"Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (Lc 1,42)

(Sof 3,14)
Rallégrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!

La tua delizia Signore è Maria, messaggera di buoni annunci, la tua gioia Signore si irradia su tutta la terra, quando il sole si alza nel cielo, quando scompare tingendo di rosso le creste dei monti, quando spuntano le stelle, quando appare la luna, quando il vento muove le foglie degli alberi, quando il mare si increspa al suo soffio leggero, quando immilla la tua luce in migliaia di piccole stelle.
Tu hai posto le tue delizie tra gli uomini Signore, quando un fiore spunta nel prato, quando un bimbo ci tende la le braccia, quando un vecchio ci stringe la mano, quando il mondo si trasferisce nel cuore.
Tu Signore hai riempito il nostro calice fino a farlo traboccare, il calice della vertigine, la bellezza senza fine, la pienezza di ogni cosa buona.
Signore quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!

Oggi la liturgia ci fa assistere al miracolo della gioia che scaturisce non da quello che si vede con gli occhi, ma da quello che si percepisce con il cuore.
L’ incontro non è tra Maria ed Elisabetta ma tra Gesù e Giovanni Battista, legati strettamente nella testimonianza dell’amore di Dio.
La scena si impernia su ciò che accade nel grembo di due madri.
La vita che hai dentro porta a gioire e a comunicare la gioia.
La gioia di cui parla il libro dei proverbi al capitolo otto è nascosta e si rivela solo agli occhi di chi ha fede.
Giovanni è quello che prima di ogni altra persona riconosce Gesù e fa un balzo nel ventre della madre
La voce di colui che griderà nel deserto ha incontrato la Parola e l’ha trasmessa a sua madre.
La madre comunica a Maria quanto, attraverso il figlio, ha percepito.
Maria che già conosceva il frutto del suo seno non può che aprire il cuore al Magnificat, alla preghiera di lode e di ringraziamento a Dio che non solo si è chinato sull’umiltà della sua serva, ma ha agito nella storia del popolo sempre in funzione di una salvezza che, attraverso di lei, sta portando a compimento.
In un’epoca in cui i bambini sono scelti nel tempo e nel numero e possibilmente nel sesso e nella condizione fisica ottimale, in un secolo in cui la vita nel grembo della madre è affidata all’arbitrio di chi pensa di esserne padrone, la festa di oggi parla un linguaggio mai sentito.
Ci sono cose che si vedono, ma non sono vere, ci sono cose che non si vedono e hanno un autenticità, una bellezza, una forza una perfezione che non riusciremmo mai a immaginare.

“Beata te che hai creduto senza vedere, hai creduto alle parole del Signore” dice Elisabetta a Maria.
La beatitudine è credere in ciò che Dio dice, promette.
La fede è la beatitudine somma che non dipende da noi ma da Dio, come non dipende da noi il fatto che il sole ogni mattina si alzi nel cielo e illumini la terra.
Da noi dipende solo la volontà di lasciarci illuminare, aprendo le finestre della nostra casa di carne.
Che grande dono è la fede!.

Grazie Gesù che non ci hai lasciati soli a combattere una battaglia così ardua e difficile, grazie perché fai sussultare il mio cuore ogni volta che vedo incontrarsi la mia volontà con la tua.
Grazie Signore perché mi trasporti in un mondo che non conoscevo, ma che avevi nascosto nel mio cuore.
La nostalgia dell’infinito, dell’eterno, dell’uno e distinto, della trascendenza è nostalgia di qualcosa che si è sperimentato quando eravamo racchiusi nel tuo grembo di padre e di madre.
Rientrare nel tuo utero è è ritrovare le radici, la fonte della gioia, della felicità senza confini, rientrare nel tuo utero è sussultare di gioia ogni volta che la tua grazia si manifesta, la tua parola si incarna e prende vita.
Grazie Signore di questi squarci di luce che ci rimandano a quel sole che mai tramonta anche quando scoppiano le tempeste.

