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“Il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra” (Dt 4,39)
Signore mio Dio sono qui davanti a te, con Maria che non ha smesso mai di pregare per me, anche quando io dormivo, questa notte, quando ero occupata a preoccuparmi di quello che dovevo fare o non fare, di quello che mi era successo e mi sarebbe successo.
Sono qui Signore con il mio limite, la mia croce, con il desiderio di unirla alla tua, di entrare in contatto con te che sei Dio e puoi risanare il mio cuore malato, la mia mente provata da tante sventure.
Io voglio seguirti Signore, voglio entrare nel tuo mistero d’amore e smettere di avere paura, ma non ci riesco.
Il mio limite è un baratro, un abisso in cui sprofondo e mi smarrisce.
Tu lo sai Signore che non vorrei che accadesse, tu lo sai che solo in te spero la salvezza, in te il riposo e la pace, solo in te.
Ma non riesco che solo per pochi attimi a vivere nell’affidamento totale nelle tue braccia, nonostante chieda in continuazione l’aiuto di Maria, l’interpelli, mi faccia da lei ricordare ciò che hai detto e hai fatto e come lei abbia potuto essere sempre serena di fronte alle tante spade che le trafiggevano l’anima.
Ho sul comodino la sua immagine, eredità di Sergio il cugino barbone, una statuetta unta e bisunta scrostata, più volte riattaccata con la colla perchè più volte è caduta.
La cosa bella di questa immagine sono le mani giunte in preghiera, una mamma anche per me che ti prega Signore quando io non ce la faccio o ti dimentico.
Una Madonna che non ha te in braccio come tutte le madonne che finora conoscevo e che prediligevo perchè mi ispiravano tenerezza.
Ma da quell’abbraccio io mi sentivo esclusa perchè eri tu e lei che eravate vicini, eri tu che venivi abbracciato non io.
Ora questa icona con le sue mani giunte, mi sembra quella di cui ho bisogno e mi rassicura perchè non smette mai di chiedere a te per me e per noi.
Signore quanto è difficile rinnegare se stessi, rinunciare a tutto, ai propri pensieri, desideri, abitudini… a tutto, per mettere davanti te.
E’ difficile ma non impossibile se ci mandi il tuo Spirito, se ci fai sostenere dal tuo amore.
Te lo chiedo per me e per i fratelli che non ti conoscono, ti invoco giorno e notte, voglio che sia tu il padrone della nostra vita.
Sempre più mi rendo conto che da offrirti ho ben poco e faccio sempre più fatica a reperire un po’ di pane e qualche pesce non proprio di giornata da far benedire, da benedire con te perchè diventi cibo per chi ha fame e sete di giustizia, di amore, di perdono.
Ti ringrazio della Santa Eucaristia in cui ogni giorno tu rinnovi il miracolo di trasformare il mio limite, le poche cose che ti porto di scarso valore, in strumento di salvezza, in forza, coraggio, fede in te che sei la vite a cui siamo attaccati.
Signore grazie dell’invito che ci fai a mettere da parte le nostre idee, le nostre aspettative, la nostra salvezza, l’idea che ci siamo fatti di te, le pretese che abbiamo sul comportamento degli altri, i nostri giudizi e pregiudizi, grazie perchè questa è la nostra croce, quella di non essere perfetti, ok, quella di non essere bastanti a noi stessi, quella di dover dipendere da chicchessia.
E’ nell’Eucaristia che tu compi il miracolo
Il rendimento di grazie è difficile quando quello che ti viene dato è troppo poco per ringraziare.
Ricordo quanto ci rimasi male la volta che mio padre si mangiò il mio pezzo di torta che io rifiutai perchè era troppo piccolo.
Voglio imparare a ringraziarti per tutto Signore, per prima cosa per il dono di tua Madre che vedo con le mani giunte a pregare, un dono bellissimo perchè è lei che mi rende presente te, raccontandomi ciò che ha vissuto con te e per te e in te.
Ti offro questo pezzo di legno, consumato, per le spalle doloranti, incapaci di portarne il peso, ti voglio ringraziare per il desiderio che sento di venire dietro a te e di guardare e imitare quello che tu hai fatto per noi.
La tua croce è grande perchè ti sei caricato il limite, il peccato di tutti gli uomini e lo porti sul monte della vergogna, per attaccarci la tua offerta, il tuo corpo di uomo, il tuo limite da consegnare nelle mani del Padre.
Voglio vedere nella tua croce anche il mio peccato, la mia paura, i miei passi traballanti, la mia fede imperfetta, voglio credere che sei tu che in questo momento porti sulle spalle il peso di tutti i peccati del mondo unito a Maria che prega e ti accompagna con lo sguardo e con il cuore, con la fede di chi sa che tu non puoi mentire e che a tutti è data la possibilità di risorgere.
Maria è morta con te e con te è risuscitata.
Come vorrei che questo potesse accadere anche a me!
Come vorrei Signore non avere mai dubbi su ciò che nella storia hai mostrato come via di salvezza!

