“Quanti sperano nel Signore riacquistano forza” (Is 40,31)

VANGELO (Mt 11,28-30)
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».Parola del Signore

Imparate da me, questa è la chiave perchè si realizzi ciò che promette il Signore.
Ma noi nasciamo imparati, come si dice dalle nostre parti, e abbiamo la presunzione di sapere e capire tutto prima ancora che uno apra la bocca.
Io sono una di quelle che non aspettava che l’altro finisse di parlare per dire la mia, prima di cominciare un serio cammino di conversione.
Perchè le parole del vangelo di oggi sono molto allettanti e ci catturano.
Chi non si sente stanco e oppresso? Chi non si sente manipolato, schiavizzato, usato?
Incominciano i figli a fare di noi polpette e noi ci arrendiamo subito alle loro esigenze prioritarie per farli contenti, per non starli a sentire, per guadagnarci la loro riconoscenza, il loro amore.
Spesso la fatica è proprio quella di mettere a tacere le persone, di tappargli la bocca, di impedire loro di farci del male per non rischiare quel poco di tranquillità che abbiamo acquisito con i nostri silenzi, con la nostra acquiescenza.
Ma il prezzo pagato è altissimo, perchè diventiamo schiavi delle buone maniere, del dovere, del nostro tornaconto, schiavi e infelici.
Gesù ci invita ad andare da lui e ci promette tutto ciò che ci dona la vita, senza compromessi.
Gli effetti del nostro agire egoistico si vedono accendendo la televisione o aprendo i giornali.
La violenza impazza, violenza dentro e fuori le case, un abisso di odio e di rancore represso che sta facendo esplodere il mondo.
E noi ci sentiamo sempre meno al sicuro e vorremmo ma non possiamo frenare la furia omicida.
Prendiamo precauzioni, limitando il numero degli amici, dei luoghi da frequentare, anteponendo la nostra sicurezza ai valori in cui abbiamo sempre creduto.
Vediamo nemici dappertutto, viviamo con il cuore blindato e l’aria si fa sempre più rarefatta….per tutti. Perchè il mondo è dall’altra parte del muro e noi siamo qui in tanti asserragliati dalle nostre paure.
“Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
La risposta non è nell’alzare muri, scavare trincee per difenderci dall’ira assassina ma è in quell’essere umili e miti di cuore, andando alla sua scuola.

 

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“Non sapete che siete tempio di Dio?” (1Cor 3,16)

