” Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.(At 9,5)

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” Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.(At 9,5)
Mi viene da chiedermi se anche io in modo più subdolo e meno palese perseguito Cristo, lo mando a morte.
Si può perseguitare una persona anche omettendo di aiutarla, lasciandola morire, disinteressandosene.
Quante persone non facciamo esistere, condanniamo al silenzio, lo neghiamo nei nostri pensieri, perchè ci disturba, ci indigna, ci rimette in discussione.
Quante persone affamate, assetate, ignude, carcerate, malate avrebbero bisogno di un nostro gesto di misericordia, di un nostro sguardo d’amore!
Ma noi stiamo bene solo quando siamo da soli o con persone che la pensano come noi, che ci applaudono e ci esaudiscono, persone che ci servono per sentirci vivi.
Poi ci sono quelli che non possiamo cancellare dalla memoria, queli con cui condividiamo lo spazio e il tempo della nostra vita abituale.
Sono i nostri più stretti congiunti , i nostri condomini, i colleghi di lavoro, i fornitori di servizi.
Quelli che incontriamo ogni giorno o più di frequente, per necessità o per scelta di vita, sicuramente non li possiamo dimenticare , cancellare dal nostro taccuino, perchè l’impresa è praticamente impossibile.
Sono quelli che ci tolgono la pace, che ci fanno arrabbiare, che non sono e non fanno quello che noi riteniamo giusto, o utile quello che non viene a nostro vantaggio.
Per questi l’unica ricetta per non soffrire è quella di usarli quando ci servono.
Manteniamo le distanze con il nostro giudizio e pregiudizio e tiriamo a campare ricavandoci una piccola cuccia dove possiamo beatamente rifugiarci e fare il comodo nostro senza cher nessuno ci disturbi.
Le parole del vangelo di oggi, per chi si sofferma a decifrarne il profondo e difficile significato, ci destabilizzano.
Fino a quando Gesù ci ha parlato del pane , cibo che conosciamo non abbiamo fatto fatica a seguirlo e nella fede non ci è stato difficile pensare che lui è il nostro cibo, che è Lui che ci fa vivere in eterno.
Ma oggi l’immagine diventa più cruda, più indigesta direi, perchè un conto è mangiare il pane, un conto la carne e il sangue di una persona.
Eppure nella consacrazione eucaristica il Sacerdote ripetendo la formula del sacramento trasforma il pane e il vino in corpo e in sangue di Cristo.
” Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”. Quante volte abbiamo sentito queste parole, quante volte ci siamo accostati all’altare per fare la comunione!
Ci rendiamo conto cosa quel segno significa? Non credo.
Una volta un sacerdote al termine della consacrazione aggiunse. ” Vi rendete conto di quello che è avvenuto? Voi siete questa piccola ostia, l’offerta che avete portato all’altare, le vostre mani, i vostri occhi, il vostro tempo, i vostri averi, la vostra fragilità, il vostro limite.
Gesù l’ha benedetto attraverso di me e ha trasformato il vostro corpo nel suo corpo, vale a dire che vi ha immessi in una relazione vitale di un organismo di cui Lui è il capo. “
Facendo la comunione ci mettiamo a servizio gli uni degli altri perchè nessun organo abbia a morire.
Gesù fa ciò che ci manca, ciò che non siamo capaci di fare, ma il nostro impegno è quello di vivere in stretta comunione perchè la vita sia irradiata in tutto il corpo.
L’eucaristia ci rende capaci di uscire dal nostro isolamento, abbatte i muri di divisione, ci aiuta ad amare gli altri non per quello che ci danno ma per quello che sono.
L’eucaristia è dono e offerta, grazia e impegno, vita e gioia nell’impegno condiviso con i suoi santi su cui il Signore non si stanca di effondere il suo Spirito.
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” Io sono il pane vivo disceso dal cielo”(Gv 51)

