DONI

SFOGLIANDO IL DIARIO…

26 dicembre 2008
Santo Stefano
ore 6:17.

“Chi persevererà fino alla fine sarà salvato.”(Mt 24,13)

Ieri sera ho concluso la giornata chiedendomi se il Natale era tutte quelle cose che erano successe, quei no con i quali mi ero dovuta scontrare, se il Natale era il dolore la sofferenza, la percezione del mio limite e di quello degli altri.
Me lo sono chiesto anche se dentro avevo la pace e la serenità che può dare solo il Signore.
Mi meravigliavo che fosse così, perché non mi sentivo per niente brava, capace, ma Dio era dentro di me.
Lo sentivo che mi parlava, mi sosteneva, mi incoraggiava, mi consolava.
Lo sentivo che mi guardava come quando io guardo i bambini anche quando fanno i macelli, che mi viene di divorarli di baci.
Sentivo che avevo un Padre che si preoccupava di me, che vigilava sul mio cammino e continuava a ripetermi: “Non temere io ho vinto il mondo”.
Le sue parole di speranza risuonavano dentro il mio cuore, offuscando e coprendo le mie di autocommiserazione, di rivalsa e di lamento per le cose che avrei voluto dire, fare, pensare.
Perciò ieri sera mi chiedevo in cosa consistesse il Natale, ma non ho trovato risposta.
Avevo vissuto giorni di grande tensione verso questa che è la festa più bella dell’anno.
Il dolore mi aveva accompagnato, tormentato, logorato, schiacciata, schiantata.
Ho toccato l’apice la vigilia a sera, proprio come quando si partorisce che le forze di vengono meno e ti viene meno il respiro e non sai più che dire e non puoi più fare, perché la schiena ha detto basta.
Sono stata seduta, incollata alla sedia, la sera della vigilia, dopo aver fatto tutto, compreso togliere i frammenti delle uova sode cadute sul tappeto.
La Madonna stava per partorire nella grotta il Bambinello.
Ho pensato che stavo male, ma non ho associato il mio al suo dolore.
Mi sarebbe peraltro sembrato blasfemo.
Davanti agli occhi gli incarti dei troppi regali, le coccarde, i fiocchi, la confusione hanno contribuito a rendermi triste, perché in tutto quel ben di Dio riscontravo la nostra incapacità a vivere il Natale in modo autentico e vero.
Mi chiedevo perché il Natale dovesse essere per forza così, perché aumentare il numero delle portate a tavola o il numero delle cose inutili che siamo abituati a comperarci.
Perché aumentare il numero delle cose che abbiamo fino a farci venire la nausea?
Era quello il Natale?
Mangiare di più, comprare l’inutile, il superfluo per sé e per gli altri?
Perciò ero triste.
Ho detto alla fine della giornata di ieri, il 25. ” Il prossimo Natale voglio che vada liscio, senza supplemento di cibo o di regali, perché siamo già sazi di tutto. Perché abbuffarci per farci venire la nausea e stare male? Il prossimo anno voglio andare alla messa di mezzanotte come fossi una sposa fresca e pura a incontrare il mio Signore, a condividere la gioia di una rinascita dall’alto di cui sento tanto il bisogno”.
Era triste anche Giovanni quando ha visto quel ben di Dio.
Tanto che mi ha chiesto di andarcene in disparte a parlare un po’.
Il suo problema era come gestire il troppo che per lui non era tanto il cibo (ha mangiato solo quello che è abituato a mangiare. I dolci non gli piacciono e poi non è un mangione) quanto i regali.
Troppi!
Si sentiva smarrito Giovanni nel vederli e nel sentirsi tanto, troppo fortunato.
Così abbiamo parlato di felicità, di cosa rende felice un bambino.