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LA CASA DI CARNE

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE
letture: Ez 47,1-2.8-9.12; 1Cor 3,9c-11.16-17; Sal 45; Gv 2,13-22
“Non sapete che siete tempio di Dio?” (1Cor 3,16)
Certo che se non ci si abitua al linguaggio di Gesù, è difficile capire quello che dice.
Gli apostoli, i discepoli, rispetto a noi erano svantaggiati, perchè la sua missione su questa terra doveva trovare compimento con la sua morte e resurrezione.
Ma anche oggi che tutto quello che Gesù, il Figlio di Dio ha detto si è avverato, non sembra che siano in tanti quelli che credono alla sua parola, che la comprendono, che ne fanno un alimento vitale.
Certo è che per capire una persona non basta parlare la stessa lingua, quando questa non è collegata con il cuore.
Le parole fluttuano nel vuoto e non si aggregano se non c’è un catalizzatore, un verbo che dia loro senso e compimento.
Gesù è questo catalizzatore in un mondo di bla…bla…bla…, rumori, suoni senza senso, disarmonie senza vita.
Ebbene per capire Gesù bisogna frequentarlo, e più lo frequenti e più lo capisci.
Quando il mio nipotino Emanuele mi venne affidato per la prima volta, io non capivo i suoni scomposti e disarticolati dei suoi lunghi discorsi misti a pianto.
Poi , a forza di stargli vicino, di prendermi cura di lui, le cose cambiarono a tal punto che lui scriveva pagine di scarabocchi, poi me le dava da leggere.
Io, cercando di entrare nel suo mondo, gliele leggevo e lui era sempre affascinato da ciò che emergeva da quei fogli.
” Ma nonna, mi diceva, tutte queste cose ho scritto?” meravigliandosi non poco di aver imparato a farsi capire senza neanche andare a scuola, come il fratello più grande.
Questi sono i miracoli dell’amore di cui possiamo fare esperienza, pur non essendo maestri ufficialmente riconosciuti.
Oggi il protagonista è il tempio come luogo in cui Dio può entrare, uscire, rimanere, a seconda di come è costruito.
Un tempio, una Chiesa noi ce la immaginiamo sempre fatta di mattoni, un luogo dove riunirsi per dare a Dio quello che è di Dio e prendere da lui quello che ci manca.
Mi ha colpito l’immagine della prima lettura in cui dal tempio esce acqua che va a irrigare terre lontane dando vita a tutto ciò che incontra sul suo percorso.
Inevitabile l’accostamento alla ferita inferta al fianco di Gesù dalla lancia del soldato, da dove uscì sangue e acqua, simbolo dello Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.
Quella Casa di carne ci ha dato la vita e mi viene da chiedermi se continua a darcela nelle case di pietra costruite per contenerlo e distribuirlo a chi vi si reca.
Dello Spirito non si fa mercato, questo è ciò che ho capito.
Lo Spirito, l’amore non si compra, ma si accoglie unendo le mani e chiedendo pietà e misericordia per i nostri peccati.
L’indegnità è caratteristica di chi va in chiesa, ma non ne siamo mai abbastanza consapevoli.
Perciò ogni celebrazione eucaristica comincia con il Confiteor.
Siamo piccoli, siamo fragili, siamo bisognosi di tutto e in chiesa ci andiamo per attingere alla fonte quell’acqua che ci risuscita, ci ridà la vita.
“Quante cose possiamo fare con Gesù!” sono le parole di un bimbo che rispondeva così alla domanda rivoltagli dalla maestra di religione sull’idea che si era fatta di Gesù.
Sembrerebbe risposta non pertinente ma a me piace ricordarla perchè mi ridimensiona, quando penso che la salvezza del mondo dipenda da me, dai miei meriti, dalle preghiere, le sofferenze, le messe, i rosari, i pellegrinaggi e via dicendo.
Senza di Lui non possiamo fare niente, questo è un punto fermo.
Con Lui tutto è possibile, anche trasformare queste nostre chiese dove si sta così larghi da permetterci di inginocchiarci a debita distanza dalle persone che non conosciamo.
E per darsi il segno della pace poi si fanno dei veri e propri pellegrinaggi, creando scompiglio in tutta la celebrazione.
Per questo i vescovi hanno detto che il segno della pace deve essere circoscritto a chi ci è vicino. Penso al cuore e ai lontani dal nostro cuore a cui va il mio pensiero quando il sacerdote ci invita a fare un segno di riconciliazione.
E’ allora che devo fare i conti con le distanze e mettermi in viaggio per sentirmi un cuor solo e un’anima sola con i lontani da me, ma in Cristo tutti uniti.
E’ bello che oggi la Chiesa romana ricordi la sua prima chiesa, simbolo dell’unità dei cristiani di quel tempo
E’ bello che ci parli di tempio, luogo dove due o più si riuniscono nel suo nome, ma anche della casa di carne in cui ogni nostra casa può affondare le fondamenta.
Penso a quanta responsabilità abbiamo a far sì che la Chiesa diventi la sposa di Cristo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa.
Che la gratitudine per tutto ciò che riceviamo da Lui, attraverso la chiesa non ci faccia inorgoglire e non ci induca nella tentazione di farne commercio.
Signore perdonaci quando ci dimentichiamo che ognuno di noi è tempio dello Spirito e fa’ che mai lo trasformiamo in una spelonca di ladri.
Aiutaci a credere che siamo stati creati per accoglierti nella nostra vita personale, nel nostro corpo di carne, nelle relazioni che fanno della nostra casa una piccola chiesa domestica.
Aiutaci a colmare le distanze affidando a te il compito di saldare, colmare i vuoti che ci separano. Fa’ Signore che le nostre piccole chiese diventino il tempio luminoso dell’Amore condiviso con i fratelli.

