PERFEZIONE

SFOGLIANDO IL DIARIO…

15 giugno 2010
Meditazioni sulla liturgia di
martedì dell’XI settimana del Tempo Ordinario

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli. ..Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.(Mt 5,43-48)

La vita Signore sembra, a leggere il Vangelo, ridursi solo ad uno scambio reciproco di favori, un donare agli altri ciò che hai di più caro, un perdersi per ritrovarsi, uno sciogliersi come il sale nell’acqua, un disperdersi e diffondersi come la luce, un morire, un annientamento graduale di sé stessi per far spazio all’altro e all’Oltre.
Sono parole belle Signore, parole che sento, sperimento vere.
Quante volte un gesto gratuito di amore mi ha fatto risorgere, ha dato senso al mio andare, senso alla fatica, senso al dolore, al sacrificio, mi ha riempito di gioia, di gratitudine, di luce, di eternità.
Eppure Signore molto spesso l’amore non sembra essere tanto importante, specie quando il dolore, la sofferenza fisica non dà tregua come questa notte, come questa mattina.
Un dolore che non è di un momento ma dura per ore, per giorni una malattia che mi impedisce di fare sempre meno cose, una malattia che sembra una carica ad orologeria, che più passa il tempo e più percepisci la fine.
Tu continui a parlare di amore, perfezione e io voglio ascoltarti, pendo dalle tue labbra Signore.
In questo tempo sei solo tu che ti prendi cura di me totalmente.
Sei tu che mi fai esistere e mi sembra che tu sia il mio unico interlocutore.
Non c’è più nessuno che mi chieda come sto, che mi faccia gli auguri il giorno dell’onomastico, del compleanno con accadeva un tempo, non c’è nessuno che si ponga il problema della mia salute perché è scontato che stia male, è scontato che di questo male non si muore e che io me la so cavare benissimo da sola.
Alla gente interesserebbe solo se questa malattia portasse alla morte.
Ci si preoccupa solo di questo oggi, perché la morte fa paura.
Ogni notte tu mi chiami a morire Signore, cedere, consegnare un pezzetto di me, della mia agilità, efficienza, intelligenza, memoria, funzione.
Ogni notte.
A volte mi rispondi con un segno che mi conforta e mi rassicura che tu sei con me, che non mi hai mai lasciata.
A volte la mia preghiera torna con l’eco e batte su un muro che rimanda indietro le mie parole.
Mi chiedo, quando me lo chiedo, cosa serva pregare se poi il dolore è sempre così grande..
Come ieri notte… Come questa notte…
Tu parli oggi di perdono, di amore per i nemici e io sono qui a combattere con un dolore alle mani, alle dita che mi perseguita.
Ma non è solo questo, lo sai.
Giovanni quando prega dice: “Lo vedi Signore che c’è questo e quest’altro.”
“Lo vedi”.
Non dice: “Lo sai” ma “Lo vedi”.
E quando sto così male le parole del perdono, della perfezione sembrano dirette più alla mia intelligenza che al cuore, perché mi interrogo su cosa devo ancora capire, cosa meditare, cosa fare rispetto a ieri.
Il dolore mi annebbia la mente, mi intorpidisce i muscoli e non mi viene da pensare ad altro se non a come affrontare questa giornata.
Giovanni dice che non è una cosa normale che io con il mal di schiena (che ne può sapere del resto?) possa averlo portato, al mare, come è stato.
Non è normale, ma io gli ho spiegato che ho chiesto a te l’aiuto.
Ma l’amore che è alla base dei miei comportamenti nei confronti di Giovanni ed Emanuele, i miei nipotini, come faccio a donarlo ad altri se non mi reggo in piedi, se la preghiera sale stentata al cielo?
Non ho più parole Signore e vivo una vita errabonda, una vita segnata dalle tempeste di sabbia, dai tornadi e dagli tsunami.
“Di questa città non è rimasto qualche brandello di muro, di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. E ‘il mio cuore il paese più straziato”.
Chi o cosa devo amare Signore?
Il mio dolore?

