“Venite in disparte e riposatevi un po’”.(Mc 6,31)

domenica della XVI settimana del tempo ordinario anno B
ore 7:05
“Egli vide una grande folla ebbe compassione di loro” ( Mc 6,34)
“Venite in disparte e riposatevi un po’ “.(Mc 6,31)
Medito sulla tua parola, Signore, che oggi  è consolante.
Ogni volta che l’ho letta ho pensato che ti rivolgessi a me quando dicevi:” Venite in disparte e riposatevi un po’”.
Molto spesso ho avuto bisogno di una tregua, di una pausa, per riposarmi un poco dalla fatica del vivere ogni giorno schiacciata dal peso della croce ed ogni volta ero contenta che tu ti fossi accorto della mia esigenza e ti ho ringraziato prima ancora che le cose accadessero come desideravo, come sono avvenute.
Incredibilmente, quando io pensavo di riposarmi sopraggiungeva un imprevisto e le cose si complicavano.
Il riposo atteso, desiderato, offerto, si è sempre rivelato, mi dispiace, e mi sembra una bestemmia dirlo, una “fregatura” perché a un problema mi si aggiungeva un altro problema.
Mi vengono in mente i rosari di mamma perché io mi convertissi e poi, quando mi ammalai, altri ne aggiunse perchè guarissi.
Più pregava e più io stavo male, più pregava e più i problemi aumentavano, tanto che le dissi di smettere, che le delle sue preghiere non me ne facevo niente e che le destinasse a qualcun altro.
Oggi leggendo con più attenzione il testo del vangelo ho visto che neanche ai tuoi discepoli è stato concesso un momento di pausa di ritorno dalla loro missione, ma solo la speranza di potersi riposare, la consolazione che tu ti eri accorto della loro fatica.
Infatti le persone, avendo intuito dove eravate diretti, vi hanno preceduto ed erano lì ad aspettarvi, nel luogo scelto,  lontano e solitario.
Neanche un momento di riposo per loro.
Tu Signore hai avuto compassione di quella folla perché erano come pecore senza pastore.
Bisognava rimboccarsi le maniche e dimenticare la fatica, dimenticare tutto e continuare annunciare il Vangelo del regno, guarire gli ammalati, scacciare i demoni.
La tua parola, anche se non ce ne accorgiamo subito, ci nutre, ci rigenera, ci dona la pace.
Ho sperimentato nella mia vita che, proprio quando ho pensato che tu mi stavi dando una mano, mi stavi risollevando, giungeva una nuova incombenza, veniva alla luce un altro problema, un’altra malattia, un altro dolore, un’altra fatica e non c’è stato mai un tempo abbastanza lungo per godere della tua parola in intimità, per godere del riposo del corpo e dello spirito.
Così il tempo del riposo me lo sono rubato, approfittando del fatto che al buio della notte (quella delle streghe, degli ululati solitari, degli assalti, delle trombe di guerra)  subentra la luce del mattino e con essa la tregua da un sonno forzato che poi  era ed è una veglia forzata ancorata ad un letto.
