” Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15)

” Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15)

Volevo partire dalla gioia su cui da ieri mi sono soffermata come condizione essenziale, presupposto e conseguenza di una festa che non deve finire.
Meditando i misteri del rosario mi è venuto in mente che Gesù dalla madre è sollecitata ad intervenire perchè a Cana, durante un banchetto di nozze il vino era finito.
Il vino è ciò che manca , quel vino speciale che il sacerdote , ripetendo le parole del Maestro consacra e trasforma nel sangue, nella vita di Cristo. Così aveva fatto lui e aveva invitato gli apostoli a fare altrettanto in memoria di lui.
Se manca Cristo, la nostra vita si spegne, perchè è lui che ci dona la vita e non una vita qualunque ma una vita da figli di Dio, che è una cosa non straordinaria, ma impensabile e inimmaginabile, incredibile, se non sei dentro, se non ne fai esperienza.
Ebbene ieri pregando il rosario mi è uscita dal cuore una richiesta di aiuto, a Maria, una preghiera forte, gridata, urlata,non perchè il vino fosse finito, ma era agli sgoccioli.
I dolori erano sempre più invasivi e paralizzanti perchè il busto ortopedico nuovo, comprimendo lo stomaco che si era dilatato, mi stava deviando la colonna vertebrale, che di suo ha già tanti e annosi problemi.
Il dolore è il mio scomodo compagno di viaggio da sempre, si può dire, un compagno ingombrante, irrispettoso e sempre più invadente.
C’è stato un tempo che il problema lo vivevo come se dipendesse da me e dai medici e dai rimedi che la medicina mi proponeva.
Poi ho incontrato il Signore, attaccato, appeso ad un legno, innocente crocifisso per i nostri peccati e gli ho detto” Pure tu!”
All’inizio con Lui si è stabilita un’amicizia basata sulla condivisione di uno stato di estrema sofferenza, anche se a volte ho pensato che io da una vita stavo male e lui un lasso di tempo molto più limitato.
Dio mi perdoni se ho pensato questo, se la mia presunzione, anche dopo averlo concretamente incontrato, continuava a farmi credere che con Dio si parte alla pari.
” Pregherò quando sarò guarita” dicevo prima della conversione, non sembrandomi conveniente e rispettoso approfittare quando avevo bisogno, avendolo di fatto cancellato dalla mia vita nel tempo delle vacche grasse.
Mi ha salvato la mia sete di conoscenza, mi hanno sempre più affascinato le sue parole, le uniche da cui potevo capire chi fosse.
Con Gianni, nel periodo di fidanzamento, non abbiamo pensato fosse tanto importante conoscerci e abbiamo solo pensato a divertirci. Ma poi l’abbiamo scontata e ancora ci stiamo lavorando, lasciandoci illuminare dalla luce di Cristo.
Il dolore notturno ha favorito la conoscenza di Colui che credevo uguale a me, il dolore è stato lo strumento per scendere da quella torre che mi ero costruita su cui era scritto”Volere è potere”.
Quante cose di notte lo Spirito mi ha comunicato, aprendo i sigilli del segreto, del mistero che si cela dietro le parabole della vita.
E ora sono ai piedi di quella croce su cui impudentemente ero salita e mi ero arroccata, ai piedi con Maria, insieme al discepolo che Gesù amava.
Ero io, sono io oggi la discepola che si sente amata da Dio e che non si allontana perchè venga lavata e rigenerata ogni momento dal sangue e dall’acqua che sgorga dal Suo costato.
Ogni notte diventiamo più intimi, ogni notte, quando il dolore viene a visitarmi dico: “Sei venuto a trovarmi di nuovo, mio Signore? Sei sceso per portarmi questo strumento di salvezza e associarmi al tuo sacrificio?”
Quante volte ho pensato che fosse lui a mandarmi questo dolore, i cani che dilaniano la carne, il magma infuocato che mi percorre la schiena, i lacci che si stringono in modo disordinato attorno alle mie membra, le ossa che si spezzano e gemono chiedendo aiuto.
” Sei tu mio Signore?”, dicevo ogni volta che accadeva.
” Ti serve anche questo dolore? E anche questo e questo e questo?”
” Tu sai cosa farne, io no.
II mio corpo è il tuo corpo, il mio dolore è il tuo dolore, sicuramente sarà una cosa buona, è una cosa buona, diventa una cosa buona nelle tue mani.”
Ho quindi attribuito a lui tutto quello che mi accadeva anche se non capivo perchè a me chiedeva tanto di più.
Questa notte lo Spirito del Signore si è posato su di me, mentre invocavo Maria perchè il vino stava per finire e il dolore di tante notti insonni e dolorose non mi faceva godere dell’amicizia e delle attenzioni dello Sposo.
Come un lampo il pensiero mi ha squarciato la nube che mi impediva di vivere in pienezza di gioia la sofferenza che mi stava massacrando e ho detto:” Sei venuto a salvarmi mio Signore.
Non sei tu che mi mandi questo dolore, non sei tu il mio dolore, ma sei venuto a combattere insieme a me l’attacco del nemico.
So che averti come alleato è come aver già vinto, perchè tu hai vinto il mondo. Di cosa devo avere paura?
Vieni Signore Gesù e fa che non ti scambi mai più con il mio persecutore, ma ti accolga sempre come il mio Salvatore”.
Grazie Maria, perchè con te è bello vivere e rimanere nell’amore di Dio”.