“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”

” Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me”(Es 32,33)

Quando Dio si arrabbia non mi piace per niente, come succedeva quando mio padre si arrabbiava con noi perchè facevamo cose che non dovevamo fare.
Ricordo di quando girai intorno al tavolo non so quante volte per sfuggire alla giusta punizione per aver mancato di rispetto ad una persona.
Quella volta fu mia madre a salvarmi e anche in seguito la sua mediazione fu risolutiva.
Nella fede abbiamo la nostra Madre celeste che ci ha lasciato Gesù, a cui ci ha affidato, che intercede per noi che siamo degli inguaribili peccatori.
Se poi andiamo a guardare, Dio ha una pazienza infinita e prima di darci un castigo le prova tutte, tanto da sacrificare il figlio Gesù, perchè ci convinciamo che le sue minacce sono per il nostro bene, vale a dire che lui vede dove ci portano le nostre cattive azioni e fa di tutto perchè non cadiamo nel fosso.
Mio padre non era Dio e spesso sperimentavamo i segni lasciati sul nostro corpo di uno schiaffo dato di santa ragione.
Non condanno l’educazione severa che mi ha dato, perchè oggi solo capisco che alla base di ogni rimprovero c’era l’amore per noi figli che voleva preparare alla vita senza che soccombessimo agli inevitabili ostacoli, rimanendo onesti, educati e rispettosi delle regole.
Oggi godo dei frutti dei suoi insegnamenti; ma quanto tempo è dovuto passare perchè me ne accorgessi!
Le esperienze sono state come un lievito o come un seme che è maturato pian piano.
Ho dovuto attendere per capire che essere genitore comporta una grande responsabilità che ti porta a dire no dolorosi ma necessari, pochi in verità rispetto ai tanti sì dettati ugualmente dall’amore.
Oggi mi è più facile capire le parabole del regno, perchè in tutte vedo Dio che opera per il mio bene.
Ma bisogna attendere, non avere fretta.
Il granello di senapa come il lievito hanno bisogno di tempo per mostrare la forza dirompente che è al loro interno.
A noi non piace aspettare e vogliamo tutto e subito.
La nostra civiltà per un verso ci ha portato ad accorciare i tempi d’attesa attraverso le nuove tecnologie, per l’altro non ci ha esonerato dal fare la fila per qualsiasi cosa occorra, al supermercato, in ospedale, in banca, sulla strada e sull’autostrada, ecc. ecc.
Penso che l’arte di attendere è virtù divina per questo Gesù ci invita a non avere fretta e a sperare che tutto si compirà.
Sono capace di attendere?
A questo proposito voglio ricordare un incontro che mi ha cambiato la vita.
“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”
A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s’incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l’ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarmi un momento.
La madre di un bimbo piccolo piccolo (…un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.
Da allora, per paura di dimenticarle avevo deciso di trascriverle ogni anno nella prima pagina dell’agenda quelle parole.
Oggi non ho più bisogno di scriverle sulla prima pagina dell’agenda per meditarle e farle mie, perché le ho scritte nel cuore e a quell’angelo mandato dal cielo, il mio grazie sincero e riconoscente giunga come dolce carezza .