Mi ero ricordata di quando, alla domanda su cosa rendesse felici (dopo una giornata da incubo a scartare i regali del compleanno) rispose: “un bacio un abbraccio o qualcuno che ti voglia bene o quando ti mostra il paradiso” e lo disegnò.
Erano le mie braccia tese quando gli davo qualcosa o la mia mano quando stringeva la sua nel momento del dolore e della sofferenza.
Il paradiso Giovanni ha capito in cosa consiste.
Del resto quando cominciò a voler disegnare, il suo pallino era di essere aderente alla realtà, di non trascurare nessun particolare, di comunicare ciò che aveva dentro.
Mi chiese di Dio come era fatto, poi decise che era luce e usò sempre il giallo per indicarlo, poi cominciò a mettere raggi dorati intorno agli angeli o ai personaggi buoni che erano però sempre sollevati da terra.
Dio era in quel giallo, in quei raggi.
Dio lo espresse in azione, a portare grande pace e serenità.
Così anche la nave che toglie dalle acque i rifiuti e li sputa nell’aria, mostra un pezzo di paradiso, quello dei pesciolini contenti, come i fiori che escono dal fucile dell’uomo bionico, servo di Erode, per far felici gli uomini, o quando tutti vanno d’accordo.
Giovanni non fa che disegnare il paradiso che ha un’unica faccia: quella del bene che vince il male, dell’amore che vince l’odio, dell’unione tra le persone.
La notte di Natale sul grande lettone, quando Gianni se n’è andato alla messa con gli altri io e Giovanni abbiamo vissuto il paradiso, parlando di cosa rende felici, parlando di amore, di Gesù, di babbo Natale.
Giovanni per la prima volta mi ha chiesto di chi è figlio babbo Natale, da dove è venuto, dopo che io gli ho detto che ai miei tempi non c’era, che c’era solo la Befana.
Le letterine le scrivevamo a papà e le mettevamo sotto il suo tovagliolo di nascosto.
In quella letterina promettevamo di fare i buoni.
Il Natale era il momento dell’esame di coscienza, del pentimento e della promessa.
Eravamo in linea, adesso che ci penso, con ciò che la liturgia ci ha fatto vivere.
Il richiamo di Giovanni Battista al pentimento per preparare la via del signore.
Giovanni questo non l’ha capito, ma avrà tempo per farlo.
Io l’ho capito solo ora il senso di quanto facevo sessant’anni fa.
Non è mai tardi per ringraziare il Signore di quella povertà che ci faceva gustare il Natale come un dono speciale che viene dal cielo e che tangibilmente mi dava anche la percezione del buono, del bello, dell’abbondante dove ogni giorno combattevamo con la miseria più nera.
Come recuperare o far recuperare il senso del Natale?
Quest’anno è venuta la crisi e non a caso la storia si vendica e ci induce a riflettere su cosa sia essenziale.
Dicevo di questo Natale alla rovescia per poi imbattermi il giorno dopo nel martirio di Santo Stefano.
Allora ho detto che, se non ho fatto in tempo, non ho avuto modo di vivere il Natale autenticamente, non c’è speranza.
La festa è già finita.
Dalla capanna alla croce. Dalla speranza alla morte.
Un bel mistero!
Ma mi ha colpito il martirio di Stefano quando, mentre effondeva la vita diceva: “Ecco io contemplo i cieli aperti e il figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”.
Dicevo del partorire nel dare vita, di quello che ho sentito la notte della vigilia.
Il Natale è un partorire, un dare vita. Ecco perché il martirio di Santo Stefano a continuare a celebrare il Natale, fare festa davanti al Signore, gioire con lui perché la morte e la resurrezione sono la faccia di una stessa medaglia.
“Una spada ti trafiggerà l’anima”.
Anche Maria nella notte fatata meditava tutte queste cose in silenzio quanto dicevano del suo Signore.

