orgogliosi, riconoscenti o no a nostro Signore, ma anche dell’impossibilità di usarli perchè ci vengono richiesti prima che arriviamo al traguardo.
Allora se di talenti si tratta, non possiamo negare da un lato che Dio li distribuisce a seconda delle capacità di ognuno, ma l’uomo anche se si sforza di farli fruttare, anche quello più in gamba, potrebbe vedere spegnersi la speranza anzitempo di trafficarli e farli quindi fruttare perchè la vita è inclemente e quando meno te l’aspetti ti toglie qualcosa o, come mi piace pensare o mi immagino, ti chiede la restituzione parziale o totale di quanto hai ricevuto.
E ti trovi, se pensi al vangelo e lo prendi alla lettera disoccupato, come oggi mi sento io che mi hanno dato la patente speciale con l’obbligo di mettere un freno a mano vicino al volante.
Incredibile come gli eventi della vita ti parlino di Dio.
A me piaceva correre, fare velocemente ogni cosa, e forse starei ancora correndo se la malattia, gessi e tutori non mi avessero rallentato la corsa.
E io pensavo che era abbastanza, che avevo imparato, con il bastone da cui usciva una sedia, a fermarmi e a dare ad ogni incontro il giusto peso.
Dovere di sedersi….. tanto che se ascoltai e gustai e m’innamorai della parola di Dio fu proprio per l’esigenza che avevo di cercare una sedia alle sette del mattino e procrastinare il mio ritorno a casa da mio marito, che volevo in qualche modo punire.
Ebbene oggi sono alle prese con un ulteriore freno che mi viene imposto dallo stato, perchè impari non solo ad andare piano, ma soprattutto a frenare in tempo per non far male a qualcuno.
Tornando al Vangelo di oggi, quindi, se da un lato i talenti Dio ce li dà, ma dall’altro ce li toglie prima che tutto sia concluso.
Allora a cosa allude in Vangelo che possa risollevarmi dalla confusione e dall’abbattimento di questi ultimi giorni che mi pesa oltremisura?
Mio marito ieri ha detto che si sente come se da un momento all’altro gli dovesse accadere qualcosa, anche io, gli ho risposto, ma poi ho aggiunto che non è per niente patologico avere pensieri di questo tipo perchè dovremmo vivere tutti pensando che da un momento all’altro ci può capitare qualcosa.
Purtroppo l’angoscia nasce dalla paura di ciò che non conosciamo, che non riusciamo a dominare, comprendere,manipolare , altrimenti non staremmo così giù di corda.
Allora cosa c’è da dire?
Che più che pensare ai talenti che abbiamo dissipato, nascosto, usato male, dobbiamo convincerci che c’è qualcosa che sta sopra che li comprende e tutti ed è l’essere figli di Dio.
Il talento che il Signore non ci toglierà mai anche quando ti tolgono la patente o sei ridotta in un letto a contare i giorni rimasti è convincersi di essere suoi figli, incapaci, fannulloni, sfortunati, ma sempre figli.
E con questa consapevolezza che dobbiamo aspettare il ritorno del Signore che alla finestra scruta all’orizzonte il nostro ritorno a casa.

“Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà” (Lc 17,33)

“Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà” (Lc 17,33)