” Confidate nel Signore sempre” ( Is 26.4)

” Confidate nel Signore sempre” ( Is 26.4)
Mi chiedo Signore se io sono capace di confidare in te sempre, di perseverare nella preghiera, nella fede, nella speranza, nella carità, nell’amore.
Questa mattina mi interrogo soprattutto sulla mia perseveranza nell’amore non tanto verso i fratelli che vedo di rado ma che porto nel cuore e ti presento ogni volta che mi metto alla tua presenza, quanto sul tuo amore per me.
A volte mi vengono i dubbi, visto come vanno le cose.
Tu hai chiesto a Pietro: ” Mi ami tu?” ed era importante la tua domanda perchè gliel’hai fatta tre volte.
Non ti sei formalizzato alla quantità di amore che desideravi ma ti sei accontentato da subito e da subito gli hai dato l’incarco di pascere le tue pecore con l’amore di cui era capace.
Tu sei Dio e il tuo amore è infinito, questo penso sia l’attributo che più corrisponde alla verità del tuo essere Dio, il mio Dio, il Dio dei miei padri, il Dio di Gesù.
Quando non riesco a lodarti, benedirti e ringraziarti per la prova che ininterrottamente mina il corpo e la mente, notte e giorno protendendo le mie mani verso la tua acqua, la fonte viva e rigenerante della vita, quando la vita diventa solo un peso e il giorno un susseguirsi di no, io mi chiedo se il tuo amore è così grande come lo immagino, come lo desidero, come penso che dovrebbe essere.
Mi chiedo e ti chiedo quanto dovrò aspettare per vivere la gioia di essere tua figlia, di sentirmi definitivamente a casa al riparo da ogni paura e da ogni inganno.
Me lo chiedo dopo l’ennesima notte passata nel tormento del corpo e nella preghiera incessante, me lo chiedo questa mattina che mi appresto a cercare ragioni di speranza, spiragli di luce nella mia insignificante quotidianità.
Ho fatto indigestione della tua Parola Signore, questa notte, nella speranza di trovare un varco a tanta sofferenza, un senso, una direzione a dare al mio cammino, al mio esodo per una terra che non conosco.
“Mi si attacchi la lingua al palato, se ti dimentico Gerusalemme”
Le parole che mi porto dentro e che continuo a ripetermi per paura di rinnegarti.
Oggi credo che la risposta alla domanda se mi ami la debba trovare dopo il capitolo della passione.
Nei misteri gloriosi Maria mi farà vedere scritta nel cielo in terra e in ogni luogo qual è la vera salvezza, dove trovarla e in chi confidare sempre

” Va’ la tua fede ti ha salvato”(Mc 10,52)

 

 
Meditazioni sulla liturgia di
domenica della XXX settimana del TO anno B
” Va’ la tua fede ti ha salvato”(Mc 10,52)

 

