“Ti farò mia sposa per sempre” ( Os 2,21)

Assunzione
 (Os 2,16-18.21-22)
Così dice il Signore:
«Ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Là mi risponderà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà, in quel giorno
– oracolo del Signore –
mi chiamerai: “Marito mio”,
e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”.
Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nell’amore e nella benevolenza,
ti farò mia sposa nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore».
Parola di Dio
” Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorari tutti i giorni della mia vita”
Questa è la formula che ricordo pronunciammo 45 anni fa quando ci sposammo. ” Con la grazia di Cristo” penso sia un’aggiunta posteriore.
Certo è che se uno ci riflettesse un po’ di più su ciò che dice e promette, si renderebbe subito conto che , senza l’aiuto del Signore, nessun patto di alleanza umana può durare per sempre, se uno dei due viene meno all’impegno preso il giorno delle nozze.
Chi garantisce l’indissolubilità del matrimonio è Cristo che dà gli strumenti per farlo durare per sempre.
Come al solito in materia di fede siamo alquanto ignoranti e non capiamo la differenza tra un patto garantito e uno no.
Quando si compera qualcosa o si ha intenzione di mettere mano ad un progetto che prevede un grande impegno finanziario, si chiede un mutuo che ti concedono se c’è una persona che garantisce al posto tuo, mettendo in gioco ciò che gli appartiene, che ci rimette in caso di fallimento, quindi, se le cose vanno male.
Se questo accade senza alcuna contropartita, come succede nelle famiglie dove i membri si vogliono bene, l’amore trionfa su qualsiasi interesse, sia che le cose vadano bene , sia che vadano male.
I cristiani, i figli di Dio si riconoscono da come si amano.
A sentire la televisione di cristiani ce ne sono ben pochi o si nascondono perchè quando è in gioco il dio denaro, gli affetti passano nello scantinato.
Quando va bene.
Le garanzie umane non sono sicure, mai, perché sono legate al tempo, alle persone, a ciò che muta.
Quando a garantire è Dio, noi non dobbiamo temere nulla, perché mantiene sempre le sue promesse fino a morire per non disattenderle.
Nel vangelo che la liturgia di oggi ci propone leggiamo di due miracoli in cui Gesù dà la vita a due persone grazie alla fede.
L’emorroissa  tocca le frange del mantello di Gesù( i comandamenti, la Torah da esse rappresentate), simbolo di un appartenenza a Dio e di un rispetto delle sue leggi.
Per la piccola, figlia di un pezzo grosso, basta la fede di suo padre, perché chi dà la vita ai figli è implicito che si debba fare carico della sua vita materiale e spirituale.
Gesù comunica la vita attraverso la fede.
Quella vita che togliamo al nostro coniuge, quando decidiamo di licenziarlo e di rompere il patto coniugale.

“Li affinerà come oro e argento”(Mal 3,3)

