L’utero di Dio

 

“La carità non avrà mai fine “. (1Cor 13,8)
“Dio è amore”, scrisse Giovanni, sotto un disegno che mostrava una famiglia felice, una coppia con un bambino a lato, preso per mano, con tanti raggi gialli luminosi.
Giovanni ad ogni colore dava un significato e il giallo per lui esprimeva la felicità, come il verde l’odio, il viola l’invidia.
Straordinari questi bambini che ti aprono le porte del Paradiso!
Ai piccoli infatti sono svelati i segreti del regno.
“Quante cose si possono fare con Gesù!” aveva detto Marco, un altro bambino speciale speciale, non perché l’ho conosciuto io, ma perché tutti i bambini sono speciali quando li osservi, li ascolti e ti fai guidare da loro.
Quando mi sono sposata non pensavo che avere dei figli comportava fatica come quella che mi è rimasta impressa di insegnare a Franco a scrivere nelle  righe, passando dallo stampatello al corsivo.
Ma non sapevo che dai bambini impari a guardare il mondo con altri occhi.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un’altra chanche affidandomi i miei nipotini per fare gli esami di riparazione.
Bisogna veramente osservarli i bambini, anzi  diventare bambini e rientrare dell’utero di chi ti ha generato, per vedere svelati i misteri del regno.
Solo così puoi capire i discorsi di Gesù, farli tuoi, diventare come lui  ci ha promesso.
Questa notte, meditando i misteri gloriosi del rosario, non riuscivo a staccare la mente dal pensiero che, per poter contemplare il mistero non lo dovevi guardare da fuori, ma lo dovevi guardare da dentro, da dentro la pancia, dall’interno dell’utero di chi ti ha generato.
Così questa notte ho fatto un trasloco e invece di pensare che dalla terra guardavo il cielo, ho capovolto la cosa e ho pensato che dal cielo guardavo la terra, più che altro dal cuore di Dio guardavo Antonietta e guardavo tutti i suoi figli.
Io galleggiavo leggera nel suo utero.
Dal liquido amniotico mi sentivo cullata, nutrita, amata da Dio Padre, Eterno Amante, dal Figlio Eterno Amato e dallo Spirito Santo, Eterno Amore.
L’accordo della mia famiglia d’origine, la loro comunione, il loro amore facevano sì che mi sentissi al sicuro.
Era una sensazione bellissima perché  finalmente ero felice.
Le parole del Vangelo “ Vi ho suonato il flauto e non avete ballato, vi ho cantato un lamento e non avete pianto” mi sembravano appartenere un passato che non ritorna.
Ero arrivata nella casella del Cristo morto e risorto in quell’assurdo gioco dell’oca dove i dadi mi rimandavano sempre al punto di partenza.
La  meta che mi si prospettava all’inizio come una croce che nessuno ama e che tutti vorrebbero rigettare il mittente, si era  trasformata  in un grande utero accogliente, dove mi sentivo amata, protetta e nutrita per essere portata a perfezione.
Ricordo, quando mi sono sposata, la soddisfazione di cambiare il cognome (allora la legge lo imponeva) perchè dalla mia famiglia mi ero sentita poco amata.
Pensavo che nella famiglia di mio marito quell’amore l’avrei trovato nella sua interezza.
Quanto mi sbagliavo!
Ma nè nella prima nè nella seconda ho trovato l’amore perfetto.
Per questo, senza sapere di stare a cercarlo, ho incontrato il Signore,perché io cercavo l’amore e non Dio.
Ma Dio è amore.
E’ l’amore  che ti riempie la vita, ti dà il coraggio di andare avanti, alimenta la speranza, dà un senso a tutto quello che fai.
Sentirsi amati è sentirsi vivi, in quel caldo e sicuro rifugio che è la Sua casa di carne.
Attingendo alla fonte non puoi non desiderare di fare altrettanto, perché quello che impari nella Sua casa, sei capace di farlo anche tu per le persone che Gli stanno a cuore, tutti i figli che formano il Suo Corpo, la Chiesa.
“La carità non abbia finzioni”, dice San Paolo.
Ad una bimba che assisteva all’incontro prebattesimale dei genitori ho chiesto se sapeva cos’era l’amore e se l’aveva imparato dalla televisione.
Mi ha risposto che l’amore lo vedeva nei suoi genitori perchè anche quando litigano si riappacificano.
Le ho chiesto allora cosa i genitori dovevano insegnare ai figli.
“A fare la pace!”, la sua risposta.

