Il regno di Dio è in mezzo a voi.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

13 ottobre 2014
ore 6.15
giovedì della XXXII settimana del TO

VANGELO (Lc 17,20-25) In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».
Parola del Signore

Oggi la liturgia ci fa riflettere su cosa sia il regno di Dio, del quale abbiamo qualche idea, ma almeno io, spesso confusa.

Nel Padre nostro, Gesù ci invita a chiedere al Padre che venga il suo regno.
Noi nella nostra vita chissà quante volte abbiamo recitato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, senza renderci conto di ciò che chiedevamo.
Molto spesso associamo la venuta del regno con la realizzazione dei nostri desideri, con l’esaudimento delle nostre preghiere di liberazione, di guarigione ecc ecc .
Forse, anzi sicuramente, è una delle preghiere che ci hanno insegnato da piccoli insieme all’Avemaria e all’Angelo di Dio.
Nella messa domenicale è d’obbligo dopo la consacrazione eucaristica.
Ma se penso a me, mi fermo più sull’ultima parte che sulla prima, quella dove si dice” Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e ogni volta penso che quel “come” che io abolirei, perchè, se Dio mi trattasse come io tratto gli altri, certo la mia sorte sarebbe segnata.
Ma il Padrenostro comincia proprio con presentarci il regno come la cosa più importante da chiedere.
Ma cos’è il regno di Dio? Dove sta? Quando verrà?. Si vede, si tocca?
Il regno di Dio è forse l’ adesione a vivere nella libertà di figli di un unico padre, una libertà che ti porta a fare cose incomprensibili per il mondo ma infinitamente appaganti per chi sta dentro, chi ha come unico ed eterno riferimento Gesù.
Il regno di Dio quindi è una condizione, uno stato di dipendenza e di libertà, termini che per il mondo sono contrapposti, ma che il Signore nostro Gesù Cristo è venuto a conciliare sì da farne le facce di un unica medaglia.
Dipendenza e libertà sono per il mondo completamente opposte l’una all’altra.
Siamo creature, imperfette; come i bambini non possiamo fare nulla da soli, abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi, altrimenti moriremmo.
La nostra incompletezza, i nostri limiti mettono in evidenza l’amore di chi ci nutre, ci guida, ci aiuta a diventare grandi, autonomi, autosufficienti.
Ma se il diventare grandi nella nostra economia significa poter dimenticare chi si è preso cura di noi e metterlo in un ospizio quando non serve a niente, nell’economia di Dio il diventate grandi, significa essere in grado di prendersi cura gli uni degli altri, non per dovere, ma per amore.
Il regno di Dio è quando si instaurano all’interno della comunità umana rapporti, relazioni di gratuità totale, come se tutti fossero nostri figli, come figli siamo stati e continuiamo ad essere nei confronti di Dio.
Quando viviamo il regno di Dio, viviamo l’amore gratuito e scambievole, viviamo relazioni feconde e felici, viviamo la pace che tanto manca a questo mondo che si vuole svincolare da Dio e vuole ridurre in schiavitù gli uomini.
Allora oggi con più consapevolezza, forza, fede chiediamo al Signore” venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”
Chissà perchè mi viene in mente l’immagine dell’arcobaleno che, lungo la strada di ritorno dall’ultimo viaggio fatto, invano abbiamo cercato di catturare con la macchinetta fotografica, che congiungeva il cielo alla terra, partendo da una polla d’acqua su cui il sole si specchiava e dopo essere salita in alto toccava un’altra polla d’acqua qui su questa terra.
Il regno di Dio è come quell’arcobaleno che non si lasciava prendere, ma era possibile solo se due pozze d’acqua lasciavano che il sole vi affondasse i suoi raggi.

