” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perchè quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, nè mostrava gradimento alcuno, nè diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore o peggiore del giorno precedente.
Niente. Silenzio assoluto.
A volte pensavo che anche se fosse stata spazzatura lui l’avrebbe mangiata, senza fiatare, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora perchè gli piace, se fa schifo la mangia veloce così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato:”Grazie Signore perchè mi dai chi mangia le cose che cucino, perchè mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perchè dai un senso alla mia fatica”.attesa
bisodoloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui
con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile,
Gesù si prese cura di lui e attraverso di lui curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda quando l’andavo a trovare.
Dopo che io avevo capito che il mio dono era lo stargli accanto senza aspettare i suoi grazie, morì.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte della Sua chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare Gesù, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la Sua voce.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere perchè anche io mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.
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Meditazione sulla liturgia di

domenica della XXVIII settimana del TO anno A
“Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”(Mt 22,9)
Così è scritto sul foglietto del calendario liturgico appeso sul comodino.
Un tempo partivo sempre dalla parola che vi leggevo, la prima su cui al risveglio avevo deciso di posare gli occhi e la mente.
Ed era bello constatare, attraverso le associazioni di idee, i pensieri, le riflessioni, i ricordi supportati dal tuo Spirito, che quella parola era per me, rivolta a me, anche quando a prima vista non sembrava.
Poi ho smesso, perché le letture che si ripropongono durante l’arco dell’anno, sono le stesse e mi sembra che nonabbiano niente di nuovo da dirmi.
“Dio mi parla, Dio è qui, Dio non mi lascia mai sola “, mi dicevo, perché immancabilmente scoprivo nella Parola un nesso, una connessione con la mia vita e crescevo nella fede.
Oggi è come se avessi gli occhi appannati, il cuore indurito, la mente non più tanto agile come accade ai vecchi che dimenticano spesso quello che stanno vivendo o facendo e sono bravi solo a ricordare il passato.
Il presente è sempre nebuloso per gli anziani, come se avessero perso la capacità di vivere il qui e ora.
Così questa mattina la tua parola Signore, mi proietta su quanto per me è stato importante scoprire: che la messa è un invito a nozze e che l’abito necessario per parteciparvi è la consapevolezza di quanto tu sei grande e quanto noi siamo immeritevoli, consapevoli della distanza, consapevoli della grazia, consapevoli di non meritare tutto quello che tu ci dai.
Ho letto da qualche parte che la vita è un invito a nozze, continuo, non solo la domenica, ma anche ogni giorno, ogni minuto.
Ci chiami a mangiare il tuo corpo e a bere il tuo sangue, a fare tutto quello che tu hai fatto perché fosse per noi un memoriale vale a dire attuazione di ciò che accadde sulla croce..
“Mangiatene e bevetene tutti… Fate questo in memoria di me… “
La notte in cui fosti tradito, la notte più terribile, più angosciosa, la notte in cui al peso dei nostri peccati, alla condanna immeritata che ti si prospettava, alla solitudine a cui ti hanno lasciato i tuoi amici più intimi, in quella notte tu ci ha invitato a nozze, al banchetto di grasse vivande, di cibi succulenti, la notte in cui fosti tradito hai dato il tuo corpo, il tuo sangue, tutto te stesso, e non ci ha invitati ad essere spettatori delle tue nozze ma ad unirci nel corpo oltre che nello spirito a te.