“I discepoli gioirono al vedere il Signore”. (Gv 20,20)

“Shalom!” “Pace a te!”

Non so se i discepoli sarebbero stati altrettanto contenti se il Maestro avesse rinfacciato loro la condotta vile nei suoi confronti, negli ultimi momenti, i più cruciali della sua vita.
Gesù non si vendica, lo sappiamo , Gesù perdona perché ci conosce, , per questo ha fatto tutto quello che ha fatto.
Incapaci di perdonare i nostri nemici, chi disattende le nostre aspettative, incapaci di assolvere non solo gli uomini ma anche la nostra storia che è andata come è andata, una storia che avremmo voluto diversa, meno accidentata, incapaci di assolvere Dio a cui attribuiamo la responsabilità di tanti ricalcoli, la responsabilità di essere stato a guardare tante ingiustizie di cui siamo stati fatti oggetto, ma anche di tante ingiustizie che ci scorrono davanti aprendo il giornale o pigiando un bottone.
Responsabilità degli altri e di Dio hanno condizionato la nostra storia e noi viviamo arrabbiati perché se le cose fossero andate o andassero come pensiamo desideriamo riteniamo giusto noi, il mondo girerebbe al contrario senza far cadere nessuno.
Incapaci quindi di riconciliarci con la nostra storia passata e presente, incapaci di cambiare posizione, viviamo chiusi alla luce e al soffio dello spirito.
Per fortuna che le porte chiuse per Gesù non sono un ostacolo, quando non abbiamo smesso di rimpiangerlo e di cercarlo.
“Pace a voi!”
Oggi non a caso è la domenica della Divina Misericordia, straordinaria intuizione della Chiesa per sottolineare che il senso della Pasqua è tutto qui.
Dio ci ama, Dio ci perdona, Dio ci cerca, Dio fa l’impossibile perché noi impariamo ad amare, a perdonare, a vivere nell’unità.
Un cuor solo, un’anima sola distingueva i primi cristiani.
A guardare come vanno le cose, sembra impossibile che il mondo si metta d’accordo, che le nazioni, i politici, i condomini facciano la pace, che facciano la pace tanti coniugi incapaci di scegliere l’amore, coniugi che non si sparano per la polvere, coniugi che vivono la violenza fino alle estreme conseguenze.
Il mondo ha bisogno di pace Signore, ne hanno bisogno i piccoli per vivere in famiglie riconciliate, ne ha bisogno ognuno di noi in guerra con qualcosa o qualcuno che disturba il nostro paradiso.
Spesso ci chiediamo in cosa consista vivere nel paradiso terrestre, cosa serve perché non sfiorisca, cosa serve perché ci dia vita,ci chiediamo cosa intendi per terra promessa, visto che, se leggiamo la bibbia, non sembra che ci si trovi tutto quel ben di Dio che ci aspettiamo.
Le guerre, i sacrifici, la fatica per rimanere nel luogo che tu ci hai consegnato senza la tua pace, senza la capacità di fare altrettanto, senza il perdono non riusciremo mai a renderlo fecondo.
La terra promessa che il tuo sacrificio è venuto a fecondare con sangue e acqua è la relazione con le cose e le persone a cui attribuiamo i nostri fallimenti, la nostra infelicità.
Solo tu Signore ci rendi capaci di fare quello che tu hai fatto, solo tu Signore puoi trasformare la valle di Acor in porta di speranza, le piogge torrenziali in un luminoso e grande arcobaleno che unisce il cielo alla terra i nostri cuori al tuo, il nostro sì in canto accordato e melodioso di lode .

GIOVEDI’ SANTO

“Prendete e mangiatene tutti questo è il mio corpo”.
“Li amò fino alla fine”.

