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Meditazioni sulla liturgia di
domenica XVI settimana del TO anno C
ore7.50
Letture: Gen 18,1-10; Salmo 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“Maria ha scelto la parte migliore” ( Lc 10,42)

Signore, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.( Gn 18,3)

” Dio è qui e non lo sapevo!” disse Giacobbe quando nella notte più buia e tenebrosa della sua vita dalla bocca del Signore ascoltò parole di speranza, promesse di vita per lui e la sua discendenza.
Dio nella Bibbia si manifesta sempre in modo impensato, improvviso, nuovo, sì che non possiamo impossessarcene e fargli fare quello che vogliamo.
Passiamo credenti e non credenti la vita a cercarlo lontano, magari confondendolo con altro e solo con il passare del tempo capiamo che dobbiamo scavare vicino, tanto vicino da non doverci neanche spostare di un millimetro da noi stessi, il luogo che Lui ha deciso di abitare per sempre: l’uomo, i suoi dubbi, le sue incertezze, la sua paura, precarietà, i suoi limiti, la sua ricerca, il suo desiderio di felicità duratura, la sua vita piena di contraddizioni.
Questa mattina leggendo la parola di Dio ho riflettuto su quanto sia importante credere che Dio ha visitato il suo popolo e ha suscitato per noi una salvezza potente come disse Zaccaria quando gli tornò la voce alla nascita del figlio.
“Beati quelli che credono senza aver veduto!” dice Gesù a Tommaso.
A Zaccaria gli ci vollero nove mesi di silenzio perché quel figlio nato nella vecchiaia gli rivelasse la luce vera.

Attraverso l’esperienza delle persone che sono state da te visitate, Abramo, Marta, Maria, Paolo mi chiedo da che parte sto, se ti accolgo nella mia casa come fece il nostro patriarca non limitandosi a dare ordini alla moglie e ai servi, ma con zelo collaborando a che tu ti sentissi a tuo agio in casa sua, a che niente delle cose migliori ti fosse tolta per il dono che non lui ma tu gli stavi facendo, fermandoti davanti alla sua tenda.
O sono come Marta, che pur accogliendoti nella mia casa, nella foga del fare, mi perdo la parte migliore?
Vorrei tanto essere Maria, seduta ai tuoi piedi, che pende dalle tue labbra e non si lascia sfuggire niente delle cose che tu dici.
Mi piacerebbe riuscire a fermarmi, venire in disparte e riposarmi un po’ e, dimentica dei doveri, salire sul Tabor per godermi un po’ di paradiso.
Riuscire a fare silenzio, fare il vuoto, lo sgombero per farti entrare non è cosa facile, per me. Tu lo sai Signore.
Per questo continuo a cercarti lì dove tu non ci sei e mi affliggo e ci rimango male.
“Io sto alla porta e busso” hai detto, perché rispetti la nostra libertà e non vuoi forzarci la mano.
Io lo so che ti presenti nelle ore e nelle situazioni più impensate, so per esperienza che bisogna stare svegli, con i fianchi cinti e la lucerna in mano e l’olio della preghiera nella memoria di tanti tuoi benefici, l’olio dell’attesa paziente, della fede che verrai a stare con me per sempre e non solo per un momento.
Mi piacerebbe sentirti sempre vicino ma i limiti della carne stendono un velo sul tuo volto e le mie orecchie non percepiscono il soffio leggero del vento dentro cui tu ti nascondi.
Te ne andrai via da Abramo, dalla casa di Betania, te ne andrai via dalle case che ti hanno accolto Signore per tornarci una volta per sempre.
Ma dopo.
Il tuo apostolo Paolo poté dire a ragione che tu abiti in noi, che tu con la tua morte hai fatto all’uomo una casa dove poter abitare, una casa di pietre vive, in cui la parola si può incarnare in tutto ciò che ci manca.
Paolo dice che nel corpo completa ciò che manca alle tue sofferenze per la salvezza dell’umanità.
Sono parole forti che come Paolo potremmo dire anche noi che con il Battesimo siamo diventati re, profeti e sacerdoti.
Il dono dello Spirito ci rende capaci di vivere con te in te e per te ogni gioia e ogni dolore, di operare a che tutto il corpo sia nutrito dal sangue e dall’acqua che sgorgarono dal tuo costato trafitto.
Sarebbe bello Signore sentirsi una sola cosa con te, fare nostri i tuoi pensieri, i tuoi desideri, fare nostra la tua vita di amore e di passione per ogni uomo che si allontana da casa, che cerca la casa, che non vive in casa.
Sarebbe bello Signore non porsi tante domande e fidarsi totalmente di te, di quello che ci accade, guardandolo con i tuoi occhi, partecipando con tutto il nostro essere con te a coltivare e rendere rigoglioso il deserto che stiamo attraversando, la sabbia che stiamo calpestando.
Sarebbe bello se non passassi oltre ma ti fermassi definitivamente dentro il mio cuore.