C’è ancora speranza?
Anzi adesso faccio come suggerisco alle coppie: “La fedeltà come il perdono sono doni dati, che ci toccano, non ce li può togliere nessuno. Allora Signore ti chiedo, pretendo (che brutta parola perdonami!) che tu mi dia ciò che già mi hai dato, ma che ho dimenticato come si usa, anche perché ho dato per scontato che avrei ricordato le istruzioni.
Signore ti prego non dimenticare il dono, ti prego aiutami a usarlo nel miglior modo possibile.

“Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.”( Mt 2,11)

“Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.”

( Mt 2,11)

Epifania del Signore
“Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.”( Mt 2,11)
Non è sempre facile scegliere i doni da regalare in occasione di una festa, un compleanno, una nascita, un matrimonio…
Mi sono sempre prodigata nel tempo in cui i regali li facevo perchè c’erano persone a me care che volevo fare felici, regali che erano occasione d’incontro e di festa.
Avevo tanti amici e tanti parenti, famigliari vicini e lontani a cui facevo di tutto per far recapitare il mio pensiero.
I regali li sceglievo con cura, cercando di mettermi nei panni della persona che li doveva ricevere, illudendomi che i miei desideri, gusti, bisogni coincidessero con quelli degli altri.
Comunque il regalo doveva piacere prima a me e mi rifiutavo categoricamente di esaudire un desiderio espresso esplicitamente dal festeggiato se era brutto o inutile a mio parere.
Io non so se oltre all’oro e all’argento ti avrei regalato la mirra che non mi piace e mi sembra di malaugurio.
Fatta come sono fatta che il regalo deve piacere prima a me. E la morte è qualcosa che faccio fatica a digerire.
Ci ho messo del tempo per cambiare idea e posizione, per morire a me stessa nel dono totale di me
Cosa offrirti o Dio, cosa posso darti oggi che non ci sono più nascite, matrimoni, onomastici che diano senso alla mia ricerca di regali?
Sono scomparsi gli amici di un tempo, morti quelli della mia famiglia che mi corrispondevano, il tempo ha lasciato i suoi segni sulle strade battute del mondo, sui percorsi abituali di ricerche effimere, ora che non posso pur volendolo neanche recapitare i calendari liturgici che contengono la tua parola alle terre più o meno dissodate per accoglierla.
Sei rimasto solo tu che mi stai davanti e aspetti che ti porti non ciò di cui tu hai bisogno, perchè sei Dio e non ti manca niente, ma ciò che a me serve per continuare il mio cammino tornando a casa, alla mia vita quotidiana.
Bisogna cambiare strada, abitudini, modi di fare come fecero i Magi, per evitare gli Erode di turno, il nemico che ci allontana da te, che ti condanna a morte o almeno ci prova prima che tu lo voglia, che acconsenti a dare il segno che ti connota.
Non ho appeso calze alla finestra, non ho camini da cui tu possa farmi recapitare i tuoi suggerimenti, le tue istruzioni per vivere al meglio la mia vita.
Nel piccolo presepe allestito sul mobile d’ingresso non ci sono i Magi e quando Emanuele me l’ha chiesto gli ho detto che non servivano perchè i Magi siamo noi, quelli che anche se con ritardo arriviamo davanti alla grotta..
A natale gli addobbi, gli incarti, le luci,il cibo, la frenesia di fare in tempo tutto e bene, ci siamo dimenticati di te, occupati a fare festa ci siamo dimenticati del festeggiato.
Io non sono potuta neanche venire a messa tanto stavo male e non ricordo di aver fatto qualcosa di speciale per te.
Tu per me hai fatto gli straordinari, lo riconosco,donandomi la presenza dei miei cari, che mi abitano di fronte, che se non fosse intervenuta l’influenza sarebbero andati altrove, come consuetudine. Gli altri nonni, gli impegni scout, gli inviti, le tombolate…sono giovani ed è giusto che sia così.
Nell’Avvento avevo maturato il desiderio di presenze non virtuali, ma reali, di doni partecipati scelti insieme, di incontri autentici e veri.
Mi hai donato tutto questo Signore, lo riconosco, questa mattina che mi stavo ripiegando su me stessa per il dolore che mai mi abbandona.
Davanti alla tua grotta allora devo deporre il mio GRAZIE perchè hai reso possibile l’impossibile.

