«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!» ( Lc 11,27)

” Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28)
Il concetto di beatitudine cambia a seconda del tempo, del luogo, della situazione in cui ci si trova ecc ecc. Insomma la beatitudine è un valore soggettivo e in genere si considera beato quello che ha ciò che noi non abbiamo.
Se mi volgo indietro sono stata la persona più invidiata da quando ero piccola per i motivi più svariati.
I miei genitori lavoravano entrambi e questo ci faceva ritenere ricchi, anche se io non ho mai visto una lira, perchè i debiti delle famiglie d’origine di cui si erano fatti carico prosciugavano i loro stipendi.
Sono stata invidiata per l’altezza che è mezza bellezza, da persone costituzionalmente di bassa statura, anche se il mio peso superava il quintale all’età di 14 anni, ed io mi vergognavo anche di uscire di casa.
Sono stata invidiata perchè avevo molte amiche, perchè andavo bene a scuola, perchè mi sono laureata molto giovane, perchè ho trovato subito un lavoro e poi mi sono sposata un buon partito.
Ci sono tanti altri motivi che hanno suscitato in chi mi conosceva sentimenti poco benevoli ma non voglio soffermarmi su questo.
Da parte mia facevo altrettanto, anche se inconsciamente, perchè, a parer mio erano tante le cose che mi mancavano e che ho cercato di ottenere con impegno, fatica, perseveranza e qualche piccolo imbroglio tendente a coprire l’amara verità.
Non ho fatto niente mai per danneggiare gli altri, ma sicuramente ha fatto tanto per nascondere ciò che io per prima non accettavo di me.
Solevo dire comunque che ero tutta un bluff, vantandomi della capacità di mostrare quella che non ero senza troppa fatica.
Era un gioco che poi perfezionai fino a farlo diventare un’arte.
Arrivò la resa dei conti appena sposata con la malattia che mi ancorò in un letto per non so quanto tempo. Ho passato la mia vita a cercare di inventarmi la vita nel letto o nelle sue vicinanze e non posso dire che non ci sia riuscita.
Il problema comunque non era da poco e per quanta fantasia uno possa avere arriva il momento che gli spettatori abbandonano il teatro e rimani sul palcoscenico a recitare il dramma da sola senza che nessuno ti guardi, ti ascolti, si curi di te.
Fu allora che cercai un interlocutore che non si formalizzasse , una persona a cui non dovevo esibire la mia bravura, ma mostrare la mia inadeguatezza, la mia impotenza a cambiare le cose e le persone.
Mi ero illusa per tanto tempo di riuscire a ingannare anche me stessa, ma era giunto il momento di giocare a carte scoperte.
Tanta era la soma che mi ero caricata sopra le spalle per nascondere la verità che incontrare il Signore nudo, inchiodato ad una croce mi liberò dall’ansia del dover essere e mi consegnò alla verità che tanto temevo.
Veramente beata mi sentii, resa felice da Chi non giudica le apparenze e guarda il cuore, lo conosce, vede i tuoi pensieri prima ancora che si formino.
” Beata te che hai un marito che ti porta!” è oggi la voce corale che accompagna le mie sempre più rare apparizioni in pubblico.
All’inizio mi veniva il nervoso, perchè ne avrei volentieri fatto a meno, se non avessi avuto bisogno di chi mi spingesse la sedia a rotelle.
Così la beatitudine non mi ha abbandonata nel giudizio della gente, anche se la fortuna mi ha voltato le spalle.
La parola di oggi quindi mi interpella personalmente, visto che ho vissuto la beatitudine che il mondo mi attribuiva sempre come una beffa.
Quando i riflettori si spengono giunge il momento della verità.
Mi sento beata? Sono beata?
Devo dire proprio di sì, non perchè sia bella, colta, ricca, realizzata,ma perchè sono portata per mano e a volte in braccio dalla parola di Dio, che è diventata la mia droga.
Non c’è niente che possa togliermi la mia gioia, anche se tante porte si sono chiuse e nessuno più bussa alla mia e il telefono non squilla se non per vendermi qualcosa e nella posta ci sono solo bollette da pagare.
Mi accompagna la Parola di Dio che continua a confermarmi che le beatitudini del mondo hanno il tempo contato, quelle sue sono senza scadenza.
Maria è stata la battistrada di questo percorso.
Il suo Magnificat diventi il canto di ogni uomo che si sente investito dalla Grazia di Dio.
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” Beati voi che ora piangete”(Lc 6,21)