MEDITAZIONI SULLA LITURGIA 
del 23 dicembre
Letture:Ml 3,1-4.23-24 (Prima del giorno del Signore manderò il profeta Elìa.);Sal 24 (Leviamo il capo: è vicina la nostra salvezza.); Lc 1,57-66 (Nascita di Giovanni Battista.)
“Li affinerà come oro e argento”(Mal 3,3)
La liturgia di oggi ci parla della nascita di Giovanni Battista e della voce che torna a Zaccaria, suo padre quando dice il nome suggerito dall’angelo.
Zaccaria era diventato muto all’annuncio dell’angelo perchè non credette che poteva avverarsi il miracolo di avere un figlio a tarda età.
Quando a Zaccaria fu chiesto il nome da dare al figlio, non ebbe dubbi a confermare ciò che sua moglie Elisabetta aveva detto quando vennero per circoncidere il figlio.
A quel “Si chiamerà Giovanni” di Elisabetta fece eco “Giovanni è il suo nome” , parole scritte su una tavoletta.
Quando fai la volontà di Dio ti torna la voce e a Zaccaria questo accadde sì che pronunciò il più bell’inno di lode a Dio dopo il Magnificat di Maria che tutta la chiesa ricorda e prega al mattino e alla sera nella liturgia delle ore.
Ma qui non può sfuggire l’accordo della coppia in sintonia con la grazia del vincolo contratto con il matrimonio.
Per uscire dall’ isolamento a cui ci condanna l’incredulità nella misericordia di Dio è necessario accordarsi.
“Quando due o più si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
Questa coppia nella fede ha ritrovato il suo equilibrio andando controcorrente, non adeguandosi a stereotipi di tradizioni vincolanti e non vivificanti.
Dio voleva fare una cosa nuova, partendo da un nome che è un programma e una certezza” Dio salva, Dio ama”
E non è forse questo il compito assegnato ad ognuno di noi?
Comunicare al mondo l’amore di Dio con il nome che portiamo.
Non avevo mai riflettuto fino in fondo quanto conti chiamarsi in un modo piuttosto che in un altro.
Il nome ci immette in una storia, la nostra storia, e ci dà l’identità dalla quale non possiamo prescindere per vivere.
Oggi voglio meditare sul messaggio che Dio fa alla nostra coppia.
Spesso succede che la fede non sia condivisa dalla coppia.
Spesso uno dei due rimane indietro, e si fa fatica a procedere , perchè si arriva a non comunicare, a vivere da soli le gioie e i dolori della vita.
Molti si separano proprio per questa incapacità di comunicare, ma se uno dei due rimane fermo nella fiducia in Dio e nell’amore verso il suo sposo, sicuramente potrà accadere che le cose cambino e si trasformino in un rendimento di grazie e una benedizione.
Il benedictus è attribuito a Zaccaria, ma esprime la gioia e la riconoscenza dei due sposi, perchè è certo che Elisabetta quelle parole le aveva nel cuore da quando vide presentarsi alla sua casa Maria e il bambino le sussultò nel grembo.
“Benedetto il Signore , Dio d’Israele, che ha visitato il suo popolo…”
Ognuno di noi nella sua stanza segreta può dire “Benedetto il Signore, Dio d’Israele” senza mai perdere la speranza che un giorno lo si possa dire insieme, appena svegli, lo sposo e la sposa riconciliati da Dio che ha salvato il mondo cominciando dalla famiglia , dove il sì al Signore non vengono in contemporanea, ma quando vengono, cambiano il mondo e rendono visibile Dio.