Appartenenza

” Il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo (Dt 7,6)
Mi chiedo perchè io stia scrivendo, facendo uno sforzo sovrumano, quando in fondo ciò che era importante e che è importante finalmente l’ho capito e il cuore mi si è riempito di gratitudine, di tenerezza, di amore.
Ogni volta che ho letto il passo del Deuteronomio che la liturgia ci propone nel giorno della festa del Sacro Cuore di Gesù, mi sono sempre commossa e ho fatto mie le parole relative alla scelta, al popolo particolare, all’appartenenza di ognuno di noi a Dio.
Ma il mistero della sofferenza continuava a rimanere insoluto, perché, se sei malato o sfigato, significa che Dio ti ha scelto, ti vuole bene, perchè con il tuo dolore, con le tue sofferenze vuole farci qualcosa di speciale che in fondo è salvare le anime lontane da Lui.
Ti chiama a collaborare Dio, quando e specialmente se stai male, perchè sei associata alla passione di Cristo, diventi intima a Lui, una sola cosa, sì che il tuo dolore diventa il suo dolore, la tua pena la sua pena.
Quando riesci a connettere e il dolore non ti strazia la mente oltre che il corpo, puoi anche gioire di questa straordinaria occasione di fare comunione nientemeno che con Dio, averlo compagno di letto, di stanza, di cella.
Ma arriva il momento che questa beatitudine diventa una condanna, quando la prova si prolunga più del dovuto e la croce è tutt’altro che a collocazione provvisoria.
Vorresti fuggire portandoti dietro un siffatto compagno, fuggire dal dolore quotidiano, fuggire dal corpo, dormire un sonno senza sogni, senza più svegliarti, tanto stai male, tanto il dolore ha corroso tutte le tue ossa e ti si è attaccato ai nervi, ai muscoli, alla pelle, a tutto.
Il cuore continua a battere, il cuore dice che sei viva, il cuore ti dice che Dio non ha finito di parlarti, di scriverti lettere d’amore.
Ti giri e ti rigiri nel letto, la lava scende copiosa sulle tue spalle, la ferita al seno per il recente intervento ti fa male, la spalla è bloccata, i piedi sono avvolti da filo spinato incandescente.
Eppure avevo ricominciato a dormire dal lunedì di Pasqua dopo mesi, anni di questo calvario, dormire come dormono gli uomini, gli esseri umani alla fine della giornata.
Tre mesi di antivirale con il criterio ” ab iuvantibus” associato alla noveva a San Giuseppe, aveva compiuto il miracolo.
Ma il risveglio mi riproponeva tutti i problemi accantonati in queste notti di tregua.
Purtroppo quando dormi non puoi gioire dello star bene, nè del non avere dolore, perchè si riprende a leggere da dove avevi lasciato il segno, appena ti svegli.
Dio ti sceglie, Dio ti ama.
Continuavo e continuo a ripetermi le parole che i mie amici mi dicono per sollevare la pena.
Ma che amore è questo che ti fa soffrire in questo modo?
Questa mattina, anzi questa notte ripensavo al privilegio che avevano i malati per mia madre.
Mia sorella per prima che ha avuto la poliomelite, poi mio fratello che la faceva disperare perchè non mangiava e poi la sorella più piccola nata con tanti problemi.
Mia madre, mi sembrava che volesse bene solo a loro, perché di me si serviva per essere aiutata nelle faccende domestiche e per essere sostituita nella gestione della casa quando era al lavoro o lontana.
Una volta sposata, mi sono presa la rivincita e per 15 anni dovette occuparsi a tempo pieno di me e di tutta la mia famiglia fino a quando divenni un po’ più autonoma.
Mia madre mi teneva sul palmo della mano, ora me ne sono resa conto, e di me si vantava e mi proponeva come modello di figlia perfetta anche se sfortunata.
Noi vediamo le cose in modo frammentario e distorto a seconda della distanza e della posizione.
Sempre una parte, mai il tutto che ti appare più chiaro man mano che te ne allontani.
Così mi sono riconciliata con mia madre, purtroppo dopo la morte e prego perchè goda finalmente nel riposo di Dio.
Oggi è la festa del cuore di Gesù.
Il cuore è il luogo dei sentimenti, delle passioni, dei ricordi, delle scelte, il terzo occhio come lo chiama Giovanni.
Questa mattina leggendo il passo che la liturgia ci propone, non ho potuto fare a meno di pensare alle scelte di Dio.
E mi è venuto in mente che non ti sceglie perchè ti vuol dare la croce, ma perchè vuole aiutarti a portarla.
Ti sceglie perchè sei bisognoso d’aiuto, perchè da solo non ce la faresti mai ad arrivare, ti sceglie perchè ha un cuore di madre e di padre, ti sceglie perchè sei affaticato e oppresso e gli dispiace e ti chiama, ogni volta che ti allontani da Lui.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi darò ristoro”.
Quanta sete Signore in questo deserto, quanto silenzio, quanta desolazione!
Tu ci vedi, tu ascolti il nostro lamento, tu vedi, tu provvedi