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perchè quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, nè mostrava gradimento alcuno, nè diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore o peggiore del giorno precedente.
Niente. Silenzio assoluto.
A volte pensavo che anche se fosse stata spazzatura lui l’avrebbe mangiata, senza fiatare, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora perchè gli piace, se fa schifo la mangia veloce così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato:”Grazie Signore perchè mi dai chi mangia le cose che cucino, perchè mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perchè dai un senso alla mia fatica”.attesa
bisodoloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui
con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile,
Gesù si prese cura di lui e attraverso di lui curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda quando l’andavo a trovare.
Dopo che io avevo capito che il mio dono era lo stargli accanto senza aspettare i suoi grazie, morì.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte della Sua chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare Gesù, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la Sua voce.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere perchè anche io mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

” Ecco io faccio nuove tutte le cose.”(Ap 21,6)

” Ecco io faccio nuove tutte le cose.”(Ap 21,6)
E’ incredibile come all’apparenza le cose non cambino e la vita scorre sempre sullo stesso binario senza svolte o deviazioni improvvise.
La conversione a mio parere è la linea di demarcazione che divide in due il tempo assegnato, tra un prima a un dopo, tra lo scontato e la grazia.
Come ci si abitua a stare bene e non si sente il desiderio di ringraziare nessuno, ci si abitua con più grande difficoltà, indubbiamente, a stare male, a vivere in equilibrio sui ricalcoli continui di una vita che ti spoglia e ti chiede quindi indietro man mano che avanzi, un pezzetto di te.
Dio attraverso le esperienze dolorose ti chiede di mettere nelle sue mani i pani dell’offerta, quel dolore, quella preoccupazione, quell’insoddisfazione, quella rabbia, quell’incapacità che hai di riconoscere il bene nelle vicende dolorose, il tuo fallimento, il crollo di tutte le tue certezze.
Alla sofferenza ci si abitua, per cui o ti flagellano, o ti sputano in faccia, o ti condannano a morte non facendoti esistere o… arrivi a vivere tutto come fosse cosa normale e impari a lamentarti di meno e a ringraziare di più.
Questa notte , le mie notti sono una continua battaglia, pareva che le cose sarebbero andate meglio, da come stavo ieri sera, ma purtroppo si è aperta la borsa dell’acqua calda von tutto quello che ne consegue.
Per pregare bisogna stare svegli.
Perchè stia sveglia la notte bisogna che accada qualcosa.
Mi piace pensare a quello che ho fatto mentre mi giravo per trovare una posizione meno dolorosa per riprendere sonno, come cercare un rosario dai grani grandi che mi permettesse senza difficoltà di passarlo tra le dita.
Ho riempito questa notte di preghiera, dopo essermi messa in ascolto della Parola che Dio oggi ci elargisce in abbondanza.
Pur essendo giovedì, ho voluto meditare al posto dei misteri della luce, il primo mistero glorioso, la resurrezione di Gesù, ma non come sono solita fare, soffermandomi sul fatto che Gesù non viene riconosciuto oggi come allora, se ricordiamo l’incontro con la Maddalena, i discepoli di Emmaus, gli apostoli che tutta la notte si erano affaticati invano a cercare un po’ di pesce.
Oggi ho voluto incontrare il Signore nella consapevolezza di averlo davanti, vivo e presente.
A lui con Maria ho fatto la mia professione di fede, ho manifestato la mia gioia e ho chiesto di aprirmi gli occhi e il cuore ad ogni uomo in cui si nasconde.
Questa notte l’ho pensato grande imponente, tanto grande da non poterne vedere la faccia, ma il petto, il cuore sì, quello sì …
Non ho voluto, come faccio ogni volta che mi sveglio o che ci passo davanti, guardare il crocifisso che ne ritrae l’estrema sofferenza e mi ricorda il prezzo pagato per il mio riscatto.
Ho sentito, man mano che andavo avanti, il bisogno di invocare con forza lo Spirito di Dio, il suo amore su di me perchè potessi riconoscerlo presente in ogni uomo.
Ho pensato a come tratto le persone, se sempre sono disponibile ad ascoltarle, accoglierle, se mi astengo dal criticare, lamentarmi per qualche offesa ricevuta, se in tutti riesco a scorgere il volto di Cristo sofferente.
Perchè il problema è proprio quello di riconoscerlo quando è affamato, assetato, ignudo, ammalato o carcerato, riconoscerlo nel vicino di casa che annaffia i fiori sul tuo bucato, che non guarda l’ora quando decide di fare rumore…
riconoscerlo nella persona arrivista che ti lavora a fianco o nella voce dall’accento marcatamente straniero che ti chiama mentre stai pranzando o facendo un pisolino per farti cambiare gestore, quando già lo hai fatto con la compagnia che sponsorizza …
Riconoscere Gesù, questo è l’impegno che ho preso questa lunga notte abitata dal Signore che fa nuove tutte le cose.