George Edmund Street,Decorazione a piastrelle della navata, 1875 circa. Roma, San Paolo Dentro le mura.

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“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)

“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)
Gesù risuscita il figlio della vedova di Naim perché è mosso a compassione delle lacrime della madre.
La morte non lo tocca, non è per lui un problema, perché l’ha vinta per sempre, offrendosi in sacrificio per noi.
Gesù in questo passo viene chiamato il Signore per la prima volta dall’evangelista Luca che gli dà il titolo che gli spetta, nel momento in cui mostra il suo potere sulla morte
Sant’Ambrogio ha visto nel pianto della donna prefigurato il pianto della Chiesa per la morte di Cristo.
Quel “Non piangere!” ci fa venire in mente il “Donna perchè piangi?”, parole rivolte da Gesù alla Maddalena che lo cercava in un cimitero.
“Non cercare tra i morti colui che è vivo “dicono i due angeli alle donne sconcertate davanti al sepolcro vuoto.
 Gesù è Signore della vita.
Luca mette questi due miracoli, quello della resurrezione del giovanetto e quello della guarigione del servo del centurione, a sostegno della risposta di Gesù sulla sua identità, agli inviati di Giovanni Battista.
«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
“Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” gli avevano chiesto.
I discepoli di Giovanni Battista non so se ne furono convinti fino in fondo e certe volte viene pure a noi il desiderio di sapere se è vero che Gesù è Cristo, il padrone della morte o se ne dobbiamo aspettarne un altro, visto che a morire continuiamo a morire tutti e nessuno è tornato a dirci il contrario
Ciò che affligge l’uomo di tutti i tempi è proprio il pensiero di dover morire, per cui si cerca in tutti i modi di anestetizzarsi perché non si accetta di dover lasciare prima o poi la propria vita con tutto ciò a cui si è legati.
La vita è un dono, ma  non tutti la ritengono tale, quando la malattia o la morte vengono a visitarci.
“Donna ecco tuo figlio!”
Lo dice Gesù sulla croce alla madre consegnandogli Giovanni un altro figlio da amare e a cui trasmettere tutto ciò che lui aveva insegnato,
“Figlio ecco tua madre!”
Lo dice al discepolo perché si prenda cura di lei, della Chiesa  di tutti i fratelli che la costituiscono, che formano il Suo Corpo mistico.
Tanti Gesù a cui dare vita..questo è il compito di ogni cristiano.
In punto di morte Gesù si preoccupa della sua Chiesa che non può reggersi se non c’è chi si prenda cura l’uno dell’altro
Noi siamo corpo di Cristo con il Battesimo, siamo innestati in Lui e da Lui attingiamo la fede, la speranza e l’amore, vale a dire quella predisposizione dell’anima ad anteporre ai nostri interessi gli interessi dell’altro.
Come  serbatoi veniamo riempiti dalla Sua linfa vitale e ci svuotiamo per irrigare le terre deserte e infruttuose di tanti fratelli lontani.

” Ne mangeranno e ne faranno avanzare” (2Re 4,43)