Terra  

“Accorreva gente da ogni città”. (Lc 8,4)
Ho letto distrattamente la parola di Dio questa mattina, come mi capita spesso in questi ultimi tempi, come cosa scontata, che conosco, della quale non ho bisogno, perché l’ho abbondantemente meditata.
E questo mi dispiace.
Perciò per il Vangelo di oggi, mi sembrava di aver esaurito tutto ciò che intorno a questa parola si poteva dire, ma mi sbagliavo.
Questa mattina mi è venuta in mente la terra promessa, che da un po’ di tempo è al centro dei miei pensieri.
Ho riflettuto sul fatto che dalla costola di Adamo Dio fece uscire la donna, creando la relazione tra l’uomo e il tu diverso da lui che gli stesse di fronte, gli rispondesse, rispondesse di lui, gli corrispondesse.
Dio amore non poteva non creare i presupposti perché l’amore potesse esplicarsi e dare frutto.
Il rapporto, la relazione tra l’uomo e la donna può dare la vita o la morte a seconda di come ci si ama.
Dio ama,Dio soffia, Dio crea, Dio getta il seme.
La terra da coltivare è quella seminata da Dio,è quella su cui Dio fa piovere, su cui fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, quella in cui permette la crescita, opera la crescita se quella terra, quella relazione è continuamente alimentata, tenuta viva dalla disponibilità a mettersi di fronte e a rispondere e a farsi carico l’uno dell’altro.
Questo seme gettato dal cielo, questo soffio divino può essere soffocato dalla nostra superficialità, dal nostro egoismo, della nostra propensione a pensare solo a noi stessi.
La terra promessa è qualcosa che dobbiamo custodire, alimentare come un tesoro: i talenti del Vangelo.
Difendiamo la terra dei nemici, ripuliamola dalle erbe infestanti, dagli spini, dai rovi, rimaniamo svegli perché nessuno la devasti, perseveriamo nel prenderci cura di lei, la terra che Dio ci ha dato in eredità.
“L’inferno è lastricato di buone intenzioni” diceva mio padre.
Dio però non si è scoraggiato perchè aveva e continua ad avere le idee chiare.
“Non è bene che l’uomo sia solo. Gli voglio fare uno che gli sia simile, che gli corrisponda”.
Così prese Maria affinché generasse Gesù l’uomo perfetto, capace di rispondere di tutti i nostri peccati, capace di rispondere a tutte le nostre domande, soddisfare tutti i nostri più segreti bisogni.
Grazie Gesù pane gettato dal cielo, manna che nutre nel deserto, vita continuamente rinnovata.
Il terreno che il Signore ci ha dato da coltivare è il nostro amore, la nostra relazione di coppia.
Quando ci sposammo non sapevamo che dovevamo liberarlo da ogni impurità, che dovevamo dissodare, curare, concimare, tenerlo pronto per accogliere il seme gettato dal cielo, vale a dire il Suo amore.
Ma noi non abbiamo mai ringraziato per i frutti che non da noi ma da Dio provenivano sì che non siamo morti di fame.
Perché Dio fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, fa’ splendere il sole sui buoni e sui cattivi e continua a gettare il seme anche sulla strada, sui rovi e sulle pietre nella speranza che a qualcuno venga il desiderio di dissodare, arare, pulire la sua terra perché diventi patrimonio comune, cibo per tutti gli affamati del mondo.
Tutto questo non lo sapevamo e pensavamo che l’amore era cosa nostra e che il campo era nostro, i frutti nostri.
.. tanti anni di deserto, di paure di incomprensioni, di solitudine, di tristezza, di noia di non senso, di maschere, travestimenti, illusionismi per convincerci che eravamo felici…
Gli amici al primo posto…
Stavamo bene solo se stavamo con gli altri e agli altri davamo il cibo preparato da noi, la casa, il sorriso, l’ospitalità.
Abbiamo condiviso la fame, la sete, la casa ma non Dio che quella fame, quella sete soddisfa, quella casa riempie.
Ora la casa è deserta e gli amici sono scomparsi.
“Rimanete nel mio amore.”
La terra promessa è l’amore di Dio in cui rimanere.
La terra è feconda se inseriti in un progetto più grande da scoprire ogni giorno in due con il Suo aiuto.

Tribunali

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“Alzò gli occhi al cielo con gli occhi pieni di fiducia nel Signore” (Dn 13,35)

Susanna ebbe fede, nonostante fosse schiacciata dall’accusa di due pervertiti testimoni che ne avevano decretato la morte accusandola di adulterio.
Nel vangelo sotto accusa è una donna colta in flagrante adulterio. Gli accusatori sono in entrambi i casi persone anziane che in nome della legge si fanno arbitri della vita di queste donne di cui ci parla la scrittura.
Ma chi siamo noi per giudicare l’operato del nostro fratello?
” Chi è senza peccato scagli la prima pietra” dice Gesù, perchè il cuore solo Dio lo conosce, lo Spirito di Dio, l’Amore perfetto che non giudica ma ama e perdona.
Daniele come Gesù, ispirato da Dio, smaschera i veri colpevoli, quelli che si coprono di un manto di rispettabilità e di giustizia esteriore, ma sono i più grandi adulteri perchè usano la legge non per glorificare Dio ma per incastrare persone innocenti.
“Io sono la luce del mondo” dice Gesù.
A cosa serve la luce? A rendersi conto di quanta sporcizia si è depositata nella nostra casa, quanto è ingombra di cose che impediscono di muoversi e di vivere.
La luce mette in evidenza il nostro peccato e la morte a cui ci condanniamo da soli, quanto più ci allontaniamo dal fuoco del suo amore.
E’ bello e consolante pensare che, se apriamo le finestre e lasciamo entrare Gesù, non ci giudica, non ci condanna ma ci aiuta a ripulire e mettere in ordine la nostra casa perchè ci si possa vivere bene.
Ma la luce che più di ogni altra io desidero è quella che mette a nudo i sentimenti del mio cuore, quella che mi aiuta a distinguere il bene dal male, la Parola di Dio che ogni giorno mi induce a riflettere sulla mia storia e su quanto sia importante lasciarmi illuminare da Lui.
” Lampada ai miei passi è la tua parola…se non parli sono come uno che scende nella fossa”

