Pane

“Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,58).
Nel giro di pochi giorni ci si ripresenta questa pagina del Vangelo dove si parla di un pane che fa vivere in eterno.
Non è un caso, penso, visto che il problema più grande dell’uomo è quello di nutrirsi per non morire di fame.
E di affamati ce ne sono milioni, tanti di più di quelli che riportano le stime ufficiali.
Il mondo è diviso in due, da una parte i ricchi, quelli che possono scegliersi il pane da mangiare o anche di sostituirlo con qualcosa di più sofisticato e i poveri che sono in aumento e che premono alle nostre frontiere, cercando le briciole che cadono dalla nostra tavola.
Il ricordo più bello di quando ero piccola, appena finita la guerra, era il sapore, il profumo del pane che raffermo o fresco era sempre un lusso, un godimento.
Con quello raffermo ci facevamo la colazione al mattino, tagliato con pazienza ed amore a quadrettini e messo al centro del tavolo dove ci riunivamo per cominciare la giornata con un segno di comunione.
Raffermo era anche il pane bagnato nell’acqua che mamma condiva con l’olio e con il pomodoro a merenda.
Ed era un lusso.
Fresco lo mangiavamo di rado, perchè il pane si faceva in casa e doveva durare almeno una settimana.
A noi bambini piaceva tanto il pane del forno e, quando le finanze lo permettevano, divoravamo gli sfilatini litigandoci la parte iniziale o finale che era la più croccante.
Cibo da ricchi, raro sulla nostra tavola.
Di quando ero bambina non ricordo la bontà del companatico, ma la fame che solo il pane mangiato lentamente mi toglieva.
Gesù ci invita a riflettere con questo passo del vangelo sulla nostra storia e sul cibo che che ci ha veramente saziato.
Se penso al pane razionato di quando ero piccola l’immagine è quella di una famiglia riunita attorno ad un tavolo, di una madre e di un padre che si preoccupavano di darlo a noi figli.
Poi sono diventata grande e autosufficiente.
Ho scoperto che esistono tanti tipi di pane, quando andai a Bologna per studiare.
Non aveva lo stesso sapore di quello che tagliava mio padre, ma ciò che mancava a quel pane era la condivisione che aveva contraddistinto tutti i momenti importanti della mia vita in famiglia.
Ho scoperto che al bar si può scegliere ciò che più ti piace e, pagando, puoi soddisfare il palato con il dolce o il salato, magari con un amico che incontri e con il quale stai bene, ma con cui non condividi l’intimità della tua casa.
A quei tempi non sapevo cosa fosse l’Eucaristia, nè partecipavo alla messa se non per matrimoni e funerali, dopo un’overdose di messe e preghiere per 16 anni in un convento di suore, dove ho compiuto gli studi.
Oggi penso a cosa ho perso, a quanto tempo ho passato cibandomi di ciò che mi ha avvelenato il fegato, lo stomaco, l’intestino, i nervi, i muscoli e tutto il resto.
Adesso sono alle prese con l’ennesima limitazione.
Adesso si fa per dire, perchè è da tanto che combatto con le intolleranze che mi provocano certi cibi e che mi costringono a dei sacrifici, a delle rinunce a volte intollerabili.
I miei peccati di gola li sto pagando tutti, e non solo i miei, ma anche quelli di chi mi ha preceduto.
Mi sono stati proibiti i lieviti e non solo.
La cosa mi ha molto indispettita, ma poi ho pensato a quell’ostia bianca che ogni giorno il Signore mi permette di prendere, pane azzimo, pane a cui Lui dà il lievito, pane che lui moltiplica dopo averlo benedetto.
L’Eucaristia è un’occasione straordinaria per ritrovare le nostre radici comuni, le nostre abitudini famigliari di quando facevamo la fame, è un incontro di persone che mettono a disposizione quello che hanno, il limite, la fragilità, la fame, e chiedono a Dio di benedirlo e di farlo cibo che nutre e che dura in eterno.
La condivisione è essenziale come anche la benedizione.
Siamo capaci di benedire ciò che ci manca?
Siamo capaci di vedere in ciò che ci manca l’intervento, la provvidenza di Dio?
Siamo capaci di offrire al povero all’affamato non quello che ci avanza, ma quello che ci serve?
Siamo capaci di spezzare in piccolissimi pezzi il nostro corpo perchè diventi corpo di Cristo?
Questa mattina voglio meditare e fare mia questa Parola.
Dio mi basta?
O cerco altrove di che sfamarmi?

