" E' lui che battezza in Spirito Santo" (Gv 1,33)

domenica della II settimana del Tempo Ordinario
anno A

” E’ lui che battezza in Spirito Santo” (Gv 1,33)

Ci affatichiamo tanto a cercare l’amore, viviamo con sofferenza i rifiuti, le ambiguità, gli abbandoni, i tradimenti delle persone che ci amano come ci amano, ci rovinano la vita magari dopo avercela presentata su un piatto d’argento e tu ce la vuoi dare gratis.
Gli amori umani sono piccoli, fragili, a termine, sono inadeguati al nostro bisogno di essere amati per quello che siamo.
Le cronache sono piene di conclusioni violente di rapporti inquinati dal non perdono, dall’odio, dal desiderio di distruggere ciò che non possiamo ottenere.
L’hanno fatto con te Signore che non hai risposto alle aspettative del tuo popolo, che si è sentito tradito da te che offrivi altro da quello che si aspettavano.
Lo fanno in modo clamoroso quelli che salgono agli onori della cronaca, per l’efferatezza dei loro gesti distruttivi nei confronti di quelli da cui si sono sentiti rifiutati o non assecondati.
Signore anche noi, purtroppo ti condanniamo a morte, non facendoti esistere quando contrasti i nostri piani, non sei d’accordo con le nostre scelte, pretendi molto senza dare nulla di tangibile in cambio.
Perchè siamo abituati a vedere, toccare le cose che ci servono, che ci piacciono, a sceglierle noi, secondo i nostri gusti senza intromissioni di sorta.
Ci vogliamo sentire liberi e desidereremmo che tu ti facessi un po’ complice dei nostri sforzi per ottenerle.
Il regno di Dio è vicino, continui a dire oggi come allora, perchè tu sei quello che viene incontro, viene a cercarci, si sposta coprendo le distanze che ci dividono.
Tu vieni incontro alla nostra fame e alla nostra sete d’amore, sete ancestrale di un seno che ci ha allattato dal quale ci siamo volutamente staccati, di braccia che ci hanno sostenuto, di uno sguardo tenero, dolce, avvolgente di cui sentiamo la nostalgia, uno sguardo che non giudica ma accarezza l’anima e il corpo, un amore che si misura solo in ciò che ci manca…
“Ecco l’agnello di Dio” dice Giovanni, “Il regno di Dio è vicino” dici tu, “Il regno di Dio è vicino” dicono gli inviati, i tuoi testimoni…
Perchè continuiamo a cercare lontano ciò che è incredibilmente vicino?
Tu ci hai creati, Signore. Tu sei nostro Padre, fratello, promesso sposo.
Tu sei l’amore, non quello inquinato del mondo… tu sei la gioia, la pace… tu la bellezza senza tramonto.
Tu Signore sei il mio riposo, la mia gioia, la mia nostalgia, sei il silenzio e l’attesa, sei il riso e il pianto, il lampo, il tuono, il vento leggero.
Tu Signore sei tutto ciò che mi circonda, mi tocca, mi sfiora la pelle, mi apre il cuore.
Tu sei tutto Signore e io mi perdo…
Nei tuoi occhi vedo riflesso questo mondo che non ti onora, nei tuoi occhi velati dal pianto gli uomini distratti, affannati, oppressi da altri pensieri…
Tu sei qui, tu ci chiami, tu ci aspetti..basta aprire la mano, gli occhi, il cuore…lasciarti entrare …
Ma a noi piacciono le cose difficili.
Siamo bravi a complicarci la vita, a pensare che le cose a portata di mano sono per gli sciocchi, i semplici, gli ultimi…
E tu sei Dio e per giunta onnipotente, essere perfettissimo, creatore e Signore del cielo e della terra.
Come conciliare le cose?
Voglio ringraziare Giovanni, il discepolo amato, diventato santo, che ci ha presentato la scena del tuo Battesimo in modo diverso dagli altri evangelisti.
“Ecco l’agnello di Dio…E’ lui che battezza in Spirito Santo” fa dire di te a Giovanni Battista.
Sapere cosa sei venuto a fare fa la differenza, perchè la cosa ci riguarda da vicino.
Ad ogni uomo offri oggi come allora il battesimo nello Spirito Santo, l’immersione nell’oceano profondo incommensurabile dell’Amore divino in cui tutti gli amori terreni trovano compimento.
Cosa desiderare di più?
Che tutti possiamo accorgerci quando bussi alla porta.