” Beati voi che ora piangete”(Lc 6,21)
Signore non è facile accogliere il tuo messaggio, vivere la beatitudine di sentirsi ogni giorno spogliato di quanto tu gli avevi dato, privato degli affetti, della salute, del lavoro, della gioia di vivere.
Signore come fai a dire che uno è beato quando piange, quando ha sete, ha fame, è nudo, perseguitato?
Signore ci hai abituato male, ci hai dato di godere dei doni che a piene mani hai distribuito nel creato, nelle persone, nella nostra storia.
Ci hai dato occhi, orecchi, gambe, un corpo per vedere, sentire, toccare, vivere la relazione con tutto ciò che è fuori di noi.
L’abbiamo dato per scontato che la vita fosse questa, Signore.
Affannarsi per godere dei tuoi doni per più tempo possibile, per arraffare ancora più degli altri, per godere di quanto porta al nostro corpo e alla nostra mente piacere e gioia.
Signore tu hai messo ai nostri piedi tutto l’universo, ci hai dato la possibilità di diventarne padroni, di manipolare l’esistente , di corromperlo, di farne ciò ciò che ritenevamo buono e giusto per noi e le persone a noi più vicine.
Il concetto di bene non ci era ben chiaro.
Sapevamo che il piacere veniva quando eravamo sazi, quando eravamo oggetto di attenzioni da parte delle persone da cui dipendevamo, quando riuscivamo a prenderci piaceri innocenti dalle occasioni che la vita ci metteva davanti.
Parlo per me e per quelli che come me sono nati sani e in una famiglia sana..
Ma l’amore non è mai sufficiente, l’amore umano è imperfetto e, se quando siamo piccoli ci dobbiamo accontentare e viviamo di quello che ci è dato dai nostri genitori, in quanto dipendiamo da loro, man mano che cresciamo sentiamo il  bisogno di un  cibo più solido , di risposte più profonde, di tempo dedicato a risolvere i problemi che derivano dalla nostra imperizia, dalla nostra ricerca d’identità, di autonomia,
Quelli che sono stati i nostri maestri infallibili, man mano che cresciamo, li vediamo sempre più inadeguati e non ci accontentano più, non soddisfano la nostra sempre più grande fame di verità, di bene, di vita.
I nostri bisogni crescono man mano che diventiamo grandi, come cresce il desiderio di vederli realizzati dalle persone che lo hanno fatto quando eravamo piccoli.
Ora siamo cresciuti, siamo diventati grandi e dobbiamo restituire tutto quello che pensavamo fosse nostro e che spesso abbiamo faticato a conquistare, proteggere, difendere, aumentare.
Tu dici che siamo beati quando piangiamo, quando ci viene a mancare tutto.
Tu solo basti, Signore, ma non è così facile ammetterlo.

“Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23).