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” Ne mangeranno e ne faranno avanzare” (2Re 4,43)
Molto spesso Signore ci alziamo da tavola sazi, colmi, nauseati di cibo che questa civiltà consumistica ci propone in tutte le salse, in tutte le sue mistificazioni.
Un tempo, quando eravamo poveri davvero, non era così.
Ci mancava sempre qualcosa e il nostro pensiero, alzati da tavola, era che arrivasse presto la sera per sederci e riempire lo stomaco.
Molti oggi fanno l’esperienza del digiuno, perchè la fame nel mondo e nelle case esiste, eccome! ma noi stiamo alla larga dai poveri, e ci teniamo stretto quel poco o quel tanto che abbiamo con la scusa che a malapena basta per noi, per i nostri figli, per la nostra vecchiaia.
Facciamo fatica a pensare, noi che abbiamo una modesta ma sicura pensione, che sarebbe giusto e opportuno privarci di qualche cosa per persone che neanche conosciamo, fatta eccezione delle grandi catastrofi che con un SMS ti metti a posto la coscienza.
Un giorno Giovanni mi chiese chi erano i poveri e dove poteva trovarli.
Mi ha lasciato spiazzata, perchè in effetti nella nostra cerchia di parenti ed amici non c’è nessuno che muore di fame, nonostante la crisi.
Se si eccettuano i questuanti davanti alle chiese, ai supermercati e ai semafori, per me che mi sposto solo su ruote o rotelle, non saprei come incontrare e far del bene ad un povero.
Ricordo con nostalgia il tempo in cui non avevamo problemi a tenere aperta la porta di casa e la naturalezza con cui mamma condivideva con il povero di turno il nostro pasto frugale, coinvolgendoci tutti in quella azione del tutto naturale che noi vivevamo come una festa.
A Giovanni, non potendo farglieli vedere dal vivo, ho cercato su Internet le foto di bambini denutriti, con la pelle attaccata alle ossa, la pancia gonfia, la faccia piena di insetti anche loro in cerca di cibo.
Ma le foto anche se ti commuovono, non ti fanno cambiare posizione, perchè quella gente è lontana e chi la conosce e come raggiungerla?
Se ti avanza un po’ di minestra o un pezzo di pane non puoi certo organizzare un volo per portarli a destinazione per chi ne ha bisogno.
Così la televisione i giornali ci fanno sentire la povertà come problema a cui non possiamo noi porre rimedio, problemi dei grandi, degli stati, dei governanti, dei magnati di turno.
Certo è che il miracolo della moltiplicazione dei pani non è un invenzione dei 4 evangelisti e San Giovanni addirittura, a differenza degli altri, ne ricorda due.
San Giovanni è quello che descrive poco i miracoli e, se questo ce lo ripete due volte avrà avuto i suoi buoni motivi.
Non dimentichiamo che è vissuto alla scuola di Maria, una volta che il Maestro Gesù è tornato in cielo e Maria, come tutte le mamme e le nonne ripetono spesso i fatti salienti della vita di chi ha lasciato un segno nel loro cuore.
Dunque oggi San Giovanni ci dà la sua versione dei fatti.
Gesù sale sulla montagna, vuole rimanere solo con i suoi discepoli, è stanco, umanamente comprensibile dopo tanto camminare, parlare, agire.
Ma la sosta è breve, perchè la folla ha fame e sete di Lui e lo raggiunge.
Gesù si chiede (è vero uomo non dimentichiamolo), dove poter andare a comprare il pane per una folla così numerosa.
Chiede dove, non si pone il problema con quali soldi.
Gesù cerca il luogo dove è nascosto il tesoro.
Già perchè ognuno di noi ha un tesoro nascosto di cui magari non è neanche consapevole, oppure lo sa e se lo vuole tenere tutto per sè.
Ai discepoli il compito di far venire alla luce ciò che è nascosto e che passa inosservato.
Quante cose abbiamo a cui non diamo importanza, perchè sono scontate, perchè sono nostre, perchè non c’è nessuno che ce le faccia vedere.
Gesù ha bisogno di luoghi dove trovare il pane, il cibo da dare alle folle affamate, ha bisogno di discepoli che comincino a svuotare le proprie tasche ad aprire le loro borse, a dare il buon esempio perchè altri siano portati a fare comunione, a mettere in comune quello che hanno.
Gesù benedice quel poco che durante la celebrazione eucaristica riusciamo ad offrirgli, se ci riusciamo, tra caldo, sbadigli e fretta di tornarsene a casa o al mare o in montagna per chi è in vacanza.
Noi da tempo non andiamo in vacanza per cui dalla televisione apprendiamo che si sono accorciate un po’ per tutti, ma questo non significa che non riusciamo a gustare più e meglio quel pane e quel pesce che ogni giorno il Signore moltiplica per noi e siamo contenti.
In fondo la vacanza è un vivere la mancanza di qualcosa per apprezzare più e meglio ciò che qui e ora Dio ci sta donando.
Il luogo dove trovo il pane è su questo terrazzo a cui il vento ha divelto il tendone, assolato il pomeriggio, straordinariamente fresco e accogliente nelle prime ore del mattino, un terrazzo che sembrava non servisse più a nessuno perchè i bambini si sono fatti grandi e usano il loro che è più bello, più grande e costruito da poco per allargare la loro casa.
Chi l’avrebbe detto che questo era il luogo che Gesù cercava per donarmi la Sua Parola?
Penso a quello che oggi gli avrei offerto.
Mi è venuto in mente tutto ciò che non amo e che non benedico: persone, malattie, ostacoli, sacrifici, rifiuti, povertà, ricalcoli.
Nella lettera agli Efesini (Ef 4,1-6) San Paolo oggi ci dice:
“Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.”
Il miracolo della moltiplicazione dei pani allora può essere possibile e rinnovabile ogni volta che al Signore diamo da benedire ciò che noi non siamo capaci di fare, di apprezzare, di riconoscere come dono.
Gesù cambia la maledizione in una benedizione e i primi a beneficiarne siamo noi che possiamo gratuitamente e spontaneamente condividere con gli altri ciò che abbiamo.

