” Va’ la tua fede ti ha salvato”(Mc 10,52)

 

 
Meditazioni sulla liturgia di
domenica della XXX settimana del TO anno B
” Va’ la tua fede ti ha salvato”(Mc 10,52)

 

Così vorrei oggi sentirmi dire da Gesù, le stesse parole che rivolse a Bartimeo, il cieco che chiedeva l’elemosina ai bordi della strada su cui sarebbe passato.
Anche io sono su quella strada e voglio incontrarlo, voglio che mi guarisca, nonostante in tanti mi vogliono tappare la bocca, intimidirmi, mettermi da parte per evitare che ritardi o offuschi la fama, il trionfo del Salvatore.
Io so che si fermerà, anche se ha, vero uomo, il cuore in subbuglio, per la prova di cui solo lui conosce il peso.
Ma quando hai Dio nel cuore, quando sei intimamente connesso a Lui, non ti chiudi in te stesso pensando solo ai tuoi problemi, ma ti apri all’altro, tieni aperti gli occhi, le orecchie e il cuore a qualsiasi grido di aiuto.
Chi di noi , quando è oppresso da gravi pensieri, da tristi presagi, quando si trova ad affrontare una prova difficile, ha modo e tempo e testa e tutto il resto per prestare ascolto ad uno che ti chiama, un pezzente che neanche conosci?
Eppure Gesù non si smentisce e avverte la sincerità del cuore, la disperazione di quell’uomo che solo in lui vede la salvezza.
” Chiamatelo!” dice ai suoi discepoli che vedevano nell’intruso solo un ostacolo da evitare.
” Cosa vuoi che ti faccia?” gli chiede.
“Cosa volete che faccia per voi?” l’aveva chiesto anche ai discepoli che non ancora avevano capito niente di Lui.
” Che io torni a vedere!”
“Va’, la tua fede ti ha salvato!”
Quale fede aveva Bartimeo da portare Gesù ad esaudire immediatamente la sua richiesta?
Essere consapevole del suo bisogno e rivolgersi all’unica persona che poteva soddisfarlo.
Molto spesso pensiamo che i nostri bisogni siano altri, bisogni della carne e non dello spirito, bisogni umani, come quelli espressi dagli apostoli quando chiesero di sedere alla destra e alla sinistra nel suo regno di gloria.
Gesù chiarifica il nostro desiderio, ci apre gli occhi a ciò che ci manca e ci guarisce riempiendo i nostri vuoti, la nostra inadeguatezza con la sua grazia.
Oggi così voglio pregare.
“Gesù ti amo, unico e vero Signore della mia vita.
Riconosco le mie colpe, riconosco la mia infermità, riconosco che tu solo Dio puoi guarirmi da quelle malattie che mi impediscono di lasciare il mio mantello, le mie sicurezze, vendere tutto e seguirti.
Guariscimi Signore dal cercare rimedi nelle cose del mondo, sicurezza nei beni terreni, guariscimi dalla cecità che mi impedisce di vedere te nelle cose e nelle persone che incontro sul mio cammino.
Aiutami a riconoscerti quando passi sulla mia strada.
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San Matteo