Beatitudini

” Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28)

Il concetto di beatitudine cambia a seconda del tempo, del luogo, della situazione in cui ci si trova ecc ecc. Insomma la beatitudine è un valore soggettivo e in genere si considera beato quello che ha ciò che noi non abbiamo.
Se mi volgo indietro sono stata la persona più invidiata da quando ero piccola per i motivi più svariati.
I miei genitori lavoravano entrambi e questo ci faceva ritenere ricchi, anche se io non ho mai visto una lira, perchè i debiti delle famiglie d’origine di cui si erano fatti carico prosciugavano i loro stipendi.
Sono stata invidiata per l’altezza che è mezza bellezza, da persone costituzionalmente di bassa statura, anche se il mio peso superava il quintale all’età di 14 anni, ed io mi vergognavo anche di uscire di casa.
Sono stata invidiata perchè avevo molte amiche, perchè andavo bene a scuola, perchè mi sono laureata molto giovane, perchè ho trovato subito un lavoro e poi mi sono sposata un buon partito.
Ci sono tanti altri motivi che hanno suscitato in chi mi conosceva sentimenti poco benevoli ma non voglio soffermarmi su questo.
Da parte mia facevo altrettanto, anche se inconsciamente, perchè, a parer mio erano tante le cose che mi mancavano e che ho cercato di ottenere con impegno, fatica, perseveranza e qualche piccolo imbroglio tendente a coprire l’amara verità.
Non ho fatto niente mai per danneggiare gli altri, ma sicuramente ha fatto tanto per nascondere ciò che io per prima non accettavo di me.
Solevo dire comunque che ero tutta un bluff, vantandomi della capacità di mostrare quella che non ero senza troppa fatica.
Era un gioco che poi perfezionai fino a farlo diventare un’arte.
Arrivò la resa dei conti appena sposata con la malattia che mi ancorò in un letto per non so quanto tempo. Ho passato la mia vita a cercare di inventarmi la vita nel letto o nelle sue vicinanze e non posso dire che non ci sia riuscita.
Il problema comunque non era da poco e per quanta fantasia uno possa avere arriva il momento che gli spettatori abbandonano il teatro e rimani sul palcoscenico a recitare il dramma da sola senza che nessuno ti guardi, ti ascolti, si curi di te.
Fu allora che cercai un interlocutore che non si formalizzasse , una persona a cui non dovevo esibire la mia bravura, ma mostrare la mia inadeguatezza, la mia impotenza a cambiare le cose e le persone.
Mi ero illusa per tanto tempo di riuscire a ingannare anche me stessa, ma era giunto il momento di giocare a carte scoperte.
Tanta era la soma che mi ero caricata sopra le spalle per nascondere la verità che incontrare il Signore nudo, inchiodato ad una croce mi liberò dall’ansia del dover essere e mi consegnò alla verità che tanto temevo.
Veramente beata mi sentii, resa felice da Chi non giudica le apparenze e guarda il cuore, lo conosce, vede i tuoi pensieri prima ancora che si formino.
” Beata te che hai un marito che ti porta!” è oggi la voce corale che accompagna le mie sempre più rare apparizioni in pubblico.
All’inizio mi veniva il nervoso, perchè ne avrei volentieri fatto a meno, se non avessi avuto bisogno di chi mi spingesse la sedia a rotelle.
Così la beatitudine non mi ha abbandonata nel giudizio della gente, anche se la fortuna mi ha voltato le spalle.
La parola di oggi quindi mi interpella personalmente, visto che ho vissuto la beatitudine che il mondo mi attribuiva sempre come una beffa.
Quando i riflettori si spengono giunge il momento della verità.
Mi sento beata? Sono beata?
Devo dire proprio di sì, non perchè sia bella, colta, ricca, realizzata,ma perchè sono portata per mano e a volte in braccio dalla parola di Dio, che è diventata la mia droga.
Non c’è niente che possa togliermi la mia gioia, anche se tante porte si sono chiuse e nessuno più bussa alla mia e il telefono non squilla se non per vendermi qualcosa e nella posta ci sono solo bollette da pagare.
Mi accompagna la Parola di Dio che continua a confermarmi che le beatitudini del mondo hanno il tempo contato, quelle sue sono senza scadenza.
Maria è stata la battistrada di questo percorso.
Il suo Magnificat diventi il canto di ogni uomo che si sente investito dalla Grazia di Dio.

