Non di solo pane vivrà l’uomo,ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.(Mt 4,4)

Non di solo pane vivrà l’uomo,ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.(Mt 4,4)
Il mercoledì delle Ceneri è suonato il sohfar, la tromba di guerra che ha annunciato la lotta escatologica tra il bene e il male, tra l’uomo, figlio di Dio e il demonio suo nemico.
Il sohfar era risuonato due volte durante la settimana delle ceneri, la prima attraverso il profeta Gioele che invitava gli uomini a tornare al Signore con pianti, lamenti e digiuni.
“Chissà che non cambi e si plachi e lasci dietro a sé una benedizione?”
Questa era la speranza del profeta.
Venerdì è stata la volta di Isaia che Dio fa parlare come tromba per scuotere, svegliare,chiamare a raccolta suo popolo.
“È forse questo il digiuno che bramo? Dice il Signore. Mi cercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie e come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio…”. Nei confronti di Dio e degli uomini
Gioele, Mosé, Isaia nella settimana delle ceneri suonano la tromba di guerra e chiamano a raccolta il popolo per implorare la misericordia di Dio. Prendendo consapevolezza del proprio peccato, raddrizzano i cuori e la mente del popolo sì che al digiuno e al pentimento corrisponda effettivamente una volontà di cambiamento radicale.
La conversione non è solo un rito una volta per tutte, ma un continuo confronto tra nostra umanità, le nostre passioni i nostri limiti e la grazia che viene dall’alto, l’aiuto che viene dal Signore.
La settimana delle ceneri quindi ci fa entrare gradualmente nel deserto dove è più facile trovarsi faccia a faccia con il nemico e testare la propria fede messa a dura prova.
Perché è necessario questo tempo di agonia, perché ritirarsi nel deserto e correre il rischio di perdere ciò che con tanta fatica abbiamo conquistato, quella piccola fede che ci aiuta nella vita quotidiana?
Gesù ci dà un grande esempio di coraggio che parte dalla fiducia incondizionata nel Padre che lo ha mandato, affidandogli una missione di estrema difficoltà, essendo egli vero uomo con tutti i limiti e le necessità e i desideri propri dell’uomo.
Ognuno si può riconoscere nell’uomo Gesù quando viene tentato dal demonio.
La ricchezza, il potere, il dominio sulle leggi della natura sono le tentazioni alle quali ogni uomo viene sottoposto dopo il Battesimo.
Come Adamo ed Eva ognuno di noi vuole sottrarsi alla dura legge della dipendenza del tutto ciò che ci limita, ci ostacola, mette in pericolo le nostre sicurezze, la nostra stessa vita.
Gesù come noi viene tentato non una volta ma sempre nella sua vita.
40 giorni sono quelli che ricordano l’attraversamento del deserto da parte del popolo d’Israele, 40 anni che indicano un periodo imperfetto non compiuto, necessario per raggiungere la terra promessa, per passare da tempo finito al tempo infinito.
I 40 anni o 40 giorni preludono all’ingresso definitivo nella casa del Padre, un ritorno alla grande attraverso le prove e il sacrificio di una vita fortemente provata.
Il Vangelo di ci indica come la lotta iniziata mercoledì delle ceneri si possa vincere e quali armi garantiscono la sconfitta del nemico.
La parola di Dio in questo combattimento all’ultimo sangue è lo strumento usato da Gesù per respingere le lusinghe del demonio, ma è anche usata dal demonio per blandire e convincere Gesù.
La parola di Dio è un’arma a doppio taglio e sembrerebbe quasi non garantire la vittoria, visto che non è esclusivo appannaggio dei cristiani.
Ma come tutte le cose che vengono da Dio devono essere usate per il fine per cui sono state dette, fatte, pensate.
La parola di Dio può dare la morte e la vita a seconda che la si usi per benedire o maledire, per obbedire o disobbedire al Padre, per cementare o rompere la relazione vitale con lui.
Il Vangelo di oggi quindi mi porta a fare due riflessioni.
1) Gesù, come ogni uomo non debella il nemico una volta per tutte perché la battaglia continua ogni giorno fino alla fine della sua vita.
2) La parola di Dio può essere usata per il bene per il male dell’uomo, a seconda di chi la usa, a seconda che l’interesse da perseguire è la vita o la morte dell’uomo, il piacere immediato o il godimento pieno della promessa.
Il sofhar suona ogni notte per me; ogni notte sono chiamata a mettermi di fronte a Dio, a cospargere di cenere la testa, a rivedere i miei comportamenti alla luce della parola e a chiedere al Signore forza, coraggio, perseveranza in questo faticoso ma entusiasmante viaggio alla volta della terra promessa.
Grazie Signore della tua parola, grazie di queste perle preziose che ogni giorno metti nel mio forziere, grazie perché la tua parola è il mio pane quotidiano.
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“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)

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“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)
Ieri il sacerdote con l’imposizione delle ceneri ci ha ricordato la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l’11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
“La Madonna di Lourdes ti ha salvato”, mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell’incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell’identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l’incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante, parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui in Lui e per Lui.

