FEDE E BAMBINI

SFOGLIANDO IL DIARIO…
11 agosto 2015
martedì della XIX settimana del TO
SANTA CHIARA
ore6.32

” Il Signore cammina egli stesso davanti a te” (Dt 31,8)

Se non ci fossi tu a rassicurarmi Signore scapperei dalla paura, tornerei indietro, mi nasconderei e mi lascerei morire, dimenticata da tutti.
Se non ci fossi tu Signore che mi dai ogni giorno una parola di speranza, mi ricordi quanto hai fatto per i tuoi figli in generale e per ognuno in particolare, se non ci fossi Signore bisognerebbe inventarti, in tutto uguale a te, cosa per noi uomini difficile se non impossibile.
Con il tuo aiuto Signore impariamo a riconoscere i veri bisogni, impariamo a parlare con te e a chiederti ciò che tu vuoi, che è buono per noi, impariamo a fidarci perchè mai ci hai fatto mancare il pane, la parola di vita, necessario viatico per godere dei beni promessi.
Ti ringrazio Signore perchè mi hai fatto rientrare nel tuo utero di padre e di madre, nel tuo utero accogliente e sicuro, nella tua casa dove niente manca per realizzare il tuo progetto d’amore e godere della tua eredità.
Grazie Signore di questa progressiva infanzia spirituale, di questa fiducia che aumenta ogni giorno di più nei confronti di te che ti prendi cura di me.
Tu non fai come faceva mia madre quando ero in panne, dicendomi” Arrangiati!” parole che mi hanno condizionato tutta la vita, perchè ho dovuto imparare un arte che mi serviva per non soccombere agli inevitabili ostacoli della vita, ma che hanno alimentato e rafforzato l’orgoglio e l’autosufficienza fino a pensare che potevo fare a meno di tutti.
Tu conosci la mia storia Signore, conosci quante insidie si nascondono dietro la corsa, lo sforzo per conquistare l’autonomia, l’autosufficienza, per poter bastare a me stessa, senza dire grazie a nessuno.
Tu sai Signore quanto è stato duro il cammino nel deserto che mi costruivo intorno e che si allargava sempre più a dismisura, man mano che raggiungevo da sola il trofeo del ” ci sono riuscita!”, un deserto che ha allontanato da me le voci degli uomini, mi ha chiuso le orecchie e gli occhi a ciò che stava fuori e ciò che dentro, senza accorgermene, nascondevo e mettevo a tacere.
Spesso ho pensato di essere nata grande, di non aver mai avuto il diritto di stare nelle braccia di qualcuno, tanto meno nelle tue braccia, perchè le pecore madri tu non le metti sopra le spalle come gli agnellini appena nati.
Ho pensato che il mio destino era segnato, da quando sono nata in una famiglia numerosa con tanti fratelli da accudire, essendo la più grande.
Mamma lavorava e si fidava di me, completamente, si appoggiava a me per essere aiutata a gestire la casa, il lavoro, i figli in un tempo in cui i problemi dell’assistenza ai più deboli si risolvevano in famiglia.
Questa scuola mi ha tanto fortificato da pensare che a me tutto era possibile, che per ogni problema sapevo trovare la soluzione, che tutto questo potevo insegnarlo anche agli altri.
Per questo sono diventata insegnante di metodo, più che di discipline.
Ho fatto tanta fatica Signore per diventare grande, autonoma, autosufficiente, brava agli occhi degli altri, impeccabile, contorsionista, prestigiatore, pagliaccio, tutto per rimanere al centro del palcoscenico in attesa di applausi.
Poi il teatro si è svuotato, le luci si sono spente e io sono rimasta sola con un pugno di mosche, fumo che non riusciva a coprire le mie vergogne.
Mi sono sempre paragonata ad un titano e ne ero fiera, e quello che più mi ispirava era Prometeo perchè aveva osato rubare il fuoco al suo dio e ne era fiero, anche se ne aveva subito un’irreversibile condanna.
Il suo cuore, divorato la notte da un animale rapace, di giorno ricresceva più rosso che mai, e questo era il suo e mio vanto.
Poi ti ho incontrato, nel deserto, e a te ho rivolto parole, le prime dopo anni di solitudine, parole che oggi mi sembrano blasfeme, vedendo in te uno come me, uno che soffriva, uno con cui potevo parlare alla pari, condividere il mio dolore, la mia solitudine, la mia disperazione che era anche la tua.
“Pure tu!” esclamai,” Pure tu!”
Chissà perchè mi venne da dire così, quando c’era tanta gente che soffriva e moriva. “Pure tu!”
Avevo trovato qualcuno a cui non dovevo dare consigli, suggerire soluzioni, ma qualcuno con cui condividere l’impotenza, il dolore, l’abbandono, la morte.
Anche se stavi attaccato ad una croce che mi sovrastava ed era molto più grande di me, ricordo che il mio parlare con te fu come con un compagno di viaggio, alla pari, un uomo che forse poteva insegnarmi qualcosa e aiutarmi ad uscire dal mio deserto.
Da quel giorno, non ho smesso di ascoltare la tua voce o Signore che mi arrivava più distinta man mano che scendevo da quel piedistallo che mi faceva sentire pari a te.
Ora sono ai tuoi piedi Signore e mi sento piccola, tanto piccola, incapace anche di camminare.
Ora non mi sento di dare consigli a nessuno, ma di mettermi in ascolto di quello che tu mi dici.
Voglio diventare ancora più piccola Signore, un granello di senapa, invisibile quasi, voglio essere l’ultima nata del tuo gregge per avere la speranza di un abbraccio, di un bacio, di una carezza, di un latte non inquinato, preso alla fonte delle tue mammelle, tanto piccola da rientrare nel tuo utero dove nè bombe, nè soldati, nè paure, nè sfollamenti, attentino alla mia sicurezza.
Sì Signore voglio essere la tua piccola bimba, la tua consolazione, il tuo gioco, il tuo diletto, la delizia dell’anima tua.
Aiutami Signore a non crescere in sapienza e intelligenza, ma a vivere nella fiducia tenera e costante nel mio Creatore e Salvatore .
Oggi voglio vivere l’ebbrezza, la gioia di essere portata in braccio, sicura di non cadere mentre sento il tuo cuore pulsare sul mio.

