PERFEZIONE

SFOGLIANDO IL DIARIO…

15 giugno 2010
Meditazioni sulla liturgia di
martedì dell’XI settimana del Tempo Ordinario

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli. ..Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.(Mt 5,43-48)

La vita Signore sembra, a leggere il Vangelo, ridursi solo ad uno scambio reciproco di favori, un donare agli altri ciò che hai di più caro, un perdersi per ritrovarsi, uno sciogliersi come il sale nell’acqua, un disperdersi e diffondersi come la luce, un morire, un annientamento graduale di sé stessi per far spazio all’altro e all’Oltre.
Sono parole belle Signore, parole che sento, sperimento vere.
Quante volte un gesto gratuito di amore mi ha fatto risorgere, ha dato senso al mio andare, senso alla fatica, senso al dolore, al sacrificio, mi ha riempito di gioia, di gratitudine, di luce, di eternità.
Eppure Signore molto spesso l’amore non sembra essere tanto importante, specie quando il dolore, la sofferenza fisica non dà tregua come questa notte, come questa mattina.
Un dolore che non è di un momento ma dura per ore, per giorni una malattia che mi impedisce di fare sempre meno cose, una malattia che sembra una carica ad orologeria, che più passa il tempo e più percepisci la fine.
Tu continui a parlare di amore, perfezione e io voglio ascoltarti, pendo dalle tue labbra Signore.
In questo tempo sei solo tu che ti prendi cura di me totalmente.
Sei tu che mi fai esistere e mi sembra che tu sia il mio unico interlocutore.
Non c’è più nessuno che mi chieda come sto, che mi faccia gli auguri il giorno dell’onomastico, del compleanno con accadeva un tempo, non c’è nessuno che si ponga il problema della mia salute perché è scontato che stia male, è scontato che di questo male non si muore e che io me la so cavare benissimo da sola.
Alla gente interesserebbe solo se questa malattia portasse alla morte.
Ci si preoccupa solo di questo oggi, perché la morte fa paura.
Ogni notte tu mi chiami a morire Signore, cedere, consegnare un pezzetto di me, della mia agilità, efficienza, intelligenza, memoria, funzione.
Ogni notte.
A volte mi rispondi con un segno che mi conforta e mi rassicura che tu sei con me, che non mi hai mai lasciata.
A volte la mia preghiera torna con l’eco e batte su un muro che rimanda indietro le mie parole.
Mi chiedo, quando me lo chiedo, cosa serva pregare se poi il dolore è sempre così grande..
Come ieri notte… Come questa notte…
Tu parli oggi di perdono, di amore per i nemici e io sono qui a combattere con un dolore alle mani, alle dita che mi perseguita.
Ma non è solo questo, lo sai.
Giovanni quando prega dice: “Lo vedi Signore che c’è questo e quest’altro.”
“Lo vedi”.
Non dice: “Lo sai” ma “Lo vedi”.
E quando sto così male le parole del perdono, della perfezione sembrano dirette più alla mia intelligenza che al cuore, perché mi interrogo su cosa devo ancora capire, cosa meditare, cosa fare rispetto a ieri.
Il dolore mi annebbia la mente, mi intorpidisce i muscoli e non mi viene da pensare ad altro se non a come affrontare questa giornata.
Giovanni dice che non è una cosa normale che io con il mal di schiena (che ne può sapere del resto?) possa averlo portato, al mare, come è stato.
Non è normale, ma io gli ho spiegato che ho chiesto a te l’aiuto.
Ma l’amore che è alla base dei miei comportamenti nei confronti di Giovanni ed Emanuele, i miei nipotini, come faccio a donarlo ad altri se non mi reggo in piedi, se la preghiera sale stentata al cielo?
Non ho più parole Signore e vivo una vita errabonda, una vita segnata dalle tempeste di sabbia, dai tornadi e dagli tsunami.
“Di questa città non è rimasto qualche brandello di muro, di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. E ‘il mio cuore il paese più straziato”.
Chi o cosa devo amare Signore?
Il mio dolore?