Meditazioni sulla liturgia
di lunedì della XX settimana
anno dispari
“Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23).
Cosa significa essere ricchi? Me lo chiedo questa mattina pensando che un tempo avevamo molti soldi perché il lavoro andava bene e tutto filava liscio nell’impresa di mio marito, vale a dire che le banche non avevano problemi a prestarci dei soldi quando questi eventualmente mancavano, perché non pagavano.
A quei tempi potevo comperarmi vestiti firmati e gioielli costosi, mandare nostro figlio a studiare lontano.
Non era un problema, purtroppo devo dire, cercarmi i medici migliori che sono arrivata a pagare anche cifre iperboliche senza peraltro riceverne benefici.
I soldi che avevamo non abbiamo mai pensato di darli in elemosina a persone bisognose, ad eccezione  di Gianni che continuava e continua a riempire bollettini per aiutare i bambini poveri dell’altra parte del mondo.
Io un po’ me la prendevo perché pensavo che sprecasse quei soldi per gente che non conosceva, come anche mio padre che ci lasciò in eredità solo pacchi di ricevute di soldi dati in beneficenza.
Ero ricca? Di cosa?
Il tempo della ricchezza l’ho passato a stare male e a cercare i medici più famosi per risolvere miei problemi di salute, che puntualmente disattendevano le mie aspettative.
Se penso a quel periodo della mia vita, non posso non inorridire, pensando ai soldi buttati per cose che non contano.
Sono stata ricca quindi ma non ho usato le ricchezze per il regno dei cieli questo è certo, nè sono stata felice perché sono stata sempre male e non ho mai trovato chi mi aiutasse a stare meglio.
Sono stata ricca ma non ho mai pensato di ringraziare nessuno per quello che avevo.
I poveri non sapevo neanche che esistessero o non li conoscevo nè li vedevo.
E dire che prima di sposarmi avevo sperimentato sulla mia pelle la rinuncia, la negazione dei più elementari bisogni, specie quando ero piccola, per la guerra e le sue conseguenze.
Poi ho incontrato il Signore, Il povero dei poveri, nudo, appeso ad una croce.
È lui che mi ha insegnato cosa significa essere ricchi.
“Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei cieli”
E’ la beatitudine su cui ho meditato per più tempo e che ho fatto mia perché, per quanti beni avessi, ciò che mi mancava era proprio l’umiltà di riconoscermi bisognosa di tutto, bisognosa di Lui che è la vera ricchezza.
Oggi a malapena arriviamo alla fine del mese, con l’azienda che naviga in cattive acque, ma mai mi sono sentita tanto ricca.
Ricca di Lui, delle cose che mi dice, della sua presenza, della sua alleanza, del suo amore.
Grazie Signore di questa ricchezza che non ho dovuto guadagnare studiando, sposando un uomo benestante, ricevendo una ricca eredità, ma solo mostrando a te il mio dolore, scoprendo le mie ferite, lasciandomi amare da te.
È bello sentirsi portata in braccio come un agnellino appena nato nelle notti oscure in cui potenti marosi si alzano e si abbassano attorno a me.
E’ bello e rassicurante vederti dormire nella mia barca e non preoccuparmi perché tu sei con me e, se dormi, significa che non devo temere nulla perché tu sei tranquillo perchè sei certo che non accadrà nulla.
Grazie Signore della tua presenza, della tua vicinanza, del tuo amore, grazie della tua pazienza, grazie perché mi ricordi che ci sei ogni volta che ti perdo di vista, anche solo guardando un fiore che spunta, il sole che fa capolino tra le case ogni mattina.
Grazie Signore di quell’incrocio di sguardi che ho imparato a riconoscere quando le persone ti e si appartengono, quando la luce si trasmette da uno specchio all’altro specchio, grazie Signore dei tuoi figli accomunati dallo stesso amore, dalla stessa ricchezza, dall’unico vero Bene che sei tu.

Beatitudini

” Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28)