"Questo è il mio figlio prediletto"

SFOGLIANDO IL DIARIO…

Domenica 11 gennaio 2014
ore 6:50

Epifania del Signore.

“Questo è il mio figlio prediletto”

Oggi è il Battesimo del Signore.
Dio si mostra gli uomini, dice chi è attraverso la voce del Padre, attraverso lo Spirito Santo che si posa su di lui in forma di colomba.
In fondo oggi è ancora più giorno di festa, di contemplazione, di lode, perché il bambino che abbiamo adorato nella grotta, deposto su una mangiatoia, ora si è fatto grande e si è messo in fila come un comune peccatore per farsi battezzare da Giovanni.
Se da un lato è necessaria l’umiltà per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno e non basta solo avere coscienza che siamo peccatori, bisogna mettersi in fila e attendere che Dio ci perdoni e ci assolva.
Ma un conto è lavare un vestito vecchio e un conto è indossarne uno nuovo.
Il Battesimo di Gesù ci dà il vestito nuovo che ci fa entrare a buon diritto nella comunità dei salvati, dei redenti.
Gesù si mette in fila, ancora una discesa, un atto che lo accomuna a qualsiasi peccatore, perché ha voluto, incarnandosi, condividere con noi tutto, fuorchè il peccato, la conseguenza del peccato che in fondo è ciò che ci fa vivere l’inferno su questa terra.
Gesù si manifesta in questo giorno ma non è Lui che parla, parla Dio, Dio padre, parla lo Spirito: il segno, la parola, la materia.
C’è tutto perché sia celebrato il Sacramento.
“Questo è il mio figlio prediletto del quale mi sono compiaciuto.”
Nell’adorazione dei Magi non parla nessuno, ma il segno è l’adorazione di questi illustri personaggi che si mescolano ai pastori davanti al bambino regale, il segno sono i doni che portano: oro (per il re), incenso (per Dio), mirra (per l’uomo).
Quando Gesù si mostrò ai pastori non fu Dio a parlare ma gli angeli che cantavano: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
I pastori credettero agli angeli perchè sono come bambini, non hanno riserve mentali, non sono condizionati da ragionamenti.
I bambini credono alla Befana e a babbo Natale e stupiscono per i doni che vengono loro portati.
I pastori nella loro semplicità, nel silenzio delle loro dimore itineranti, sono in grado di percepire la voce degli angeli e di seguirne le indicazioni.
Luca parla degli angeli, i messaggeri divini, che portano l’annuncio a Maria, a Giuseppe, a Zaccaria.
Ma quando Gesù diventa grande e deve iniziare il suo ministero pubblico, ha una pubblica investitura da parte della Sua Famiglia d’origine.
E’ la Trinità presente nel battesimo di Gesù, che lo consacra re, profeta e sacerdote.
L’Epifania si ripeterà sul monte Tabor, quando Gesù si trasfigurò davanti ai discepoli: Pietro Giacomo e Giovanni.
Dio nella vita si mostra a chi lo vuole vedere, che lo cerca, perché crede di trovare ciò che ha già conosciuto, ciò che gli ha lasciato la nostalgia di un bene esistente ma perduto.
Cerca ciò che esiste, ma che non ricorda che aspetto abbia, come sia fatto.
Cerca nelle cose ciò che gli faccia rivivere un sentimento di pienezza, di gioia, di appagamento, di pace.
Non c’è uomo che sia esente da questa nostalgia di eternità, di infinito, di comunione, di trascendenza, e una nostalgia che si traduce in un agire per ottenere tutto questo.
Gesù è venuto con il Battesimo a mostrarci cosa dobbiamo cercare, di cosa abbiamo bisogno, cosa abbiamo perduto.
“Cercate il Signore mentre si fa trovare” è scritto.
È il prezzo del ristoro, il prezzo della felicità acquistata senza denaro.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi ristorerò…. Cercate il Signore…”.
Ecco il Signore che oggi si fa trovare, mentre il Padre lo presenta ufficialmente al mondo.
Il Battesimo segna l’ingresso ufficiale di Gesù nella sua missione salvifica.
È arrivato il momento di ascoltare cosa ci dice Lui con le sue parole, con la sua vita.
Se vogliamo sapere chi è Gesù dobbiamo ascoltare cosa dice di lui il Padre, cosa dice Lui con le parole e con la vita, cosa dice di Lui la gente, ultimo il centurione presente alla sua crocifissione.
“Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”
Che cosa straordinaria oggi abbiamo letto!
La crisi della nostra società infatti è crisi d’identità.
Non sappiamo chi siamo, dove andiamo, da dove siamo venuti.
Facciamocelo dire a Dio chi siamo.
Nel giorno del Battesimo siamo consacrati con il crisma e diventiamo messia (inviati), re, profeti e sacerdoti, innestati in Cristo con l’unzione.
Si comincia da lì.
Dio dice chi siamo.
Nella vita le nostre parole e azioni devono sempre rimandare a Qualcuno che ci ha mandato, unto, generato.
Con la nostra vita dobbiamo rendere visibile l’invisibile, attraverso le parole e le azioni, così che, alla fine ci sia un centurione, un pagano, che possa esclamare: “veramente questo è figlio di Dio!”.
Che cosa straordinaria vivere l’esperienza di Gesù, fondati sulla sua parola, fortificati nello spirito, rinnovati e redenti dal suo sacrificio!