SERVIRE

SERVIRE

SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
martedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario

” Beati quei servi che il padrone, al suo ritorno, troverà ancora svegli. “(Lc 12,37)

Il Vangelo ci parla di ciò che connota un cristiano: il servizio.
Infatti siamo chiamati servi.
Questa sembra una parola offensiva che diminuisce la nostra persona.
Il servo non è di più del padrone.
Dobbiamo metterci in mente che nessuno è più grande di qualcun altro e che l’unico grande, degno di essere servito, di sedere a tavola per primo è il Signore, il nostro padrone, l’unico indiscusso da cui dipendiamo e a cui dobbiamo servire.
” Non vi chiamo più servi ma amici ” dice Gesù e poi anche ” io sto come colui che serve “.
In effetti Gesù ribalta con la sua vita l’idea che ci siamo fatti di Dio, cui tutto è dovuto, anche sacrifici umani (vedi Abramo, come anche tanti obblighi che derivavano dal sentirlo al di sopra di ogni cosa, essere perfettissimo, padrone signore di tutte le cose).
Gesù nella sua vita ha dimostrato quanto fosse distante l’idea che si erano fatti di Dio e mostra concretamente come Dio opera, come Dio ama, come Dio salva.
Un salmo dice ” misericordia e verità si incontreranno, giustizia pace si baceranno “.
Sembra impossibile che la giustizia e la verità vadano d’accordo con il perdono e la pace, sembra impossibile che di due popoli diversi si faccia un popolo solo, che le differenze si possono colmare e non essere in conflitto tra loro.
Ma Gesù dice che giungerà l’ora in cui arriverà il padrone e beato sarà chi sarà trovato a servire con la lampada accesa, vale a dire sarà trovato pronto a continuare a fare ciò che nella vita stava facendo.
La morte non cambia il nostro modo di vivere, solo che, con la morte, il Gesù che è nascosto in ogni fratello si svelerà perché finalmente vedremo faccia a faccia la persona che stiamo servendo e grande sarà la nostra gioia nel sentirci serviti da lui, invitati a sederci non in fondo, ma vicino a lui, per partecipare al banchetto escatologico.
La diversità diventa nelle mani di Dio ricchezza, consolazione, armonia, movimento.
Il mondo che ci aspetta è un mondo non statico, immobile, perché ogni cosa rimanderà all’altra, ogni persona sarà diretta verso l’altra e tutte le cose le troveremo ricapitolate in Cristo che a sua volta ci rimanda al Padre attraverso lo Spirito.
Gesù alla fine del suo ministero sulla terra prefigura con l’ultima cena il banchetto escatologico, perché si cinge i fianchi e lava i piedi agli apostoli.
Nella stanza alta celebra il mistero grande dell’amore, donando il suo corpo a loro che erano presenti, ma a tutta l’umanità quando dice: ” fate questo in memoria di me ” non senza aver mostrato fino in fondo cosa significa servire con i fianchi cinti e la lucerna accesa.
Sulla croce Gesù muore effondendo lo spirito (corpo offerto, sangue versato) sì che il senso delle sue parole diventi più chiaro e si sveli.
Fianchi cinti e lucerna accesa (quella dello spirito). Questo è il modo per attendere, tendere verso lo Sposo.
Il Cantico dei Cantici ci parla dell’amore e della sua caratteristica di non possesso.
Ci si rincorre, ci si cerca, ci si trova, ci si unisce per poi di nuovo tornare a nascondersi ( esodo, chenosi, sintesi), danza trinitaria a cui ognuno di noi è chiamato.
Questo è il Paradiso!
Che bello Signore quello che ci fai pregustare!
Io che non amo stare ferma, immobile e intristisco quando la vita non mi mette davanti cose appetibili, desiderabili, sicuramente non posso che gioire, pensando che un giorno ciò che connoterà la nostra vita in cielo è il desiderio sempre vivo di incontrare, cercare, congiungersi all’altro, a te, Signore, che non ti lasci possedere, ma anche il desiderio di andare verso tutti quelli che con me condivideranno la condizione di vivere per donarsi e non per possedere e possedersi.
Morire per vivere, vivere per morire.
Morte e vita nella gioia senza fine di un amplesso in cui naufragare per trovare il tesoro dell’eterna giovinezza.

Certo Signore, se non ti avessi incontrato, la mia vita sarebbe un succedersi insopportabile di pene, angosce, tristezza, dolore, disperazione, rabbia, rassegnazione e rarissimi momenti di noia mortale nell’attesa che il destino si compia.
Ti voglio ringraziare perché tu colori ogni mia esperienza di luce sì che una giornata piatta, pesante diventa un tassello del puzzle che pian piano rimetto al suo posto con il tuo aiuto.

Guai a voi!