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” Io sono il pane vivo disceso dal cielo”(Gv 51)
Signore sono qui a meditare la tua parola.
Sono qui per trovare la strada più breve per trovarti, per sentirti vicino, per capire ed accogliere la Parola che voglio sentire diretta a me, una parola di speranza, di gioia, di vita.
Pendo dalle tue labbra Signore, lo sai, perchè tu sei il mio nutrimento, tu solo parli in modo disinteressato e non vuoi che io rimanga sola senza interlocutori che mi capiscano e mi amino e mi consiglino e mi stiano vicino.
Lampada ai miei passi è la tua parola, continuo a ripetere, parole tue che sono diventate mie, viatico di speranza, strumento per non cadere.
Da 15 anni Signore, la tua Parola ha sostituito le mie, quelle del mondo, quelle che per anni ho trasmesso ai miei studenti, quelle a cui ho uniformato la mia vita.
Veramente Signore tu hai parole di vita eterna e ogni giorno si rinnova il miracolo di una vita che si arricchisce e risplende come le gocce del mare increspato quando al mattino i raggi del sole le sfiorano.
Tu sei il mio Scintillante Signore e senza di te sarei meno che nulla.
Man mano che procedo in questo cammino di vita nuova, sento che non sono sola, che posso contare su di te, che tu mi hai fatto uscire da “cent’anni di solitudine” e mi hai fatto entrare realmente, fisicamente nel mistero gioioso di un matrimonio che non sarà di delusione, ma di vita piena.
Ora “I pomessi sposi” un romanzo che mi ha sempre affascinato ma che ho sempre letto come una favola inventata è diventato lo strumento per capire che tu sei il mio promesso sposo e io la tua promessa sposa. Ho capito e cerco di vivere questo periodo di fidanzamento ascoltando quello che mi dici, cercando di metterlo in atto, vivendo spesso l’esperienza dell’incontro ravvicinato, delle tue improvvise incursioni, ma anche dei tuoi lunghi silenzi colmati dalle lettere che mi fai recapitare che mi aiutano a ricordare e a non disperare che accada di nuovo.
Come insegnante di lettere, ai ragazzi dovevo insegnare principalmente a parlare correttamente e a dire cose di valore, di senso, cosa che io non riuscivo a fare.
La mia vita è stata una vita senza parole e anche l’uomo che ho sposato è un uomo silenzioso, come si suol dire, un uomo di poche o nessuna parola.
Se tu non mi parli sono come uno che scende nella fossa è scritto.
In effetti il silenzio un tempo mi atterrriva e per questo ho sempre cercato di riempirlo con ogni genere di immondizia.
Certo non ero felice, ma non sapevo dove trovare le parole giuste e invidiavo chi naturalmente e senza sforzo riusciva ad esprimere pensieri profondi.
Ora ho te che mi fai da maestro e sono felice. E’ troppo poco dire che sono felice Signore, perchè mai avrei pensato che il dio che cercavo nelle mie carte e che Bacone vedeva nei fiori del suo giardno, poteva nascondersi dentro il mio cuore, poteva parlarmi da dentro, e io potevo, attraverso il silenzio mio accettato e presentato a te, finalmente trovare il tesoro, il pane di vita.
Oggi la liturgia ci parla del cibo di vita eterna che sei tu e fa riferimento al pane che nutre lo stomaco e non ci fa morire.
Quando penso alla mia fame, quella di un tempo, quella che compensavo mangiando di nascosto altro pane, riconosco che non era quello il modo di saziarmi.
Avevo bisogno di parole Signore, tu lo sai, parole d’amore che non conoscevo.
Avevo bisogno di te che mi ami a prescindere, che non mi giudichi per le mie infermità, i miei limiti, ma usi e trasformi i miei limiti in occasione di grazia, di vita vera.
Padre vincenzo diceva, ora non lo dice più che io parlo troppo, anche Gianni e tante mie amiche.
Mi sentivo sempre fuori posto quando l’eccesso di parole faceva scomparire l’altro, non mi permetteva di mettermi in relazione con la parte più profonda, intima dell’altro.
Ora lascio parlare te Signore, almeno ci provo, perchè quello che dici è estremamente più utile, efficace e interessante di quello che dco io.
Perdona se mi arrogo il diritto e la capacità di spiegare quelo che tu dici, quando lo faccio con arroganza, superbia, quando faccio prevalere l’Io e oscuro Te,Dio.
Non vorrei che accadesse mai Signore.
“Parla il tuo servo ti ascolta” vorrei che fosse il pendaglio messo davanti agli occhi, impresso nel cuore.
Vorrei rispondere sempre così allo”Shemà Israel” perchè non voglio lasciare neanche un pezzetto di me che non sia orecchio, ascolto, obbedienza, speranza di vita piena, con te che sei il mio promesso sposo.
Grazie Signore di questo pane che mi dai ogni mattina, del tempo che mi donii per meditarlo, ruminarlo, digerirlo, grazie del pane eucaristico che tu benedici e condividi, grazie Signore perchè mi fai partecipare non al miracolo di una moltiplicazione di pani e di pesci, di offerte fatte a volte con il mal di pancia, ma mi rendi capace di condividere con gli altri e con te che sei il mio maestro tutto ciò che ho.
Oggi ti presento la mia sofferenza, il mio dolore.
Benedicilo, Signore e fa che anch’io lo benedica perchè solo tu puoi trarre da questa offerta un bene per me e per tutti.
Maria ti rinnovo il mio sì a che tu collabori alla mia salvezza, ancella umile e fedele che non smetti mai di pregare per i figli che ti sono stati affidati.

