PREGARE SEMPRE SENZA STANCARSI MAI

 

Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXXII settimana del TO anno pari
letture:3Gv 1,5-8; Sal 111;Lc 18,1-8
“Eterno sarà il ricordo del giusto”
Sembrano avere poca attinenza la prima con la seconda lettura. Nella prima (3 Gv ,5-8) si parla di ospitalità gratuita fatta in nome del Signore Gesù Cristo.
La gratuità è alla base di ogni azione che parta dal cuore di Dio e dal cuore di qualsiasi uomo che si lascia illuminare da Lui.
Di gratuità  e di amore si parla anche nel vangelo contrapposti allo spirito del mondo che agisce sempre per un proprio tornaconto.
Nel caso del giudice iniquo e delle giuste richieste della vedova, la molla dell’agire del primo sicuramente non è l’amore ma un desiderio di sbarazzarsi prima possibile di una persona scomoda che disturba il suo normale e  gaudente tran tran.
Il giudice iniquo quindi fa giustizia e accorda alla vedova quanto gli viene chiesto, come peraltro è suo preciso e specifico dovere.
L’orfano e la vedova erano tenuti in grande considerazione nella società ebraica come aveva prescritto Mosè.
La vedova quindi vede esauditi i suoi desideri, trova risposta alle sue richieste di aiuto e di giustizia con la sua insistenza, perseveranza nella richiesta a chi non è Dio, ma un uomo che si stava comportando ingiustamente.
Nel racconto parabola, per antitesi, si aggiunge un altro personaggio, Dio, che sicuramente non si può paragonare ad un giudice ingiusto che fa i suoi comodi e non risponde alle nostre preghiere, anzi.
Da quello che troviamo scritto pare che Lui non solo risponde alle preghiere dei suoi eletti che a Lui si rivolgono giorno e notte, ma  le esaudisce prontamente.
Cosa che non sembra accadere , perchè a volte passano anni prima che la nostra preghiera sia esaudita, oppure non ne vediamo il frutto se non dopo la morte.
C’è quindi qualcosa che non funziona nella nostra esperienza di Dio.
Io credo che il Vangelo sia uno scrigno pieno di perle preziose e che quelle che a prima vista sembrano le più scadenti, con il tempo si rivelano le più pregiate.
Quindi che la nostra preghiera venga esaudita prima ancora che la formuliamo sono certa.
So che in questo momento, lo credo fermamente, che Dio è all’opera per farmi giustizia e che non mi rimanderà a mani vuote.
Ma come per ogni cosa che decidiamo di fare per un altro abbiamo bisogno di un tempo, così Dio, non perchè non sia capace di fare magie, ma perchè ciò che poi ci dona siamo in grado di apprezzarlo, usarlo nel migliore dei modi.
In fondo il nostro rapporto con Lui è come una scuola, dove se non ti impegni non impari nulla e rimani una capra per tutta la vita.
Il maestro, il professore ogni giorno s’impegna a spiegare, correggere i compiti assegnati, ma solo alla fine degli studi noi potremo con quel bagaglio affrontare la vita, il lavoro ecc ecc.
Ciò che muove Dio è l’amore e tutto quello che fa è per il nostro bene.
A noi il compito di essere attenti alla sua parola, fare domande, impegnarci sempre, senza saltare neanche una lezione, perchè alla fine possiamo riconoscere che la Sua giustizia è anche la nostra giustizia, perchè Dio fa bene ogni cosa.
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«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» ( Lc 11,27)

” Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28)
Il concetto di beatitudine cambia a seconda del tempo, del luogo, della situazione in cui ci si trova ecc ecc. Insomma la beatitudine è un valore soggettivo e in genere si considera beato quello che ha ciò che noi non abbiamo.
Se mi volgo indietro sono stata la persona più invidiata da quando ero piccola per i motivi più svariati.
I miei genitori lavoravano entrambi e questo ci faceva ritenere ricchi, anche se io non ho mai visto una lira, perchè i debiti delle famiglie d’origine di cui si erano fatti carico prosciugavano i loro stipendi.
Sono stata invidiata per l’altezza che è mezza bellezza, da persone costituzionalmente di bassa statura, anche se il mio peso superava il quintale all’età di 14 anni, ed io mi vergognavo anche di uscire di casa.