Annunci

L’abbraccio

Nella bella cattedrale di Wùrzburg, in Germania, si trova una veneranda Croce del sec. XIV.
Il Signore ha le mani staccate dalla traversa e le tiene incrociate una sull’altra sul petto, avendo i chiodi ancora tra le dita.
Una leggenda racconta che un ladro incredulo, vista la corona d’oro sulla testa del Re crocifisso, stese la mano per prenderla.
In quel preciso istante il Signore staccò le mani e i chiodi dalla croce, s’inchinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò al suo cuore. Quali furono i pensieri che attraversarono la mente di quell’uomo? Vergogna… pentimento… riconoscenza… desiderio di non staccarsi più da quell’abbraccio? Lo trovarono svenuto.
Da quel tempo Cristo non ha mai più riallargato le sue braccia, ma ha conti­nuato a tenerle cosi, come sono ora, come se volesse sempre stringere al cuore l’uomo peccatore, guardandolo profondamente negli occhi.
https://www.santateresaverona.it/?p=11799

“Io ho fatto conoscere loro il tuo nome” (Gv 17,26)

Sono qui davanti a te Signore mio Dio, sono qui con tua madre a cui ho chiesto di accompagnarmi in questa notte all’altra riva, per poterti ascoltare, per rivederti, per poter mangiare ancora del tuo pane di vita.
Ti ringrazio Signore perchè non hai ritenuto un tesoro geloso tua madre e ce l’hai donata, l’hai con noi condivisa perchè ci portasse a te ogni volta che smarriamo la strada o ti chiamasse lei in aiuto, e ti rendesse visibile ai nostri occhi attraverso la sua preghiera.
Ti ringrazio perchè sei venuto a dare un senso a tanta sofferenza, perchè mi hai mostrato che tu sei in ciò che ci manca, che siamo beati quando percepiamo i nostri limiti, quando ci sentiamo bisognosi di tutto, quando nessuna cosa al mondo ci può consolare, guarire, darci gioia e speranza di vita.
Grazie Signore perchè questa mattina mi hai dato la tua carne e il tuo sangue perchè diventassi una sola cosa con te.
Me l’hai data e io me ne sono nutrita, e la paura è svanita sostituita dalla gioia di appartenerti e di servirti con gli strumenti poveri e disprezzati che tu trasformi in armi invincibili contro le tentazioni del demonio.
Signore grazie perchè oggi comincio la giornata pensando che niente e nessuno potrà separarmi dal tuo amore, che questo amore è lo stesso che ti lega al Padre, un amore che lo Spirito Santo ci mostra e ci dona.
Mi viene in mente l’immagine con cui siamo soliti raffigurare lo Spirito Santo che arriva a noi come acqua, fuoco, colomba, soffio, vento…
Ma quella che più amo e che parla alle corde più profonde del mio essere è un abbraccio, un sentirsi stretti da un amore più grande che ci comprende tutti e che ci fa dire l’uno all’altro:”Io mi fido di te”.
Tu ci chiami all’unità e quale grande miracolo hai compiuto Signore inchiodando il tuo abbraccio alla croce?
Grazie Signore per i tuoi doni, grazie dell’abbraccio che riservi ad ogni uomo peccatore, perchè tu continui a morire per noi ogni volta che ti chiamiamo in aiuto.

” Beato chi cammina nella legge del Signore” (Salmo 118)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

16 aprile 2018
lunedì della III settimana di Pasqua

” Beato chi cammina nella legge del Signore” (Salmo 118)