TERRA PROMESSA

Festa della ss. Trinità 


” Chi crede in Lui non è condannato”(Gv 3,18)
Nel mondo ci sono molte persone che dicono di credere in Dio, dandogli nomi diversi.
I Cristiani, pur non essendone consapevoli, credono nel Dio di Gesù Cristo, che è l’unico che lo conosce bene e lo ha visto e ci ha parlato e vive con Lui.
Non è differenza da poco credere in Dio e credere nel Dio di Gesù Cristo.
Il creato, le stelle, il sole, la luna, i fiori, il mare, i monti e gli alberi e il sorriso di un bimbo e l’abbraccio di due innamorati come un bel tramonto o la vicinanza amorevole di due vecchi che si tengono per mano …
Quante cose belle il Signore Dio nostro ha messo sotto i nostri occhi che parlano di Lui!
Eppure non basta e non è bastato, tanto che molti profeti hanno parlato e continuano per Lui, per far conoscere al mondo quanto è grande il Suo amore per l’uomo, quanto è disposto a fare per noi.
Ma siamo un popolo di dura cervice ed è stato necessario che la Parola, il Verbo si incarnasse.
Gesù, Figlio di Dio, un uomo come noi, con i nostri limiti, con la sua vita ci ha mostrato il volto del Padre..
Ma non ci ha lasciati soli, orfani, quando se n’è andato, ascendendo al cielo.
Lo Spirito Santo, purtroppo non molto conosciuto e invocato dalla maggioranza dei cristiani, oggi è la Persona della Trinità che ci rende presente il Figlio e il Padre, che ci ricorda, ci spiega, ci istruisce, ci introduce nel cuore di Dio.
Oggi è la festa della Trinità, la festa della nostra famiglia d’origine.
Oggi contempliamo e adoriamo la verità tutta intera.
“Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò”
Così il libro della Genesi presenta la creazione dell’uomo.
Mi sembra importante ricordarle oggi, perchè, se magari possiamo capire che significa essere immagine di Dio, in quanto suoi figli, per la somiglianza è necessario pensare alla libertà che ci viene data per aderire completamente al modello a cui si è ispirato.
La relazione tra le persone della ss Trinità è il modello, la terra da coltivare, per avere vita.
Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo non agiscono mai per un beneficio personale, ma l’uno rimanda all’altro, uniti nel pensare, nel volere e nell’agire.
Cosa che non accade purtroppo neanche nelle migliori famiglie.
Il problema dell’uomo è andare d’accordo con l’altro diverso da sè.
Ne sanno qualcosa i coniugi quando si svegliano dalla convinzione che l’altro è osso delle sue ossa e carne della sua carne.
Poi vediamo alla televisione come va a finire, anche se le famiglie che vanno d’accordo, le famiglie sane, non salgono agli onori della cronaca perchè non fanno notizia.
A noi invece farebbe tanto bene che ne parlassero, che testimoniassero pubblicamente qual è la ricetta per andare d’accordo.
Una coppia che si ama è un vangelo che cammina, un ostensorio vivente, perchè mostra al mondo il volto di Dio.
Una famiglia dove si coltiva l’amore, con l’aiuto di Cristo, è parabola di Dio uno e Trino, parabola del nostro destino di figli, chiamati a vivere l’amore trinitario, diventando uno in Loro.
La casa di Cristo sarà la nostra casa per sempre, se sapremo coltivare l’amore che ci ha donato.
Grazie Padre perchè mi hai creato, grazie Figlio perchè mi hai redento, grazie Spirito Santo perchè mi porti a godere dei frutti del Vostro amore.

Il servizio

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(Mt 13,55 ) Non è egli forse il figlio del carpentiere?

Il mese di maggio dedicato a Maria, casalinga a tutti gli effetti, comincia con la celebrazione della festa di San Giuseppe, lavoratore.

Mio padre, ferroviere, quando andava al lavoro, diceva che andava in servizio, esprimendo la verità di quello che
andava a fare.
Quando tornava, mia madre, che faceva la maestra elementare, gli faceva trovare pronto e si prendeva cura di lui. Per lei il servizio non finiva mai, ma anche per mio padre che di volta in volta si improvvisava idraulico, elettricista, muratore, facchino, falegname, ragioniere ecc ecc.
Lavoro e servizio erano facce della stessa medaglia nella mia famiglia d’origine e in tante altre famiglie dei tempi passati.

La liturgia odierna ci parla della meraviglia e dell’incredulità della gente che non riusciva a capacitarsi come il figlio di un carpentiere, senza avere studiato, riuscisse a spiegare le scritture, compito dello scriba e a fare miracoli.Vale a dire a fare un mestiere diverso da quello che aveva imparato nella bottega di suo padre.
Ma quando uno lavora per servire Dio nei fratelli, non rimane mai senza lavoro e riesce anche a fare i miracoli.
Come Gesù, come San Giuseppe, come la Madonna.