Sono stata invidiata perchè avevo molte amiche, perchè andavo bene a scuola, perchè mi sono laureata molto giovane, perchè ho trovato subito un lavoro e poi mi sono sposata un buon partito.
Ci sono tanti altri motivi che hanno suscitato in chi mi conosceva sentimenti poco benevoli ma non voglio soffermarmi su questo.
Da parte mia facevo altrettanto, anche se inconsciamente, perchè, a parer mio erano tante le cose che mi mancavano e che ho cercato di ottenere con impegno, fatica, perseveranza e qualche piccolo imbroglio tendente a coprire l’amara verità.
Non ho fatto niente mai per danneggiare gli altri, ma sicuramente ha fatto tanto per nascondere ciò che io per prima non accettavo di me.
Solevo dire comunque che ero tutta un bluff, vantandomi della capacità di mostrare quella che non ero senza troppa fatica.
Era un gioco che poi perfezionai fino a farlo diventare un’arte.
Arrivò la resa dei conti appena sposata con la malattia che mi ancorò in un letto per non so quanto tempo. Ho passato la mia vita a cercare di inventarmi la vita nel letto o nelle sue vicinanze e non posso dire che non ci sia riuscita.
Il problema comunque non era da poco e per quanta fantasia uno possa avere arriva il momento che gli spettatori abbandonano il teatro e rimani sul palcoscenico a recitare il dramma da sola senza che nessuno ti guardi, ti ascolti, si curi di te.
Fu allora che cercai un interlocutore che non si formalizzasse , una persona a cui non dovevo esibire la mia bravura, ma mostrare la mia inadeguatezza, la mia impotenza a cambiare le cose e le persone.
Mi ero illusa per tanto tempo di riuscire a ingannare anche me stessa, ma era giunto il momento di giocare a carte scoperte.
Tanta era la soma che mi ero caricata sopra le spalle per nascondere la verità che incontrare il Signore nudo, inchiodato ad una croce mi liberò dall’ansia del dover essere e mi consegnò alla verità che tanto temevo.
Veramente beata mi sentii, resa felice da Chi non giudica le apparenze e guarda il cuore, lo conosce, vede i tuoi pensieri prima ancora che si formino.
” Beata te che hai un marito che ti porta!” è oggi la voce corale che accompagna le mie sempre più rare apparizioni in pubblico.
All’inizio mi veniva il nervoso, perchè ne avrei volentieri fatto a meno, se non avessi avuto bisogno di chi mi spingesse la sedia a rotelle.
Così la beatitudine non mi ha abbandonata nel giudizio della gente, anche se la fortuna mi ha voltato le spalle.
La parola di oggi quindi mi interpella personalmente, visto che ho vissuto la beatitudine che il mondo mi attribuiva sempre come una beffa.
Quando i riflettori si spengono giunge il momento della verità.
Mi sento beata? Sono beata?
Devo dire proprio di sì, non perchè sia bella, colta, ricca, realizzata,ma perchè sono portata per mano e a volte in braccio dalla parola di Dio, che è diventata la mia droga.
Non c’è niente che possa togliermi la mia gioia, anche se tante porte si sono chiuse e nessuno più bussa alla mia e il telefono non squilla se non per vendermi qualcosa e nella posta ci sono solo bollette da pagare.
Mi accompagna la Parola di Dio che continua a confermarmi che le beatitudini del mondo hanno il tempo contato, quelle sue sono senza scadenza.
Maria è stata la battistrada di questo percorso.
Il suo Magnificat diventi il canto di ogni uomo che si sente investito dalla Grazia di Dio.

“Questi è il mio figlio prediletto ascoltatelo!”

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TRASFIGURAZIONE
“Questi è il mio figlio prediletto ascoltatelo!”
Abbiamo bisogno di ascoltarti Signore, ogni giorno, ogni momento aprire le orecchie alla tua parola, balsamo dell’anima, del cuore, della mente.
Ne abbiamo bisogno Signore perché le tue parole ci danno vita, ci danno gioia, consolazione, speranza, liberazione dai pesi che a volte sembrano schiacciarci, dai mali che sembrano disintegrarci, dagli ostacoli che sembrano insormontabili, da prove ripetute nel tempo che ci tolgono il respiro e ci mettono nella tentazione di arrenderci al nemico.