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“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

Da quando don Cristiano ci commentò questa pagina della scrittura durante un ritiro dal titolo” Riconciliarsi con la propria storia” non posso fare a meno di cercare Dio nei momenti più bui della mia vita, certa che è in quel luogo, in quella situazione, in quello smarrimento, nel dubbio, nella paura, nella sconfitta, nell’abbandono, nella solitudine, nel tradimento e in tutto quello che ci sembra insuperabile e sconvolgente.
Lo cerco e lo trovo, anche se non in automatico, come all’inizio pensavo o pretendevo.
Mi ha aiutata la parola di Dio a ripercorrere la mia storia e a cercare le tracce della sua presenza anche e soprattutto quando ne ero inconsapevole. E il libro di ricordi si è colorato di foto luminose, a colori, sviluppando tutti i negativi che avevo ammassati nelll’angolo più nascosto del mio cassetto.
Non c’è che dire, Dio ci sorprende sempre, perchè lo vedi dopo che è passato, perchè non vuole che lo imprigioniamo in idee e schemi preconcetti, perchè ci fidiamo di lui e teniamo sempre occhi e orecchi e cuore aperti alle sue improvvisate, alle sue incursioni d’amore.
Per la mia esperienza personale ciò che ha tagliato in due il prima e il dopo è stata proprio una notte oscura come quella di Giacobbe, una notte di silenzio e di disperazione, una notte dalla quale mi sentivo risucchiata.
Se non avessi avuto il bisogno, l’esigenza di uscire fuori di casa all’alba, di cambiare abitudini e posizione, se non fossi stata animata dal desiderio di trovare uno che mi rispondesse, cosa che mio marito aveva cessato di fare, che si accorgesse della mia assenza e si chiedesse la ragione, non sarei uscita ad un’ora improbabile per una passeggiata.
Era l’alba e il nostro matrimonio era naufragato in un silenzio mortale, le parole erano pietre che facevano solo male.
Così ci ignoravamo nel quotidiano, separati in casa, soffrivamo in silenzio per qualcosa a cui non sapevamo nè potevamo porre rimedio.
E poi il lavoro che mi era stato tolto per motivi di salute e la morte di mio fratello, inaspettata anche se avevamo avuto sei mesi per prepararci.
Quei sei mesi erano diventati il banco di prova per porre rimedio ad un evento ineluttabile.
Ma i tentativi per indorare la pillola furono vani e le cose andarono come andarono.
Dal pulpito, pur non conoscendo Dio, il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era più vivo che mai da quando la sua malattia ci aveva ricompattati e riuniti in una gara di solidarietà per assisterlo, per stargli vicino, per venire incontro ai suoi bisogni.
Era vivo perchè la sua malattia aveva messo a fuoco quello che mancava ai nostri legami famigliari, alle nostre relazioni malate.
Gli portai la Comunione, perchè sapevo che gli avrebbe fatto piacere, mentre stava morendo, non perchè io credessi, ma perchè lui credeva e ne avrebbe tratto un beneficio.
In quel gesto disinteressato, in quell’ora suprema, Dio si è fatto presente e ha aperto una fessura perchè la sua acqua scavasse la mia roccia.
I rapporti con Gianni divennero insostenibili man mano che mi venivano meno motivazioni per vivere.
Malata, senza interlocutori che avessero riempito il vuoto del prepensionamento e attutito le conseguenze negative dell’handicap che aveva determinato la mia messa a riposo, un matrimonio in rovina, un figlio che ormai grande era tutto proteso per la sua futura sposa e aveva scambiato la casa per un albergo dove tutto è dovuto, un disagio sempre crescente, un vuoto, una paura, un senso di annientamento….mi sentivo impazzire.
Fu allora che nel fondo della mia disperazione trovai la forza di fare un estremo tentativo per trovare un tu che mi stesse di fronte e mi rispondesse.
“Il signore è qui e non lo sapevo!”
Parole sante, parole profetiche che il 5 gennaio del 2000 non conoscevo.
Quel giorno avevo bisogno di chi mi ridesse la speranza che la gioia esiste e che devi solo cercarla.
Quel giorno la trovai nella natura in festa, nei fiumi che battevano le mani della liturgia delle ore.
Ero entrata nella chiesa che non sapevo fosse la mia parrocchia, calpestando cacche di piccioni di cui era cosparso il sagrato, attraversando porte scrostate e cadenti, alla ricerca di una sedia.
Cercavo una sedia e ho trovato Dio.
Incredibile solo a pensarci.
Spesso non ci sentiamo ascoltati nelle nostre preghiere e pretendiamo di dare consigli al Padreterno, come se fosse un vecchio rincitrullito che non vede e non sente.
Attraverso una sedia, che era il mio limite, l’incapacità di stare in piedi da quando mi ammalai , Dio mi ha dato l’opportunità di fermarmi e di mettermi in ascolto di chi mi stava parlando.
Il mio limite è diventato la mia forza, la possibilità di mangiare il cibo che Dio moltiplica su tutti gli altari del mondo e fa distribuire dagli apostoli a quelli che stanno seduti.
Quante volte ho pensato che questa malattia che la scienza non ancora è riuscita a spiegare era la mia condanna, la mia croce che volentieri avrei rimandato al mittente.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”.
Ma ti devi sedere, ti devi fermare, per poter esclamare: ” il Signore è qui e non lo sapevo!”.

