DONI

SFOGLIANDO IL DIARIO…

26 dicembre 2008
Santo Stefano
ore 6:17.

“Chi persevererà fino alla fine sarà salvato.”(Mt 24,13)

Ieri sera ho concluso la giornata chiedendomi se il Natale era tutte quelle cose che erano successe, quei no con i quali mi ero dovuta scontrare, se il Natale era il dolore la sofferenza, la percezione del mio limite e di quello degli altri.
Me lo sono chiesto anche se dentro avevo la pace e la serenità che può dare solo il Signore.
Mi meravigliavo che fosse così, perché non mi sentivo per niente brava, capace, ma Dio era dentro di me.
Lo sentivo che mi parlava, mi sosteneva, mi incoraggiava, mi consolava.
Lo sentivo che mi guardava come quando io guardo i bambini anche quando fanno i macelli, che mi viene di divorarli di baci.
Sentivo che avevo un Padre che si preoccupava di me, che vigilava sul mio cammino e continuava a ripetermi: “Non temere io ho vinto il mondo”.
Le sue parole di speranza risuonavano dentro il mio cuore, offuscando e coprendo le mie di autocommiserazione, di rivalsa e di lamento per le cose che avrei voluto dire, fare, pensare.
Perciò ieri sera mi chiedevo in cosa consistesse il Natale, ma non ho trovato risposta.
Avevo vissuto giorni di grande tensione verso questa che è la festa più bella dell’anno.
Il dolore mi aveva accompagnato, tormentato, logorato, schiacciata, schiantata.
Ho toccato l’apice la vigilia a sera, proprio come quando si partorisce che le forze di vengono meno e ti viene meno il respiro e non sai più che dire e non puoi più fare, perché la schiena ha detto basta.
Sono stata seduta, incollata alla sedia, la sera della vigilia, dopo aver fatto tutto, compreso togliere i frammenti delle uova sode cadute sul tappeto.
La Madonna stava per partorire nella grotta il Bambinello.
Ho pensato che stavo male, ma non ho associato il mio al suo dolore.
Mi sarebbe peraltro sembrato blasfemo.
Davanti agli occhi gli incarti dei troppi regali, le coccarde, i fiocchi, la confusione hanno contribuito a rendermi triste, perché in tutto quel ben di Dio riscontravo la nostra incapacità a vivere il Natale in modo autentico e vero.
Mi chiedevo perché il Natale dovesse essere per forza così, perché aumentare il numero delle portate a tavola o il numero delle cose inutili che siamo abituati a comperarci.
Perché aumentare il numero delle cose che abbiamo fino a farci venire la nausea?
Era quello il Natale?
Mangiare di più, comprare l’inutile, il superfluo per sé e per gli altri?
Perciò ero triste.
Ho detto alla fine della giornata di ieri, il 25. ” Il prossimo Natale voglio che vada liscio, senza supplemento di cibo o di regali, perché siamo già sazi di tutto. Perché abbuffarci per farci venire la nausea e stare male? Il prossimo anno voglio andare alla messa di mezzanotte come fossi una sposa fresca e pura a incontrare il mio Signore, a condividere la gioia di una rinascita dall’alto di cui sento tanto il bisogno”.
Era triste anche Giovanni quando ha visto quel ben di Dio.
Tanto che mi ha chiesto di andarcene in disparte a parlare un po’.
Il suo problema era come gestire il troppo che per lui non era tanto il cibo (ha mangiato solo quello che è abituato a mangiare. I dolci non gli piacciono e poi non è un mangione) quanto i regali.
Troppi!
Si sentiva smarrito Giovanni nel vederli e nel sentirsi tanto, troppo fortunato.
Così abbiamo parlato di felicità, di cosa rende felice un bambino.