Anche se siamo convinti di farlo, poi ci accorgiamo che non siamo affatto saldi nella fede, specie quando il vento soffia forte e agita le acque del mare che noi solchiamo con piccoli gusci di noce, in preda a qualsiasi mutamento del vento che agita le acque e ti toglie ogni sicurezza.
Anche quando pensiamo che Gesù ce lo portiamo dietro, pure ci prende la paura se dorme o cammina sulle acque.
Gli sconvolgimenti, gli improvvisi temporali, il naufragio delle nostre certezze, il sentirci soli a combattere faraoniche battaglie ci mette a terra e quel ” Perchè?”, tante volte ricacciato dentro lo stomaco, come un rigurgito acido riaffiora.
Perchè a me, solo a me, perchè per così tanto tempo, perchè dormi quando il nemico mi assale e affonda le sue zanne nella mia carne?
Riprendo in mano il rosario con fatica per i forti dolori alle mani e alle braccia, cercando l’aiuto che tarda a venire.
Cambio mano, dita, posizione poi mi arrendo e decido che il rosario lo dico a mente, perchè almeno non mi procuro altro dolore.
E questa mattina era la volta dei misteri gaudiosi che partono da un “Kaire!”, rallegrati che volevo a tutti costi fare mio, dopo una notte dove la violenza degli elementi mi aveva disintegrata.
Volevo sentirmelo dire anch’io quel Kaire, ma volevo che mi entrasse nelle vene, nel cuore perchè volevo che il Signore stesse con me, come con Maria.
Come era possibile che questa vita così tribolata non avesse niente più di che rallegrarsi?
Sono andata avanti con i misteri ma non riuscivo di fatto a staccarmi dall’idea che era impossibile che solo per me Dio aveva fatto un piano diabolico, assassino, aveva spento il mio sorriso e mi aveva portato sul ciglio del grande burrone.
Kaire, kaire, kaire, non mi stancavo di ripeterlo, mentre proseguivo con le avemarie i paternoster e i gloriapatri .
Ci doveva essere un varco, una crepa, un mezzo per penetrare nel mistero della vita, qualunque essa sia.
Ho pensato che la vita è un dono, l’ho letto tante volte, ma solo a tratti me ne sono resa conto e ho ringraziato.
La vita è dono.
Mi sono ricordata di quando mio padre, dopo aver tagliato una piccola torta, in tanti pezzi quanti erano le nostre bocche, mi porse quello che mi spettava non proporzionato alla mia fame.
“Lo vuoi?”
“No”
“Lo vuoi?” ripetè per la seconda volta.
” No”
“Lo vuoi?
“No”
“Perchè?”
“Perchè è piccolo”
In un lampo il mio pezzo di torta finì nella sua bocca, lasciandomi con un palmo di naso.
Questa vicenda mi segnò molto, ma mai avrei immaginato di arrivare a ipotizzare un discorso del genere tra me e il Padreterno.
La vita è un dono riflettevo, pensando a quel pezzo di torta, che non sempre corrisponde alle tue aspettative.
Sta a te farne un capolavoro, un’opera d’arte, un gioiello con gli ingredienti, il materiale a disposizione.
L’alternativa naturalmente è rimanerne privi.
Ho ripensato ad una borsa che ho fatto, ripescando nel cestino dei rifiuti gli avanzi di un vestito da me confezionato con grande soddisfazione, con un piccolo pezzo di stoffa che avevo comprato per farne una sciarpa.
Ho guardato quei ritagli, numerosi, di varia forma, dai colori invitanti.
Ho pensato che era un peccato andassero nella spazzatura.
Li ho quindi ripescati dal cesto e li ho uniti con del velluto facendone un’opera d’arte, una bellissima borsa che tutti mi invidiarono.
Da una manciata di stracci era scaturito un capolavoro.
Perchè non pensare che un capolavoro ancora più grande potevo fare con l’aiuto di Dio di questa vita a pezzi?
Sì, era questo il messaggio che questa notte mi ha fatto rallegrare.
Ora comincia il bello.
Cercare motivi di speranza, di gioia, di amore tra i copertoni, nelle discariche di questo mondo.