“Seguimi!” (Mt 9,9)
“Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” (Ef 4,1)
Oggi il Vangelo ci interpella perché Gesù non invita solo Matteo a seguirlo, ma ognuno di noi che sta arroccato sul suo scranno ad aspettare che gli altri gli diano il giusto tributo di onore e di gloria.
Sentirsi chiamati a seguire Gesù non è cosa che capita tutti i giorni, non perché Gesù non ci chiami, ma perché le nostre orecchie sono occupate ad ascoltare altro e non ci accorgiamo neanche che c’è qualcuno che passa e ci guarda con compassione.
Chi non avanza qualcosa da qualcuno, chi non si sente trascurato, abbandonato, giudicato delle persone a cui tiene di più?
Chi non si sente emarginato, messo in un angolo se fa un brutto mestiere, maledetto mestiere, come quello di esattore delle imposte e collaboratore di ingiustizia?
Ma ci sono altri che non si pongono nessun problema, perché si sentono a posto, perché non fanno del male a nessuno, almeno così credono, ma sicuramente si lamentano e sono oppressi se non viene dato loro il giusto tributo.
Chi ha orecchie da intendere intenda, dice il Signore.
Bisogna avere le orecchie e Dio ce le ha date per ascoltare, non per tapparcele con gli auricolari collegati allo smartfhone.
“ Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!” troviamo scritto.
Ascoltare viene dal verbo “audire” (ascoltare), parente stretto di “oboedire” (obbedire, ascoltare agendo di conseguenza) e Dio vuole che noi apriamo le orecchie al suo messaggio e agiamo di conseguenza.
“Seguimi!”
Non è così facile seguirti Signore, anche se subito siamo affascinati dalla tua figura, dall’autorevolezza delle tue parole, da quello che si dice di te e decidiamo di spostarci, di cambiare posizione.
Ma quando vediamo cosa comporta la tua sequela ci allontaniamo da te.
“Sulla tua parola getteremo le reti” risposero gli apostoli a te che consigliavi di fare una cosa impensabile, addirittura da pazzi, quella di andare a pescare al mattino.
Tutti sanno che i pesci di giorno non li trovi in superficie, specie i pescatori.
“Seguimi!” dicesti a Matteo che da subito si trovò a doversi confrontare con il giudizio malevolo di coloro che ti criticavano.
“Non sono venuto a chiamare i giusti. ma i peccatori” rispondi ai tuoi detrattori.
Chissà come si deve essere sentito Matteo che comunque era consapevole di essere stato graziato nel momento in cui ha deciso di rispondere al tuo invito.
Quanti di noi accettano di sentirsi peccatori, sentirsi bisognosi di perdono! Ci sentiamo tutti i giusti, perché non facciamo male a nessuno e certe volte, quando decidiamo di andarci a confessare, facciamo una grande fatica a fare un esame di coscienza e a trovare qualche peccato da dire al sacerdote.
Molto spesso le nostre confessioni consistono nel raccontare i peccati degli altri, perché noi non ne abbiamo o, se ne abbiamo, sono pochi e di lieve entità.
I peccati di giudizio sono quelli che ci accomunano un po’ tutti, perché il cervello lo usiamo in genere per giudicare gli altri, ma molto raramente noi stessi.
“Misericordia voglio e non sacrificio”.
Quante cose facciamo con sacrificio ma senza amore, spendendoci in maniera forte per qualcuno o qualcosa, ma sempre lamentandoci se non ci corrispondono e non apprezzano i nostri sforzi.
“Fate poche cose ma quello che fate, fatelo con amore” ha detto Madre Teresa di Calcutta, perché è l’amore che salva, è l’amore che ti dà la pace, è l’amore che crea relazioni profonde.
Matteo è diventato santo perché è partito dalla consapevolezza di non essere nel giusto e di avere bisogno di qualcuno che lo rimettesse in piedi, che lo mettesse in un circolo di relazioni feconde e durevoli.
Leggendo il brano del Vangelo ho pensato che potevo essere Matteo, chiamato da Gesù, ma che potevo anche essere quella parte di gente che criticava il maestro per le sue frequentazioni, i puritani.
Certo che noi non possiamo dirci esenti da questo peccato, quando vediamo che persone che hanno commesso ogni genere di malefatte poi vengono da Dio perdonate.
Saremmo noi capaci di fare lo stesso nei confronti di chi ci ha fatto del male?
Perdonare non sette ma settanta volte sette sembra impossibile.
Ma niente è impossibile a Dio perché lui ci renderà capaci se ci fidiamo di lui.
Proviamo a metterci nei panni di Gesù e vedere come si comporta, perché dobbiamo imitare lui e non c’è da scandalizzarsi che si mischi con della gente poco per bene.
Basta guardare il luogo dove nacque e dove fu deposto, sicuramente un luogo dove nessuno si sognerebbe di far nascere un bambino, a meno che non vi sia costretto.
Dio per incarnarsi poteva scegliere una reggia, una clinica altamente qualificata ma da subito ci ha fatto capire quali sono le sue preferenze.
Alla fine non possiamo che dire come il centurione “Domine non sum dignus”.
Non siamo degni Signore di tanta grazia, di tanto amore perché siamo sporchi dentro e fuori, perché siamo cattivi, perché siamo gente di dura cervice, maleodoranti.
Eppure tu non ti schifi, non ti sei schifato perché ”tutto è puro per i puri” e il male non viene da fuori ma da dentro.
Niente può cambiare la naturale immagine che hai scolpito nel nostro cuore.
Impresse nella mente e nel cuore conservo e adoro le tue parole.
“ Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò”.
Signore voglio somigliarti, voglio essere come te, voglio stare dentro di te, non mi voglio mai allontanare da te.
La meditazione di questa mattina ha rinforzato il desiderio di farmi ammaestrare da te, perché sono sempre più consapevole che giudizi e pregiudizi minano il nostro rapporto.
Aiutami Signore a guardare sempre te, ad aprire le orecchie alla tua parola, a metterla in pratica con il tuo aiuto.

“Lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,1).

“Lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,1). 

Lasciare tutto e seguire Gesù.
Mi interrogo su quello che questa parola ha significato nel tempo per me, da quando l’ho incontrato e ho desiderato di seguirlo, di stargli accanto, di non perderlo mai di vista.
All’inizio ti sembra che tu per lui lasci tutto, perché non puoi vivere senza di lui.
Come quando nell’innamoramento lo sposo diventa la tua luce, la tua gioia, il tuo tutto e non hai più bisogno di niente, basta che stai con lui.
Poi il tempo dell’innamoramento finisce e comincia il tempo della scelta, quando l’altro ti si presenta così come egli è, nella verità che non è corrispondente all’idea che ti sei fatta di lui.
Con Gesù avviene la stessa cosa.
Dopo il primo colpo di fulmine  ti rendi conto che la sequela non è semplice e che lui non è quello che credevi, colui che ti avrebbe liberato da tutte le schiavitù, dai problemi, dalle malattie.
Ti accorgi che il suo linguaggio è difficile e che i sentieri che egli percorre sono accidentati, aspri, sconosciuti, apparentemente impercorribili.
Ma se stai con Lui non devi avere paura per quello che sono le conseguenze del tuo dire, del tuo fare, quando agisci nel suo nome.
Così, quel lasciare tutto emblematicamente riporta al progressivo spogliarti di tutto, perchè ti rendi conto che hai troppo e che forse quelle cose che hai ti appesantiscono e le devi pian piano lasciare.
Se ti lasci guidare dalla sua parola riesci a dare agli altri ciò che non ti serve e che quindi non ti appartiene.
Per portare la croce devi avere le mani libere e quindi devi gettare nel tesoro del tempio anche l’ultimo spicciolo.
Non sono solo le cose materiali che devi lasciare, perché c’è un’altra riconsegna più dolorosa, più difficile, che è quella degli affetti, come anche delle tue capacità di vedere, di sentire, di camminare, di pensare, di parlare, insieme al tempo che si accorcia e la vita  intorno a te continua.
Diventando vecchi sono sempre di più le cose che ti trovi a dover riconsegnare, senza rimpianti, con gioia, con gratitudine.
Gesù ci chiede tutto questo ma non è cosa facile, anche se non puoi fare a meno di lui, anche se sai che non c’è salvezza al di fuori di lui, senti sempre lo strazio ogni volta che ti viene a mancare una persona cara o un amico ti tradisce, oppure la malattia ti costringe a rinunciare pian piano alla tua autonomia e devi accettare di essere portata lì dove tu non vuoi, perché la veste te la cingeranno gli altri.
Ogni coppia di sposi deve percorrere questo calvario, dall’amore istintivo all’amore di scelta che con la grazia di Cristo non potrà mai finire.
Il Signore vuole che impariamo da lui che è mite e umile di cuore e non ha dove posare il capo, che segue la legge senza esserne schiavo, che va incontro alla morte nella certezza che solo l’amore salva e risuscita.
“Vi farò pescatori di uomini” dice Gesù.
Ma bisogna cambiare posizione, gettare le reti dall’altra parte e ascoltarlo anche quando ciò che ci dice ci sembra illogico, come andare a pescare al mattino, quando i pesci non li trovi, neanche a cercarli con il lanternino.
Ma ti devi fidare, a Lui devi affidare i tuoi progetti di vita e ascoltare cosa ogni giorno lo Spirito suggerisce al tuo cuore.
Gesù vuole trasformare le nostre vite di relazione in vite sante, vite gioiose, vite di chi ogni giorno dice di sì all’amore, ogni giorno perdona, ogni giorno accoglie, ogni giorno muore per far risorgere l’altro.

