Dono e perdono

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della III settimana di Pasqua

“Signore non imputare loro questo peccato” (At 7,60)

Stefano così conclude la sua preghiera prima di essere ucciso.
Come Gesù dona il perdono ai suoi aguzzini, il dono più grande che uno possa fare a chi ti sta uccidendo.
La folla a Gesù chiede un segno per credergli, ricordando la manna piovuta dal cielo nel deserto.
Nè la manna, nè Mosè il mediatore sono importanti per placare la nostra fame, ma Colui che manda a noi ciò che ci serve per vivere.
Gesù in questo discorso di autorivelazione dice che discende dal cielo, Dio in persona che si offre come pane di vita eterna.
Ma cosa può convincerci che Gesù è l’unico pane del quale abbiamo bisogno per non morire?
Ieri in Gv 6,29 abbiamo letto:”Questa è l’opera di Dio:credere in colui che egli ha mandato”.
La fede è quindi è il segno che ci dà il pane di vita.
Attraverso la fede riconosciamo che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio Gesù per il riscatto dei nostri peccati.
Con il Battesimo il perdono di Dio, il super-dono ci viene dato attraverso l’innesto in Cristo, diventando a tutti gli effetti suoi famigliari, figli adottivi, fratelli in Gesù.
Nella sua casa non può mai mancare nè cibo nè bevanda, ma tutto concorre al bene di quelli che lo amano e che si sentono amati da Lui.
Il pane del perdono è ciò che ci garantisce il paradiso.

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Un bicchiere di acqua fresca.

“Un bicchiere di acqua fresca”.
L’omelia di Don Carlino a Radio Mater si è soffermata su quel bicchiere d’acqua fresca che ognuno di noi deve dare all’orfano, alla vedova, a chi non ha nessuno che si prenda cura di di noi, che lo assista, che lo curi, che paghi per lui.
Un bicchiere di acqua fresca.
Tutti siamo più o meno capaci di dare un po’ di acqua a chi ha sete e ce lo chiede.
L’acqua costa poco, la cosa che almeno nei nostri paesi industrializzati scorre nei tubi e arriva ai rubinetti delle case, depurata, limpida, potabile.
Dei servizi che ci fornisce lo Stato, il Comune, la Regione, il Quartiere, è quello più a buon mercato.
Per questo, quando pensiamo all’acqua da dare non ci sembra che il Padreterno ci chieda un grande sforzo.
Ma non è così per tutti gli uomini.
Ci sono quelli che l’acqua se la devono conquistare scavando con le mani nella sabbia, rompendo la roccia, aspettando che dal cielo arrivino aiuti umanitari o succhiandola attraverso cannucce dai pantani di piogge rade che di tanto in tanto scendono come manna dal cielo.
Ricordo il Sahel e il e il Kalahari, luoghi studiati sui libri, quando non c’era la televisione a mostrarceli nei documentari.
Un’acqua che anch’io mi sono dovuta sudare, quando appena finita la guerra, le condutture erano rotte e arrivava solo la notte qualche ora, seppure… a fare la veglia, stare di sentinella, aspettando il gorgoglio festoso che ci riempiva di gioia.
Noi eravamo piccoli e non eravamo addetti ai lavori pesanti, però ricordo il razionamento dell’acqua di giorno, specie quando faceva caldo e volentieri ci avremmo sguazzato nell’acqua, come oggi fanno Giovanni ed Emanuele nella piscina in campagna.
Un bicchiere d’acqua fresca.
Se uno ti dà un po’ d’acqua fresca capisci che si è preoccupato di te, che ti ha dato di più di quello che tu gli hai chiesto e di più di quello che speravi e lì riconosci il Signore che si sta chinando su di te, che ti sta curando le ferite e ci sta versando l’olio della sua tenerezza.
“Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di pingui vitelli.
Il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco…”
lo detesto, come detesto ciò che mi dai senza metterci il cuore, senza che quell’offerta risponda, corrisponda ad un sacrificio reale e non virtuale, un sacrificio che impegni e coinvolga tutta la tua persona….
“La sera in cui fu tradito prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate… Prendete e bevete…”
Gesù ci dà il suo sangue che non è limpido, nè fresco, quello di una persona sgozzata come un agnello condotto al macello.
Eppure quel sangue ci toglie la sete e ci rigenera e ci dà vita.
Un bicchiere di acqua fresca.
È quello che detti a Nuccio mio fratello negli ultimi tempi della sua malattia, negli ultimi tempi della sua vita, è quello che detti a papà quando lo andavo a trovare e parlavamo di Dio e della Madonna e della pianta che, man mano che cresce, va travasata in un vaso più grande per poi tornare nel grande Giardino, lì dove può espandersi e crescere e fare ombra e dare frutti dolci e maturi.
Acqua fresca.
Nuccio me ne dette quando cominciò ad accorgersi che io cucivo e che mi avrebbe fatto piacere avere dei fili ( che gli avanzavano dal campionario di rappresentante di filati), ma l’acqua più fresca me la diede comprandomi ( nella sua ultima uscita, prima di morire) una sedia reclinabile perchè stessi più comoda quando andavo a trovarlo.
A volte, anzi sempre non ci accorgiamo che quello che abbiamo dagli altri è fresco ed è anche buono, perché siamo voraci, perché siamo sempre proiettati sul dopo e non siamo abituati a ringraziare.