Scoprire che non siamo invitati ma sposi del Figlio ci coglie impreparati, ci riempie il cuore di gratitudine, di grazia incommensurabile, perché ad una festa di nozze se gli invitati godono del banchetto, lo sposo e la sposa sono quelli che realizzano la loro tensione all’unità, il loro amore in tutte le sue componenti.
Tu Signore chiami tutti alla festa della vita e pian piano ci conduci sull’alto monte e progressivamente ci istruisci e ci farai assaggiare a piccoli sorsi il vino buono e, dopo che è finito, un altro ancora migliore, trasformando l’acqua in vino perché la festa duri e il tempo si fermi nella gioia dell’incontro con te.
Perché alla fine della festa ci vieni a chiamare e ci porti in disparte e ci rivolgi parole d’amore e ci sollevi alla tua altezza e lontano da occhi indiscreti ti doni totalmente a chi ha accettato l’invito e ha apprezzato i tuoi doni e ne è riconoscente nella misura in cui la povertà, la malattia, l’emarginazione sociale avevano decretato la fine della sua funzione su questa terra.
Tu così hai fatto con me e penso che questo accada a tutti quelli che ti cercano con cuore sincero.
Io ti amo Signore, mio Dio e mio redentore, mia roccia, mio Salvatore, ti adoro, mi prostro davanti ai tuoi piedi e ti rendo grazie per tanta tenerezza, mentre dal cuore trafitto sgorga l’acqua viva.
Signore questa mattina mi sono svegliata un po’ arrabbiata, triste perché la malattia, il dolore non mi dà pace il banchetto a cui tu mi chiami è sempre da me bene accetto, man mano che diminuiscono le chances di poter partecipare a quelli del mondo.
Il cibo è stato sempre il mio amico-nemico, amico perché, attraverso di esso, qualunque esso fosse, colmavo il vuoto che sentivo abissale dentro di me, la solitudine, la mancanza di relazioni, l’anaffettività che mi stavano distruggendo.
Mi sono ammalata a quanto pare a causa di ciò che ho ingerito: tutte le malattie che oggi ho, dipendono dalle cose che ho mangiato e che mi hanno avvelenato.
Ricordo il cibo ma non la mano che me lo porgeva, la parola che lo accompagnava, un cibo mangiato in silenzio, di nascosto, spesso un cibo che non mi saziava, mi lasciava inappagata.
Signore non ti conoscevo e ho sofferto come una bestia per quel cibo che per me era sempre insufficiente, troppo poco, cattivo, specie quello che preparava mia madre di corsa.
A Bologna città di dei miei studi a casa degli zii che mi ospitavano alla pari, di cibo ne avevo quanto ne volevo, ma anche lì era un cibo rubato, pagato a caro prezzo.
Oggi che ti ho incontrato, conosciuto, sono ancora a combattere con il cibo materiale perché ci sono troppe buone cose che si possono mangiare, che potrei preparare o comprare già fatte, ma mi fanno male.
Ogni giorno devo fare i conti con le conseguenze nefaste di un cibo che per un motivo per un altro mi intossica.
Solo il tuo cibo Signore mi fa stare bene, ma ci sono momenti e questo è uno, in cui vorrei vivere una vita più spensierata una vita non così strettamente dipendente da quello che mangio.
Sono stanca Signore di occuparmi della mia salute fisica, di come muovermi, quando muovermi, con chi… stanca di sentire la continua frustrazione di non poter più godere delle cose belle buone che la vita ci pone davanti.
Sento una continua limitazione associata a dolore per tutte le cose con tempo mi facevano anche distrarre oltre che divertire e sentirmi viva.
Gli amici, le persone care se ne sono andate.
Sono rimasta sola, ma è più giusto dire che mi sento sola Signore.
Non mi basta la tua grazia e ti chiedo perdono
Mi piacerebbe che il mio sposo fosse più loquace,mi piacerebbe condividere gioie dolori con lui, senza dover pagare un prezzo così alto.
Mi piacerebbe Signore poter programmare un banchetto con la famiglia di mio figlio come un tempo, senza la paura di soccombere alla fatica, con la certezza che non starò male.
Mi piacerebbe Signore non sentire il peso di questa vita che si svolge su questo treno di sofferenza.
Dacci oggi il tuo pane quotidiano, Signore e donami di rendere appetibile qualsiasi altro ingrediente, uniitoto ad esso.