Me ne venivo qui, in questa sala, vicino alla finestra e leggevo la tua parola, osservavo il cielo schiarirsi pian piano e aspettavo che il sole spuntasse tra i tetti delle case.
Dalla finestra entravano i cinguettii festanti degli uccelli che avevano fatto i loro nidi negli alberi che mi stanno di fronte.
Guardavo il cielo farsi azzurro o riempirsi di nuvole, guardavo e gustavo il silenzio di quest’ora incantata, magica quando tutti sono ancora a dormire e io potevo a te aprire il cuore.
In genere, anche se partivo da una situazione di grande dolore, finivo per lodarti benedirti e ringraziarti di tutto quello che tu mettevi sotto ai miei occhi e di quelle opportunità straordinarie che mi davi per poter stare con te e riposarmi un po’.
Sono anni che questo succede al mattino, sono anni che prendo vita, forza, coraggio dalla tua Parola, osservando la bellezza di tutte le cose che mi stanno intorno.
Ecco il mio riposo in tanti anni è stato proprio quello di rubarmi una messa perché da messa si può celebrare in chiesa, ma la si può celebrare anche nella propria casa, nel proprio letto, in un angolo della tua stanza interiore.
E allora Signore ti chiedo perdono perchè ho pensato che mi prendi in giro, pretendendo di avere un riposo prolungato, perché niente dura all’infinito e tutto ha un termine su questa terra.
Ma tu esisti e vivi per sempre e la tua parola ci guida e tu colleghi i fili spezzati della nostra storia, delle nostre vite sgangherate.
Tu Signore ci fai riposare nel momento in cui decidiamo di fermarci e di metterci in ascolto di quello che ci dici.
Ultimamente io non l’ho fatto perché non avevo la forza nè di scrivere come un tempo facevo, nè di digitare sui tasti del pc le mie meditazioni.
La mattina mi limitavo a rileggere quello che avevo già scritto e non mi sentivo arricchita come un tempo dalle cose nuove che ogni giorno scoprivo nel tuo forziere, il Vangelo.
Adesso tu mi hai messo in mano un nuovo strumento che è quello di poter dettare i miei pensieri al mattino a questo piccolo telefonino.
Mi sembra una cosa miracolosa perché non credevo che potesse accadere di pregare anche quando non ti funzionano le braccia e le mani,  e quando hai tanta voglia di dire “basta, perché mi hai ingannato”.
Non è vero Signore che mi hai ingannato e ti chiedo perdono perché veramente per capirlo bisogna fermarsi e tendere le orecchie e tutti i sensi per sentirti passare nel vento leggero.
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“Vedendo le folle ne sentì compassione” (Matteo 9,36).