Mi ero ricordata di quando, alla domanda su cosa rendesse felici (dopo una giornata da incubo a scartare i regali del compleanno) rispose: “un bacio un abbraccio o qualcuno che ti voglia bene o quando ti mostra il paradiso” e lo disegnò.
Erano le mie braccia tese quando gli davo qualcosa o la mia mano quando stringeva la sua nel momento del dolore e della sofferenza.
Il paradiso Giovanni ha capito in cosa consiste.
Del resto quando cominciò a voler disegnare, il suo pallino era di essere aderente alla realtà, di non trascurare nessun particolare, di comunicare ciò che aveva dentro.
Mi chiese di Dio come era fatto, poi decise che era luce e usò sempre il giallo per indicarlo, poi cominciò a mettere raggi dorati intorno agli angeli o ai personaggi buoni che erano però sempre sollevati da terra.
Dio era in quel giallo, in quei raggi.
Dio lo espresse in azione, a portare grande pace e serenità.
Così anche la nave che toglie dalle acque i rifiuti e li sputa nell’aria, mostra un pezzo di paradiso, quello dei pesciolini contenti, come i fiori che escono dal fucile dell’uomo bionico, servo di Erode, per far felici gli uomini, o quando tutti vanno d’accordo.
Giovanni non fa che disegnare il paradiso che ha un’unica faccia: quella del bene che vince il male, dell’amore che vince l’odio, dell’unione tra le persone.
La notte di Natale sul grande lettone, quando Gianni se n’è andato alla messa con gli altri io e Giovanni abbiamo vissuto il paradiso, parlando di cosa rende felici, parlando di amore, di Gesù, di babbo Natale.
Giovanni per la prima volta mi ha chiesto di chi è figlio babbo Natale, da dove è venuto, dopo che io gli ho detto che ai miei tempi non c’era, che c’era solo la Befana.
Le letterine le scrivevamo a papà e le mettevamo sotto il suo tovagliolo di nascosto.
In quella letterina promettevamo di fare i buoni.
Il Natale era il momento dell’esame di coscienza, del pentimento e della promessa.
Eravamo in linea, adesso che ci penso, con ciò che la liturgia ci ha fatto vivere.
Il richiamo di Giovanni Battista al pentimento per preparare la via del signore.
Giovanni questo non l’ha capito, ma avrà tempo per farlo.
Io l’ho capito solo ora il senso di quanto facevo sessant’anni fa.
Non è mai tardi per ringraziare il Signore di quella povertà che ci faceva gustare il Natale come un dono speciale che viene dal cielo e che tangibilmente mi dava anche la percezione del buono, del bello, dell’abbondante dove ogni giorno combattevamo con la miseria più nera.
Come recuperare o far recuperare il senso del Natale?
Quest’anno è venuta la crisi e non a caso la storia si vendica e ci induce a riflettere su cosa sia essenziale.
Dicevo di questo Natale alla rovescia per poi imbattermi il giorno dopo nel martirio di Santo Stefano.
Allora ho detto che, se non ho fatto in tempo, non ho avuto modo di vivere il Natale autenticamente, non c’è speranza.
La festa è già finita.
Dalla capanna alla croce. Dalla speranza alla morte.
Un bel mistero!
Ma mi ha colpito il martirio di Stefano quando, mentre effondeva la vita diceva: “Ecco io contemplo i cieli aperti e il figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”.
Dicevo del partorire nel dare vita, di quello che ho sentito la notte della vigilia.
Il Natale è un partorire, un dare vita. Ecco perché il martirio di Santo Stefano a continuare a celebrare il Natale, fare festa davanti al Signore, gioire con lui perché la morte e la resurrezione sono la faccia di una stessa medaglia.
“Una spada ti trafiggerà l’anima”.
Anche Maria nella notte fatata meditava tutte queste cose in silenzio quanto dicevano del suo Signore.

