“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXIV settimana del TO

“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Quante battaglie, quanti sacrifici, quante veglie, quanti scontri, quanti sforzi per cose che non contano Signore!
Passiamo la vita a rincorrere miraggi, a cercare di raggiungere obbiettivi che non ci danno quello che ci aspettavamo e così ci deprimiamo o ci arrabbiamo, certo non stiamo bene, perché vorremmo che i nostri sforzi fossero premiati o almeno riconosciuti.
E invece neanche questo accade e, se qualcosa che ci piace, accade davvero, dopo un impegno prolungato nel tempo e tanta perseveranza, accanimento, sopportazione dei sacrifici, pure non riusciamo a godere del frutto dei nostri sforzi solo per un breve o brevissimo lasso di tempo.
Quando le battaglie non sono buone ad aspettarci c’è il vuoto che si apre dopo che non abbiamo più niente per cui lottare e quello che abbiamo conquistato lo abbiamo balordamente sciupato e disperso.
Come neve al sole si scioglie ciò che stringiamo tra le mani se non ha in sè il riflesso della luce di un amore più grande, un amore che garantisce la durata di ogni nostro sforzo, un amore che ci chiarifica il desiderio sì da farci desiderare ciò che ti è più gradito perchè fa bene a noi, non a te.
Tu Signore non hai bisogno di niente, nè delle nostre preghiere, nè dei nostri sacrifici, nè di rosari, nè di processioni.
Non saresti Dio se ti mancasse qualcosa. Ma tu hai scelto di dare a noi il tuo amore che in te sovrabbonda, un amore incontenibile che ci avrebbe resi felici per sempre.
Tu non hai considerato un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma hai spogliato te stesso, assumendo la condizione di servo perchè fossimo resi capaci di servire, di tornare ad avere un posto importante nel tuo giardino.
La nostra vita dovrebbe essere un rendimento di grazie continuo, perchè tutto viene da te, anche se noi continuiamo a pensare il contrario e a dare alle nostre azioni un valore assoluto.
Tutto dipende da te, la morte e la vita, perchè non ci verrà tolto un capello che tu non voglia o non permetti.
Ci sono tante cose nella mia vita che non sono andate come avrei voluto, ci sono tante situazioni che mi hanno portato a pensare che dovevo difendermi da sola e da sola trovare soluzioni per affrontare il nemico.
Da sola.
Ho pensato che, se riuscivo a trovare vie percorribili meno faticose, vie garantite di felicità sicura non potevo tenermele per me ma dovevo farne partecipi tutti quelli che da soli non ce la facevano.
Mi sono sostituita a te Signore, perchè non ti conoscevo come alleato e consigliere, non sapevo che mi amavi a prescindere, che non dovevo coprirmi, ricorrere ai trucchi più inauditi, agli espedienti più farraginosi e complicati per ingannarti.
Eri allora il mio nemico, così ti pensavo, un dio che sta con il fucile puntato per colpirti in fallo e mandarti all’inferno.
Mi dispiace, e tu sai quanto, non aver capito tante cose da subito, mi dispiace non aver avuto te per amico, mi dispiace aver vissuto così male la mia vita, tanto da ammalare la mente e il corpo.
Ora ci sono dei danni irreversibili a cui nessuno se non tu puoi, se vuoi, porre rimedio, ma ci sono altri danni che con il tuo aiuto potrei limitare, danni del poco amore, di amori sbagliati, colpevoli, amori d’uso, d’interesse, amori che non vengono da te.
Di tutto questo sto pagando le spese nel corpo che porta i segni di una passione non finalizzata alla redenzione di nessuno, ma all’affermazione della mia autonomia, autosufficienza, del mio “fai da te”.
Signore oggi ti chiedo di poter combattere con te la buona battaglia della fede.
Stammi vicino, non abbandonarmi e perdonami quando non faccio ciò che a te piace perchè realizzi il tuo progetto d’amore.
A Maria chiedo di insegnarmi a seguirti come le donne del vangelo che ti affiancavano nell’opera evangelizzatrice, contribuendo anche con i loro beni.
Ad una donna hai dato l’onore e il compito di portarti in grembo e a lei hai consegnato un mandato ancora più oneroso quando a lei hai affidato sulla croce tutti i tuoi figli.
Tua madre, ora tua sposa, continua ad assisterti per portarti ad ogni uomo, perchè ognuno impari a distinguere il bene dal male, la buona dalla cattiva battaglia.
Io sono una combattente, una guerriera, lo sai.
Ho lottato per me e contro di te troppo a lungo.
Aiutami Signore a vivere la fede sentendoti alleato con Maria per portare al mondo la buona novella dell’amore che salva.

“Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23).

Meditazioni sulla liturgia
di lunedì della XX settimana
anno dispari
“Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23).
Cosa significa essere ricchi? Me lo chiedo questa mattina pensando che un tempo avevamo molti soldi perché il lavoro andava bene e tutto filava liscio nell’impresa di mio marito, vale a dire che le banche non avevano problemi a prestarci dei soldi quando questi eventualmente mancavano, perché non pagavano.
A quei tempi potevo comperarmi vestiti firmati e gioielli costosi, mandare nostro figlio a studiare lontano.
Non era un problema, purtroppo devo dire, cercarmi i medici migliori che sono arrivata a pagare anche cifre iperboliche senza peraltro riceverne benefici.
I soldi che avevamo non abbiamo mai pensato di darli in elemosina a persone bisognose, ad eccezione  di Gianni che continuava e continua a riempire bollettini per aiutare i bambini poveri dell’altra parte del mondo.
Io un po’ me la prendevo perché pensavo che sprecasse quei soldi per gente che non conosceva, come anche mio padre che ci lasciò in eredità solo pacchi di ricevute di soldi dati in beneficenza.
Ero ricca? Di cosa?
Il tempo della ricchezza l’ho passato a stare male e a cercare i medici più famosi per risolvere miei problemi di salute, che puntualmente disattendevano le mie aspettative.
Se penso a quel periodo della mia vita, non posso non inorridire, pensando ai soldi buttati per cose che non contano.
Sono stata ricca quindi ma non ho usato le ricchezze per il regno dei cieli questo è certo, nè sono stata felice perché sono stata sempre male e non ho mai trovato chi mi aiutasse a stare meglio.
Sono stata ricca ma non ho mai pensato di ringraziare nessuno per quello che avevo.
I poveri non sapevo neanche che esistessero o non li conoscevo nè li vedevo.
E dire che prima di sposarmi avevo sperimentato sulla mia pelle la rinuncia, la negazione dei più elementari bisogni, specie quando ero piccola, per la guerra e le sue conseguenze.
Poi ho incontrato il Signore, Il povero dei poveri, nudo, appeso ad una croce.
È lui che mi ha insegnato cosa significa essere ricchi.
“Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei cieli”
E’ la beatitudine su cui ho meditato per più tempo e che ho fatto mia perché, per quanti beni avessi, ciò che mi mancava era proprio l’umiltà di riconoscermi bisognosa di tutto, bisognosa di Lui che è la vera ricchezza.
Oggi a malapena arriviamo alla fine del mese, con l’azienda che naviga in cattive acque, ma mai mi sono sentita tanto ricca.
Ricca di Lui, delle cose che mi dice, della sua presenza, della sua alleanza, del suo amore.
Grazie Signore di questa ricchezza che non ho dovuto guadagnare studiando, sposando un uomo benestante, ricevendo una ricca eredità, ma solo mostrando a te il mio dolore, scoprendo le mie ferite, lasciandomi amare da te.
È bello sentirsi portata in braccio come un agnellino appena nato nelle notti oscure in cui potenti marosi si alzano e si abbassano attorno a me.
E’ bello e rassicurante vederti dormire nella mia barca e non preoccuparmi perché tu sei con me e, se dormi, significa che non devo temere nulla perché tu sei tranquillo perchè sei certo che non accadrà nulla.
Grazie Signore della tua presenza, della tua vicinanza, del tuo amore, grazie della tua pazienza, grazie perché mi ricordi che ci sei ogni volta che ti perdo di vista, anche solo guardando un fiore che spunta, il sole che fa capolino tra le case ogni mattina.
Grazie Signore di quell’incrocio di sguardi che ho imparato a riconoscere quando le persone ti e si appartengono, quando la luce si trasmette da uno specchio all’altro specchio, grazie Signore dei tuoi figli accomunati dallo stesso amore, dalla stessa ricchezza, dall’unico vero Bene che sei tu.

Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.

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VANGELO (Mt 13,24-30)
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura. 
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: 
«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. 
E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel 
mio granaio”».
Il grano e la zizzania, piante che crescono nello stesso campo mischiate, vengono da un seme buono o cattivo.
Se Dio getta il seme della sua parola nel mondo, per noi, perchè traiamo frutto dallla terra che ci ha dato, c’è chi invece combatte l’opera di Dio, la contrasta:Lucifero.
Egli, il più bello, luminoso degli angeli, ebbe la presunzione di essere Dio, perchè ne rifletteva la luce e, credendosi luce, pensò che poteva fare a meno di orientarsi nella direzione da cui tale luce proveniva.
Così Lucifero segnò la sua condanna e inaugurò il regno delle tenebre, che è il luogo in cui la luce non penetra, dove tutto è caos e confusione, e lo specchio non assolve la sua funzione, perchè ogni specchio ha bisogno di luce per riflettere ciò che gli sta davanti.
Così Lucifero è diventato il più grande nemico di Dio, non sopportando per invidia che altri godessero di ciò di cui lui era stato privato.
Così ha cominciato a mettere zizzania tra gli uomini, a separarli gli uni dagli altri, a renderli nemici, , perchè solo dividendo puoi vincere, o pensare di vincere.
Gesù ci chiama all’unità, ci ripete che il fine della sua missione su questa terra è che siamo una cosa sola con Lui come Lui è una cosa sola con il Padre.
Purtroppo ciò a cui stiamo assistendo è una particolarizzazione, frantumazione, disgregazione dell’uomo, della famiglia della società.
Più le cose vanno male, più ci si chiude in se stessi, ci si isola per paura di essere dagli altri danneggiati, derubati, rimessi in discussione.
Il demonio, colui che divide, il divisore, fa festa vedendo quanto succede nel mondo, quanto gli uomini si stiano mettendo d’impegno ognuno per farsi i fatti propri e prendere le distanze dagli altri e da Dio.
La parabola di oggi ci parla invece di una vicinanza obbligatoria, del fatto che buoni e cattivi devono stare vicini, che grano e zizzania non possono mai essere divisi prima del tempo.
Si rischia estirpando ciò che riteniamo un male di danneggiare i buoni.
Quante volte ci capita di trovare nelle persone che ritenevamo completamente negative, ingiuste, nemiche, perle di saggezza o di buona volontà, storie sconvolte da eventi avversi, da cattivi insegnamenti, segnate da mali ereditati da antenati di dura cervice.
Ma la parabola del lievito e del granello di senapa ci apre il cuore alla speranza perchè il regno di Dio non avanza con una parata di cannoni, soldati, carriarmati e tutto quello che possiamo attribuire alla potenza e alla forza da esibire per essere credibili e creduti.
Il regno di Dio è nascosto,ha dentro un suo dinamismo irreversibile che lo fa crescere senza che neanche ce ne accorgiamo.
A Dio piacciono i piccoli, i poveri, quelli che non possono contare sui propri muscoli nè sul potere della propria condizione sociale, culturale, economica.
Noi siamo il lievito, noi il granello di senapa, se ci mettiamo nelle mani di Dio e a lui affidiamo il compito e l’onere di ammassare la pasta o di credere che la grandezza delle piante non dipende dalla grandezza del seme.
A Lui consegnamo il nostro sì ad essere come lui ci vuole, a credere che siamo parte dela sua eredità, suo gregge, popolo del suo pascolo.
Ognuno di noi è un sacerdote e non può disinteressarsi di come crescono le altre piante, anzi si deve adoperare a che la terra attorno al grano sia sempre più coltivabile per gettare altro seme e arricchire il raccolto finale.
La zizzania sarà soffocata dal grano se ognuno di noi si adopererà ogni giorno di tenere pulito e in ordine non solo il proprio pezzetto di terra, ma anche quello del vicino, perchè la malattia del rifiuto , la malattia dell’egoismo e dell’autosufficienza non contagi anche noi, perchè nè chi semina è qualcosa, ma è solo Dio che fa piovere e fa crescere.
La parabola del grano e della zizzania mi fa pensare che nessuno è perfetto e che tutti siamo un po’ buoni un po’ cattivi.
” perchè ti preoccupi della pagliuzza nell’occhio del tuo vicino e non togli la trave che è nel tuo occhio? Lo dice Gesù, come anche ” se uno ti dà uno schiaffo porgigli l’altra guancia” oppure chi è senza peccato scagli la prima pietra”
Ma noi siamo più preoccupati di vedere il male che ci circonda che il bene che diamo per scontato, invisibile ai nostri occhi.
Perchè il mondo va così a catafascio? Perchè siamo sempre pronti a puntare il dito a lamentarci del male che abbiamo, trascurando il bene che riceviamo.

