Riconoscere, toccare, guarire

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della V settimana del Tempo Ordinario

“La gente subito lo riconobbe”(Mc 6.54)
“Lo pregavano potergli toccare almeno la frangia del suo mantello…quanti lo toccavano guarivano”.(Mc 6,56)

Un Dio che si fa toccare, un Dio che si fa trovare prima di tutto, un Dio che a quanti credono dona la vita.
Guarire è tornare a vivere.
Il peccato ha rotto il legame tra la creatura e il suo Creatore.
La creatura senza le cure amorevoli di chi l’ha messo al mondo muore.
È necessario ritrovare Dio, ristabilire il contatto con Lui, perché il sangue torni a circolare nelle nostre vene.
Il Dio che salva non può che essere Colui che ci ha creato, un Dio creatore, perché la salvezza viene dal passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla liberazione.
Quando ci sentiamo dimenticati da Dio, nell’attraversamento dello sconfinato deserto che ci separa dalla terra promessa, ricordiamoci che Dio è padre e per questo ci ha salvato.
Ci ha salvato perché siamo suoi figli, ci ha salvato attraverso il Figlio.
La terra promessa è ciò che il figlio Gesù ci ha lasciato perché potessimo diventare noi collaboratori del Dio Creatore, potessimo dare alla luce lo Sposo, portandolo alla luce.
Quando sto tanto male, mi rivolgo a Dio così:
“Padre, Padre nostro, tu sei mio padre, tu ti occuperai di me, tu hai cura di me sempre, specialmente in questo momento di tribolazione, di grande afflizione.
Solo tu Signore mio Dio, mi salverai dalla fossa, perché non permetti che il tuo santo veda la corruzione.
Il tuo Spirito mi guidi terra piana, il tuo Spirito apra il sepolcro del mio cuore e lo porti a nuova ed eterna vita.
Maria so che tu già stai godendo dei frutti della nuova creazione, so che però non ancora hai cessato di piangere e di patire con noi, pellegrini su questa terra.

Non hai mai cessato di pregare per noi e continui a farlo nel nome di Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo.”

"Questo è il mio figlio prediletto"

SFOGLIANDO IL DIARIO…

Domenica 11 gennaio 2014
ore 6:50

Epifania del Signore.

“Questo è il mio figlio prediletto”

