“Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.”( Mt 2,11)

“Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.”

( Mt 2,11)

Epifania del Signore
“Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.”( Mt 2,11)
Non è sempre facile scegliere i doni da regalare in occasione di una festa, un compleanno, una nascita, un matrimonio…
Mi sono sempre prodigata nel tempo in cui i regali li facevo perchè c’erano persone a me care che volevo fare felici, regali che erano occasione d’incontro e di festa.
Avevo tanti amici e tanti parenti, famigliari vicini e lontani a cui facevo di tutto per far recapitare il mio pensiero.
I regali li sceglievo con cura, cercando di mettermi nei panni della persona che li doveva ricevere, illudendomi che i miei desideri, gusti, bisogni coincidessero con quelli degli altri.
Comunque il regalo doveva piacere prima a me e mi rifiutavo categoricamente di esaudire un desiderio espresso esplicitamente dal festeggiato se era brutto o inutile a mio parere.
Io non so se oltre all’oro e all’argento ti avrei regalato la mirra che non mi piace e mi sembra di malaugurio.
Fatta come sono fatta che il regalo deve piacere prima a me. E la morte è qualcosa che faccio fatica a digerire.
Ci ho messo del tempo per cambiare idea e posizione, per morire a me stessa nel dono totale di me
Cosa offrirti o Dio, cosa posso darti oggi che non ci sono più nascite, matrimoni, onomastici che diano senso alla mia ricerca di regali?
Sono scomparsi gli amici di un tempo, morti quelli della mia famiglia che mi corrispondevano, il tempo ha lasciato i suoi segni sulle strade battute del mondo, sui percorsi abituali di ricerche effimere, ora che non posso pur volendolo neanche recapitare i calendari liturgici che contengono la tua parola alle terre più o meno dissodate per accoglierla.
Sei rimasto solo tu che mi stai davanti e aspetti che ti porti non ciò di cui tu hai bisogno, perchè sei Dio e non ti manca niente, ma ciò che a me serve per continuare il mio cammino tornando a casa, alla mia vita quotidiana.
Bisogna cambiare strada, abitudini, modi di fare come fecero i Magi, per evitare gli Erode di turno, il nemico che ci allontana da te, che ti condanna a morte o almeno ci prova prima che tu lo voglia, che acconsenti a dare il segno che ti connota.
Non ho appeso calze alla finestra, non ho camini da cui tu possa farmi recapitare i tuoi suggerimenti, le tue istruzioni per vivere al meglio la mia vita.
Nel piccolo presepe allestito sul mobile d’ingresso non ci sono i Magi e quando Emanuele me l’ha chiesto gli ho detto che non servivano perchè i Magi siamo noi, quelli che anche se con ritardo arriviamo davanti alla grotta..
A natale gli addobbi, gli incarti, le luci,il cibo, la frenesia di fare in tempo tutto e bene, ci siamo dimenticati di te, occupati a fare festa ci siamo dimenticati del festeggiato.
Io non sono potuta neanche venire a messa tanto stavo male e non ricordo di aver fatto qualcosa di speciale per te.
Tu per me hai fatto gli straordinari, lo riconosco,donandomi la presenza dei miei cari, che mi abitano di fronte, che se non fosse intervenuta l’influenza sarebbero andati altrove, come consuetudine. Gli altri nonni, gli impegni scout, gli inviti, le tombolate…sono giovani ed è giusto che sia così.
Nell’Avvento avevo maturato il desiderio di presenze non virtuali, ma reali, di doni partecipati scelti insieme, di incontri autentici e veri.
Mi hai donato tutto questo Signore, lo riconosco, questa mattina che mi stavo ripiegando su me stessa per il dolore che mai mi abbandona.
Davanti alla tua grotta allora devo deporre il mio GRAZIE perchè hai reso possibile l’impossibile.