L’abbraccio

Nella bella cattedrale di Wùrzburg, in Germania, si trova una veneranda Croce del sec. XIV.
Il Signore ha le mani staccate dalla traversa e le tiene incrociate una sull’altra sul petto, avendo i chiodi ancora tra le dita.
Una leggenda racconta che un ladro incredulo, vista la corona d’oro sulla testa del Re crocifisso, stese la mano per prenderla.
In quel preciso istante il Signore staccò le mani e i chiodi dalla croce, s’inchinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò al suo cuore. Quali furono i pensieri che attraversarono la mente di quell’uomo? Vergogna… pentimento… riconoscenza… desiderio di non staccarsi più da quell’abbraccio? Lo trovarono svenuto.
Da quel tempo Cristo non ha mai più riallargato le sue braccia, ma ha conti­nuato a tenerle cosi, come sono ora, come se volesse sempre stringere al cuore l’uomo peccatore, guardandolo profondamente negli occhi.
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“Io ho fatto conoscere loro il tuo nome” (Gv 17,26)

Sono qui davanti a te Signore mio Dio, sono qui con tua madre a cui ho chiesto di accompagnarmi in questa notte all’altra riva, per poterti ascoltare, per rivederti, per poter mangiare ancora del tuo pane di vita.
Ti ringrazio Signore perchè non hai ritenuto un tesoro geloso tua madre e ce l’hai donata, l’hai con noi condivisa perchè ci portasse a te ogni volta che smarriamo la strada o ti chiamasse lei in aiuto, e ti rendesse visibile ai nostri occhi attraverso la sua preghiera.
Ti ringrazio perchè sei venuto a dare un senso a tanta sofferenza, perchè mi hai mostrato che tu sei in ciò che ci manca, che siamo beati quando percepiamo i nostri limiti, quando ci sentiamo bisognosi di tutto, quando nessuna cosa al mondo ci può consolare, guarire, darci gioia e speranza di vita.
Grazie Signore perchè questa mattina mi hai dato la tua carne e il tuo sangue perchè diventassi una sola cosa con te.
Me l’hai data e io me ne sono nutrita, e la paura è svanita sostituita dalla gioia di appartenerti e di servirti con gli strumenti poveri e disprezzati che tu trasformi in armi invincibili contro le tentazioni del demonio.
Signore grazie perchè oggi comincio la giornata pensando che niente e nessuno potrà separarmi dal tuo amore, che questo amore è lo stesso che ti lega al Padre, un amore che lo Spirito Santo ci mostra e ci dona.
Mi viene in mente l’immagine con cui siamo soliti raffigurare lo Spirito Santo che arriva a noi come acqua, fuoco, colomba, soffio, vento…
Ma quella che più amo e che parla alle corde più profonde del mio essere è un abbraccio, un sentirsi stretti da un amore più grande che ci comprende tutti e che ci fa dire l’uno all’altro:”Io mi fido di te”.
Tu ci chiami all’unità e quale grande miracolo hai compiuto Signore inchiodando il tuo abbraccio alla croce?
Grazie Signore per i tuoi doni, grazie dell’abbraccio che riservi ad ogni uomo peccatore, perchè tu continui a morire per noi ogni volta che ti chiamiamo in aiuto.

