COMPASSIONE

” Il Signore fu preso da grande compassione” (Lc 7,13)

La compassione è virtù divina, è lasciarsi toccare, penetrare fin nelle più profonde viscere dal seme della vita, è un anelito che sfocia nella vita di un’altra persona che ti entra dentro attraverso questo sentimento di luce e che poi esce fuori da te formato e vitale, miracolo di Dio che ogni volta ci sorprende con i fiori che continua a far spuntare nel nostro giardino.
Ho pensato a quante donne hanno la grazia di poter dare vita ad un bambino, e non sono consapevoli del miracolo di cui si fanno strumento e segno.
Oggi la liturgia ci fa assistere a due funerali, quelli a cui mai vorremmo partecipare, perché quando una madre perde un figlio non ci sono parole che consolano, presenze che attenuano la pena, a meno che non sia quella di nostro Signore che ci risuscita ogni volta che andiamo dietro ad una bara, ogni volta che ci portiamo in chiesa il nostro bagaglio di morte, i nostri fallimenti, il nostro orgoglio, le nostre divisioni, la nostra incapacità di commuoverci e perdonare.
Gesù ci aspetta anche oggi nella mensa eucaristica per darci ciò che ci serve per rialzarci, camminare spediti, per annunciare che eterna è la sua misericordia.
Ci sono morti chiusi in casse di legno e morti che camminano, morti di cui incrociamo lo sguardo triste, sconsolato, arrabbiato, sfiduciato, morti con gli occhi spenti, che da noi aspettano la resurrezione e la vita.
Ma che possiamo fare noi, poveri cristi, con tutti i problemi che ci affliggono a questa gente, tanti, troppi in verità, che ha perso la gioia di vivere isolandosi dal mondo, tagliando la rete di comunicazioni vitali per evitare il peggio?
Sono arrabbiati con gli uomini e con Dio queste persone che dimorano nei cimiteri.
Sicuramente se in chiesa ci vanno, non trovano quello che vogliono, non cercano quello che c’è, arrivano in ritardo e saltano la parte iniziale, la più importante, quella in cui si chiede perdono a Dio e ai fratelli per i propri peccati.
Perché la messa non è valida, ma meglio dire non porta frutto, se arrivi in ritardo e ne perdi un pezzo.
Contrariamente a quanto ci avevano fatto credere, che il precetto era assolto e non facevi peccato, se arrivavi prima che si scoprisse il calice.
Dicevo della messa e dei funerali.
“Annunciamo la tua morte o Signore e proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta” lo dice il sacerdote insieme all’assemblea dopo la consacrazione.
In ogni celebrazione eucaristica ci confrontiamo con la morte, anche se non c’è un carro funebre.
Ma il Signore ha compassione di noi, del nostro pianto dietro le bare in cui abbiamo rinchiuso le cose inutili che ci sono venute a mancare.
Ci fa sedere e non ci chiede cosa ci manca ma cosa abbiamo. E’ quello che dobbiamo offrire, mettere nelle sue mani perché lo benedica.
Si può benedire la morte, la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia, la solitudine?
Sembra impossibile, ma se lo fa Dio,( ci ha salvato attraverso il suo sacrifici), ci renderà capaci di fare altrettanto se mettiamo in comune quel poco che abbiamo, provando compassione per chi ha la morte nel cuore.
La chiesa anche durante funerali si trasformerà in una straordinaria festa di nozze dove da invitati scopriamo di essere i festeggiati, i risorti, sposi di Cristo che non smette mai di farci proposte d’amore. .
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Frutto

“Ogni albero si riconosce dal suo frutto” ( Lc 6,44)