Oggi è il Battesimo del Signore.
Dio si mostra gli uomini, dice chi è attraverso la voce del Padre, attraverso lo Spirito Santo che si posa su di lui in forma di colomba.
In fondo oggi è ancora più giorno di festa, di contemplazione, di lode, perché il bambino che abbiamo adorato nella grotta, deposto su una mangiatoia, ora si è fatto grande e si è messo in fila come un comune peccatore per farsi battezzare da Giovanni.
Se da un lato è necessaria l’umiltà per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno e non basta solo avere coscienza che siamo peccatori, bisogna mettersi in fila e attendere che Dio ci perdoni e ci assolva.
Ma un conto è lavare un vestito vecchio e un conto è indossarne uno nuovo.
Il Battesimo di Gesù ci dà il vestito nuovo che ci fa entrare a buon diritto nella comunità dei salvati, dei redenti.
Gesù si mette in fila, ancora una discesa, un atto che lo accomuna a qualsiasi peccatore, perché ha voluto, incarnandosi, condividere con noi tutto, fuorchè il peccato, la conseguenza del peccato che in fondo è ciò che ci fa vivere l’inferno su questa terra.
Gesù si manifesta in questo giorno ma non è Lui che parla, parla Dio, Dio padre, parla lo Spirito: il segno, la parola, la materia.
C’è tutto perché sia celebrato il Sacramento.
“Questo è il mio figlio prediletto del quale mi sono compiaciuto.”
Nell’adorazione dei Magi non parla nessuno, ma il segno è l’adorazione di questi illustri personaggi che si mescolano ai pastori davanti al bambino regale, il segno sono i doni che portano: oro (per il re), incenso (per Dio), mirra (per l’uomo).
Quando Gesù si mostrò ai pastori non fu Dio a parlare ma gli angeli che cantavano: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
I pastori credettero agli angeli perchè sono come bambini, non hanno riserve mentali, non sono condizionati da ragionamenti.
I bambini credono alla Befana e a babbo Natale e stupiscono per i doni che vengono loro portati.
I pastori nella loro semplicità, nel silenzio delle loro dimore itineranti, sono in grado di percepire la voce degli angeli e di seguirne le indicazioni.
Luca parla degli angeli, i messaggeri divini, che portano l’annuncio a Maria, a Giuseppe, a Zaccaria.
Ma quando Gesù diventa grande e deve iniziare il suo ministero pubblico, ha una pubblica investitura da parte della Sua Famiglia d’origine.
E’ la Trinità presente nel battesimo di Gesù, che lo consacra re, profeta e sacerdote.
L’Epifania si ripeterà sul monte Tabor, quando Gesù si trasfigurò davanti ai discepoli: Pietro Giacomo e Giovanni.
Dio nella vita si mostra a chi lo vuole vedere, che lo cerca, perché crede di trovare ciò che ha già conosciuto, ciò che gli ha lasciato la nostalgia di un bene esistente ma perduto.
Cerca ciò che esiste, ma che non ricorda che aspetto abbia, come sia fatto.
Cerca nelle cose ciò che gli faccia rivivere un sentimento di pienezza, di gioia, di appagamento, di pace.
Non c’è uomo che sia esente da questa nostalgia di eternità, di infinito, di comunione, di trascendenza, e una nostalgia che si traduce in un agire per ottenere tutto questo.
Gesù è venuto con il Battesimo a mostrarci cosa dobbiamo cercare, di cosa abbiamo bisogno, cosa abbiamo perduto.
“Cercate il Signore mentre si fa trovare” è scritto.
È il prezzo del ristoro, il prezzo della felicità acquistata senza denaro.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi ristorerò…. Cercate il Signore…”.
Ecco il Signore che oggi si fa trovare, mentre il Padre lo presenta ufficialmente al mondo.
Il Battesimo segna l’ingresso ufficiale di Gesù nella sua missione salvifica.
È arrivato il momento di ascoltare cosa ci dice Lui con le sue parole, con la sua vita.
Se vogliamo sapere chi è Gesù dobbiamo ascoltare cosa dice di lui il Padre, cosa dice Lui con le parole e con la vita, cosa dice di Lui la gente, ultimo il centurione presente alla sua crocifissione.
“Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”
Che cosa straordinaria oggi abbiamo letto!
La crisi della nostra società infatti è crisi d’identità.
Non sappiamo chi siamo, dove andiamo, da dove siamo venuti.
Facciamocelo dire a Dio chi siamo.
Nel giorno del Battesimo siamo consacrati con il crisma e diventiamo messia (inviati), re, profeti e sacerdoti, innestati in Cristo con l’unzione.
Si comincia da lì.
Dio dice chi siamo.
Nella vita le nostre parole e azioni devono sempre rimandare a Qualcuno che ci ha mandato, unto, generato.
Con la nostra vita dobbiamo rendere visibile l’invisibile, attraverso le parole e le azioni, così che, alla fine ci sia un centurione, un pagano, che possa esclamare: “veramente questo è figlio di Dio!”.
Che cosa straordinaria vivere l’esperienza di Gesù, fondati sulla sua parola, fortificati nello spirito, rinnovati e redenti dal suo sacrificio!

“Un servo non è più grande del suo padrone”(Gv 15,20)

“Un servo non è più grande del suo padrone”(Gv 15,20)