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXXI settimana del TO
” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano  di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perché, quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo  ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, né mostrava gradimento alcuno, né diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore  o peggiore del giorno precedente.
Niente.
Silenzio assoluto.
A volte pensavo che, anche se fosse stata spazzatura, lui l’avrebbe mangiata, lo stesso, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora, perché gli piace, se fa schifo la mangia veloce, così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato.
“Grazie Signore perché mi dai chi mangia le cose che cucino, perché mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perché dai un senso alla mia fatica”.
Con la gratitudine avevo già fatto un percorso lungo e doloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso, a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile, Gesù si prese cura di lui e, attraverso di lui, curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda, quando l’andavo a trovare.
Pian piano capii che il mio dono era lo stargli accanto, senza aspettare i suoi grazie.
Fu il periodo più bello in cui ci ritrovammo a raccontarci la nostra storia comune, interrotto purtroppo dalla sua morte prematura.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte di una chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare il Signore, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la  Sua  voce.
Dal cielo  mi aveva mandato il suo “grazie”   nella notte dell’Epifania, mettendomi in braccio Gesù.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere, perché anche io, dopo aver ascoltato la sua Parola, mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXIV settimana del Tempo ordinario
“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).
Chi è degno Signore di riceverti nella propria casa?
Cristiani o non cristiani tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, abbiamo la casa in disordine, quella che tu ci hai dato per essere abitata dal tuo spirito, non tanto quella fatta di muri che provvediamo a tenere in ordine per salvare le apparenze o anche solo per ritrovare le cose quando la memoria comincia a fare cilecca.
Quando diventiamo vecchi riduciamo al massimo gli ingombri che potrebbero ostruirci il passaggio, quando oltre a noi devono passare carrozzelle o deambulatori.
Oppure provvedono i figli a buttarci le cose che a loro parere non servono a niente.
Se quindi siamo apparentemente a posto per quanto riguarda l’ambiente che ci circonda, non è poi così scontato che nei giovani come nei vecchi non alberghi un disordine più ostruttivo, quello dei pensieri, dei sentimenti non disciplinati, il disordine di una volontà deviata, il disordine del non amore come quello che ci illustra egregiamente San Paolo nella prima lettera ai Corinzi.
Mi ha colpito la frase:”Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri “ che la dice lunga sul malcostume che si evidenzia in occasione di certe feste, in cui ci si affolla attorno al tavolo dove sono posizionate le vivande e “Beati gli ultimi se i primi sono onesti!” come diceva mio padre.
San Paolo alludeva all’Eucaristia dei primi Cristiani, che era seguita da un pasto comune dove si consumava il cibo messo in comune, che ognuno portava da casa.
Ma se è vero che sta scritto“ quando due o più si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”è epifania del Signore non solo in chiesa, ma ogni volta che le persone si radunano e condividono il cibo messo in comune.
Il radunarsi non è solo un radunarsi fisico, ma un raduno del cuore, nel momento in cui ti unisci ai fratelli nella preghiera e poi nell’agape fraterna, non trascurando i più bisognosi.
Prima di cominciare a mangiare non basta dire:” Signore benedici questo cibo che stiamo per prendere e fa’ che tutti ne abbiano”, lavandoci la coscienza, perché ci pensa il Padreterno.
Ci sono cose che facciamo inconsapevolmente, senza preoccuparci degli altri, pensando solo al nostro interesse alla nostra pancia, convinti che a noi nessuno può dire niente, perché non facciamo male a nessuno.
Il centurione, un pagano, ci dà una bella lezione di cosa sia la fede, che non è un affare per  primi della classe.
La fede non è pretendere ciò che ci spetta di diritto, ma attesa fiduciosa che Dio provveda a chi ne ha più bisogno servendosi di noi.
Ogni volta che vado alla messa nella cappellina della Madonna della Pace mi chiedo se l’orologio del sacerdote non sia per caso rotto, perché entra sempre con qualche minuto di ritardo, pur essendo già vestito e alla porta.
Ho capito solo da poco che il suo orologio è sincronizzato sulle esigenze dello Spirito che aspetta i ritardatari e non chiude i battenti a coloro che consapevolmente o meno arrivano a messa cominciata.
Così quella che ritenevo una scortesia nei confronti di quelli che arrivavano primi ( io sono una di quelli), la vivo come momento di grazia per gli ultimi e per me che ho più tempo per prepararmi alla comunione eucaristica.
“Domine non sum dignus” dice il Centurione e dovremmo dirlo ogni volta non solo con le labbra, quando andiamo alla messa, ma sempre con il cuore aperto ad accogliere la gratuità del dono che viene incontro alla nostra debolezza.
Voglio ringraziare il Signore perché attraverso la sua parola ogni giorno mi insegna qualcosa di nuovo e non è mai la stessa cosa come un tempo pensavo, una ripetizione noiosa di un testo già letto e riletto nell’anno e nel corso degli anni.
Gli anziani, per poter convincere Gesù, mettono davanti i meriti del Centurione che ha costruito la sinagoga ed è stato sempre benevolo nei loro confronti e della loro religione.
Ma a Gesù non interessano i meriti, perchè chi può vantarsi?
“Chi si vanta si vanti nel Signore” è scritto.