” Ne mangeranno e ne faranno avanzare” (2Re 4,43)

L'immagine può contenere: una o più persone
” Ne mangeranno e ne faranno avanzare” (2Re 4,43)
Molto spesso Signore ci alziamo da tavola sazi, colmi, nauseati di cibo che questa civiltà consumistica ci propone in tutte le salse, in tutte le sue mistificazioni.
Un tempo, quando eravamo poveri davvero, non era così.
Ci mancava sempre qualcosa e il nostro pensiero, alzati da tavola, era che arrivasse presto la sera per sederci e riempire lo stomaco.
Molti oggi fanno l’esperienza del digiuno, perchè la fame nel mondo e nelle case esiste, eccome! ma noi stiamo alla larga dai poveri, e ci teniamo stretto quel poco o quel tanto che abbiamo con la scusa che a malapena basta per noi, per i nostri figli, per la nostra vecchiaia.
Facciamo fatica a pensare, noi che abbiamo una modesta ma sicura pensione, che sarebbe giusto e opportuno privarci di qualche cosa per persone che neanche conosciamo, fatta eccezione delle grandi catastrofi che con un SMS ti metti a posto la coscienza.
Un giorno Giovanni mi chiese chi erano i poveri e dove poteva trovarli.
Mi ha lasciato spiazzata, perchè in effetti nella nostra cerchia di parenti ed amici non c’è nessuno che muore di fame, nonostante la crisi.
Se si eccettuano i questuanti davanti alle chiese, ai supermercati e ai semafori, per me che mi sposto solo su ruote o rotelle, non saprei come incontrare e far del bene ad un povero.
Ricordo con nostalgia il tempo in cui non avevamo problemi a tenere aperta la porta di casa e la naturalezza con cui mamma condivideva con il povero di turno il nostro pasto frugale, coinvolgendoci tutti in quella azione del tutto naturale che noi vivevamo come una festa.
A Giovanni, non potendo farglieli vedere dal vivo, ho cercato su Internet le foto di bambini denutriti, con la pelle attaccata alle ossa, la pancia gonfia, la faccia piena di insetti anche loro in cerca di cibo.
Ma le foto anche se ti commuovono, non ti fanno cambiare posizione, perchè quella gente è lontana e chi la conosce e come raggiungerla?
Se ti avanza un po’ di minestra o un pezzo di pane non puoi certo organizzare un volo per portarli a destinazione per chi ne ha bisogno.
Così la televisione i giornali ci fanno sentire la povertà come problema a cui non possiamo noi porre rimedio, problemi dei grandi, degli stati, dei governanti, dei magnati di turno.
Certo è che il miracolo della moltiplicazione dei pani non è un invenzione dei 4 evangelisti e San Giovanni addirittura, a differenza degli altri, ne ricorda due.
San Giovanni è quello che descrive poco i miracoli e, se questo ce lo ripete due volte avrà avuto i suoi buoni motivi.
Non dimentichiamo che è vissuto alla scuola di Maria, una volta che il Maestro Gesù è tornato in cielo e Maria, come tutte le mamme e le nonne ripetono spesso i fatti salienti della vita di chi ha lasciato un segno nel loro cuore.
Dunque oggi San Giovanni ci dà la sua versione dei fatti.
Gesù sale sulla montagna, vuole rimanere solo con i suoi discepoli, è stanco, umanamente comprensibile dopo tanto camminare, parlare, agire.
Ma la sosta è breve, perchè la folla ha fame e sete di Lui e lo raggiunge.
Gesù si chiede (è vero uomo non dimentichiamolo), dove poter andare a comprare il pane per una folla così numerosa.
Chiede dove, non si pone il problema con quali soldi.
Gesù cerca il luogo dove è nascosto il tesoro.
Già perchè ognuno di noi ha un tesoro nascosto di cui magari non è neanche consapevole, oppure lo sa e se lo vuole tenere tutto per sè.
Ai discepoli il compito di far venire alla luce ciò che è nascosto e che passa inosservato.
Quante cose abbiamo a cui non diamo importanza, perchè sono scontate, perchè sono nostre, perchè non c’è nessuno che ce le faccia vedere.
Gesù ha bisogno di luoghi dove trovare il pane, il cibo da dare alle folle affamate, ha bisogno di discepoli che comincino a svuotare le proprie tasche ad aprire le loro borse, a dare il buon esempio perchè altri siano portati a fare comunione, a mettere in comune quello che hanno.
Gesù benedice quel poco che durante la celebrazione eucaristica riusciamo ad offrirgli, se ci riusciamo, tra caldo, sbadigli e fretta di tornarsene a casa o al mare o in montagna per chi è in vacanza.
Noi da tempo non andiamo in vacanza per cui dalla televisione apprendiamo che si sono accorciate un po’ per tutti, ma questo non significa che non riusciamo a gustare più e meglio quel pane e quel pesce che ogni giorno il Signore moltiplica per noi e siamo contenti.
In fondo la vacanza è un vivere la mancanza di qualcosa per apprezzare più e meglio ciò che qui e ora Dio ci sta donando.
Il luogo dove trovo il pane è su questo terrazzo a cui il vento ha divelto il tendone, assolato il pomeriggio, straordinariamente fresco e accogliente nelle prime ore del mattino, un terrazzo che sembrava non servisse più a nessuno perchè i bambini si sono fatti grandi e usano il loro che è più bello, più grande e costruito da poco per allargare la loro casa.
Chi l’avrebbe detto che questo era il luogo che Gesù cercava per donarmi la Sua Parola?
Penso a quello che oggi gli avrei offerto.
Mi è venuto in mente tutto ciò che non amo e che non benedico: persone, malattie, ostacoli, sacrifici, rifiuti, povertà, ricalcoli.
Nella lettera agli Efesini (Ef 4,1-6) San Paolo oggi ci dice:
“Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.”
Il miracolo della moltiplicazione dei pani allora può essere possibile e rinnovabile ogni volta che al Signore diamo da benedire ciò che noi non siamo capaci di fare, di apprezzare, di riconoscere come dono.
Gesù cambia la maledizione in una benedizione e i primi a beneficiarne siamo noi che possiamo gratuitamente e spontaneamente condividere con gli altri ciò che abbiamo.