Vita e morte

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“Io ti comando di amare il Signore”(Dt 30,16)

Della parola di Dio ciò che mi ha più colpito è l’urgenza della scelta che non prevede mezze misure, vie alternative meno dolorose e difficili.
Il testo del Deteuronomio e il passo del vangelo fanno riferimento alla morte che a seconda della nostra scelta di amare o non amare il Signore, seguire o non seguire Cristo, può portare alla negazione, all’annullamento della persona o alla sua piena realizzazione e quindi beatitudine eterna.
E’ incredibile come la stessa parola possa avere significati completamente opposti e come solo seguendo Gesù, ascoltando quello che dice, non scandalizzandoci delle sue parole, ma con umiltà, pazienza, perseveranza e soprattutto fiducia, seguendolo per le strade impervie e sconosciute l’annuncio scomodo diventa sempre liberatore.
” Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso” dice Gesù.
E’ il primo passo, la prima cosa da fare, il primo sì da dire al Signore per convertirsi e credere al Vangelo.
Ieri il sacerdote ci ha cosparso il capo di cenere per ricordarci cosa siamo, perchè la vita dura un soffio e polvere eravamo e polvere torneremo ad essere.
Rinnegare se stessi, fin quando c’è tempo, e questo è il tempo opportuno, è accettare che Qualcuno dia consistenza e valore eterno a ciò che vediamo non durare e non servire.
Scegliamo quindi oggi chi seguire, a chi vogliamo appartenere, da chi ci vogliamo far trasformare.
La cenere ci evoca sempre qualcosa che finisce, che ha smesso la sua funzione, come quando, seduti vicino al camino vediamo esaurirsi la fiamma e cessa il calore perchè la legna o il carbone si sono consumati.
Ma se oggi noi non sappiamo che farcene della cenere, visto che anche i resti della cremazione dei nostri corpi mortali è proibito disperderli per l’aria o per l’acqua perchè inquinano, sappiamo anche, chi ha qualche anno di più sulle spalle, che la cenere la usavano le nostre nonne, le nostre mamme per fare il bucato, per renderlo bianco e profumato.
La cenere la si usava anche come fertilizzante come ancora solo soliti fare nei paesi più poveri dove l’industria chimica ha preso il sopravvento a discapito della salute.
Penso alla croce che in questo cammino quaresimale dobbiamo caricarci sopra le spalle, della quale faremmo volentieri a meno.
Gesù da subito ci invita a imitarlo eco di quello “scegli oggi” del passo del Deteuronomio.
Come Lui è morto così noi moriremo, ma come Lui è risorto, anche noi risorgeremo se ci lasceremo bruciare dal fuoco del suo amore.
La nostra croce, il nostro legno, il nostro corpo innestato al suo, bruciando, morendo, offrendo, siano trasformati in concime di vita nuova, occasione, strumento per lavare i nostri panni sporchi e offrire al Signore la veste bianca e immacolata del nostro Battesimo.

Riconciliazione

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“In nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20)

Lasciarsi riconciliare significa che non noi ma Dio vuole fare pace con noi. E’ incredibile come la Quaresima non inizi con una minaccia per i peccati che abbiamo commesso, ma con un richiamo accorato di Dio a tornare nella sua casa, a lasciarsi abbracciare da Lui.
La Quaresima è un tempo di attesa , attesa di Dio che aspetta i suoi figli alla porta con lo sguardo fisso lontano aspettando che l’orizzonte si muova e la polvere che si solleva gli dia il segno della vita che si rinnova.
La polvere è il simbolo di questo giorno in cui ci vengono imposte le ceneri, frutto della combustione delle palme agitate al passaggio di Gesù nel suo ingresso solenne nella città dove avrebbe trovato la morte.
Morte e vita s’incontrano in questo giorno in cui non c’è cosa che non ci ricordi la morte, non c’e cosa che non ci ricordi la vita, facce di una stessa medaglia se ci lasciamo riconciliare da Dio.
Quello che più mi colpisce è che il protagonista di questa giornata non è l’uomo impastato di terra, destinato a tornare in polvere, ma Dio che non si rassegna che i suoi figli muoiano lontano da casa, dalla sua casa.
E’ Lui che ci ha creato, è Lui che ha soffiato lo Spirito sopra di noi, è Lui che vuole tornare a donarci quel soffio di vita.
Rispondere ad una chiamata, questa è la Quaresima, un tempo in cui il deserto in cui Lui ci vuole condurre, chiarificherà il nostro desiderio e ci farà chiaramente distinguere cosa è essenziale per non rimanere terra riarsa, senz’anima, priva di vita.
Ogni anno ci si ripropone lo stesso invito, ogni anno Dio ci propone una vacanza in un luogo non sponsorizzato dalle agenzie turistiche, non ricercato da persone che hanno tutto o pensano di avere tutto, un luogo speciale per un incontro speciale con lui.
Il deserto può affascinare o fare paura a seconda dei casi.
Intanto una cosa buona è che ci puoi andare vestito come ti pare, senza maschera, ieri è finito il carnevale, perchè non c’è nessuno da compiacere o a cui piacere. Nel deserto la prima cosa che avverti è la libertà di essere te stesso, di muoverti come vuoi, di prendere qualsiasi direzione.
E la libertà è cosa rara di questi tempi in cui anche l’aria è condizionata quando te lo puoi permettere.
Nel deserto non ti serve altro che un buon udito, perchè nel silenzio Dio può parlare al tuo cuore.
Il cuore è il nostro terzo ma più importante orecchio, perchè è lì che Dio vuole arrivare, al tuo cuore per sussurrarti parole d’amore, per portarti a contemplare le delizie della stanza del re, per vivere un esperienza di assoluto, di infinito, di trascendenza, di eternità.
Nel deserto ci prepariamo alle nozze con lo Sposo che abbiamo più volte tradito, ci ritroviamo a ripercorrere la nostra storia di uomini visitata e redenta da Dio.
Ogni anno andiamo in vacanza, grazie a Dio e grazie a Lui la scelta cade sempre su terre non registrate sulle mappe turistiche.
Perchè il deserto lo puoi fare anche in città, a casa, in mezzo alla folla, non un deserto di divisione, ma un deserto di comunione con Dio e con i fratelli