“Guai a voi, che trasgredite la giustizia e l’amore di Dio! Guai a voi!”(Lc 11,42)

Quante volte l’ho letto nel Vangelo! Ogni volta ho cercato di dominare il malessere, la paura che mi suscitavano queste parole, pensando che, in fondo, Gesù, quando le pronuncia, è preso da grande dolore per il pericolo che incombe su chi agisce in modo diverso dal Vangelo.
Il guaio capita alle città, alle persone che hanno sentito l’annuncio, hanno conosciuto il Signore, ma l’hanno rifiutato, ma nei guai incorrono anche quelli che credono di salvarsi con una serie di formalismi che riducono la legge a pura apparenza, mascherando la vera identità dell’uomo.
La malvagità non può nascondersi agli occhi di Dio.
” Dai loro frutti li riconoscerete.”
Veramente è questo ciò di cui ci dobbiamo preoccupare.
Quando la pace non l’abbiamo dentro, non possiamo neanche portarla fuori. Quando viviamo la frammentazione che viene dalla dicotomia tra ciò che si vede ciò che non si vede, non ci può essere pace.
Se viviamo la legge con una serie di imposizioni rituali, che non servono a nessuno, come possiamo stare in pace?
Lo scopo delle nostre azioni è quello di tendere a realizzare ciò per cui Dio ci ha creati.
L’amore di Dio è espansivo.
Gesù non ha ritenuto un tesoro geloso la sua natura divina.
Ebbene, quando piantiamo una qualsiasi pianta, speriamo che porti frutto. Non possiamo però non salvare qualche seme, sottraendolo alla nostra ingordigia, perché nascano altre piante.
Novembre è alle porte e i ciclamini come anche i crisantemi riempiono gli scaffali dei supermercati, i marciapiedi delle strade, le serre, i negozi di fiori, perché il giorno dei morti i cimiteri sembrino lussureggianti giardini.
Come potremmo onorare i nostri cari, se non ci fosse chi con pazienza ha prelevato i semi, li ha fatti seccare, e con cura li ha piantati moltiplicando il numero delle piante?
Così è l’amore di Dio.
Prendiamoci cura gli uni degli altri e terremo lontano i tanto temuti guai.

“Non sono venuto a portare la pace ma la spada”.(Mt 10,34)

“Non sono venuto a portare la pace ma la spada”.(Mt 10,34)

Parole incomprensibili questa mattina a prima vista.
Ma se con un ragionamento si riesce a ricondurre tutto ciò al tuo amore, pur essendo lontana questa parola dalla mia quotidianità, da Gianni mio marito che sta aspettando come un bambino che gli parli, che gli dia retta, che lo faccia sentire meno solo mentre io mi voglio fermare un po’ di più davanti a te Signore perchè la tua parola mi penetri come spada a doppio taglio e mi susciti pensieri di vita.
Certo che tu questa mattina parli della radicalità della scelta e che dobbiamo mettere te al primo posto senza che nessun amore umano ce lo impedisca.
Amare te Signore è bello, è facile, perché tu sei buono, amabile, perfetto.
Ti amo Signore mia forza, mio canto, mia potente salvezza.
Ti amo anche quando non capisco i tuoi tempi, quando mi sento con l’acqua alla gola e sto per soffocare.
Tu conosci il mio cuore Signore e forse tra poco mi dimostrerai che non è vero, perché se ti amassi, amerei tutti i tuoi figli, i miei fratelli, nella stessa misura, perché sono tuoi, gregge del suo pascolo.
Non è inusuale che nel vangelo ci siano affermazioni che si contraddicono.
Uno più uno non fa sempre due per te, perché il vangelo non è applicazione di regole matematiche, ma frutto di scienza e conoscenza del cuore.
Quando sei nato gli angeli hanno cantato: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace agli uomini di buona volontà”.
Quando sei apparso dopo la resurrezione hai dato la pace ai tuoi discepoli e il potere di perdonare i peccati.
Ma anche quando li hai mandati a due a due ad annunciare il vangelo hai raccomandato di portare ad ogni casa la pace.
Eppure oggi dici che sei venuto a portare la spada, la guerra, la divisione.
Che vuol dire?
Sei tu che ci dividi o noi ci dividiamo da te, quando quello che ci dici non ci piace, quando ci allontaniamo dai tuoi precetti, quando li prendiamo alla lettera e non ne cogliamo lo spirito?
La divisione non è nei tuoi programmi, perchè hai pregato così il Padre: “Prego Che siano una sola cosa con me e con te che mi hai mandato”.
Tu ci hai chiamato all’unità, tu sei venuto per riconciliare a te il mondo e di due fare un popolo solo.
Tu sei venuto a insegnarci l’amore, l’unico strumento capace di realizzare questo straordinario progetto di unità salvaguardando e valorizzando le differenze di ognuno.
In te si ricongiungono tutte le tue sorgenti Signore.
“Chi non è con me contro di me”.
Quando creasti il mondo hai diviso le tenebre dalla luce e non possiamo dimenticare quanto sia importante dividere il bene dal male.
Bisogna scegliere se aggrapparci a puntelli traballanti che oggi ci sono e domani il vento porta via o rimanere attaccati alla rupe che non crolla, a te Signore.
Nel tuo cuore ritroveremo il padre e la madre, il fratello e lo sposo, il figlio che abbiamo messo al secondo posto dopo di te e li ameremo davvero di più, traendo vita dall’amore purificato dal tuo sangue innocente.
Accogliere i tuoi discepoli come se fossi tu…
E quelli che non lo sono o si comportano male?
Penso ai tuoi più stretti collaboratori, ai tuoi ministri e mi chiedo se per loro ho un cuore disponibile all’ascolto e all’amore o passo il tempo a giudicare quello fanno…