Hai ragione Signore a dire queste cose, a ricordarcele, a farci prendere coscienza che siamo responsabili dei frutti che nasceranno dal nostro albero per 4 generazioni.
Stiamo vivendo l’esperienza amara di chi ci ha lasciato in eredità l’incompetenza più o meno colpevole a prenderci cura del nostro albero, l’irresponsabilità di tante azioni che mai avremmo pensato avrebbero avuto una ricaduta sulle nostre generazioni future.
E invece abbiamo dovuto ricrederci e prendere coscienza che le colpe dei padri ricadono sui figli e che non basta solo piantare, ma anche e soprattutto curare la pianta con ogni sforzo, sacrificio, chiedendo a te aiuto e sostegno , indicazioni certe e veritiere per tutto ciò che occorreva perchè la pianta non seccasse e desse buoni frutti.
Non l’ha fatto chi ci ha preceduto, non l’abbiamo fatto noi, per cui oggi ci troviamo a pagare le tasse su una terra un tempo fertile e feconda di cui ci siamo disinteressati, pensando che anche senza di noi avrebbe continuato a dare frutti buoni e succulenti.
Non sappiamo Signore se siamo ancora in tempo per rimediare, non per noi, ma per quelli che ci seguiranno, confidiamo nel tuo aiuto Signore, confidiamo nella tua misericordia perchè la maledizione si cambi in una benedizione.
Vogliamo benedire Signore quello che resta, è poco, in quanto a valore, benedire quello che manca alla nostra perfezione che è immensamente grande, vogliamo benedire quel poco che ci è rimasto e vogliamo metterlo ai piedi del tuo altare.
Lo consegnamo nelle mani di Maria che saprà anche , come madre fare una cernita di ciò che a te è gradito e sfrondare le foglie e i rami infruttuosi del nostro orgoglio con cui cerchiamo di coprire la nostra inadeguatezza.
Questa mattina voglio meditare e pregare sulla nostra responsabilità nei confronti della storia presente e futura dei nostri figli, dei nostri fratelli.
Continuerai ad avere pietà Signore? Cambierai il nostro lutto in gioia?
Non lo meritiamo, ma confidiamo nella verità della tua parola. tu l’hai detto, tu lo farai.
Siamo gli operai dell’ultima ora, Signore.
Non vogliamo piangere su quello che abbiamo perso, ma su quello che abbiamo guadagnato scegliendo di lavorare per te.
Lode e gloria a te Signore Gesù!

S. Bartolomeo

Meditazioni sulla liturgia del 24 agosto
festa di S.Bartolomeo Apostolo
Letture: Ap 21,9-14;Sal 144;Gv1,45-51
“Può venire da Nazaret qualcosa di buono?”
“Ti ho visto quando eri sotto il fico”.
“Vedrete gli angeli salire e scendere sul Figlio dell’uomo”.
“L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte alto e mi mostrò la città santa, la Gerusalemme, che scendeva dal cielo”.
“Le mura della città poggiano su 12 basamenti, (sopra) i quali sono i 12 nomi dei 12 apostoli. (Sulle) porte i 12 nomi delle tribù d’Israele…”.
Questa mattina, Signore, mi sto divertendo a fare l’analisi grammaticale della tua Parola.
E’ bello scoprire e riscoprire che niente della mia vita è stato vano e che i miei studi mi aiutano continuamente a capire meglio quello che tu dici.
Così oggi mi ha colpito il fatto che le preposizioni usate maggiormente per indicare il luoghi sono “sopra, sotto e da”.
La preposizione da è usata per dire da dove vieni, Nazaret, un luogo che ti rende meno credibile, perché niente di buono viene da Nazaret, esclama Nathanaele, vale a dire Bartolomeo, l’apostolo di cui si celebra oggi la festa.
Molto spesso noi ci convinciamo che niente di buono ci viene da un evento, da un fallimento, un lutto, un abbandono, una malattia.
Nazaret in fondo è il luogo in cui mai cercheremmo te, perché ti immaginiamo in tutt’altro posto, come i tuoi conterranei.
Tu invece non ti fai ingannare dal luogo dove ci troviamo e capisci subito con chi hai a che fare.
Così di Natanaele che era intento a scrutare la Scrittura( sotto il fico), dici che in lui non c’è falsità.
Ma quello che più mi ha colpito è  Gerusalemme  la sposa, la tua sposa, il tuo tempio che dal cielo scende su questa terra,
Natanaele da sotto il fico passa a costituire uno dei 12 basamenti della città santa dove tu verrai ad abitare per sempre.
Noi siamo qui ancorati alla terra, ai nostri problemi quotidiani e ci sembra che la vita sia un eterno pellegrinaggio in terra straniera.
Un senso di smarrimento spesso ci assale perché non vediamo segni che ci confermino che tu sei con noi, che sei nel luogo dove non pensiamo possa venire qualcosa di buono.
Siamo qui Signore con i nostri problemi che ci sembrano irrisolvibili, troppo grandi per noi, alle prese con l’insensatezza del dolore innocente, con l’incapacità di volare, di staccarci da terra con l’inquietudine di un’attesa che snerva, ci sfianca e poi tu che ci manchi Signore, tu che non sei visibile.
Almeno ti sognassi o sognassi Maria, la regina, la madre, la sposa!
Niente!
Nella liturgia odierna tu ribadisci che sei nel luogo in cui noi ci troviamo: sotto il fico, a Nazaret, da dove non viene niente di buono, in cielo, in terra, perché c’è sempre una scala che unisce il luogo della paura a te sì che gli angeli possano salire e scendere per portarci lieti annunci.
Tu Signore non sei il luogo della paura, ma a volte ci fai paura, questo sì, quando assumi connotati di ciò che ci fa male: un bisturi, una medicina amara, un no, un ricalcolo doloroso.
Per vedere come andrà a finire bisogna farsi trasportare su un alto monte, essere leggeri, liberarsi di tutti i pesi che ci portiamo dietro, i brutti pensieri, le cose da cui non sappiamo separarci.
Lì possiamo, se ci riusciamo, vedere la Gerusalemme celeste scendere e vedere te abitare in mezzo agli uomini.
Che strano! Ogni volta che pensiamo al dopo, ci viene in mente il cielo e invece tu ci mostri come non il cielo ma la terra sarà il luogo della manifestazione della tua gloria, il luogo della festa, la tua stabile dimora!
Perché altrimenti non sarebbe neanche tanto miracoloso che il cielo dove tutto è straordinariamente bello lo diventi di più.
E’ la terra che tu vuoi trasformare attraverso una nuova creazione.
Ci è dato un corpo e con quello celebreremo le nozze.
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà.(Eb 10, 5-7)