“Mi hai chiamato ?”.

Meditazioni sulla liturgia di mercoledì della prima settimana
del Tempo ordinario
“Tutti ti cercano!” (Mc 1,37)
Le letture di oggi parlano di una ricerca da parte di Dio e di una ricerca da parte dell’uomo.
Nel primo libro di Samuele vediamo che Dio chiama a servirlo Samuele, il giovane che affiancava il vecchio Eli nel servizio al tempio.
Nonostante Samuele fosse coricato vicino all’arca di Dio, vale a dire che viveva nella casa del Signore, non riconosce la sua voce e ha bisogno che Eli indichi chi lo sta chiamando e cosa deve rispondere.
“Parla Signore, il tuo servo ti ascolta!”
Molto spesso capita a chi è tutto casa e chiesa e vive una vita di preghiera, di aver bisogno di un fratello più avanti nella fede per conoscere la volontà di Dio, per riconoscere la sua voce.
Il brano in questione ci fa capire quanto siamo importanti gli uni per gli altri, ma anche che l’iniziativa è sempre quella di Dio che ci cerca, che ci chiama, che vuole che noi mettiamo tutto nelle sue mani…la nostra vita, la nostra volontà, perché solo Lui sa veramente qual è il nostro bene e cosa ci fa vivere in eterno.
Nel vangelo Gesù compie tanti miracoli, piccoli e grandi: la guarigione della suocera di Pietro e dell’indemoniato e di tanti afflitti da varie malattie.
È chiaro che l’azione taumaturgica di Gesù suscita entusiasmo nella folla e la gente lo segue per quello che dice, ma più per i miracoli che compie.
Gesù non ha bisogno di bagni di folla, di sequela interessata, e si ritira a pregare.
Ha bisogno di non inorgoglirsi e di rimanere fedele al mandato del Padre.
I demoni conoscono la sua identità ma Lui impedisce loro di parlare.
Non sono le parole dei demoni, la loro testimonianza verbale a definire, mostrare che Gesù è il Figlio di Dio.
Il Messia doveva soffrire e morire, doveva offrire il suo corpo in sacrificio per i nostri peccati, perché l’uomo capisse.
I demoni lo riconoscono sì, ma si preoccupano solo del fatto che Gesù è venuto a rovinarli.
I demoni non vogliono Gesù, non lo cercano e gli dicono di andarsene, altri lo cercano per essere guariti da malattie fisiche, ma Gesù deve svelare il mistero che lo abita pian piano, gradualmente, un mistero in cui un Dio mendicante si è messo in cerca dell’uomo.
Tutti ti cercano Signore e tu scappi.
Quante volte ti ho cercato e non ti ho trovato! Specialmente quando avevo bisogno che mi risolvessi un problema, che mi liberarsi da un pensiero, trasformassi la mia vita magicamente.
Quanto tempo ti ho cercato Signore nei luoghi e nelle situazioni più disparate!
Quanto tempo a pensare che per parlarti dovevo diventare grande, tanto grande da poter scalare il cielo!
Quante volte Signore ho pensato che non era possibile sintonizzarmi sulle tue frequenze perché la mia radio era vecchia e malandata, incapace di captare la suprema armonia dello spirito.
Ti cercavo Signore nei ragionamenti della mente, nella bravura mia, nella bravura degli altri, nella perfezione e non ti trovavo…la perfezione che mi avevano indotto a pensare fosse importante, fondamentale, per essere presa in considerazione, per esistere.
Signore tu mi cercavi, io ti cercavo, ma non ci incontravamo.
Tu mi chiamavi Signore servendoti delle vicende della vita, delle persone che hai messo sul mio cammino, del pensiero dei grandi filosofi, degli scrittori, dei poeti.
Il tuo volto sempre più mi mostrava il sorriso di chi ama ed è contento di stare con l’amato anche se non è ok.
Che bello scoprire che mi sorridi sempre, che sempre mi ami anche quando sono tutt’altro che buona.
Signore ti ringrazio perché avevo bisogno di chi mi guardasse senza giudicarmi, desiderasse stare con me anche quando sono impresentabile e non posso dare niente, né fare o posso fare niente.
Grazie Signore perché finalmente ti ho trovato nel mio limite finalmente accettato, nel mio desiderio di lasciarmi perfezionare solo da te.