NON DI SOLO PANE VIVE L’ UOMO

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Io sono il pane della vita”(Gv 6,35)
C’è un pane della vita e un pane della morte.
Il pane è per la società e i tempi di Gesù l’alimento base, indispensabile per non morire.
Ricordo quando ero piccola, subito dopo la guerra, quanto era difficile e raro trovare un companatico accettabile e se ci volevamo saziare aumentavamo la dose di pane che, grazie a Dio, non costava molto a quei tempi e ce lo potevamo permettere.
Ricordo la sproporzione tra la quantità di pane che nonna mi metteva dentro al cestino e la sottilissima fetta di mortadella ritagliata perfettamente perchè combaciasse con la forma delle fette sovrapposte nelle quali si perdeva.
Ricordo quando un venerdì le suore buttarono nella spazzatura quel companatico peccaminoso che mamma senza pensarci ci aveva messo, contravvenendo alle regole della chiesa.
Ci rimasi molto male, come anche quando mio fratello nel cestino mise il suo pane dopo averci tolto la parte migliore e se ne andò a giocare indisturbato, mentre io rimasi in punizione perchè a giocare le suore mandavano solo quelli che avevano mangiato tutto, senza lasciarci niente.
Il pane quindi lo collego a qualcosa che era importante e necessario per riempire lo stomaco, per placare la fame, un pane che mi serviva per farmi durare il companatico.
Ricordo la polpetta che sbriciolavo in un filoncino di pane perchè non finisse subito.
Papà mi chiamava”Ho fame” perchè era così che salutavo, quando rientravo da scuola, e ricordo che la fame mi perseguitò tanti anni sì da cercare di placarla in modi leciti o non leciti, quando di nascosto mi andavo a rubare un po’ di tonno o qualche altra cosa commestibile.
A 14 anni pesavo 100 chili per quanto pane avevo mangiato per compensare ciò che mi mancava.
Oggi il Vangelo parla di pane di vita, non di companatico.
Gesù è il pane che ci fa vivere e ci toglie la fame.
A me viene in mente che il valore al pane lo dava quello che c’era dentro, zucchero, olio, tonno, mortadella, polpetta.
Perchè senza pane tutto finiva in un attimo.
Ora ho capito a cosa allude Gesù, servendosi delle parabole della mia vita.
Lui è ciò che ci fa durare le cose buone della nostra vita.
Se un tempo pensavo che il companatico era essenziale per dare sapore al pane, ora penso che è il pane che ci fa gustare quello che ci accompagnamo.
Gesù ci offre ciò che non si compra con il denaro ma si riceve gratuitamente da Lui, basta volerlo e credere.
Io credo Signore che tu solo hai parole di vita eterna, tu divino panificatore, tu fornaio, tu cibo essenziale per vivere e non morire mai.

” Io li guarirò dalle loro infedeltà” ( Os 14,15)