Parole dure Signore quelle che ci riservi oggi.
Il cibo che ci poni davanti non è proprio quello che desideriamo e vorremmo poter scegliere un’alternativa che non ci rovini lo stomaco.
Per fortuna o meglio per grazia questa mattina al risveglio ho cominciato con l’Ufficio delle letture e con le Lodi che sono tutt’altra musica.
“I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento” le parole del salmo che commenta la prima lettura di oggi che ci invita a risalire a te attraverso la bellezza e la perfezione del creato.
” Chi è l’uomo perchè te ne curi, il figlio dell’uomo perchè te ne dia pensiero?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”
Ho bisogno di ricordarmele queste parole altrimenti il vangelo di oggi mi porta da tutt’altra parte.
Gesù tu sei venuto a renderci simili a te, a cancellare nella carne il peccato, per poter godere appieno della nostra elezione a figli di Dio, tuoi fratelli, di natura divina, superiori agli angeli, perchè tu sei sopra di loro e noi siamo tuoi, ti apparteniamo, siamo innestati alla tua pianta, al tuo albero, e non siamo più noi che viviamo ma tu vivi in noi.
Perchè dovremmo avere paura?
Perchè le tue parole dovrebbero turbarci se noi viviamo in te e in te troviamo il coraggio, la forza per continuare il santo viaggio alla volta della Gerusalemme celeste?
Eppure questa mattina mi sono svegliata con una sensazione di malessere generalizzato, di paura per sintomi nuovi che mi facevano pensare a nuove e mortali malattie.
L’idea della morte ha cominciato nel dormiveglia a impadronirsi di me come spada minacciosa che pendeva sul mio capo.
Il gelo mi attanagliava le ossa e da quella morte, che spesso invoco come momento di liberazione e di gioia per unirmi a te per sempre, avrei voluto fuggire.
E tu nel vangelo me l’hai messa davanti con tanta crudezza da turbarmi ancora di più, se ce ne fosse stato bisogno.
Io ti amo Signore e ti desidero.
Credo che non parli a vanvera e se parli è solo per il nostro bene, anche e soprattutto quando fai la voce grossa.
Ma non è facile rimanere tranquilli quando ci si prospetta un così grande castigo.
Non posso dimenticare la paura che mi presi quando mio padre, avvertito da una vicina che noi, le avevamo mancato di rispetto, cacciandole la lingua, ce le voleva dare di santa ragione, se non fosse intervenuta mamma a difenderci dalla sua ira.
Certo è che il vizio di cacciare la lingua ai passanti me lo sono tolto e ringrazio mio padre perchè con coerenza e rigore mi ha dato le basi per affrontare la vita senza soccombere.
Fa’ che la morte ti colga vivo! ho letto da qualche parte.
C’è una morte che dobbiamo temere ed è quella che ci separa da te Signore, fonte della vita.
Eppure di tanto in tanto mi riprendono le angosce della morte, della malattia, del male che ha il sopravvento sul bene…. e ho paura.
Ti ringrazio Signore perchè ogni volta che mi succede penso a te e chiamo in aiuto Maria, la madre che ci hai dato perchè ci rassicuri e ci difenda non da te, ma dall’idea sbagliata che ci facciamo di te.
Signore mi rendo conto che di fede non ne ho mai abbastanza.
Aumenta la mia fede perchè io non lasci cadere nessuna briciola del pane che ogni giorno mi dai.

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” (Sap 3,1)

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” (Sap 3,1)
Bisognerebbe andare più spesso ai funerali, anche di quelli che non conosci, perchè la liturgia ti porta in alto, ti fa respirare l’aria degli angeli, il soffio dello Spirito.
Il cuore si apre alla speranza e almeno per un po’ vivi ciò che credi, ciò che non sempre ti appare così scontato e chiaro.
…che le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, ma anche quelle degli ingiusti, aggiungo io, perchè Dio le affida a noi affinchè possiamo intercedere per abbreviare la loro attesa.
“Il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto” ripeteva il Salmo, ieri, durante il funerale di un mio caro congiunto.. e l’ Eccomi usciva spontaneo e struggente dal cuore e dalle note dell’organo.
Un volto meno offuscato, benevolo, sorridente quello che attraverso le letture ci si mostrava.
Pensavo ai miei cari, a tutti quelli che mi hanno preceduto che lo vedono o aspettano da me un aiuto per accorciare le distanze.
Intorno a me volti tristi, il pianto dei più stretti congiunti mi lacerava, ma il mio cuore esultava perchè trovava la pace nella Parola che Dio, attraverso i suoi ministri, ci profondeva a piene mani: parole di compassione e di speranza, di certezza che il defunto è uno che ha assolto la sua funzione, che come il servo inutile del vangelo di oggi ha fatto quello che doveva fare per vivere pienamente la sua identità di figlio di Dio.
Mi è venuta in mente mia madre che nel sogno per la prima volta mi aveva sorriso e mi sono ricordata che le dovevo una rosa rossa.
Un desiderio mai realizzato perchè il percorso del perdono è stato lungo e difficile.
Ieri durante la messa ho sentito forte il desiderio di riconciliarmi con lei attraverso un segno di una rinnovata alleanza come quando ero piccola e lei si appoggiava a me, la più grande per affidarmi incarichi di fiducia.
Così sono andata al cimitero, superando tutte le barriere architettoniche fisiche e spirituali ( le più difficili da abbattere) e ho deposto la rosa sulla sua tomba,e ho pregato con lei , io per lei e lei per noi, che siamo rimasti in pochi a svolgere il nostro servizio.
Servi inutili, che brutta parola!
Eppure man mano che leggi ti accorgi di quanto grande sia l’amore di Dio.
Siamo inutili perchè il servizio, il servire non a Lui ma a noi giova per realizzare in pienezza il disegno del Padre, per diventare simili a Lui che doveva morire per eliminare definitivamente le conseguenze del peccato nella nostra carne e risorgere con un corpo nuovo perfetto e immacolato, eterno, indistruttibile e santo.
Se moriamo con Lui anche noi resusciteremo nell’ultimo giorno e sarà festa, un banchetto di grasse vivande e di cibi succulenti sarà imbandito sulle alture di Sion e tutti vi affluiranno e diranno: “Là sono nati, in te sono tutte le sorgenti”
Grazie Signore perchè oggi mi parli di vita, di vita piena, mi asciughi le lacrime e mi doni di condividere la gioia dei tuoi angeli e dei tuoi santi che ti vedono come tu sei, faccia a faccia.
Io ti immagino Signore, ma i contorni non sono definiti.
Gli occhi non servono quando il cuore è pieno di gratitudine, desiderio della patria beata, speranza, amore per ogni cosa che esce dalle tue mani, per ogni parola che esce dalla tua bocca.
Come raccontarlo? Come convincere?
Oggi prego perchè la mia fede rimanga salda e possa solo il mio sguardo far trasparire la luce che mi hai messo dentro.