Patria

«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (Mt 13,57)
“Rinfrancate le mani cadenti, e le ginocchia infiacchite” scrive Paolo nella lettera agli Ebrei, perchè ieri come oggi è facile scoraggiarsi, non capire perchè tante cose ci succedono che ci lasciano sconcertati.
“Non avete resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.”
Il peccato a cui allude Paolo non è solo quello personale, ma quello le cui conseguenze ricadono su tutti i membri della comunità, pur non essendo tutti peccatori allo stesso modo o non essendolo per niente.
Guardiamo cosa è successo a Gesù, il figlio di Dio durante tutta la sua vita.
Pur essendo senza colpa, si caricò sulle spalle i nostri peccati per liberarci dalla schiavitù del peccato che porta alla morte.
E che dire di Maria, anch’ella concepita senza peccato a cui non una ma sette spade trafissero l’anima, con tutto quello che dovette soffrire come madre di Gesù e come madre nostra, come donna e come sposa di Cristo,come figlia di Dio e sorella in Gesù?
Le vicende della vita di Gesù ce lo presentano, da un lato osannato e cercato per quello che diceva e faceva, per la speranza che aveva riacceso negli animi in attesa di un liberatore, dall’altro rifiutato, perseguitato e messo a morte per paura di perdere i propri privilegi.
Gesù viene rifiutato prima di tutto dai suoi, le persone che lo conoscevano da quando era andato con la sua famiglia ad abitare a Nazaret.
Il carpentiere figlio di… fratello di…come faceva a dire e a fare cose così diverse da quelle che ci si sarebbe aspettati da uno cresciuto in quel luogo con quella famiglia e quella cultura?
E si scandalizzavano di lui.
Lo scandalo è la pietra d’inciampo e, fuor di metafora, significa che ogni novità, ogni cosa che si presenta diversa da quella che ci aspettiamo, ci disorienta e ci irrigidiamo , alziamo i paletti per paura di perdere la nostra posizione.
Cambiare posizione non è facile, specie se ci stai da molto tempo e ci stai comodo.
Gesù scomoda tutti, non c’è dubbio, fino a quando non ci mettiamo sulla traiettoria giusta per raggiungere l’obbiettivo.
Così Gesù limitò i miracoli a Nazaret solo a pochi che lo accolsero senza pregiudizio.
Il rifiuto della novità di Gesù portò i suoi compaesani ad essere privati della grazia.
Se noi non riusciamo a spostarci, Dio ci ha dato l’esempio per primo, scendendo dal cielo su questa terra, incarnandosi e diventando un uomo come noi.
Come potè sentirsi Maria, la madre, quando il figlio si allontanò da casa?
Il rifiuto dei compaesani e dei famigliari fu la prima spada che le trafisse l’anima.
Ma quanto ancora doveva soffrire la madre che, come noi sperimentiamo nella nostra esperienza umana, è quella che si carica sopra le spalle tutti i dolori del figlio.
Non c’è dubbio quindi che la sofferenza non sia riservata solo a chi pecca, che la lotta sia solo per il peccato commesso personalmente.
Tutti prima o poi sperimentiamo che per essere felici dobbiamo diventare fecondi, capaci di dare vita, di uscire dalla nostra terra e andare incontro a Gesù.
Il passo del Vangelo di oggi mi conferma ciò che vivo nel quotidiano.
Nessuno è profeta in patria.
Lo sperimentiamo ogni giorno il fatto che a casa tua, nella tua parrocchia, nel tuo movimento nessuno ti sta a sentire, mentre gli sconosciuti pendono dalle tue labbra, se così si può dire.
Per tanto tempo questo è stato il mio cruccio, ma ora cerco di affidarmi al Signore e ogni mattina gli dico: “Parla, il tuo servo ti ascolta. Cosa posso fare per te?”
Mi sono liberata da tanti pensieri da quando cerco non in me ma in Lui la luce che illumina il cammino.
Maria è la mia consigliera, il mio esempio costante nelle cui mani depongo la mia preghiera.
La mia patria è la sua casa, dove ho nostalgia di tornare.