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).
Gesù con le sue parabole ci spiazza sempre, perché sembra impensabile pretendere che delle persone chiamate agli angoli delle strade, buoni e cattivi, non preparate, che non se l’aspettavano, che non se lo potevano permettere, indossassero un abito adatto alla cerimonia.
Una massa di poveri disgraziati, che magari hanno visto in quell’invito l’occasione per sbarcare il lunario è’ tanto che abbiano accettato.
Quando ci invitano al matrimonio la prima cosa che ci viene in mente è: “Che vestito mi metto?” Che regalo di faccio?”.
E se non abbiamo soldi per un vestito nuovo, se non l’abbiamo nell’armadio e se non siamo in grado comperare un regalo adeguato, decliniamo l’invito.
Molto spesso sono proprio questi obblighi che gli fanno decidere di dire no ad un invito.
Ricordo quello che Giovanni mi disse quando vide gli invitati in chiesa vestiti in un modo del tutto inusuale.
“Nonna ma si sono travestiti da matrimonio?” Che la dice lunga quanto si spende, quanto ci si tiene ad apparire in queste occasioni.
Ritornando al passo del Vangelo, la chiave per capire la reazione del re contro l’invitato che non aveva la veste giusta, è data dal fatto che nell’antico oriente c’era la consuetudine ai tempi di Gesù di dare agli invitati alle nozze il vestito per partecipare alla festa, un vestito uguale per tutti, bello e decoroso.
Se questa usanza fosse arrivata ai nostri giorni ci avrebbe tolto dagli impicci, almeno avrebbe tolto dagli impicci molta gente povera, ma non so quanto sarebbero stati contenti quelli che aspettano queste occasioni per sfoggiare gusto, eleganza, posizione sociale, condizione economica.
Per fortuna che hanno deciso in quasi tutte le chiese di far vestire i bimbi della prima Comunione tutti allo stesso modo, con un saio bianco di tipo monacale.
Ma questo non esonera i parenti a fare sfoggio di eleganza.
Il re della parabola si indigna perché l’uomo che non aveva la veste aveva voluto distinguersi e non si era voluto mischiare con la folla anonima dei buoni e dei cattivi, con gente con cui non aveva niente da spartire e della quale si sentiva superiore.
C’è da chiedersi quando Dio ci invita al banchetto eucaristico se cerchiamo delle scuse per non andare oppure, se andiamo, ci sentiamo diversi, migliori, superiori agli altri come i farisei contro i quali Gesù polemizza più di una volta.
Quale vestito indossare? Viene da chiedersi.
Una veste che ci piace, che ci distingue, la veste della nostra vita ordinaria ma sempre nostra… oppure lasciamo che Dio ci rivesta della sua luce, della sua pace, del suo splendore, della sua bellezza, della sua grazia?
“Guardate a lui e sarete raggianti”.
È proprio vero che se hai Dio nel cuore il resto scompare, perché i tuoi occhi riflettono la Sua immagine e rendono inutile qualunque travestimento, anche fatto in buona fede.