“Vedendo le folle ne sentì compassione” (Matteo 9,36).
Signore la tua compassione la invoco, la cerco, ne ho bisogno più dell’aria che respiro, perché sono stanca di soffrire.
Non c’è niente che ti sia nascosto Signore e per questo ancora di più mi lasciano disorientata il tuo silenzio, la tua lontananza.
Signore io non conosco i tuoi pensieri perché non sono Dio, ma mi piacerebbe a volte che tu mi rispondessi senza farmi aspettare tanto, senza che l’acqua m arrivi alla gola e rischi di soffocarmi.
Non ho più gioia dalla vita se non quella di vedere la tua luce brillare in un evento imprevisto, in un incontro, in una scoperta, in un aiuto, un pensiero, una capacità nuova di riprendere il cammino, una chiave per risolvere certe crisi relazionali che mi distruggono.
Signore mi piacerebbe che i tuoi tempi fossero un po’ più raccordati a quelli dell’uomo, mi piacerebbe soffrire di meno e vedere soffrire di meno.
Mi piacerebbe purificare la memoria si da ricordare non solo il male subito ma il bene ricevuto e renderti grazie ora e sempre.
Mi piacerebbe Signore dare un senso a questo dolore continuo, dare una svolta a questa vita che si è insabbiata nel deserto…
Mi piacerebbe che l’energia che ho dentro potesse essere incanalata per il bene.
Il dolore non le persone è diventato protagonista della mia vita.
Un tempo lontano mi fermai e pensai, vedendo che la mia vita era senza senso, a ciò che avevo e0 che potevo utilizzare per stare bene e far stare bene.
Ricordo benissimo quella folgorazione.
Di abbondante ho il tempo, il tempo delle attese.
Del tempo dell’attesa, farò qualcosa di speciale, mi dissi.
Fu allora che cominciai a guardare ciò che mi circondava, a osservare con occhi nuovi la natura, a fermarmi ad ogni incontro e a dare valore a tutto ciò che incrociava la mia vita..
Fu in quel periodo che cominciai a scrivere per annotarmi quelle meraviglie.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, la frase che ogni anno scrivevo sulla prima pagina dell’agenda.
Riempire il tempo di te, Signore, mi sembrò cosa buona, perché scoprii ciò che mai mi sarei aspettata esistesse.
Nelle attese ho pregato, ho meditato, ho guardato, ho provato emozioni straordinarie che non sapevo di poter sperimentare.
C’eri tu in ogni cosa, Signore, nel mio tempo dedicato all’attesa di un responso, di una visita, di un ritorno.
Oggi non aspetto più niente e nessuno.
I giorni si arrotolano gli uni sugli altri e ho perso il gusto di attendere, perché già sto con il pensiero, con il corpo e con il cuore lì dove c’è la fonte della vita, dove sei tu.
Almeno così mi sembra.
Eppure questo stare nella cartella del Cristo morto e risorto, senza più aspettare, senza più meraviglia, non mi piace.
È come se mi fossi persa nei meandri di questa grande croce dove non solo io ma tanti fratelli sono inchiodati.
Mi sento al sicuro Signore, ma non sono felice e non trovo gioia nei visi e nelle storie dei miei compagni di viaggio e di sventura.
La croce non piace a nessuno0, quando non è collocazione provvisoria.
Da troppo tempo ormai sono qui inchiodata, troppo per me, e nessuno viene a staccarmi per mettermi nel sepolcro.
Ancora respiro, ancora vivo.
Cos’è successo Signore?
“Ne sentì compassione” dice oggi il vangelo.
La compassione non implica necessariamente un tuo intervento che rimette le cose a posto.. la compassione è il patire con.
Tu soffri con noi, Signore, è vero?
Tu non vorresti che noi fossimo in questa situazione di solitudine e di sofferenza.
Oggi indichi la strada perché questo calvario finisca.
“Pregate il padrone della messe perché mandi operai alla messe”.
Tu ci chiedi di chiedere operai.
Mi viene in mente quello che sto facendo in questi giorni, per vedere cosa ho, cosa posso aggiustare cosa fare di tutte le cose inutilizzate che giacciono negli armadi o delle stoffe o delle trine che ho accumulato nel tempo.
Mi succede così quando non posso risolvere i problemi.
Cerco sempre di aggiustare qualcosa o di utilizzare ciò che ho.
In questo momento di eccessivo, di tanto, ho solo il dolore.
Come un tempo riuscivo a trovare la chiave per non buttarlo via, perché desse frutto, ora devo fermarmi e cercare di pensare a che uso fare del dolore.
Tu lo hai offerto per la nostra salvezza.
La tua passione, la tua morte sono state essenziali perché noi avessimo la vita.
Io quando sto male, non riesco, se non qualche volta, a vivere positivamente il dolore.
A volte dico: “Sei venuto a trovarmi? Hai bisogno anche di questo? Ok te lo offro”.
A volte penso che la tua resurrezione sia testimoniata dal dolore, perché significa che sei vivo in noi.
Ma sono discorsi della mente che io non sono capace di reggere a lungo, pensieri più grandi di me.
Vorrei tornare bambina e non pormi troppe domande.
Vorrei solo la tua compassione sentirla tangibilmente sul mio corpo malato.
Un caro caro Signore come quelli che davo a Giovanni per consolarlo o farlo addormentare, una carezza, uno sguardo, cenno della mano, qualcosa che mi dica che il mio corpo non è pianta che sta morendo, ma preziosa ai tuoi occhi, destinata a vivere.
Signore sono tua figlia, abbi pietà di me!