Festa della Santissima Trinità di Dio

(Mt 28,19-20)
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Il Vangelo di oggi, festa della Trinità è il testamento di Gesù che, da un lato ci consegna, ci lascia il suo Spirito, l’eredità, dall’altro ci dice come impiegarla.
L’andare, il battezzare, l’insegnare quello che ci ha detto Gesù, senza lo Spirito è cosa impossibile, ma anche inconcepibile.
Quando un genitore muore, auspica che ciò che lascia ai suoi figli sia usato bene, serva per farli stare bene.
Quelli che non lasciano niente, spesso sono i più ricordati, perché i beni materiali sono fonte di liti e di sconvolgimenti nelle famiglie.
Un’eredità, quella di Gesù, da non poter tenere per sé, un’eredità da portare a chi non ha avuto modo di vivere nella casa paterna.
Gesù vuole che tutti rientrino in possesso di ciò che è stato assegnato all’uomo dall’inizio.
Nella mente di Dio l’uomo era il beneficiario di tutto quanto egli possedeva, partecipe di tutto quello che aveva.
Ma l’uomo ha rifiutato quel bene perché lo impegnava a rispettare regole scomode, utili però a tutelarlo e a tutelare tutti gli altri che di quel bene avrebbero potuto e dovuto godere.
Per questo Gesù è venuto: per ripristinare l’ordine, per riportare la situazione nella condizione iniziale, originaria, attraverso il Battesimo, la rinascita dall’alto.
Lo scopo che si prefigge Gesù è quello di far rientrare gli uomini nella casa del Padre, per renderli partecipi della comunione trinitaria dalla quale l’uomo con il peccato originale si è allontanato.
Il Battesimo è opera della Trinità.
Nel Battesimo c’è il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo.
L’uomo è stato fatto a immagine somiglianza di Dio.
Con il peccato lo specchio si è sporcato e non riflette più l’immagine di Dio, perchè si è allontanato dalla fonte della luce.
Così oggi, festa della Trinità, ricordiamo il peccato originale attraverso le parole di San Paolo quando dice che siamo diventati figli attraverso lo Spirito di Dio, figli adottivi, che come figli naturali hanno diritto all’eredità e possono chiamare il padre “Abbà”.
Tutto ciò è avvenuto grazie al sacrificio di Gesù, al dono del Figlio perché diventassimo figli.
Le eredità spesso sono fonte di grande tribolazione in questo mondo.
Ne sanno qualcosa quelli che malauguratamente, dico io, si sono trovati a combattere con altri eredi, in genere fratelli, per spartirsi il bottino.
L’uomo purtroppo, per quanto riguarda ciò che Dio ci ha lasciato non capisce che la lotta, il conflitto, non porta niente di buono.
Infatti se l’eredità é vivere in Dio, solo condividendola con gli altri si può goderla appieno.
Perché in Dio non ci siamo solo noi.
Nella sua casa ci sono tutti i suoi figli e non possiamo pensare di escluderne qualcuno per nostro esclusivo interesse.
L’amore di Dio è infinito e per quanti sforzi si faccia, se vuoi dividerlo,sempre infinito rimane.
Dio è padre e dà a tutti secondo il bisogno. Di cosa dobbiamo preoccuparci?
Se rispettiamo le regole, l’eredità potremo goderla appieno, altrimenti ne saremo estromessi una volta per sempre.
Nella Trinità non c’è competizione come quando ci sono le elezioni o quando si deve formare un governo.
Ogni Persona rimanda ad un’altra Persona, nessuna rimanda a se stessa.
La pubblicità non la dà un manifesto, ma la capacità di andare d’accordo, di conciliare, promuovere le diversità perchè diventino risorsa e ricchezza.
Il mondo dovrebbe imparare dal Vangelo come si fanno le campagne elettorali e come si governa.
Il problema è che a nessuno piace salire sulla croce.
Ma se l’uomo si ferma alla croce non è abitato dallo Spirito.
Solo lo Spirito può dire che il Signore è con noi per tutti i giorni della nostra vita fino alla fine del mondo.
Dio non è morto, ma è risorto e continua ad operare nella storia per realizzare il suo progetto di amore attraverso lo Spirito.
Ognuno oggi si deve sentire candidato a portare pace, gioia, serenità, giustizia al mondo, anche se nessuno lo vota.
Dio ha investito su di noi, ha distribuito i volantini dove l’immagine sua campeggia su una faccia, e dall’altra c’è la foto di ogni uomo..
È tempo non di votare l’uomo ma di votarsi all’uomo, perché questa è l’unica strada per accedere al regno di Dio che rimette a posto le cose come erano state pensate all’inizio.
Dio è famiglia, è comunione, unità di pensiero, di parola, di azione.
L’unità è data dalla convergenza del pensiero, della parola e dell’azione conseguente.
L’unità non la dà la vicinanza, il luogo in cui si abita, la vicinanza, non dipende dallo spazio e dal tempo che in Dio non esiste.
Lo spazio e il tempo finito dividono gli uomini.
Spazio e tempo infiniti non creano problemi all’interno della relazione trinitaria.
Gesù il figlio di Dio, ha accettato di calarsi nel tempo e nello spazio finito per trasformarlo nel tempo e nello spazio infinito, facendoci entrare nell’ottavo giorno.
Il kàiros, tempo di Dio ha soppiantato il krònos, tempo dell’uomo.
Perché questo accada bisogna morire, offrire se stessi, donarsi totalmente a Dio e agli uomini per poter entrare nella pace e nella gioia senza tramonto.