La tua parola è spirito e vita.
Ti voglio ringraziare, lodare e benedire, perché in questi ultimi giorni le tue parole mi hanno fatto vedere le cose con i tuoi occhi, mi hanno tolto la paura, il dolore, la rabbia, mi hanno fatto superare guadi di morte, angosciosi, in cui putride acque alimentavano serpenti velenosi.
“Coraggio, sono io, non temere!”,” sono con te dovunque sei andato”, mi sentivo ripetere ieri mattina al mare quando una crisi di panico si era impossessata di me, a cui tu avevi affidato il piccolo Emanuele, al mare.
La testa si era irrigidita, le vertigini mi impedivano di muovermi in qualsiasi direzione.
“Sono con te tutti i giorni, non temere, non avere paura! “
365 volte nella Bibbia ripeti questa parola come ha ricordato Don Carlino alla radio.
Non voglio dimenticare le parole che ogni giorno tu ripeti ad ogni uomo.
“Non temere!” mi sono sentita ieri ripetere, per superare un momento molto molto difficile…
Un tempo per quello stesso sintomo ho fatto ricorso alla scienza umana, ad un uomo perbene per  11 anni che non ti conosceva.
Non sapevo che per guarire non dovevo parlare, ma ascoltare.
Ascoltare te Signore e credere che tu sei veramente il Figlio di Dio.
Ti ringrazio perché anche durante il funerale di Sergio, il nostro cugino barbone, le parole del vangelo di Giovanni “Non abbiate paura vado a prepararvi un posto e poi tornerò”, mi sono sembrate rivolte a me con una dolcezza, con una fermezza, con una autorevolezza, con un amore che mai avevo sentito.
Tu sei andato a prepararci un posto, Signore.
Che cosa bella, che cosa grande detta davanti ad un uomo che ha cessato di vivere, chiuso in una bara, con il corpo in avanzato stato di decomposizione.
Quell’ incenso, quell’acqua mi hanno fatto pensare a quale grande dignità, quale grande destino ci hai riservato.
Il mio cuore si è riempito di gratitudine, di pace, di gioia e tutto ciò che è balsamo vivificante e vivificatore.
La tua parola Signore spirito è vita.
Fa che mai me ne dimentichi, ma mi stanchi di ascoltarti, mai dica: “questo l’ho già sentito, questo lo so!”.
Signore mantieni aperta la mia porta a te, ti prego, non permettere che altri entrino nella mia casa a derubarla, infangarla, sconvolgerla.
Voglio darti il posto d’onore Signore, voglio che tu diventi il mio padrone indiscusso.
Credo in te, spero in te, confido in te Signore.
Oggi, festa della Trasfigurazione, voglio ringraziarti per i tuoi testimoni che hanno dato la vita per annunciare il vangelo, per tramandarci la tua parola.
Grazie Signore della tua chiesa nella quale e attraverso la quale ti manifesti.
Ieri Emanuele mi ha detto, mentre andavamo al mare ed io avevo acceso la radio per sentire la messa,” A te piace la chiesa vero? “
Gli ho risposto che mi piace Gesù, che sono innamorata di Gesù, che Gesù è il mio fidanzato perché mi ama, mi protegge, mi custodisce, mi consiglia, mi consola.
Poi Emanuele sotto l’ombrellone mi ha chiesto ripetutamente di parlargli di Gesù, delle storie di Gesù.
E quando siamo ritornati in macchina mi ha chiesto di accendere la chiesa, vale a dire la radio.
Accendere la Chiesa, parola profetica, quella chiesa che Giacomo, Pietro e Giovanni dovevano accendere con il fuoco dello Spirito.
Anche io, attraverso Emanuele, sono chiamata ad accenderla.
E tutto questo avveniva mentre stringevo tra le mani il rosario e ripetevo “Coraggio, non temere sono con te”, mentre avevo la crisi di panico per le vertigini.
Grazie Signore.
“Ascoltatelo!”
 Ti voglio ascoltare Signore.
Parla, il tuo servo ti ascolta.

” Tra voi non sarà così”( Mt 20,26)

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
San Giacomo
25 luglio 2015
” Tra voi non sarà così”(Mt 20,26)
Certo che le tue parole non sono consolanti, Signore, perchè la meta che ci prospetti è il contrario di quello che noi speriamo, di ciò per cui ci battiamo tutta la vita.