“Chi accoglie voi accoglie me”.(Mt 10,40)
Perdonami Signore quando non riesco a fare comunione con i miei fratelli, tienimi lontano da tutto ciò che non ti appartiene.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

29 giugno 2015
S.Pietro e Paolo

letture:At 12,1-11; salmo 33; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19
ore 6.54
“Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”(2 Tm 4,17)

Quante volte Signore, alla fine di una giornata sfibrante, vissuta nel tuo nome, mi ripeto queste parole.
Ne ho bisogno per trarre forza per il cammino che mi attende, per rinsaldare i miei piedi e riempire il cuore di speranza che tu non vieni mai meno alla tua alleanza.
Se penso alla giornata di ieri mi sembra di aver sognato, sognato tutto ciò che ho visto realizzato per amore del tuo nome.
Non pensavo di farcela dalle tre del mattino che il sofar ha rotto il silenzio con il suo messaggio di paura, di dolore, di morte.
Ieri mattina per la prima volta non ho cominciato dall’ascolto della tua Parola, ma dalla Tachipirina e poi dal busto di ferro e poi dal vestito adatto a coprirlo e contenerlo che non trovavo.
Mentre facevo queste cose pensavo a te, a Maria e, senza proferire parola, presentavo il mio corpo martirizzato da dolori sempre più forti.
Non riuscivo a pregare nel modo tradizionale, mi divincolavo come un animale preso in una tagliola e pensavo che la giornata era molto impegnativa e che non ce l’avrei fatta a portare a termine l’opera da me iniziata.
Aver deciso di disboscare la parte di terreno che si è inselvatichita attorno alla casa di campagna e aver coinvolto nell’impresa tante persone mi chiamava ad una responsabilità non solo formale, ma sostanziale, come l’andare, il rimanere, vigilare e non ultimo preparare il pranzo per tutti, operai e famigliari.
Già questa era impresa apparentemente impossibile, ma tu hai voluto inserire qualcosa di più e forse il meglio.
Partecipare in chiesa al matrimonio della coppia che abbiamo accompagnato durante il percorso per la preparazione alle nozze facendoci fisicamente portavoce di una lettera che tu hai scritto a loro.
Gli orari sono stati da te studiati sì che si incastrassero e non si sovrapponessero, né hai negato a mia sorella, che era nel dolore, il tuo conforto servendoti di noi che l’abbiamo invitata a stare con noi, lì sul monte santo, dove tu ti manifesti, nella casa dove è stata celebrata l’Eucaristia, quando fu inaugurata.
Dalla finestra, mentre bruciavano l’erba secca tagliata, è riemersa la croce che tre anni di abbandono avevano quasi totalmente nascosto, nel campo ai piedi degli abeti che svettano nel cielo.
Dalla camera non si vede più la Bella Addormentata, tanto sono cresciuti, ma io chiudo gli occhi, quando entro nel tuo santuario e vedo ciò che altri non vedono e ti lodo, ti benedico e ti ringrazio.
Ieri quindi è stato come attraversare un oceano, un mare agitato da fortissimi venti che nel momento opportuno smettevano di soffiare perché potessimo godere della tua pace, della tua presenza, del dono che ci hai fatto gli uni agli altri.
Se non ci fossi stato tu Signore con noi, non saremmo sopravvissuti a tanto stress, fatica, pensieri.
Se penso che, quando al mattino siamo arrivati, il pavimento era nero di insetti morti che abbiamo dovuto spazzar via.
Tutto è andato secondo giustizia e verità, tutto è stato fatto nel tuo nome Signore, per amore, per riconoscenza, per gratitudine, per responsabilità, animati da uno spirito di accoglienza e di perdono che non pensavamo poter essere capaci si avere.
Poi questa notte, che notte! una notte di streghe, di sofar che squillavano all’impazzata.
Dalle tre sono sveglia e sono qui a ripeterti le stesse parole di ieri.
Senza di te non posso fare nulla.
Signore aiutami in questa traversata che mi vede sola ad affrontare il nemico.
Maria sia la mia infermiera, la mia consigliera, sia sempre vicina a me perché nel suo seno porta te, Gesù, e io ho bisogno di sapere che non mi abbandonerai mai.