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” Io li guarirò dalle loro infedeltà” ( Os 14,15)
Ho tanto dolore Signore per la malattia del corpo che non riesco a debellare.
Tu mi dici che mi guarirai dalla mia infedeltà.
Ma non è questo che oggi io voglio, desidero.
Sembra assurdo che tu alla mia preghiera risponda in modo così distante da ciò che mi sembra il mio bisogno primario.
Mi guardo dentro, m’interrogo e mi chiedo quali sono i miei bisogni primari.
Tu Signore sei il mio primo e indiscusso bisogno, senza di te morirei.
Non riesco a staccarmi da te, non riesco a prescindere da te e cerco in tutti i modi di mantenere salda la mia fede,
 la fiducia in te che hai fatto bene ogni cosa e che vuoi per noi il meglio, vuoi che stiamo bene non solo per un piccolo periodo di tempo ma per tutta la vita.
Mi chiedo in cosa ti sto offendendo, di quale colpa mi sto macchiando perchè tu mi prometta una guarigione dalle mie infedeltà.
Tu un corpo mi hai dato e so che su questo corpo è scritto di fare il tuo volere.
E’ possibile Signore che il tuo volere è che io stia sempre così male?
Che la mia vita sia una continua guerra dolorosa, senza esclusione di colpi, una guerra da cui esco sempre più malconcia, ferita, umiliata e delusa?
Possibile che la vita sia questo calvario, questa eterna quaresima, che a me non è dato di godere del frutto della tua eterna misericordia?
Mia madre mi affidava sempre i compiti più difficili, onerosi, di responsabilità perchè diceva che ero brava e perchè di noi fratelli ero la più sana e la più affidabile.
Ieri sentivo un grande bisogno di coccole, perchè non ricordavo di averne ricevute nè da piccola nè da grande.
Ad una persona forte non si fanno le coccole ma i complimenti.
E io di complimenti ne ho avuti tanti fino a quando le persone si sono stancate e hanno dato per scontato tutto di me non facendomi più esistere a meno di usarmi per i loro desiderata.
Ma tu sei Dio, tu mi hai creato, tu mi hai partorito, tu Signore mi hai pensato e amato prima che i miei pensassero a me.
Tu sei mio Padre, tu Signore mi hai dato la vita non per togliermela ogni giorno, ma per renderla piena, perfetta e santa.
Io sono tua Signore non dimenticarlo, sono tua figlia, gregge del tuo pascolo, la vigna che ti sei piantato, la pecorella smarrita, il figliol prodigo, il fico sterile a cui intorno hai smosso la terra per dissodarla.
Tu sei morto per me e mi hai riportato in vita.
Signore riconosco le mie colpe, il mio peccato mi sta sempre dinanzi, ma ora non puoi negare che ce la sto mettendo tutta con il tuo aiuto per camminare sui tuoi sentieri, per non perdere neanche una delle parole che escono dalla tua bocca.
Da quale infedeltà vuoi guarirmi?
Io soffro come una bestia, come una bestia sono portata al macello, nessuno ha pietà di me.
Neanche tu Signore?
Non posso crederci.
Dammi una risposta ti prego, perchè la carie è entrata dentro le mie ossa e il mio corpo va in decomposizione per il troppo dolore.
Il mio corpo è il tuo corpo, il mio dolore è il tuo dolore.
Me lo ripeto spesso, come non voglio mai dimenticare che sei mio Padre.
Fammi riposare un poco Signore, l’agonia è troppo lunga, il deserto sterminato. Fammi guarire Signore, toglimi questa spina dal fianco e fammi vivere una vita normale.
Signore ti prego, se questo dolore serve a qualcosa, prendilo e benedicilo, se ti è utile usalo per combattere la bestia che vuole cancellare la tua immagine nel mondo.
L’Eucaristia diventi scuola di vita, liturgia perenne di amore condiviso.

” Guardatevi dal lievito dei farisei ” (Mc 8,15)