C’è ancora speranza?
Anzi adesso faccio come suggerisco alle coppie: “La fedeltà come il perdono sono doni dati, che ci toccano, non ce li può togliere nessuno. Allora Signore ti chiedo, pretendo (che brutta parola perdonami!) che tu mi dia ciò che già mi hai dato, ma che ho dimenticato come si usa, anche perché ho dato per scontato che avrei ricordato le istruzioni.
Signore ti prego non dimenticare il dono, ti prego aiutami a usarlo nel miglior modo possibile.

Il fuoco

“Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto” (Mt 17,12)

Come si fa a riconoscere qualcuno se non lo si conosce?
Ci facciamo sempre un’idea sbagliata delle persone, della vita, di Dio, perchè partiamo da noi stessi e non da quello che vediamo, sentiamo, tocchiamo.
Quante volte usciamo scottati da qualche esperienza con i lividi addosso, tramortiti, eppure ci ricadiamo e non mettiamo mai giudizio.
Molte cose che ci fanno male noi continuiamo a sceglierle, a cibarcene e anche se portiamo sul corpo i segni delle scottature, delle esperienze dolorose a riguardo.
Ogni sera, quando mi metto di fronte al Signore per fare l’esame di coscienza, mi viene da piangere e piango realmente perchè, nonostante pentimenti e promesse, continuo a predicare bene e a razzolare male.
Guardo la mia miseria, il mio limite, la mia presunzione di essere brava, buona, utile per il mio Signore e mi riconosco peccatrice, malata, bisognosa di consolazioni e non di punizioni, bisognosa di conferme che c’è chi non mi giudica, ma mi ama a prescindere.
Le lacrime di pentimento si trasformano in torrenti di gratitudine, di dolcezza senza fine che mi rigenerano e lavano tutte le mie ferite.
Così, pur conoscendo il Signore, non mantengo viva la fiamma dell’amore per Lui, me ne allontano quando i pensieri e le faccende del mondo mi portano a correre e a non badare a chi ho al fianco.

Mi dispiace Signore, quando questo accade, e purtroppo accade spesso.
Vorrei tanto bruciare d’amore per te sì da non dimenticare mai i segni del fuoco che in tante notti buie mi ha illuminato senza peraltro bruciarmi.
E tu sei fuoco che brucia, sei fuoco divorante e spesso vengo meno pensando a quanta grazia mi doni nelle notti appassionate di dolore senza confini.
Ti riconosco, stranamente, solo quando sto tanto male, perchè mi diventi più intimo, più vicino parli al mio cuore e sento di essere ossa delle tue ossa, carne della tua carne.
Ti riconosco Signore in questo dono che tu mi fai di rendermi partecipe del tuo dolore, della tua passione, della tua opera di redenzione per i fratelli lontani.
Eppure non mi sento nè brava nè buona, e spesso faccio quello che a te non piace o ometto di fare ciò che è giusto fare.
Non sono degna Signore di una scelta così impegnativa, di un mandato così coinvolgente e importante come quello che tu mi chiedi o immagino tu mi chieda, da quando ci siamo incontrati e conosciuti.
Tu mi hai scelto Signore, guardandomi.
Si è trattato sicuramente di uno sguardo quello che mi ha catturato e che mi fa desiderare di rifugiarmi nelle tue braccia ogni notte, senza paura di farmi male con i chiodi, le spine e lo stare con te, vicino a te, crocifissa per amore del tuo nome.

“Molti credettero in lui”(Gv 8,30)

“Molti credettero in lui”(Gv 8,30)

Io non so come le parole che oggi hai pronunciato abbiano avuto l’effetto sperato: credere che tu eri quello he dicevi di essere, il Messia, il Figlio di Dio.
Ci sono cose incomprensibili che ci accadono nella vita e capita che ciò che mai avresti creduto di fare, di credere diventa esigenza insopprimibile del tuo spirito, del tuo essere uomo proiettato nell’oltre di Dio.
Così accadde ai tuoi interlocutori allora, a ridosso del tuo sacrificio, così accadde per me in un momento di grande turbamento, di solitudine estrema, in un momento in cui era stata azzerata qualsiasi relazione con il mondo esterno.
Per incontrarti Signore bisogna trovarsi in un deserto o cercarlo, perché la tua voce solo nel deserto è forte e chiara.
Solo nel deserto impari ad apprezzare ciò che il frastuono del mondo ti impedisce di sentire.
Molti credettero quando tu hai parlato di un innalzamento in cui il Padre non ti avrebbe lasciato solo, perché tu fai sempre la sua volontà.
Mi chiedo a cosa avranno pensato i tuoi interlocutori, se minimamente immaginavano che il tuo trono di gloria sarebbe stato la croce.
Ad.ognuno di noi Signore tu chiedi di fidarsi di te, chiedi di seguirti senza scandalizzarci se il Figlio di Dio subisce una morte così ignominosa.
Tu ci chiedi Signore, oggi che sappiamo come è andata a finire e che sappiamo quali frutti nacquero dal tuo sacrificio, di seguirti fino in fondo senza paura e tentennamenti, lasciando tutto e mettendo te al primo posto, fidandoci di te fino in fondo.
Signore io non so se sono capace con fede e con fermezza di seguirti in questo viaggio così burrascoso, difficile, pauroso, non so se riuscirò ad esserti vicino e rimanere sveglia nel momento del massimo abbandono, non so se sotto la croce riuscirò a rimanere salda con Giovanni e tua madre, lasciandomi lavare purificare rinnovare dal sangue e l’acqua che sgorga dal tuo costato.
Non so Signore se come i tuoi apostoli, piena di Spirito Santo saprò affrontare la persecuzione e la morte con la ferma certezza che tu non abbandoni i tuoi figli mai specie se sono nel bisogno.
Me lo ripeto questa mattina che i bagliori di morte sinistramente si intravedono, se credo in te, se ho fiducia in te, se sono certa che stai combattendo al mio fianco questa estrema battaglia.
Mi chiedo Signore se rimarrò salda fino alla fine nella certezza che tu sei in questo dolore, in questa sofferenza dell’anima , in questi dubbi, paure, tentennamenti.
Mi ripeto che tu sei il mio Signore che mi ha promesso un’alleanza eterna, hai detto che con noi sarai tutti i giorni della vita, che non devo temere anche se dormi, anche se non ti vedo, non ti sento, anche quando rimani muto e lontano.
Questa mattina penso a tutto questo e il mio cuore si dilata per accogliere la Parola di Dio.
Voglio contemplare e adorare Colui che hanno trafitto, lo voglio lodare e benedire perché con la sua croce ha redento il mondo.
Che la mia croce Signore non mi sembri troppo pesante da portare, che la.mia croce serva a salvare qualcuno dei tuoi figli dispersi. Aiutami Signore a dirti “eccomi,”specie quando la situazione che sto vivendo mi fa più paura.