PREGARE SEMPRE SENZA STANCARSI MAI

 

Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXXII settimana del TO anno pari
letture:3Gv 1,5-8; Sal 111;Lc 18,1-8
“Eterno sarà il ricordo del giusto”
Sembrano avere poca attinenza la prima con la seconda lettura. Nella prima (3 Gv ,5-8) si parla di ospitalità gratuita fatta in nome del Signore Gesù Cristo.
La gratuità è alla base di ogni azione che parta dal cuore di Dio e dal cuore di qualsiasi uomo che si lascia illuminare da Lui.
Di gratuità  e di amore si parla anche nel vangelo contrapposti allo spirito del mondo che agisce sempre per un proprio tornaconto.
Nel caso del giudice iniquo e delle giuste richieste della vedova, la molla dell’agire del primo sicuramente non è l’amore ma un desiderio di sbarazzarsi prima possibile di una persona scomoda che disturba il suo normale e  gaudente tran tran.
Il giudice iniquo quindi fa giustizia e accorda alla vedova quanto gli viene chiesto, come peraltro è suo preciso e specifico dovere.
L’orfano e la vedova erano tenuti in grande considerazione nella società ebraica come aveva prescritto Mosè.
La vedova quindi vede esauditi i suoi desideri, trova risposta alle sue richieste di aiuto e di giustizia con la sua insistenza, perseveranza nella richiesta a chi non è Dio, ma un uomo che si stava comportando ingiustamente.
Nel racconto parabola, per antitesi, si aggiunge un altro personaggio, Dio, che sicuramente non si può paragonare ad un giudice ingiusto che fa i suoi comodi e non risponde alle nostre preghiere, anzi.
Da quello che troviamo scritto pare che Lui non solo risponde alle preghiere dei suoi eletti che a Lui si rivolgono giorno e notte, ma  le esaudisce prontamente.
Cosa che non sembra accadere , perchè a volte passano anni prima che la nostra preghiera sia esaudita, oppure non ne vediamo il frutto se non dopo la morte.
C’è quindi qualcosa che non funziona nella nostra esperienza di Dio.
Io credo che il Vangelo sia uno scrigno pieno di perle preziose e che quelle che a prima vista sembrano le più scadenti, con il tempo si rivelano le più pregiate.
Quindi che la nostra preghiera venga esaudita prima ancora che la formuliamo sono certa.
So che in questo momento, lo credo fermamente, che Dio è all’opera per farmi giustizia e che non mi rimanderà a mani vuote.
Ma come per ogni cosa che decidiamo di fare per un altro abbiamo bisogno di un tempo, così Dio, non perchè non sia capace di fare magie, ma perchè ciò che poi ci dona siamo in grado di apprezzarlo, usarlo nel migliore dei modi.
In fondo il nostro rapporto con Lui è come una scuola, dove se non ti impegni non impari nulla e rimani una capra per tutta la vita.
Il maestro, il professore ogni giorno s’impegna a spiegare, correggere i compiti assegnati, ma solo alla fine degli studi noi potremo con quel bagaglio affrontare la vita, il lavoro ecc ecc.
Ciò che muove Dio è l’amore e tutto quello che fa è per il nostro bene.
A noi il compito di essere attenti alla sua parola, fare domande, impegnarci sempre, senza saltare neanche una lezione, perchè alla fine possiamo riconoscere che la Sua giustizia è anche la nostra giustizia, perchè Dio fa bene ogni cosa.