Una persona, giorni fa, in un momento di sfogo mi disse che per tutta la vita aveva cercato di non essere l’ultima, ma non ci era riuscita.Da qui lo sconforto, il malumore, la tristezza, la rabbia.
Si sentiva veramente scartata dalla società, giudicata inetta dai suoi più stretti amici e collaboratori e questo la faceva star male.
Non essere l’ultimo.
A chi piace chiudere la fila?
Chi non desidera primeggiare almeno in qualcosa?
Sembra che la vita perda senso se non siamo bravi quel tanto che basta perchè ci battano le mani, anche per una sola cosa.
Ci sono tanti che, pur avendo raggiunto l’apice della fama, del plauso, della stima della gente non sono i nostri modelli.
A noi basterebbe essere considerati migliori nella nostra famiglia, nella cerchia di amici, nell’ambiene lavorativo.
Insomma quello che per noi conta è il giudizio delle persone con cui viviamo a contatto, per il resto non ci interessano tante bravure.
Io non ricordo di aver ambito a primati di qualche genere: mi sentivo talmente un nulla che alle mie amiche dicevo di camminare lontano da me perché non si vergognassero e le persone non pensassero che avevano legami di amicizia o di parentela con me.
” Dì che sono la tua donna di servizio” dicevo, attribuendo al termine tutto il disprezzo che avevo ereditato per questa categoria sociale.
A casa vivevo l’orgoglio di avere tutti parenti diplomati, da parte di mamma.
Anche nonna, pur non avendo concluso gli studi superiori, ricordava perfettamente le materie studiate tanto da farci da maestra, anche quando siamo diventati grandi.
Vivevo l’orgoglio di una superiorità culturale, questo è vero, ma lo davo per scontato e non mi sono chiesta mai se fosse giusto.
Mio padre non aveva studiato e nella sua famiglia erano pressochè analfabeti, pur tuttavia, lui da solo si prese un diploma che gli permise di essere assunto in ferrovia e di farvi carriera.
Lo ammiravo perchè leggeva molto, e continuò a farlo fino alla morte che lo colse a tarda età.
Era una vera e propria enciclopedia del sapere anche se fu sempre snobbato dalla famiglia di mamma che lo chiamava”l’incolletta”, il corrispettivo del nostro” Vù cumprà”, mestiere che svolse dall’età di 13 anni fin dopo la guerra, per provvedere ai bisogni della sua numerosa famiglia d’origine.
Papà non si credeva migliore di nessuno, era un uomo onesto e, quando usciva per andare al lavoro, diceva che andava in “servizio”
Parole profetiche, parole evangeliche che solo ora sono in grado di apprezzare.
Gesù ci ricorda a cosa dobbiamo tendere, per cosa adoperarci.
Don Ermete direbbe, come è solito fare lui durante la predica:” A me questo discorso di Gesù non tanto mi piace; non so a voi”.
A chi piace servire?
A chi piace essere ultimo?
Non credo che piaccia a nessuno.
Ma, se ben ci pensiamo, solo le cose che servono non vengono buttate o messe da parte, le altre fanno una brutta fine.
Più una cosa serve più realizza la sua idenità, la funzione per cui è stata progettata.
Se riuscissimo a leggere il vangelo guardando a ciò che quotidianamente ci accade, ci accorgeremmo che Gesù non fa che aprirci gli occhi a ciò che ci serve per vivere, per durare, per non essere buttati nella discarica e scomparire sotto un mare di avanzi in decomposizione.
Quante cose Gesù ci insegni!
Oggi voglio riflettere su cosa è importante per me, qualè lo scopo della mia vita, chi o cosa mi fa vivere, cosa mi fa morire.

“Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Ger 7,23)

“Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Ger 7,23)
Signore quante volte nella Scrittura tu ci inviti ad ascoltare la tua voce, a fermarci per capire cosa ci stai dicendo!
Tu continui a ripetere che sei il nostro Dio, che non c’è altro Dio al di fuori di te. E’ questo il primo comandamento da cui derivano tutti gli altri.