Amo Dio perchè mi parla, amo Dio perchè mi ama, amo Dio perchè mi perdona, amo Dio perchè non ho bisogno di altro che di Lui per sapere che la direzione dei miei passi porta lì dove ci attende un banchetto di grasse vivande, una festa di nozze di cui non siamo gli invitati, ma i protagonisti, gli sposi.
Dio, il mio promesso sposo, oggi mi dice che mi devo affidare a Lui, che non devo disperare, che il suo amore mi guarirà dai tradimenti, dai giudizi affrettati e ingiusti, da tutto ciò che ci separa dal giorno del “per sempre”.
Oggi si è concluso il corso di preparazione al sacramento del matrimonio per i fidanzati a noi affidati e nella messa, mentre il sacerdote leggeva il vangelo dell’adultera, pensavo a quanti adulteri si consumano all’interno di matrimoni ineccepibili per chi guarda dal di fuori, quanti tradimenti attraverso gli strumenti che la nostra società evoluta ha inventato per mandare a morte la famiglia, il sogno di Dio..
Penso a quanto sia difficile per una coppia non trasformare la propria vita in un fast food, quanto sia raro sedersi e guardarsi negli occhi. Senza distrazioni ordinarie e straordinarie… lavoro, routine, internet, amici, luoghi esclusivi …che aumentano le distanze. .
La terra sacra a portata di mano su cui dobbiamo scioglierci i calzari è la nostra relazione di coppia dove convogliare la luce che ci rende una cosa sola con Lui e ci rende fedeli per tutta la vita

Nudità e tenerezza

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E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò. (Gn 1,26)

Oggi, leggendo la Parola di Dio non posso non ricordare quanto mi raccontava mia madre a proposito del mio rifiuto, della mia ribellione a che qualcuno mi spogliasse.
Nessun medico ci era riuscito, fin da piccolissima sì che mi compiacevo del fatto che della famiglia ero l’unica sana, quella che poteva fare a meno di tante sevizie a cui si dovettero sottoporre i miei fratelli, sempre alle prese con qualche malattia.
Le mie, se c’erano, me le facevo passare, non le esibivo, anzi le nascondevo sotto un cumulo di coperture adatte all’occasione.
Mi convinsi che non avevo bisogno di nessuno e che ero forte, più forte di ogni male.
Mi sembrava segno di debolezza estrema mostrare i miei limiti, le mie ferite, le storture, le disarmonie del corpo che i vestiti con sempre più sapienza nascondevano.
Andavo fiera della mia arte mimetica tanto da convincermi che con la volontà guarivo le malattie o non le facevo esistere.
Campionessa nel pulire l’esterno del bicchiere i miei trucchi li dispensavo a tutti, fiera della mia bravura .
Adamo ed Eva si coprirono con una foglia di fico le vergogne nel momento in cui si ruppe la comunione con Dio e con l’altro.
Non si è capaci di condividere la propria inadeguatezza se te ne vergogni, se non l’accetti, se attribuisci all’altro il tuo giudizio inclemente.
Bisogna incrociare lo sguardo del Dio di misericordia, del Dio amore, sentirsi accarezzati dalla luce e dalla tenerezza che si sprigiona dai suoi occhi, dal suo cuore di carne, cuore di madre e di padre, cuore di chi ti ha creato per amore e ti ha chiamato all’amore
Ci si può nascondere agli uomini, ma non a Dio, possiamo arrivare ad ingannare noi stessi, le prime vittime della nostra mistificazione, ma non puoi ingannare Lui che ci ha creati e sa di che pasta siamo fatti.
La nostra vita è un cammino di spoliamento, che tu lo voglia o non voglia.
Arriva il momento che non le belle forme attirano l’occhio del cuore, il terzo occhio come lo chiama Giovanni, ma la tua debolezza, le tue armi spuntate, la tua impotenza che fa riflettere.
Impotenti a fronteggiare il degrado del tempo, della malattia, del disagio esistenziale, della morte.
E’ sul legno della croce che conosci l’intimità con chi non ha niente da offrirti se non quello dell’attesa e del servizio.
Paradossalmente la più grande intimità la si raggiunge non quando nel fiore degli anni e nel rigoglio dei profumi della primavera, ti unisci. alla persona che ami, accarezzandone la bellezza delle forme, la freschezza della pelle, specchiandoti nei suoi occhi pieni di ardente passione.
E’ nel tramonto della passione, nel fiore appassito che scopri il frutto succoso e buono che appaga la fame e la sete e ti dà vita.
Mai come in questi ultimi tempi ho vissuto momenti di paradiso quando la mano raggrinzita del mio sposo la notte si posa sui miei occhi, perché, come quando ero bambina, il sonno non tardi e mi si allevi la pena.