“Donna sei liberata dalla tua malattia” (Lc 13,12)  

“Donna sei liberata dalla tua malattia” (Lc 13,12)
Gesù il giorno di sabato continua a scandalizzare con il suo comportamento contrario al dettato della legge che obbligava il riposo e l’astensione da qualsiasi attività produttiva.
Il riposo di Dio del settimo giorno della creazione aveva portato gli Ebrei a rendere sacro il sabato.
Ma Dio ha bisogno di riposarsi?,
Dio ha smesso di creare il settimo giorno?
A me pare di no perchè, se smettesse di agire, noi moriremmo tutti all’istante, in quanto la vita non dipende da noi ma da Lui, e da lui dipende l’equilibrio delle forze che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti delle stelle e delle galassie, il colore dei fiori e il loro profumo.
Come pensare ad un Dio che sta fermo?
A me sembra impossibile.
Basta pensare all’incarnazione del Figlio per convincerci che, da quando aveva completato la creazione, non è stato a guardare.
Come un ingegnere che è soddisfatto solo se vede realizzato il suo progetto, così Dio si è preso cura dell’esecuzione dei lavori, li ha diretti e continua a farlo, affidando ad ognuno il compito di realizzarli insieme a lui, sotto la sua guida.
Il Dio con noi e per noi c’è sempre stato e ha continuto a parlarci attraverso la natura, la cultura, i profeti, la storia, ha continuato ad accompagnarci e a salvarci.
Per questo gli Ebrei celebrano il sabato come memoria anche della loro liberazione dalla schiavitù degli Egiziani.
Cosa non ha fatto Dio dal giorno in cui ci ha creati?
Basta leggere la Bibbia perchè emerga il suo volto di misericordia, di compassione, volto di madrre e di padre, di fratello, di amico, di sposo.
Gesù, se non l’avevamo capito, è venuto a mostrarci il vero volto del padre, a rendercelo tangibile, a togliere il velo che ci impediva di vederlo faccia a faccia.
Gesù è morto ma è anche risorto, è vivo, presente e cammina con noi ed è uno di noi, è in ogni fratello che ha bisogno d’aiuto.
Che sia sabato o domenica o un giorno qualsiasi della settimana, non importa per il cristiano che è entrato nel riposo di Dio.
Ogni giorno, infatti, siamo chiamati ad incontrare il suo volto di carne, a perderci nei suoi occhi di sete e di fame, a porgere la mano e riscaldare chi ce l’ha tanto fredda da sembrare inaridita.
Voglio ringraziare il Signore per questo ottavo giorno che ci ha regalato, Lui Signore del tempo, l’unico che poteva moltiplicarlo e renderlo eterno.
Lo voglio benedire perchè nella vita impari con Lui che ogni giorno nasci a vita nuova quando l’altro, il tuo prossimo ti interpella e ti chiede di scaldargli la mano.
Il tempo diventa eterno se hai Dio nel cuore, se con Dio ami, combatti, speri.
Se con Dio ti chini sulle ferite del mondo e vi versi l’olio della Sua tenerezza.