Rischi

“Sei venuto a tormentarci prima del tempo?” (Mt 8,29)
Lo dicono i demoni che si erano impossessati di due poveri disgraziati, ma lo pensano anche gli abitanti di Gerasa quando vedono il prezzo da pagare per vivere in pace.
Gesù scomoda tutti, non c’è che dire. I suoi interventi non danno paradisi immediati di vita godereccia senza problemi. Tutt’altro. La lotta contro il male è impegnativa, faticosa, sfiancante, rischiosa perchè ci puoi rimettere la testa, la vita, come tutti i martiri che hanno testimoniato fino in fondo che Gesù è il Signore, che le potenze del male non prevarranno.
Ma a ben pensarci il male di per se stesso non ti paga e non ti appaga se non per un periodo molto limitato di tempo. Perchè l’inferno è vivere come i due indemoniati del vangelo di oggi, isolati, separati dalla comunità che non ama quelli che disturbano il loro quieto vivere.
Il quieto vivere quindi sembrerebbe frutto della fede, il paradiso perduto, ma anche qui c’è da riflettere e molto.
Noi tendiamo ad attribuire ad altri la responsabilità di quello che ci accade e non amiamo rimetterci in discussione.
Non mi sento un indemoniata, questo è certo, nè un demonio, ma sicuramente mi sento una di quelli che sente minacciato ciò che possiede dall’eseguire alla lettera quello che dice Gesù.
Faccio fatica a rinunciare a certe cose che non contribuiscono alla mia salute spirituale e per questo chiedo al Signore il distacco da tutto ciò che mi è stato consegnato e che devo restituire.
La mia preghiera incessante è proprio finalizzata a vivere come se fossi povera, pur essendo ricca di tutto, perchè ho Lui che è la mia unica e vera ricchezza.
Non è facile nè scontato rinunciare a ciò che hai di più caro per estirpare il male che scardina la casa dalle fondamenta.
Da poco abbiamo tagliato un pino alto e maestoso la cui ombra l’estate ci dava un po’ di refrigerio. Le sue radici avevano sconnesso le scale del portone d’ingresso e avevano dissestato anche parte dei muri di sostegno.
L’abbiamo dovuto abbattere perchè lalo casa ci sarebbe crollata addosso.
Gli uccellini ora al mattino non mi svegliano più con i loro cinguettii, ed era una festa un canto che mi portava a lodare e ringraziare Dio.
Ora la casa è immersa nel silenzio e il canto si è trasferito nel mio cuore, perchè l’ì dov’è il tuo cuore c’è anche il tuo tesoro.