Dio è amore

Meditazione sulla liturgia del 5 gennaio
letture: 1 Gv 3,11-21;Salmo 99/100 Il nostro Dio è grande nell’amore; Gv 1, 43-51
” Dio conosce ogni cosa” (1 Gv 3,20)
Quante volte ho letto il vangelo che oggi la liturgia ci propone, quante volte la lettera di Giovanni in cui si ribadisce che Dio è amore!
Sicuramente più di 19 volte, tanti quanti sono gli anni della mia conversione, perchè queste letture le ritroviamo anche durante l’anno, ma mai mi sono soffermata sul fatto che sono proprie del 5 gennaio.
Oggi voglio riflettere su questa straordinaria coincidenza, sulla Parola che ha segnato, senza che ne fossi consapevole, il mio cammino.
Nella prima lettera di Giovanni trovo scritto” noi siamo passati dalla morte alla vita” come conseguenza dell’amore vicendevole “questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri” e così è stato.
L’apertura ai bisogni degli altri mi aveva portato tante inimicizie e suscitato tante invidie nell’ambiente di lavoro sì da costringermi ad andare in pensione anzitempo “Non vi meravigliate se il mondo vi odia”.
L’esercizio dell’amore l’avevo poi continuato in privato, prendendomi cura di mio fratello, condannato a morte da una malattia incurabile.
La sua malattia ci fece incontrare, dopo anni di incomprensioni e di lontananze, di interessi distanti e opposti
La malattia fu il comune denominatore che ci fece scoprire il nostro essere fratelli non solo di sangue ma figli di un unico Padre in Cristo Gesù.
Fu un percorso non liscio né scontato, ma propedeutico a entrare nella logica dell’amore donato, della vita che dà vita mentre si sta spegnendo, come la candela che, mentre si consuma, dona la sua fiamma per accendere un’altra candela.
Così è accaduto che, dopo la sua morte, il bisogno di trovare il giardino dell’Eden, la terra promessa, la possibilità di tenerlo in vita attraverso il dono del corpo trasformato continuamente dallo Spirito è diventato un’esigenza insopprimibile.
Il cammino di fede cominciato 19 anni fa, è un cammino di amore, di piante che con l’aiuto di Dio mi sforzo di coltivare, far crescere, non usare per il mio compiacimento ma perchè ad altri venga il desiderio di vivere in quel giardino in cui Dio ci pose all’inizio e che è destinato a noi quando, abbandonato questo corpo mortale, andremo definitivamente ad abitavi.  Lui ne è il custode e non permette che vi entri il serpente e lo distrugga.
Oggi, 19 anni fa sono nata in acqua e spirito, sono venuta alla luce perché le tenebre non hanno vinto la luce e io ne sono stata illuminata.
Voglio ringraziare il Signore di questa nuova vita che mi ha donato senza che ne avessi merito, che stava aspettando di comunicarmi gratuitamente da tanto tempo.
Era importante che mi fermassi un po’ con lui, che mi sedessi, che andassi a vedere dove abitava.
Lo avevo tanto cercato negli ultimi e convulsi anni di sconvolgimenti fisici e psichici, di dolore che non si misura, di buio e di deserto in strade senza indicazioni.
Sperduta in un mare in tempesta ero un punto piccolo piccolo che nessuno avrebbe potuto vedere la mia mano che sventolava il fazzoletto del pianto.
In quell’assenza, in quell’abbandono, in quel mare senza confini, in quel cielo di piombo pesante, in quella paralisi di un mondo che si era fermato, in quell’urlo strozzato e ignorato ho incontrato il Signore.
L’ho trovato inchiodato ad una croce, seguendo le indicazioni di una preghiera che al mattino mi aveva aperto il cuore alla speranza nella liturgia delle lodi dove anche i fiumi battevano le mani .
La gioia di quel luogo in festa mi aveva fatto desiderare di tornarvi per conoscere chi con quelle parole poteva far rinascere la speranza.
” L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio!” le parole che mi spinsero a sollevare lo sguardo al crocifisso issato sopra l’altare.
“Pure tu! ” esclamai non pensando a ciò che nel tempo avrei capito, come lo straordinario di Dio, di un Dio Amore che per salvare la sua creatura ne condivide lo spazio, il tempo, la condizione, il limite, la fragilità, la persecuzione e la morte.
Quel Crocifisso che 19 anni fa incontrai, che mi insegnò la forza e la debolezza di Dio è ora al centro dei miei pensieri, al centro della mia vita e vigila perché nessuna richiesta di aiuto rimanga senza risposta, essendo Lui il principio e il fine di tutte le cose, lui che scruta da lontano il ritorno a casa dei figli che se ne sono allontanati.