” Il Signore aveva reso sterile il suo grembo” (1Sam 1,6 )

MEDITAZIONI SULLA
liturgia di lunedì della I settimana del TO
” Il Signore aveva reso sterile il suo grembo” (1Sam 1,6 )
Nella prima letura vediamo una donna che piange perchè non riesce a dare vita ad un figlio.
La scrittura dice che ” Il Signore aveva reso sterile il suo gembo”parlando della situazione incresciosa e dolorosa in cui si trovava Anna, la moglie preferita di Elkana a cui pensava bastasse lui per essere felice e si meraviglia del suo dolore.
A Dio siamo soliti attribuire la responsabilità di ciò che ci succede e il Vecchio Testamento conferma quanto si agita nel cuore umano.
Dio non ci manda i problemi, questo è difficile metabolizzarlo, anche se siamo ferrati nella fede e ogni volta a Lui pensiamo più che ad una persona che ci aiuta ad una persona che ci mette alla prova continuamente per testare la nostra fede e portarci alla perfetta conoscenza del suo amore salvifico.
Ci ho messo del tempo che non è così e che il dolore è entrato nel mondo con il peccato e che noi ne stiamo pagando le conseguenze.
Tutto l’agire di Dio è finalizzato prima di tutto a salvarci da morte sicura, ma questo non significa che non abbiamo bisogno di medicine, di degenze in ospedale, di tempo per guarire, non ci esonera dalle conseguenze di malattie che lasciano segni indelebili sul corpo mortale.
Molto spesso capita che non ritroviamo più la salute di un tempo e ce ne rammarichiamo come se fosse cosa scontata e dovuta.
Sembrerebbe quindi che i nostri sforzi sono inutili, che Dio non tratta le persone tutte allo stesso modo e quindi è un Dio ingiusto, che in modo arbitrario governa e condiziona la nostra storia senza lasciarci la libertà di scegliere.
Un tempo mi funzionavano le gambe e le braccia, gli occhi, le orecchie non avevano problemi e i denti potevano triturare anche le cose più dure.
Un tempo mi piaceva camminare, correre, giocare a racchettoni sulla spiaggia, fare il bagno al mare, guidare la macchina spingendo fino in fondo l’acceleratore, mi piaceva fare i sorpassi azzardati sulle strade tortuose e in salita che mi portavano sul luogo di lavoro.
Un tempo riuscivo in men che non si dica a preparare pranzi e cene e feste per tante persone che si presentavano all’improvviso.
Un tempo mi sentivo onnipotente perchè avevo l’impressione di essere come la dea Kalì, una donna con tante braccia e i miei eroi con i quali mi identificavo erano i titani che avevano tentato di scalzare Giove dall’Olimpo, per sostituirsi a lui.
Pur essendo stati puniti in modo esemplare la loro superbia non venne meno.
La mitologia pur se ci racconta fatti inventati, ci insegna a leggere la nostra storia senza farci illusioni.
” L’uomo crede di essere dio ma non è Dio” lo sapevano anche quelli che non ancora avevano incontrato il Signore, il Dio di Gesù Cristo, perchè non ci vuole molto a capire che tutto finisce e che di te può rimanere solo il ricordo come diceva Foscolo, se hai chi ti ha innalzato una tomba che superi la furia degli elementi e l’inclemenza del tempo o qualcuno che abbia immortalato le tue gesta in un libro, sempre che non vadano distrutti il libro e la memoria.