Le tre croci

“Il mio calice lo berrete”.(Mt 20,23)

Gerusalemme, la città santa, la città del grande sovrano, Gerusalemme la città della gioia, dove tutti i popoli si raduneranno.
“Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!”, dicevano gli Ebrei esiliati, pensando alla patria lontana.
Gerusalemme, il simbolo dell’unità del popolo eletto, dove ogni pio israelita almeno una volta nella vita doveva andare, dove era il tempio.
Anche Gesù doveva andare a Gerusalemme, anche Gesù sentiva insopprimibile la chiamata verso quel luogo che simbolicamente rappresentava la propria identità davanti a Dio e agli uomini.
Come Gesù, anche noi, in questo tempo quaresimale di preparazione alla Pasqua, dobbiamo salire su questo monte, recarci alla città santa.
Come Gesù, con Gesù, uno alla destra e uno alla sinistra, per stargli vicino, per fargli compagnia.
Se le cose fossero andate come se le immaginavano i discepoli, diremmo anche noi che è bello tutti insieme andare nella città della gioia.
Ricordo quando a Rimini mi si aprì il cuore nel vedere quanta gente a piedi, in macchina, sugli autobus, o con ogni altro mezzo si dirigeva, elevando canti di lode e di ringraziamento, alla volta del palazzo della Fiera dove si teneva il congresso del RnS.
Ho pensato che si stavano avverando le parole della Scrittura e che era bello farne esperienza diretta e sentirsi parte di quel popolo.