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Meditazioni sulla liturgia di
domenica XVI settimana del TO anno C
ore7.50
Letture: Gen 18,1-10; Salmo 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“Maria ha scelto la parte migliore” ( Lc 10,42)

Signore, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.( Gn 18,3)

” Dio è qui e non lo sapevo!” disse Giacobbe quando nella notte più buia e tenebrosa della sua vita dalla bocca del Signore ascoltò parole di speranza, promesse di vita per lui e la sua discendenza.
Dio nella Bibbia si manifesta sempre in modo impensato, improvviso, nuovo, sì che non possiamo impossessarcene e fargli fare quello che vogliamo.
Passiamo credenti e non credenti la vita a cercarlo lontano, magari confondendolo con altro e solo con il passare del tempo capiamo che dobbiamo scavare vicino, tanto vicino da non doverci neanche spostare di un millimetro da noi stessi, il luogo che Lui ha deciso di abitare per sempre: l’uomo, i suoi dubbi, le sue incertezze, la sua paura, precarietà, i suoi limiti, la sua ricerca, il suo desiderio di felicità duratura, la sua vita piena di contraddizioni.
Questa mattina leggendo la parola di Dio ho riflettuto su quanto sia importante credere che Dio ha visitato il suo popolo e ha suscitato per noi una salvezza potente come disse Zaccaria quando gli tornò la voce alla nascita del figlio.
“Beati quelli che credono senza aver veduto!” dice Gesù a Tommaso.
A Zaccaria gli ci vollero nove mesi di silenzio perché quel figlio nato nella vecchiaia gli rivelasse la luce vera.