Cose nuove e cose antiche

 “Estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”(Mt 13,32)
Voglio soffermarmi su queste parole che concludono il vangelo di oggi e interrogarmi su cosa significhi estrarre cose nuove e cose antiche da un tesoro.
Gesù aveva iniziato il discorso sulle parabole del regno così” Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo….”
Il regno dei cieli quindi è il tesoro.
Purtroppo non tutti sono disposti a vendere tutto per averlo.
Pensiamo al giovane ricco che se ne andò triste perchè aveva molti beni a cui non voleva rinunciare.
Ci sono cose di cui capiamo il valore subito, in tempo, e altre che ci lasciamo sfuggire perchè troppo attaccati alle cose del mondo.
Possiamo essere schiavi del denaro, ma anche degli affetti, non disposti ad anteporre Gesù al prestigio sociale, alla carriera, alla salute e a tutto ciò che umanamente ci sembra indispensabile.
Gesù ci avverte perchè prima o poi nella rete finiamo tutti, buoni e cattivi, ma solo i buoni non vengono ributtati in mare.
La sorte dei cattivi sembrerebbe la migliore a prima vista, ma lo scopo per cui siamo stati creati, la nostra funzione è dare vita all’altro, per questo dei normali pescatori di pesci, divennero pescatori di uomini.
Gesù non ci chiede di cambiare mestiere ( cose antiche), ma di mettere il nostro mestiere a servizio del regno(cose nuove).
Essere quindi pescati e ritenuti buoni per il banchetto eucaristico è aver trovato il tesoro e averne capito il dinamismo vitale.
Non è forse vero che in ogni eucaristia diventiamo corpo di Cristo donato ai fratelli?
Le cose vecchie sono passate ecco sono nate delle nuove!
Se ragioniamo come il mondo a nessuno fa piacere essere mangiato, ma se entriamo nella logica di Cristo più ci svuotiamo, più ci riempiamo, più ci doniamo agli altri più Lui ci riempie di sè.
Cose nuove e cose antiche trovano in Gesù la ragione di tante nostre tribolazioni, ricalcoli, rifiuti.
Gesù con la sua luce riesce a dare valore anche alle esperienze più dolorose, umilianti, riesce a dare un senso a vite senza valore, a renderci felici se ci sentiamo innestati a Lui per fare le stesse cose che ha fatto Lui.
Quante esperienze dolorose alla luce della fede sono emerse come carezze di un Dio che non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande!