Appartenenza

” Il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo (Dt 7,6)
Mi chiedo perchè io stia scrivendo, facendo uno sforzo sovrumano, quando in fondo ciò che era importante e che è importante finalmente l’ho capito e il cuore mi si è riempito di gratitudine, di tenerezza, di amore.
Ogni volta che ho letto il passo del Deuteronomio che la liturgia ci propone nel giorno della festa del Sacro Cuore di Gesù, mi sono sempre commossa e ho fatto mie le parole relative alla scelta, al popolo particolare, all’appartenenza di ognuno di noi a Dio.
Ma il mistero della sofferenza continuava a rimanere insoluto, perché, se sei malato o sfigato, significa che Dio ti ha scelto, ti vuole bene, perchè con il tuo dolore, con le tue sofferenze vuole farci qualcosa di speciale che in fondo è salvare le anime lontane da Lui.
Ti chiama a collaborare Dio, quando e specialmente se stai male, perchè sei associata alla passione di Cristo, diventi intima a Lui, una sola cosa, sì che il tuo dolore diventa il suo dolore, la tua pena la sua pena.
Quando riesci a connettere e il dolore non ti strazia la mente oltre che il corpo, puoi anche gioire di questa straordinaria occasione di fare comunione nientemeno che con Dio, averlo compagno di letto, di stanza, di cella.
Ma arriva il momento che questa beatitudine diventa una condanna, quando la prova si prolunga più del dovuto e la croce è tutt’altro che a collocazione provvisoria.
Vorresti fuggire portandoti dietro un siffatto compagno, fuggire dal dolore quotidiano, fuggire dal corpo, dormire un sonno senza sogni, senza più svegliarti, tanto stai male, tanto il dolore ha corroso tutte le tue ossa e ti si è attaccato ai nervi, ai muscoli, alla pelle, a tutto.
Il cuore continua a battere, il cuore dice che sei viva, il cuore ti dice che Dio non ha finito di parlarti, di scriverti lettere d’amore.
Ti giri e ti rigiri nel letto, la lava scende copiosa sulle tue spalle, la ferita al seno per il recente intervento ti fa male, la spalla è bloccata, i piedi sono avvolti da filo spinato incandescente.
Eppure avevo ricominciato a dormire dal lunedì di Pasqua dopo mesi, anni di questo calvario, dormire come dormono gli uomini, gli esseri umani alla fine della giornata.
Tre mesi di antivirale con il criterio ” ab iuvantibus” associato alla noveva a San Giuseppe, aveva compiuto il miracolo.
Ma il risveglio mi riproponeva tutti i problemi accantonati in queste notti di tregua.
Purtroppo quando dormi non puoi gioire dello star bene, nè del non avere dolore, perchè si riprende a leggere da dove avevi lasciato il segno, appena ti svegli.
Dio ti sceglie, Dio ti ama.
Continuavo e continuo a ripetermi le parole che i mie amici mi dicono per sollevare la pena.
Ma che amore è questo che ti fa soffrire in questo modo?
Questa mattina, anzi questa notte ripensavo al privilegio che avevano i malati per mia madre.
Mia sorella per prima che ha avuto la poliomelite, poi mio fratello che la faceva disperare perchè non mangiava e poi la sorella più piccola nata con tanti problemi.
Mia madre, mi sembrava che volesse bene solo a loro, perché di me si serviva per essere aiutata nelle faccende domestiche e per essere sostituita nella gestione della casa quando era al lavoro o lontana.
Una volta sposata, mi sono presa la rivincita e per 15 anni dovette occuparsi a tempo pieno di me e di tutta la mia famiglia fino a quando divenni un po’ più autonoma.
Mia madre mi teneva sul palmo della mano, ora me ne sono resa conto, e di me si vantava e mi proponeva come modello di figlia perfetta anche se sfortunata.
Noi vediamo le cose in modo frammentario e distorto a seconda della distanza e della posizione.
Sempre una parte, mai il tutto che ti appare più chiaro man mano che te ne allontani.
Così mi sono riconciliata con mia madre, purtroppo dopo la morte e prego perchè goda finalmente nel riposo di Dio.
Oggi è la festa del cuore di Gesù.
Il cuore è il luogo dei sentimenti, delle passioni, dei ricordi, delle scelte, il terzo occhio come lo chiama Giovanni.
Questa mattina leggendo il passo che la liturgia ci propone, non ho potuto fare a meno di pensare alle scelte di Dio.
E mi è venuto in mente che non ti sceglie perchè ti vuol dare la croce, ma perchè vuole aiutarti a portarla.
Ti sceglie perchè sei bisognoso d’aiuto, perchè da solo non ce la faresti mai ad arrivare, ti sceglie perchè ha un cuore di madre e di padre, ti sceglie perchè sei affaticato e oppresso e gli dispiace e ti chiama, ogni volta che ti allontani da Lui.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi darò ristoro”.
Quanta sete Signore in questo deserto, quanto silenzio, quanta desolazione!
Tu ci vedi, tu ascolti il nostro lamento, tu vedi, tu provvedi