Ci invita a ad unirci a lui, Gesù, in questo viaggio, come fece con gli apostoli che non avevano capito ancora quello che stava dicendo.
Che stessero i suoi figli uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, era il sogno della madre di Giacomo e di Giovanni che desiderava il meglio per i suoi figli.
Ci sono cose che desideriamo e ci rendiamo conto solo dopo che sono accadute, a distanza di tempo, che il Signore vuole il nostro bene e ci mette in bocca le parole giuste, mischiate a parole vane e inopportune per non dire peccaminose.
Ieri, nell’ospedale di Chieti, ho sperimentato la Gerusalemme qui in terra, dove fiumi di gente confluiscono per cercare, per trovare, ritrovare la gioia, annullare il dolore, la malattia, procrastinare la morte.
Gesù ci invita ad andare con lui, ad unirci a lui in questo cammino.
Non è come ce la immaginiamo la città della gloria, il luogo dove si consumerà il sacrificio del figlio di Dio, l’agnello sgozzato per noi, per espiare i nostri peccati e quelli di quanti ci hanno preceduto o che ci seguiranno.
La città è quella che ieri ho visto, dove sono entrata, dove sono diventata quasi di casa, dove non c’è più bisogno di intessere parole, perché i corpi, i volti, parlano da soli.
Quanti corpi nella città del grande sovrano invocano pietà, misericordia!
Sul Golgota tre croci ricordano il sangue versato, il sangue innocente e quello colpevole.
Non è un caso che i condannati fossero tre, tre crocifissi, per mostrare che c’è uno che ha pagato per tutti e che c’è chi per quel sacrificio è stato salvato subito, perché ha riconosciuto il suo peccato.
Giacomo e Giovanni volevano i primi posti, ma sulla croce c’era a fianco di Gesù il ladrone, occupando quel posto privilegiato che gli guadagnerà il paradiso seduta stante.
Gli apostoli bevvero il calice che Gesù dovette bere, solo dopo la discesa dello Spirito Santo e furono perseguitati e giustiziati in modo anche più crudele.
La storia sacra è segnata dal sangue dei martiri che preferirono morire piuttosto che abiurare il Vangelo.
Sembrerebbe che Gesù non abbia fatto niente di più speciale di quelli che oggi noi veneriamo e che chiamiamo santi.
Ma grazie a Lui tutto questo è potuto accadere.
Con il suo Spirito gli uomini prendono le ali e sono capaci di fare ciò che ha fatto Lui è molto di più.
Oggi penso a questa mia vita, quando i miei sogni erano realizzabili tutti, bastava volerlo, quando con tenacia ho perseguito obiettivi faticosi, con grande sacrificio, mai mettendo in dubbio che non sarei riuscita nell’intento.
Non sapevo nulla di Gerusalemme allora, ma mi ero costruita la città della gioia, dell’eterna felicità.
Gerusalemme, la città santa, è diventata per me il luogo dove la malattia mi crocifigge, ma anche il luogo dove, grazie a questa croce unita a Cristo, rinsaldo i legami con gli uomini e con Dio.