Annunci

PERFEZIONE

SFOGLIANDO IL DIARIO…

15 giugno 2010
Meditazioni sulla liturgia di
martedì dell’XI settimana del Tempo Ordinario

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli. ..Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.(Mt 5,43-48)

La vita Signore sembra, a leggere il Vangelo, ridursi solo ad uno scambio reciproco di favori, un donare agli altri ciò che hai di più caro, un perdersi per ritrovarsi, uno sciogliersi come il sale nell’acqua, un disperdersi e diffondersi come la luce, un morire, un annientamento graduale di sé stessi per far spazio all’altro e all’Oltre.
Sono parole belle Signore, parole che sento, sperimento vere.
Quante volte un gesto gratuito di amore mi ha fatto risorgere, ha dato senso al mio andare, senso alla fatica, senso al dolore, al sacrificio, mi ha riempito di gioia, di gratitudine, di luce, di eternità.
Eppure Signore molto spesso l’amore non sembra essere tanto importante, specie quando il dolore, la sofferenza fisica non dà tregua come questa notte, come questa mattina.
Un dolore che non è di un momento ma dura per ore, per giorni una malattia che mi impedisce di fare sempre meno cose, una malattia che sembra una carica ad orologeria, che più passa il tempo e più percepisci la fine.
Tu continui a parlare di amore, perfezione e io voglio ascoltarti, pendo dalle tue labbra Signore.
In questo tempo sei solo tu che ti prendi cura di me totalmente.
Sei tu che mi fai esistere e mi sembra che tu sia il mio unico interlocutore.
Non c’è più nessuno che mi chieda come sto, che mi faccia gli auguri il giorno dell’onomastico, del compleanno con accadeva un tempo, non c’è nessuno che si ponga il problema della mia salute perché è scontato che stia male, è scontato che di questo male non si muore e che io me la so cavare benissimo da sola.
Alla gente interesserebbe solo se questa malattia portasse alla morte.
Ci si preoccupa solo di questo oggi, perché la morte fa paura.
Ogni notte tu mi chiami a morire Signore, cedere, consegnare un pezzetto di me, della mia agilità, efficienza, intelligenza, memoria, funzione.
Ogni notte.
A volte mi rispondi con un segno che mi conforta e mi rassicura che tu sei con me, che non mi hai mai lasciata.
A volte la mia preghiera torna con l’eco e batte su un muro che rimanda indietro le mie parole.
Mi chiedo, quando me lo chiedo, cosa serva pregare se poi il dolore è sempre così grande..
Come ieri notte… Come questa notte…
Tu parli oggi di perdono, di amore per i nemici e io sono qui a combattere con un dolore alle mani, alle dita che mi perseguita.
Ma non è solo questo, lo sai.
Giovanni quando prega dice: “Lo vedi Signore che c’è questo e quest’altro.”
“Lo vedi”.
Non dice: “Lo sai” ma “Lo vedi”.
E quando sto così male le parole del perdono, della perfezione sembrano dirette più alla mia intelligenza che al cuore, perché mi interrogo su cosa devo ancora capire, cosa meditare, cosa fare rispetto a ieri.
Il dolore mi annebbia la mente, mi intorpidisce i muscoli e non mi viene da pensare ad altro se non a come affrontare questa giornata.
Giovanni dice che non è una cosa normale che io con il mal di schiena (che ne può sapere del resto?) possa averlo portato, al mare, come è stato.
Non è normale, ma io gli ho spiegato che ho chiesto a te l’aiuto.
Ma l’amore che è alla base dei miei comportamenti nei confronti di Giovanni ed Emanuele, i miei nipotini, come faccio a donarlo ad altri se non mi reggo in piedi, se la preghiera sale stentata al cielo?
Non ho più parole Signore e vivo una vita errabonda, una vita segnata dalle tempeste di sabbia, dai tornadi e dagli tsunami.
“Di questa città non è rimasto qualche brandello di muro, di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. E ‘il mio cuore il paese più straziato”.
Chi o cosa devo amare Signore?
Il mio dolore?

” Gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò.”(Lc 15,20)

Meditazioni sulla IV domenica di Quaresima
anno C

” Gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò.”(Lc 15,20)

Non basta mai rileggere e meditare quanto è scritto in questa parabola specie ora che siamo in Quaresima e viviamo in funzione di questo abbraccio che Dio riserva a ciascun uomo quando decide di lasciarsi riconciliare con Lui.
Noi siamo abituati a lamentarci di tutto, perchè ci manca sempre qualcosa per sentirci pienamente sazi, soddisfatti, magari senza spostarci più di tanto.
Quando eravamo bambini molto piccoli vivevamo sereni perchè accanto sapevamo che c’era chi si prendeva cura di noi, prevenendo spesso il nostro pianto o asciugando con una carezza e un abbraccio le nostre lacrime.
I bambini sono i nostri maestri, l’ha detto Gesù e addirittura se vogliamo vivere nella pace e nella gioia e nell’amore di una casa dove non manca mai niente, bisogna rinascere dall’alto, come dice Gesù a Nicodemo.
La Bibbia ci parla dell’esodo come la più importante e significativa esperienza dell’uomo alla volta della terra promessa.
Abbiamo tanta paura della morte e cerchiamo in ogni modo di esorcizzarla.
Ma come si può chiamare la nascita, la prima nascita nella carne se non una morte a ciò che prima eravamo?
La permanenza nell’utero della madre dura nove mesi poi è tempo
espatriare, di uscire, di attrezzarci a respirare da soli, con i polmoni, anche se l’aria quando entra la prima volta fa male, molto male. Perciò piangiamo.
Il pianto è il segno che siamo vivi e sani e se qualcuno tarda interviene subito qualcuno a darci uno sculaccione perchè i nostri polmoni incomincino a funzionare.
Abramo obbedì al Signore quando gli disse di lasciare la propria terra e incamminarsi per un paese sconosciuto di cui Lui dava garanzia di prosperità e di vita.
Se Abramo disse sì a Dio per fede a noi non è chiesto il permesso di farci uscire dal grembo materno in cui eravamo tranquilli, al buio, ma provvisti di tutto.
Come ad Adamo non fu chiesto se era disposto a togliersi una costola per partorire Eva, così a noi non è chiesto se vogliamo o non vogliamo uscire allo scoperto, se vogliamo rinunciare ai vantaggi di stare in un ambiente protetto e sicuro.
Ma pare che sia importante avere consapevolezza di ciò che ci viene gratuitamente dato ed oltremodo più importante sapere che il bene, la felicità, la pace ha un prezzo.
Il prezzo più alto perché noi riavessimo tutto questo l’ha pagato Gesù, ma non basta a farti felice, se non ritorni nella sua casa.
E quando ci entri ti accorgi che sei tornato dentro un utero più grande dove non vivi solo tu, dove Lui provvede a che tu viva dell’opera delle tue mani, sapendo che chi fa piovere e fa crescere è sempre e solo Lui.
Non ci fa l’anestesia per farci partorire l’altro, il tu , la terra in cui Lui si è inchiodato, l’albero della vita che porta frutto a chiunque se ne voglia cibare, accettando di imparare da Lui la difficile ma non impossibile arte del contadino.