Il Corpo di Cristo

Questo è il mio corpo (Mt 26,26)
Oggi ripenso alla messa alla quale ho partecipato ieri sera nella Chiesa di San Giovanni e San Benedetto , in un’adorabile baraonda, uno spaccato della vita di quella comunità, tutto in quello spazio benedetto dal Signore.
Ad officiare la messa don Massimo e don Andrea vice rettore del seminario, assistito dal diacono, dall’accolito, da tre seminaristi venuti per fare la loro testimonianza e da qualche chierichetto preso tra i bambini. Sull’altare trenta sedie per i bambini che oggi faranno la prima comunione ma anche tutto l’occorrente per il battesimo della piccola Erica.
La chiesa non era piena proprio perchè mancavano i bambini che oggi avrebbero festeggiato il loro incontro con Gesù, e i loro genitori.
Ai primi banchi gli scout, ma non tutti, perchè molti erano fuori della chiesa a vendere le piantine per la festa della mamma di oggi per autofinanziarsi e poi quelli che c’erano erano distratti da un continuo e convulso andirivieni dei grandi, compreso il sacerdote che è scomparso durante le letture della Parola di Dio.
Vicino avevo una mamma che si stringeva al petto il suo bambino bianchissimo, pelato e con la mascherina. Anche lei poi l’ho vista andarsene di corsa.
Gli invitati al battesimo della piccola Erica si distinguevano per i vestiti eleganti, velati, o troppo lunghi o troppo corti.
I lupetti che mi stavano davanti, tra cui Emanuele, il mio nipotino/one continuava con il suo compagno a farsi gli scherzi.
Mio figlio vestito come un accattone, ma quella è la divisa scout come si riduce dopo un campo, accompagnava la celebrazione con il suono della chitarra e con i canti contravenendo in maniera vistosa alle raccomandazioni del seminarista che aveva chiesto solo canti liturgici.
Ma lui ci gode a fare i dispetti, ci ha sempre goduto da quando era piccolo. Io cercavo invano Monia la moglie e Giovanni l’altro mio nipote più grande perchè, nonostante mi abitino di fronte non li vedo mai.
Per questo mi trovavo a quella messa. Giovanni poi ho saputo che era a fare attività fuori e lei, responsabile dei grandi, è arrivata a messa quasi finita con la faccia stravolta.
C’era tutto che non quadrava in quella celebrazione, nonostante il vangelo esordisse con le parole di Gesù” Non sia turbato il vostro cuore” la terza volta questa settimana.
Mi sembravano tutti turbati in verità ad eccezione del gruppo degli invitati al Battesimo, mamma, papà, padrini e nonni e fotografi, zii e zie e qualche amico.
Io con la sedia a rotelle guardavo quell’angolo di mondo confuso e mi interrogavo.
Il viavai delle persone è diventato sempre più convulso davanti a me che ero nelle prime file tra i capi scout, animatori della messa, per vederci meglio.
Pensavo che avere figli che ti abitano di fronte non ti assicura la loro presenza nè tu puoi più facilmente entrare nelle loro storie.
Devi decidere di andare a trovarli nel luogo dove fanno servizio, nella chiesa di pietre vive innestata a Cristo.
Si sa che quando fai una casa i mattoni non sempre combaciano alla perfezione ma se hai fatto bene le fondamenta la casa non crolla.
Così quando don Massimo ha detto ” Questo è il mio corpo” con le lacrime agli occhi, sollevando l’ostia, ho guardato questo spaccato di umanità e ho pensato alle parole di Gesù” Non sia turbato il vostro cuore.”
Era morto poco prima dellinizio della messa, un piccolo ospite di 9 anni dell’appartamento annesso alla chiesa, dove vengono accolte le famiglie con bambini malati o in difficoltà, mi aveva sussurrato all’orecchio mio figlio.
A nove anni morire di leucemia è un colpo al cuore, specie se di quel bimbo si prende cura l’intera comunità.
Tanti forse ne ha il bimbo con la mascherina che la mamma teneva stretto al cuore…
Pensavo all’applauso dopo il battesimo della piccola Erica quando don Massimo l’ha sollevata in alto per mostrarcela con il suo nuovo immacolato vestitino bianco che lui le aveva messo .
Morte e vita si sono intrecciate in questa celebrazione eucaristica dove abbiamo annunciato la morte del Signore e proclamato la sua resurrezione in attesa dalla sua venuta.
” Non sia turbato il vostro cuore” ..così cominciava il Vangelo

ITE MISSA EST

“Non sono venuto per condannare, ma per salvare il mondo”(Gv12,47)

Della parola di oggi mi ha colpito quell’essere mandato di Gesù da parte del Padre, ma anche quell’essere mandati di Saulo e Barnaba da parte dello Spirito Santo lontano dalla comunità di Antiochia, dove per la prima volta furono chiamati cristiani quelli che nel nome di Cristo formavano un cuor solo e un’anima sola.

La chiesa si espande, sul sangue di Stefano germoglia e cresce nei luoghi dove i primi cristiani sono costretti a rifugiarsi per evitare la persecuzione che toccò al Cristo, nostro Signore.

E’ una chiesa in uscita quella che ci si presenta, una chiesa che non appena prende coscienza della propria identità, sente insopprimibile il desiderio di portare l’annuncio ai lontani.

Il primo ad uscire è stato Cristo, uscire dal caldo e sicuro rifugio della sua famiglia d’origine, uscire per gettare il seme di vita nuova nella terra inaridita e incolta del cuore dell’uomo.

Un seme frutto di una morte, la prima, quella di Dio fatto uomo e poi di tutti quelli che hanno accolto la Sua Parola.