Discepoli

“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.(Lc 14,27)
Il discepolo è colui che impara dal maestro.
Il maestro porta alla conoscenza di ciò che uno ignora.
Gesù è venuto a parlarci, a mostrarci, a testimoniarci l’amore del Padre.
Gesù è la strada che porta a Dio.
Mettere Gesù al primo posto e anteporlo a qualsiasi pensiero, desiderio, azione, e fidarsi di lui, e seguirlo fin dove è impensabile per la mente umana, è la follia della croce che redime e salva il mondo, è la porta stretta che ti apre all’Oltre, al totalmente Altro, all’amore infinito, eterno, misericordioso, fedele di Dio.
Mettere Gesù al primo posto è la stessa cosa che mettere Dio al primo posto?
Me lo chiedo questa mattina, mentre scrivo e medito la Parola.
Quando parlo di Gesù penso più ad un uomo che a Dio.
Del resto Gesù stesso, quando parla, rimanda sempre al Padre, dirige i nostri occhi, la nostra mente, il nostro cuore al Padre che lo ha mandato.
Gesù se chiede attenzione, sequela, scelte irrevocabili, dolorose, difficili, addirittura scandalose, se parla di sé come “la testata d’angolo di una costruzione”, se dice “Io sono la via, la verità, la vita” è perché ha sempre davanti agli occhi la missione da compiere, che è quella di riportare a casa i figli che con il peccato originale si sono allontanati dalla casa dove sono nati e si sono persi per il mondo.
Gesù è venuto a portarci la vita, quella vita che viene meno ogni volta che interrompiamo il flusso d’amore che sgorga da Dio.
Dio è amore, Dio è l’acqua pura, zampillante da ogni cuore visitato da lui, da ogni cuore aperto al bisogno dell’altro.
Gesù è la via che porta al Padre, ma anche l’unica verità che non delude, che supera le barriere del tempo e dello spazio, è la vita che ci viene data attraverso il suo corpo e la sua parola.
La vita viene a noi, quando decidiamo di metterla a servizio di Gesù, di non anteporla lui, ma di perderla per lui.
Le parole del Vangelo sono esigenti, incomprensibili, se non si fa esperienza di Gesù, della storia come unico luogo di incontro con l’amore di Dio.
Cercare Dio nei libri, nelle straordinarie manifestazioni di potenza, di grandezza, di gloria, nei ragionamenti teologici, non serve se non a constatare l’impossibilità di una relazione con lui.
Perché è facile ammettere che Dio esiste, che c’è qualcuno al di sopra di noi, più grande, intelligente, potente …
Ma quand’anche riusciamo a fare nostro questo pensiero di creaturalità, di limite, certo non troviamo ciò che ci serve per accettare, superare il limite, per dare un senso alla nostra vita, per uscire dalla noia, dalla tristezza, della delusione, dalla rabbia, da tutti quei sentimenti che ci rendono la vita impossibile, sentimenti che ci portano alla morte.
Un Dio lontano è un Dio che non serve all’uomo, perché la vita è piena di problemi e l’uomo sente forte il bisogno di qualcuno che lo aiuti a non esserne sommerso e a superarli.
Meraviglioso è scoprire ogni giorno la sua presenza, il Dio con noi che porta la nostra tenda, che ha trasformato il nostro corpo in un santuario dove lui abita.
Straordinario questo Dio con noi che ci chiede di mettere il suo giogo perché solo lui sa dove mettere i piedi, sa dove dobbiamo arrivare.
Che questa certezza non mi abbandoni mai, che il giogo non pesi più di tanto, che con gioia ogni giorno io possa dirgli di sì, con la certezza che è l’unica sottomissione che mi rende libera.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi, io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi. Il mio giogo è leggero.”
Il tuo giogo è leggero, Signore, è vero.
Tutti gli altri gioghi sono diventati per me insostenibili, anche se non riesco a liberarmene.
Ogni volta che ci riesco, sento la forza liberante della tua parola, della tua amicizia, della tua misericordia, della tua presenza, della forza che mette le ali ai miei limiti che tu assumi su di te.
Non ho rimpianti Signore e di questo voglio ringraziarti.
Non rimpiango la passeggiate che non ho fatto, non rimpiango i luoghi che non ho visitato, non rimpiango ciò che non ho più.
Rimpiango le occasioni perdute per amare di più e meglio, rimpiango il fatto che per tanto tempo ho voluto camminare senza giogo, senza che mi portasse qualcuno, nella continua frustrazione di sbagliare strada, nella ricerca continua però della strada giusta da percorrere da sola, della meta da raggiungere da sola.
Ho cercato le strade in vista di mete che mi deludevano ogni volta che le raggiungevo.
Sono stata una cercatrice di strade prima di tutto, adattando le le mete che mutavano nel tempo a seconda delle situazioni che stavo vivendo.
Mi sono specializzata in percorsi adattabili ad ogni obiettivo.
Poi è arrivata la malattia di mio fratello.
Quando Nuccio si ammalò pensai che avesse bisogno di esperienza per muoversi nel campo della sanità.
Ma lui era malato perso.
Allora pensai che aveva bisogno di di qualcuno che gli stesse accanto, che si prendesse cura di lui.
Non potendo essere sempre presente al suo capezzale mi misi a fare collette per pagare un’infermiera per la notte.
Ma il suo bisogno era un altro e quando ne presi coscienza mi detti da fare per soddisfarlo.
Aveva bisogno di te, Signore.
A me non interessava credere, ma era importante esaudire il suo desiderio, per renderlo felice.
Io non ti conoscevo, lui si.
Ho pensato che poteva fargli piacere.
Ricordo quel giorno.
Quando ci misi a trovare un prete disposto a portargli la comunione!
Così sei arrivato e io mi sono commossa.
Ho sentito un brivido attraversarmi la schiena, ho percepito una presenza, ma dovevo ancora toccare il fondo…