” Il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ” (Dn 2,4)

Meditazione sulla liturgia di
martedì della XXXIV settimana del TO dispari
Letture: Dn 2,31-45; cfr Dn 3;Lc 21,5-11
VANGELO (Lc 21,5-11)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Parola del Signore
“Il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ” (Dn 2,4)
Voglio imprimermele bene nella mente le parole della liturgia di questo ultimo scampolo dell’anno liturgico, per non dimenticare che tutto finisce delle cose del mondo e che non dobbiamo attaccarci a niente se non a Gesù.
Perchè lui rimane nell’alternanza delle stagioni, nel tempo dell’attesa e nel tempo della resa definitiva, rimane nella quotidiana battaglia, nelle notti oscure e dolorose come nelle giornate di festa , rimane con noi e non si stanca di vegliare e pregare per noi.
Fervono i preparativi per Natale.
Tra un mese questo sarà l’ultimo giorno dell’attesa perchè nasce di nuovo. E’ Natale.
“I cieli e la terra passeranno ma la mia parola non passerà” è scritto.
Quante cose mi sono persa per strada, cose e persone, non per volontà mia; ma non ci sono più e questo è un fatto innegabile.
Io mi glorio di essere una perfetta restauratrice, sì che passo il tempo a rattoppare strappi, chiudere buchi , mimetizzare le crepe della mia casa, casa di mattoni e casa di carne.
Posso dire di essere maestra nell’arte del mimetizzare ciò che il tempo corrode, rompe, distrugge.
Continuo con entusiasmo a provvedere a che la casa non mi crolli addosso e continui a servire me e la mia famiglia e gli amici e chiunque bussa alla mia porta.
A volte mi guardo intorno e non posso che constatare quanti interventi ci siano su tutto ciò che fa parte della mia quotidianità.
Ieri Giovanni mi ha detto:”Nonna quanto sei bianca, non me n’ero mai accorto!”
Sul mio corpo ho fatto i migliori e più riusciti restauri, attraverso non bisturi ma coperture di vestiti e di gioielli e di acconciature sì da sembrare quella che non ero.
Non malata, non alta, non grassa, non ignorante, non brutta.
Poi un giorno mi sono specchiata e ho passato in rassegna le mie protesi. Davvero tante! Agli occhi, alle orecchie, alla bocca, alla schiena, alle gambe…
Mi sono guardata i capelli tinti e ho pensato che una cosa sola mi mancava: gettare l’ultima maschera e lasciare alla natura il suo corso.
Così mentre penso a tutto ciò che passa, alle cose che sono riuscita a tenere in vita, grazie ai miei sapienti restauri, alle coperture che si accorciano e si ritirano man mano che mi avvicino alla fine, a tutto ciò che attraverso la morte mi ha riportato in vita, rendo lode a Dio che mi ha fatto riconciliare con la Verità che sta oltre le cose, la via maestra per poterlo incontrare attraverso ciò che mi manca.