“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)

“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)
Invece di rimanere attaccati al televisore per avere notizie aggiornate sul numero dei morti e dei sopravvissuti dell’ultima catastrofe, sull’efficienza dei soccorsi, sui danni al patrimonio artistico e culturale, sulle responsabilità di chi ci governa e ci ha governato, apriamo il vangelo.
Incredibilmente la liturgia di questi giorni ci mette sull’avviso, prospettandoci la triste fine degli impreparati.
Bisogna tenersi pronti, vegliare e pregare, ma non basta per non morire sotto le macerie.
Bisogna avere l’equipaggiamento adatto perché le nostre lampade rimangano accese all’arrivo dello sposo.
La fede, la speranza, la carità, i doni che ci sono stati dati il giorno del Battesimo, non possiamo permetterci di tenerli nello scaffale o in un ripostiglio senza usarli per vivere al meglio la nostra vita e non essere colti impreparati nel momento decisivo.
L’olio delle lampade non si può pensare di andare a comprarlo all’ultimo minuto, perché è frutto di una relazione intessuta con noi, con Dio e con i fratelli, una relazione che parte da un riconoscersi inadeguati, fragili, incapaci.
Dove comprare quell’olio profumato che ci consacra re, profeti e sacerdoti, che trasforma la nostra vita mortale in vita immortale, che ci fa rinascere dall’alto e ci immette nel tempo di Dio?
La lampada rimane sempre accesa se ad alimentarla è l’amore, non di un attimo, un fuoco di paglia, ma l’amore costruito giorno per giorno con mattoncini di gratitudine e benedizioni, con tanti piccoli e grandi sì detti a Dio e al fratello che ha bisogno di noi.
Non ci possiamo inventare le buone opere da scrivere sul necrologio, perché le bugie hanno le gambe corte.
Per fortuna a Dio non servono sermoni di vescovi o di politici emergenti o di grandi personalità della cultura per convincersi che sei stato bravo, buono, meritevole del paradiso.
Lui sa tutto bene e meglio prima ancora di noi e non aspetta che moriamo per darci la ricompensa.
Lui ci immette nella sua eternità, nell’ottavo giorno, nella Pasqua che non ha mai fine, senza scomodare troupe televisive o amplificatori mediatici.
Ce lo ha detto e continua a ripetercelo:” Siate pronti, vegliate e pregate, perché non sapete né il giorno, né l’ora” .
E noi continuiamo a meravigliarci che succedano all’improvviso catastrofi come quelle degli ultimi tempi, né ci adoperiamo a che non si ripetano, dimenticando che le istruzioni per la salvaguardia del creato il Padreterno ce le ha date, ma noi solo in occasione dei funerali le riesumiamo, per dare la colpa agli altri però, quando non la diamo a Lui, l’innocente che continuiamo a mettere in croce.

” Devi profetizzare ancora su molti popoli” ( Ap 10,11)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