«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» ( Lc 11,27)

” Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28)
Il concetto di beatitudine cambia a seconda del tempo, del luogo, della situazione in cui ci si trova ecc ecc. Insomma la beatitudine è un valore soggettivo e in genere si considera beato quello che ha ciò che noi non abbiamo.
Se mi volgo indietro sono stata la persona più invidiata da quando ero piccola per i motivi più svariati.
I miei genitori lavoravano entrambi e questo ci faceva ritenere ricchi, anche se io non ho mai visto una lira, perchè i debiti delle famiglie d’origine di cui si erano fatti carico prosciugavano i loro stipendi.
Sono stata invidiata per l’altezza che è mezza bellezza, da persone costituzionalmente di bassa statura, anche se il mio peso superava il quintale all’età di 14 anni, ed io mi vergognavo anche di uscire di casa.
Sono stata invidiata perchè avevo molte amiche, perchè andavo bene a scuola, perchè mi sono laureata molto giovane, perchè ho trovato subito un lavoro e poi mi sono sposata un buon partito.
Ci sono tanti altri motivi che hanno suscitato in chi mi conosceva sentimenti poco benevoli ma non voglio soffermarmi su questo.
Da parte mia facevo altrettanto, anche se inconsciamente, perchè, a parer mio erano tante le cose che mi mancavano e che ho cercato di ottenere con impegno, fatica, perseveranza e qualche piccolo imbroglio tendente a coprire l’amara verità.
Non ho fatto niente mai per danneggiare gli altri, ma sicuramente ha fatto tanto per nascondere ciò che io per prima non accettavo di me.
Solevo dire comunque che ero tutta un bluff, vantandomi della capacità di mostrare quella che non ero senza troppa fatica.
Era un gioco che poi perfezionai fino a farlo diventare un’arte.
Arrivò la resa dei conti appena sposata con la malattia che mi ancorò in un letto per non so quanto tempo. Ho passato la mia vita a cercare di inventarmi la vita nel letto o nelle sue vicinanze e non posso dire che non ci sia riuscita.
Il problema comunque non era da poco e per quanta fantasia uno possa avere arriva il momento che gli spettatori abbandonano il teatro e rimani sul palcoscenico a recitare il dramma da sola senza che nessuno ti guardi, ti ascolti, si curi di te.
Fu allora che cercai un interlocutore che non si formalizzasse , una persona a cui non dovevo esibire la mia bravura, ma mostrare la mia inadeguatezza, la mia impotenza a cambiare le cose e le persone.
Mi ero illusa per tanto tempo di riuscire a ingannare anche me stessa, ma era giunto il momento di giocare a carte scoperte.
Tanta era la soma che mi ero caricata sopra le spalle per nascondere la verità che incontrare il Signore nudo, inchiodato ad una croce mi liberò dall’ansia del dover essere e mi consegnò alla verità che tanto temevo.
Veramente beata mi sentii, resa felice da Chi non giudica le apparenze e guarda il cuore, lo conosce, vede i tuoi pensieri prima ancora che si formino.
” Beata te che hai un marito che ti porta!” è oggi la voce corale che accompagna le mie sempre più rare apparizioni in pubblico.
All’inizio mi veniva il nervoso, perchè ne avrei volentieri fatto a meno, se non avessi avuto bisogno di chi mi spingesse la sedia a rotelle.
Così la beatitudine non mi ha abbandonata nel giudizio della gente, anche se la fortuna mi ha voltato le spalle.
La parola di oggi quindi mi interpella personalmente, visto che ho vissuto la beatitudine che il mondo mi attribuiva sempre come una beffa.
Quando i riflettori si spengono giunge il momento della verità.
Mi sento beata? Sono beata?
Devo dire proprio di sì, non perchè sia bella, colta, ricca, realizzata,ma perchè sono portata per mano e a volte in braccio dalla parola di Dio, che è diventata la mia droga.
Non c’è niente che possa togliermi la mia gioia, anche se tante porte si sono chiuse e nessuno più bussa alla mia e il telefono non squilla se non per vendermi qualcosa e nella posta ci sono solo bollette da pagare.
Mi accompagna la Parola di Dio che continua a confermarmi che le beatitudini del mondo hanno il tempo contato, quelle sue sono senza scadenza.
Maria è stata la battistrada di questo percorso.
Il suo Magnificat diventi il canto di ogni uomo che si sente investito dalla Grazia di Dio.