Così vorrei oggi sentirmi dire da Gesù, le stesse parole che rivolse a Bartimeo, il cieco che chiedeva l’elemosina ai bordi della strada su cui sarebbe passato.
Anche io sono su quella strada e voglio incontrarlo, voglio che mi guarisca, nonostante in tanti mi vogliono tappare la bocca, intimidirmi, mettermi da parte per evitare che ritardi o offuschi la fama, il trionfo del Salvatore.
Io so che si fermerà, anche se ha, vero uomo, il cuore in subbuglio, per la prova di cui solo lui conosce il peso.
Ma quando hai Dio nel cuore, quando sei intimamente connesso a Lui, non ti chiudi in te stesso pensando solo ai tuoi problemi, ma ti apri all’altro, tieni aperti gli occhi, le orecchie e il cuore a qualsiasi grido di aiuto.
Chi di noi , quando è oppresso da gravi pensieri, da tristi presagi, quando si trova ad affrontare una prova difficile, ha modo e tempo e testa e tutto il resto per prestare ascolto ad uno che ti chiama, un pezzente che neanche conosci?
Eppure Gesù non si smentisce e avverte la sincerità del cuore, la disperazione di quell’uomo che solo in lui vede la salvezza.
” Chiamatelo!” dice ai suoi discepoli che vedevano nell’intruso solo un ostacolo da evitare.
” Cosa vuoi che ti faccia?” gli chiede.
“Cosa volete che faccia per voi?” l’aveva chiesto anche ai discepoli che non ancora avevano capito niente di Lui.
” Che io torni a vedere!”
“Va’, la tua fede ti ha salvato!”
Quale fede aveva Bartimeo da portare Gesù ad esaudire immediatamente la sua richiesta?
Essere consapevole del suo bisogno e rivolgersi all’unica persona che poteva soddisfarlo.
Molto spesso pensiamo che i nostri bisogni siano altri, bisogni della carne e non dello spirito, bisogni umani, come quelli espressi dagli apostoli quando chiesero di sedere alla destra e alla sinistra nel suo regno di gloria.
Gesù chiarifica il nostro desiderio, ci apre gli occhi a ciò che ci manca e ci guarisce riempiendo i nostri vuoti, la nostra inadeguatezza con la sua grazia.
Oggi così voglio pregare.
“Gesù ti amo, unico e vero Signore della mia vita.
Riconosco le mie colpe, riconosco la mia infermità, riconosco che tu solo Dio puoi guarirmi da quelle malattie che mi impediscono di lasciare il mio mantello, le mie sicurezze, vendere tutto e seguirti.
Guariscimi Signore dal cercare rimedi nelle cose del mondo, sicurezza nei beni terreni, guariscimi dalla cecità che mi impedisce di vedere te nelle cose e nelle persone che incontro sul mio cammino.
Aiutami a riconoscerti quando passi sulla mia strada.

“Signore, da chi andremo?” (Gv 6,68)

“Sceglietevi oggi chi servire” (Gs 24,15)
“Anche voi volete andarvene?”(Gv 6,67)
Gesù chiede ai suoi discepoli, come anche Giosuè al popolo di scegliere. Molti se ne andarono e, anche tra chi rimase, ci fu chi poi lo tradì.
Pietro di fronte alla domanda: “Ve ne volete andare anche voi?” risponde: “Signore dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.
Pietro non aveva capito tutto di Gesù, né gli altri discepoli che davanti alla croce fuggirono e si nascosero.
Però Pietro come gli altri aveva sperimentato che Gesù è l’unica alternativa valida per non morire.
Oggi penso che Gesù rivolga anche a me questa domanda.
Le esigenze della fede si fanno sempre più intransigenti, dure, incomprensibili a volte, ma io penso a quando stavo alla base di questa montagna, quando credevo che il punto dove ero arrivata era il più alto che potesse essere raggiunto.
Penso a questa scalata che dura da diciotto anni, in compagnia della Parola, al percorso accidentato, agli ostacoli, agli smarrimenti, alle improvvise schiarite, ai luoghi nascosti improvvisamente illuminati dal sole dove ho visto spuntare i fiori più belli.
Penso alla consolazione, alla gioia di tante piccole soste nel cammino in cui Dio mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha curato, mi ha preso in braccio.
Sono molto affaticata, perché la montagna è alta e ripidi e stretti i suoi sentieri, ma penso che non solo chi ha le gambe può godere del meraviglioso panorama che la natura ci offre.
Le cime di Lavaredo si possono gustare e vedere solo se percorri lo stretto e lungo sentiero che costeggia i tre giganti dell’aria, ma anche chi è preso per mano dal Figlio, è sollevato alla sua altezza, ha chi lo porta sopra le spalle e, come un bambino, vede più in alto del genitore, perché  sta più in alto della sua testa.
Signore ti ringrazio di ciò che mi doni attraverso gli infiniti canali della tua grazia
Elisabetta, mentre faceva la passeggiata in alta quota, davanti alle cime di Lavaredo, pensava a me che non posso camminare.
Probabilmente ne aveva più bisogno più di me, vista la vita frenetica che spesso impedisce di mettersi in contatto con te, attraverso le grandiose opere d’arte della tua creazione.
Io ho tanto tempo a disposizione per esplorare l’universo che hai messo nelle mie mani, un universo d’amore, di pace, di gioia, di perdono.
Ora sono qui su questa montagna e mi smarrisco, ma non posso tornare indietro, perché so cosa mi sono lasciata alle spalle e so che in te ho trovato un alleato potente.
No Signore, anche se a volte il tuo linguaggio è duro, anche se non lo capisco subito, non me ne voglio andare.
Voglio rimanere con te.
Sempre.
Solo tu hai parole di vita eterna.

” Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”(Sal 126,5)

SAN LORENZO
” Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”(Sal 126,5)
Oggi la tua paola Signore non è consolante, ogni versetto che ho letto da quando ho aperto gli occhi parla di morte, di croce, di rinnegamento, di lacrime.
Ho cercato di fare mie le parole di San Paolo che ho trovato nella liturgia delle ore, In cui si parla di consolazione ricevuta e data in ogni tribolazione.
Certo è che man mano che proseguivo la lettura di quello che oggi tu volevi dirmi, il tuo volto lo vedevo severo e accigliato, esigente in ogni cosa, e mi riusciva difficile percepirne la tenerezza e l’amore di cui sento oggi, in questo periodo della mia vita particolare, bisogno.
Ti ho sentito e continuo a sentirti un Dio intransigente e severo, anche se per il nostro bene.
Anche io sono stata intransigente e severa nei confronti delle persone che mi sono state affidate, di cui mi sono fatta carico, ma le ho accompagnate con le regole più che con gesti d’amore e di tenerezza.
Un’educazione anaffettiva non poteva fare più disastri e tanto è stato, perchè il disastro più grande l’ho fatto a me stessa, disprezzando il mio corpo, vergognandomi di come ero e cercando tutti i modi possibili per coprirne le storture.
Ho usato di tutto per nascondere, mimetizzare agli occhi estranei ciò che di me non era bello per paura delle critiche e così ho preso le distanze da me e dagli altri per paura di soffrire.
Ho eretto muri, ho lavorato indefessamente per non sentirmi dire ciò che io dentro sapevo essere vero, che non volevo venisse alla luce.
Ora che esibisco le mie infermità, che mi faccio vanto della mia debolezza, per dare gloria te Signore, certo non vivo tranquilla. E mi dispiace.
Mi chiedo perchè proprio a me, perchè per così lungo tempo devo pagare le colpe non solo mie ma anche quelle che mi sono state trasmesse, perchè la tua scelta è caduta su di me e non mi togli gli occhi di dosso,perchè devo soffrire sempre come una bestia e non avere neanche un momento di tregua, di pace del corpo oltre che dello spirito.
Per questo oggi sono polemica nei tuoi confronti Signore e mi viene in mente l’atteggiamento di Elia perseguitato che si voleva lasciare morire perchè non ce la faceva più.
Tu non hai permesso che morisse di fame, ma lo hai supportato per tutti i quaranta giorni che gli ci vollero per uscire dal deserto.
Ma quanto durano questi quarant’anni?
Perchè hai messo davanti ai miei occhi tante cose belle e poi te le sei riprese e continui a riprendertele, man mano che passano gli anni?
Perchè non mi prendi sulle spalle, come il buon pastore con l’agnellino appena nato, come un padre il figlio che non sa camminare… perchè Signore a me sono negate carezze e tenerezze e abbracci di cui io non sono capace?
Perchè questa paralisi del cuore che si è trasferita al mio corpo legato con cento funi di ferro e quando non bastano con busti, gessi, tutori, protesi di ogni tipo?
Un giorno certo capirò, un giorno ti vedrò, un giorno ti abbraccerò perchè ti vedrò faccia a faccia e più non ti nasconderai nelle tue benedizioni che entrano rompendo i vetri.
“se il chicco di grano non muore…Va vendi tutto….rinnega te stesso….prendi la croce e seguimi….beati gli afflitti…i perseguitati..”
Il tuo Signore oggi mi sembra proprio un linguaggio duro e impietoso.
Per questo ho chiamato in mio soccorso Maria, la madre che ci hai donato, che ci ha adottato, a cui mi sono consacrata, perchè mi faccia fare l’esperienza della gioia, di quel “Kaire!”, “Rallegrati!” che l’angelo le disse, perchè tu Signore eri con lei, sei con lei.
Voglio anch’io rallegrarmi, ritrovare la gioia di essere salvata qualunque sia il prezzo da pagare.