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” Guardatevi dal lievito dei farisei ” (Mc 8,15)
Signore sono qui con il desiderio di incontrarti nella Parola che questa mattina hai pensato per me, con la difficoltà a fare ordine ai miei pensieri, a farti spazio perchè entri e mi nutra fin nelle midolla e mi guarisca e mi liberi da tutte le mie angosce.
“Non abbiamo che un solo pane! ” ti dicono i discepoli mentre tu li stai mettendo in guardia dal lievito dei farisei, dal pensare che tutto di pende da noi e che tu non c’entri con le nostre insignificanti, banali (per te, presumiamo) preoccupazioni quotidiane.
Avere la memoria corta dipende da quante cose ci sforziamo di metterci dentro, per pianificare, organizzare, acquisire, capire, sentirci forti, autonomi, autosufficienti, più bravi, più in gamba di tanti poveri scemi che non vedono al di là del proprio naso.
Eppure tu Gesù continui a darci credito, ad operare non servenoti di cose mirabolanti, straordinae, ma traendo il molto, il di più, dal poco, dall’insignificante, perchè si manifesti la potenza di Dio e non la nostra forza. Giovanni, quando ti cercava, da picclo ebbe l’intuizione che, per stringerti, abbracciarti, dormire con te, doveva farti spazio.
Un bambino ha le idee chiare su quello che serve per ciò che gli preme.
Allora per Giovanni tu eri l’irrangiugibile, l’imprendibile e così ci ha fatto la catechesi.
Ma anche quando ti facciamo salire sulla nostra barca o noi saliamo sulla tua, che è lo stesso, continuiamo a fare, pensare come se non ci fossi e ci preoccupiamo del pane che non ci siamo portati dietro, senza minimamente uscire fuori da noi stessi e vedere in te il pane di vita eterna.
Come i tuoi apostoli allora, anche noi Signore continuiamo a dare importanza al lievito dei farisei, lo usiamo per fare il nostro pane quotidiano, ignorando la tua Provvidenza, contando solo sulle nostre povere forze.
Eppure, quando partiamo, siamo animati dalle migliori intenzioni, ma ci perdiamo per strada
La mappa ce la scordiamo a casa e il percorso diventa un labirinto da cui non sappiamo sbrogliarci.
La memoria è la prima che va in tilt, quando la preoccupazione di morire di fame prende il sopravvento e tu puoi parlare all’infinito, ma ilnostro cuore si chiude a riccio, entriamo in confusione, ci viene il panico e stiamo male.
Gesù quanto vorrei che la porta del mio cuore fosse sempre aperta per te, che fosse in grado di riconoscerti, anche quando i tuoi connotati sono diversi da quelli che ci aspetteremmo.
Oggi è Carnevale e, anche se mai ho sentito il bisogno, il desiderio di mascherarmi, e mai l’ho fatto, forse perchè vivevo in maschera da quando non mi sono sentita ok per chi era addetto alla mia educazione e formazione.
Ho pensato però a fare maschere per i piccoli che mi erano affidati, immedesimandomi nel loro desiderio di vivere una giornata spensierata di gioco e di trasgressione.
Costruivo le maschere con quello che avevo, non riuscendo mai a renderli felici, perchè si sa che le maschere sono scomode, anche quelle più costose.
Ricordo le maschere di lana che confezionai appositamente perchè Franco prima e poi suo figlio Giovanni non avessero freddo e potessero il mese di febbraio farsi ammirare per le strade della città senza dover mettere il cappotto.
La maschera da clown, da Arlecchino, da cocher….
Tempi lontani di cui non ricordo il sorriso e la gratitudine dei piccoli, quanto la mia soddisfazione ad essere così brava ad inventare cose a cui nessuno aveva pensato.
Il mio orgoglio mi ha portato a fare tante cose inutili che non servivano a far felici ma ad autoincensarmi perchè ero brava, specialmente a creare con poco, con ciò che per gli altri era da buttare, cose utili, belle, uniche.
In questa mia storia di esaltazione personale dove non trovavo mai la misura tu sei entrato o mio Signore e mi hai preso per mano.
Nel deserto in cui mi hai portato io non volevo entrare e ho lottato con tutte le mie forze per trovare un pane diverso da quello che tu mi offrivi.
Sul corpo porto i segni di questa lotta titanica per non dare a te lo scettro della mia vita.
Ma tu Signore non hai desistito e hai continuato a picconare il mio cuore di pietra, a demolire le difese che nascondevano la mia fragilità, il mio peccato.
Tu Signore pian piano mi hai tolto tutte le maschere dietro le quali mi nascondevo a te e agli altri.
Mi hai amato di amore eterno, non hai permesso che il tuo santo vedesse la corruzione.
Per questo Signore ti ringrazio, ti lodo e ti benedico.
E’ il primo Carnevale che vivo senza preoccupazioni di cibo o di vestito, è il primo che vivo in modo autentico, perchè so che non ti scandalizzi di fronte alla mia nudità, anzi gioisci perchè puoi rivestirmi di luce e farmi segno della tua infinita misericordia.

“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)