“Non sapete che siete tempio di Dio?” (1Cor 3,16)

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LA CASA DI CARNE

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE
letture: Ez 47,1-2.8-9.12; 1Cor 3,9c-11.16-17; Sal 45; Gv 2,13-22
“Non sapete che siete tempio di Dio?” (1Cor 3,16)
Certo che se non ci si abitua al linguaggio di Gesù, è difficile capire quello che dice.
Gli apostoli, i discepoli, rispetto a noi erano svantaggiati, perchè la sua missione su questa terra doveva trovare compimento con la sua morte e resurrezione.
Ma anche oggi che tutto quello che Gesù, il Figlio di Dio ha detto si è avverato, non sembra che siano in tanti quelli che credono alla sua parola, che la comprendono, che ne fanno un alimento vitale.
Certo è che per capire una persona non basta parlare la stessa lingua, quando questa non è collegata con il cuore.
Le parole fluttuano nel vuoto e non si aggregano se non c’è un catalizzatore, un verbo che dia loro senso e compimento.
Gesù è questo catalizzatore in un mondo di bla…bla…bla…, rumori, suoni senza senso, disarmonie senza vita.
Ebbene per capire Gesù bisogna frequentarlo, e più lo frequenti e più lo capisci.
Quando il mio nipotino Emanuele mi venne affidato per la prima volta, io non capivo i suoni scomposti e disarticolati dei suoi lunghi discorsi misti a pianto.
Poi , a forza di stargli vicino, di prendermi cura di lui, le cose cambiarono a tal punto che lui scriveva pagine di scarabocchi, poi me le dava da leggere.
Io, cercando di entrare nel suo mondo, gliele leggevo e lui era sempre affascinato da ciò che emergeva da quei fogli.
” Ma nonna, mi diceva, tutte queste cose ho scritto?” meravigliandosi non poco di aver imparato a farsi capire senza neanche andare a scuola, come il fratello più grande.
Questi sono i miracoli dell’amore di cui possiamo fare esperienza, pur non essendo maestri ufficialmente riconosciuti.
Oggi il protagonista è il tempio come luogo in cui Dio può entrare, uscire, rimanere, a seconda di come è costruito.
Un tempio, una Chiesa noi ce la immaginiamo sempre fatta di mattoni, un luogo dove riunirsi per dare a Dio quello che è di Dio e prendere da lui quello che ci manca.
Mi ha colpito l’immagine della prima lettura in cui dal tempio esce acqua che va a irrigare terre lontane dando vita a tutto ciò che incontra sul suo percorso.
Inevitabile l’accostamento alla ferita inferta al fianco di Gesù dalla lancia del soldato, da dove uscì sangue e acqua, simbolo dello Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.
Quella Casa di carne ci ha dato la vita e mi viene da chiedermi se continua a darcela nelle case di pietra costruite per contenerlo e distribuirlo a chi vi si reca.
Dello Spirito non si fa mercato, questo è ciò che ho capito.
Lo Spirito, l’amore non si compra, ma si accoglie unendo le mani e chiedendo pietà e misericordia per i nostri peccati.
L’indegnità è caratteristica di chi va in chiesa, ma non ne siamo mai abbastanza consapevoli.
Perciò ogni celebrazione eucaristica comincia con il Confiteor.
Siamo piccoli, siamo fragili, siamo bisognosi di tutto e in chiesa ci andiamo per attingere alla fonte quell’acqua che ci risuscita, ci ridà la vita.
“Quante cose possiamo fare con Gesù!” sono le parole di un bimbo che rispondeva così alla domanda rivoltagli dalla maestra di religione sull’idea che si era fatta di Gesù.
Sembrerebbe risposta non pertinente ma a me piace ricordarla perchè mi ridimensiona, quando penso che la salvezza del mondo dipenda da me, dai miei meriti, dalle preghiere, le sofferenze, le messe, i rosari, i pellegrinaggi e via dicendo.
Senza di Lui non possiamo fare niente, questo è un punto fermo.
Con Lui tutto è possibile, anche trasformare queste nostre chiese dove si sta così larghi da permetterci di inginocchiarci a debita distanza dalle persone che non conosciamo.
E per darsi il segno della pace poi si fanno dei veri e propri pellegrinaggi, creando scompiglio in tutta la celebrazione.
Per questo i vescovi hanno detto che il segno della pace deve essere circoscritto a chi ci è vicino. Penso al cuore e ai lontani dal nostro cuore a cui va il mio pensiero quando il sacerdote ci invita a fare un segno di riconciliazione.
E’ allora che devo fare i conti con le distanze e mettermi in viaggio per sentirmi un cuor solo e un’anima sola con i lontani da me, ma in Cristo tutti uniti.
E’ bello che oggi la Chiesa romana ricordi la sua prima chiesa, simbolo dell’unità dei cristiani di quel tempo
E’ bello che ci parli di tempio, luogo dove due o più si riuniscono nel suo nome, ma anche della casa di carne in cui ogni nostra casa può affondare le fondamenta.
Penso a quanta responsabilità abbiamo a far sì che la Chiesa diventi la sposa di Cristo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa.
Che la gratitudine per tutto ciò che riceviamo da Lui, attraverso la chiesa non ci faccia inorgoglire e non ci induca nella tentazione di farne commercio.
Signore perdonaci quando ci dimentichiamo che ognuno di noi è tempio dello Spirito e fa’ che mai lo trasformiamo in una spelonca di ladri.
Aiutaci a credere che siamo stati creati per accoglierti nella nostra vita personale, nel nostro corpo di carne, nelle relazioni che fanno della nostra casa una piccola chiesa domestica.
Aiutaci a colmare le distanze affidando a te il compito di saldare, colmare i vuoti che ci separano. Fa’ Signore che le nostre piccole chiese diventino il tempio luminoso dell’Amore condiviso con i fratelli.