Ci sono momenti, e questo è uno, in cui mi sento combattuta da due forze uguali e contrarie, sento la fatica di far emergere il buono che è in me, sento che nonostante il Suo aiuto , nonostante i sì detti con il cuore alla Sua chiamata, pure rimangono angoli bui nella mia casa difficili da raggiungere per poterli bonificare e quindi abitare.
Penso al forno che era tutto ingrommato della plastica blu del coperchio che vi avevamo dimenticato, che ha reso in parte immangiabile ed impresentabile la torta che avevo fatto per la persona che ci aveva invitato a pranzo.
Penso che poi alla fine, scartando la parte contaminata, il resto l’ho portato, dopo averlo diviso in piccoli pezzi e averne tenuto una parte per noi come desideravo.
Ma quella plastica era in un posto del forno a cui io non potevo arrivare anche perchè da tempo è fulminata la luce.
Con l’aiuto di Gianni siamo riusciti a liberare il forno da ciò che vi si era attaccato e lo abbiamo rimesso in grado di funzionare, quindi di servire.
Questa mattina penso a cosa significhi servire, a chi giova il servizio e se è così importante da occupare tanto spazio negli insegnamenti lasciatici da Gesù.
Penso a quanto sia complicato e difficile far sì che la vita non passi inutilmente, che serva a qualcosa o a qualcuno , assolvendo al suo compito essenziale che è quello di non scomparire, essere messa in cantina o andare in discarica.
Poichè il destino delle cose che non servono è la loro morte, mi chiedo se il criterio per giudicare le cose che ci accadono lo stabiliamo noi o la maggioranza delle persone o la moda o il buon senso o la cultura, la natura, l’età ecc.
Quando ci accadono cose che ci sembrano troppo pesanti per le nostre fragili braccia, quando il terremoto scuote la casa e la fa cadere a pezzi, quando ci sentiamo sommersi dalle macerie e nessuno ci viene a salvare o quando la nostra vita trascorre nella banalità di un agire quotidiano silenzioso e nascosto, quando l’assenza di parole pesa come un macigno, quando a parlarti è solo l’apparecchio acustico che ti avverte che è esaurita la batteria, quando insomma le rare gioie e i molti dolori sono vissuti nella solitudine dei tuoi pensieri, nell’impotenza, nella percezione che niente di nuovo accade sotto il sole è necessario che ci venga incontro la parola di Dio.
Cosi la nostra memoria non va in letargo e ci da le ragioni del nostro esserci, del nostro esistere e del nostro agire, del nostro vivere e del nostro morire.
Uno sguardo al passato tenendo gli occhi fissi a Gesù mentre ci lava i piedi (un servo non è più grande del suo padrone, non dimentichiamolo mai. L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio)
Ricordo quante volte, senza che me ne accorgessi, ha indirizzato la storia verso vie di salvezza e la memoria di tanti suoi benefici può e deve farci risuscitare se siamo morti, se viviamo come molluschi, come invertebrati, se la depressione ci impedisce di provvedere, prenderci cura di noi e degli altri.
Questa luce illumina la nostra storia come accade quando il sole sorge sulla Bella Addormentata (il Gran Sasso visto da dove vivo) e con i suoi raggi l’accarezza e noi vediamo quella splendida opera d’arte che la natura ci mostra
Tante montagne insignificanti prese singolarmente diventano una straordinaria donna sdraiata sull’orizzonte quando la luce la illumina e noi siamo nella giusta posizione.
Così ciò che ci sembra banale inutile scontato doloroso assume un altro aspetto e vedi l’opera del Creatore che nei secoli ha scolpito la nostra storia per farne un capolavoro.
E’ bella la parola di oggi perché mi invita a guardare oltre, a sollevare lo sguardo, a non rinchiudermi in me stessa pensando che la realtà si esaurisca in quello che percepisco ora con i miei cinque sensi.