“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)

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“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)
Oggi la liturgia ci parla del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, un miracolo riportato dai quattro evangelisti perchè è il più importante e significativo.
Parte da un sentimento, quello della compassione di Gesù per la folla che da tre giorni lo seguiva e pendeva dalle sue labbra.
L’iniziativa è sempre di Dio che sa di cosa abbiamo bisogno e guarda il cuore.
La folla seguiva Gesù per quello che diceva e per quello che faceva.
Orecchi e occhi coinvolti nella sequela di Cristo.
Ci sono persone che lo fanno ma distrattamente di corsa, non sono disposte a fermarsi, a sedersi, per gustare quanto è buono il Signore.
Dovere di sedersi, di fermarsi.
Facile a dirsi, impossibile a farsi.
Abbiamo troppe cose importanti che ci occupano la mente e come prestigiatori riusciamo a fare una miriade di cose contemporaneamente.
I telefonini o i tablet, conquista della nostra civiltà consumistica dove tutto e subito è portato su un piatto d’argento ci aiutano a spaziare con gli occhi e con la mente su un universo di informazioni..
Collegati con il mondo intero non ci accorgiamo che stiamo morendo di fame e che c’è Chi quella fame la potrebbe saziare, senza denaro.
Incontriamo ogni giorno sul nostro cammino chi offre a Dio la sua povertà, il suo pane e il suo companatico povero, semplice perché Gesù lo benedica e lo moltiplichi per darlo a noi.
Ma noi siamo distratti, abbiamo tutto e niente, il mondo in mano e niente che ci nutra veramente e ci sazi davvero.
Dio ha compassione di noi e aspetta che ce ne accorgiamo, che ci rendiamo conto che quello che ci serve solo lui lo può dare perché siamo suoi figli e conosce quali sono i nostri veri bisogni.
Penso a Giovanni, il nipotino che ho allevato a preghiere che non ha più tempo neanche per venirmi a dare un saluto, pur abitando di fronte a casa mia, sullo stesso pianerottolo.
Non ha tempo Giovanni perché frequenta il liceo, studia musica perché ha talento, si allena in una squadra di pallavolo per mantenersi in forma , e partecipa con interesse alle attività scoutistiche ogni settimana, con profitto studia e s’impegna in tutte le discipline, riempiendo i vuoti da un impegno all’altro chattando con il telefonino o con lo stesso ascoltando musica e guardando i video dei suoi beniamini.
Giovanni fa tutte le cose bene, ci tiene a non far brutta figura ed è dotato, grazie a Dio di una bella intelligenza, spirito creativo e insaziabile ricercatore di ciò che non conosce.
Così Giovanni, un ragazzo ok da tutti i punti di vista non ha tempo per dire buongiorno a chi gli abita di fronte e che guarda caso è la nonna che lo ha cresciuto e che ora sta ancorata ad una sedia.
Ricordo quando era piccolo e non esistevano queste diavolerie che passavamo il tempo a raccontarci una storia vera, una lui e una io.
Quante cose ci siamo inventate, quante scoperte, quanti scintillanti abbiamo colto nello snodarsi delle ore e dei giorni passati insieme!
So che Giovanni mi vuole bene e se non mi cerca è perché sa dove trovarmi quando gli serve qualcosa, senza cercare la connessione, visto che io ho una rete protetta e salvata garantita da qualsiasi evento distruttivo.
Riflettendo sul miracolo dei pani e dei pesci la mia attenzione non può non andare a chi non riesce a fermarsi, a sedersi per mangiare del pane dei figli.
Non a caso mi vengono in mente, alll’approssimarsi dell’11 febbraio, tutte le occasioni che il Signore mi ha messo davanti per fermarmi e ascoltare la sua voce.
All’inizio ho presunto che si può camminare, viaggiare anche stando fermi, prima ancora che inventassero tablet e telefonini.
Quando 45 anni fa successe la prima volta che mi fermò la malattia, me la cavai alla grande, come in seguito scoprendo in me inesauribili risorse per non soccombere ai colpi inclementi della sorte che mi riportava immabcabilmente a fare i conti con i miei limiti, ricorrendo a interventi, tutori gessi di ogni tipo e per tutte le parti del corpo.
L’11 febbraio del 1998 un tamponamento mandò in frantumi con le lenti multifocali le mie speranze, le mie certezze, tutto.
Fui costretta a fermarmi di brutto allora e per sempre, perché a causa di quell’incidente mi fu tolta la possibilità di continuare a svolgere il mio lavoro d’insegnante.
Mi convertii il 5 gennaio dell 2000 quando entrai in una chiesa per cercare una sedia e trovai il Signore ad aspettarmi nella Sua Parola di vita.
Dall’ascolto nacque anche il desiderio di partecipare alla mensa eucaristica dove il poco viene benedetto, moltiplicato, distribuito.
Non so se sarebbe accaduta la stessa cosa se avessi avuto a disposizione un telefonino o un tablet con cui riempire il vuoto dei giorni.
Grazie a Dio il mio nulla ha veicolato il Suo Tutto e per questo lo lodo, lo benedico e lo ringrazio.
Prego per tutti quelli che non hanno tempo di fermarsi, per quelli che rimangono a digiuno rincorrendo sogni, fantasie e desideri il cui appagamento dà soddisfazioni effimere e spesso delusioni cocenti.
Maria operi oggi e sempre perchè attraverso di lei ci venga il desiderio di sintonizzarci sulle frequenze dell’amore di Dio, in Lui trovando pace, gioia e vita senza fine.