I bambini

 Meditazione sulla liturgia di
domenica della XXV settimana del tempo ordinario anno B
“Voi non ottenete perché chiedete male”.
“Chi è il più grande?”
La frase che mi ha colpito di più è quel chiedere male.
Già perché altrimenti non si spiega che le cose che ci affliggono non si risolvano per il meglio anche dopo un incessante preghiera.
Chiedere male.
Se una madre ha un bambino che sta morendo è normale che chieda la sua guarigione, se io ho un dolore che mi fa uscire fuori di testa è normale che chieda che mi passi …
Chiediamo male quando a Dio chiediamo soldi per comprarci la seconda macchina o anche la prima, se abbiamo possibilità, forza, per andare a piedi o con l’autobus.
Chiedere a Dio che incenerisca il nostro nemico è chiedere male.
Ma allora perché nel Vangelo troviamo scritto:”Chiedete e otterrete, bussate e vi sarà aperto”?
Il fatto è che Dio non ci dà ciò che vogliamo ma ciò che ci serve, indipendentemente dal fatto che glielo chiediamo oppure no.
Ci sono cose che Dio ci dà, la maggior parte direi, che diamo per scontate, per cui non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di ringraziarlo, mentre se non ci dà ciò che desideriamo ardentemente, ce la prendiamo con lui, attribuendogli la responsabilità dei nostri problemi irrisolti.
”Bisogna sperare che i desideri s’ incontrino”mi diceva un addetto ai lavori, quando mi lamentavo perché non c’era corrispondenza fra i miei e i desiderata di Gianni, il mio sposo.
Certo è che questo discorso allora non mi veniva di riferirlo al rapporto che abbiamo con Dio, perché allora Dio per me esisteva come complesso di colpa, un Dio che mi scomodava sempre, specie quando ho deciso di farne a meno.
I più grandi complessi di colpa li ho avuti nei suoi confronti e posso dire con assoluta certezza che non mi sono goduta appieno niente, perché ritenevo tutto quello che facevo contrario a ciò che era giusto.
“Bisogna desiderare che desideri s’incontrino” quando me lo disse lo psicologo, pensai che dovevo cambiare quelli di mio marito manipolandolo fino a fargli fare quello che io volevo.
Ma Gianni è un ariete tosto, duro, irremovibile.
Se fa una cosa è solo per compiacerti, ma dimentica subito il motivo alla base del tuo desiderio.
Oggi, riflettendo sul rapporto che abbiamo con Dio, mi viene da dire che è lui che spera che i nostri desideri si incontrino con i suoi, vale a dire che impariamo a desiderare ciò che lui vuole, perché sicuramente è quello che ci fa bene.
Con Gianni siamo arrivati a desiderare insieme le stesse cose o a rispettarci per quei desideri che non collimano.
Siamo convinti entrambi che i nostri desideri devono essere presentati a Dio, vagliati da lui, perché, se è cosa buona, Dio ce la concederà.
Ma spesso, molto spesso non ci capiamo e scoppia la guerra che per fortuna non dura molto.
Ieri sera i nervi li avevamo tutti a fior di pelle, perchè non sono solo i nostri da dover armonizzare, ma anche quelli di chi incrocia i nostro cammino, che non sono pochi.
Sono prove da presentare al Signore perchè senza di Lui non possiamo fare nulla.
Lui ci rende capaci di amore, di tenerezza, di pazienza, di perdono verso i piccoli in cui ama nascondersi.

L’utero di Dio

 