Il concetto di beatitudine cambia a seconda del tempo, del luogo, della situazione in cui ci si trova ecc ecc. Insomma la beatitudine è un valore soggettivo e in genere si considera beato quello che ha ciò che noi non abbiamo.
Se mi volgo indietro sono stata la persona più invidiata da quando ero piccola per i motivi più svariati.
I miei genitori lavoravano entrambi e questo ci faceva ritenere ricchi, anche se io non ho mai visto una lira, perchè i debiti delle famiglie d’origine di cui si erano fatti carico prosciugavano i loro stipendi.
Sono stata invidiata per l’altezza che è mezza bellezza, da persone costituzionalmente di bassa statura, anche se il mio peso superava il quintale all’età di 14 anni, ed io mi vergognavo anche di uscire di casa.
Sono stata invidiata perchè avevo molte amiche, perchè andavo bene a scuola, perchè mi sono laureata molto giovane, perchè ho trovato subito un lavoro e poi mi sono sposata un buon partito.
Ci sono tanti altri motivi che hanno suscitato in chi mi conosceva sentimenti poco benevoli ma non voglio soffermarmi su questo.
Da parte mia facevo altrettanto, anche se inconsciamente, perchè, a parer mio erano tante le cose che mi mancavano e che ho cercato di ottenere con impegno, fatica, perseveranza e qualche piccolo imbroglio tendente a coprire l’amara verità.
Non ho fatto niente mai per danneggiare gli altri, ma sicuramente ha fatto tanto per nascondere ciò che io per prima non accettavo di me.
Solevo dire comunque che ero tutta un bluff, vantandomi della capacità di mostrare quella che non ero senza troppa fatica.
Era un gioco che poi perfezionai fino a farlo diventare un’arte.
Arrivò la resa dei conti appena sposata con la malattia che mi ancorò in un letto per non so quanto tempo. Ho passato la mia vita a cercare di inventarmi la vita nel letto o nelle sue vicinanze e non posso dire che non ci sia riuscita.
Il problema comunque non era da poco e per quanta fantasia uno possa avere arriva il momento che gli spettatori abbandonano il teatro e rimani sul palcoscenico a recitare il dramma da sola senza che nessuno ti guardi, ti ascolti, si curi di te.
Fu allora che cercai un interlocutore che non si formalizzasse , una persona a cui non dovevo esibire la mia bravura, ma mostrare la mia inadeguatezza, la mia impotenza a cambiare le cose e le persone.
Mi ero illusa per tanto tempo di riuscire a ingannare anche me stessa, ma era giunto il momento di giocare a carte scoperte.
Tanta era la soma che mi ero caricata sopra le spalle per nascondere la verità che incontrare il Signore nudo, inchiodato ad una croce mi liberò dall’ansia del dover essere e mi consegnò alla verità che tanto temevo.
Veramente beata mi sentii, resa felice da Chi non giudica le apparenze e guarda il cuore, lo conosce, vede i tuoi pensieri prima ancora che si formino.
” Beata te che hai un marito che ti porta!” è oggi la voce corale che accompagna le mie sempre più rare apparizioni in pubblico.
All’inizio mi veniva il nervoso, perchè ne avrei volentieri fatto a meno, se non avessi avuto bisogno di chi mi spingesse la sedia a rotelle.
Così la beatitudine non mi ha abbandonata nel giudizio della gente, anche se la fortuna mi ha voltato le spalle.
La parola di oggi quindi mi interpella personalmente, visto che ho vissuto la beatitudine che il mondo mi attribuiva sempre come una beffa.
Quando i riflettori si spengono giunge il momento della verità.
Mi sento beata? Sono beata?
Devo dire proprio di sì, non perchè sia bella, colta, ricca, realizzata,ma perchè sono portata per mano e a volte in braccio dalla parola di Dio, che è diventata la mia droga.
Non c’è niente che possa togliermi la mia gioia, anche se tante porte si sono chiuse e nessuno più bussa alla mia e il telefono non squilla se non per vendermi qualcosa e nella posta ci sono solo bollette da pagare.
Mi accompagna la Parola di Dio che continua a confermarmi che le beatitudini del mondo hanno il tempo contato, quelle sue sono senza scadenza.
Maria è stata la battistrada di questo percorso.
Il suo Magnificat diventi il canto di ogni uomo che si sente investito dalla Grazia di Dio.

Beati i puri di cuore

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della XVIII settimana del tempo ordinario.
 
“Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo”.(Mt 15,11)
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8)
Signore sono qui, come ogni mattina, a cercare in te l’interlocutore, l’amico, il padre, lo sposo che mi svela il mistero nascosto della mia persona.
Tu non hai bisogno di niente, né la tua identità, la tua verità, il tuo amore dipendono da quello che noi pensiamo di te mentre noi siamo sconosciuti a noi stessi e abbiamo bisogno di chi ci guidi a conoscere cosa siamo e a cosa siamo stati chiamati.
La nostra felicità la facciamo dipendere da ciò che gli altri pensano di noi.
Proiettiamo all’esterno le nostre brutture, i nostri peccati, vedendoli ingigantiti negli altri.
Tu Signore, nonostante la nostra incostanza, la nostra poca fede, continui ad essere sempre te stesso: Dio di amore e di misericordia, lento all’ira e grande nell’amore.
Tu ci insegni le vie della vita e ci apri gli occhi a ciò che è nascosto dentro di noi, un tesoro che vale la pena di scoprire perché è germe di vita eterna.
Ho fatto ricorso prima di incontrarti all’aiuto di psicoterapeuti per conoscere ciò che albergava dentro di me e per vincere la paura di stare sola.
Quella paura nasceva proprio dal temere la mia nudità, le cicatrici lasciate dai limiti miei e dei miei compagni di viaggio.
I percorsi terapeutici, durati lunghissimi anni, mi hanno aiutato a vedere il marcio che avevo dentro, ma non il bello, il buono e questo è stato fatale.
Ho cercato in me stessa ciò che potesse aiutarmi a vivere i miei limiti senza attribuire agli altri la responsabilità di tanti miei fallimenti ma l’impresa, portata avanti da sola, si è dimostrata del tutto fallimentare,.
Avevo bisogno di incontrare la tua parola per cambiare punto di vista e per cercare la gioia dentro di me dove tu hai nascosto la vera bellezza.
Essere tua figlia, essere amata da te dall’eternità è la più bella la più grande e più gioiosa scoperta che mi ha cambiato la vita.
Portando sopra le spalle le conseguenze della colpa originaria spesso dimentichiamo il nostro limite e attribuiamo gli altri e a te la causa di tanti fallimenti.
Signore perdonaci quando non ti ringraziamo per ciò che abbiamo, per ciò che ci doni ogni giorno e guardiamo sempre ciò che ci manca.
Siamo deboli, siamo fragili, figli della colpa, bisognosi di te.
La fede si accresce man mano che ci rendiamo conto di questo bisogno insopprimibile del tuo aiuto..
Grazie Signore perché dai lezioni di vita, grazie perché veramente i tuoi insegnamenti sono luce e nutrimento per non smarrirmi durante il cammino..
Il tuo comportamento nei confronti di quelli che ti osteggiavano è esemplare perché hai mostrato a noi cosa significa veramente essere liberi.
Penso a quanto tempo ho passato per guardarmi dentro senza il tuo aiuto, quanto tempo a prendere coscienza delle cose che non andavano di me per migliorarmi, se era possibile.
Penso poi al tempo passato a cantare le tue lodi, a comunicare a chi mi stava di fronte per curarmi delle malattie immaginarie che i medici pensavano avessi, quando sei buono, bello, grande quanto preziosa è la vita che ci hai donato, quanto è grande la tua misericordia.
È stato entusiasmante Signore, io la malata, parlare al medico incaricato di raddrizzarmi il cervello, del bello, del giusto che tu rendi possibile se noi a te ci affidiamo e in te confidiamo.
Con le parole del Salmo 8 voglio esprimerti tutta la mia riconoscenza.
O Signore, Signore nostro,
Quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!

Scavare

“Egli ci consola in ogni nostra tribolazione”(2 Cor 1,4)
Oggi il Signore ci parla di consolazione, di beatitudini nel momento della prova, della lotta per testimoniarlo, nella dura e difficile professione di fede quando ci manca, quando non lo vediamo, non lo sentiamo, quando ci sentiamo abbandonati e soli.
La preghiera diventa lamento e poi grido, urlo verso il cielo che non si apre, rabbia repressa perchè ti senti abbandonato al tuo destino di morte senza averlo mai rinnegato neanche un minuto.
Ieri sera è successo che il dolore mi divorava e la preghiera smozzicata, a brandelli non riusciva ad elevarsi pura e incontaminata al cielo per toccare il Suo cuore di Padre.
Maria era con me, come lo è stata in tutti questi giorni di guerra senza quartiere, Maria di cui, Signore perdonami, sentivo l’impotenza di fronte a tanto male.
Ho soffocato la rabbia, la ribellione ripetendo giaculatorie, stringendo tra le mani il crocifisso del rosario.
Cosa non ho fatto per mantenermi salda nella fede in Colui che solo mi può salvare?
Lui sa, Lui vede, Lui conosce. Avrà pietà di me e mi consolerà, mi dicevo.
Sono qui che aspetto le sue consolazioni, aspetto la sua acqua che disseta e rigenera, aspetto la tregua di un dolore che non si misura, aspetto la liberazione da tutti i lacci che mi tengono incatenata.
Ho cercato, mentre ero nel tubo stretto della risonanza, più stretto di una bara, sconvolta dagli spasmi che dal collo si irradiavano sulle braccia ingabbiate in una posizione innaturale, di pensare che quel sacrificio non era inutile e che il Signore mi chiamava a rompere le sbarre della prigione, chiamando a raccolta tutti gli angeli e i santi del paradiso, con Maria al mio fianco.
Lotta titanica che ha sortito solo l’effetto di aprire un piccolo varco da cui non è uscito nessuno.
Fatica inutile? Non so. Ho pensato che forse dovevo scavare sottoterra, perchè il bambino che dovevo liberare era sotto le macerie, il mio bambino malato che dovevo abbracciare.
Le immagini erano quelle della liberazione con le unghie, con le mani, con la forza della disperazione, con la speranza di trovare ancora viva la piccola vittima.
Durante quell’ora che è durata secoli di vita cosa non ho fatto per liberare il prigioniero? Ma non è uscito nessuno dalla fossa che avevo scavato.
Mi sono riportata da quell’esperienza di estrema preghiera un dolore scrastrante che per tutta la notte mi ha fatto urlare e pregare, una preghiera a cui si è unito il mio sposo.
Mentre io rimanevo in silenzio, stremata dalla fatica, guardavo la sua mano che con dolcezza e con fede invocava la misericordia di Dio su di me, attraverso Maria.
Ripensavo a quante volte il letto ci ha diviso, in passato, ha aumentato le distanze, a quante volte Asmodeo aveva affondato i suoi strali.
Ma adesso che i nostri corpi si uniscono per pregare, anche quando, come ieri sera io sono rimasta in silenzio, mettendo il bavaglio alla mia rabbia, alla mia ribellione, il Signore ci ha stretto in un abbraccio di vita e ci ha fatto sperimentare la consolazione nella tribolazione.
Per essere beati bisogna essere tribolati.
La beatitudine tocca solo a quelli che hanno fame, hanno sete, piangono, cercano Dio, non si ribellano, non si nascondono dietro meriti che non hanno, la beatitudine è per noi, per me che questa mattina ho invocato il nome del Signore ed Egli mi ha risposto.
Il bambino è venuto alla luce e si è lasciato guardare, coccolare, amare.