Mettere te al primo posto, farti spazio, permetterti di operare per il nostro bene, non legarti le mani sì da rendere impossibile la tua azione salvifica.
Ma noi Signre siamo duri di orecchie e anche se le tue parole a volte ci colpiscono, ci convincono e ci fanno desiderare di rimanere sempre con te, poi siamo distratti da tante cose e il rumore del mondo e delle sue priorità prende il sopravvento e ci dimentichiamo di te e facciamo di testa nostra.
E’ come quando ci si rompe il navigatore, e non conosciamo la strada..
Inevitabilmente ci perdiamo.
Ci ostiniamo a fidarci solo delle nostre forze e continuiamo a girare a vuoto, quando non ci capita di ritrovarci in un fosso o in strade senza via di uscita.
Tu Signore lo sai come siamo fatti e per evitare interferenze abbiamo inventato gli auricolari per sentire solo ciò che più ci piace, isolandoci così dal mondo e dalle persone.
E’ tremendo quello che siamo capaci di fare per la nostra rovina.
Tu ci hai creato, noi siamo tuoi e ci hai dato fiducia Signore, mettendo tutto ai nostri piedi perchè fossimo collaboratori di vita.
Ma non è stato così.
Se un tempo la contaminazione con i popoli pagani era comprensibile, per via dei continui traslochi che Israele fu costretto a fare, noi siamo più colpevoli, perchè sei venuto di persona a parlarci e a salvarci, lasciandoci non solo la tua parola scritta ma anche lo Spirito Santo, il suggeritore che ci aiuta a non dimenticare.
Dicevo che abbiamo superato ogni limite, inventando cuffie e ordigni di ogni tipo per escludere dalla nostra vita te che ti incarni in ogni uomo.
Ma non possiamo mettere alla coscienza le cuffie, nè alla nostra memoria il bavaglio, grazie a Dio, grazie a te.
E se da un lato noi ti impediamo di entrare nella nostra cuccia, tu trovi strade a noi sconosciute per risvegliare la nostra coscienza e far riemergere il ricordo della meraviglia dell’inizio.
C’è stato un tempo in cui ci sentivamo al centro dell’attenzione, un tempo in cui davamo per scontato il latte che ci veniva dato e la cura che avevano di noi quando non sapevamo parlare e dipendevamo in tutto dagli altri.
Tu ci inviti a ricordare, a non dimenticare tanti tuoi benefici, ad uscire dallo scontato e vivere nella gratitudine a chi ci ha dato la vita.
Se fossimo meno egoisti, meno distratti, se il tempo lo usassimo non solo per ammassare, fare cose che non servono e non durano, forse la memoria di tanti benefici ci aprirebbe le orecchie e il cuore a te e ai fratelli.
Mamma diceva che io ricordavo solo le cose brutte della mia vita, perciò ero sempre imbronciata, arrabbiata, scontenta.
Ero sempre a rimuginare su quello che mi mancava e non apprezzavo ciò che c’era.
Tu Signore mi hai liberato dalla chiusura al mondo esterno, mi hai aperto la bocca, dopo tanti anni di mutismo.
Tu Signore come a Zaccaria mi hai aperto le orecchie e ridato la voce, quando ti sei manifestato a me nella croce .
Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio Signore perchè prima non avevo argomenti per parlare, ma ora tu ogni giorno mi suggerisci interi poemi d’amore.

“Li condusse su un alto monte (Mc 9,2)  

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“Li condusse su un alto monte (Mc 9,2)
Per conoscerti, per incontrarti Signore, sembra che l’unica strada sia salire.
Salire su un monte più o meno alto, ma salire, scomodarsi, se così si può dire.
Domenica scorsa ti abbiamo visto alle prese con il demonio, che per tentarti ha cercato di lusingarti con imprese mirabolanti che solo chi sta in alto può compiere, anche se tu Signore hai scelto il deserto che non possiamo immaginare se non lontano dalle nostre mete abituali e che non è detto che stia in alto, ma sicuramente lontano dalle strade battute.
Eppure il demonio le tenta tutte per riportarti nel mondo da cui volevi staccarti almeno per un poco, sollevandoti su un alto monte o sul pinnacolo del tempio, in una posizione privilegiata per dare prova dei tuoi poteri.
Ma tu Signore non ci sei cascato e hai continuato a confidare in Dio, tuo padre, in Colui che ti aveva mandato.
Anche Abramo fu mandato sul monte per immolare il suo unico figlio e provarti la sua fiducia illimitata in te che salvi.
Oggi la liturgia ci mette di fronte un’altra montagna dove ti sei trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni.
Una montagna che rimanda ad un’ altra che fece da sfondo alla tua crocifissione.
Quante montagne Signore ci metti davanti per meditare i misteri del regno, per metterci alla prova, per provare a noi che tu sei un Dio fedele sempre!
Questa mattina meditando i misteri gloriosi del rosario mi è venuto in mente che dei cinque solo in uno si dice che scendi, il terzo, quando meditiamo la discesa dello Spirito Santo su Mariavergine e gli apostoli.
Nel cimitero , sicuramente posto in un luogo appartato e forse un po’ elevato della città, come tutti i cimiteri che conosco, gli apostoli non ti trovano, e poi quando ci si abitua a stare con te te ne vai, ascendendo in cielo.
Il cielo sembra la tua patria stabile, come anche la nostra che ci hai destinato.
Maria infatti fu assunta in cielo e lì incoronata, il cielo luogo che aspetta ogni credente perchè a tutti quelli che ascoltano e mettono in pratica i tuoi precetti hai destinato un trono di gloria.
Penso a questa vita fatta di tante montagne, arrampicamenti dolorosi, insidiosi, lunghi e difficili, penso alla ricerca continua di quacuno che mi parli, che mi faccia esistere, alla mia paura di rimanere sola, la stessa che colpì mia madre e mi spaventa il pensiero che non sempre mi basti Signore.
Non mi basta sapere che verrai, non mi basta sapere che sei venuto, desidero che tu rimanga con me sempre e invece, quando più ne sento il bisogno, tu scompari.
A Mosè ti sei fatto vedere di spalle, perchè non avrebbe retto a tanta bellezza, a tanto splendore, sei passato e hai lasciato la nostalgia di un evento che poi cerchi tutta la vita perchè si ripeta.
Hai fatto lo stesso con gli apostoli, sul monte della trasfigurazione, e proprio quando ci stavano a prendere gusto, sì da desiderare di rimanerci per sempre sospesi in quell’angolo di paradiso, lontani dalle beghe di ogni giorno, torna tutto come prima e la quotidianità prende il sopravvento.
La voce che viene dal cielo e che ti definisce ci invita all’ ascolto.
La settimana scorsa le letture ci mettevano in guardia da chi siamo tentati di ascoltare, i mistificatori della tua Parola, oggi ci pongono davanti la voce da riconoscere .
Quella del Padre che ha a cuore la nostra salvezza.
Sapere chi sei è il presupposto per ascoltare la tua voce e trarne benefici di grazia.
Salire, ascoltare, ricordare, questo è l’itinerario quaresimale, questa è la traccia per vivere in eterno.
Anche quando saliremo con te sul Golgota, dovremo ancora tacere, ascoltare, guardare a colui che hanno trafitto, alzare gli occhi al cielo dov’è la nostra vera patria.
Signore sono qui, in questo piccolo angolo di mondo, una dei tanti per cui tu ti sei immolato.
Sono qui oppressa dalla fatica di salire e sempre salire. Chiamami in disparte Signore e fammi riposare un po’.
Lo hai detto ai tuoi apostoli dopo che li hai visti affaticati dal servizio alla tua parola prolungato nel tempo sì che non avevano più tempo neanche per mangiare.
Non scompaire ti prego, Signore, così presto, rimani ancora un po’ a tenermi compagnia.

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)
Oggi il vangelo è incentrato sulla domanda che tu ci fai mentre siamo in cammino per diventare tuoi discepoli.
Capita spesso che ci mettiamo a seguire qualcuno senza sapere in effetti cosa cerchiamo, cosa ci aspettiamo da lui.
Molte volte ci facciamo un’idea troppo grande delle persone e le omaggiamo senza motivo, altre volte le disprezziamo e magari facciamo buon viso a cattivo gioco, perchè ci conviene o perchè non abbiamo alternative percorribili o più appetibili.
Siamo un branco di pecoroni e sempre più spesso cambiamo direzione e leader al primo soffio di vento contrario.