Il peccato originale è comune a tutte le culture, a tutte le genti e noi non abbiamo, purtroppo imparato la lezione….a meno che non ci mettiamo in ascolto di ciò che la nostra storia ci insegna.
Già la nostra storia, il più bel libro che Dio ci ha consegnato da leggere e meditare.
Siamo abituati a ricordare ciò che ci è mancato e ciò che siamo stati capaci di fare da soli, senza l’aiuto di nessuno.
Se c’è una cosa che ci aumenta l’autostima e ci fa inorgoglire, una cosa che sbandieriamo come un trofeo è l’essere riusciti, basandoci solo sulle nostre forze, a superare tanti ostacoli e a diventare quello che siamo, migliori degli altri, grazie alla nostra forza di volontà, alla nostra caparbietà, bravura, intelligenza ecc ecc.
Io non so se a tutti capita di vivere la vita in questo modo e di leggerla così come ho detto.
A me è capitato, mai pensando a tutte quelle persone che avrei dovuto ringraziare perchè io salissi così in autostima.
Poi un giorno un bambino, figlio di una mia amica, parlando di Gesù così si espresse:” Quante cose si possono fare con Gesù”.
Sono caduta dalle nuvole lo confesso, perchè non avevo mai pensato che con Dio ci si potesse fare qualcosa, mentre ero certa che a Dio dovevo solo dare preghiere, suppliche, obbedienza.
L’alleanza con Dio la scoprii attraverso le parole di quel bambino,sperimentandone con il tempo l’efficacia.
Man mano che scendo dal mio piedistallo, man mano che consegno a lui ciò che mi rimane, mi sento capace di fare tutto ciò che il mio corpo ha smesso di fare, non funzionando come un tempo.
Gli organi preposti al suo funzionamento sono tutti da rottamare, ma incredibilmente funzionano molto meglio di prima per le cose che contano e che danno vita.
Non ho mai viaggiato così tanto come in queste notti di dolore , viaggiato nel presente di tanti fratelli che sono nella prova, nel passato di tanti che mi hanno preceduto e che prendono vita dalla mia offerta in espiazione dei loro peccati, perchè il mio corpo è diventato, per Sua grazia il Suo corpo, il mio dolore, il suo dolore e per questo è dolore salvifico.
Anche se vedo con un occhio solo e appannato per giunta, anche se la sordità è diventata grave, pure mi sembra che mai come ora il terzo occhio come lo chiama Giovanni, il mio nipotino, e il terzo orecchio aggiungerei io, funziona sempre meglio, è quello del cuore.
Il cuore è un organo a cui non ho dato mai tanta importanza, ma da quando la mia posizione, postazione preferita è quella di stare in braccio a Gesù come gli agnellini del vangelo, mi sfuggono poche cose, quelle sempre che contano, s’intende.
Così oggi, leggendo la storia di Anna e quella pretesa del marito di poterle bastare, e poi la chiamata dei primi discepoli, ho meditato sul fatto che non conta nè il marito, nè il padre nel caso dei figli di Zebedeo, nè le cose che possiedi. Non conta nulla se Dio non ce l’hai tanto vicino da sentire i battiti del suo cuore.
Solo così ti puoi accordare e puoi camminare in terra piana e sentire i fiumi che battono le mani quando passi in mezzo ad una terra che ha fatto spuntare i suoi germogli.
Il regno di Dio è vicino quando puoi, senza cambiare mestiere cambiare lo scopo per cui ti muovi.