18 novembre 2016
venerdì XXXIII TO
” Devi profetizzare ancora su molti popoli” ( Ap 10,11)
Quante volte sono giunta allo stremo e ho pregato, ho chiesto che il mio compito su questa terra avesse termine e che era giunta l’ora di ricongiungermi ai miei cari e godere finalmente della pace riservata ai tuoi servi che hanno profuso la vita per annunnciare il tuo regno, rendendoti presente e vivo in mezzo alla desolazione di tante vite provate duramente nel corpo e nell’anima.
In questi ultimi tempi i picchi di dolore sono diventati insostenibili e farmaci sempre più potenti non riescono a mettere a tacere il martirio del corpo.
Signore se tu squarciassi i cieli e scendessi, se tu aprissi per me la pagina del libro della vita in cui io potrei trovare pace e ristoro!
Guardo sul comodino la piccola statua di Maria, che fu di Sergio, il cugino barbone che ce la lasciò in eredità insieme alle sue cose ammassate nella terra degli avi seppellita nella sporcizia, Maria che per tante notti con le sue mani giunte ha garantito la preghiera che spesso veniva meno sulle mie labbra.
La sua immagine mi rassicurava che lei almeno non si stancava di pregare e di intercedere per me.
Il rosario è stato tante volte il ponte che mi traghettava nel mio mistero bagnato dal tuo sangue, rigenerato e venuto alla luce per il tuo sacrificio.
Sono stati momenti di paradiso, specie quando, attraverso le mani di Maria, ho potuto toccare il tuo cuore trafitto, immergermi nel tuo sangue benedetto e benedire tutto ciò che rendeva possibile l’impossibile.
Poi sono arrivate le medicine potenti che mi hanno ridato il sonno ma diminuito le occasioni d’incontro con te.
Me ne sono rammaricata e ho cercato di giorno spazi e occasioni per ritrovare l’intimità perduta.
Ma ho sperimentato solo il silenzio e la paura quando le voci del mondo hanno coperto la tua e la piccola statua della Madonna è stata dimenticata, mischiata tra i libri.
Mi sono chiesta perchè solo il dolore, il silenzio, il buio della notte fossero strumento per vivere il tuo amore, le tue consolazioni,ma anche e soprattutto l’offerta del corpo sul tuo altare.
Così sono ricominciate le veglie come risposta al mio lamento, veglie non cercate, veglie associate a nuovi e più potenti dolori.
Mi hai lasciato senza parole e senza consolazioni, Signore, sola a scalare il monte su cui pensavo di essere già arrivata.
Notti tormentate e buie, notti non di ribellione, ma di stupore e di silenzio straziante, notti in cui ho solo aspettato che parlassi.
Non avevo la forza di aprire bocca di fronte a tanta ferocia nè tantomeno di scrivere.
Le parole per testimoniarti agli amici le ho cercate in quelle che mi avevi suggerito negli anni, meravigliandomi di quanto profondi fossero i pensieri che il dolore aveva partorito.
Ora sono qui dopo l’ennesimo attacco a leccarmi le ferite, con la testa in fiamme, stanca e desiderosa di trovare il senso a tanta sofferenza.
Maria nell’ ombra continua a pregare, mentre io cerco in questa meditazione strade per incontrarti che non siano così dolorose ma non ne trovo.
Sul calendario liturgico c’è scritto: ” Devi profetizzare ancora su molti popoli” e un brivido ha percorso la mia schiena .
Non mi ero resa conto che la Parola era rivolta a me all’inizio di questa meditazione.
Il libro è dolce e amaro c’è scritto e io sto sperimentando quanto siano vere queste parole.
Maria esca dall’ombra e mi copra con il suo manto perchè non perda la speranza in questa battaglia senza quartiere, in questa agonia senza fine, in questa morte che sto scontando vivendo per te, Signore Dio mio

Devi profetizzare ancora su molti popoli ( Ap 10,11)