E’ incredibile ma rassicurante quello che attraverso le tue parole Signore ci fai capire. Tu vuoi che noi veniamo a te senza costrizioni e ci fai la domanda fondamentale che è quella di prendere coscienza del motivo per cui siamo cristiani.
Non è cosa da poco.
Da piccola ero cristiana perchè mia madre e mio padre mi hanno battezzato, mi hanno insegnato a pregare, mi hanno fatto frequentare una scuola cattolica e non mi hanno fatto conoscere altro che questa dottrina che per me è diventata un peso, un obbligo, un tormento di doveri e di devozioni di cui avrei volentieri fatto a meno.
La cosa strana è che mi sono chiesta sempre il perchè di tutto ciò che mi riguardava, ma per la religione non ho mai messo in dubbio quello che mi veniva inculcato.
Poi ho trovato l’amore, una persona in carne ed ossa che almeno all’inizio mi ha dato tutto quello che tu mi avevi negato e così ti ho messo da parte, ho smesso di seguirti non senza grossi complessi di colpa.
Quando le illusioni sono crollate, quando non avevo più niente e nessuno a cui aggrapparmi, nessuno da seguire, nessuno che mi indicasse la strada ho desiderato incontrarti per fare un discoso alla pari con te.
Ho pensato tante volte a te, ma ti pensavo lontano, eri un estraneo da cui dovevo stare alla larga perchè mi avresti oppresso con i tuoi doveri.
Poi con il tempo il mio desiderio tu l’hai chiarificato, dopo anni di deserto e di percorsi massacranti e deludenti, falimenti e prove dalle quali uscivo sempre più disorientata e confusa, angosciata e senza luce.
Ho cominciato a sentire il desiderio di instaurare con te un raporto nuovo, adulto per poter avere un interlocutore nella immensa solitudine in cui mi avevano fatto piombare i miei fallimenti.
Ho cominciato cercando un bottone, il bottone della mia radio, un bottone nascosto che mi ero andata convincendo esisteva per sintonizzarmi sulle tue frequenze.
Spesso mi dicevo che la mia radio era rotta e che non avrei mai trovato quel bottone.
Mi convinsi che solo in una chiesa avrei trovato una collocazione, un ruolo, un’occasione per mettere a frutto la scienza e la conoscenza che avevo acquisito in tanti anni di insegnamento al liceo, uniti alla mia esperienza di vita che era confluita in tanti progetti per la prevenzione del disagio giovanile.
Tante cose avevo imparato tante ne avevo sperimentato, tante avevano portato frutto, specie quelle che erano nate dal dolore e dalla sofferenza protratta nel tempo.
Non ti conoscevo Signore, ma la sofferenza mi aveva aperto il cuore e gli occhi a quella di tanti giovani, di tanti genitori che desideravano solo essere ascoltati.
Avevo aperto un centro d’ascolto nella scuola e ne ero fiera per i risultati conseguiti.
Tu allora eri una nebulosa, eri un essere indistinto a cui non sapevo nè potevo dare i connotati, mentre i connotati della sofferenza ce li avevo ben chiari.
Così quando mi misero in pensione perchè incapace di deambulare desiderai non far morire quello che ero andata maturando
Quale luogo migliore poteva accogliere ciò che volevo mettere a servizio?
A suo tempo scegliemmo la chiesa per mettere nostro figlio al sicuro dai mali del mondo e nella chiesa ho cercato una sedia per poter continuare il mio lavoro.
Ne avevamo testate già tante, io con Gianni, che mi accompagnava in questa ricerca di un posto che potesse accogliere non solo il mio desiderio, ma anche il mio corpo che aveva delle necessità ben precise dopo tutti gli interventi alla colonna andati male.
Quando entrai nella chiesa che poi divenne ed era la mia parrocchia cercavo una sedia.
Anche se tu non me l’hai chieso penso che in qualche modo ci hai messo del tuo per suscitare in me questo desiderio.
Dovere di sedersi.
Forse io anche se la malattia mi costringeva a stare seduta non avevo preso coscienza di quanto fosse importante sedersi per ascoltare.
Così a te che mi chiedevi cosa cercavo ho risposto nella maniera più giusta.
“Fateli sedere” hai detto ai discepoli prima della moltiplicazione dei pani.