POVERTA’

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(Mt 5,3)”Beati i poveri in spirito”

La magna carta del Cristiano è il discorso della montagna dove sono elencate le beatitudini.
Beato è colui a cui manca qualcosa, a cui è tolto qualcosa, qualcuno che si priva di qualcosa, per un bene più grande che sperimenta e che attende di vivere nella pienezza.
Beato è colui che è felice non per i suoi meriti, ma perchè qualcun altro lo ha reso felice.
Infatti beato è il participio passato del verbo beare che significa rendere felice.
Da soli non siamo capaci di darci gioia, consolazione, amore, piacere duraturi.
Siamo persone, esseri di relazione, esistenti in quanto c’è un tu che ci definisce.
Nessun uomo è un’isola in se completa, un pezzo di un continente, una parte di un tutto.
Purtroppo spesso e volentieri ce ne dimentichiamo e faremmo volentieri a meno degli altri che ci ricordano la nostra incompletezza, inadeguatezza, il nostro limite.
Pur essendo quindi tutti indispensabili a definire il tu dell’altro, pure non siamo in grado di realizzare tutte le sue aspettative o compensare le sue deficienze, manchevolezze.
Siamo in un certo modo schiavi e despoti, ma sempre uomini , creature che devono essere definite dal proprio Creatore.
Come un genitore ai figli dà ciò che a loro manca a seconda dell’età e della necessità di ognuno, ma mai smette di donare loro amore, così Dio si comporta con noi, con la differenza che la progressione della fede rende i figli sempre più consapevoli del proprio bisogno, consapevoli che solo Dio può colmare ciò che gli uomini non sanno e non vogliono dare.
La fede è un cammino all’indietro, è un tornare bambini, è un rinascere dall’alto come dice Gesù a Nicodemo, perchè appena nato dipendi in tutto e per tutto da chi ti ha dato la vita.
Vivere la povertà in spirito evangelica è vivere il bisogno insopprimibile e continuo dell’amore di Dio.
Il regno dei cieli, vale a dire la beatitudine è operante per i poveri in spirito e per i perseguitati a causa della giustizia.
Per tutte le altre situazioni il verbo è al futuro: saranno consolati, avranno in eredità la terra, saranno consolati, saranno saziati, troveranno misericordia, vedranno Dio, saranno chiamati figli di Dio.
E non è un caso.
Se vogliamo essere quindi beati dobbiamo riconoscere che abbiamno bisogno di Dio.
Il resto viene di conseguenza.