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

MEDITAZIONE sulla liturgia di
sabato della II settimana del tempo di Pasqua
18 aprile 2015
ore 6.45
letture: At 6,1-7; Salmo 32; Gv 6, 16-21
“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)
Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto che attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara, perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sono riappisolata mentre ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 dicembre 2011
mercoledì della IV settimana di Avvento
“A che devo che la madre del mio Signore venga me?”(Lc 1,43)
Ieri sul calendario liturgico c’era scritto “ Nulla è impossibile a Dio”.
Subito, Signore, ho pensato che fosse una parola rivolta non a me, ma a Maria, dall’angelo 2011 anni fa.
Presa dai miei pensieri, dal dolore che mi schianta le più intime fibre del corpo, dalla paura, dallo smarrimento che questi sintomi mi provocano, dal disorientamento e dall’angoscia, e chi più ne ha più ne metta, non mi sono soffermata a pensare che tu stavi parlando a me, anche a me, perché sono tua figlia, perché tu mi hai creato per amore, perché niente disprezzi di ciò che hai creato.
Non l’ho capito Signore, e faccio fatica a crederci.
I giorni si susseguono ai giorni, i sintomi sono sempre più funesti, forieri di tristi e irrevocabili sentenze e io ho paura.
Il mio spirito si abbatte, è prostrato Signore, lo sai.
Se mi guardo attorno tutto mi parla di un addio che presto dovrò dare alle cose che amo, alle persone che sono diventate parte di me e ho paura.
Lo sai Signore.
Non ho bisogno di dirtelo.
Questa notte le gambe, sono state il campo di battaglia di scontri apocalittici, la mia testa non riesce più a sopportare tanto.
Il tumulto, la rabbia, la ferocia dei nemici mi squassa, mi divide e io non so dove rifugiarmi, Signore.
Come vorrei trovare in questa tempesta un po’ di pace, come vorrei che il tuo nome fosse un baluardo inaccessibile al nemico che mi perseguita!
Signore salva la tua consacrata!
Tante volte mi hai mostrato il tuo amore, svergognando la bestia, tante volte che il numero non lo ricordo.
Mi chiedo se ti sei dimenticato di me e mi sembra una bestemmia anche solo pensarlo.
Tu sei mio padre Signore, non voglio dimenticarlo, non voglio pensare che ho bisogno di qualcun altro che mi tenga compagnia, mi stringa la mano, mi parli.
Per tanto tempo, quando non ti conoscevo, ho avuto paura e ho cercato mani da stringere, presenze forzate di persone che mi garantissero il sostegno e l’aiuto nel momento del bisogno.
Ma ora Signore Ti ho incontrato e cerco di convincermi che tu sei accanto a me durante le crisi più brutte.
Chiedo aiuto a tua madre, alla quale non puoi dire di no, la tua sposa, la vergine perfetta, degna di accoglierti per prima nel suo grembo.
Chiedo a te, chiedo a lei, sono stanca Signore di gridare, di tendere le mie mani in alto, perché tu le afferri e mi abbracci, sollevandomi alla tua altezza.
Signore mi vedi, sai quanto siamo provati, infelici, poveri, derelitti.
Lo sai Signore.
Quale padre se un figlio gli chiede un pane gli darà una pietra o se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione, se un pesce gli darà una serpe?
Io credo Signore che tu, più dei genitori terreni, sai dare cose buone ai tuoi figli. Lo credo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa.
Ma i tuoi tempi Signore io non li sopporto. Troppo lunga è l’agonia, troppo il dolore.
Lo sai.
Dicono che non dobbiamo convincerti a fare ciò che noi vogliamo, che tu lo sai di cosa abbiamo bisogno e hai già provveduto per il meglio.
Ma io non ce la faccio più Signore e anche il mio sposo si abbatte ed è molto infelice.
Non riusciamo da soli a risollevarci, Signore.
Aiutaci a confidare in te, aiutaci, in questo periodo di attesa, a credere che ci sarà un Natale di gioia anche per noi.
Aiutaci Signore perché siamo poveri e infelici, perché da soli non andiamo da nessuna parte, perché tu sei la nostra unica speranza.
Oggi il Vangelo parla della visita di Maria a Sant’Elisabetta.
Il Vangelo della gioia quello di oggi.
Un incontro tra due o più persone che non ancora si vedono come la sposa e lo sposo del Cantico dei cantici, come quello di Giovanni con te, custodito nel grembo di tua madre.
Voglio pensare che Maria oggi verrà a visitare anche me, voglio credere che già si è messa in cammino per portarmi l’Eucaristia.
Voglio credere che in questa giornata tu farai irruzione nella mia casa e mi farai sussultare di gioia.

LAETARE

SFOGLIANDO IL DIARIO…
16 dicembre 2012
domenica della III settimana di Avvento anno C.
(Sof 3, 16-17)Non temere, Sion,
non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te 
è un salvatore potente.
Oggi è la domenica della gioia.
Tutta la Chiesa era in festa.
Il sacerdote aveva i paramenti rosa che si indossano solo due volte l’anno: la terza di Avvento e la terza di Quaresima, come a dire che il lutto, la penitenza, si può anche interrompere, rischiarata da un annuncio più forte, più vivo, più gioioso.
Si avvicina il Natale e dovremmo tutti essere contenti.
Ma l’attesa è fatta di fatica, di ricalcoli , di prove, di deserto, di buio, di silenzio.
L’attesa è a volte, come questa notte, un inferno.
Questa notte ho avuto dolori sovrumani, l’Apocalisse pensavo è qui e io la sto vivendo.
Il dolore al basso ventre, l’arsura come dopo un intervento a causa dell’anestesia, un bere continuo, un continuo andare in bagno e poi il braccio e l’articolazione della spalla che gridava vendetta.
E poi i sogni, la ricerca di un luogo in cui riposare con un bambino da accudire e un posto piccolo piccolo, una panca con il coperchio, dove si è soliti mettere i libri della liturgia.
Li ho visti nelle cappelle dei conventi queste panche contenitore.
Gli spazi erano piccoli e a me è toccato tra due persone dalle quali mi sentivo schiacciata.
E questo è il segno che ha accompagnato il grido di dolore.
Poi altri sogni, altri personaggi collegati con la chiesa e io che vivevo ai margini di quello che si diceva, io che non comprendevo, che non ero calcolata… Il dolore.
Ho pensato che non c’è pace per me, quando ho aperto la Bibbia stanotte per pregare con un salmo di lode, ma non ho trovato nulla che esprimesse il mio sentimento che era quello di vincere il demonio con le benedizioni di Dio, con la lode da Lui ispirata.
Così questa mattina mi sentivo una profuga.
Il comodino sembrava essere stato travolto da uno tsunami, un terremoto.
Non c’era niente diritto, ordinato.
Ho fatto la le foto con il mio cellulare scassato, scassate sono uscite le foto che rendono bene il disastro.
Del resto volevo usare la macchinetta per parlare di Dio e della vita in cui lui si incarna con la Parola.
Così ho postato le foto delle scempio con sotto le parole del profeta Sofonia.
“Non lasciarti cadere le braccia. Il Signore è un salvatore potente”.
E ci voglio credere che sia così.
Quando a messa Don Antonio ha dato la comunione, il Corpo di Cristo, all’improvviso l’aria si è squarciata e, come un fulmine, un tuono, un terremoto, la Parola è scesa su di me.
Il Corpo di Cristo io l’avevo preso e mi ero svegliata.
Questa volta il risveglio è stato una danza di lode, di grazia, di gratitudine, danza di forza, coraggio, speranza, perché il Corpo di Cristo è dentro di me.
Cosa potrà farmi il demonio?
Solo tu Signore mi puoi salvare. Solo tu mi dai le armi della luce per sconfiggere il serpente che attenta alla mia vita.
Lode e gloria a te Signore Gesù.