Lo Sposo

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“Ti avevo reso uno splendore” (Ez 16,14)

Ci fa bene ricordare chi eravamo e chi siamo, come eravamo conciati quando il Signore si commosse, si fermò e si chinò su di noi.
Il nostro incontro con Cristo ci ha risuscitato, ci ha fatto creature nuove, ci ha tolto la sporcizia di dosso e ci ha resi desiderabili.
Ci siamo inorgogliti a tal punto da pensare di poter fare a meno di lui, che basta lavarsi o essere lavati una volta per sempre per essere sempre belli e desiderabili.
Nel tempo della giovinezza non si fa tanta fatica a vestirsi, truccarsi, mimetizzare le piccole imperfezioni naturali, perché la giovinezza di per s’è ti fa venire in mente i fiori appena sbocciati, il loro profumo, il loro colore.
Non ci preoccupiamo di pensare al dopo perché ci sentiamo immortali, padroni del tempo, padroni e signori della nostra vita.
Ci svendiamo al primo passante, l’idolo di turno, l’idea, il movimento, la moda, i sogni emergenti.
Ci dimentichiamo del nostro Creatore e smettiamo di dire le preghiere piccole e brevi in verità che ci avevano insegnato da bambini.
Oggi Dio rivendica la sua proprietà e ci ricorda chi eravamo e a cosa siamo chiamati. Ci rischiara le idee sul suo progetto iniziale e ci rinnova la sua promessa di fedeltà per tutta la vita.
Quella fedeltà che gli sposi fanno tanto fatica a mantenere, perché il tradimento è sempre in agguato con il figlio, con il lavoro, con gli amici, gli hobbyes, la carriera, il tempo che non basta mai per tutte le cose di cui l’abbiamo riempito, per paura che il vuoto ci risucchi e non ci faccia esistere.
Il tempo della famiglia è pieno di cose da fare più che di persone da amare, anche se siamo in buona fede all’inizio e ci illudiamo che quelle cose portano benessere non solo a noi ma anche ai membri della nostra famiglia, alla persona che abbiamo scelto per condividere con lei gioie e dolori, salute e malattia, finché morte non ci separi.
Le parole di Gesù sembrano dure ” L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” tanto da far esclamare agli apostoli che allora non conviene sposarsi.
Questa mattina mi chiedo se mi è convenuto sposarmi dopo 45 anni che vivo con Gianni non sempre in armonia.
Sono la donna più beata del mondo per le persone che ci incontrano, mentre lui mi spinge la sedia a rotelle o mi porta la borsa o fa la fila per pagare al supermercato.
Non nascondo che spesso mi è venuta la rabbia perché magari in quel momento sentivo il bisogno di uno sguardo misericordioso sulla mia situazione di sofferenza, di handicap, perchè passo per una che finge perché la mia faccia è sempre sorridente, la pelle distesa e la voce ferma e vitale come gli occhi che cercano sempre l’incrocio con lo sguardo dell’ interlocutore che mi sta davanti.
Ebbene in quei momenti mi tornano in mente tutte le cose che ci dividono, che ci impediscono di vivere la differenza come opportunità di vita sempre nuova.
Mi viene in mente che Dio l’ha fatto proprio difficile questo progetto d’amore dove devi essere sempre pronto a perdonare non 7 ma settanta volte sette.
L’ha fatto difficile anche se all’inizio sembra una passeggiata, un dono trovare una persona da cui ti senti amata , vivere l’esperienza di eternità, di infinito, di uno e distinto, di trascendenza, di comunione.
Il dono pensiamo sia quello dell’innamoramento che dura quello che dura, due, massimo tre anni.
Dopo arriva il tempo delle disillusioni e il dono è allora che lo devi scartare per rendere possibile la meraviglia dell’inizio. La grazia del Sacramento.
E’ allora che comincia la salita perché scopri che la persona che hai sposato non è carne della tua carne ossa delle tue ossa, è persona che devi imparare a conoscere come diversa da te e decidere di dargli vita partorendola di nuovo con l’aiuto di Cristo, della sua grazia, del Suo amore.
“Senza di me non potete fare nulla ” dice Gesù e sperimentiamo quanto è vero se lo seguiamo nelle sue catechesi di vita apparentemente dure e incomprensibili.
“Non conviene” ci viene istintivo di pensare perché meglio soli che male accompagnati.
Quante volte l’ho pensato quando mio marito faceva il contrario di quello che per me era giusto, scontato, ineccepibile.
Oggi che sta facendo la fila in ospedale con le mie carte, referti, analisi, raggi, risonanze ecc ecc per fare la visita prenotata al posto mio che sono bloccata a letto, penso a quella beatitudine che mi attribuiscono gli altri e ringrazio il Signore perché pian piano mi sta facendo vedere non le cose che mancano, ma quelle che ho.
E lo Sposo che mi ha messo a fianco è il suo libro di carne su cui io devo fare gli esercizi per imparare ad amare come Lui ci ha amato.
Solo così sarò pronta per celebrare le nozze con Lui, lo Sposo per eccellenza, che dall’eternità aspetta di unirsi a me per fare di me una regina.