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXXI settimana del TO
” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano  di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perché, quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo  ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, né mostrava gradimento alcuno, né diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore  o peggiore del giorno precedente.
Niente.
Silenzio assoluto.
A volte pensavo che, anche se fosse stata spazzatura, lui l’avrebbe mangiata, lo stesso, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora, perché gli piace, se fa schifo la mangia veloce, così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato.
“Grazie Signore perché mi dai chi mangia le cose che cucino, perché mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perché dai un senso alla mia fatica”.
Con la gratitudine avevo già fatto un percorso lungo e doloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso, a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile, Gesù si prese cura di lui e, attraverso di lui, curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda, quando l’andavo a trovare.
Pian piano capii che il mio dono era lo stargli accanto, senza aspettare i suoi grazie.
Fu il periodo più bello in cui ci ritrovammo a raccontarci la nostra storia comune, interrotto purtroppo dalla sua morte prematura.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte di una chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare il Signore, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la  Sua  voce.
Dal cielo  mi aveva mandato il suo “grazie”   nella notte dell’Epifania, mettendomi in braccio Gesù.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere, perché anche io, dopo aver ascoltato la sua Parola, mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

Salvezza

(Sul monte il signore si fa vedere” (Gn 22,14)

Il Signore si fa vedere quando gli offri tutto ciò che di più caro tu hai, si fa vedere quando rinunci a capire, quando ti fidi ciecamente di Lui che è Padre e vuole che tu viva bene e in eterno.
Il Signore si fa vedere quando c’è qualcosa che non sei capace di fare, dire, pensare, quando hai qualcosa o tanto o tutto che ti manca.
Il Signore si fa vedere se accetti di salire sul monte, il monte delle beatitudini, il monte della passione, del rifiuto, della testimonianza, dell’offerta, del dono di Dio al suo popolo.
Il Signore si fa vedere nelle notti più buie della tua vita, quando non hai vie di scampo, mani che ti sollevino dalla polvere, mani che ti accarezzino, mani che ti cercano, quando sei solo, abbandonato, tradito, quando la tua vita perde senso e la morte ti fa paura.
Dio si fa vedere se tu accetti di salire sul monte della sua gloria e della sua disfatta, il monte della vergogna e dell’orgoglio di ogni cristiano che pensa e crede che la nostra forza sia il prezzo.
Il prezzo pagato per il nostro riscatto, perchè è lui che provvede all’offerta sacrificale, non noi. Tutto è suo, il corpo, la mente, il cuore.
Se ci mettiamo nelle sue mani sarà Lui a disciplinare la nostra volontà verso il bene, nostro, non suo.
Viviamo legati, paralizzati dai lacci che ci imprigionano, lacci, paralisi ereditati dai nostri progenitori che non ascoltando la Parola di Dio hanno voluto allontanarsi dalla sua casa e si sono impigliati in trappole mortali che li tengono imprigionati davanti alle porte del paradiso.
La liturgia oggi ci presenta due personaggi, uno del vecchio e uno del nuovo testamento, due persone legate, paralizzate, incapaci di muoversi. Isacco e il paralitico.
Non importa se a causare la nostra paralisi siamo stati noi o i nostri antenati, non conta se sia giusto o non giusto che ci capiti di essere nelle condizioni del paralitico o in quello del tutto innocente di Isacco.
Dio libera, Dio ama, Dio ci scioglie.
Dio si fa vedere sul monte.
 