PERFEZIONE

SFOGLIANDO IL DIARIO…

15 giugno 2010
Meditazioni sulla liturgia di
martedì dell’XI settimana del Tempo Ordinario

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli. ..Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.(Mt 5,43-48)

La vita Signore sembra, a leggere il Vangelo, ridursi solo ad uno scambio reciproco di favori, un donare agli altri ciò che hai di più caro, un perdersi per ritrovarsi, uno sciogliersi come il sale nell’acqua, un disperdersi e diffondersi come la luce, un morire, un annientamento graduale di sé stessi per far spazio all’altro e all’Oltre.
Sono parole belle Signore, parole che sento, sperimento vere.
Quante volte un gesto gratuito di amore mi ha fatto risorgere, ha dato senso al mio andare, senso alla fatica, senso al dolore, al sacrificio, mi ha riempito di gioia, di gratitudine, di luce, di eternità.
Eppure Signore molto spesso l’amore non sembra essere tanto importante, specie quando il dolore, la sofferenza fisica non dà tregua come questa notte, come questa mattina.
Un dolore che non è di un momento ma dura per ore, per giorni una malattia che mi impedisce di fare sempre meno cose, una malattia che sembra una carica ad orologeria, che più passa il tempo e più percepisci la fine.
Tu continui a parlare di amore, perfezione e io voglio ascoltarti, pendo dalle tue labbra Signore.
In questo tempo sei solo tu che ti prendi cura di me totalmente.
Sei tu che mi fai esistere e mi sembra che tu sia il mio unico interlocutore.
Non c’è più nessuno che mi chieda come sto, che mi faccia gli auguri il giorno dell’onomastico, del compleanno con accadeva un tempo, non c’è nessuno che si ponga il problema della mia salute perché è scontato che stia male, è scontato che di questo male non si muore e che io me la so cavare benissimo da sola.
Alla gente interesserebbe solo se questa malattia portasse alla morte.
Ci si preoccupa solo di questo oggi, perché la morte fa paura.
Ogni notte tu mi chiami a morire Signore, cedere, consegnare un pezzetto di me, della mia agilità, efficienza, intelligenza, memoria, funzione.
Ogni notte.
A volte mi rispondi con un segno che mi conforta e mi rassicura che tu sei con me, che non mi hai mai lasciata.
A volte la mia preghiera torna con l’eco e batte su un muro che rimanda indietro le mie parole.
Mi chiedo, quando me lo chiedo, cosa serva pregare se poi il dolore è sempre così grande..
Come ieri notte… Come questa notte…
Tu parli oggi di perdono, di amore per i nemici e io sono qui a combattere con un dolore alle mani, alle dita che mi perseguita.
Ma non è solo questo, lo sai.
Giovanni quando prega dice: “Lo vedi Signore che c’è questo e quest’altro.”
“Lo vedi”.
Non dice: “Lo sai” ma “Lo vedi”.
E quando sto così male le parole del perdono, della perfezione sembrano dirette più alla mia intelligenza che al cuore, perché mi interrogo su cosa devo ancora capire, cosa meditare, cosa fare rispetto a ieri.
Il dolore mi annebbia la mente, mi intorpidisce i muscoli e non mi viene da pensare ad altro se non a come affrontare questa giornata.
Giovanni dice che non è una cosa normale che io con il mal di schiena (che ne può sapere del resto?) possa averlo portato, al mare, come è stato.
Non è normale, ma io gli ho spiegato che ho chiesto a te l’aiuto.
Ma l’amore che è alla base dei miei comportamenti nei confronti di Giovanni ed Emanuele, i miei nipotini, come faccio a donarlo ad altri se non mi reggo in piedi, se la preghiera sale stentata al cielo?
Non ho più parole Signore e vivo una vita errabonda, una vita segnata dalle tempeste di sabbia, dai tornadi e dagli tsunami.
“Di questa città non è rimasto qualche brandello di muro, di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. E ‘il mio cuore il paese più straziato”.
Chi o cosa devo amare Signore?
Il mio dolore?