“La carità non avrà mai fine “. (1Cor 13,8)
“Dio è amore”, scrisse Giovanni, sotto un disegno che mostrava una famiglia felice, una coppia con un bambino a lato, preso per mano, con tanti raggi gialli luminosi.
Giovanni ad ogni colore dava un significato e il giallo per lui esprimeva la felicità, come il verde l’odio, il viola l’invidia.
Straordinari questi bambini che ti aprono le porte del Paradiso!
Ai piccoli infatti sono svelati i segreti del regno.
“Quante cose si possono fare con Gesù!” aveva detto Marco, un altro bambino speciale speciale, non perché l’ho conosciuto io, ma perché tutti i bambini sono speciali quando li osservi, li ascolti e ti fai guidare da loro.
Quando mi sono sposata non pensavo che avere dei figli comportava fatica come quella che mi è rimasta impressa di insegnare a Franco a scrivere nelle  righe, passando dallo stampatello al corsivo.
Ma non sapevo che dai bambini impari a guardare il mondo con altri occhi.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un’altra chanche affidandomi i miei nipotini per fare gli esami di riparazione.
Bisogna veramente osservarli i bambini, anzi  diventare bambini e rientrare dell’utero di chi ti ha generato, per vedere svelati i misteri del regno.
Solo così puoi capire i discorsi di Gesù, farli tuoi, diventare come lui  ci ha promesso.
Questa notte, meditando i misteri gloriosi del rosario, non riuscivo a staccare la mente dal pensiero che, per poter contemplare il mistero non lo dovevi guardare da fuori, ma lo dovevi guardare da dentro, da dentro la pancia, dall’interno dell’utero di chi ti ha generato.
Così questa notte ho fatto un trasloco e invece di pensare che dalla terra guardavo il cielo, ho capovolto la cosa e ho pensato che dal cielo guardavo la terra, più che altro dal cuore di Dio guardavo Antonietta e guardavo tutti i suoi figli.
Io galleggiavo leggera nel suo utero.
Dal liquido amniotico mi sentivo cullata, nutrita, amata da Dio Padre, Eterno Amante, dal Figlio Eterno Amato e dallo Spirito Santo, Eterno Amore.
L’accordo della mia famiglia d’origine, la loro comunione, il loro amore facevano sì che mi sentissi al sicuro.
Era una sensazione bellissima perché  finalmente ero felice.
Le parole del Vangelo “ Vi ho suonato il flauto e non avete ballato, vi ho cantato un lamento e non avete pianto” mi sembravano appartenere un passato che non ritorna.
Ero arrivata nella casella del Cristo morto e risorto in quell’assurdo gioco dell’oca dove i dadi mi rimandavano sempre al punto di partenza.
La  meta che mi si prospettava all’inizio come una croce che nessuno ama e che tutti vorrebbero rigettare il mittente, si era  trasformata  in un grande utero accogliente, dove mi sentivo amata, protetta e nutrita per essere portata a perfezione.
Ricordo, quando mi sono sposata, la soddisfazione di cambiare il cognome (allora la legge lo imponeva) perchè dalla mia famiglia mi ero sentita poco amata.
Pensavo che nella famiglia di mio marito quell’amore l’avrei trovato nella sua interezza.
Quanto mi sbagliavo!
Ma nè nella prima nè nella seconda ho trovato l’amore perfetto.
Per questo, senza sapere di stare a cercarlo, ho incontrato il Signore,perché io cercavo l’amore e non Dio.
Ma Dio è amore.
E’ l’amore  che ti riempie la vita, ti dà il coraggio di andare avanti, alimenta la speranza, dà un senso a tutto quello che fai.
Sentirsi amati è sentirsi vivi, in quel caldo e sicuro rifugio che è la Sua casa di carne.
Attingendo alla fonte non puoi non desiderare di fare altrettanto, perché quello che impari nella Sua casa, sei capace di farlo anche tu per le persone che Gli stanno a cuore, tutti i figli che formano il Suo Corpo, la Chiesa.
“La carità non abbia finzioni”, dice San Paolo.
Ad una bimba che assisteva all’incontro prebattesimale dei genitori ho chiesto se sapeva cos’era l’amore e se l’aveva imparato dalla televisione.
Mi ha risposto che l’amore lo vedeva nei suoi genitori perchè anche quando litigano si riappacificano.
Le ho chiesto allora cosa i genitori dovevano insegnare ai figli.
“A fare la pace!”, la sua risposta.

George Edmund Street,Decorazione a piastrelle della navata, 1875 circa. Roma, San Paolo Dentro le mura.

” Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore.” (Sal 118)