SANTA MARTA

” Chi crede in me, anche se muore, vivrà”(Gv 11,25)

La cosa che più mi ha meravigliato è che dei tre fratelli Marta, Maria e Lazzaro, amici intimi di Gesù, la liturgia ricorda solo Santa Marta che non ci ha fatto una gran bella figura quando Gesù alle sue rimostranze perchè la sorella non l’aiutava nell’accudirlo, disse che Maria si era scelta la parte migliore e che lei si preoccupava di cose di secondaria importanza.
Anche io mi sarei comportata come Marta non perchè aspiravo alla gloria degli altari, ma perchè non sono una contemplativa e se viene un ospite mi preoccupo più di servirgli un buon pranzo che di starlo a sentire.
Retaggi della guerra che ci ha insegnato che i bisogni primari dell’uomo sono il cibo e il vestito.
Il resto viene dopo.
Con il tempo ho imparato che non è così, perchè ho sperimentato quanto fosse per me importante essere ascoltata,essere capita tanto da dimenticarmi anche di mangiare.
Il comportamento di Gesù riportato nei vangeli ci fa riflettere su ciò che è importante in una relazione.
L’ascolto è imprescindibile da quello che poi darai al tuo interlocutore, amico, fratello, sposo.
Ci sono giorni in cui ti faresti ammazzare per un pezzo di pane e giorni in cui pagheresti a peso d’oro uno sguardo, una carezza, uno che ti ascolti, uno su cui tu possa posare il capo.
Ma le persone ti danno quello che hanno, e ti amano come sono state amate.
Per questo è più facile che uno ti inviti a pranzo o ti dia un vestito, piuttosto che abbia la voglia e il tempo per sederti accanto e starti a sentire.
Quante volte sarà capitato a Gesù ciò che capita a noi comuni mortali.
Ma oggi voglio riflettere sulla santità di Marta che in più di un’occasione ha mostrato la premura per il maestro, ma ciò che è più importante, la fede.
” Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro”
” Signore se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà” e poi la straordinaria professione di fede al termine del discorso:” Io credo che tu sei il cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”
Quante cose mi ero persa su questa santa che ha da insegnarci tante cose.
Aver fede è aver fiducia nella persona di Cristo, ma in quanto battezzati in chiunque porta il suo nome.
Siamo capaci di riporre nel nostro prossimo, credere oltre le apparenze che il seme gettato da Dio può germogliare e crescere attraverso il nostro servizio umile e attento ai suoi più profondi bisogni senza giudizio o pregiudizio?
Siamo capaci di perseverare nell’amore verso chi non ci sta accanto quando siamo nel bisogno e non ci consola e non ci aiuta, ma fugge lontano?
Siamo capaci di rimanere in silenzio ad ascoltare una persona che stimiamo poco e a fargli pervenire messaggi che non siano di condanna?
Riponiamo in Cristo Gesù una fiducia illimitata perchè venga incontro alla nostra debolezza?