“Questi è il mio figlio prediletto ascoltatelo!”

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TRASFIGURAZIONE
“Questi è il mio figlio prediletto ascoltatelo!”
Abbiamo bisogno di ascoltarti Signore, ogni giorno, ogni momento aprire le orecchie alla tua parola, balsamo dell’anima, del cuore, della mente.
Ne abbiamo bisogno Signore perché le tue parole ci danno vita, ci danno gioia, consolazione, speranza, liberazione dai pesi che a volte sembrano schiacciarci, dai mali che sembrano disintegrarci, dagli ostacoli che sembrano insormontabili, da prove ripetute nel tempo che ci tolgono il respiro e ci mettono nella tentazione di arrenderci al nemico.
La tua parola è spirito e vita.
Ti voglio ringraziare, lodare e benedire, perché in questi ultimi giorni le tue parole mi hanno fatto vedere le cose con i tuoi occhi, mi hanno tolto la paura, il dolore, la rabbia, mi hanno fatto superare guadi di morte, angosciosi, in cui putride acque alimentavano serpenti velenosi.
“Coraggio, sono io, non temere!”,” sono con te dovunque sei andato”, mi sentivo ripetere ieri mattina al mare quando una crisi di panico si era impossessata di me, a cui tu avevi affidato il piccolo Emanuele, al mare.
La testa si era irrigidita, le vertigini mi impedivano di muovermi in qualsiasi direzione.
“Sono con te tutti i giorni, non temere, non avere paura! “
365 volte nella Bibbia ripeti questa parola come ha ricordato Don Carlino alla radio.
Non voglio dimenticare le parole che ogni giorno tu ripeti ad ogni uomo.
“Non temere!” mi sono sentita ieri ripetere, per superare un momento molto molto difficile…
Un tempo per quello stesso sintomo ho fatto ricorso alla scienza umana, ad un uomo perbene per  11 anni che non ti conosceva.
Non sapevo che per guarire non dovevo parlare, ma ascoltare.
Ascoltare te Signore e credere che tu sei veramente il Figlio di Dio.
Ti ringrazio perché anche durante il funerale di Sergio, il nostro cugino barbone, le parole del vangelo di Giovanni “Non abbiate paura vado a prepararvi un posto e poi tornerò”, mi sono sembrate rivolte a me con una dolcezza, con una fermezza, con una autorevolezza, con un amore che mai avevo sentito.
Tu sei andato a prepararci un posto, Signore.
Che cosa bella, che cosa grande detta davanti ad un uomo che ha cessato di vivere, chiuso in una bara, con il corpo in avanzato stato di decomposizione.
Quell’ incenso, quell’acqua mi hanno fatto pensare a quale grande dignità, quale grande destino ci hai riservato.
Il mio cuore si è riempito di gratitudine, di pace, di gioia e tutto ciò che è balsamo vivificante e vivificatore.
La tua parola Signore spirito è vita.
Fa che mai me ne dimentichi, ma mi stanchi di ascoltarti, mai dica: “questo l’ho già sentito, questo lo so!”.
Signore mantieni aperta la mia porta a te, ti prego, non permettere che altri entrino nella mia casa a derubarla, infangarla, sconvolgerla.
Voglio darti il posto d’onore Signore, voglio che tu diventi il mio padrone indiscusso.
Credo in te, spero in te, confido in te Signore.
Oggi, festa della Trasfigurazione, voglio ringraziarti per i tuoi testimoni che hanno dato la vita per annunciare il vangelo, per tramandarci la tua parola.
Grazie Signore della tua chiesa nella quale e attraverso la quale ti manifesti.
Ieri Emanuele mi ha detto, mentre andavamo al mare ed io avevo acceso la radio per sentire la messa,” A te piace la chiesa vero? “
Gli ho risposto che mi piace Gesù, che sono innamorata di Gesù, che Gesù è il mio fidanzato perché mi ama, mi protegge, mi custodisce, mi consiglia, mi consola.
Poi Emanuele sotto l’ombrellone mi ha chiesto ripetutamente di parlargli di Gesù, delle storie di Gesù.
E quando siamo ritornati in macchina mi ha chiesto di accendere la chiesa, vale a dire la radio.
Accendere la Chiesa, parola profetica, quella chiesa che Giacomo, Pietro e Giovanni dovevano accendere con il fuoco dello Spirito.
Anche io, attraverso Emanuele, sono chiamata ad accenderla.
E tutto questo avveniva mentre stringevo tra le mani il rosario e ripetevo “Coraggio, non temere sono con te”, mentre avevo la crisi di panico per le vertigini.
Grazie Signore.
“Ascoltatelo!”
 Ti voglio ascoltare Signore.
Parla, il tuo servo ti ascolta.