Meditazione sulla liturgia di

domenica della XXVIII settimana del TO anno A
“Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”(Mt 22,9)
Così è scritto sul foglietto del calendario liturgico appeso sul comodino.
Un tempo partivo sempre dalla parola che vi leggevo, la prima su cui al risveglio avevo deciso di posare gli occhi e la mente.
Ed era bello constatare, attraverso le associazioni di idee, i pensieri, le riflessioni, i ricordi supportati dal tuo Spirito, che quella parola era per me, rivolta a me, anche quando a prima vista non sembrava.
Poi ho smesso, perché le letture che si ripropongono durante l’arco dell’anno, sono le stesse e mi sembra che nonabbiano niente di nuovo da dirmi.
“Dio mi parla, Dio è qui, Dio non mi lascia mai sola “, mi dicevo, perché immancabilmente scoprivo nella Parola un nesso, una connessione con la mia vita e crescevo nella fede.
Oggi è come se avessi gli occhi appannati, il cuore indurito, la mente non più tanto agile come accade ai vecchi che dimenticano spesso quello che stanno vivendo o facendo e sono bravi solo a ricordare il passato.
Il presente è sempre nebuloso per gli anziani, come se avessero perso la capacità di vivere il qui e ora.
Così questa mattina la tua parola Signore, mi proietta su quanto per me è stato importante scoprire: che la messa è un invito a nozze e che l’abito necessario per parteciparvi è la consapevolezza di quanto tu sei grande e quanto noi siamo immeritevoli, consapevoli della distanza, consapevoli della grazia, consapevoli di non meritare tutto quello che tu ci dai.
Ho letto da qualche parte che la vita è un invito a nozze, continuo, non solo la domenica, ma anche ogni giorno, ogni minuto.
Ci chiami a mangiare il tuo corpo e a bere il tuo sangue, a fare tutto quello che tu hai fatto perché fosse per noi un memoriale vale a dire attuazione di ciò che accadde sulla croce..
“Mangiatene e bevetene tutti… Fate questo in memoria di me… “
La notte in cui fosti tradito, la notte più terribile, più angosciosa, la notte in cui al peso dei nostri peccati, alla condanna immeritata che ti si prospettava, alla solitudine a cui ti hanno lasciato i tuoi amici più intimi, in quella notte tu ci ha invitato a nozze, al banchetto di grasse vivande, di cibi succulenti, la notte in cui fosti tradito hai dato il tuo corpo, il tuo sangue, tutto te stesso, e non ci ha invitati ad essere spettatori delle tue nozze ma ad unirci nel corpo oltre che nello spirito a te.
Scoprire che non siamo invitati ma sposi del Figlio ci coglie impreparati, ci riempie il cuore di gratitudine, di grazia incommensurabile, perché ad una festa di nozze se gli invitati godono del banchetto, lo sposo e la sposa sono quelli che realizzano la loro tensione all’unità, il loro amore in tutte le sue componenti.
Tu Signore chiami tutti alla festa della vita e pian piano ci conduci sull’alto monte e progressivamente ci istruisci e ci farai assaggiare a piccoli sorsi il vino buono e, dopo che è finito, un altro ancora migliore, trasformando l’acqua in vino perché la festa duri e il tempo si fermi nella gioia dell’incontro con te.