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)
Oggi il vangelo è incentrato sulla domanda che tu ci fai mentre siamo in cammino per diventare tuoi discepoli.
Capita spesso che ci mettiamo a seguire qualcuno senza sapere in effetti cosa cerchiamo, cosa ci aspettiamo da lui.
Molte volte ci facciamo un’idea troppo grande delle persone e le omaggiamo senza motivo, altre volte le disprezziamo e magari facciamo buon viso a cattivo gioco, perchè ci conviene o perchè non abbiamo alternative percorribili o più appetibili.
Siamo un branco di pecoroni e sempre più spesso cambiamo direzione e leader al primo soffio di vento contrario.
E’ incredibile ma rassicurante quello che attraverso le tue parole Signore ci fai capire. Tu vuoi che noi veniamo a te senza costrizioni e ci fai la domanda fondamentale che è quella di prendere coscienza del motivo per cui siamo cristiani.
Non è cosa da poco.
Da piccola ero cristiana perchè mia madre e mio padre mi hanno battezzato, mi hanno insegnato a pregare, mi hanno fatto frequentare una scuola cattolica e non mi hanno fatto conoscere altro che questa dottrina che per me è diventata un peso, un obbligo, un tormento di doveri e di devozioni di cui avrei volentieri fatto a meno.
La cosa strana è che mi sono chiesta sempre il perchè di tutto ciò che mi riguardava, ma per la religione non ho mai messo in dubbio quello che mi veniva inculcato.
Poi ho trovato l’amore, una persona in carne ed ossa che almeno all’inizio mi ha dato tutto quello che tu mi avevi negato e così ti ho messo da parte, ho smesso di seguirti non senza grossi complessi di colpa.
Quando le illusioni sono crollate, quando non avevo più niente e nessuno a cui aggrapparmi, nessuno da seguire, nessuno che mi indicasse la strada ho desiderato incontrarti per fare un discoso alla pari con te.
Ho pensato tante volte a te, ma ti pensavo lontano, eri un estraneo da cui dovevo stare alla larga perchè mi avresti oppresso con i tuoi doveri.
Poi con il tempo il mio desiderio tu l’hai chiarificato, dopo anni di deserto e di percorsi massacranti e deludenti, falimenti e prove dalle quali uscivo sempre più disorientata e confusa, angosciata e senza luce.
Ho cominciato a sentire il desiderio di instaurare con te un raporto nuovo, adulto per poter avere un interlocutore nella immensa solitudine in cui mi avevano fatto piombare i miei fallimenti.
Ho cominciato cercando un bottone, il bottone della mia radio, un bottone nascosto che mi ero andata convincendo esisteva per sintonizzarmi sulle tue frequenze.
Spesso mi dicevo che la mia radio era rotta e che non avrei mai trovato quel bottone.
Mi convinsi che solo in una chiesa avrei trovato una collocazione, un ruolo, un’occasione per mettere a frutto la scienza e la conoscenza che avevo acquisito in tanti anni di insegnamento al liceo, uniti alla mia esperienza di vita che era confluita in tanti progetti per la prevenzione del disagio giovanile.
Tante cose avevo imparato tante ne avevo sperimentato, tante avevano portato frutto, specie quelle che erano nate dal dolore e dalla sofferenza protratta nel tempo.
Non ti conoscevo Signore, ma la sofferenza mi aveva aperto il cuore e gli occhi a quella di tanti giovani, di tanti genitori che desideravano solo essere ascoltati.
Avevo aperto un centro d’ascolto nella scuola e ne ero fiera per i risultati conseguiti.
Tu allora eri una nebulosa, eri un essere indistinto a cui non sapevo nè potevo dare i connotati, mentre i connotati della sofferenza ce li avevo ben chiari.
Così quando mi misero in pensione perchè incapace di deambulare desiderai non far morire quello che ero andata maturando
Quale luogo migliore poteva accogliere ciò che volevo mettere a servizio?
A suo tempo scegliemmo la chiesa per mettere nostro figlio al sicuro dai mali del mondo e nella chiesa ho cercato una sedia per poter continuare il mio lavoro.
Ne avevamo testate già tante, io con Gianni, che mi accompagnava in questa ricerca di un posto che potesse accogliere non solo il mio desiderio, ma anche il mio corpo che aveva delle necessità ben precise dopo tutti gli interventi alla colonna andati male.
Quando entrai nella chiesa che poi divenne ed era la mia parrocchia cercavo una sedia.
Anche se tu non me l’hai chieso penso che in qualche modo ci hai messo del tuo per suscitare in me questo desiderio.
Dovere di sedersi.
Forse io anche se la malattia mi costringeva a stare seduta non avevo preso coscienza di quanto fosse importante sedersi per ascoltare.
Così a te che mi chiedevi cosa cercavo ho risposto nella maniera più giusta.
“Fateli sedere” hai detto ai discepoli prima della moltiplicazione dei pani.