Credere

” E’ lui che dà a tutti la vita e il respiro ad ogni cosa” (At 17,25)

Questo ha detto Paolo nel suo primo discorso ad Atene nell’Areopago, cercando di accattivarsi la simpatia della gente lì riunita, partendo da ciò che lo accomunava alla loro cultura e al comune sentire dell’uomo di tutti i tempi.
Non ci vuole tanto ad arrendersi all’evidenza che non ci siamo creati da soli e che c’è Qualcuno o qualcosa che ci sovrasta che non conosciamo.
Ad Atene c’era un altare con un’iscrizione ” Al dio ignoto ” e da lì parte Paolo perché, se i Greci non conoscono Dio, Lui sì e vuole comunicare a tutti la sua straordinaria scoperta della vera identità di Dio.
Cristo, come abbiamo letto ieri, festa degli apostoli Filippo e Giacomo nella lettera a Corinzi (1 Cor 15,8) apparve agli apostoli prima e poi a lui come ad un aborto.
Lo scopo di Paolo quindi è annunciare Cristo morto e risorto.
Ma la reazione degli Ateniesi è pressappoco quella di tanti, troppi cristiani che, pur credendo in Dio, ignorano o non tengono in alcuna considerazione Gesù Cristo, ritenendolo un optional non necessario alla fede.
Anche io un tempo pensavo così, perché non è che ci voglia una grande intelligenza per credere in Dio, ma per accettare, ammettere, accogliere il Dio di Gesù Cristo, il Dio incarnato morto e risorto per noi è dono dello Spirito.
Per 56 anni ho cercato lontano un Dio vicino, che non riconoscevo perché di Lui mi ero fatta un’idea sbagliata.
“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”(Gv 16,12) dice Gesù. Ed è tremendamente vero.
Ci sono cose che non possiamo capire se non dopo aver fatto esperienza dei nostri limiti e della nostra presunzione di poter sapere, capire, comprendere, ottenere tutto e subito.
Ringrazio il Signore che mi ha dato l’opportunità di verificare quanto fossero fallaci le vie dell’intelligenza, della scienza, dell’autosufficienza, lo ringrazio perché attraverso i ricalcoli dolorosi della mia vita mi ha portato a fermarmi e a contemplare la croce.
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Emmaus

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“Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro ” (Lc 24,15)

Quando le parole non bastano, specialmente quelle scritte dalla tua mano, quando non basta che sei venuto a spiegarcele con la tua vita e a testimoniarne la verità con la tua morte, quando non basta tutto questo per riconoscerti nel compagno di viaggio che parla con noi , quando siamo tristi e smarriti perché pensiamo che te ne sei andato per sempre, nella maniera più atroce, triste e dolorosa e ci hai lasciati irrimediabilmente soli, senza speranza, ti prego, fermati a mangiare con noi.

La sera , il buio fa più paura, se tu non ci sei, rimani con noi, riposati un po’ , prima di riprendere il viaggio attraverso le strade del mondo.

Signore, resta con noi che non ancora riusciamo a capirti, non ancora riusciamo a capacitarci che sei andato a morire. Signore, resta con noi ancora un poco, forse il miracolo di vederti risorto anche noi potremo vederlo, se ci aprirai gli occhi al tuo folgorante mistero.

Torna a spezzare quel pane che la sera prima di morire distribuisti ai tuoi discepoli , invitandoli a fare altrettanto, in memoria di te, perché tutti ne avessimo sempre, 

Fatti conoscere nella quotidianità di un gesto così tanto familiare, non capito, dimenticato, quando solennemente lo benedicesti, perchè non rimanessimo mai senza di te, mai ci sentissimo soli, mai pensassimo che te ne eri andato per sempre.

Ti voglio incontrare, Signore nel pane spezzato, un gesto che non abbiamo capito abbastanza, ti vogliamo, Signore, riconoscere nella semplicità di ciò che tu hai trasformato in segno indelebile di Te che sei il Cristo morto e risorto per noi.