Dio è amore

Meditazione sulla liturgia del 5 gennaio
letture: 1 Gv 3,11-21;Salmo 99/100 Il nostro Dio è grande nell’amore; Gv 1, 43-51
” Dio conosce ogni cosa” (1 Gv 3,20)
Quante volte ho letto il vangelo che oggi la liturgia ci propone, quante volte la lettera di Giovanni in cui si ribadisce che Dio è amore!
Sicuramente più di 19 volte, tanti quanti sono gli anni della mia conversione, perchè queste letture le ritroviamo anche durante l’anno, ma mai mi sono soffermata sul fatto che sono proprie del 5 gennaio.
Oggi voglio riflettere su questa straordinaria coincidenza, sulla Parola che ha segnato, senza che ne fossi consapevole, il mio cammino.
Nella prima lettera di Giovanni trovo scritto” noi siamo passati dalla morte alla vita” come conseguenza dell’amore vicendevole “questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri” e così è stato.
L’apertura ai bisogni degli altri mi aveva portato tante inimicizie e suscitato tante invidie nell’ambiente di lavoro sì da costringermi ad andare in pensione anzitempo “Non vi meravigliate se il mondo vi odia”.
L’esercizio dell’amore l’avevo poi continuato in privato, prendendomi cura di mio fratello, condannato a morte da una malattia incurabile.
La sua malattia ci fece incontrare, dopo anni di incomprensioni e di lontananze, di interessi distanti e opposti
La malattia fu il comune denominatore che ci fece scoprire il nostro essere fratelli non solo di sangue ma figli di un unico Padre in Cristo Gesù.
Fu un percorso non liscio né scontato, ma propedeutico a entrare nella logica dell’amore donato, della vita che dà vita mentre si sta spegnendo, come la candela che, mentre si consuma, dona la sua fiamma per accendere un’altra candela.
Così è accaduto che, dopo la sua morte, il bisogno di trovare il giardino dell’Eden, la terra promessa, la possibilità di tenerlo in vita attraverso il dono del corpo trasformato continuamente dallo Spirito è diventato un’esigenza insopprimibile.
Il cammino di fede cominciato 19 anni fa, è un cammino di amore, di piante che con l’aiuto di Dio mi sforzo di coltivare, far crescere, non usare per il mio compiacimento ma perchè ad altri venga il desiderio di vivere in quel giardino in cui Dio ci pose all’inizio e che è destinato a noi quando, abbandonato questo corpo mortale, andremo definitivamente ad abitavi.  Lui ne è il custode e non permette che vi entri il serpente e lo distrugga.
Oggi, 19 anni fa sono nata in acqua e spirito, sono venuta alla luce perché le tenebre non hanno vinto la luce e io ne sono stata illuminata.
Voglio ringraziare il Signore di questa nuova vita che mi ha donato senza che ne avessi merito, che stava aspettando di comunicarmi gratuitamente da tanto tempo.
Era importante che mi fermassi un po’ con lui, che mi sedessi, che andassi a vedere dove abitava.
Lo avevo tanto cercato negli ultimi e convulsi anni di sconvolgimenti fisici e psichici, di dolore che non si misura, di buio e di deserto in strade senza indicazioni.
Sperduta in un mare in tempesta ero un punto piccolo piccolo che nessuno avrebbe potuto vedere la mia mano che sventolava il fazzoletto del pianto.
In quell’assenza, in quell’abbandono, in quel mare senza confini, in quel cielo di piombo pesante, in quella paralisi di un mondo che si era fermato, in quell’urlo strozzato e ignorato ho incontrato il Signore.
L’ho trovato inchiodato ad una croce, seguendo le indicazioni di una preghiera che al mattino mi aveva aperto il cuore alla speranza nella liturgia delle lodi dove anche i fiumi battevano le mani .
La gioia di quel luogo in festa mi aveva fatto desiderare di tornarvi per conoscere chi con quelle parole poteva far rinascere la speranza.
” L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio!” le parole che mi spinsero a sollevare lo sguardo al crocifisso issato sopra l’altare.
“Pure tu! ” esclamai non pensando a ciò che nel tempo avrei capito, come lo straordinario di Dio, di un Dio Amore che per salvare la sua creatura ne condivide lo spazio, il tempo, la condizione, il limite, la fragilità, la persecuzione e la morte.
Quel Crocifisso che 19 anni fa incontrai, che mi insegnò la forza e la debolezza di Dio è ora al centro dei miei pensieri, al centro della mia vita e vigila perché nessuna richiesta di aiuto rimanga senza risposta, essendo Lui il principio e il fine di tutte le cose, lui che scruta da lontano il ritorno a casa dei figli che se ne sono allontanati.