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
18 novembre 2016
venerdì XXXIII TO
” Devi profetizzare ancora su molti popoli” ( Ap 10,11)
Quante volte sono giunta allo stremo e ho pregato, ho chiesto che il mio compito su questa terra avesse termine e che era giunta l’ora di ricongiungermi ai miei cari e godere finalmente della pace riservata ai tuoi servi che hanno profuso la vita per annunnciare il tuo regno, rendendoti presente e vivo in mezzo alla desolazione di tante vite provate duramente nel corpo e nell’anima.
In questi ultimi tempi i picchi di dolore sono diventati insostenibili e farmaci sempre più potenti non riescono a mettere a tacere il martirio del corpo.
Signore se tu squarciassi i cieli e scendessi, se tu aprissi per me la pagina del libro della vita in cui io potrei trovare pace e ristoro!
Guardo sul comodino la piccola statua di Maria, che fu di Sergio, il cugino barbone che ce la lasciò in eredità insieme alle sue cose ammassate nella terra degli avi seppellita nella sporcizia, Maria che per tante notti con le sue mani giunte ha garantito la preghiera che spesso veniva meno sulle mie labbra.
La sua immagine mi rassicurava che lei almeno non si stancava di pregare e di intercedere per me.
Il rosario è stato tante volte il ponte che mi traghettava nel mio mistero bagnato dal tuo sangue, rigenerato e venuto alla luce per il tuo sacrificio.
Sono stati momenti di paradiso, specie quando, attraverso le mani di Maria, ho potuto toccare il tuo cuore trafitto, immergermi nel tuo sangue benedetto e benedire tutto ciò che rendeva possibile l’impossibile.
Poi sono arrivate le medicine potenti che mi hanno ridato il sonno ma diminuito le occasioni d’incontro con te.
Me ne sono rammaricata e ho cercato di giorno spazi e occasioni per ritrovare l’intimità perduta.
Ma ho sperimentato solo il silenzio e la paura quando le voci del mondo hanno coperto la tua e la piccola statua della Madonna è stata dimenticata, mischiata tra i libri.
Mi sono chiesta perchè solo il dolore, il silenzio, il buio della notte fossero strumento per vivere il tuo amore, le tue consolazioni,ma anche e soprattutto l’offerta del corpo sul tuo altare.
Così sono ricominciate le veglie come risposta al mio lamento, veglie non cercate, veglie associate a nuovi e più potenti dolori.
Mi hai lasciato senza parole e senza consolazioni, Signore, sola a scalare il monte su cui pensavo di essere già arrivata.
Notti tormentate e buie, notti non di ribellione, ma di stupore e di silenzio straziante, notti in cui ho solo aspettato che parlassi.
Non avevo la forza di aprire bocca di fronte a tanta ferocia nè tantomeno di scrivere.
Le parole per testimoniarti agli amici le ho cercate in quelle che mi avevi suggerito negli anni, meravigliandomi di quanto profondi fossero i pensieri che il dolore aveva partorito.
Ora sono qui dopo l’ennesimo attacco a leccarmi le ferite, con la testa in fiamme, stanca e desiderosa di trovare il senso a tanta sofferenza.
Maria nell’ ombra continua a pregare, mentre io cerco in questa meditazione strade per incontrarti che non siano così dolorose ma non ne trovo.
Sul calendario liturgico c’è scritto: ” Devi profetizzare ancora su molti popoli” e un brivido ha percorso la mia schiena .
Non mi ero resa conto che la Parola era rivolta a me all’inizio di questa meditazione.
Il libro è dolce e amaro c’è scritto e io sto sperimentando quanto siano vere queste parole.
Maria esca dall’ombra e mi copra con il suo manto perchè non perda la speranza in questa battaglia senza quartiere, in questa agonia senza fine, in questa morte che sto scontando vivendo per te, Signore Dio mio

“Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo” (Rm 16,16)