“Avvenga per voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
4 dicembre 2015
venerdì della I settimana di Avvento
Letture:  (Is 29,17-24); Salmo 26;  (Mt 9,27-31)
ore 7
“Avvenga per voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29)
Oggi il vangelo ci parla di fede in chi può guarirci dalle malattie che ci affliggono.
I due ciechi furono esauditi nella loro richiesta di aiuto perchè credevano che Gesù poteva fare il miracolo.
Anche io credo che Lui e solo Lui può non dico togliermi le malattie, ma attenuarne l’effetto devastante sul mio sistema nervoso che è andato in tilt.
Non so più in che lingua invocarlo, pregarlo, chiedergli almeno una briciola del suo amore, una briciola di quel pane che cade dalla tavola e di cui sono soliti cibarsi i cagnolini.
Un dio senza pietà mi si mostra in questi giorni, un dio impassibile e severo , un dio sordo al grido di chi è nella fossa dei leoni e viene straziato dai loro denti aguzzi giorno e notte senza riuscire a morire.
La morte si sconta vivendo e chissà quanti peccati devo scontare per guadagnarmi questo traguardo.
Un tempo avanzavo tra i primi nella santa assemblea, un tempo rendevo lode e gloria al Signore perchè aveva cosparso la mia strada di “scintillanti”.
Un tempo.. ma come accade nei matrimoni all’inizio c’ è l’idillio e la risposta sempre pronta, un abbraccio, un regalo, un sorriso, una parola carina.
Con Lui bastava che desiderassi anche incosciamente una cosa che la vedevo realizzata.
Poi è aumentata la vicinanza, il tempo della preghiera, l’intimità, e il tempo dell’attesa si è fatto più lungo, addirittura interminabile.
Le risposte tardano a venire e io mi sento messa da parte, dimenticata.
Perchè Signore mi tratti in questo modo?
Perchè non rispondi ai miei ripetuti SOS ?
Perchfedeè Signore la mia vita deve essere un calvario e la morte durare lunghissimi anni?
Continuo a credere che solo tu puoi aiutarmi, che non c’è nessuno al di fuori di te che possa togliermi questa spina nel fianco, ma tu sei sordo, anche se non avaro di parole di speranza, specie in questi giorni di preparazione al Natale.
I morti non ti lodano dalla fossa, perchè non scendi e impedisci al nemico di fare scempio del mio corpo?
Perchè Signore più non ti schieri con i nostri eserciti e ci fai andare allo sbando?
Piega i cieli e scendi e visita questa vigna, il virgulto che ti sei piantato.
Ne fanno scempio i viandanti e i ladroni.
Sono tua Signore, te lo sei dimenticato?
Dove ti nascondi o mio diletto perchè torni a sorridermi la vita e i fiori del mio giardino profumino e i loro colori  mi parlano di te?
Dove cercarti Signore che non sia in questo dolore continuo e scrastante, dove fuggire da questa persecuzione?
Signore non posso , non voglio, non riesco a vederti in queste macerie, in questo corpo mandato al macello, dato in pasto agli avvoltoi.
Dove sei Signore?
Mostrami il tuo volto e io vivrò.
Guariscimi gli occhi del cuore perchè ti veda chino sule mie ferite.