Eucaristia

VANGELO (Lc 9,11-17)
Tutti mangiarono a sazietà.

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Parola del Signore

Ogni volta che leggo questo vangelo, mi commuovo.
C’è stato tanto tempo in cui «Voi stessi date loro da mangiare» lo sentivo rivolto a me, che dovevo continuare a servire dentro e fuori la casa, perpetuando un ruolo che mi si è appiccicato addosso, da quando ero piccola.
Poi è arriva la stanchezza: la strada era tanta, la sabbia si confondeva con l’orizzonte, la tenda premeva forte sopra le spalle, le forze venivano meno.
Fu allora che pensai che sarebbe stato bello sedersi ed essere servita.
” Fateli sedere” fu come un lampo, ricordo, quando mi venne in mente che potevo essere una della folla che stava seguendo Gesù.
Da sola ero andata avanti per tutto quel tempo, nonostante il giorno delle nozze fossimo in due a dirgli di sì.
Così il lampo divenne una luce stabile, calda, accogliente per leggere il resto.
“Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti.”
In due dovevamo sederci, per donare all’altro quel poco che ci era rimasto e farlo benedire da LUI.
La luce divenne più forte, e illuminò la mensa eucaristica.
LUI , l’ alleato, il dono di Dio il giorno delle nozze, ce ne eravamo dimenticati…
I pani dell’offerta erano pochi e raffermi, abbiamo commentato, prima di presentarli all’altare. Anche i pesci era un po’ che stavano in frigorifero.
Abbiamo chiesto perdono e ci siamo fatti il segno di croce.
Con fede, con umiltà abbiamo aperto il nostro piccolo e misero paniere.
Ma Dio fa le cose in grande e ci stava aspettando insieme perchè ci voleva servire insieme , perchè a nostra volta insieme servissimo.
Il mistero dell’Eucaristia dove ogni dono è donato e moltiplicato ci ha tramortito.
Specie quando a Sacrofano abbiamo contemplato i segni che ci hanno traghettato nell’OLTRE.
Le spighe il pane, l’uva, il vino e tante casette, le Chiese domestiche, dove ogni giorno si spezza il pane della fatica, del sudore, del sacrificio per l’altro, lo sposo, la sposa, perchè la casa e chi ha la grazia di avvicinarle, queste piccole centrali d’amore, senta il profumo della Sua presenza e s’innamori.
Di LUI.
La fede, ho capito, è tutta in questo profumo che la Chiesa domestica è chiamata a far sentire perchè ogni uomo alzi lo sguardo e si accorga che Gesù è davanti a lui per ripetere all’infinito il miracolo della moltiplicazione dei pani..