 “Non siate pigri nel fare il bene”(Rm 12,11)

“Non siate pigri nel fare il bene”(Rm 12,11)
Spesso Signore non riusciamo a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è e, pur non essendo pigri, ci affatichiamo invano per cose che non sono importanti o meno importanti di altre che ti stanno a cuore e che ci farebbero stare bene.
Riconosco Signore la mia incapacità, il mio limite nel testimoniare la misericordia la giustizia e la verità.
Signore tu mi vedi, non voglio nè posso nascondermi ai tuoi occhi, ma sono molto turbata dalle conseguenze dei miei comportamenti, che pur essendo nelle intenzioni finalizzati al bene, spesso provocano divisioni, separazioni che io non amo e a cui non riesco a pore rimedio.
Signore tu hai detto che un giorno misericordia giustizia e verità s’incontreranno e si baceranno.
Come vorrei che venisse presto, che fosse ora, perché p mi tormenta la conseguenza del mio operato.
Signore tu solo puoi aiutarmi, tu solo puoi darmi la pace che viene meno ogni volta che si incrinano i rapporti con i miei fratelli.
Io non voglio che questo succeda, sto male quando la divisione apre la strada al demonio, il tuo e nostro nemico.
Così oggi ti voglio pregare perchè riesca a vivere nella fiducia in te ogni conflitto, che io possa pensare che non io ma tu solo apri le strade della riconciliazione, saldi i fili spezzati dal nostro egoismo, dalla nostra superficialità, dalla nostra incapacità di ascoltare.
Nella lettera di San Paolo ( (Rm 12,5-16) questa mattina ho trovato le istruzioni per procedere
Ma senza il tuo aiuto niente è possibile, tu lo sai, tu l’hai detto.
Voglio nutrirmi della tua Parola Signore, voglio accogliere il tuo invito a partecipare al tuo banchetto, senza cercare scuse, anzi con entusiasmo e gratitudine perchè mai dimenticherò il giorno in cui tu mi costringesti ad entrare in una chiesa perchè ascoltassi la tua parola.
Cercavo quel giorno solo una sedia per sedermi, perchè faccio fatica a stare in piedi. Ti sei servito della mia infermità per farmi ascoltare che “i fiumi battono le mani”.
La gioia che mi trasmise la tua parola mi fece desiderare di tornare ad ascoltarla per conoscere chi parlava.
Ora Signore ripeti il miracolo di donarmi la pace,non quella che dà il mondo, concedimi che la tua pace mi porti a non essere pigra nel fare il bene, anche se mi pesa e se il risultato mi fa soffrire.
Maria guidami nel cammino che porta a Gesù.