Attraverso l’esperienza delle persone che sono state da te visitate, Abramo, Marta, Maria, Paolo mi chiedo da che parte sto, se ti accolgo nella mia casa come fece il nostro patriarca non limitandosi a dare ordini alla moglie e ai servi, ma con zelo collaborando a che tu ti sentissi a tuo agio in casa sua, a che niente delle cose migliori ti fosse tolta per il dono che non lui ma tu gli stavi facendo, fermandoti davanti alla sua tenda.
O sono come Marta, che pur accogliendoti nella mia casa, nella foga del fare, mi perdo la parte migliore?
Vorrei tanto essere Maria, seduta ai tuoi piedi, che pende dalle tue labbra e non si lascia sfuggire niente delle cose che tu dici.
Mi piacerebbe riuscire a fermarmi, venire in disparte e riposarmi un po’ e, dimentica dei doveri, salire sul Tabor per godermi un po’ di paradiso.
Riuscire a fare silenzio, fare il vuoto, lo sgombero per farti entrare non è cosa facile, per me. Tu lo sai Signore.
Per questo continuo a cercarti lì dove tu non ci sei e mi affliggo e ci rimango male.
“Io sto alla porta e busso” hai detto, perché rispetti la nostra libertà e non vuoi forzarci la mano.
Io lo so che ti presenti nelle ore e nelle situazioni più impensate, so per esperienza che bisogna stare svegli, con i fianchi cinti e la lucerna in mano e l’olio della preghiera nella memoria di tanti tuoi benefici, l’olio dell’attesa paziente, della fede che verrai a stare con me per sempre e non solo per un momento.
Mi piacerebbe sentirti sempre vicino ma i limiti della carne stendono un velo sul tuo volto e le mie orecchie non percepiscono il soffio leggero del vento dentro cui tu ti nascondi.
Te ne andrai via da Abramo, dalla casa di Betania, te ne andrai via dalle case che ti hanno accolto Signore per tornarci una volta per sempre.
Ma dopo.
Il tuo apostolo Paolo poté dire a ragione che tu abiti in noi, che tu con la tua morte hai fatto all’uomo una casa dove poter abitare, una casa di pietre vive, in cui la parola si può incarnare in tutto ciò che ci manca.
Paolo dice che nel corpo completa ciò che manca alle tue sofferenze per la salvezza dell’umanità.
Sono parole forti che come Paolo potremmo dire anche noi che con il Battesimo siamo diventati re, profeti e sacerdoti.
Il dono dello Spirito ci rende capaci di vivere con te in te e per te ogni gioia e ogni dolore, di operare a che tutto il corpo sia nutrito dal sangue e dall’acqua che sgorgarono dal tuo costato trafitto.
Sarebbe bello Signore sentirsi una sola cosa con te, fare nostri i tuoi pensieri, i tuoi desideri, fare nostra la tua vita di amore e di passione per ogni uomo che si allontana da casa, che cerca la casa, che non vive in casa.
Sarebbe bello Signore non porsi tante domande e fidarsi totalmente di te, di quello che ci accade, guardandolo con i tuoi occhi, partecipando con tutto il nostro essere con te a coltivare e rendere rigoglioso il deserto che stiamo attraversando, la sabbia che stiamo calpestando.
Sarebbe bello se non passassi oltre ma ti fermassi definitivamente dentro il mio cuore.

“Ogni giorno insegnava nel tempio”( Lc 19,47)

“Ogni giorno insegnava nel tempio”( Lc 19,47)
Ieri il Vangelo parlava del pianto di Gesù davanti al tempio di Gerusalemme, perchè non aveva riconosciuto il tempo in cui era stato visitato.
Ma c’è un tempio che lo ha riconosciuto, prima ancora che lo vedesse e lo ascoltasse, prima ancora che venisse alla luce.
Questo tempio è Maria, la donna scelta da Dio per accoglierlo nel suo grembo e darlo alla luce.
Il primo tempio su cui il Signore non dovrà piangere, nè cacciare i mercanti, il primo tempio, casa di preghiera è Maria, la madre, colei che ascolta e mette in pratica la Parola di Dio.
Maria si è nutrita di quella Parola fin dal primo vagito, Maria ha consacrato il suo corpo, la sua persona a Dio fin dalla sua prima giovinezza e anche se i vangeli non riportano questo episodio, ci sono testimonianze in proposito che non facciamo fatica a ritenere vere.
Maria fu scelta per essere la madre del figlio di Dio, non a caso.
Solo chi ha fatto e fa l’esperienza di essere figlia di Dio, amata oltremisura dal Suo Creatore, chi si riconosce indegna di tanta grazia, chi non inorgoglisce per essa ma magnifica il Signore, lo loda, lo ringrazia e lo benedice ogni momento, chi fa esperienza perfetta dell’amore del Padre, può essere madre, dare vita al figlio e trasmettere a Lui ciò di cui il Padre l’ha colmata.
Maria è la piena di grazia, il Signore è con lei,  sempre.
La liturgia di venerdì della XXXIII settimana ci presenta Gesù che caccia i venditori, i cambiavalute dal tempio perchè non vuole che la sua casa sia un mercato, non vuole che si faccia mercato delle cose sante.
Maria, la prima dei salvati è diventata tempio puro, santo e immacolato, luogo incontaminato dove la parola può attecchire e venire alla luce.
Ieri  con il salmo abbiamo ringraziato Dio perchè ci ha consacrato sacerdoti, ricordandoci come con il battesimo mettiamo il nostro corpo la nostra vita a servizio del regno, della costruzione del grande tempio che nessuno mai potrà demolire, perchè innestate sulla pietra scartata dai costruttori e diventata testata d’angolo.
Noi pietre vive, con la liturgia della vita contribuiamo, sull’esempio di Maria, a edificare la casa del Signore, il grande tempio dove tutte le genti affluiranno per unirsi al coro degli angeli e cantare all’unisono, Gloria, benedizioni, Santo è il Signore Dio dell’universo.
Vogliamo quindi oggi ringraziare Maria perchè continua ad indicarci la strada per fare tutto ciò che Lui ci dirà, come fece a Cana, come fa ogni volta che vede che la gioia viene meno e la festa rischia di finire .

” Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?” (Ap 5,2)

” Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”(Ap 5,2)
Il libro della vita tu ce lo consegni nel giorno del Battesimo perchè lo leggiamo e impariamo a vivere felici cercando la bellezza nel nostro cammino alla volta della patria beata.
Qui siamo pellegrini, ospiti in una terra inospitale, con tante difficoltà da superare, tanti ostacoli, tanti che ci remano contro, che ci minacciano e ci condannano a  morte.
Noi non sappiamo leggere Signore quando riceviamo il libro e i nostri genitori non sempre sono preparati al compito di trasmetterci questa arte divina che è quella di guardare oltre, di vivere in te, con te e per te ogni attimo della vita.
Ci sono i più fortunati che nascono in famiglie dove tu sei di casa, dove la tua lingua non è sconosciuta, anzi non ne conoscono altre.
Ma ci sono famiglie in cui tu sei il grande assente, perchè i  beni del mondo riempiono gli armadi, i forzieri, la loro bocca.
Come imparare a leggere il libro della vita se non c’è nessuno che ce lo insegni?
Me lo sono chiesto molte volte, ma alla fine ho capito che quando mancano maestri, tu vieni in nostro aiuto nascondendoti tra le pieghe, le ferite, gli strappi della nostra quotidianità.
Le cose per quanto ci sforziamo non vanno mai come vorremmo e dobbiamo fare i salti mortali, per raggiungere le mete che ci siamo prefissi.
Spesso, perchè questo accada, dobbiamo ricorrere a sotterfugi, non tener conto del male che facciamo a chi ci sta accanto, alle conseguenze negative dei nostri ” successi”.
Siamo disposti a fare carte false pur di emergere, affermarci, sentirci bravi, arrivati, avere il plauso della gente, stare sulla cresta dell’onda.
Ma quanti scivoloni, quante brutte cadute, quanti ricalcoli rabbiosi, per ottenere quello che ci piace, ci soddisfa, ci rende felici anche solo per un attimo.
Le nostre sbandate le attribuiamo agli altri, sono gli altri la causa dei nostri fallimenti, delle nostre cadute, della profonda insoddisfazione che ci porta ad affinare le armi per metterli a tacere per sempre.
Hanno fatto così con te Signore, condannandoti a morte, riducendoti al silenzio perchè volevi insegnare agli uomini la lingua dello Spirito, volevi che imparassero il linguaggio universale dell’amore.
Che dire Signore? Riconosco la mia colpa perchè anche io ho cercato lontano ciò che avevo vicino, nascosto nel cuore.
Ma dovevo fermarmi e ascoltare ciò che tu mi hai rivelato attraverso le parole di gioia contenute nel Tuo libro.
Era un Salmo di gioia e di giubilo per te che stavi arrivando.
La bellezza e la gioia mi colpirono quel giorno di estrema tristezza, perchè io l’avevo perduta.
Le tue parole furono un balsamo per il mio cuore malato, afflitto, disperato,
Non sapevo che parlassi una lingua per me comprensibile. Grande fu la meraviglia perchè non ti conoscevo.
Ma tu, che conosci l’uomo perchè l’hai creato e fai tuoi i suoi più veri e intimi bisogni, hai risvegliato in me la nostalgia dei miei primi vagiti che convogliarono su di me le attenzioni di occhi, di orecchi, di braccia premurose, amorevoli, accoglienti.
Il tuo libro è diventato il mio libro, perchè il linguaggio dell’amore è unico, irripetibile, universale.
I sigilli li hai tolti con il tuo corpo offerto in sacrificio per noi, consegnandoci alla storia bagnati del sangue e dell’acqua usciti dal tuo costato.
Ma non basta rimanere ai piedi della croce per conoscere i segreti riposti nel libro della vita.
Con il Battesimo ci doni gli strumenti per risalire la corrente di grazia che bagna la chiesa, risalire per entrare attraverso quel piccolo foro e rinascere dall’alto, dopo aver contemplato le meraviglie del tuo amore nel tuo cuore di padre, di madre, di fratello, di sposo.
Sta a noi decidere su quale libro imparare la bellezza, la gioia, la pace che vengono dal non cercare altri maestri, dall’usare nelle nostre relazioni solo la lingua madre, che è la tua, una lingua comprensibile non ai dotti e ai sapienti, ma agli umili, agli oppressi, agli emarginati, gli sbagliati, gli improduttivi , i malati, i soli, quelli che hanno perso tutto nei  terremoti della vita o non hanno mai avuto niente che non fosse la tua parola come riferimento costante,
Ci hai costituito un popolo di re, profeti e sacerdoti, un popolo di santi che ti onora con le labbra, ma non sempre purtroppo anche con il cuore.
Tu Signore non ti stanchi di rompere i sigilli, non ti stanchi di insegnare l’a b c dell’amore, della condivisione, della comunione, non ti stanchi di riaprire quella ferita che ti fa male ma che è l’unica porta per conoscere il mistero che ci abita, il mistero del tuo amore in cui il Battesimo ci ha innestato.
Tu piangi Signore perchè non abbiamo capito quando sei venuto a visitarci e ti  abbiamo trattato come un ladro o un impostore, condannandoti a morte non una volta sola.
Come vorrei asciugare le tue lacrime, come vorrei poter essere strumento di grazia per tutti quelli che non ancora ti conoscono o si sono fatti di te un’immagine distorta  e riduttiva.
Manda il tuo Spirito Signore perchè io sia la voce di colui che grida nel deserto.
Ascoltate la Parola del Signore e mettetela in pratica.
I sigilli sono rotti e dalla croce emana il profumo dei fiori sbocciati in primavera.