S. Bartolomeo

Meditazioni sulla liturgia del 24 agosto
festa di S.Bartolomeo Apostolo
Letture: Ap 21,9-14;Sal 144;Gv1,45-51
“Può venire da Nazaret qualcosa di buono?”
“Ti ho visto quando eri sotto il fico”.
“Vedrete gli angeli salire e scendere sul Figlio dell’uomo”.
“L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte alto e mi mostrò la città santa, la Gerusalemme, che scendeva dal cielo”.
“Le mura della città poggiano su 12 basamenti, (sopra) i quali sono i 12 nomi dei 12 apostoli. (Sulle) porte i 12 nomi delle tribù d’Israele…”.
Questa mattina, Signore, mi sto divertendo a fare l’analisi grammaticale della tua Parola.
E’ bello scoprire e riscoprire che niente della mia vita è stato vano e che i miei studi mi aiutano continuamente a capire meglio quello che tu dici.
Così oggi mi ha colpito il fatto che le preposizioni usate maggiormente per indicare il luoghi sono “sopra, sotto e da”.
La preposizione da è usata per dire da dove vieni, Nazaret, un luogo che ti rende meno credibile, perché niente di buono viene da Nazaret, esclama Nathanaele, vale a dire Bartolomeo, l’apostolo di cui si celebra oggi la festa.
Molto spesso noi ci convinciamo che niente di buono ci viene da un evento, da un fallimento, un lutto, un abbandono, una malattia.
Nazaret in fondo è il luogo in cui mai cercheremmo te, perché ti immaginiamo in tutt’altro posto, come i tuoi conterranei.
Tu invece non ti fai ingannare dal luogo dove ci troviamo e capisci subito con chi hai a che fare.
Così di Natanaele che era intento a scrutare la Scrittura( sotto il fico), dici che in lui non c’è falsità.
Ma quello che più mi ha colpito è  Gerusalemme  la sposa, la tua sposa, il tuo tempio che dal cielo scende su questa terra,
Natanaele da sotto il fico passa a costituire uno dei 12 basamenti della città santa dove tu verrai ad abitare per sempre.
Noi siamo qui ancorati alla terra, ai nostri problemi quotidiani e ci sembra che la vita sia un eterno pellegrinaggio in terra straniera.
Un senso di smarrimento spesso ci assale perché non vediamo segni che ci confermino che tu sei con noi, che sei nel luogo dove non pensiamo possa venire qualcosa di buono.
Siamo qui Signore con i nostri problemi che ci sembrano irrisolvibili, troppo grandi per noi, alle prese con l’insensatezza del dolore innocente, con l’incapacità di volare, di staccarci da terra con l’inquietudine di un’attesa che snerva, ci sfianca e poi tu che ci manchi Signore, tu che non sei visibile.
Almeno ti sognassi o sognassi Maria, la regina, la madre, la sposa!
Niente!
Nella liturgia odierna tu ribadisci che sei nel luogo in cui noi ci troviamo: sotto il fico, a Nazaret, da dove non viene niente di buono, in cielo, in terra, perché c’è sempre una scala che unisce il luogo della paura a te sì che gli angeli possano salire e scendere per portarci lieti annunci.
Tu Signore non sei il luogo della paura, ma a volte ci fai paura, questo sì, quando assumi connotati di ciò che ci fa male: un bisturi, una medicina amara, un no, un ricalcolo doloroso.
Per vedere come andrà a finire bisogna farsi trasportare su un alto monte, essere leggeri, liberarsi di tutti i pesi che ci portiamo dietro, i brutti pensieri, le cose da cui non sappiamo separarci.
Lì possiamo, se ci riusciamo, vedere la Gerusalemme celeste scendere e vedere te abitare in mezzo agli uomini.
Che strano! Ogni volta che pensiamo al dopo, ci viene in mente il cielo e invece tu ci mostri come non il cielo ma la terra sarà il luogo della manifestazione della tua gloria, il luogo della festa, la tua stabile dimora!
Perché altrimenti non sarebbe neanche tanto miracoloso che il cielo dove tutto è straordinariamente bello lo diventi di più.
E’ la terra che tu vuoi trasformare attraverso una nuova creazione.
Ci è dato un corpo e con quello celebreremo le nozze.
Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà.(Eb 10, 5-7)