La chiesa è fatta di mandati disposti a morire a se stessi, a lasciare tutto per mettersi alla sequela di Cristo.

I mandati non sono i migliori, i più intelligenti, i più bravi, i più colti, i più sani ecc ecc.

Si può essere mandati anche stando ancorati ad una sedia o ad un letto.

Il compito è quello che ci viene dato dal sacerdote ad ogni eucaristia.

“Ite missa est”

Andate a portare al mondo le cose che vi sono state consegnate.( Letteralmente:” Le cose sono state consegnate”.)

Ma cosa ci viene consegnato nell’Eucaristia?

Prima di tutto la parola di Dio che è parola di vita.

Non dobbiamo portare le nostre parole al mondo, ma le Sue, quelle che Dio ci dice in ogni messa.

E poi ? Il corpo di Cristo che ci viene dato tra le mani e di cui ci nutriamo, il corpo sofferente della chiesa che ha bisogno di chi ha messo nel calice dell’offertorio un pezzetto o tutto di se’.

“Vuoi le mie mani?…

Vuoi i miei occhi?

Vuoi il mio tempo?.”…

Vuoi le mie lacrime?”..

Mentre passa il sacrestano per fare la questua ognuno con quel piccolo o grande obolo mette la sua moneta di carne, il suo tempo, la sua vita, perchè Dio la benedica e la trasformi in cibo per le folle affamate del mondo.

Un esercito di mandati, pieni della potenza dello Spirito può cambiare il mondo, come lo cambiarono i primi cristiani senza altri mezzi che non fosse il Suo aiuto.

Perchè oggi si fa tanta fatica a fare quello che fecero le prime comunità cristiane?

Forse perchè non sentiamo il bisogno di essere salvati o non crediamo che, se Dio benedice i nostri pochi pani raffermi e i nostri pesci non freschi di giornata, possiamo fare grandi cose per lui ed essere lievito per la Sua CHIESA.

Impariamo a vivere eucarisicamente presentando al Signore quel poco che abbiamo, chiedendo a Lui di benedirlo, per renderci capaci di benedizione e di liberazione per tanti nostri fratelli.

 

Emmaus

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“Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro ” (Lc 24,15)

Quando le parole non bastano, specialmente quelle scritte dalla tua mano, quando non basta che sei venuto a spiegarcele con la tua vita e a testimoniarne la verità con la tua morte, quando non basta tutto questo per riconoscerti nel compagno di viaggio che parla con noi , quando siamo tristi e smarriti perché pensiamo che te ne sei andato per sempre, nella maniera più atroce, triste e dolorosa e ci hai lasciati irrimediabilmente soli, senza speranza, ti prego, fermati a mangiare con noi.

La sera , il buio fa più paura, se tu non ci sei, rimani con noi, riposati un po’ , prima di riprendere il viaggio attraverso le strade del mondo.

Signore, resta con noi che non ancora riusciamo a capirti, non ancora riusciamo a capacitarci che sei andato a morire. Signore, resta con noi ancora un poco, forse il miracolo di vederti risorto anche noi potremo vederlo, se ci aprirai gli occhi al tuo folgorante mistero.

Torna a spezzare quel pane che la sera prima di morire distribuisti ai tuoi discepoli , invitandoli a fare altrettanto, in memoria di te, perché tutti ne avessimo sempre, 

Fatti conoscere nella quotidianità di un gesto così tanto familiare, non capito, dimenticato, quando solennemente lo benedicesti, perchè non rimanessimo mai senza di te, mai ci sentissimo soli, mai pensassimo che te ne eri andato per sempre.

Ti voglio incontrare, Signore nel pane spezzato, un gesto che non abbiamo capito abbastanza, ti vogliamo, Signore, riconoscere nella semplicità di ciò che tu hai trasformato in segno indelebile di Te che sei il Cristo morto e risorto per noi.

Vogliamo, Signore, incontrarti e abbracciati per sempre, sicuri che non te ne andrai, convinti che quand’anche fosse, hai dato ai tuoi ministri il potere di renderti vivo e presente nell’Eucaristia.