Che mistero grande è quello dell’Eucaristia Signore!
Ci hai amato fino alla fine.
Signore pietà! Cristo pietà!
Ci hai lavato i piedi, ci hai tolto le sozzure, quelle di cui non eravamo consapevoli, ti sei fatto servo, schiavo d’amore per convincerci che ci hai amati e che ci ami di amore eterno.
Signore tu sapevi che saresti stato di lì a poco consegnato ai nemici e che qualcuno dei più cari amici ti avrebbe tradito.
Tu sapevi Signore, eppure non lo hai escluso dalla lavanda dei piedi, lo hai invitato a mangiare con te, hai condiviso fino alla fine tutto di te.
Signore tu non guardi ai nostri peccati quando ti fai vicino a noi, non vuoi che il peccato sia di ostacolo all’incontro intimo con te.
Tu Signore inviti tutti alla tua mensa, a mangiare e a bere il frutto del tuo sì al Padre, perché è frutto del perdono, la strada privilegiata per cambiare il nostro cuore, per convincerci che tu ci ami di amore eterno.
Non sette ma 70 volte 7 hai perdonato e continui a perdonare.
“Quante volte?” chiedeva il sacerdote quando andavamo a confessarci!
Ricordo che il numero, quand’era grande, mi tranquillizzava perché era più difficile dire una volta che tante volte quante erano quelle in cui avevo deciso di non combattere la mia naturale debolezza, i miei tradimenti ripetuti nel tempo.
Signore quanto poco ti conoscevo!
Oggi penso a quei giorni e mi sento un’estranea, una lontano di casa, una che ha vissuto all’estero con la nostalgia di qualcosa o qualcuno che sapeva esistere ma che aveva irrimediabilmente perduto.
Sono vissuta lontana da casa Signore, cercando di costruirmi appartamenti separati dai tuoi precetti..
Ho cercato nelle amicizie di riproporre il modello che sentivo dentro come l’unico capace di soddisfare i miei e gli altrui bisogni.
Con gli amici ho sempre condiviso la tavola e anche il letto quando era possibile.
Ricordo il mio coinvolgimento in qualunque relazione allacciassi.
Me l’aveva insegnato mia madre che aveva vissuto in una famiglia patriarcale, numerosa e poi aveva trasportato questo modello anche in casa nostra, dopo che la guerra l’aveva messa nelle condizioni e nella necessità di condividere tutto con tutti.
La nostra casa era un porto di mare e io non ricordo ci stessi male.
Le persone erano la vita della nostra casa, ora che ci penso, e noi non ci siamo mai sentiti soli, anche se il disagio era grande.
Non ti conoscevo Signore allora, so solo che il desiderio di stare con gli altri l’ho sempre sentito come prioritario come quello di interessarmi alle persone, dare loro quello che avevo.
Dico questo non per sentirmi a posto, ma per consolarmi del fatto che in fondo tu già abitavi con noi, che già ci avevi fatto scuola e operavi nella nostra vita sì da trasformarla invisibilmente in vita nuova e redenta.
Tu Signore questa sera ti consegni a noi e poi ai i tuoi assassini.
Ti consegni donando il tuo corpo.
E mangiarono ne bevvero i tuoi discepoli come anche i tuoi assassini.
La differenza dov’era Signore?
Tu hai amato fino alla fine.
Quando prendesti un corpo per comunicare l’amore non hai posto condizioni al Padre.
Il sì è stato unico, valido per sempre in eterno.
Un corpo ci hai donato, quel corpo che per venire alla luce ha presupposto la prima morte, la morte a te stesso che sei Dio per diventare uomo simile a noi con tutte le conseguenze che comporta.
Il peccato aveva introdotto nel mondo la sofferenza e la morte e tu hai voluto affrontare anche il rischio di morire per sempre.
Potevi peccare Signore?
Non so.
Penso che il peccato era la contraddizione di quanto tu sei venuto ad affermare.
Tu hai detto: “Io sono”.
Il peccato non fa essere, ecco perché il peccato non poteva appartenerti, sfiorarti perché il peccato è la negazione di Dio.
Tu Signore questa sera doni il tuo corpo nell’ultima cena ai tuoi discepoli, lo usi perché serva a rimettere in piedi le persone, rendendole capaci di camminare, pulendole da tutte le immondezze e le inadeguatezze proprio della natura umana e della cattiva volontà.
Il tuo corpo deve servire per amare, perdonare, promuovere, dare vita a chi se ne ciba.
Il tuo corpo ci hai lasciato Signore.
Che cosa straordinaria, bella!
Che mistero consolante grandioso di comunione!
Il tuo corpo consegnato alla Chiesa è diventato un mistero d’amore senza tempo, né confini.
Ti sei fatto uno in tutti e ci hai riuniti da ogni parte del mondo.
La cena eucaristica ci ha fatto riconoscere figli di un unico Padre, seduti alla stessa mensa dove il cibo è lo stesso per tutti.
Il tuo corpo e il tuo sangue sparso per noi e per tutti per la nostra salvezza.
Che bello Signore, che tenerezza, che dono grande quello che stasera fai ad ogni ognuno di noi!
Consegni il tuo corpo all’uomo perché faccia altrettanto.
Ognuno di noi può diventare quel pezzo di pane, quel vino per creare comunione e pace e gioia nelle relazioni dentro e fuori la famiglia.
Il mistero eucaristico diventa la chiave per vivere la relazione coniugale nella più completa adesione al tuo progetto di unione feconda nella distinzione.
Signore donami un corpo da e per amare, un corpo per servire, un corpo da glorificare attraverso l’amore speso fino alla fine.
Donami Signore di sentire in questo gesto ripetuto nel tempo l’eterna offerta fatta al Padre come rendimento di grazie per quello che continua a donare ad ognuno.
“Un corpo mi hai dato, sul rotolo del libro c’è scritto di fare il tuo volere.”
Sì Signore questo corpo che non mi fa dormire, che non mi permette di fare ciò che voglio, che mi limita anche nelle funzioni più elementari, che fa un grande fracasso sia strumento d’amore puro ed eterno della tua missione salvifica per i fratelli che mi hai donato.
Fa’ che senta sempre forte la tua presenza accanto a me e non presuma di essere io a fare le cose che solo la tua grazia mi concede, permette di realizzare molto meglio di come io saprei fare.
Signore questa sera voglio stare con te, voglio sentirmi un’invitata speciale, una dei 12, voglio mettere la mia testa sul tuo cuore, voglio sentire la pressione delle tue mani e il tuo calore, mentre lavandoli mi accarezzi i piedi.
Signore questa sera voglio prendere da te tutto l’amore di cui sento il bisogno per rimettermi in piedi e camminare nella percezione di un corpo sano, utile, bello e buono per te, perché serve per parlare di te, per renderti visibile agli occhi del mondo.
Signore solo tu puoi compiere il miracolo di rendere ancora utile questo corpo in rovina, in disfacimento, solo tu Signore puoi trasformare questo vaso di creta informe in una meravigliosa coppa, capace di trattenere e conservare l’acqua dello Spirito senza perderne una goccia..