Perché alla fine della festa ci vieni a chiamare e ci porti in disparte e ci rivolgi parole d’amore e ci sollevi alla tua altezza e lontano da occhi indiscreti ti doni totalmente a chi ha accettato l’invito e ha apprezzato i tuoi doni e ne è riconoscente nella misura in cui la povertà, la malattia, l’emarginazione sociale avevano decretato la fine della sua funzione su questa terra.
Tu così hai fatto con me e penso che questo accada a tutti quelli che ti cercano con cuore sincero.
Io ti amo Signore, mio Dio e mio redentore, mia roccia, mio Salvatore, ti adoro, mi prostro davanti ai tuoi piedi e ti rendo grazie per tanta tenerezza, mentre dal cuore trafitto sgorga l’acqua viva.
Signore questa mattina mi sono svegliata un po’ arrabbiata, triste perché la malattia, il dolore non mi dà pace il banchetto a cui tu mi chiami è sempre da me bene accetto, man mano che diminuiscono le chances di poter partecipare a quelli del mondo.
Il cibo è stato sempre il mio amico-nemico, amico perché, attraverso di esso, qualunque esso fosse, colmavo il vuoto che sentivo abissale dentro di me, la solitudine, la mancanza di relazioni, l’anaffettività che mi stavano distruggendo.
Mi sono ammalata a quanto pare a causa di ciò che ho ingerito: tutte le malattie che oggi ho, dipendono dalle cose che ho mangiato e che mi hanno avvelenato.
Ricordo il cibo ma non la mano che me lo porgeva, la parola che lo accompagnava, un cibo mangiato in silenzio, di nascosto, spesso un cibo che non mi saziava, mi lasciava inappagata.
Signore non ti conoscevo e ho sofferto come una bestia per quel cibo che per me era sempre insufficiente, troppo poco, cattivo, specie quello che preparava mia madre di corsa.
A Bologna città di dei miei studi a casa degli zii che mi ospitavano alla pari, di cibo ne avevo quanto ne volevo, ma anche lì era un cibo rubato, pagato a caro prezzo.
Oggi che ti ho incontrato, conosciuto, sono ancora a combattere con il cibo materiale perché ci sono troppe buone cose che si possono mangiare, che potrei preparare o comprare già fatte, ma mi fanno male.
Ogni giorno devo fare i conti con le conseguenze nefaste di un cibo che per un motivo per un altro mi intossica.
Solo il tuo cibo Signore mi fa stare bene, ma ci sono momenti e questo è uno, in cui vorrei vivere una vita più spensierata una vita non così strettamente dipendente da quello che mangio.
Sono stanca Signore di occuparmi della mia salute fisica, di come muovermi, quando muovermi, con chi… stanca di sentire la continua frustrazione di non poter più godere delle cose belle buone che la vita ci pone davanti.
Sento una continua limitazione associata a dolore per tutte le cose con tempo mi facevano anche distrarre oltre che divertire e sentirmi viva.
Gli amici, le persone care se ne sono andate.
Sono rimasta sola, ma è più giusto dire che mi sento sola Signore.
Non mi basta la tua grazia e ti chiedo perdono
Mi piacerebbe che il mio sposo fosse più loquace,mi piacerebbe condividere gioie dolori con lui, senza dover pagare un prezzo così alto.
Mi piacerebbe Signore poter programmare un banchetto con la famiglia di mio figlio come un tempo, senza la paura di soccombere alla fatica, con la certezza che non starò male.
Mi piacerebbe Signore non sentire il peso di questa vita che si svolge su questo treno di sofferenza.
Dacci oggi il tuo pane quotidiano, Signore e donami di rendere appetibile qualsiasi altro ingrediente, uniitoto ad esso.