Il dono

“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.”(Lc 12,48)
Parli sempre difficile, mio Signore.
Il tuo linguaggio è incomprensibile per i non addetti, quelli che stanno fuori e a volte sembra addirittura una beffa per quelli che cercano di starti vicino, di seguirti, di non lasciarsi sfuggire neanche una parola di quello che dici.
Quando sto male mi dicono: “Offri al Signore le tue pene, le tue angosce, le tue tribolazioni.”
Nell’offertorio della messa si fa questo.
Un giorno pensai e mi venne un brivido, che tu moltiplichi i doni offerti, pensiero che ritenni blasfemo e che cercai di allontanare dalla mente, non senza prima averci fatto una battuta con i fratelli.
Ricordo agli inizi del cammino quello che mi disse un sacerdote.
” Sta attenta perché il Signore più gli offri, più si prende e quindi, se vuoi stare un po’ tranquilla, offri poco.”
Mi chiesi se per caso tu non fossi un orco, un divoratore di vite umane e anche quella volta pensai che quel sacerdote avesse idee non proprio ortodosse e allontanai il pensiero.
Poi però nel Vangelo ho trovato scritto che, quando più tieni pulita la casa, tanto più il demonio che hai scacciato, tende a ritornarci non da solo ma con la truppa dei suoi amici che vi si insedia e ne fa scempio.
Certo è che il demonio non ha certo piacere che noi stiamo con te, che ti apparteniamo, che ti abbiamo scelto come unico Signore della nostra vita.
Da un po’ di tempo ho cercato di allontanare l’idea che fosse il demonio a perseguitarmi e sono vissuta abbastanza tranquilla da questo punto di vista, sicura che tu, i tuoi angeli, i tuoi santi, Maria tua madre, mi avrebbero strenuamente difeso.
Cosa potevo tenere?
Ma il male, quello fisico, lungi dal darmi tregua, come al solito cambia posizione, cambia aspetto, cambia modalità, ma continua a rendermi la vita un inferno.
Non posso negare che sono un po’ arrabbiata con te.
Questa mattina, mentre dicevo il rosario, come ieri e l’altro ieri, mi è accaduto di desiderare di parlare con tua madre, la madre perfetta che ci hai donato e, scusandomi con te, le ho chiesto di starmi vicina, di provvedere, di accarezzarmi, di stringermi, di coprirmi sotto il suo manto.
Inconsciamente, devo dire la verità, ti rifiutavo perché mi sembrava inefficace la mia preghiera se rivolta a te.
È come se attribuissi a tua madre un potere maggiore di quello che tu hai.
Io non voglio che questo accada, perché so che non è vero, ma ho estremo bisogno di coccole, e di risposte umane, di rapporti umani, interventi tangibili sulla mia persona, sul mio dolore, sulle vicissitudini assurde di questa mia vita.
“Chi se non una donna, una madre può comprendere?”dicevo, relegandoti nella sfera del mondo maschile che è povera di sentimenti, che parla poco, che mira all’essenziale.
Signore mi dispiace di tutto questo e forse me ne sto uscendo fuori di testa, ma il dolore mi sta massacrando.
La notte, il letto sono diventati il mio calvario che amplifica ciò che di giorno è coperto dal fare, dalle voci e dalle persone che metti sul mio cammino.
Perché Signore non ti muovi a pietà di me?
Perché permetti che questa mia vita sia così tribolata, contrassegnata dal sigillo di un dolore che non si placa?
Perché il mio treno è sempre quello bianco, quello degli ammalati, il treno della quotidianità, il treno con tanti scompartimenti quanti sono gli organi attaccati dal male.
Ieri a Daniela, la fisioterapista, mentre invano cercava di rimettermi in asse, ho detto che mi sentivo una frattura scomposta, che tutto il mio essere umanamente mi dice che sono disgregata, un pupazzo che ha dimenticato dove ha le braccia, i piedi, la testa.
Il dolore me li fa localizzare, questo sì, ma per l’uso non c’è nulla che assolva alla sua funzione di farmi vivere la vita in modo un po’ decente.
La decenza è data dalla tregua che cerco agli attacchi del male.
Mi trovo sempre nello studio di un medico, sempre alle prese con un ago, un monitor, una sonda, un bisturi, un infermiere, un impiegato addetto alla sanità.
Ieri sono andata dal cardiologo mentre Franco è andato dal gastroenterologo che lo ha rimandato al medico di base che lo ha rimandato al chirurgo a Popoli per fare la colonscopia e poi eventualmente l’ intervento.
Io lunedì sono andata a fare gli esami del sangue lì dove Gianni tre giorni prima era andato a prenotare, dopo essere andato dal medico di base per farsi prescrivere le analisi che a lui aveva prescritto il cardiologo, dopo che aveva messo l’holter, dopo che era andato dal medico di base a farselo prescrivere, dopo quei giorni infuocati di paura per lo sbalzo di pressione che gli dava il mal di testa e quelle mie prescritte dal Centro Retina, dopo che avevo fatto l’OCT, prenotato a maggio, (la trafila la stessa), per fare la fluorangiografia e poi la puntura intravitreale con il farmaco nuovo dalle tante controindicazioni.
Il passato mi torna in gola come quando uno mangia tanto e ha il reflusso. Il futuro è pieno di incognite per non dire paura.
Sabato andrò dall’ortopedico di Bologna per vedere cosa mi sta succedendo, se è qualcosa di grave, per via delle mani e dei piedi che mi si addormentano e mi danno molto dolore.
Il presente è questo dolore persistente che mi tiene sveglia e che non mi permette di riposare neanche un minuto, è questa preghiera un po’ sgangherata, dove i pensieri si ingarbugliano come quando deraglia un treno.
Questo scrivevo nel 2011, quando ancora mi chiedevo perchè e cercavo risposte alla medicina e a Dio.
Sono passati 7 anni e da allora il Qoelet e il libro di Giobbe sono stati i battistrada per vivere il tempo e la vita come doni di un Dio che mi ha creato per amore e mi ha chiamato all’amore.
La croce è un dono, ha detto questa sera don Peppino nell’omelia, il dono più grande, anche se noi lo vorremmo rimandare al mittente.
Dio ci chiederà cosa ne abbiamo fatto.
Questa sera ho molto da meditare.