“Va prima a riconciliarti con tuo fratello” (Mt 5,24)

“Va prima a riconciliarti con tuo fratello” (Mt 5,24)

La parola di oggi ci scomoda perchè spesso andiamo in chiesa per non sentire, per non vedere, per non sopportare le persone moleste che ci stanno intorno.

In chiesa cerchiamo la pace separandoci dagli uomini, lasciandoli fuori dalla porta perchè con Dio si può andare d’accordo, con certe persone è addirittura impossibile.

E’ questo è il guaio di noi cristiani che siamo bravi a perdonare solo quando le persone che ce l’hanno con noi o che noi non sopportiamo stanno lontane, non le vediamo e non le facciamo esistere.

Gesù non ha peli sulla lingua e, specie in questo periodo di penitenza quaresimale, insiste sulla necessità del perdono da accogliere e da dare perchè si realizzi il suo progetto di amore, vale a dire progetto di vita.

L’immagine che mi viene in mente è un campo sterminato irrigato dall’acqua che è stata convogliata in un acquedotto a cui ogni pezzo di terra, ognuno di noi è allacciato attraverso un rubinetto erogatore personale.

E’ chiaro che, se il rubinetto non viene aperto o si intasa è necessario che si provveda a rimettere in funzione ciò che dà vita al terreno, ciò che lo fa fruttificare, ciò che non lo trasforma in un groviglio di spine e di ortiche.

A chi il compito di mantenere puliti gli erogatori?

Certo che il proprietario del campo è il primo che se ne deve preoccupare.

Ma capita che, se la pioggia scende dal cielo, non ci si sente obbligati a fare manutenzione.

A volte capita anche che quando puliamo la nostra casa non facciamo caso a dove gettiamo i rifiuti, spesso danneggiando con la nostra sporcizia un bene comune o la proprietà di un nostro vicino.

Può capitare che agiamo in modo maldestro, senza cattiveria, ma solo con superficialità causando comunque un disordine come odio, rancore, rabbia del danneggiato.

Per questo Gesù ci dice di preoccuparci del bene degli altri prima che del Suo.

Perchè la sua unica preoccupazione è il bene dei figli che ha creato per essere come lui, eterni.

” Lasciatevi riconciliare da Dio!” è scritto.

Gesù ha fatto un trasloco dal cielo alla terra per riannodare i fili spezzati, per togliere all’uomo tutto ciò che impediva che gli venisse erogato l’amore .

Il problema sta nel fatto che anche se il guasto è colpa nostra, nostra responsabilità, il danno lo possono subire gli altri.

Per esperienza ognuno sa quanto sia oneroso riparare un danno provocato all’appartamento vicino, se il nostro impianto è malfunzionante, vecchio o maltenuto.

Dio sa di cosa abbiamo bisogno perciò ci ha dato l’esempio per primo spostandosi e venendoci a salvare.

Così dobbiamo fare noi, perchè lo stare bene degli altri fa stare bene anche noi e ci tiene al riparo dagli effetti delle ostruzioni che paralizzano le relazioni e distruggono la vita.

L’ arcoaleno

(Salmo 8,3)”
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi nemici”

Quando Emanuele,in prossimità del Natale, mi disse che Gesù veniva a portarci l’arcobaleno, ho pensato che non avesse capito un granchè del Vangelo.
Del resto non era stato con me, come Giovanni.
A lui non avevo potuto raccontare prima di addormentarsi le storie di Gesù, nè sembrava interessato ad ascoltarle da chicchessia, amando stare in silenzio ed osservare.