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“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)
Oggi la liturgia ci parla del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, un miracolo riportato dai quattro evangelisti perchè è il più importante e significativo.
Parte da un sentimento, quello della compassione di Gesù per la folla che da tre giorni lo seguiva e pendeva dalle sue labbra.
L’iniziativa è sempre di Dio che sa di cosa abbiamo bisogno e guarda il cuore.
La folla seguiva Gesù per quello che diceva e per quello che faceva.
Orecchi e occhi coinvolti nella sequela di Cristo.
Ci sono persone che lo fanno ma distrattamente di corsa, non sono disposte a fermarsi, a sedersi, per gustare quanto è buono il Signore.
Dovere di sedersi, di fermarsi.
Facile a dirsi, impossibile a farsi.
Abbiamo troppe cose importanti che ci occupano la mente e come prestigiatori riusciamo a fare una miriade di cose contemporaneamente.
I telefonini o i tablet, conquista della nostra civiltà consumistica dove tutto e subito è portato su un piatto d’argento ci aiutano a spaziare con gli occhi e con la mente su un universo di informazioni..
Collegati con il mondo intero non ci accorgiamo che stiamo morendo di fame e che c’è Chi quella fame la potrebbe saziare, senza denaro.
Incontriamo ogni giorno sul nostro cammino chi offre a Dio la sua povertà, il suo pane e il suo companatico povero, semplice perché Gesù lo benedica e lo moltiplichi per darlo a noi.
Ma noi siamo distratti, abbiamo tutto e niente, il mondo in mano e niente che ci nutra veramente e ci sazi davvero.
Dio ha compassione di noi e aspetta che ce ne accorgiamo, che ci rendiamo conto che quello che ci serve solo lui lo può dare perché siamo suoi figli e conosce quali sono i nostri veri bisogni.
Penso a Giovanni, il nipotino che ho allevato a preghiere che non ha più tempo neanche per venirmi a dare un saluto, pur abitando di fronte a casa mia, sullo stesso pianerottolo.
Non ha tempo Giovanni perché frequenta il liceo, studia musica perché ha talento, si allena in una squadra di pallavolo per mantenersi in forma , e partecipa con interesse alle attività scoutistiche ogni settimana, con profitto studia e s’impegna in tutte le discipline, riempiendo i vuoti da un impegno all’altro chattando con il telefonino o con lo stesso ascoltando musica e guardando i video dei suoi beniamini.
Giovanni fa tutte le cose bene, ci tiene a non far brutta figura ed è dotato, grazie a Dio di una bella intelligenza, spirito creativo e insaziabile ricercatore di ciò che non conosce.
Così Giovanni, un ragazzo ok da tutti i punti di vista non ha tempo per dire buongiorno a chi gli abita di fronte e che guarda caso è la nonna che lo ha cresciuto e che ora sta ancorata ad una sedia.
Ricordo quando era piccolo e non esistevano queste diavolerie che passavamo il tempo a raccontarci una storia vera, una lui e una io.
Quante cose ci siamo inventate, quante scoperte, quanti scintillanti abbiamo colto nello snodarsi delle ore e dei giorni passati insieme!
So che Giovanni mi vuole bene e se non mi cerca è perché sa dove trovarmi quando gli serve qualcosa, senza cercare la connessione, visto che io ho una rete protetta e salvata garantita da qualsiasi evento distruttivo.
Riflettendo sul miracolo dei pani e dei pesci la mia attenzione non può non andare a chi non riesce a fermarsi, a sedersi per mangiare del pane dei figli.
Non a caso mi vengono in mente, alll’approssimarsi dell’11 febbraio, tutte le occasioni che il Signore mi ha messo davanti per fermarmi e ascoltare la sua voce.
All’inizio ho presunto che si può camminare, viaggiare anche stando fermi, prima ancora che inventassero tablet e telefonini.
Quando 45 anni fa successe la prima volta che mi fermò la malattia, me la cavai alla grande, come in seguito scoprendo in me inesauribili risorse per non soccombere ai colpi inclementi della sorte che mi riportava immabcabilmente a fare i conti con i miei limiti, ricorrendo a interventi, tutori gessi di ogni tipo e per tutte le parti del corpo.
L’11 febbraio del 1998 un tamponamento mandò in frantumi con le lenti multifocali le mie speranze, le mie certezze, tutto.
Fui costretta a fermarmi di brutto allora e per sempre, perché a causa di quell’incidente mi fu tolta la possibilità di continuare a svolgere il mio lavoro d’insegnante.
Mi convertii il 5 gennaio dell 2000 quando entrai in una chiesa per cercare una sedia e trovai il Signore ad aspettarmi nella Sua Parola di vita.
Dall’ascolto nacque anche il desiderio di partecipare alla mensa eucaristica dove il poco viene benedetto, moltiplicato, distribuito.
Non so se sarebbe accaduta la stessa cosa se avessi avuto a disposizione un telefonino o un tablet con cui riempire il vuoto dei giorni.
Grazie a Dio il mio nulla ha veicolato il Suo Tutto e per questo lo lodo, lo benedico e lo ringrazio.
Prego per tutti quelli che non hanno tempo di fermarsi, per quelli che rimangono a digiuno rincorrendo sogni, fantasie e desideri il cui appagamento dà soddisfazioni effimere e spesso delusioni cocenti.
Maria operi oggi e sempre perchè attraverso di lei ci venga il desiderio di sintonizzarci sulle frequenze dell’amore di Dio, in Lui trovando pace, gioia e vita senza fine.