“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome… non perderà la sua ricompensa.”(Mc 9,41)

Era di sabato.

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della II settimana del TO
“Stendi la mano!”(Mc 3,5)
L’uomo dalla mano inaridita è l’uomo che non sa amare, perdonare, donare agli altri ciò che gratuitamente Dio gli dà.
Quando ci si sente perdonati si riesce a perdonare, quando ci si sente amati si riesce ad amare.
Chi non ha fatto esperienza di amore gratuito, totale, disinteressato, non conosce l’amore e non può dare ciò che non ha, ciò che non conosce.
Nel giorno del Signore, il sabato dell’ Antico Testamento, la domenica per il Nuovo Testamento, il riposo è al centro di tutte le liturgie.
Di sabato non era permesso neanche seppellire i morti, né occuparsi di qualsiasi cosa che non fosse finalizzata al culto.
Si facevano sacrifici per placare l’ira di Dio, per propiziarselo, per chiedere grazie, per lodarlo, benedirlo e ringraziarlo.
Il sabato dell’Antico Testamento è il giorno in cui ci si asteneva da ogni occupazione finalizzata a far stare bene l’uomo e ci si occupava di tutto ciò che si pensava fosse necessario, dovuto a Dio.
Dio nel settimo giorno della creazione si riposò, dopo aver affidato alla coppia il compito di proseguire l’opera da lui avviata.
Il progettista, vale a dire Dio, aveva fatto il progetto, il prototipo di ogni elemento funzionale alla sua buona riuscita .
Il collaudo era garantito da Lui, che è Dio e non può sbagliare nella bontà di quanto  fatto.
Ma a differenza dei progettisti di questo mondo, a Dio non piacque togliere la libertà all’uomo, perché tutto funzionasse alla perfezione.
Il Progettista dell’universo non poteva non prevedere che l’uomo gli si sarebbe ribellato e che avrebbe voluto fare di testa sua.
Ma il DNA non poteva mentire, per cui l’uomo, pur desiderando non dipendere da nessuno, in qualche modo ha cercato e continua a cercare la divina scintilla che ha permesso alla vita di accendersi ma che ha bisogno di essere alimentata.
Dio è amore e l’uomo nella sua vita non fa che cercarlo, pensando di trovarlo in tanti surrogati che non gli garantiscono però la durata.
La nostalgia di ciò che incosciamente ha sperimentato lo porta a cercare una felicità duratura che è il sogno di tutti.
Ma nella ricerca si rende conto che non esiste felicità duratura, ma frammenti di felicità che lasciano il vuoto dentro, quando si spengono le luci.
Tenere accesa la luce è fatica, è ricerca, è rischio, ma è l’unica strada che possiamo percorrere per non smarrirci.
Quella divina scintilla non si può alimentare con carta di giornale o con piccoli ceppi o con foglie, perché il fuoco non dura.
Bisogna trovare il combustibile giusto e provvedere a cercarlo e a farne scorta perché non manchi.
E’ come l’olio delle vergini, perché quando arriva lo sposo, non possiamo pensare di prenderlo in prestito perché arriva il momento che i negozi rimangono chiusi.
Nell’Antico Testamento di sabato si pensava ad accendere fuochi per Dio come se lui avesse bisogno di calore, di luce e di cibo.
Ma non sarebbe Dio se avesse bisogno di essere nutrito, riscaldato, illuminato dall’uomo.
È lui che ci dà il combustibile giusto nell’Eucaristia domenicale, quello che serve per tutta la settimana, quando non è possibile durante i giorni successivi rubarsi una messa.
Bisogna fare incetta d’amore, farne provvista perché la scintilla diventi una fiamma che accende la fede, la speranza e la carità.
Il mondo ha bisogno di questo carburante speciale, carburante divino che si alimenta man mano che lo prendi e che lo dai agli altri.
È incredibile questo Dio che va a rovescio, che agisce secondo logiche irrazionali.
Quando noi facciamo benzina, sappiamo che prima o poi finisce e che, se vogliamo che duri, dobbiamo guidare piano e non andare tanto lontano.
Il carburante di Dio non si esaurisce presto se segui le sue direttive: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
In questa frase ci siamo noi che non dovremmo stare lontani, ma “qui e ora” (cosa che purtroppo non accade) e c’è il prossimo vale a dire la persona più vicina a noi.
Non dobbiamo quindi fare grandi viaggi per vedere il nostro fuoco alimentarsi gratuitamente dal calore del fratello a cui ci facciamo prossimi.
Sì perché per stare al caldo, per non raffreddarsi, per non spegnersi, basta accendere una stufa o mettercisi vicino.
Il giorno del Signore, la domenica è il giorno di rifornimento perché lui non fa sciopero come i benzinai, nè alza il prezzo.
Andiamo con tutte le tanniche che abbiamo, i nostri contenitori malandati, ammaccati, forati, per fare incetta di amore.
Andiamo da lui che ci sta aspettando per farci il pieno.
Ma il braccio deve essere libero, la mano non inaridita, perché se lui è così generoso è perché vuole che ne diamo anche a chi non è potuto andare, a chi non conosce la strada, a chi non crede sia così importante la marca.
Andiamo, presentiamo le nostre povertà, un popolo di zoppi ciechi di poveri sbandati cerca te Signore.
Manda dai tuoi cieli santi pacchi di amore, pioggia di consolazioni, messaggi di tenerezza, manda Signore i tuoi angeli a spargere sulla terra fiocchi di speranza, raggi di vita.

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXXI settimana del TO
” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano  di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perché, quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo  ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, né mostrava gradimento alcuno, né diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore  o peggiore del giorno precedente.
Niente.
Silenzio assoluto.
A volte pensavo che, anche se fosse stata spazzatura, lui l’avrebbe mangiata, lo stesso, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora, perché gli piace, se fa schifo la mangia veloce, così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato.
“Grazie Signore perché mi dai chi mangia le cose che cucino, perché mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perché dai un senso alla mia fatica”.
Con la gratitudine avevo già fatto un percorso lungo e doloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso, a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile, Gesù si prese cura di lui e, attraverso di lui, curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda, quando l’andavo a trovare.
Pian piano capii che il mio dono era lo stargli accanto, senza aspettare i suoi grazie.
Fu il periodo più bello in cui ci ritrovammo a raccontarci la nostra storia comune, interrotto purtroppo dalla sua morte prematura.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte di una chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare il Signore, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la  Sua  voce.
Dal cielo  mi aveva mandato il suo “grazie”   nella notte dell’Epifania, mettendomi in braccio Gesù.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere, perché anche io, dopo aver ascoltato la sua Parola, mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