Disegni


SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 novembre 2009
“Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno”.(Mc 13,31)
Un tempo ti avrei chiesto “Quali parole Signore?” perchè non sapevo neanche che tu avevi parlato.
Ignoravo che tu conoscessi il nostro linguaggio, né pensavo poter mai mettermi in relazione con te.
Chi ero io per poter scalare il cielo e incontrarti?
Del resto non pensavo valesse la pena mettermi nelle condizioni di essere da te giudicata e condannata.
Più stavo lontana da te, più mi sentivo al sicuro, con complessi di colpa che però mai mi abbandonavano.
Mi avevano parlato di te come un giudice severo e inflessibile, e una cosa sola mi faceva paura: l’inferno.
Ieri sera alla domanda quali erano le mie paure da bambina ho a fatica cercato di ricordare qualcosa che mi facesse paura a quei tempi, ma non l’ho trovata, dal che ho dedotto che non avevo paura di niente, che non conoscevo la paura, non sapevo cosa significasse.
Questa mattina, leggendo il Vangelo, che parla della fine del mondo con immagini apocalittiche, mi è tornata in mente la paura, quella di essere scoperta mentre facevo ciò che era proibito.
Mi sognavo la notte il giudizio finale e, volendo sfuggire a quello, mi sono allontanata da te.
Ma la paura era ed è paura del giudizio delle persone, cosa che ha condizionato la mia vita.
Ma, se almeno nella giovinezza potevo fare a meno di te, non mancandomi la salute, l’entusiasmo, la speranza, con il passare degli anni la tua presenza è diventata un’esigenza per confrontarmi con te, per cercare in te regole compatibili con la vita.
Alla ricerca di indicazioni sulla vita buona, ho scartato tutto ciò che non era dimostrabile, scartato tutto ciò che mi dava ricette del momento, bocciato tutto ciò che non appagava la mente e il cuore.
Mi sembrava che per esistere dovevo essere buona, brava, dimenticare me stessa e diventare quello che l’altro voleva che fossi.
Ma la non verità non paga.
Sono diventata esperta in coperture mimetiche, tanto che dicevo di me minimizzando che  ero un grande bluff.
Andare incontro ai desiderata degli altri mi faceva esistere.
Non sopportavo il rifiuto o l’indifferenza di chi mi avrebbe potuto condannare a morte.
La paura che ho negato da piccola come sentimento non buono, la vedevo rappresentata in mamma.
“Diana, la paura” si diceva, quando giocavamo a tombola e usciva il 90.
Poi la sua paura incomprensibile  è toccata anche a me.
Una paura irrazionale e ritenuta colpevole come colpevole erano ritenute le malattie che mi erano venute dopo sposata.
La malattia come la paura di stare sola non mi permettevano più di indossare gli abiti che mi erano sempre serviti per mimetizzarmi, per nascondermi.
Così ne ho inventati di sofisticati, ma portandomi dietro la necessità di dover essere come agli altri piaceva, perché il consenso che cercavo doveva essere universale.
Signore non so perché, meditando il Vangelo, ho detto tutte queste cose e direi che sono andato fuori tema.
Ma ora che ti ho incontrato e conosciuto, non ho paura di essere giudicata da te per un tema uscito male.
So che tu sei qui e mi hai guidato in questa riflessione perché prendessi coscienza dei miei limiti, perché ti ingraziassi per la verità che mi hai mostrato, che rende libere le persone di essere quelle che sono, di andare in carrozzella o camminare, di essere sana o malata, guarita o in via di guarigione, di essere vera, di non ricorrere a mistificazioni per nascondersi agli occhi altrui.
Perché tu sei un padre Signore che ama tutte le sue creature in modo speciale, unico, ma sei anche un Dio che non guarda a quello che faccio ma a quello che sono, ci fai esistere anche quando pecchiamo, un Dio che mi fai ogni giorno, ogni momento, un Dio che cammina con noi, che ogni giorno nutre e rinnova, plasma e riempie le sue creature.
Non ho paura Signore di te, ho paura di me, del male che posso fare e continuo a fare a me stessa e ai fratelli, quando sono giudice severo delle mie e delle altrui debolezze.
Ti ringrazio Signore perché il tuo sacrificio ci ha salvato una volta per tutte, ti lodo e ti benedico perché mi stai pian piano spogliando per scoprire il capolavoro che tu hai fatto con me.
Penso ai capolavori che faccio con Emanuele e un tempo con Giovanni.
Mi entusiasmavano quelli di Giovanni perché mi sorprendeva con le sue intuizioni.
Giovanni voleva mettere una forma alle cose, dare forma, rinserrandole nei suoi schemi mentali.
L’osservazione attenta lo ha portato a fare tanti capolavori che parlavano di te.
Emanuele non sa disegnare.
È un po’ come me, ma non me ne cruccio, perché partiamo da scarabocchi, perché poi lui possa vedervi le cose che conosce, che ama, che desidera.
La maggior parte del lavoro lo faccio io, ma lui vede ciò che io non vedo. Lui mi aiuta a vedere e io l’aiuto a rendere visibile l’invisibile.
Alla fine attacchiamo il capolavoro alla porta con due firme, nonna Etta e Emanuele, nonna Etta e Giovanni.
Che bello Signore vedere il mondo sotto il metro d’altezza!
Che bello scoprire ciò che già c’è, basta tirarlo fuori.
Tu Signore così hai fatto con me.
Mi hai spogliato perché mi volevi dare una veste perché risplendesse, attraverso di me, la tua gloria.
Così aiuto Emanuele e Giovanni a scoprire i doni di cui tu li hai colmati.