Collaborazione

Meditazione sulla liturgia

 di venerdì della VII settimana di Pasqua
” Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno”(At 25,18)
La croce è il prezzo dell’amore, il prezzo della salvezza nostra e delle persone a noi affidate.
Paolo, folgorato sulla via di Damasco, non si arrestò di fronte agli ostacoli, alle persecuzioni che accompagnarono la sua testimonianza fino alla morte.
L’apostolo delle genti ha dimostrato con la sua vita quanto lo Spirito di Dio renda capaci di essere testimoni dell’amore fino a dare la vita per gli altri, come quelli che scelse per primo, tranne Giuda, il traditore.
Giovanni non sembra che sia stato ucciso, ma noi sappiamo che a volte la morte è un guadagno quando la vita ci consegna una croce pesante e il monte del calvario sembra non avere mai fine.
Oggi penso a Pietro, alla domanda che Gesù gli rivolge ” Mi ami tu?” e al mandato che gli affida di pascere, dar da mangiare, far vivere il suo gregge.
Gesù ci dà il mandato indipendentemente dalla nostra capacità di amarlo, sarà lo Spirito Santo che ci allargherà il cuore come a Pietro, come ad ognuno di noi cui affida il compito, con il Battesimo di dare vita al suo gregge, darsi come cibo, diventare pane spezzato, sangue versato per i nostri fratelli.
Ci chiede di collaborare Gesù alla salvezza del mondo, come in una famiglia ognuno fa quello che può e sa fare a seconda dell’età delle forze e dell’esperienza, a seconda anche della docilità a farsi insegnare da ne chi sa di più e ne ha fatto esperienza per primo.
A chi è chiesto molto, a chi meno.
Perchè?
Quando ero piccola mi piaceva lavare i piatti, era un divertimento, specie quando ci mettevamo su uno sgabelo io e mio fratello a giocare con la schiuma del detersivo, facendo un pantano che poi mamma doveva asciugare.
Ma noi eravamo convinti di dare una mano e non ci ponevamo tanti problemi.
Mamma ci guardava benevola, contenta di vederci accordati nel desiderio di essere d’aiuto.
Poi, quando divenne più grande l’ultima nata, cominciarono i turni e il piacere divenne un impegno, un’imposizione, un dovere. Litigavamo sempre per ciò che spettava fare all’una o all’altra, mio fratello era fuori discussione essendo maschio, e ci siamo persi così gli anni migliori, nemiche fin dal grembo materno.
Perché questa sorella, nascendo mi aveva tolto il posto che occupavo fino a quel momento nella casa, nella priorità delle attenzioni di mamma, papà, dei nonni, essendosi ammalata poco dopo la nascita di una grave malattia che concentrò le cure della famiglia tutte su di lei.
L’amore, la gratuità senza mugugni furono soppiantati dal latte inquinato dall’invidia, dal desiderio di prevalere, dalla divisione che provoca l’avere, il possedere di più.
Gesù oggi ci chiede di amarlo così come siamo capaci e di lasciarci guidare da Lui per aumentare la nostra capacità di rispondere sì a qualunque cosa ci chieda.
“Che siano una cosa sola con noi”, chiede al Padre prima di congedarsi dai suoi discepoli, e anche quelli che crederanno alle loro parole saranno beneficiari del suo perdono, dela Sua grazia.