” Imparate a fare il bene”(Is 1,17)

” Imparate a fare il bene”(Is 1,17)
Cos’è il bene? E’ la prima domanda a cui vorrei saper rispondere, perchè, ripercorrendo la vita vissuta, mi rendo conto che ciò che da piccola ritenevo un bene oggi non lo è più, che i gusti cambiano, cambiano le mode, cambiano i governi, ma anche il clima, come cambiamo noi man mano che l’età avanza.
E ciò che un tempo ritenevi un bene irrinunciabile oggi non lo è più, sostituito da altri desideri, altre esigenze, altro.
A scuola mi insegnarono attraverso la filosofia aristotelica ripresa da san Tommaso che l’Essere ( Dio) è uno vero e buono da cui deriva il principio d’identità e di non contraddizione.
Erano per me concetti astratti che non pensavo potessero giovarmi per la vita. Ma mi rimasero impressi.
Oggi, leggendo la Parola che Dio mi consegna ripenso all’identità e alla non contraddizione che derivano dalla verità e dalla bontà dell’unico che le vive in pienezza.
Per quanti sforzi facciamo noi non siamo capaci di vivere in modo autentico la nostra identità, la verità che ci abita, perchè non ne siamo consapevoli, purtroppo.
Siamo portati a vivere chiusi nelle nostre certezze, ingabbiati nei nostri giudizi e pregiudizi, al buio perchè non permettiamo alla luce di filtrare attraverso le nostre finestre sì che illumini la parte di noi che non conosciamo.
Certo che quando al mattino alziamo le serrande la casa ci si presenta in disordine e quanta più luce filtra, tanta più polvere vediamo.
Farci illuminare da Dio quindi non significa scoprire che siamo ok, tutt’altro.
La luce ci serve per non insuperbire, per riconoscerci peccatori bisognosi di aiuto.
La consapevolezza della nostra miseria, dei trucchi che usiamo per ingannare noi stessi e gli altri ci porta a desiderare di essere accettati, accolti per quello che siamo e a desiderare che Qualcuno ci dia ciò che manca alla nostra perfezione.
A Dio non interessa quanto siamo bravi ma che viviamo la nostra condizione di figli di uno stesso Padre, fratelli in Gesù.
La verità che ci ostiniamo a nascondere, mistificare è quella che più ci onora, perchè fa risplendere la misericordia di Dio che ci ama a precindere.
“Chi si vanta si vanti nel Signore!” è scritto.
Penso a tutte le coperture, gli inganni che ho usato consciamente e non per apparire diversa da quella che ero, per non essere giudicata da meno degli altri.
Ma guardando indietro mi rendo conto che delle cose buone, indispensabili a cui non sapevo rinunciare l’unica che mi è rimasta è l’esigenza di una verità inconfutabile che ho cercato con tutte le mie forze.
Una verità che non fosse contraddetta da un’altra verità, che mi facesse sentire libera anche se tutto il mondo mi fosse andato contro.
Ringrazio il Signore perchè ho trovato in Lui la mia identità, la verità che mi abita, la libertà di vivere serenamente i miei limiti sapendo che quando sono debole, sono forte, perchè solo Lui può mettermi al primo posto.
Mi piace pensare che per Lui siamo tutti figli unici, che ci tratta come se lo fossimo, non togliendo niente agli altri figli perchè l’amore è l’unica cosa che dividendola si moltiplica.
Grazie Signore!