Nei suoi disegni però avevo notato che non mancava mai un arcobaleno e un cuore.
Solo oggi, ascoltando le letture che la liturgia ci propone, mi sono resa conto che bisogna ridiventare bambini per vedere l’arcobaleno come la cosa più bella che Dio ci abbia donato.
Ricordo l’occasione in cui me lo disse.
Poichè aveva la varicella il mio lettone fu lo spettatore muto dei nostri discorsi che sfociarono in qualcosa di assolutamente inaspettato e inusuale.
QUI trovate le foto di quel Natale..

“Che cosa vuoi che ti porti Gesù? ” gli chiesi.
“L’arcobaleno, le coccole, gli abbracci, ti voglio bene, gli amici…”mi rispose.
Dopo un primo momento di meraviglia, mi convinsi che aveva ragione a pensarlo e mi diedi da fare per fargli un albero a sua misura, a misura di un bambino, con i poveri strumenti a mia disposizione.
Feci tanti piccoli sacchetti unendo ritagli di stoffe diverse, le imbottii con dell’ovatta , dopo avervi attaccato una striscia di panno lenci con su scritto il contenuto di ciascun dono, e le appesi ad un modesto albero finto.

Sono passati tanti anni da allora e la malinconia inevitabilmente si stava impadronendo di me, perchè siamo sempre di meno attorno al tavolo i giorni di festa e nessuno bussa più alla nostra porta.
Per chi e per cosa dovevo addobbare la casa ?
“Non faccio niente quest’anno perchè ormai siamo diventati vecchi e i giovani hanno altro a cui pensare”, dicevo.
Poi mi sono ricordata del sacco di ” SCINTILLANTI” riempito con tutti i grazie detti al Signore.
L’ho aperto ed ecco cosa ne è uscito, perchè quando smetti di lamentarti per ciò che ti manca escono fuori i doni di cui Dio ha ricolmato la tua vita.

Il regno di Dio è in mezzo a voi.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

13 ottobre 2014
ore 6.15
giovedì della XXXII settimana del TO

VANGELO (Lc 17,20-25) In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».
Parola del Signore

Oggi la liturgia ci fa riflettere su cosa sia il regno di Dio, del quale abbiamo qualche idea, ma almeno io, spesso confusa.

Nel Padre nostro, Gesù ci invita a chiedere al Padre che venga il suo regno.
Noi nella nostra vita chissà quante volte abbiamo recitato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, senza renderci conto di ciò che chiedevamo.
Molto spesso associamo la venuta del regno con la realizzazione dei nostri desideri, con l’esaudimento delle nostre preghiere di liberazione, di guarigione ecc ecc .
Forse, anzi sicuramente, è una delle preghiere che ci hanno insegnato da piccoli insieme all’Avemaria e all’Angelo di Dio.
Nella messa domenicale è d’obbligo dopo la consacrazione eucaristica.
Ma se penso a me, mi fermo più sull’ultima parte che sulla prima, quella dove si dice” Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e ogni volta penso che quel “come” che io abolirei, perchè, se Dio mi trattasse come io tratto gli altri, certo la mia sorte sarebbe segnata.
Ma il Padrenostro comincia proprio con presentarci il regno come la cosa più importante da chiedere.
Ma cos’è il regno di Dio? Dove sta? Quando verrà?. Si vede, si tocca?
Il regno di Dio è forse l’ adesione a vivere nella libertà di figli di un unico padre, una libertà che ti porta a fare cose incomprensibili per il mondo ma infinitamente appaganti per chi sta dentro, chi ha come unico ed eterno riferimento Gesù.
Il regno di Dio quindi è una condizione, uno stato di dipendenza e di libertà, termini che per il mondo sono contrapposti, ma che il Signore nostro Gesù Cristo è venuto a conciliare sì da farne le facce di un unica medaglia.
Dipendenza e libertà sono per il mondo completamente opposte l’una all’altra.
Siamo creature, imperfette; come i bambini non possiamo fare nulla da soli, abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi, altrimenti moriremmo.
La nostra incompletezza, i nostri limiti mettono in evidenza l’amore di chi ci nutre, ci guida, ci aiuta a diventare grandi, autonomi, autosufficienti.
Ma se il diventare grandi nella nostra economia significa poter dimenticare chi si è preso cura di noi e metterlo in un ospizio quando non serve a niente, nell’economia di Dio il diventate grandi, significa essere in grado di prendersi cura gli uni degli altri, non per dovere, ma per amore.
Il regno di Dio è quando si instaurano all’interno della comunità umana rapporti, relazioni di gratuità totale, come se tutti fossero nostri figli, come figli siamo stati e continuiamo ad essere nei confronti di Dio.
Quando viviamo il regno di Dio, viviamo l’amore gratuito e scambievole, viviamo relazioni feconde e felici, viviamo la pace che tanto manca a questo mondo che si vuole svincolare da Dio e vuole ridurre in schiavitù gli uomini.
Allora oggi con più consapevolezza, forza, fede chiediamo al Signore” venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”
Chissà perchè mi viene in mente l’immagine dell’arcobaleno che, lungo la strada di ritorno dall’ultimo viaggio fatto, invano abbiamo cercato di catturare con la macchinetta fotografica, che congiungeva il cielo alla terra, partendo da una polla d’acqua su cui il sole si specchiava e dopo essere salita in alto toccava un’altra polla d’acqua qui su questa terra.
Il regno di Dio è come quell’arcobaleno che non si lasciava prendere, ma era possibile solo se due pozze d’acqua lasciavano che il sole vi affondasse i suoi raggi.