L'immagine può contenere: 1 persona

” Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore.” (Sal 118)
Se non ci fossi tu a rassicurarmi Signore scapperei dalla paura, tornerei indietro, mi nasconderei e mi lascerei morire, dimenticata da tutti.
Se non ci fossi tu Signore che mi dai ogni giorno una parola di speranza, mi ricordi quanto hai fatto per i tuoi figli in generale e per ognuno in particolare, se non ci fossi Signore bisognerebbe inventarti, in tutto uguale a te, cosa per noi uomini difficile se non impossibile.
Con il tuo aiuto Signore impariamo a riconoscere i veri bisogni, impariamo a parlare con te e a chiederti ciò che tu vuoi, che è buono per noi, impariamo a fidarci perchè mai ci hai fatto mancare il pane, la parola di vita, necessario viatico per godere dei beni promessi.
Ti ringrazio Signore perchè mi hai fatto rientrare nel tuo utero di padre e di madre, nel tuo utero accogliente e sicuro, nella tua casa dove niente manca per realizzare il tuo progetto d’amore e godere della tua eredità.
Grazie Signore di questa progressiva infanzia spirituale, di questa fiducia che aumenta ogni giorno di più nei confronti di te che ti prendi cura di me.
Tu non fai come faceva mia madre quando ero in panne, dicendomi” Arrangiati!” parole che mi hanno condizionato tutta la vita, perchè ho dovuto imparare un arte che mi serviva per non soccombere agli inevitabili ostacoli della vita, ma che hanno alimentato e rafforzato l’orgoglio e l’autosufficienza fino a pensare che potevo fare a meno di tutti.
Tu conosci la mia storia Signore, conosci quante insidie si nascondono dietro la corsa, lo sforzo per conquistare l’autonomia, l’autosufficienza, per poter bastare a me stessa, senza dire grazie a nessuno. Tu sai Signore quanto è stato duro il cammino nel deserto che mi costruivo intorno e che si allargava sempre più a dismisura, man mano che raggiungevo da sola il trofeo del ” ci sono riuscita!”,un deserto che ha allontanato da me le voci degli uomini, mi ha chiuso le orecchie e gli occhi a ciò che stava fuori e ciò che dentro senza accorgermene nascondevo e mettevo a tacere.
Spesso ho pensato di essere nata grande, di non aver mai avuto il diritto di stare nelle braccia di qualcuno, tanto meno nelle tue braccia, perchè le pecore madri tu non le metti sopra le spalle come gli agnellini appena nati.
Ho pensato che il mio destino era segnato, da quando sono nata in una famiglia numerosa con tanti fratelli da accudire, essendo la più grande.
Mamma lavorava e si fidava di me, completamente, si appoggiava a me per essere aiutata a gestire la casa, il lavoro, i figli in un tempo in cui i problemi dell’assistenza ai più deboli si risolvevano in famiglia.
Questa scuola mi ha tanto fortificato da pensare che a me tutto era possibile, che per ogni problema sapevo trovare la soluzione, che tutto questo potevo insegnarlo anche agli altri.
Per questo sono diventata insegnante di metodo, più che di discipline.
Ho fatto tanta fatica Signore per diventare grande, autonoma, autosufficiente, brava agli occhi degli altri, impeccabile, contorsionista, prestigiatore, pagliaccio, tutto per rimanere al centro del palcoscenico in attesa di appllausi.
Poi il teatro si è svuotato, le luci si sono spente e io sono rimasta sola con un pugno di mosche, fumo che non riusciva a coprire le mie vergogne.
Mi sono sempre paragonata ad un titano e ne ero fiera, e quello che più mi ispirava era Prometeo perchè aveva osato rubare il fuoco al suo dio e ne era fiero anche se ne aveva subito un’irreversibile condanna.
Il suo cuore, divorato la notte da un animale rapace, di giorno ricresceva più rosso che mai e questo era il suo e mio vanto.
Poi ti ho incontrato, nel deserto, e a te ho rivolto parole, le prime dopo anni di solitudine, parole che oggi mi sembrano blasfeme, vedendo in te uno come me, uno che soffriva, uno con cui potevo parlare alla pari, condividere il mio dolore, la mia solitudine, la mia disperazione che era anche la tua.
“Pure tu!” esclamai,” pure tu!”
Chissà perchè mi venne da dire così, quando c’era tanta gente che soffriva e moriva. “Pure tu!”
Avevo trovato qualcuno a cui non dovevo dare consigli, suggerire soluzioni, ma qualcuno con cui condividere l’impotenza, il dolore, l’abbandono, la morte.
Anche se stavi attaccato ad una croce che mi sovrastava ed era molto più grande di me, pure ricordo che il mio parlare con te fu come con un compagno di viaggio, alla pari, un uomo che forse poteva insegnarmi qualcosa e aiutarmi ad uscire dal mio deserto.
Da quel giorno, non ho smesso di ascoltare la tua voce o Signore che mi arrivava più distinta man mano che scendevo da quel piedistallo che mi faceva sentire pari a te.
Ora sono ai tuoi piedi Signoere e mi sento piccola, tanto piccola, incapace anche di camminare.
Ora non mi sento di dare consigli a nessuno, ma di mettermi in ascolto di quello che tu mi dici.
Voglio diventare ancora più piccola Signore, un granello di senapa, invisibile quasi, voglio essere l’ultima nata del tuo gregge per avere la speranza di un abbraccio, di un bacio, di una carezza, di un latte non inquinato, preso alla fonte delle tue mammelle, tanto piccola da rientrare nel tuo utero dove nè bombe, nè soldati, nè paure, nè sfollamenti, attentino alla mia sicurezza.
Sì Signore voglio essere la tua piccola bimba, la tua consolazione, il tuo gioco, il tuo diletto, la delizia dell’anima tua.
Aiutami Signore a non crescere in sapienza e intelligenza, ma a vivere nella fiducia tenera e costante nel mio creatore e salvatore .
Oggi voglio vivere l’ebbrezza, la gioia di essere portata in braccio, sicura di non cadere mentre sento il tuo cuore pulsare sul mio