Pane

“Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,58).
Nel giro di pochi giorni ci si ripresenta questa pagina del Vangelo dove si parla di un pane che fa vivere in eterno.
Non è un caso, penso, visto che il problema più grande dell’uomo è quello di nutrirsi per non morire di fame.
E di affamati ce ne sono milioni, tanti di più di quelli che riportano le stime ufficiali.
Il mondo è diviso in due, da una parte i ricchi, quelli che possono scegliersi il pane da mangiare o anche di sostituirlo con qualcosa di più sofisticato e i poveri che sono in aumento e che premono alle nostre frontiere, cercando le briciole che cadono dalla nostra tavola.
Il ricordo più bello di quando ero piccola, appena finita la guerra, era il sapore, il profumo del pane che raffermo o fresco era sempre un lusso, un godimento.
Con quello raffermo ci facevamo la colazione al mattino, tagliato con pazienza ed amore a quadrettini e messo al centro del tavolo dove ci riunivamo per cominciare la giornata con un segno di comunione.
Raffermo era anche il pane bagnato nell’acqua che mamma condiva con l’olio e con il pomodoro a merenda.
Ed era un lusso.
Fresco lo mangiavamo di rado, perchè il pane si faceva in casa e doveva durare almeno una settimana.
A noi bambini piaceva tanto il pane del forno e, quando le finanze lo permettevano, divoravamo gli sfilatini litigandoci la parte iniziale o finale che era la più croccante.
Cibo da ricchi, raro sulla nostra tavola.
Di quando ero bambina non ricordo la bontà del companatico, ma la fame che solo il pane mangiato lentamente mi toglieva.
Gesù ci invita a riflettere con questo passo del vangelo sulla nostra storia e sul cibo che che ci ha veramente saziato.
Se penso al pane razionato di quando ero piccola l’immagine è quella di una famiglia riunita attorno ad un tavolo, di una madre e di un padre che si preoccupavano di darlo a noi figli.
Poi sono diventata grande e autosufficiente.
Ho scoperto che esistono tanti tipi di pane, quando andai a Bologna per studiare.
Non aveva lo stesso sapore di quello che tagliava mio padre, ma ciò che mancava a quel pane era la condivisione che aveva contraddistinto tutti i momenti importanti della mia vita in famiglia.
Ho scoperto che al bar si può scegliere ciò che più ti piace e, pagando, puoi soddisfare il palato con il dolce o il salato, magari con un amico che incontri e con il quale stai bene, ma con cui non condividi l’intimità della tua casa.
A quei tempi non sapevo cosa fosse l’Eucaristia, nè partecipavo alla messa se non per matrimoni e funerali, dopo un’overdose di messe e preghiere per 16 anni in un convento di suore, dove ho compiuto gli studi.
Oggi penso a cosa ho perso, a quanto tempo ho passato cibandomi di ciò che mi ha avvelenato il fegato, lo stomaco, l’intestino, i nervi, i muscoli e tutto il resto.
Adesso sono alle prese con l’ennesima limitazione.
Adesso si fa per dire, perchè è da tanto che combatto con le intolleranze che mi provocano certi cibi e che mi costringono a dei sacrifici, a delle rinunce a volte intollerabili.
I miei peccati di gola li sto pagando tutti, e non solo i miei, ma anche quelli di chi mi ha preceduto.
Mi sono stati proibiti i lieviti e non solo.
La cosa mi ha molto indispettita, ma poi ho pensato a quell’ostia bianca che ogni giorno il Signore mi permette di prendere, pane azzimo, pane a cui Lui dà il lievito, pane che lui moltiplica dopo averlo benedetto.
L’Eucaristia è un’occasione straordinaria per ritrovare le nostre radici comuni, le nostre abitudini famigliari di quando facevamo la fame, è un incontro di persone che mettono a disposizione quello che hanno, il limite, la fragilità, la fame, e chiedono a Dio di benedirlo e di farlo cibo che nutre e che dura in eterno.
La condivisione è essenziale come anche la benedizione.
Siamo capaci di benedire ciò che ci manca?
Siamo capaci di vedere in ciò che ci manca l’intervento, la provvidenza di Dio?
Siamo capaci di offrire al povero all’affamato non quello che ci avanza, ma quello che ci serve?
Siamo capaci di spezzare in piccolissimi pezzi il nostro corpo perchè diventi corpo di Cristo?
Questa mattina voglio meditare e fare mia questa Parola.
Dio mi basta?
O cerco altrove di che sfamarmi?

” Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.(At 9,5)

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” Io sono quel Gesù che tu perseguiti”.(At 9,5)
Mi viene da chiedermi se anche io in modo più subdolo e meno palese perseguito Cristo, lo mando a morte.
Si può perseguitare una persona anche omettendo di aiutarla, lasciandola morire, disinteressandosene.
Quante persone non facciamo esistere, condanniamo al silenzio, lo neghiamo nei nostri pensieri, perchè ci disturba, ci indigna, ci rimette in discussione.
Quante persone affamate, assetate, ignude, carcerate, malate avrebbero bisogno di un nostro gesto di misericordia, di un nostro sguardo d’amore!
Ma noi stiamo bene solo quando siamo da soli o con persone che la pensano come noi, che ci applaudono e ci esaudiscono, persone che ci servono per sentirci vivi.
Poi ci sono quelli che non possiamo cancellare dalla memoria, queli con cui condividiamo lo spazio e il tempo della nostra vita abituale.
Sono i nostri più stretti congiunti , i nostri condomini, i colleghi di lavoro, i fornitori di servizi.
Quelli che incontriamo ogni giorno o più di frequente, per necessità o per scelta di vita, sicuramente non li possiamo dimenticare , cancellare dal nostro taccuino, perchè l’impresa è praticamente impossibile.
Sono quelli che ci tolgono la pace, che ci fanno arrabbiare, che non sono e non fanno quello che noi riteniamo giusto, o utile quello che non viene a nostro vantaggio.
Per questi l’unica ricetta per non soffrire è quella di usarli quando ci servono.
Manteniamo le distanze con il nostro giudizio e pregiudizio e tiriamo a campare ricavandoci una piccola cuccia dove possiamo beatamente rifugiarci e fare il comodo nostro senza cher nessuno ci disturbi.
Le parole del vangelo di oggi, per chi si sofferma a decifrarne il profondo e difficile significato, ci destabilizzano.
Fino a quando Gesù ci ha parlato del pane , cibo che conosciamo non abbiamo fatto fatica a seguirlo e nella fede non ci è stato difficile pensare che lui è il nostro cibo, che è Lui che ci fa vivere in eterno.
Ma oggi l’immagine diventa più cruda, più indigesta direi, perchè un conto è mangiare il pane, un conto la carne e il sangue di una persona.
Eppure nella consacrazione eucaristica il Sacerdote ripetendo la formula del sacramento trasforma il pane e il vino in corpo e in sangue di Cristo.
” Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”. Quante volte abbiamo sentito queste parole, quante volte ci siamo accostati all’altare per fare la comunione!
Ci rendiamo conto cosa quel segno significa? Non credo.
Una volta un sacerdote al termine della consacrazione aggiunse. ” Vi rendete conto di quello che è avvenuto? Voi siete questa piccola ostia, l’offerta che avete portato all’altare, le vostre mani, i vostri occhi, il vostro tempo, i vostri averi, la vostra fragilità, il vostro limite.
Gesù l’ha benedetto attraverso di me e ha trasformato il vostro corpo nel suo corpo, vale a dire che vi ha immessi in una relazione vitale di un organismo di cui Lui è il capo. “
Facendo la comunione ci mettiamo a servizio gli uni degli altri perchè nessun organo abbia a morire.
Gesù fa ciò che ci manca, ciò che non siamo capaci di fare, ma il nostro impegno è quello di vivere in stretta comunione perchè la vita sia irradiata in tutto il corpo.
L’eucaristia ci rende capaci di uscire dal nostro isolamento, abbatte i muri di divisione, ci aiuta ad amare gli altri non per quello che ci danno ma per quello che sono.
L’eucaristia è dono e offerta, grazia e impegno, vita e gioia nell’impegno condiviso con i suoi santi su cui il Signore non si stanca di effondere il suo Spirito.