SERVIRE

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
martedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario

” Beati quei servi che il padrone, al suo ritorno, troverà ancora svegli. “(Lc 12,37)

Il Vangelo ci parla di ciò che connota un cristiano: il servizio.
Infatti siamo chiamati servi.
Questa sembra una parola offensiva che diminuisce la nostra persona.
Il servo non è di più del padrone.
Dobbiamo metterci in mente che nessuno è più grande di qualcun altro e che l’unico grande, degno di essere servito, di sedere a tavola per primo è il Signore, il nostro padrone, l’unico indiscusso da cui dipendiamo e a cui dobbiamo servire.
” Non vi chiamo più servi ma amici ” dice Gesù e poi anche ” io sto come colui che serve “.
In effetti Gesù ribalta con la sua vita l’idea che ci siamo fatti di Dio, cui tutto è dovuto, anche sacrifici umani (vedi Abramo, come anche tanti obblighi che derivavano dal sentirlo al di sopra di ogni cosa, essere perfettissimo, padrone signore di tutte le cose).
Gesù nella sua vita ha dimostrato quanto fosse distante l’idea che si erano fatti di Dio e mostra concretamente come Dio opera, come Dio ama, come Dio salva.
Un salmo dice ” misericordia e verità si incontreranno, giustizia pace si baceranno “.
Sembra impossibile che la giustizia e la verità vadano d’accordo con il perdono e la pace, sembra impossibile che di due popoli diversi si faccia un popolo solo, che le differenze si possono colmare e non essere in conflitto tra loro.
Ma Gesù dice che giungerà l’ora in cui arriverà il padrone e beato sarà chi sarà trovato a servire con la lampada accesa, vale a dire sarà trovato pronto a continuare a fare ciò che nella vita stava facendo.
La morte non cambia il nostro modo di vivere, solo che, con la morte, il Gesù che è nascosto in ogni fratello si svelerà perché finalmente vedremo faccia a faccia la persona che stiamo servendo e grande sarà la nostra gioia nel sentirci serviti da lui, invitati a sederci non in fondo, ma vicino a lui, per partecipare al banchetto escatologico.
La diversità diventa nelle mani di Dio ricchezza, consolazione, armonia, movimento.
Il mondo che ci aspetta è un mondo non statico, immobile, perché ogni cosa rimanderà all’altra, ogni persona sarà diretta verso l’altra e tutte le cose le troveremo ricapitolate in Cristo che a sua volta ci rimanda al Padre attraverso lo Spirito.
Gesù alla fine del suo ministero sulla terra prefigura con l’ultima cena il banchetto escatologico, perché si cinge i fianchi e lava i piedi agli apostoli.
Nella stanza alta celebra il mistero grande dell’amore, donando il suo corpo a loro che erano presenti, ma a tutta l’umanità quando dice: ” fate questo in memoria di me ” non senza aver mostrato fino in fondo cosa significa servire con i fianchi cinti e la lucerna accesa.
Sulla croce Gesù muore effondendo lo spirito (corpo offerto, sangue versato) sì che il senso delle sue parole diventi più chiaro e si sveli.
Fianchi cinti e lucerna accesa (quella dello spirito). Questo è il modo per attendere, tendere verso lo Sposo.
Il Cantico dei Cantici ci parla dell’amore e della sua caratteristica di non possesso.
Ci si rincorre, ci si cerca, ci si trova, ci si unisce per poi di nuovo tornare a nascondersi ( esodo, chenosi, sintesi), danza trinitaria a cui ognuno di noi è chiamato.
Questo è il Paradiso!
Che bello Signore quello che ci fai pregustare!
Io che non amo stare ferma, immobile e intristisco quando la vita non mi mette davanti cose appetibili, desiderabili, sicuramente non posso che gioire, pensando che un giorno ciò che connoterà la nostra vita in cielo è il desiderio sempre vivo di incontrare, cercare, congiungersi all’altro, a te, Signore, che non ti lasci possedere, ma anche il desiderio di andare verso tutti quelli che con me condivideranno la condizione di vivere per donarsi e non per possedere e possedersi.
Morire per vivere, vivere per morire.
Morte e vita nella gioia senza fine di un amplesso in cui naufragare per trovare il tesoro dell’eterna giovinezza.

Certo Signore, se non ti avessi incontrato, la mia vita sarebbe un succedersi insopportabile di pene, angosce, tristezza, dolore, disperazione, rabbia, rassegnazione e rarissimi momenti di noia mortale nell’attesa che il destino si compia.
Ti voglio ringraziare perché tu colori ogni mia esperienza di luce sì che una giornata piatta, pesante diventa un tassello del puzzle che pian piano rimetto al suo posto con il tuo aiuto.