” Come può un uomo aver ragione davanti a Dio? (Gb 9,2)

” Come può un uomo aver ragione davanti a Dio? (Gb 9,2)
Ci sono cose che non capiamo Signore. Il dolore innocente, la radicalità del vangelo.
Oggi vorrei esprimerti quello che sento nel profondo del cuore, lasciandomi illuminare da te, non coprendo nulla di ciò che svela la mia identità.
Sono tua figlia, bisognosa di aiuto, in tutto dipendente da te che sei mio Padre, un Padre speciale, unico, un Padre nel quale siamo compresi e dal quale siamo attratti, ma che non riusciamo ad abbracciare, perchè sei infinitamente più grande di noi.
Tu hai creato il cielo e la terra, hai dato ordine e leggi all’universo…
Signore e maestro del tempo e della storia noi ci sentiamo polvere sulla tua bilancia.
La nostra vita è un soffio, un soffio gli anni della giovinezza, un soffio tutto ciò che un tempo ritenevamo importante, imprescindibile.
E’ proprio vero che le cose si apprezzano quando le perdiamo e più non ritornano come i tuoi doni che man mano ci chiami a riconsegnare.
La croce che sembra schiacciarci con te è più sopportabile, a volte addirittura è grazia, quando riusciamo a percepire il tuo respiro, e il tuo cuore sul nostro stesso giaciglio.
Tu compagno di viaggio, mite e umile di cuore, nella nostra quotidiana battaglia ti nascondi nelle pieghe sgualcite della nostra storia e a volte, anzi troppo spesso non ti riconosciamo, perchè di te ci siamo fatti un’idea sbagliata.
Così se incontriamo un salvatore, un aiutante, uno che ci solleva dai problemi, pensiamo che sei tu o un angelo mandato da te per salvarci.
E’ più difficile trovarti, quando la prova si prolunga nel tempo , quando non ci sono samaritani che si prendano cura di noi, quando il silenzio della nostra casa diventa assordante e nessuno più bussa alla nostra porta.
La preghiera diventa un lamento, una flebile richiesta d’aiuto, quando siamo soli e nessuno ci può sentire.
E’ in quell’abisso di straziante dolore che tornano in mente le parole della Sacra Scrittura, tante volte lette e meditate, frammenti di luce nella notte.
A te salgono smozzicati pensieri, padre nostri e avemarie di cui tu solo percepisci il senso, o almeno questo speriamo.
Sei tu il nostro unico conforto, non c’è padre, fratello, sorella, figli, impegni di lavoro, casa, sedia o letto che ci attirino, che ci distolgano dal cercarti .
Scopriamo quanto sei importante per noi solo se siamo sulla croce.
E’ quello il momento in cui ti fai piccolo e vieni a visitarci.
Ogni volta che un uomo ti invoca, ti chiama, ogni volta che la nostra debolezza chiede aiuto alla tua misericordia, avviene il miracolo di essere portati come il buon ladrone in paradiso.
Quante volte Signore ti lasci crocifiggere per noi, quante volte rinnovi il tuo sacrificio per sollevarci dalla polvere e liberarci dai lacci di morte!
Le ragioni del Signore chi può scrutarle?
Tu sei morto per me e questa è l’unica ragione per cui continuo a cercarti.