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”(Mt 22,39)

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”(Mt 22,39)
SFOGLIANDO IL DIARIO…
9 ottobre 2017

lunedì della XXVII settimana del TO
 
“Chi è il mio prossimo?”(Lc 10,29)
Me lo chiedo oggi che rileggo questa Parola alla luce delle mie esperienze prima e dopo aver incontrato il Signore.
Il rispetto, la solidarietà nei confronti dell’altro, dei più deboli e bisognosi l’ho succhiato penso dalle mammelle di mia madre, nutrita prima dal suo liquido amniotico.
Davanti agli altri il nostro desiderio, il nostro bisogno scompariva, senza discussioni, perchè, non lo so nè me lo sono mai chiesto, così ci aveva insegnato mia madre…, chiunque bussava alla nostra porta aveva un pezzo di pane, un piatto di minestra, un letto.
Così noi bambini spesso ci ritrovavamo a dormire per terra o a dire che non avevamo fame, se quello che si offriva all’ospite, la parte migliore, non ce lo potevamo permettere tutti.
Mi dette una grande lezione di umanità mio padre, quando, durante la guerra, accolse nella casa dove eravamo sfollati, i parenti anziani o disabili o senza lavoro della famiglia di mamma, ma specialmente quando si oppose alla decisione dei cognati, fratelli di mia madre, di mettere nonna in un ospizio.
In sei o in sette le cose non cambiano quando si è abituati a prendere calore dalla vicinanza dell’altro.
Eravamo 4 figli quando accadde e tutti abbastanza grandi da necessitare almeno di un piano d’appoggio per studiare e di un letto, di una sedia, che non c’erano nella misura degli abitanti della casa.
Papà puntò i piedi e si prese cura di nonna tutto il tempo che visse e più di mamma, perchè fu messo anzitempo in pensione per via di un infarto, mentre mamma lavorò come insegnante fin quasi alla morte.
Dipendenza affettiva, la chiamano, almeno quella che aveva mia madre e che mi toccò in eredità come anche la paura di rimanere sola, con conseguenti e ripetute crisi di panico.
Mamma era talmente esercitata nell’arte della crocerossina che si dimenticava a volte di avere figli incidentati, bisognosi di aiuto, specialmente bisognosi di abbracci.
Così sono andata avanti, con il mondo sulle spalle come Atlante, con la convinzione che io e solo io potevo salvarlo.
Senza rendermene conto, era per me naturale aiutare le persone a risolvere i problemi, scambiando purtroppo i miei con i bisogni altrui.
Oggi il vangelo mi dà l’opportunità di riflettere su chi è il mio prossimo e per la prima volta mi viene in mente Antonietta, vittima di infami imboscate davanti alla quale come il levita o il sacerdote sono passata senza neanche sollevare lo sguardo per posarlo sulle sue ferite, senza farmene carico affidandola a chi più di lei sapeva e poteva.
Antonietta, nonostante avesse incontrato il Signore, non ancora aveva sentito su di sè il Suo sguardo di compassione, l’olio della Sua tenerezza versato sulle sue ferite, forse perchè pensava di non averne e continuava a cercare lontano Chi le stava così tanto vicino….
Poi è accaduto, di recente, nell’ultimo viaggio della speranza, di fermarsi davanti al tabernacolo di una chiesa fino ad allora sconosciuta: la Basilica di Santa Beretta Molla, dove si era data appuntamento con amici reali, anche se conosciuti attraverso il mondo virtuale.
Non volevo correre il rischio dal viaggio a Milano, per il consulto con un famoso professore, di riportarmi un pugno di mosche, visto come vanno a finire, da 50 anni che giro, questi appuntamenti onerosi e mai risolutivi.
Così ce ne siamo dati un altro di appuntamento, di riserva, con Ric, Aurora ( la madre) , Daniela e Rosella, moglie di Carlo un carissimo amico blogger, morto all’improvviso.
Rosella nessuno l’aveva mai incontrata di persona, pur essendo lei diventata nostra carissima amica.
Una giornata all’insegna della gioia e della gratitudine a Dio per tanta grazia, tante coincidenze favorevoli per ritrovarci in un luogo così distante da casa mia ma anche da casa loro, ma sentito più che mai vicino ai nostri cuori.
Mi hanno accolta e trattata come una regina, mi hanno fatto sentire leggera e bella, nonostante la mole con carrozzella incorporata.
Nessuno mai mi aveva dato così tanta importanza, mai avevo ricevuto tante attenzioni gratuite, non sentivo di meritarle, ma avevo bisogno di aprire il cuore a chi mi stava aspettando.