Perseveranza

“Non abbiate paura! Siate forti.” (Es 14,13)
Certo al posto degli Israeliti anche noi avremmo agito come loro e ci saremmo lamentati con chi, alimentando le nostre speranze, ci aveva portato in una situazione oggettivamente senza sbocco.
Uno il coraggio non se lo può dare e se ti insegue un esercito di cani arrabbiati non puoi pensare di farla franca.
La fede è un mistero perchè in certe situazioni è inspiegabile come la parola di Dio che ti arriva all’orecchio, ti scuote, ti rianima, ti dà pace e sicurezza.
La parola di Dio la riconosci perchè ti toglie la paura, ti apre il cuore alla speranza, ti dà coraggio, ti fa credere che quella battaglia, quella situazione incresciosa, quell’ostacolo, quel bisogno non sei solo ad affrontarlo, perchè Dio è con te, combatte per te.
Così Mosè, strumento nelle mani di Dio , debole, fragile, senza poteri umani, riesce a diventare credibile facendo le opere di Dio.
Il passo dell’Antico Testamento che oggi la liturgia ci propone, lo possiamo riportare alla nostra esperienza ordinaria.
La paura, il dubbio, la sensazione di essere incalzati da un problema irrisolvibile, da situazionin senza sbocco, da ricalcoli della vita, da rifiuti, impotenza sono pane per tutti…
Dicevo che la fede è un mistero, ma è più giusto dire che è un dono, un dono di Dio che non ha nè braccia, nè mani, nè bocca per dire per fare ciò che noi ci aspettiamo.
Ma ha cosparso il nostro cammino di tanti intermediari, tanti angeli che operano al posto suo.
Mosè è uno di questi, che acquisì potere agli occhi di Dio quando lo perse agli occhi degli uomini.
Divenne credibile perchè dette tangibilmente segni di un potere che gli permetteva di fare cose che nessun uomo avrebbe potuto fare senza l’aiuto di Dio.
Gli Israeliti quindi seguirono Mosè perchè compiva prodigi, ma anche e soprattutto perchè era Dio a renderli, docili all’ascolto della Sua Parola.
“Neanche se vedessero uno risuscitato dai morti crederebbero” dice Abramo al ricco epulone che voleva che fossero avvertiti i suoi famigliari della sorte che li aspettava se avessero perseverato nella loro condotta ingiusta.
Ma spesso siamo soli e non abbiamo intermediari che ci salvino dall’assalto dei nemici.
E’ capitato a me questa mattina che avevo deciso, dopo aver letto la Parola di Dio, di uscire fuori al balcone e trarre da ciò che vedevo e sentivo occasione per lodare e benedire il Signore, nonostante il dolore non mi avesse dato tregua.
Il sole stava salendo nel cielo, ma io stavo al fresco sul dondolo del grande balcone pieno di piante e di fiori che viene raggiunto dai suoi raggi nel pomeriggio.
E’ la mia postazione preferita, la mia chiesa, perchè lì il cuore mi si apre alla lode e alla gratitudine a Dio che continua a farmi regali attraverso le sue più belle creature.
Ma il regalo più grande erano due piccole piante non comprate che senza che io facessi nulla, senza averci speso tempo e denaro e forze, sono spuntate in due vasi abbandonati con un po’ di terra e più delle altre mostrano vitalità e bellezza e forza e grazia.
I farisei e gli scribi cercavano un segno, anche gli Israeliti ne avevano bisogno, ma io questa mattina li avevo davanti i segni della misericordia di Dio che veste i gigli dei campi e provvede al cibo degli uccelli del cielo.
Quelle piantine con i loro teneri germogli mi portavano a lodarlo, benedirlo e ringraziarlo e mi comunicavano una grande pace.
Una pace che continuo ad avere nonostante sia dovuta fuggire dalla mia postazione per un temporale improvviso, per il formicolio doloroso alle mani e ai piedi che mi impedivano di continuare la mia preghiera che volevo condividere con gli amici dell’Unico Eterno e Fedele Amico .
La fede è rimanere fermi nella convinzione che tutto è possibile se credi che non tu ma Lui agisce anche attraverso una Tachipirina e una sdraio al coperto.