Vogliamo, Signore, incontrarti e abbracciati per sempre, sicuri che non te ne andrai, convinti che quand’anche fosse, hai dato ai tuoi ministri il potere di renderti vivo e presente nell’Eucaristia.

A torto abbiamo pensato che ci avevi illusi, dicendo che saresti stato sempre con noi, sbagliavamo quando ti abbiamo visto morire e non abbiamo creduto che saresti risorto , invano ti stavamo cercando senza guardarti nel volto, senza ascoltare parole che ci avrebbero dato speranza.

Ma ora che il pane é stato spezzato, ora sì che ho capito e ho gioito, perché a tutto tu avevi pensato prima di tornare dal Padre, trasformandoti in cibo e bevanda perenne, per quelli che avevano fame e sete di Te.

Grazie Signore perché ora so che tu sei risorto davvero e per sempre. Grazie, perché ora so dove trovarti.

Testimonianza

Meditazioni sulla liturgia di giovedì
della seconda settimana di Pasqua
 

“Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo ” (At 5,32)

Gesù è risorto e abbiamo per questo festeggiato la Pasqua.
L’hanno fatto anche quelli che non credono, ma hanno fatto festa, senza il festeggiato.
Capita spesso, quando siamo invitati ad una cena o ad un pranzo, di ignorare le persone, intenti solo a godere di quello che gratuitamente ci viene offerto.
Gesù per farsi riconoscere non ha usato gli stessi strumenti, non ha seguito una modalità standard per tutti.
A Giovanni bastò vedere il sepolcro vuoto e i teli piegati per credere. ” Vide e credette”.
Alla Maddalena servì sentirsi chiamata per nome, ai discepoli di Emmaus servì rileggere la storia alla luce di Cristo, lo sconosciuto personaggio che, dopo essersi fatto loro compagno di viaggio, nel pane spezzato e condiviso si fece riconoscere.
Agli apostoli che si erano affaticati invano dopo una notte di pesca infruttuosa si aprirono gli occhi dopo aver visto il miracolo dell’ascolto della Sua Parola.
E poi Tommaso, grande Tommaso, che volle vedere le piaghe di Cristo, metterci il dito.
Non siamo tutti uguali quindi e ad ognuno Dio riserva un modo speciale, diverso, unico per rivelarsi.
Il denominatore comune di quanti hanno incontrato Gesù è la percezione che ti manca qualcosa, che non sei soddisfatto di quello che ti accade, che vedi il tuo limite e cerchi qualcuno o qualcosa che lo possa colmare.
I testimoni quindi sono quelli a cui manca qualcosa e che con cuore sincero lo cercano non in se stessi ma in un Tu che li rianimi, li rialzi, gli si faccia compagno, amico sposo.
In ognuno c’è la nostalgia di infinito, di eterno, di incorruttibile, di uno e distinto, di comunione, di amore vero, totale, assoluto.
Quando la nostra autosufficienza ci abbandona, quando ci rendiamo conto che non bastiamo a noi stessi, quando la vita ci chiama a riconsegnare i beni che credevamo scontati è il momento favorevole per incontrare il Signore, toccare le sue piaghe e riconoscerlo.morte
E’ il momento della resurrezione, la nostra, che è un evento non perduto nel tempo, una favola per poveri gonzi, ignoranti che si lasciano abbindolare facilmente.
A testimoniare che Gesù è risorto è la nostra resurrezione che avviene quando la croce diventa il nostro comune bagaglio, nostro e di Cristo.
Dio nessuno l’ha mai visto, ma lo Spirito di Dio effuso sulla Chiesa ci permette di vederlo con gli occhi del Figlio, di ascoltarlo con le orecchie el Figlio, di servirlo con il corpo del Figlio.
Grande è questo mistero, ma se noi moriamo con Lui, con Lui risorgeremo.
E’ questa la nostra speranza, è questa la nostra certezza, è questa la fede che ogni giorno ci fa rialzare e affrontare la vita con la forza prorompente di un Dio che ha tanto amato il mondo da metterci il Suo corpo tra le mani.