” Non potete servire Dio e la ricchezza.”(Lc 16,13)

” Non potete servire Dio e la ricchezza.”(Lc 16,13)
Siamo tutti amministratori disonesti Signore, chi più chi meno.
Questa parola ci colpisce specialmente se ci troviamo nello stato di bisogno, se siamo poveri, se siamo vecchi e malati, se siamo soli abbandonati dagli uomini e a volte, perdonami, anche da te.
Cosa offrirti o Dio, di cosa dobbiamo spogliarci quando la nostra vita scorre ai margini delle strade percorse dagli uomini, invisibili anche ai nostri stessi famigliari, senza amici, senza neanche la possibilità di spostarci fuori del nostro angusto rifugio?
Tu dici che dobbiamo farci gli amici con la disonesta ricchezza, con tutto ciò che non ci appartiene, vale a dire la vita che ci hai donato con questo corpo mortale a cui tu hai promesso l’immortalità
Questo mistero è grande e il mio pensiero si smarrisce pensando alla fine di tutto ciò che mi chiami a restituire prima del tempo.
Tu sei la mia ricchezza Signore, l’unica vera, insostituibile ricchezza.
So che  tu mi aiuterai a non dimenticare tanti tuoi benefici e a comunicare agli altri che tu sei con noi oggi, domani, sempre.
È l’unica cosa che non ci chiami a riconsegnare.
Anzi da sempre quel pane benedetto e spezzato ci torna moltiplicato, se custodito nel forziere del tuo Amore.