“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)

“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)
Invece di rimanere attaccati al televisore per avere notizie aggiornate sul numero dei morti e dei sopravvissuti dell’ultima catastrofe, sull’efficienza dei soccorsi, sui danni al patrimonio artistico e culturale, sulle responsabilità di chi ci governa e ci ha governato, apriamo il vangelo.
Incredibilmente la liturgia di questi giorni ci mette sull’avviso, prospettandoci la triste fine degli impreparati.
Bisogna tenersi pronti, vegliare e pregare, ma non basta per non morire sotto le macerie.
Bisogna avere l’equipaggiamento adatto perché le nostre lampade rimangano accese all’arrivo dello sposo.
La fede, la speranza, la carità, i doni che ci sono stati dati il giorno del Battesimo, non possiamo permetterci di tenerli nello scaffale o in un ripostiglio senza usarli per vivere al meglio la nostra vita e non essere colti impreparati nel momento decisivo.
L’olio delle lampade non si può pensare di andare a comprarlo all’ultimo minuto, perché è frutto di una relazione intessuta con noi, con Dio e con i fratelli, una relazione che parte da un riconoscersi inadeguati, fragili, incapaci.
Dove comprare quell’olio profumato che ci consacra re, profeti e sacerdoti, che trasforma la nostra vita mortale in vita immortale, che ci fa rinascere dall’alto e ci immette nel tempo di Dio?
La lampada rimane sempre accesa se ad alimentarla è l’amore, non di un attimo, un fuoco di paglia, ma l’amore costruito giorno per giorno con mattoncini di gratitudine e benedizioni, con tanti piccoli e grandi sì detti a Dio e al fratello che ha bisogno di noi.
Non ci possiamo inventare le buone opere da scrivere sul necrologio, perché le bugie hanno le gambe corte.
Per fortuna a Dio non servono sermoni di vescovi o di politici emergenti o di grandi personalità della cultura per convincersi che sei stato bravo, buono, meritevole del paradiso.
Lui sa tutto bene e meglio prima ancora di noi e non aspetta che moriamo per darci la ricompensa.
Lui ci immette nella sua eternità, nell’ottavo giorno, nella Pasqua che non ha mai fine, senza scomodare troupe televisive o amplificatori mediatici.
Ce lo ha detto e continua a ripetercelo:” Siate pronti, vegliate e pregate, perché non sapete né il giorno, né l’ora” .
E noi continuiamo a meravigliarci che succedano all’improvviso catastrofi come quelle degli ultimi tempi, né ci adoperiamo a che non si ripetano, dimenticando che le istruzioni per la salvaguardia del creato il Padreterno ce le ha date, ma noi solo in occasione dei funerali le riesumiamo, per dare la colpa agli altri però, quando non la diamo a Lui, l’innocente che continuiamo a mettere in croce.