Autorità

“Con quale autorità fai queste cose?”(MC 11,28)
Te lo chiesero scribi e farisei quando rovesciasti i banchi dei cambiavalute nel tempio e mandasti all’aria tutto ciò che era ormai consuetudine ritenere giusto e scontato.
Oggi non mi viene da chiederti con quale autorità sconvolgi la mia vita, mi fai cambiare direzione, mandi all’aria i miei progetti, mi rimetti continuamente in discussione.
Non te lo chiedo Signore perchè so che tu agisci per il mio bene che non vedo in questo momento ma che credo sia l’unico che mi può salvare.
Del mio tempio tu vuoi fare una casa di preghiera dove due o più si riuniscono nel tuo nome.
Molto spesso mi sento sola Signore in questa battaglia senza esclusione di colpi.
Il nemico ne inventa una ogni giorno e mi attacca lì dove sono più vulnerabile o dove e quando non me lo aspetto.
Ma io porto sigillato, impresso nel mio corpo il tuo sigillo, porto il tuo nome Signore Dio degli eserciti e non voglio e non posso e non devo temere l’assalto degli arroganti, le loro trame di morte.
Tu sei il mio Salvatore Signore, e io aspetto che si compia su di me la tua volontà, la tua promessa di essereti sposa per sempre.
Voglio crederlo Signore anche se questo periodo di fidanzamento è turbato dalla mia incapacità di rimanere nel tuo amore, dal mio desiderio di cercare altrove ciò che per un poco e solo per un poco mi schioda dalla croce dove sembra tu abbia costruito per me una casa per strare a me più vicino.
A volte mi viene da pensare che questa intimità che tu cerchi è solo condivisione di dolore di passione di morte.
A volte mi viene da dire che non è giusto che tu venga a visitarmi solo quando sto male e che vorrei essere invitata qualche volta a mangiare con te insieme a prostitute e peccatori.
E poi mi pento di averlo solo pensato perchè cosa dire della messa quotidiana in cui mi dai tutto ciò che mi serve per vivere al meglio l’amore ?
Cosa dirti Signore, questa mattina, che non ti abbia già detto?
Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi, quando del tuo tempio ho fatto mercato, una spelonca di ladri.
Tutto è tuo Signore e io non lo sapevo!
Ti lodo ti benedico e ti ringrazio perchè le tue benedizioni entrano rompendo i vetri.
Il cieco che tu hai guarito con del fango misto a saliva messo sugli occhi, sicuramente non avrebbe sentito la necessità di lavarsi, di purificarsi se tu non avessi rincarato la dose.
Io ero un osso duro, lo confesso, corazzata contro chiunque avesse tentato di entrare nella fortezza che mi ero costruita per non vedere per non sentire per non soffrire ancora di più.
Quanti anni passati a difendermi da te, dalla croce, dalle croci di cui il mio cammino era cosparso!
Tu Signore hai permesso che vagassi nel deserto, che sperimentassi il morso di serpenti velenosi, che soffrissi la fame, la sete, il freddo di notte, il caldo di giorno, la fatica dell’andare, senza orizzonte, senza meta.
L’hai permesso Signore perchè volevi mandare all’aria tutti quegli strumenti che io usavo per la mia gloria per il mio tornaconto, per l’io cresciuto a dismisura in anni di lotta titanica contro di te.
Quanta superbia Signore, quante cose sbagliate nella mia vita!
Eppure tu non ti stanchi di tornare all’attacco per conquistare definitivamente il mio cuore.
Un giorno ti vedrò mio Signore, rivestito di gloria e di splendore e mi farai tua sposa per sempre condividendo con me solo gioia, solo pace, sole senza tramonto nella casa che sarà la tua casa e casa di tutte le genti, perchè insieme proclameremo il tuo nome e ci prostreremo alla tua presenza.