 
“Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo” (Rm 16,16)
Un bacio, cosa è un bacio? Per Cristo il bacio fu il segno che era lui quello che dovevano prendere, il bacio di Giuda, il traditore.
Ci sono poi i baci degli innamorati, finchè durano, che ti fanno schizzare in paradiso. Finchè dura l’amore, il rispetto, la fiducia, l’attrazione.
Ci sono i baci di convenienza, poi, io li chiamo i baci dei capi di stato, che fanno finta, recitano un copione da cui non possono distaccarsi.
baci delle mamme sono i più belli, quelli che non si dimenticano, perchè il solo ricordo ti scalda l’anima, ti riempie il cuore.
Io non ho ricevuto baci da quel che mi ricordo, quando ero piccola e poi divenuta più grande solo in occasione di partenze e di ritorni.
“I figli si baciano quando dormono” soleva dire mia madre e l’unico contatto con lei è il picolo segno di croce che tracciava sulla nostra fronte prima di andare a dormire, grazie a Dio.
A mio figlio non ho dato neanche quello purtroppo ma le vie del Signore sono infinite.
Se la mia vita è stata avara di baci e di abbracci, fatta eccezione del periodo del fidanzamento , ora di baci ne ricevo molti da gente che non conosco ma di cui condivido la fede.
E’ il bacio santo di cui parla San Paolo?
Certo che anche tra noi cristiani c’è chi lo fa per dovere, chi per interesse e chi per amore sincero.
Al segno della pace illustri sconosciuti ti stringono la mano, ti abbracciano e ti baciano e tu senti che non è finzione ma forza prorompente per condividere la gioia di essere lì in quel luogo a mangiare dello stesso pane seduti alla stessa mensa, invitati dall’unico ed eterno Signore, Padre di tutti, dei buoni e dei cattivi, dei sani e dei malati.
Condividere la gioia di essere salvati, di essere figli di un unico Padre è la cosa più bella che ci possa capitare.
Il bacio è il segno di un’appartenenza ad una famiglia più grande, una famiglia dove tutti i dissidi, le differenze, le distanze si ricompongono in Cristo nostro Signore.
Gesù nel vangelo di oggi parla di disonesta ricchezza da usare per acquistarsi degli amici che ti difenderanno davanti al tribunale di Dio.
A me questa mattina, Dio mi perdoni!, viene in mente che la più disonesta ricchezza è quella che abbiamo senza aver fatto nulla per meritarla, una ricchezza che ci è piovuta dall’alto, quando eravamo ancora peccatori e ancora lo siamo.
Come si potrebbe chiamare un bene così grande, quale l’amore di Dio, quando se abbiamo fatto qualcosa è proprio l’opposto per averne diritto?
Gesù ci invita a non tenerci per noi quello che ci dona gratuitamente, il suo bacio santo, santissimo, ma di dispensarlo non solo ai nostri amici, ma anche e soprattutto ai nostri nemici, se ci riesce.
Non dobbiamo tenere per noi, trattenere la grazia che ci elargisce, perchè noi siamo come serbatoi che più fanno uscire l’acqua e più si riempiono e si purificano.
Basta guardare di che colore è l’acqua quando apri il rubinetto di una casa che abiti solo durante le ferie. Il colore è marrone fino a quando l’acqua pulita trova lo spazio per riempirlo di nuovo.
Questa mattina voglio pregare così.
Signore ti ringrazio per quel piccolo segno di croce che mamma imprimeva sulle nostre fronti, prima di andare a dormire, per quei rosari che diceva la notte per la salvezza delle anime di noi 4 figli.
Sono i suoi baci santi che oggi mi stanno pervenendo dal cielo.
Ti ringrazio per tutti quelli che mi hanno testimoniato il tuo amore, per quelli con cui oggi lo condivido con gioia, con una consapevolezza sempre più forte e riconoscente. Ti prego di rendere il mio corpo meno rigido a ricambiare gli abbracci che attraverso i tuoi amici mi fai giungere.
Signore abbassa, infrangi le mie difese, sì che non arretri di fronte a ciò che potrebbe ferirmi e farmi male.
Che ogni gesto sia gesto d’amore, che ogni bacio sia soffio del tuo Spirito!

GRAZIE

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” Non presentarti davanti al Signore a mani vuote”(Sir 35,6)

Ho sempre avuto problemi nel fare i regali, e mi sono sempre premurata per tempo di fare bella figura, che consisteva nello spendere poco in ciò che sembrava valere molto di più.