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).
Gesù con le sue parabole ci spiazza sempre, perché sembra impensabile pretendere che delle persone chiamate agli angoli delle strade, buoni e cattivi, non preparate, che non se l’aspettavano, che non se lo potevano permettere, indossassero un abito adatto alla cerimonia.
Una massa di poveri disgraziati, che magari hanno visto in quell’invito l’occasione per sbarcare il lunario è’ tanto che abbiano accettato.
Quando ci invitano al matrimonio la prima cosa che ci viene in mente è: “Che vestito mi metto?” Che regalo di faccio?”.
E se non abbiamo soldi per un vestito nuovo, se non l’abbiamo nell’armadio e se non siamo in grado comperare un regalo adeguato, decliniamo l’invito.
Molto spesso sono proprio questi obblighi che gli fanno decidere di dire no ad un invito.
Ricordo quello che Giovanni mi disse quando vide gli invitati in chiesa vestiti in un modo del tutto inusuale.
“Nonna ma si sono travestiti da matrimonio?” Che la dice lunga quanto si spende, quanto ci si tiene ad apparire in queste occasioni.
Ritornando al passo del Vangelo, la chiave per capire la reazione del re contro l’invitato che non aveva la veste giusta, è data dal fatto che nell’antico oriente c’era la consuetudine ai tempi di Gesù di dare agli invitati alle nozze il vestito per partecipare alla festa, un vestito uguale per tutti, bello e decoroso.
Se questa usanza fosse arrivata ai nostri giorni ci avrebbe tolto dagli impicci, almeno avrebbe tolto dagli impicci molta gente povera, ma non so quanto sarebbero stati contenti quelli che aspettano queste occasioni per sfoggiare gusto, eleganza, posizione sociale, condizione economica.
Per fortuna che hanno deciso in quasi tutte le chiese di far vestire i bimbi della prima Comunione tutti allo stesso modo, con un saio bianco di tipo monacale.
Ma questo non esonera i parenti a fare sfoggio di eleganza.
Il re della parabola si indigna perché l’uomo che non aveva la veste aveva voluto distinguersi e non si era voluto mischiare con la folla anonima dei buoni e dei cattivi, con gente con cui non aveva niente da spartire e della quale si sentiva superiore.
C’è da chiedersi quando Dio ci invita al banchetto eucaristico se cerchiamo delle scuse per non andare oppure, se andiamo, ci sentiamo diversi, migliori, superiori agli altri come i farisei contro i quali Gesù polemizza più di una volta.
Quale vestito indossare? Viene da chiedersi.
Una veste che ci piace, che ci distingue, la veste della nostra vita ordinaria ma sempre nostra… oppure lasciamo che Dio ci rivesta della sua luce, della sua pace, del suo splendore, della sua bellezza, della sua grazia?
“Guardate a lui e sarete raggianti”.
È proprio vero che se hai Dio nel cuore il resto scompare, perché i tuoi occhi riflettono la Sua immagine e rendono inutile qualunque travestimento, anche fatto in buona fede.