Guai a voi!

“Guai a voi, che trasgredite la giustizia e l’amore di Dio! Guai a voi!”(Lc 11,42)

Quante volte l’ho letto nel Vangelo! Ogni volta ho cercato di dominare il malessere, la paura che mi suscitavano queste parole, pensando che, in fondo, Gesù, quando le pronuncia, è preso da grande dolore per il pericolo che incombe su chi agisce in modo diverso dal Vangelo.
Il guaio capita alle città, alle persone che hanno sentito l’annuncio, hanno conosciuto il Signore, ma l’hanno rifiutato, ma nei guai incorrono anche quelli che credono di salvarsi con una serie di formalismi che riducono la legge a pura apparenza, mascherando la vera identità dell’uomo.
La malvagità non può nascondersi agli occhi di Dio.
” Dai loro frutti li riconoscerete.”
Veramente è questo ciò di cui ci dobbiamo preoccupare.
Quando la pace non l’abbiamo dentro, non possiamo neanche portarla fuori. Quando viviamo la frammentazione che viene dalla dicotomia tra ciò che si vede ciò che non si vede, non ci può essere pace.
Se viviamo la legge con una serie di imposizioni rituali, che non servono a nessuno, come possiamo stare in pace?
Lo scopo delle nostre azioni è quello di tendere a realizzare ciò per cui Dio ci ha creati.
L’amore di Dio è espansivo.
Gesù non ha ritenuto un tesoro geloso la sua natura divina.
Ebbene, quando piantiamo una qualsiasi pianta, speriamo che porti frutto. Non possiamo però non salvare qualche seme, sottraendolo alla nostra ingordigia, perché nascano altre piante.
Novembre è alle porte e i ciclamini come anche i crisantemi riempiono gli scaffali dei supermercati, i marciapiedi delle strade, le serre, i negozi di fiori, perché il giorno dei morti i cimiteri sembrino lussureggianti giardini.
Come potremmo onorare i nostri cari, se non ci fosse chi con pazienza ha prelevato i semi, li ha fatti seccare, e con cura li ha piantati moltiplicando il numero delle piante?
Così è l’amore di Dio.
Prendiamoci cura gli uni degli altri e terremo lontano i tanto temuti guai.

“Non sono venuto a portare la pace ma la spada”.(Mt 10,34)

“Non sono venuto a portare la pace ma la spada”.(Mt 10,34)

Parole incomprensibili questa mattina a prima vista.
Ma se con un ragionamento si riesce a ricondurre tutto ciò al tuo amore, pur essendo lontana questa parola dalla mia quotidianità, da Gianni mio marito che sta aspettando come un bambino che gli parli, che gli dia retta, che lo faccia sentire meno solo mentre io mi voglio fermare un po’ di più davanti a te Signore perchè la tua parola mi penetri come spada a doppio taglio e mi susciti pensieri di vita.
Certo che tu questa mattina parli della radicalità della scelta e che dobbiamo mettere te al primo posto senza che nessun amore umano ce lo impedisca.
Amare te Signore è bello, è facile, perché tu sei buono, amabile, perfetto.
Ti amo Signore mia forza, mio canto, mia potente salvezza.
Ti amo anche quando non capisco i tuoi tempi, quando mi sento con l’acqua alla gola e sto per soffocare.
Tu conosci il mio cuore Signore e forse tra poco mi dimostrerai che non è vero, perché se ti amassi, amerei tutti i tuoi figli, i miei fratelli, nella stessa misura, perché sono tuoi, gregge del suo pascolo.
Non è inusuale che nel vangelo ci siano affermazioni che si contraddicono.
Uno più uno non fa sempre due per te, perché il vangelo non è applicazione di regole matematiche, ma frutto di scienza e conoscenza del cuore.
Quando sei nato gli angeli hanno cantato: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace agli uomini di buona volontà”.
Quando sei apparso dopo la resurrezione hai dato la pace ai tuoi discepoli e il potere di perdonare i peccati.
Ma anche quando li hai mandati a due a due ad annunciare il vangelo hai raccomandato di portare ad ogni casa la pace.
Eppure oggi dici che sei venuto a portare la spada, la guerra, la divisione.
Che vuol dire?
Sei tu che ci dividi o noi ci dividiamo da te, quando quello che ci dici non ci piace, quando ci allontaniamo dai tuoi precetti, quando li prendiamo alla lettera e non ne cogliamo lo spirito?
La divisione non è nei tuoi programmi, perchè hai pregato così il Padre: “Prego Che siano una sola cosa con me e con te che mi hai mandato”.
Tu ci hai chiamato all’unità, tu sei venuto per riconciliare a te il mondo e di due fare un popolo solo.
Tu sei venuto a insegnarci l’amore, l’unico strumento capace di realizzare questo straordinario progetto di unità salvaguardando e valorizzando le differenze di ognuno.
In te si ricongiungono tutte le tue sorgenti Signore.
“Chi non è con me contro di me”.
Quando creasti il mondo hai diviso le tenebre dalla luce e non possiamo dimenticare quanto sia importante dividere il bene dal male.
Bisogna scegliere se aggrapparci a puntelli traballanti che oggi ci sono e domani il vento porta via o rimanere attaccati alla rupe che non crolla, a te Signore.
Nel tuo cuore ritroveremo il padre e la madre, il fratello e lo sposo, il figlio che abbiamo messo al secondo posto dopo di te e li ameremo davvero di più, traendo vita dall’amore purificato dal tuo sangue innocente.
Accogliere i tuoi discepoli come se fossi tu…
E quelli che non lo sono o si comportano male?
Penso ai tuoi più stretti collaboratori, ai tuoi ministri e mi chiedo se per loro ho un cuore disponibile all’ascolto e all’amore o passo il tempo a giudicare quello fanno…