“ Ne ebbe compassione” (Mc 1,41)

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Lebbra
“ Ne ebbe compassione” (Mc 1,41)
Nella vita di ogni credente c’è un prima, un tempo in cui la nostra identità, la nostra dignità dipende dall’osservanza di una legge imposta dal di fuori, una legge che ci rende schiavi della paura.
”L’inflessibile giudice delle nostre inadempienze” è venuto a tenderci la mano, a toccarci e a dirci:
“Non temere, sono io, sono qui. Sono stato dovunque sei andato.
Non ho avuto paura di te, della lebbra che ti impediva di riconoscermi in quei precetti che ti sembravano insensati e incomprensibili.
Sono venuto a toglierti la paura.
Ho lasciato il cielo e sono sceso.
Ho bussato alla tua porta come un mendicante e ho atteso che mi aprissi il tuo cuore.
Lo volevo riempire di tutto l’amore che da sempre io nutro per te.
Non potevo vederti ridotto così.
Tu, mio figlio.
Ho avuto compassione della tua infermità e mi sono spostato, perchè tu potessi capire quanto vali per me.
Da oggi in poi sei una creatura nuova.
L’unica lebbra di cui dovrai avere paura è quella che ti porta a vivere con vergogna la tua inadeguatezza.
Non escluderti, per paura del giudizio, dalla possibilità di lasciarti guardare e curare da me.
Le regole, i precetti che tanto ti pesavano, si trasformeranno, come per incanto, in libertà per accogliere e vivere l’Amore che salva.”

COMPASSIONE

” Il Signore fu preso da grande compassione” (Lc 7,13)