“Voi chi dite che io sia?”

L'immagine può contenere: 2 persone, testo
“Voi chi dite che io sia?”
Le domande di Gesù ci portano lì dove mai penseremmo, e non possiamo rispondere come spesso facciamo con superficialità, fretta, insofferenza, non dando la dovuta importanza a chi abbiamo davanti.
Se rispondiamo come cristiani, in virtù del nostro Battesimo, non possiamo prescindere dalle conseguenze che l’appartenenza a Cristo comporta.
La Cristologia al servizio dell’Antropologia, le parole conclusive di un un corso frequentato tanti anni fa, a cui non detti molta importanza.
“Se vuoi sapere chi è l’uomo devi rispondere alla domanda chi è Cristo.
Quante volte nella mia vita di fede, nel percorso non facile nè scontato della riconsegna a Dio di tutti i miei averi ho dovuto cercare in Cristo la mia identità, lasciandomi guardare, amare, risuscitare!
Quando perdi i pezzi, quando dalle mani ti scippano tutto i tuoi averi da cui facevi dipendere la tua identità è naturale cercare ciò che non ti può togliere nessuno da un’altra parte.
“Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio far uno che gli corrisponda ( che gli stia di fronte, che gli faccia da specchio, che lo identifichi, che risponda di lui e gli risponda) “disse il Signore quando creò l’uomo maschio e femmina a sua immagine e somiglianza.
E noi pensiamo, quando ci innamoriamo, che abbiamo risolto tutti i nostri problemi e di Dio possiamo fare a meno, visto che la felicità ce l’abbiamo in tasca.
Ieri il papa ha detto che non siamo normali se non andiamo in crisi con Dio, con il coniuge, con le persone.
Meno male che avevo acceso la televisione in quel momento, momento di un tempo che sembra non avere mai fine, in cui mi sentivo tutta sbagliata e cercavo annaspando le coordinate per non morire.
Chi sono? Dove sono? Di chi sono?
Queste le domande che in questa settimana di sconvolgimenti fisici, spirituali, relazionali mi sono posta.
“Guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito”.
Voglio guardare te Signore e piangere di dolore e di gioia, dolore per essere stata la tua carnefice, gioia per un amore che non si misura, perché in te trovo tutte le mie sorgenti, in te trovo la vita mentre il mio pianto, piccolo rigagnolo, si getta nell’infinito oceano della tua grazia.

“Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3,35)

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mc 3,33)
A questa società, dove la raccomandazione è d’obbligo, dove il nepotismo impera a tutti i livelli, dove se non sei figlio, fratello, moglie , compagna di…, ti puoi scordare ciò che ti spetterebbe di diritto, per quello che vali, il Vangelo di oggi offre una preziosa riflessione.

Gesù, rispondendo a chi lo sollecitava a privilegiare i parenti, che stavano fuori, indica di quale raccomandazione abbiamo veramente bisogno, quali garanzie dobbiamo esibire, per essere sicuri di essere ascoltati.