“Chi accoglie voi accoglie me”.(Mt 10,40)
Perdonami Signore quando non riesco a fare comunione con i miei fratelli, tienimi lontano da tutto ciò che non ti appartiene.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

29 giugno 2015
S.Pietro e Paolo

letture:At 12,1-11; salmo 33; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19
ore 6.54
“Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”(2 Tm 4,17)

Quante volte Signore, alla fine di una giornata sfibrante, vissuta nel tuo nome, mi ripeto queste parole.
Ne ho bisogno per trarre forza per il cammino che mi attende, per rinsaldare i miei piedi e riempire il cuore di speranza che tu non vieni mai meno alla tua alleanza.
Se penso alla giornata di ieri mi sembra di aver sognato, sognato tutto ciò che ho visto realizzato per amore del tuo nome.
Non pensavo di farcela dalle tre del mattino che il sofar ha rotto il silenzio con il suo messaggio di paura, di dolore, di morte.
Ieri mattina per la prima volta non ho cominciato dall’ascolto della tua Parola, ma dalla Tachipirina e poi dal busto di ferro e poi dal vestito adatto a coprirlo e contenerlo che non trovavo.
Mentre facevo queste cose pensavo a te, a Maria e, senza proferire parola, presentavo il mio corpo martirizzato da dolori sempre più forti.
Non riuscivo a pregare nel modo tradizionale, mi divincolavo come un animale preso in una tagliola e pensavo che la giornata era molto impegnativa e che non ce l’avrei fatta a portare a termine l’opera da me iniziata.
Aver deciso di disboscare la parte di terreno che si è inselvatichita attorno alla casa di campagna e aver coinvolto nell’impresa tante persone mi chiamava ad una responsabilità non solo formale, ma sostanziale, come l’andare, il rimanere, vigilare e non ultimo preparare il pranzo per tutti, operai e famigliari.
Già questa era impresa apparentemente impossibile, ma tu hai voluto inserire qualcosa di più e forse il meglio.
Partecipare in chiesa al matrimonio della coppia che abbiamo accompagnato durante il percorso per la preparazione alle nozze facendoci fisicamente portavoce di una lettera che tu hai scritto a loro.
Gli orari sono stati da te studiati sì che si incastrassero e non si sovrapponessero, né hai negato a mia sorella, che era nel dolore, il tuo conforto servendoti di noi che l’abbiamo invitata a stare con noi, lì sul monte santo, dove tu ti manifesti, nella casa dove è stata celebrata l’Eucaristia, quando fu inaugurata.
Dalla finestra, mentre bruciavano l’erba secca tagliata, è riemersa la croce che tre anni di abbandono avevano quasi totalmente nascosto, nel campo ai piedi degli abeti che svettano nel cielo.
Dalla camera non si vede più la Bella Addormentata, tanto sono cresciuti, ma io chiudo gli occhi, quando entro nel tuo santuario e vedo ciò che altri non vedono e ti lodo, ti benedico e ti ringrazio.
Ieri quindi è stato come attraversare un oceano, un mare agitato da fortissimi venti che nel momento opportuno smettevano di soffiare perché potessimo godere della tua pace, della tua presenza, del dono che ci hai fatto gli uni agli altri.
Se non ci fossi stato tu Signore con noi, non saremmo sopravvissuti a tanto stress, fatica, pensieri.
Se penso che, quando al mattino siamo arrivati, il pavimento era nero di insetti morti che abbiamo dovuto spazzar via.
Tutto è andato secondo giustizia e verità, tutto è stato fatto nel tuo nome Signore, per amore, per riconoscenza, per gratitudine, per responsabilità, animati da uno spirito di accoglienza e di perdono che non pensavamo poter essere capaci si avere.
Poi questa notte, che notte! una notte di streghe, di sofar che squillavano all’impazzata.
Dalle tre sono sveglia e sono qui a ripeterti le stesse parole di ieri.
Senza di te non posso fare nulla.
Signore aiutami in questa traversata che mi vede sola ad affrontare il nemico.
Maria sia la mia infermiera, la mia consigliera, sia sempre vicina a me perché nel suo seno porta te, Gesù, e io ho bisogno di sapere che non mi abbandonerai mai.