Era un modo per pareggiare i conti e averne anche d’avanzo.
La cosa che mi faceva stare più male era sentirmi in debito con qualcuno, per cui lasciavo sempre un margine cospicuo per sentirmi beneficiaria e non beneficata dallo scambio di regali.
Poi è arrivato il Signore e ha sconvolto tutti i miei schemi collaudati, cercati, preparati con cura per non sbagliare.
Il primo a mettermi in seria difficoltà fu uno psicoterapeuta a cui non volevo dare il permesso di prolungare la seduta foss’anche di 5 minuti, perchè non mi piaceva la parte della debitrice.
Ci lavorammo anni per farmi imparare a dire grazie, ad accettare che qualcuno era in credito con me.
Allora il problema da risolvere era vincere la paura di andare sola, malattia che caratterizzò la vita di mia madre dalla quale fino alla morte, nonostante la fede, non riuscì a liberarsi.
La paura non si vede, non si sente se non ce l’hai addosso e la devi sperimentare per sapere con quale mostro ti trovi a combattere.
E’ toccata pure a me questa scomoda eredità che si è aggiunta alle altre di cui avrei fatto volentieri a meno.
A 45 anni mio marito e io cominciammo a frequentare il CEIS, per la prevenzione del disagio giovanile, perché, come genitori, come insegnanti, come cittadini avevamo sentito forte il desiderio di aiutare qualcuno.
Ci spogliarono subito delle nostre velleità, noi che pensavamo di andare a dare il nostro contributo di competenza e di esperienza e buona volontà, ci ritrovammo sui banchi dell’asilo a riflettere su cosa erano i sentimenti perchè non puoi aiutare gli altri se sei pieno di altro, d’ignoranza per esempio.
Ho cercato sul vocabolario la parola, le parole rispondenti a” sentimento” ma ci misi del tempo per capire che la paura come l’odio e l’amore sono sentimenti da gestire al meglio, non svendere o negarli perchè ti complicano la vita.
“Perchè mi vuole impedire di farle un regalo? ” fu la domanda che mi spiazzò sulla quale continuo a riflettere.
Incapacità a dire grazie, a riconoscere all’altro una dipendenza che ti pesa, perchè ti ricorda sempre che ti manca qualcosa.
“Quattro grazie al giorno aiutano a sopravvivere” ha scritto in un libro Mons, Rocchetta, quando non era ancora monsignore.
Ma anche se lo sai, la maggior parte del tempo la passiamo a lamentarci delle cose che ci mancano e a dare per scontate quelle che abbiamo.
La vita è maestra in questo senso, anche se il tempo non è un parametro assoluto e cambia a seconda delle persone, delle situazioni, ecc ecc.
Io mi sforzo di mettere a fuoco quello che c’è per non deprimermi troppo.
Una volta ricordo che all’ora di pranzo non avevamo che uno striminzito avanzo di pasta con le zucchine uscite male e funghi plerotus mollicci e insipidi di quattro giorni prima. Li abbiamo uniti gli avanzi per aumentare la porzione nel piatto, mescolandoli.
È a dir poco incredibile come da due “schifezze” ci esca una cosa buona.
E invece è successo sì che io ho esclamato stupita ma piena di gioia per le conferme della vita al vangelo.
” Ma questo siamo no! Da soli non valiamo niente, insieme siamo una potenza!”
Chi l’avrebbe detto che scopri il valore dell’altro quando ti manca qualcosa, e anche il tuo se è per questo!
A sapere che ci voleva l’unione di più ingredienti difettosi per fare un capolavoro e che quando ti accorgi del tuo bisogno scopri il valore di quello che hai.
La prima preghiera che insegnai a Giovanni, aveva meno di due anni, non fu né un Ave Maria, né un Angelo di Dio, ma ” Per che cosa vogliamo ringraziare Gesù?”
La lezione l’avevo imparata così bene che con il piccolo Giovanni, libro di carne recapitatomi per fare gli esami di riparazione sulla trasmissione della fede ( a nostro figlio non gli avevamo insegnato neanche il segno di croce ) ,mi sono messa d’impegno a farmi aiutare da lui, cercarle gli “scintillanti” della giornata insieme.
Dalla preghiera al gioco, dal gioco alla preghiera…
grazie per le patate, per i colori. per il sole, per il parco, per gli amici, per il parcheggio …
Che tempi e che scoperte con un bimbo che si meravigliava di tutto, tutto era una sorpresa, tutto un dono!
Così i bambini ti insegnano a vivere il Vangelo, casomai ti scordi di ringraziare e di mettere una sedia per Gesù, così ci si può sedere.
A Dio non possiamo dare niente, capii in queglii anni, perché tutto è suo e l’unica offerta possibile è un GRAZIE per ciò che siamo, per ciò che ogni giorno ci dona senza neppure che glielo chiediamo. L’importante è accorgersene