AC-COR-DO

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io”(Mt 18,20)
La parola che oggi unisce la prima con la seconda lettura è “ac-cor-do” che racchiude nel suo seno il cuore (cor, cordis latino) come miseri-cor-dia, cor-aggio, cor-doglio e via dicendo.
La misericordia, il cordoglio, l’accordo presumono una relazione tra un io e un tu, tra un io e Dio, io e l’altro, io e gli altri.
Per coraggio mi viene in mente quello che don Abbondio disse al Cardinale Federico Borromeo che lo redarguiva per il suo comportamento pusillanime.
” Uno il coraggio non se lo può dare” rispose, ed è vero.
C’è solo uno che può darti coraggio, cuore, da sfidare qualunque avversità o pericolo: Dio.
Mosè era un uomo che mite proprio non era, ma aveva un cuore generoso sì da mettere a repentaglio la sua vita per vendicare l’oppressione subita dai suoi fratelli.
Così uccise l’Egiziano e fu costretto a nascondersi perdendo la stima del faraone, il potere a lui dato e tutti i privilegi di cui godeva.
Mosè attraverso questo ricalcolo doloroso della sua vita, costretto a nascondersi per evitare le conseguenze del suo gesto, imparò a diventare umile e a fidarsi solo di Dio. Tanto umile che Dio lo mise a capo della più grande ed eroica impresa che si ricordi; quella di far uscire il suo popolo dall’Egitto, con il Suo aiuto affrontando e superando ostacoli inimmaginabili, per portarlo nella terra promessa, che lui vide però solo da lontano.
Mosè è considerato con Elia un profeta tanto grande che sul monte della trasfigurazione Gesù li scelse come suoi interlocutori per manifestare a Pietro, Giacomo e Giovanni la continuità della storia dell’alleanza tra Dio e l’uomo.
Il coraggio Mosè non lo mostrò uccidendo l’Egiziano, ma nell’abbandono fiducioso nelle mani di iDio a cui chiedeva sempre consigli ma che non ebbe paura di contraddire in una pagina rimasta memorabile.
Mosè messo alla prova da Dio che lo rimproverava perchè il popolo a lui affidato si comportava male, osò controbattere le sue ragioni, ricordandogli che il popolo prima di essere suo( di Mosè) era suo ( di Dio).
Il passo del vangelo di oggi parla allo stesso modo di coraggio e di accordo.
“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”.
Ci vuole coraggio per andare a dire ad una persona che sbaglia, ma il cuore se è sintonizzato con quello di Dio il coraggio non manca.
Così anche il chiamare altri in aiuto presuppone che ci sia accordo sulle cose da dire, ma anche sulla motivazione che spinge a correggere chi sbaglia.
L’accordo deve esserci non solo con il fratelli ma principalmente con la Parola di Dio che è Dio stesso e che unisce ciò che l’uomo non riesce a fare.
Così di seguito è importante questa sincronizzazione di cuori con Dio e con i fratelli per salvare un’anima.
Perchè di questo si tratta.
Se un fratello sbaglia e rischia di perdersi, noi come farebbe un medico, da solo o consultandosi con i suoi colleghi, dobbiamo fare di tutto per suggerire le terapie giuste.
Da soli non possiamo fare niente, con Dio tutto è possibile.
Per questo Gesù conclude il discorso della correzione fraterna dicendo che perchè Lui si manifesti e operi con noi e per noi è necessario che ci mettiamo insieme e ci accordiamo.

SANTA TERESA BENEDETTA della CROCE PATRONA D’EUROPA

“Ti farò mia sposa per sempre” (Os 2,21)
Ecco lo sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)
Il regno dei cieli, la beatitudine massima è quando la sposa si unisce allo Sposo.
L’attesa è dolce e carica di aspettative. Quando ci si sposa bisogna preparare la casa, il luogo in cui vivere insieme e invitare gli amici.
L’olio è proprio quella preparazione condivisa che rende magica e unica la preparazione alla festa di nozze.
Tutto questo se non lo si è sperimentato, uno non se lo può inventare, nè può comprarlo da un mercante.
L’abitudine a consultarsi degli sposi promessi rende il matrimonio segno dell’alleanza tra Dio e l’uomo.
Signore aiutaci ad aspettarti insieme a te!
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace. (Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo)