Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando (Gv 15,14)

Meditazione sulla liturgia della
sesta domenica di Pasqua anno C

Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando (Gv 15,14)

Quando pensiamo alla messa, alla preghiera, all’obbedienza dei comandamenti eccetera, tutte cose che Gesù ci invita a fare e di cui la Chiesa si fa portavoce e ministra, pensiamo sempre di fare un piacere a Dio e non a noi.
Anche oggi, leggendo il vangelo, di primo acchito, ho pensato a come ci comportiamo noi nei confronti delle persone, specialmente di quelle a cui possiamo fare i ricatti del tipo: “Se mi ami devi fare quello che ti dico, se no significa che non mi vuoi bene”.
Dicevo che questa mattina subito mi è scattata la molla della censura, della critica, perché sembra che Gesù si comporti come noi.
“Non è possibile, mi sono detta, altrimenti il cielo e la terra sono la stessa cosa e la religione è una menzogna.
Gesù ci inganna, facendoci questo discorso, mi dicevo, anche se poi come premio dell’osservanza dei suoi comandamenti c’è il fatto che Lui e il Padre verranno ad abitare presso di noi.
Anche questa possibilità di avere come eterni coinquilini, condomini, o familiari che dir si voglia, la Trinità, non so a quanti faccia gola, quanti desiderano questa vicinanza.
Ieri il mio fisioterapista mi ha chiesto da dove cominciare a leggere la Bibbia e se gli davo o se avevo qualcosa da fargli leggere, anche se aveva pensato di cercare su Internet.
Bella domanda mi sono detta, ma lui aveva fretta e voleva una risposta di cinque minuti.
Cinque minuti per una cosa così seria, così importante!
Solo lo Spirito Santo può fare di questi miracoli.
Così gli ho detto che o andava a Spirito Santo o… cominciasse a leggere il Vangelo.
Come se fosse facile!
Se gli capita una pagina come quella di oggi, solo lo Spirito può convertirlo a continuare, a insistere, a chiedere!
Forse è questo ciò che dovevo dirgli.
Quando parla una persona dobbiamo prestare ascolto, che significa intanto fare silenzio e lasciare che le sue parole ci arrivino chiare e nitide, attraverso le orecchie, alla mente e al cuore.
Ma la cosa più importante, se da un lato è il silenzio, l’ascolto, l’accoglienza, non possiamo prescindere dal fermarci prima di tutto sull’identità del nostro interlocutore.
Chi ci sta parlando?
Se è nostra moglie/marito, madre, fratello eccetera non è detto che quello che vuole noi facciamo sia giusto, perché i ricatti d’amore sono i più frequenti.
Quindi si deve partire da un atto di fede.
Chi è Gesù? È veramente il figlio di Dio?
L’identità di Gesù non è che può essere dimostrata con un discorso forbito, ben articolato, pieno di riferimenti.
L’identità di Gesù la scopri se permetti che lui ti scopra e ti illumini.
Vale a dire che la cosa più semplice da fare è verificare se quello che dice ci fa stare bene.
Verificare che poi tutto quello che Lui ha detto e fatto lo lo ha testimoniato con la sua vita, è un argomento a favore.
Ma tutti i discorsi, le dimostrazioni cadono nel vuoto se lo Spirito del Signore non ci spiega, non ci illumina, non ci guida.
Oggi Gesù dice che verrà ad abitare con noi, se osserviamo i suoi comandamenti che poi è uno solo “amatevi come io vi ho amato” .
Non dice “amate me” ma “amatevi l’un l’altro”, che la dice lunga sull’egoismo del Padreterno che dal nostro amore non è che ne ricavi maggiore autorità, gloria, potenza e chi più ne ha più ne metta.
L’amore serve a noi e non a Lui.
Così le messe, i Sacramenti in genere, la lettura della Parola, sono doni d’amore per noi, solo per noi.
Certe volte mi chiedo chi glielo ha fatto fare a creare, dare la vita ad un esercito di bugiardi, ingannatori, fedifraghi, menefreghisti… Con tutto quello che gli facciamo passare!
Così diciamo quando i figli ci fanno disperare.
Ma se diamo delle regole, certo sono per fare stare meglio loro (un po’ anche noi in verità, altrimenti ci distruggono la casa!).

Oggi c’è una bellissima descrizione della città santa, la Gerusalemme celeste, salda, luminosa, grande, dove non c’è tempio, perché il tempio è Dio.
Penso alle nostre case di uomini, dove non c’è profumo di santità, dove si litiga, non ci si frequenta, si sta ognuno per conto proprio.
Certo che queste abitazioni dove siamo, dove ognuno parla una lingua diversa o vive in un mondo virtuale da un’altra parte, non profumano di Dio.
Dio verrà ad abitare in mezzo a noi, quando ci metteremo d’accordo, quando cuori batteranno all’unisono, quando non ci saranno da osservare comandi imposti dall’alto.
Lo Spirito suggerirà il pensare, il dire e l’agire.
Lo Spirito d’amore accorderà i cuori sì che non avremo bisogno di uscire di casa per celebrare la liturgia perché Dio è il tempio, l’amore è il tempio, vale a dire che Dio abita con noi quando l’amore circolerà senza ostacoli nelle nostre case.
È l’amore che rende visibile Dio, è l’amore che ci rende fecondi e felici, è l’amore che ci realizza pienamente.
La dimora di Dio è l’amore.
L’amore è anche la nostra casa, è di casa, se accoglieremo i consigli di Gesù e non gli legheremo le mani e non tapperemo la bocca alla voce dello Spirito.

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” Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”(Sal 126,5)

SAN LORENZO
” Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”(Sal 126,5)
Oggi la tua paola Signore non è consolante, ogni versetto che ho letto da quando ho aperto gli occhi parla di morte, di croce, di rinnegamento, di lacrime.
Ho cercato di fare mie le parole di San Paolo che ho trovato nella liturgia delle ore, In cui si parla di consolazione ricevuta e data in ogni tribolazione.
Certo è che man mano che proseguivo la lettura di quello che oggi tu volevi dirmi, il tuo volto lo vedevo severo e accigliato, esigente in ogni cosa, e mi riusciva difficile percepirne la tenerezza e l’amore di cui sento oggi, in questo periodo della mia vita particolare, bisogno.
Ti ho sentito e continuo a sentirti un Dio intransigente e severo, anche se per il nostro bene.
Anche io sono stata intransigente e severa nei confronti delle persone che mi sono state affidate, di cui mi sono fatta carico, ma le ho accompagnate con le regole più che con gesti d’amore e di tenerezza.
Un’educazione anaffettiva non poteva fare più disastri e tanto è stato, perchè il disastro più grande l’ho fatto a me stessa, disprezzando il mio corpo, vergognandomi di come ero e cercando tutti i modi possibili per coprirne le storture.
Ho usato di tutto per nascondere, mimetizzare agli occhi estranei ciò che di me non era bello per paura delle critiche e così ho preso le distanze da me e dagli altri per paura di soffrire.
Ho eretto muri, ho lavorato indefessamente per non sentirmi dire ciò che io dentro sapevo essere vero, che non volevo venisse alla luce.
Ora che esibisco le mie infermità, che mi faccio vanto della mia debolezza, per dare gloria te Signore, certo non vivo tranquilla. E mi dispiace.
Mi chiedo perchè proprio a me, perchè per così lungo tempo devo pagare le colpe non solo mie ma anche quelle che mi sono state trasmesse, perchè la tua scelta è caduta su di me e non mi togli gli occhi di dosso,perchè devo soffrire sempre come una bestia e non avere neanche un momento di tregua, di pace del corpo oltre che dello spirito.
Per questo oggi sono polemica nei tuoi confronti Signore e mi viene in mente l’atteggiamento di Elia perseguitato che si voleva lasciare morire perchè non ce la faceva più.
Tu non hai permesso che morisse di fame, ma lo hai supportato per tutti i quaranta giorni che gli ci vollero per uscire dal deserto.
Ma quanto durano questi quarant’anni?
Perchè hai messo davanti ai miei occhi tante cose belle e poi te le sei riprese e continui a riprendertele, man mano che passano gli anni?
Perchè non mi prendi sulle spalle, come il buon pastore con l’agnellino appena nato, come un padre il figlio che non sa camminare… perchè Signore a me sono negate carezze e tenerezze e abbracci di cui io non sono capace?
Perchè questa paralisi del cuore che si è trasferita al mio corpo legato con cento funi di ferro e quando non bastano con busti, gessi, tutori, protesi di ogni tipo?
Un giorno certo capirò, un giorno ti vedrò, un giorno ti abbraccerò perchè ti vedrò faccia a faccia e più non ti nasconderai nelle tue benedizioni che entrano rompendo i vetri.
“se il chicco di grano non muore…Va vendi tutto….rinnega te stesso….prendi la croce e seguimi….beati gli afflitti…i perseguitati..”
Il tuo Signore oggi mi sembra proprio un linguaggio duro e impietoso.
Per questo ho chiamato in mio soccorso Maria, la madre che ci hai donato, che ci ha adottato, a cui mi sono consacrata, perchè mi faccia fare l’esperienza della gioia, di quel “Kaire!”, “Rallegrati!” che l’angelo le disse, perchè tu Signore eri con lei, sei con lei.
Voglio anch’io rallegrarmi, ritrovare la gioia di essere salvata qualunque sia il prezzo da pagare.

“Signore ricordati che ho camminato davanti a te con fedeltà ( Is 38, 3)

Ricordati

“Signore ricordati che ho camminato davanti a te con fedeltà ( Is 38, 3)
Sono qui, Signore, alla tua presenza, a ricordarti che ho camminato davanti a te con fedeltà da tanto tempo ormai.
Non mi sono risparmiata, ho dato tutto quello che potevo.
Sicuramente con il tuo aiuto ho fatto tante più cose di quelle che avrei pensato di poter fare da sola, ma adesso sono stremata.
Questa vita è diventata un martirio, una salita al monte Calvario di cui non si riesce a vedere la vetta.
Signore tu lo sai, tu lo vedi.
I miei piedi sono gonfi sono malati, non c’è più nessuno che mi spinga, che mi porti in braccio,  perché le forze sono venute meno  anche a quelli che mi accompagnavano fisicamente.
Signore perché non mi ascolti, perché te ne stai in silenzio, perché devo essere così triste fino alla morte?
Tu sei il mio Dio. Tu mi hai creato. Io sono tua. Finora ho pensato che tu eri un padre e che non avresti permesso che un figlio soffrisse così tanto.
L’ho sempre detto e  l’ho sempre proclamato ad alta voce davanti alla tua assemblea.
Ho sempre creduto che i miei tempi non erano i tuoi tempi, che dovevo aspettare con pazienza, con perseveranza e continuare a pregare.
Ma adesso Signore perché questo martirio si prolunga così tanto, perché devo soffrire così, perché Signore non hai pietà di me?
Qual è il tuo progetto su di me?
Qual è la strada che io posso seguire, che sia una strada di speranza,di gioia,di stupore, di condivisione e non di solitudine, di aria pura da respirare, una strada di libertà, di verità, di vita?
Signore tu lo vedi, tu lo sai; non ho più parole per dirti la mia pena, nè per cantare le tue lodi.
“Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!”
 In questi giorni sto pensando che forse mi sono sbagliata e che forse tu non esisti, che tu sei il frutto di un mio desiderio, una mia proiezione, perché avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse, mi desse consigli, avevo bisogno di qualcuno che mi facesse sentire meno sola… ma è vero che ci sei?
Dammi un segno Signore della tua grazia, della tua misericordia, del tuo amore.
Non è possibile che io ogni giorno sia distesa sul lettino di qualche medico, di qualche operatore sanitario per sottopormi ad indagini o trattamenti di ogni tipo più o meno  invasivi, dolorosi,dannosi, mai risolutivi.
Io non ti chiedo di guarire, perchè troppi danni ha subito la mia casa per i ripetuti terremoti, per l’incuria e l’incompetenza degli addetti ai lavori e anche, non posso negarlo per  mia colpa.
Ti chiedo una pausa, una vacanza dal dolore.
Io ormai non posso neanche pensarle le vacanze, che non sia la messa quotidiana dove ti cerco e spesso non ti trovo.
E anche quando riesco a farmi accompagnare, tu sai che non mento, i dolori non cessano di tormentarmi.
Signore voglio andare in vacanza da questo corpo che da anni mi fa così tanto soffrire, un corpo all’apparenza sano che non giustifica, neanche attraverso le analisi, i” casini” che racconto.
Signore abbi pietà di me!

“Perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?”(Lc 24,38)

“Perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?”(Lc 24,38)
 
Siamo ancora nel tempo di Pasqua, tempo di resurrezione, di incontro con il Risorto.
La liturgia non si stanca di riproporre i passi in cui Gesù si fa presente ai suoi mentre parlano di Lui, mentre pensano a Lui, mentre desiderano Lui, mentre il dubbio e la paura li assale per ciò che non sono ancora riusciti a capire.
Si diventa testimoni quando tocchi le sue ferite, quando il senso delle scritture ti viene rivelato, quando e soprattutto senti che la Sua pace diventa la tua pace, quando una gioia incontenibile ti spinge ad uscire fuori da te stesso per annunciare al mondo che Gesù è risorto veramente.
Mi chiedo se e a chi interessi questa notizia, se la resurrezione parla al cuore di tutti i credenti, se ci cambia la vita.
Come possiamo vivere questo tempo di grazia, con le ali ai piedi, il cuore che scoppia di gratitudine per un fatto avvenuto 2000 anni fa?
“Dai loro frutti li riconoscerete”
Se vuoi sapere se una pianta serve solo ad appagarti gli occhi con le sue foglie e i suoi fiori, o anche lo stomaco, vale a dire se ti dà vita, devi aspettare di vedere se il frutto è commestibile, se ti nutre o ti avvelena.
Ieri sera abbiamo avuto un incontro che ci ha molto turbato. Una persona con la quale da anni condividiamo la fede, la preghiera di gruppo, il servizio alla chiesa, è venuta a trovarci per parlare con noi di cose incomprensibili che ci stanno accadendo, attribuite al demonio o ai suoi emissari.
Ma subito ci siamo accorti che non ci accomunavano gli strumenti per esserne liberati e che la pace non albergava nel cuore di questa persona che non è in pace con Dio e con gli uomini ed è alla ricerca di strade alternative che allontanano dalla fede.
Rideva quando io raccontavo del dolore come strada per sentire il Signore vicino, per sentirsi privilegiati nella fiducia che ci accordava a collaborare con Lui.
Era arrabbiata e confusa, questa persona, alla ricerca di qualcuno con cui condividere le sue soluzioni.
Sono certa che l’esperienza dell’incontro sia feconda se non ti fai mancare mai il Suo nutrimento di vita: la preghiera, la Parola, l’Eucaristia, e Maria, l’unica che può rendere sempre più salda la fede attraverso l’esempio della sua vita.
Gesù ci ama e non si stanca di tornare a visitarci, ogni giorno, ogni momento in cui riusciamo a fargli spazio e ad accoglierlo così com’è senza tante domando, certi solo dell’effetto benefico del perdono reiterato all’infinito.
Grazie Signore perchè ci ami a prescindere, perchè ci vuoi felici, ci vuoi santi, ci vuoi collaboratori di verità giustizia e misericordia. Grazie Signore perchè ogni giorno non dimentichi di far sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui dubbiosi e gli incerti, sui santi e sui peccatori, ogni giorno come un mendicante ti offri a noi per essere mangiato, divorato, straziato dai denti aguzzi dei tuoi aguzzini.
Signore non voglio che questo accada ancora. Ti prego salvami dall’ingordigia, dalla malafede e aiutami non solo a vivere di te, ma anche a dare vita a chi la sta perdendo. Lode e gloria a te Signore Gesù!

“Mai un uomo ha parlato così!”(Gv 7,46)

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“Mai un uomo ha parlato così!”(Gv 7,46)
Signore tu hai parole di vita eterna! Le tue parole sono spirito e vita.
Ho letto nel commento alle letture di oggi che i tuoi testimoni vanno incontro alla croce proprio come capitò a te.
Questo mistero di salvezza mi turba, perché non riesco ancora ad accettare che la vita che tu ci hai dato è così irta di ostacoli, così drammatica, così dolorosa… non riesco a capire perché hai riempito l’universo di cose meravigliose, hai creato la bellezza, la gioia, l’amore e poi i tuoi più fedeli seguci ne vengono privati almeno per il tempo che stanno su questa terra.
Penso che la nostra vita, nella prospettiva dell’eternità, è ben poca cosa… si tratta solo di avere pazienza, di aspettare tutte quelle cose di cui ci sembra essere privati perchè ci saranno date in abbondanza.
Ma noi siamo fatti di carne, Signore: abbiamo ossa muscoli nervi arterie cuore cervello e mani e piedi e tutto il resto e percepiamo le cose attraverso i cinque sensi propri degli esseri umani e della maggior parte degli esseri viventi.
Come non smarrirsi di fronte a quello che accade ai tuoi profeti, è accaduto e continua ad accadere ai tuoi testimoni?
Nel Vangelo solo tu vieni mandato a morte per quello che hai fatto e hai detto, nell’Antico Testamento non so se qualcuno dei tuoi profeti ha subito la tua stessa sorte.
Sono certa però che sono stati perseguitati, questo sì, come Giovanni Battista che fu sacrificato per il capriccio di una donna che vedeva in lui un attentatore alla sua felicità.
Ogni volta che leggo la tua parola cerco di vedere concretamente cosa tu a me vuol dire per la giornata che comincia in particolare, per la mia vita in generale.
“Mai nessuno ha parlato così!” Dicevano di te.
In fondo quello che tu hai detto di te con in dovuti “distinguo”, ogni cristiano potrebbe dirlo di se stesso.
Siamo figli di Dio, grazie a te, siamo re profeti e sacerdoti con il Battesimo e, in quanto tali, continuiamo la tua opera di redenzione, non perché siamo obbligati da una legge ma perché la nostra natura divina e il nostro comportamento è la conseguenza dell’innesto della nostra persona alla vite.
Tu sei la vite, noi i tralci.
È naturale quindi soffrire e morire come tu hai fatto, perché è nel nostro DNA il desiderio, la volontà, la naturale propensione a realizzare il progetto per cui tu ci hai creato.
La nuova vita ci fa diventare altro, come un vestito nuovo che sostituisce uno stretto, vecchio e liso.
In questa nuova realtà di figli, noi soffriamo e moriamo per il Vangelo ed è normale.
Se non ci opponiamo dopo l’innesto a che il tralcio vada in direzione opposta alla luce, alla pioggia, alla cura amorevole del contadino, sicuramente non avrebbe lunga vita e morirebbe definitivamente.
“Fa’ che la morte ci trovi vivi! “ ho trovato scritto da qualche parte.
Ora tutto questo, se mi è chiaro da un punto di vista teologico, lo è di meno quando sulla mia pelle vivo la sofferenza portata agli estremi, vivo lo strazio della carne ogni giorno e tu lo sai Signore mio Dio.
Continuo a credere che tu non vuoi la morte dei tuoi figli, non vuoi che soffriamo, ma usi la sofferenza implicita nella nostra natura umana, se consegnata nelle tue mani, per dare vita a tutta la pianta, al tuo corpo.
Continuo Signore a chiedermi perché a me capitano tante cose così dolorose, ma non trovo risposta se non nel libro di Giobbe.
Giobbe non perse la fede per le prove subite, ma era il demonio che aveva con te fatto un patto per dimostrarti che le pie abitudini di Giobbe venivano dallo stare bene, perché non gli mancava proprio nulla.
Ogni volta che io sto male, sempre direi, penso dove sbagliato, cosa ha provocato il sintomo che non mi ha permesso di dormire tranquilla, vivere tranquilla, il lavoro e il riposo l’impegno di evangelizzazione ma anche la mia insignificante quotidianità.
Cerco sempre un motivo e spesso lo trovo sempre diverso, ma a volte rimango disorientata dalla forza sconvolgente di certi dolori, come ieri sera nell’incontro con i fidanzati, come questa notte.
Non mi hanno perseguitato gli uomini Signore, non hanno tramato insidie contro di me come hai scritto di Geremia, come è avvenuto per te.
Sono andata con Gianni il mio sposo all’incontro con i fidanzati, senza alcun desiderio se non quello di avere te come suggeritore, come maestro, come presenza, come forza che veniva incontro alla nostra debolezza.
Il dolore mi ha massacrato questa volta le gambe, le ginocchia, le cosce… Ma non è accaduto nulla che si vedesse, nessuno sapeva, nessuno si è accorto di niente mentre la relatrice parlava, io parlavo, parlava la coppia che collabora con noi insieme al parroco per questo servizio.
In silenzio ho sofferto, ma anche il mio sposo che togliendosi e mettendosi gli occhiali, cambiava posizione in continuazione.
Eravamo alle prese con i nostri problemi vecchi e nuovi, ma il fiume scorreva lento e calmo, mentre sotto la battaglia infuriava.
Questa notte il martirio è continuato e mi sento pestata a sangue. Ma non è finita.
Mi chiedo a che serve, a chi serve tutto questo Signore.
Ne hai bisogno?
Quando stavi per entrare a Gerusalemme hai mandato i tuoi discepoli a chiedere un’asina per cavalcarla mentre venivi acclamato da tutta la popolazione.
Tu sapevi a cosa andavi incontro, l’asina no.
Hai avuto bisogno di animale così i significante, e ciò sembra incomprensibile.
Tra tutti potevi scegliere qualcosa di più efficiente e decoroso, ma non l’hai fatto.
Io non so Signore a cosa ti servo.
Quando penso, come mi dicono alcuni sacerdoti, che tu mi hai scelto, faccio fatica a crederci.
Perché tra tanti proprio io?
A volte mi sento importante e combatto contro la tentazione di pensare che valgo più dei miei fratelli (almeno di alcuni), a volte mi sento indegna di tanta fiducia, a volte sento ingiusto tutto quello che mi capita e vorrei fuggire.
Stavo per scrivere che tu mi stai con il fiato addosso e non mi dai tregua, ma, riflettendo, penso che chi non mi lascia in pace è il tuo avversario che è anche il mio, che ha visto quanti io dipenda da te.
Forse l’unica preghiera che devo continuare a fare con insistenza è quella del Padre Nostro, ripetendo all’infinito: “Liberami dal male nel nome di Gesù Cristo nostro Signore!”
Maria la madre che ci hai regalato, la madre che ha partecipato alle tue sofferenze e continua con te a donarci la vita sia l’esempio di umiltà, pazienza, fede, dedizione, abbandono gioioso alla tua volontà.
Il serpente lo sa che di lei deve avere paura come anche dei tuoi angeli con a capo il principe della milizia celeste San Michele, per scacciare gli spiriti ribelli che ostacolano la libera circolazione della linfa.
Guardando te Signore fissando gli occhi alla tua croce, possiamo essere certi di uscire vincitori da questa estenuante battaglia.

Raccontiamoci una storia

“Maestro non t’importa che moriamo?”(Mc 4,38)

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Quante volte Signore mi viene il dubbio che non t’importa che moriamo, di paura, di dolore, per qualcosa che ci viene a mancare e che riteniamo indispensabile per la nostra vita.
Vedi Signore noi siamo uomini, e forse qualche volta te lo dimentichi, e siamo tanto fragili, tanto bisognosi di certezze, di stabilità, di tante cose che lottiamo per conquistarle, cose non peccaminose ma utili che ci rendono la vita meno dura.
Vedi Signore tu ci hai dato gli occhi per stupire di fronte alla bellezza del creato, al sorriso di un bimbo, un’opera d’arte. E arriva il momento che te li dobbiamo riconsenare, anche in parte. Non a tutti capita, A me è capitato e ho fatto fatica, faccio fatica ad andare avanti con un occhio solo, che non vede neanche bene.
Ci hai dato le gambe per percorrere le strade del mondo, per muoverci, spostarci da un posto all’altro.
A me piaceva camminare, tanto, e la passione per le lunghe passeggiate è stato ciò che mi ha fatto innamorare dell’uomo che poi ho sposato.
Pensavamo di coltivare questo comune interesse, per tutta la vita, ma dopo neanche un anno ho dovuto riconsegnare ciò a cui ero più legata e di cui andavo orgogliosa.
Paradossalmente io, che del mio corpo salvavo solo le gambe che tutti mi ammiravano, sono stata chiamata a riconsegnarle molto presto.
Mi sono consolata con il fatto che mi piaceva guidare l’auto e andavo fiera dei miei parcheggi al millimetro, dei sorpassi dei tir su strade in salita, della capacità di destreggiarmi nel traffico o di lanciarmi a tavoletta su strade a scorrimento veloce.
Quando piano piano impariamo a fare a meno di ciò che ritenevamo indispensabile, tu presenti un conto ancora più salato e faccio fatica a ridimensionarmi, riducendo lo spazio di azione intorno a me.
Tu sei la mia salvezza, la mia unica speranza, Signore, ma ci sono momenti in cui non riesco a sentirti vicino e vigile, a pregarti, a chiederti aiuto.
Sono i momenti più brutti quelli in cui ogni parola pronunciata sembra inutile, perchè tu sei Dio e vedi tutto e sai tutto e non hai bisogno di qualcuno che ti tiri la giacca o ti conficchi le dita negli occhi, come faceva Giovanni “Sennò significa che non mi stai a sentire!” quando ci raccontavamo le storie nel grande lettone, storie vere, una io e una lui.
Vedi Signore questa dolce abitudine che ci ha accompagnato nei primi anni di vita di questo bimbo, il libro di carne che mi hai mandato a domicilio ora è solo nostalgia di un sogno vissuto in un rendimento di grazie a te.
I nipoti diventano grandi e sentono sempre meno il desiderio di rifugiarsi nelle braccia di chi li ha cresciuti a preghiere, con amore con passione, con la percezione di averti sempre accanto a potenziare le poche forze avanzate allo scempio di tanti naufragi.
Il silenzio di queste stanze ora mi fa più paura di un mare in tempesta.
Come vorrei venire trafitta da una tua parola, come vorrei che tu ti mettessi al mio fianco e mi dicessi; “Raccontiamoci una storia, vera, una tu e una io” e scoprire che è la stessa storia guardata da due punti diversi e che basta solo usare i tuoi occhi e il tuo cuore per vederne la bellezza e innamorarsene.

Attesa

SAN LORENZO

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” Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo” (Salmo 126)

Oggi la tua paola Signore non è consolante, ogni versetto che ho letto da quando ho aperto gli occhi parla di morte, di croce, di rinnegamento, di lacrime.
Ho cercato di fare mie le parole di San Paolo che ho trovato nella liturgia delle ore, In cui si parla di consolazione ricevuta e data in ogni tribolazione.
Certo è che man mano che proseguivo la lettura di quello che oggi tu volevi dirmi il tuo volto lo vedevo severo e accigliato, esigente in ogni cosa, e mi riusciva difficile percepirne la tenerezza e l’amore di cui sento oggi, in questo periodo della mia vita particolare bisogno.
Ti ho sentito e continuo a sentirti un Dio intransigente e severo, anche se per il nostro bene.
Anche io sono stata intransigente e severa nei confronti delle persone che mi sono state affidate, di cui mi sono fatta carico, ma le ho accompagnate con le regole più che con gesti d’amore e di tenerezza.
Un’educazione anaffettiva non poteva fare più disastri e tanto è stato, perchè il disastro più grande l’ho fatto a me stessa, disprezzando il mio corpo, vergognandomi di come ero e cercando tutti i modi possibili per coprirne le storture.
Ho usato di tutto per nascondere, mimetizzare agli occhi estranei ciò che di me non era bello per paura delle critiche e così ho preso le distanze da me e dagli altri per paura di soffrire.
Ho eretto muri, ho lavorato indefessamente per non sentirmi dire ciò che io dentro sapevo essere vero, che non volevo venisse alla luce.
Ora che esibisco le mie infermità, che mi faccio vanto della mia debolezza, per dare gloria te Signore, certo non vivo tranquilla. E mi dispiace.
E mi chiedo perchè proprio a me, perchè per così lungo tempo devo pagare le colpe non solo mie ma anche quelle che mi sono state trasmesse, perchè la tua scelta è caduta su di me e non mi togli gli occhi di dosso,perchè devo soffrire sempre come una bestia e non avere neanche un momento di tregua, di pace del corpo oltre che dello spirito.
Per questo oggi sono polemica nei tuoi confronti Signore e mi viene in mente l’atteggiamento di Elia perseguitato che si voleva lasciare morire perchè non ce la faceva più.
Tu non hai permesso che morisse di fame, ma lo hai supportato per tutti i quaranta giorni che gli ci vollero per uscire dal deserto.
Ma quanto durano questi quarant’anni? Perchè hai messo davanti ai miei occhi tante cose belle e poi te le sei riprese e continui a riprendertele, man mano che passano gli anni?
Perchè non mi prendi sulle spalle, come il buon pastore con l’agnellino appena nato, come un padre il figlio che non sa camminare… perchè Signore a me sono negate carezze e tenerezze e abbracci di cui poi io non sono capace?
Perchè questa paralisi del cuore che si è trasferita al mio corpo legato con cento funi di ferro e quando non bastano con busti, gessi, tutori, protesi di ogni tipo?
Un giorno certo capirò, un giorno ti vedrò, un giorno ti abbraccerò perchè ti vedrò faccia a faccia e più non ti nasconderai nelle tue benedizioni che entrano rompendo i vetri.
“se il chicco di grano non muore…Va vendi tutto….rinnega te stesso….prendi la croce e seguimi….beati gli afflitti…i perseguitati..
Il tuo Signore oggi mi sembra proprio un linguaggio duro e impietoso.
Per questo ho chiamato in mio soccorso Maria, la madre che ci hai donato, che ci ha adottato, a cui mi sono consacrata, perchè mi faccia fare l’esperienza della gioia, di quel “Kaire!”, “Rallegrati!” che l’angelo le disse, perchè tu Signore eri con lei, sei con lei.
Voglio anch’io rallegrarmi, ritrovare la gioia di essere salvata qualunque sia il prezzo da pagare.