” Ecco io vengo a fare la tua volontà”(Eb 10,9)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
24 gennaio 2017
martedì della II settimana del TO

” Ecco io vengo a fare la tua volontà”(Eb 10,9)

Non è facile Signore pronunciare queste parole senza aver sentito il beneficio della tua presenza, della tua vicinanza, del tuo aiuto.
Bisogna averti incontrato e averti frequentato, aver visto cambiare i connotati alla vita, alle giornate, alle relazioni.
Solo chi ha ricevuto la grazia di appartenerti è in grado di rispondere come tu hai risposto alla richiesta del Padre.
“Un corpo mi hai dato…e ho detto io vengo a fare il tuo volere”.

“Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità….Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuole guarire?
Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti.”dice Geremia.
Quanta verità scopro nelle sue parole !
C’è stato un tempo in cui tu mi hai corteggiato e mi cospargevi la strada di fiori, un tempo in cui mi faceva tremare il soffio del vento e il primo cinguettio degli uccelli, un tempo in cui ti rendevo grazie per ogni respiro, per ogni battito d’ali.
La meraviglia dell’inizio!
La gioia prendeva il sopravvento sul dolore e a quello che mi veniva tolto subentravano doni di gran lunga più appaganti, belli, insperati.
Oggi tutto questo è solo un ricordo, oggi che passo il tempo a tamponare dolori che come spade s’infilano nella mia carne, oggi che la casa è diventata silenziosa e e gli uccelli hanno smesso di cantare e i fiori di abbellire il mio giardino e i bimbi di mostrarmi i tesori del regno.
Me ne sto qui sulla mia sedia avvoltolata dalle coperte, per ripararmi dal freddo, senza muovermi per paura di farmi più male, a difendermi dagli attacchi di un nemico subdolo e insistente, che senza posa giorno e notte attenta alla mia vita che amo sempre meno.
Cosa dirti o Dio che non ti abbia già detto? o cosa scriverti che non ti abbia già scritto?
Ti ho cantato poemi d’amore, a te ho reso grazie ogni giorno, tu eri la mia luce, il mio faro, tutto.
E poi arrivano giorni in cui non c’è niente più da desiderare, da amare, perchè c’è il vuoto intorno a me.
Sono qui, mi vedi, a cercare ancora parole per esprimere la malinconia di chi vede solo il sepolcro come luogo dove riposare.
A che scopo mi hai abbandonato? Perchè mi hai sedotto con le tue lusinghe?
Ricordo i sacchi di scintillanti di cui facevo incetta, frammenti di arcobaleno, guizzi di luce su bolle di rugiada, un sacco che riaprivo ogni volta che la vita mi costringeva a brusche frenate.
E ora che la sosta è più lunga non ci sono più usignoli che mi cantino la ninnananna, nè vagiti di bimbo che mi illuminino gli occhi, l’aratro è fermo come il torrente che più non gorgoglia soffocato dal ghiaccio.
In TV sfilano le bare delle vittime di grandi tragedie, pochi i sorrisi e gli abbracci dei sopravvissuti.
Nel fiume del tempo la morte porta via la vita e io mi chiedo se ti ho sognato.
Se eri tu quello che mi ha guidato attraverso valli tenebrose con il canto nel cuore, se eri tu che ogni volta riaccendevi la speranza e mi metteva le ali.
Non ti trovo più negli anfratti dei fossi, nei nascondigli di questa vita disastrata.
Quando penso che è finita eccoti a darmi quel poco d’acqua che mi serve per non morire, ma insufficiente per amare questo dolore, questa malattia, questo handicap, questo silenzio, questo deserto senza fine.
Quando dovrò attendere per incontrarti di nuovo?
Non mi dire che anche questa notte verrai a trovarmi sotto le vesti di un dolore che non si misura, un dolore che non trova antidoti, che non può trasformarsi nè in lamento nè in preghiera, un dolore che ti paralizza la mente e il cuore e ti fa desiderare solo di morire.

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