Così oggi voglio chiedere perdono a Gesù per tutte le volte che ho litigato con mia sorella, per tutte le volte che mia madre, mia nonna e tutti i miei antenati non hanno fatto comunione, non hanno gratuitamente dato, non hanno collaborato alla giustizia, alla verità, alla bellezza e alla pace che viene solo da Lui.
Voglio chiedere perdono per tutte le maldicenze, i giudizi e i pregiudizi di cui io mi sono resa colpevole e di tutte le modalità colpevoli che ho ereditato, modalità che hanno portato alla divisione, alla rottura, alla condanna a morte del proprio fratello.
Quanto poco amore Signore c’è nella mia storia, quanto poco amore ho dato al mio sposo, alla mia nuova famiglia prima di conoscerti!
Ma noi sappiamo, crediamo che il nostro piccolo pezzo di legno, il braccio inaridito di creature focomelicche tu lo trasformerai in potenza e grazia, segno del tuo infinito amore, abbraccio sublime, eterno di cui ci renderai capaci.
Grazie Signore per il tuo sì al Padre.
Grazie Maria per il tuo sì allo Spirito di Dio.

Emmaus

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

“Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro ” (Lc 24,15)

Quando le parole non bastano, specialmente quelle scritte dalla tua mano, quando non basta che sei venuto a spiegarcele con la tua vita e a testimoniarne la verità con la tua morte, quando non basta tutto questo per riconoscerti nel compagno di viaggio che parla con noi , quando siamo tristi e smarriti perché pensiamo che te ne sei andato per sempre, nella maniera più atroce, triste e dolorosa e ci hai lasciati irrimediabilmente soli, senza speranza, ti prego, fermati a mangiare con noi.

La sera , il buio fa più paura, se tu non ci sei, rimani con noi, riposati un po’ , prima di riprendere il viaggio attraverso le strade del mondo.

Signore, resta con noi che non ancora riusciamo a capirti, non ancora riusciamo a capacitarci che sei andato a morire. Signore, resta con noi ancora un poco, forse il miracolo di vederti risorto anche noi potremo vederlo, se ci aprirai gli occhi al tuo folgorante mistero.

Torna a spezzare quel pane che la sera prima di morire distribuisti ai tuoi discepoli , invitandoli a fare altrettanto, in memoria di te, perché tutti ne avessimo sempre, 

Fatti conoscere nella quotidianità di un gesto così tanto familiare, non capito, dimenticato, quando solennemente lo benedicesti, perchè non rimanessimo mai senza di te, mai ci sentissimo soli, mai pensassimo che te ne eri andato per sempre.

Ti voglio incontrare, Signore nel pane spezzato, un gesto che non abbiamo capito abbastanza, ti vogliamo, Signore, riconoscere nella semplicità di ciò che tu hai trasformato in segno indelebile di Te che sei il Cristo morto e risorto per noi.

Vogliamo, Signore, incontrarti e abbracciati per sempre, sicuri che non te ne andrai, convinti che quand’anche fosse, hai dato ai tuoi ministri il potere di renderti vivo e presente nell’Eucaristia.