L’abbraccio

Nella bella cattedrale di Wùrzburg, in Germania, si trova una veneranda Croce del sec. XIV.
Il Signore ha le mani staccate dalla traversa e le tiene incrociate una sull’altra sul petto, avendo i chiodi ancora tra le dita.
Una leggenda racconta che un ladro incredulo, vista la corona d’oro sulla testa del Re crocifisso, stese la mano per prenderla.
In quel preciso istante il Signore staccò le mani e i chiodi dalla croce, s’inchinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò al suo cuore. Quali furono i pensieri che attraversarono la mente di quell’uomo? Vergogna… pentimento… riconoscenza… desiderio di non staccarsi più da quell’abbraccio? Lo trovarono svenuto.
Da quel tempo Cristo non ha mai più riallargato le sue braccia, ma ha conti­nuato a tenerle cosi, come sono ora, come se volesse sempre stringere al cuore l’uomo peccatore, guardandolo profondamente negli occhi.
https://www.santateresaverona.it/?p=11799

“Io ho fatto conoscere loro il tuo nome” (Gv 17,26)

Sono qui davanti a te Signore mio Dio, sono qui con tua madre a cui ho chiesto di accompagnarmi in questa notte all’altra riva, per poterti ascoltare, per rivederti, per poter mangiare ancora del tuo pane di vita.
Ti ringrazio Signore perchè non hai ritenuto un tesoro geloso tua madre e ce l’hai donata, l’hai con noi condivisa perchè ci portasse a te ogni volta che smarriamo la strada o ti chiamasse lei in aiuto, e ti rendesse visibile ai nostri occhi attraverso la sua preghiera.
Ti ringrazio perchè sei venuto a dare un senso a tanta sofferenza, perchè mi hai mostrato che tu sei in ciò che ci manca, che siamo beati quando percepiamo i nostri limiti, quando ci sentiamo bisognosi di tutto, quando nessuna cosa al mondo ci può consolare, guarire, darci gioia e speranza di vita.
Grazie Signore perchè questa mattina mi hai dato la tua carne e il tuo sangue perchè diventassi una sola cosa con te.
Me l’hai data e io me ne sono nutrita, e la paura è svanita sostituita dalla gioia di appartenerti e di servirti con gli strumenti poveri e disprezzati che tu trasformi in armi invincibili contro le tentazioni del demonio.
Signore grazie perchè oggi comincio la giornata pensando che niente e nessuno potrà separarmi dal tuo amore, che questo amore è lo stesso che ti lega al Padre, un amore che lo Spirito Santo ci mostra e ci dona.
Mi viene in mente l’immagine con cui siamo soliti raffigurare lo Spirito Santo che arriva a noi come acqua, fuoco, colomba, soffio, vento…
Ma quella che più amo e che parla alle corde più profonde del mio essere è un abbraccio, un sentirsi stretti da un amore più grande che ci comprende tutti e che ci fa dire l’uno all’altro:”Io mi fido di te”.
Tu ci chiami all’unità e quale grande miracolo hai compiuto Signore inchiodando il tuo abbraccio alla croce?
Grazie Signore per i tuoi doni, grazie dell’abbraccio che riservi ad ogni uomo peccatore, perchè tu continui a morire per noi ogni volta che ti chiamiamo in aiuto.