Il dono

“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.”(Lc 12,48)
Parli sempre difficile, mio Signore.
Il tuo linguaggio è incomprensibile per i non addetti, quelli che stanno fuori e a volte sembra addirittura una beffa per quelli che cercano di starti vicino, di seguirti, di non lasciarsi sfuggire neanche una parola di quello che dici.
Quando sto male mi dicono: “Offri al Signore le tue pene, le tue angosce, le tue tribolazioni.”
Nell’offertorio della messa si fa questo.
Un giorno pensai e mi venne un brivido, che tu moltiplichi i doni offerti, pensiero che ritenni blasfemo e che cercai di allontanare dalla mente, non senza prima averci fatto una battuta con i fratelli.
Ricordo agli inizi del cammino quello che mi disse un sacerdote.
” Sta attenta perché il Signore più gli offri, più si prende e quindi, se vuoi stare un po’ tranquilla, offri poco.”
Mi chiesi se per caso tu non fossi un orco, un divoratore di vite umane e anche quella volta pensai che quel sacerdote avesse idee non proprio ortodosse e allontanai il pensiero.
Poi però nel Vangelo ho trovato scritto che, quando più tieni pulita la casa, tanto più il demonio che hai scacciato, tende a ritornarci non da solo ma con la truppa dei suoi amici che vi si insedia e ne fa scempio.
Certo è che il demonio non ha certo piacere che noi stiamo con te, che ti apparteniamo, che ti abbiamo scelto come unico Signore della nostra vita.
Da un po’ di tempo ho cercato di allontanare l’idea che fosse il demonio a perseguitarmi e sono vissuta abbastanza tranquilla da questo punto di vista, sicura che tu, i tuoi angeli, i tuoi santi, Maria tua madre, mi avrebbero strenuamente difeso.
Cosa potevo tenere?
Ma il male, quello fisico, lungi dal darmi tregua, come al solito cambia posizione, cambia aspetto, cambia modalità, ma continua a rendermi la vita un inferno.
Non posso negare che sono un po’ arrabbiata con te.
Questa mattina, mentre dicevo il rosario, come ieri e l’altro ieri, mi è accaduto di desiderare di parlare con tua madre, la madre perfetta che ci hai donato e, scusandomi con te, le ho chiesto di starmi vicina, di provvedere, di accarezzarmi, di stringermi, di coprirmi sotto il suo manto.
Inconsciamente, devo dire la verità, ti rifiutavo perché mi sembrava inefficace la mia preghiera se rivolta a te.
È come se attribuissi a tua madre un potere maggiore di quello che tu hai.
Io non voglio che questo accada, perché so che non è vero, ma ho estremo bisogno di coccole, e di risposte umane, di rapporti umani, interventi tangibili sulla mia persona, sul mio dolore, sulle vicissitudini assurde di questa mia vita.
“Chi se non una donna, una madre può comprendere?”dicevo, relegandoti nella sfera del mondo maschile che è povera di sentimenti, che parla poco, che mira all’essenziale.
Signore mi dispiace di tutto questo e forse me ne sto uscendo fuori di testa, ma il dolore mi sta massacrando.