Non so quanto tempo ho pianto a dirotto, forte in quella chiesa, davanti a quel tabernacolo dove volevo credere che ci fosse Lui a sentirmi, affiancata dalla Santa Gianna Beretta Molla, che sentivo alitarmi vicino.
In quel pianto c’era tutto, il mio dolore e la mia gioia, il mio tormento e tanta stanchezza, c’era il dubbio e c’era la fede. cercata ad ogni costo… ma specialmente c’era quel potersi permettere di mettere a nudo la propria fragilità, il fallimento, la stanchezza di tanta strada percorsa invano e il naufragio di ogni speranza e la certezza che c’era ancora una barriera da abbattere… la porta di quel tabernacolo…. la tenda che mi divideva dagli uomini e da Dio, da mio figlio, dalla sua famiglia e dai miei parenti più prossimi, il marito, la sorella, le sorelle, i fratelli….
Chissà perchè mi riusciva così bene amare a distanza, prendermi cura delle persone senza mai prenderle in braccio, come ho fatto con mio figlio, come ho fatto con i miei nipoti.
Senza usare le braccia per tanto tempo ho servito la famiglia, la scuola, gli amici…. senza toccarli, ho fatto tutto il possibile e anche l’impossibile per aiutare chi era nel bisogno.
Mia madre mi diceva che i figli si baciano la notte mentre dormono, perchè non se ne devono accorgere.
Non si devono lodare perchè poi se la credono, non si deve mai dire che sono belli, perchè poi diventano vanitosi.
Con mio figlio e con mio marito ho agito così, attraverso una cortina dietro la quale mi nascondevo.
La porta del tabernacolo quel giorno era come se fosse aperta, perchè non ho fatto fatica a sentire lo sguardo, le orecchie, tutto il corpo di Cristo teso ad ascoltarmi…e non erano parole, ma singhiozzi e non avevano nè soggetto, nè predicato verbale quel fiume in piena di lacrime uscite dal profondo del cuore.
I miei amici in fondo alla chiesa sono rimasti in silenzio, in preghiera, mentre mio marito mi accarezzava e la Santa della famiglia ( Santa Gianna Beretta Molla), quella donna ritratta sull’altare laterale pieno di ex voto, scarpette, bavaglini, cuffiette, a testimoniare che la sua intercessione era andata in porto.
Ma mentre ci dirigevamo al luogo convenuto per l’incontro con gli amici del Web, di carne non inventati, mi chiedevo se a questa santa potevo chiedere il miracolo.
Le avevo provate tutte con gli uomini, medici più o meno illustri, l’ultimo la sera prima per cui avevo affrontato il viaggio fino a Milano per riportarmi un pugno di mosche in mano.
Malattia psicosomatica non è bello sentirselo dire, se stai su una sedia a rotelle, se sei straziata giorno e notte da dolori inenarrabili, se la tua vita è diventata un incubo da cui vorresti solo fuggire.
Eppure mi avevano vivisezionata in 50 anni di peregrinazioni, per trovare la causa di tanto male.
Alcuni per rimuoverlo avevano lasciato il segno, limitando la funzione dell’organo toccato.
Malattia somatoforme l’ha chiamata il guru di turno, l’ultimo in ordine di tempo, consigliandomi… lasciamo perdere, tanto non ci vado a 73 anni a fare un ricovero al Pio X di Milano dove alla terapia del dolore è associata una psicoterapia con i fiocchi.
Se c’è una che non si è mai tirata indietro per rimettersi in discussione, che si è sottoposta a tutto ciò che mi veniva consigliato per liberare e mettere ordine al mio cervello, quella sono io.
Poi ho incontrato il Signore e ho constatato che nel vangelo si trovano i migliori spunti per riflettere, interrogarsi e mettersi in cammino, cambiando posizione.
Di psicologi non ne ho più cercati, perchè quando non riesco a fare quello che mi dice il Signore, chiedo aiuto a Maria, ai suoi santi, a tutti gli intercessori che mi caricano sul loro giumento.
Ma se uno nasce senza le braccia, metaforicamente, s’intende, a meno di miracolo non ti crescono o se ti crescono sono malate, deboli, doloranti.
Padre Carlo durante una delle ultime confessioni mi aveva detto che Antonietta doveva imparare ad amare Antonietta, prima di tutto.
La cosa più complicata da fare almeno per me.
Mia madre mi ha amato dandomi da mangiare e comprandomi stoffe per realizzare vestiti adatti a coprire la ciccia inevitabile, ma non mi ha mai abbracciato….e neanche gli altri miei educatori a cui sono stata affidata.
In quel pianto davanti all’altare di Dio ho invocato il suo abbraccio di Padre, di Fratello, di Sposo, ho chiesto un incontro ravvicinato per sentire il suo cuore battere sul mio, le sue mani accarezzarmi per asciugare le lacrime.
La Santa della famiglia qualcosa stava facendo anche per me.
Tutto può l’Amore.