A torto abbiamo pensato che ci avevi illusi, dicendo che saresti stato sempre con noi, sbagliavamo quando ti abbiamo visto morire e non abbiamo creduto che saresti risorto , invano ti stavamo cercando senza guardarti nel volto, senza ascoltare parole che ci avrebbero dato speranza.

Ma ora che il pane é stato spezzato, ora sì che ho capito e ho gioito, perché a tutto tu avevi pensato prima di tornare dal Padre, trasformandoti in cibo e bevanda perenne, per quelli che avevano fame e sete di Te.

Grazie Signore perché ora so che tu sei risorto davvero e per sempre. Grazie, perché ora so dove trovarti.

Anche voi

Io non sono solo, perché il Padre è con me.

“Anche voi tenetevi pronti” (Mt 24,44)

Mi ha colpito oggi quell’anche voi” a cui non avevo mai fatto caso.
La parola è rivolta ai discepoli che non si devono sentire esonerati dall’essere vigilanti e pronti per la venuta del Signore.
E’ ora di svegliarci dal sonno, dice S. Paolo nella lettera ai Romani, e di fare sul serio perchè Dio fa sul serio.
E’ innegabile che quando un pericolo è vicino ci mettiamo all’opera per scongiurarlo come anche, se un evento gioioso è imminente, ci prepariamo ad accoglierlo nel migliore dei modi.
Ciò che non piace a Dio e non ci aiuta a vivere pienamente l’esperienza del Natale è pensare che non c’è niente di nuovo sotto il sole…
Ogni anno che passa questa festa ci mette di fronte alle cose che mancano, al rimpianto per ciò che non possiamo più fare, alla nostalgia dei Natali della nostra infanzia, al dolore per chi non c’è più…
Più poveri di idee, di persone, di statuine…
Il presepe si semplifica, quando si è vecchi e si riduce all’essenziale.
Perchè non abbiamo nessuno da invitare, da stupire, nessuno che condivida la gioia di consumare con noi il pranzo e nessuno che ce lo prepari, nessuno, perchè la vecchiaia ci isola dal mondo e ci lascia soli a meditare sulla fine non dei tempi, ma nostra.
L’Avvento è una straordinaria opportunità per riflettere sulla nostra staticità, sulla nostra non vita che guarda solo a ciò che manca e non vede quello che c’è.
È. innegabile che con il passare del tempo vengono meno con le persone anche le forze e il nostro presepe si riduce a pochi pezzi essenziali.
Gesù, Maria, San Giuseppe.
Gli addobbi rimangono in cantina e la casa non prende il colori dell’attesa festosa.
Mi chiedo cosa il Signore voglia dirmi con quell” anche voi”, visto che l’attesa è di casa, quando ti trovi a srotolare le ultime pagine del libro.
Guardo fuori e i colori dell’autunno mi catturano, anche se gli alberi sono sempre più spogli e la terra meno verde.
Ci si prepara all’inverno, il tempo in cui si attinge alle provviste fatte nella stagione dell’abbondanza, il tempo in cui il seme gettato nella terra è il rischio in cui si investe la speranza, il tempo in cui occhi non vedono e orecchi non odono, perchè si è spento il canto degli uccelli, e le ombre della notte prevalgono su quelle del giorno.
Nel silenzio della mia stanza interiore cerco l’incontro con il Signore attraverso la Sua parola, il seme gettato nella mia terra.
Cosa devo aspettare? Di cosa meravigliarmi? Per cosa piangere o ridere, fare lutto o gioire?
Voglio trovare in questo tempo che Lui mi dona ragioni di speranza per me e per i miei fratelli, voglio contemplare il mio piccolo presepe mentre le strade vengono tracciate e le statuine prendono vita…
Sono le persone che custodisco nel cuore, persone che nel bene e nel male il Signore ha messo sulla mia strada, persone da custodire come dono che non si consuma, persone che hanno reso meno desolato il mio inverno, hanno dato senso e sostanza alla mia preghiera, al mio sì ripetuto nel tempo, persone che mi hanno sostenuto e che ho sostenuto.Voglio pregare con le parole del Salmo 122

Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore!…
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

Il tuo Avvento Signore si incontri con la mia attesa non solitaria, non triste, ma gioiosa mentre cammino alla volta della grotta insieme a a tutti quelli che porto nel cuore.