La notte, il letto sono diventati il mio calvario che amplifica ciò che di giorno è coperto dal fare, dalle voci e dalle persone che metti sul mio cammino.
Perché Signore non ti muovi a pietà di me?
Perché permetti che questa mia vita sia così tribolata, contrassegnata dal sigillo di un dolore che non si placa?
Perché il mio treno è sempre quello bianco, quello degli ammalati, il treno della quotidianità, il treno con tanti scompartimenti quanti sono gli organi attaccati dal male.
Ieri a Daniela, la fisioterapista, mentre invano cercava di rimettermi in asse, ho detto che mi sentivo una frattura scomposta, che tutto il mio essere umanamente mi dice che sono disgregata, un pupazzo che ha dimenticato dove ha le braccia, i piedi, la testa.
Il dolore me li fa localizzare, questo sì, ma per l’uso non c’è nulla che assolva alla sua funzione di farmi vivere la vita in modo un po’ decente.
La decenza è data dalla tregua che cerco agli attacchi del male.
Mi trovo sempre nello studio di un medico, sempre alle prese con un ago, un monitor, una sonda, un bisturi, un infermiere, un impiegato addetto alla sanità.
Ieri sono andata dal cardiologo mentre Franco è andato dal gastroenterologo che lo ha rimandato al medico di base che lo ha rimandato al chirurgo a Popoli per fare la colonscopia e poi eventualmente l’ intervento.
Io lunedì sono andata a fare gli esami del sangue lì dove Gianni tre giorni prima era andato a prenotare, dopo essere andato dal medico di base per farsi prescrivere le analisi che a lui aveva prescritto il cardiologo, dopo che aveva messo l’holter, dopo che era andato dal medico di base a farselo prescrivere, dopo quei giorni infuocati di paura per lo sbalzo di pressione che gli dava il mal di testa e quelle mie prescritte dal Centro Retina, dopo che avevo fatto l’OCT, prenotato a maggio, (la trafila la stessa), per fare la fluorangiografia e poi la puntura intravitreale con il farmaco nuovo dalle tante controindicazioni.
Il passato mi torna in gola come quando uno mangia tanto e ha il reflusso. Il futuro è pieno di incognite per non dire paura.
Sabato andrò dall’ortopedico di Bologna per vedere cosa mi sta succedendo, se è qualcosa di grave, per via delle mani e dei piedi che mi si addormentano e mi danno molto dolore.
Il presente è questo dolore persistente che mi tiene sveglia e che non mi permette di riposare neanche un minuto, è questa preghiera un po’ sgangherata, dove i pensieri si ingarbugliano come quando deraglia un treno.
Questo scrivevo nel 2011, quando ancora mi chiedevo perchè e cercavo risposte alla medicina e a Dio.
Sono passati 7 anni e da allora il Qoelet e il libro di Giobbe sono stati i battistrada per vivere il tempo e la vita come doni di un Dio che mi ha creato per amore e mi ha chiamato all’amore.
La croce è un dono, ha detto questa sera don Peppino nell’omelia, il dono più grande, anche se noi lo vorremmo rimandare al mittente.
Dio ci chiederà cosa ne abbiamo fatto.
Questa sera ho molto da meditare.

“Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo” ( Ef 1,13)

Meditazioni sulla liturgia di
Venerdì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario
“Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo” ( Ef 1,13)
“Tu mi appartieni”( Is 43,1) le parole che mi vengono in mente  leggendo  il passo della lettera agli Efesini che la liturgia oggi ci propone.
” Questa è mia, guai a chi me la tocca!” , disse mio padre, quando nacqui, nonostante fossi nera e bruttissima, parole che ancora oggi mi riempiono di felicità, che assomigliano molto a quelle pronunciate da Dio.
Sicuramente Dio era consapevole che, pur avendoci pensati belli, non lo saremmo stati, che la libertà avrebbe potuto portarci lontano da Lui, fino a rifiutarlo, rinnegarlo, mandarlo a morte.
Ogni genitore, quando concepisce un figlio non credo metta in conto questa possibilità, perchè è sicuro che l’amore che nutre per il figlio è garanzia che non si allontani mai da casa, da Lui, che gli risponda e gli corrisponda.
Ma le cose sappiamo non vanno così e spesso i figli ci fanno disperare perchè vogliono fare di testa loro.
I genitori tengono duro, ma può accadere che si stanchino di amare senza essere per niente ricambiati e abbandonano i figli al loro destino, anche se con grande dolore.
Questo accade ai genitori cosiddetti normali, che scelgono di mettere al mondo un figlio per rendere più perfetta la loro unione coniugale.
Poi ci sono quelli che i figli li fanno per sbaglio, ma poi si affezionano a loro e per loro darebbero la vita.
E poi ci sono quelli che li abortiscono quando non sono come li vorrebbero, quando vengono troppo presto o troppo tardi o con il partner sbagliato.
Dio è Padre, con la P maiuscola e di tutti i comportamenti umani uno solo vedo simile a quello  a cui ho fatto riferimento all’inizio, quello che non solo a parole ma con i fatti ama a prescindere.
“Tu sei mia, mi appartieni… ti farò mia sposa per sempre” troviamo scritto.
Cos’è il suggello dello Spirito?
E’ ciò che ci unisce a Dio che non ci molla perchè prima della creazione ci ha scelto, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi, per opera del Figlio.
Gesù che era nel Padre da sempre è la garanzia della nostra salvezza.
L’amore che lega il Padre al Figlio, fa sì che il progetto di Dio si realizzi nella comunione e nell’unità dello Spirito.
Cristo Gesù che non ritenne tesoro geloso essere Dio, si fece uomo per salvarci ed essere capaci di rispondere, corrispondere, sposi per sempre del nostro Creatore.
A volte ho pensato, cacciandolo dalla mente, perchè mi sembrava una bestemmia, al fatto che Dio per primo ha fatto la fecondazione eterologa.
Ieri durante l’elevazione ho pensato che non era così.
Maria,  la prima dei salvati, è la prima che ha risposto a Dio amandolo come lui ci ama.
Maria è stata scelta da Dio per essere fecondata dallo Spirito, perchè era già sposa di Dio Padre, in quanto era in intima e continua connessione d’amore con Lui.
Maria è la Sposa dello Spirito Santo, ma poi anche di Gesù, passando attraverso l’educazione del Padre a cui ha risposto sempre: “Si faccia di me secondo il tuo volere.”
Si può essere poligami quando l’Amore ha un solo significato, quello del dono incondizionato di sè.

“La tua fede ti ha salvata!”(Lc 7,50)

Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
“La tua fede ti ha salvata!”(Lc 7,50)
La peccatrice con il suo atteggiamento umile, pentito, adorante, testimonia visibilmente con i gesti ciò che Dio ha fatto per lei e mostra gratitudine a Gesù, incurante del giudizio negativo del padrone di casa, Simone il fariseo, e dei commensali, nei suoi confronti.
Il vero Cristiano deve suscitare domande, deve stupire, deve uscire fuori dagli schemi, quando tutto ciò è finalizzato ad esprimere a Dio la gratitudine per essere stati accolti, salvati, perdonati.
L’amore di Dio si manifesta nella riconoscenza che porta ogni salvato a rendergli grazie, a mettersi ai suoi piedi, a lavarglieli con le nostre lacrime, ungendoli con olio profumato, asciugandoglieli con i nostri capelli.
Ognuno di noi deve sentire l’impulso di fare a lui quello che lui ha fatto a noi, lavandoci i piedi per rimetterci in piedi.
Quindi nessuna vergogna a proclamare la nostra fede, a prostrarci davanti a Dio, a dire non solo con le labbra ma anche con tutto il nostro essere…
Signore grazie, Signore ti amo, Signore concedimi di rimanere qui ai tuoi piedi perché continui a prendermi cura di te, perché i tuoi piedi sono stanchi, sudati, gonfi…
Hai percorso e continui a percorrere tutte le strade del mondo,  per predicare il vangelo, la buona novella dell’amore che salva.
Concedimi Signore di darti questa piccola consolazione, questo conforto.
Chiamami Signore a questo ministero!
Ogni giorno canterò le tue lodi, se mi permetterai di farlo a te e mi aiuterai a non fare la schizzinosa per ogni fratello di cui non mi devo mai sentire migliore.
Voglio Signore che tu mi conceda di vedere un altro te in ogni persona che ha bisogno di essere rimessa in piedi attraverso il mio perdono, attraverso il mio abbassarmi e mettermi al suo servizio, ringraziandolo perché è il dono che tu mi fai di te stesso che continui a camminare per le strade del mondo.
Aiutami a non giudicare Signore, aiutami a fare quello che tu hai fatto ad ognuno di noi, aiutami Signore a non sentirmi mai a posto con te e con i fratelli.