” Tra voi non sarà così”( Mt 20,26)

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
San Giacomo
25 luglio 2015
” Tra voi non sarà così”(Mt 20,26)
Certo che le tue parole non sono consolanti, Signore, perchè la meta che ci prospetti è il contrario di quello che noi speriamo, di ciò per cui ci battiamo tutta la vita.
Una persona, giorni fa, in un momento di sfogo mi disse che per tutta la vita aveva cercato di non essere l’ultima, ma non ci era riuscita.Da qui lo sconforto, il malumore, la tristezza, la rabbia.
Si sentiva veramente scartata dalla società, giudicata inetta dai suoi più stretti amici e collaboratori e questo la faceva star male.
Non essere l’ultimo.
A chi piace chiudere la fila?
Chi non desidera primeggiare almeno in qualcosa?
Sembra che la vita perda senso se non siamo bravi quel tanto che basta perchè ci battano le mani, anche per una sola cosa.
Ci sono tanti che, pur avendo raggiunto l’apice della fama, del plauso, della stima della gente non sono i nostri modelli.
A noi basterebbe essere considerati migliori nella nostra famiglia, nella cerchia di amici, nell’ambiene lavorativo.
Insomma quello che per noi conta è il giudizio delle persone con cui viviamo a contatto, per il resto non ci interessano tante bravure.
Io non ricordo di aver ambito a primati di qualche genere: mi sentivo talmente un nulla che alle mie amiche dicevo di camminare lontano da me perché non si vergognassero e le persone non pensassero che avevano legami di amicizia o di parentela con me.
” Dì che sono la tua donna di servizio” dicevo, attribuendo al termine tutto il disprezzo che avevo ereditato per questa categoria sociale.
A casa vivevo l’orgoglio di avere tutti parenti diplomati, da parte di mamma.
Anche nonna, pur non avendo concluso gli studi superiori, ricordava perfettamente le materie studiate tanto da farci da maestra, anche quando siamo diventati grandi.
Vivevo l’orgoglio di una superiorità culturale, questo è vero, ma lo davo per scontato e non mi sono chiesta mai se fosse giusto.
Mio padre non aveva studiato e nella sua famiglia erano pressochè analfabeti, pur tuttavia, lui da solo si prese un diploma che gli permise di essere assunto in ferrovia e di farvi carriera.
Lo ammiravo perchè leggeva molto, e continuò a farlo fino alla morte che lo colse a tarda età.
Era una vera e propria enciclopedia del sapere anche se fu sempre snobbato dalla famiglia di mamma che lo chiamava”l’incolletta”, il corrispettivo del nostro” Vù cumprà”, mestiere che svolse dall’età di 13 anni fin dopo la guerra, per provvedere ai bisogni della sua numerosa famiglia d’origine.
Papà non si credeva migliore di nessuno, era un uomo onesto e, quando usciva per andare al lavoro, diceva che andava in “servizio”
Parole profetiche, parole evangeliche che solo ora sono in grado di apprezzare.
Gesù ci ricorda a cosa dobbiamo tendere, per cosa adoperarci.
Don Ermete direbbe, come è solito fare lui durante la predica:” A me questo discorso di Gesù non tanto mi piace; non so a voi”.
A chi piace servire?
A chi piace essere ultimo?
Non credo che piaccia a nessuno.
Ma, se ben ci pensiamo, solo le cose che servono non vengono buttate o messe da parte, le altre fanno una brutta fine.
Più una cosa serve più realizza la sua idenità, la funzione per cui è stata progettata.
Se riuscissimo a leggere il vangelo guardando a ciò che quotidianamente ci accade, ci accorgeremmo che Gesù non fa che aprirci gli occhi a ciò che ci serve per vivere, per durare, per non essere buttati nella discarica e scomparire sotto un mare di avanzi in decomposizione.
Quante cose Gesù ci insegni!
Oggi voglio riflettere su cosa è importante per me, qualè lo scopo della mia vita, chi o cosa mi fa vivere, cosa mi fa morire.

“Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Ger 7,23)

“Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Ger 7,23)
Signore quante volte nella Scrittura tu ci inviti ad ascoltare la tua voce, a fermarci per capire cosa ci stai dicendo!
Tu continui a ripetere che sei il nostro Dio, che non c’è altro Dio al di fuori di te. E’ questo il primo comandamento da cui derivano tutti gli altri.
Mettere te al primo posto, farti spazio, permetterti di operare per il nostro bene, non legarti le mani sì da rendere impossibile la tua azione salvifica.
Ma noi Signre siamo duri di orecchie e anche se le tue parole a volte ci colpiscono, ci convincono e ci fanno desiderare di rimanere sempre con te, poi siamo distratti da tante cose e il rumore del mondo e delle sue priorità prende il sopravvento e ci dimentichiamo di te e facciamo di testa nostra.
E’ come quando ci si rompe il navigatore, e non conosciamo la strada..
Inevitabilmente ci perdiamo.
Ci ostiniamo a fidarci solo delle nostre forze e continuiamo a girare a vuoto, quando non ci capita di ritrovarci in un fosso o in strade senza via di uscita.
Tu Signore lo sai come siamo fatti e per evitare interferenze abbiamo inventato gli auricolari per sentire solo ciò che più ci piace, isolandoci così dal mondo e dalle persone.
E’ tremendo quello che siamo capaci di fare per la nostra rovina.
Tu ci hai creato, noi siamo tuoi e ci hai dato fiducia Signore, mettendo tutto ai nostri piedi perchè fossimo collaboratori di vita.
Ma non è stato così.
Se un tempo la contaminazione con i popoli pagani era comprensibile, per via dei continui traslochi che Israele fu costretto a fare, noi siamo più colpevoli, perchè sei venuto di persona a parlarci e a salvarci, lasciandoci non solo la tua parola scritta ma anche lo Spirito Santo, il suggeritore che ci aiuta a non dimenticare.
Dicevo che abbiamo superato ogni limite, inventando cuffie e ordigni di ogni tipo per escludere dalla nostra vita te che ti incarni in ogni uomo.
Ma non possiamo mettere alla coscienza le cuffie, nè alla nostra memoria il bavaglio, grazie a Dio, grazie a te.
E se da un lato noi ti impediamo di entrare nella nostra cuccia, tu trovi strade a noi sconosciute per risvegliare la nostra coscienza e far riemergere il ricordo della meraviglia dell’inizio.
C’è stato un tempo in cui ci sentivamo al centro dell’attenzione, un tempo in cui davamo per scontato il latte che ci veniva dato e la cura che avevano di noi quando non sapevamo parlare e dipendevamo in tutto dagli altri.
Tu ci inviti a ricordare, a non dimenticare tanti tuoi benefici, ad uscire dallo scontato e vivere nella gratitudine a chi ci ha dato la vita.
Se fossimo meno egoisti, meno distratti, se il tempo lo usassimo non solo per ammassare, fare cose che non servono e non durano, forse la memoria di tanti benefici ci aprirebbe le orecchie e il cuore a te e ai fratelli.
Mamma diceva che io ricordavo solo le cose brutte della mia vita, perciò ero sempre imbronciata, arrabbiata, scontenta.
Ero sempre a rimuginare su quello che mi mancava e non apprezzavo ciò che c’era.
Tu Signore mi hai liberato dalla chiusura al mondo esterno, mi hai aperto la bocca, dopo tanti anni di mutismo.
Tu Signore come a Zaccaria mi hai aperto le orecchie e ridato la voce, quando ti sei manifestato a me nella croce .
Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio Signore perchè prima non avevo argomenti per parlare, ma ora tu ogni giorno mi suggerisci interi poemi d’amore.