A torto abbiamo pensato che ci avevi illusi, dicendo che saresti stato sempre con noi, sbagliavamo quando ti abbiamo visto morire e non abbiamo creduto che saresti risorto , invano ti stavamo cercando senza guardarti nel volto, senza ascoltare parole che ci avrebbero dato speranza.

Ma ora che il pane é stato spezzato, ora sì che ho capito e ho gioito, perché a tutto tu avevi pensato prima di tornare dal Padre, trasformandoti in cibo e bevanda perenne, per quelli che avevano fame e sete di Te.

Grazie Signore perché ora so che tu sei risorto davvero e per sempre. Grazie, perché ora so dove trovarti.

Dio è amore

” Vide che una grande folla veniva da Lui”(Gv 6,5)

E’ una folla di affamati quella che ti cerca Signore, una folla di storpi, ciechi, sordi, muti, assetati di senso, una folla che cerca in te la vita, la guarigione dalle malattie, la soluzione ai propri problemi, la risposta alle più segrete domande.

Mi chiedo quanti siano consapevoli di cercarti, quando imboccano strade sbagliate, quando s’illudono che tu sei nella soddisfazione di ogni esigenza umana.

Nel passo del vangelo di oggi tu inviti la folla che ti inseguiva, per i miracoli che facevi, per le parole che dicevi, a fermarsi e a sedersi.

Ti cerchiamo correndo, non accorgendoci dei segni che tu lasci sul nostro percorso ordinario, feriale.

Abbiamo tutti fretta di arrivare alla fine, di un viaggio, di una giornata, di un compito, di una degenza, dell’inverno, del vento, della pioggia.

Siamo tutti ansiosi di arrivare a strappare il trofeo che ci si distrugge tra le mani non appena lo abbiamo conquistato.

Fu la malattia che mi costrinse a fermarmi 43 anni fa, una malattia che all’inizio mi immobilizzò completamente, ma poi mi permise di stare in piedi e di muovere qualche passo con molta fatica.

Non c’erano allora i deambulatori con annessa una sedia, per cui all’inizio m’inventai una soluzione di compromesso: trovai per miracolo o meglio per grazia un bastone da cui usciva un piccolissimo seggiolino, quando mi spostavo ed ero costretta a stare in piedi più del dovuto.

Lo comprai per aspettare l’ascensore quando alle 7 del mattino andavo ad assistere papà all’ospedale.

Quella piccolissima sedia trasformò la mia vita di relazione, perchè ogni incontro diventò uno scambio di esperienze, uno scambio di vita, perchè io mi dovevo sedere anche solo per dire buongiorno.

Quando entrai in quella che poi seppi era la mia parrocchia non lo feci perchè cercavo te Signore, che non conoscevo, ma una sedia e un riparo alle 7 del mattino nella speranza che qualcuno mi parlasse dopo l’isolamento a cui fui condannata per la messa a riposo anticipata.

Fu proprio quella sedia che mi permise di assaporare la tua parola proclamata dalle persone lì convenute per le lodi del mattino.

Quella parola mi colpì a tal punto che desiderai ardentemente tornare per sapere chi aveva scritto ciò che le mie orecchie avevano sentito e che mi aveva comunicato tanta pace e speranza e gioia.

Ti voglio ringraziare Signore per tutte le esperienze che attraverso questo handicap mi hanno aiutato a crescere nella conoscenza di te, del tuo disegno d’amore, per tutti quelli a cui ho potuto trasmettere forza coraggio fede in te che rendevi forti i miei piedi come quelli delle cerve, per il sorriso che sono riuscita a trasmettere anche quando il dolore mi massacrava, perchè tu sei la mia luce, la mia pace, tu continui a saziarmi con il tuo pane di vita.

Grazie Maria devotissima ancella, mite e umile a servizio della nostra eterna felicità, perchè siamo tuoi figli, figli di un unico Padre, fratelli in Gesù.