Discepoli

“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.(Lc 14,27)
Il discepolo è colui che impara dal maestro.
Il maestro porta alla conoscenza di ciò che uno ignora.
Gesù è venuto a parlarci, a mostrarci, a testimoniarci l’amore del Padre.
Gesù è la strada che porta a Dio.
Mettere Gesù al primo posto e anteporlo a qualsiasi pensiero, desiderio, azione, e fidarsi di lui, e seguirlo fin dove è impensabile per la mente umana, è la follia della croce che redime e salva il mondo, è la porta stretta che ti apre all’Oltre, al totalmente Altro, all’amore infinito, eterno, misericordioso, fedele di Dio.
Mettere Gesù al primo posto è la stessa cosa che mettere Dio al primo posto?
Me lo chiedo questa mattina, mentre scrivo e medito la Parola.
Quando parlo di Gesù penso più ad un uomo che a Dio.
Del resto Gesù stesso, quando parla, rimanda sempre al Padre, dirige i nostri occhi, la nostra mente, il nostro cuore al Padre che lo ha mandato.
Gesù se chiede attenzione, sequela, scelte irrevocabili, dolorose, difficili, addirittura scandalose, se parla di sé come “la testata d’angolo di una costruzione”, se dice “Io sono la via, la verità, la vita” è perché ha sempre davanti agli occhi la missione da compiere, che è quella di riportare a casa i figli che con il peccato originale si sono allontanati dalla casa dove sono nati e si sono persi per il mondo.
Gesù è venuto a portarci la vita, quella vita che viene meno ogni volta che interrompiamo il flusso d’amore che sgorga da Dio.
Dio è amore, Dio è l’acqua pura, zampillante da ogni cuore visitato da lui, da ogni cuore aperto al bisogno dell’altro.
Gesù è la via che porta al Padre, ma anche l’unica verità che non delude, che supera le barriere del tempo e dello spazio, è la vita che ci viene data attraverso il suo corpo e la sua parola.
La vita viene a noi, quando decidiamo di metterla a servizio di Gesù, di non anteporla lui, ma di perderla per lui.
Le parole del Vangelo sono esigenti, incomprensibili, se non si fa esperienza di Gesù, della storia come unico luogo di incontro con l’amore di Dio.
Cercare Dio nei libri, nelle straordinarie manifestazioni di potenza, di grandezza, di gloria, nei ragionamenti teologici, non serve se non a constatare l’impossibilità di una relazione con lui.
Perché è facile ammettere che Dio esiste, che c’è qualcuno al di sopra di noi, più grande, intelligente, potente …
Ma quand’anche riusciamo a fare nostro questo pensiero di creaturalità, di limite, certo non troviamo ciò che ci serve per accettare, superare il limite, per dare un senso alla nostra vita, per uscire dalla noia, dalla tristezza, della delusione, dalla rabbia, da tutti quei sentimenti che ci rendono la vita impossibile, sentimenti che ci portano alla morte.
Un Dio lontano è un Dio che non serve all’uomo, perché la vita è piena di problemi e l’uomo sente forte il bisogno di qualcuno che lo aiuti a non esserne sommerso e a superarli.
Meraviglioso è scoprire ogni giorno la sua presenza, il Dio con noi che porta la nostra tenda, che ha trasformato il nostro corpo in un santuario dove lui abita.
Straordinario questo Dio con noi che ci chiede di mettere il suo giogo perché solo lui sa dove mettere i piedi, sa dove dobbiamo arrivare.
Che questa certezza non mi abbandoni mai, che il giogo non pesi più di tanto, che con gioia ogni giorno io possa dirgli di sì, con la certezza che è l’unica sottomissione che mi rende libera.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi, io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi. Il mio giogo è leggero.”
Il tuo giogo è leggero, Signore, è vero.
Tutti gli altri gioghi sono diventati per me insostenibili, anche se non riesco a liberarmene.
Ogni volta che ci riesco, sento la forza liberante della tua parola, della tua amicizia, della tua misericordia, della tua presenza, della forza che mette le ali ai miei limiti che tu assumi su di te.
Non ho rimpianti Signore e di questo voglio ringraziarti.
Non rimpiango la passeggiate che non ho fatto, non rimpiango i luoghi che non ho visitato, non rimpiango ciò che non ho più.
Rimpiango le occasioni perdute per amare di più e meglio, rimpiango il fatto che per tanto tempo ho voluto camminare senza giogo, senza che mi portasse qualcuno, nella continua frustrazione di sbagliare strada, nella ricerca continua però della strada giusta da percorrere da sola, della meta da raggiungere da sola.
Ho cercato le strade in vista di mete che mi deludevano ogni volta che le raggiungevo.
Sono stata una cercatrice di strade prima di tutto, adattando le le mete che mutavano nel tempo a seconda delle situazioni che stavo vivendo.
Mi sono specializzata in percorsi adattabili ad ogni obiettivo.
Poi è arrivata la malattia di mio fratello.
Quando Nuccio si ammalò pensai che avesse bisogno di esperienza per muoversi nel campo della sanità.
Ma lui era malato perso.
Allora pensai che aveva bisogno di di qualcuno che gli stesse accanto, che si prendesse cura di lui.
Non potendo essere sempre presente al suo capezzale mi misi a fare collette per pagare un’infermiera per la notte.
Ma il suo bisogno era un altro e quando ne presi coscienza mi detti da fare per soddisfarlo.
Aveva bisogno di te, Signore.
A me non interessava credere, ma era importante esaudire il suo desiderio, per renderlo felice.
Io non ti conoscevo, lui si.
Ho pensato che poteva fargli piacere.
Ricordo quel giorno.
Quando ci misi a trovare un prete disposto a portargli la comunione!
Così sei arrivato e io mi sono commossa.
Ho sentito un brivido attraversarmi la schiena, ho percepito una presenza, ma dovevo ancora toccare il fondo…