La compassione è virtù divina, è lasciarsi toccare, penetrare fin nelle più profonde viscere dal seme della vita, è un anelito che sfocia nella vita di un’altra persona che ti entra dentro attraverso questo sentimento di luce e che poi esce fuori da te formato e vitale, miracolo di Dio che ogni volta ci sorprende con i fiori che continua a far spuntare nel nostro giardino.
Ho pensato a quante donne hanno la grazia di poter dare vita ad un bambino, e non sono consapevoli del miracolo di cui si fanno strumento e segno.
Oggi la liturgia ci fa assistere a due funerali, quelli a cui mai vorremmo partecipare, perché quando una madre perde un figlio non ci sono parole che consolano, presenze che attenuano la pena, a meno che non sia quella di nostro Signore che ci risuscita ogni volta che andiamo dietro ad una bara, ogni volta che ci portiamo in chiesa il nostro bagaglio di morte, i nostri fallimenti, il nostro orgoglio, le nostre divisioni, la nostra incapacità di commuoverci e perdonare.
Gesù ci aspetta anche oggi nella mensa eucaristica per darci ciò che ci serve per rialzarci, camminare spediti, per annunciare che eterna è la sua misericordia.
Ci sono morti chiusi in casse di legno e morti che camminano, morti di cui incrociamo lo sguardo triste, sconsolato, arrabbiato, sfiduciato, morti con gli occhi spenti, che da noi aspettano la resurrezione e la vita.
Ma che possiamo fare noi, poveri cristi, con tutti i problemi che ci affliggono a questa gente, tanti, troppi in verità, che ha perso la gioia di vivere isolandosi dal mondo, tagliando la rete di comunicazioni vitali per evitare il peggio?
Sono arrabbiati con gli uomini e con Dio queste persone che dimorano nei cimiteri.
Sicuramente se in chiesa ci vanno, non trovano quello che vogliono, non cercano quello che c’è, arrivano in ritardo e saltano la parte iniziale, la più importante, quella in cui si chiede perdono a Dio e ai fratelli per i propri peccati.
Perché la messa non è valida, ma meglio dire non porta frutto, se arrivi in ritardo e ne perdi un pezzo.
Contrariamente a quanto ci avevano fatto credere, che il precetto era assolto e non facevi peccato, se arrivavi prima che si scoprisse il calice.
Dicevo della messa e dei funerali.
“Annunciamo la tua morte o Signore e proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta” lo dice il sacerdote insieme all’assemblea dopo la consacrazione.
In ogni celebrazione eucaristica ci confrontiamo con la morte, anche se non c’è un carro funebre.
Ma il Signore ha compassione di noi, del nostro pianto dietro le bare in cui abbiamo rinchiuso le cose inutili che ci sono venute a mancare.
Ci fa sedere e non ci chiede cosa ci manca ma cosa abbiamo. E’ quello che dobbiamo offrire, mettere nelle sue mani perché lo benedica.
Si può benedire la morte, la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia, la solitudine?
Sembra impossibile, ma se lo fa Dio,( ci ha salvato attraverso il suo sacrifici), ci renderà capaci di fare altrettanto se mettiamo in comune quel poco che abbiamo, provando compassione per chi ha la morte nel cuore.
La chiesa anche durante funerali si trasformerà in una straordinaria festa di nozze dove da invitati scopriamo di essere i festeggiati, i risorti, sposi di Cristo che non smette mai di farci proposte d’amore. .

Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori

“Il padrone ebbe compassione di quel servo”(Mt 18,27)
La parabola di oggi non fa una grinza perchè è normale indignarsi per chi si comporta come il personaggio del vangelo, ingrato e irriconoscente.perdono
Ci indigna il suo comportamento a tal punto che quasi godiamo della pena che poi deve scontare.
Ma un conto è leggere una storia e un conto è viverla. Questa parabola raccontata da Gesù ci interpella direttamente perchè noi non siamo da meno del servo spietato che pretendiamo comprensione, aiuto dagli altri quando siamo in difficoltà ma lo neghiamo a chi ci chiede o chi ha bisogno del nostro aiuto.
Pronti sempre a emettere giudizi impietosi, non sopportiamo le critiche di chicchessia, di fatto mettendoci sopra un piedistallo.
E’ come se a sbagliare fossero solo gli altri con piena avvertenza e deliberato consenso, ma per noi troviamo sempre delle attenuanti e ci assolviamo da soli.
Le parole del Padre nostro parlano chiaro e se preghiamo come ci ha insegnato Gesù non possiamo non farle nostre.
“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, parole che mi sono sempre sembrate un ricatto da parte di Dio, perchè è normale che noi non sappiamo perdonare come fa Lui.
Ieri, a proposito della necessità di correggere il fratello che sbaglia mi ha colpito lo scopo della correzione fraterna. ” Avrai guadagnato un fratello”
Ma perchè dovrebbe importarci così tanto la salvezza di un nostro fratello? Non è forse Dio che se ne dovrebbe preoccupare?
Ma il dono del Battesimo è l’amore di Dio, la carità, un dono che non va messo nel cassetto ma lucrato.
Vale a dire che avviene come tutte le cose utili, belle e buone: se le adoperiamo ne abbiamo un vantaggio, ci servono, altrimenti s’impolverano, vanno a finire nel fondo di un cassetto o in cantina o in discarica.
Non possiamo pensare che Dio ci faccia regali inutili, perchè è Padre, Lui ci ha creati e sa di cosa abbiamo bisogno.
In genere i regali del battesimo hanno vita corta ad eccezione, se c’è qualcuno che ancora lo fa di qualche oggettino d’oro, una medaglietta sacra che facciamo fondere o ci rivendiamo alla prima occasione.
Dio fa regali che durano tutta la vita come la fede e la speranza e per l’eternità come l’amore altrimenti detta “carità”.
Sono le tre virtù teologali che ci assicurano una vita sana e felice da tutti i punti di vista.
Ma cos’è l’amore? Qualcosa che si dà e si riceve.
Si ama come si è stati amati e Dio lo sa quanto ingannevoli e a termine siano gli amori del mondo.
L’amore è come l’acqua del serbatoio, più ne eroghi, più ti pulisci e assolvi alla funzione per cui sei stato creato.
Siamo canali, serbatoi di un amore che non si misura, per questo non ce lo possiamo tenere per noi…rischieremmo il corto circuito, la paralisi.
Guadagnare un fratello è dargli l’acqua che gli serve per non morire. Quando in un bosco ombroso cominciano a seccare le piante, non ci si sta più bene e bisogna cambiare il luogo del tuo riposo.
La desertificazione di tante aree del pianeta deriva proprio dall’insana cupidigia degli uomini che hanno abbattuto foreste per farci altro in maniera dissennata.
Ecco perchè non possiamo lesinare la nostra acqua, il nostro amore, il nostro perdono.
Siamo tutti figli di un unico Padre e fratelli in Gesù capo del Corpo mistico. Se un membro cessa di funzionare tutto il corpo ne risente.
Oggi voglio meditare sulla mia capacità di fare agli altri quello che Dio ha fatto e continua a fare per me.
 

I VERBI DELL’AMORE .

Image for Casa di Betania

(Lc 10, 30-35) «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’ albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.

I verbi dell’amore di Dio

lo vide
ne ebbe compassione.
gli si fece vicino,
gli fasciò le ferite,
vi versò olio e vino
lo caricò sulla sua cavalcatura,
lo portò in un albergo
si prese cura di lui.
lo affidò all’albergatore, perchè ne avesse cura, pagando in anticipo
Ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno.

Ciò che mi sconvolge oggi, leggendo questo passo del Vangelo, non è tanto quello che io sono chiamata a fare per entrare nel regno dei cieli, ma quanto il Signore ha fatto per me.
Le parole del Salmo 8 ben esprimono il sentimento che provo di inadeguatezza, di limite, di indegnità di fronte a Dio che mi ha creato.
“Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?“
Chi sono io Signore per attirare la tua attenzione, per mettere in pericolo la tua stessa vita, pur di salvarmi?
”Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato. Tutto hai messo ai suoi piedi”
Signore Gesù, fa che mai dimentichi queste parole, specie quando la mia vita mi sembra inutile, insensata, pericolosa, quando mi sento attaccata da ogni parte, quando nel deserto vedo solo volteggiare nel silenzio gli avvoltoi.
E’ bello, quando ci travolgono le tempeste e ci sentiamo inadeguati a fronteggiarle e a ripararne i danni, ascoltare la tua Parola, che è Parola di speranza, parola di vita.
Tu hai pagato per me fino all’ultimo spicciolo, mi hai affidato alla Chiesa perchè continuasse a prendersi cura di me fino al tuo ritorno…
Grazie Signore della Tua Parola, grazie dell’Eucaristia, grazie del tuo Spirito effuso su tutta la Chiesa perchè impariamo a prenderci cura gli uni degli altri senza passare oltre.