Inverno

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“La gente subito lo riconobbe”(Mc 6,54)

Cosa dirti o Dio che non ti abbia già detto con le parole o con il silenzio, con il trasalimento dell’anima o con lo smarrimento e la paura?
Ogni mio sentimento, ogni mio pensiero, ogni respiro, ogni lacrima,ogni dolore o gioia porta a te mio Signore.
“Questo Dio che celebro nelle mie carte, io lo vedo presente ovunque.
Lo vedo nei fiori del mio giardino,
dalla luce che sprizza sulle mie pupille,
nell’aura che m’imbalsama la vita,
lo tengo in quest’anima mia.”
(F. BACONE)
Il tema che davo ai ragazzi ogni anno e che solo quando ho smesso di insegnare ho visto realizzarsi nella mia vita…
Era bello Signore, entusiasmante scoprire tutto ciò che di bello mi circondava e che tu avevi creato.
I bambini a me affidati, i nipotini, sono stati lo strumento per accorgermi del cielo, del mare, dei fiori, della luna e delle stelle, del soffio del vento leggero….
Ogni giorno una scoperta, ogni giorno un grazie a te che avevi fatto bene ogni cosa.
Mi sentivo felice nonostante il peso del corpo che trascinavo a fatica, nonostante le notti insonni alle prese con il dolore.
Ma c’era spazio per gioire e dirti grazie da sola e con loro perchè il tanto che mi davi mi faceva dimenticare la mia vita divisa a metà tra lo spirito e la materia, tra spiragli di luce che illuminavano e azzeravano l’oscurità della notte.
Lo spazio per stupire si è sempre più ristretto e l’angoscia sta prendendo il posto dell’entusiasmo dei primi tempi.
E’ come quando le giornate si accorciano e devi accendere la luce se vuoi vedere.
La tua parola è stata sempre la mia luce, che non conosce alternanza di stagioni, ma ora si è fermata sull’inverno, freddo, sui rami scheletriti degli alberi, sullo scempio delle mie piante che mi sorridevano al mattino.
La tua parola si è fermata sul crocifisso in cui ti incontrai, compagno di viaggio insostituibile, di tanti giorni faticosi, di tante notti passate nel pianto e nel dolore.
Tu Signore camminavi con me schiodato da quella croce e la tua voce leniva il mio lamento, asciugava le mie lacrime, mi riscaldava il cuore.
Eri il Risorto, il Dio con noi, l’Emanuele di cui io ero un microscopico frammento, una piccolissima cellula del tuo corpo mistico.
E mi bastava.
Mi bastava saperti accanto, mi bastava, quando non ti vedevo, ascoltare Maria tua madre che ti rendeva presente, raccontando la storia che ci ha reso figli, amati a prescindere, figli di Dio, figli di re.
Sempre meno mi sono soffermata sul crocifisso, a collocazione provisoria come diceva don Tonino Bello.
E ora te ne sei andato. Mi hai lasciato sola come quel venerdì santo in cui si spensero tutte le luci e il tabernacolo rimase sinistramente vuoto.
Ogni anno succede, ma il trauma della prima volta che non sapevo che eri andato agli Inferi a liberare i prigionieri, sperimentando la massima distanza dal Padre, l’Inferno, mi ha segnato.
E ieri è successo di nuovo, guardando il crocifisso che è stato spostato più in basso nella parete laterale, vicino ai banchi. Ti sei mischiato tra la gente e ora non c’è più bisogno di alzare il capo per incontrarti, ora ti possiamo toccare e vedere, adorarti e pregarrti, sentirti prossimo alle nostre infermità.
Hanno messo al tuo posto sopra l’altare, il quadro di San Giuseppe nella sua bottega di falegname.
Scalzato da San Giuseppe, ti sei fatto da parte mischiandotl alla folla dei tuoi fedeli.
Ti guardavo nella tua immobilità, in quella posizione che ti contraddistingue da secoli, a braccia aperte, il capo reclinato trafitto da spine.
Ho pensato che il tempo si era fermato sul tuo dolore come sul mio, un dolore che non si misura, un dolore che supera le barriere dello spazio e del tempo e traghetta nel mistero insondabile del tuo amore.
Non voglio camminare con un Dio morto, ma risorto.
Non voglio rimanere attaccata alla croce più del tempo necessario, voglio venire con te mio Signore che non dimori nei cimiteri ma nella storia dei tuoi figli, nel mio giardino sfiorito, nel tumulto dei miei pensieri, nella paura e nello smarrimento di questa stagione senza germogli di speranza..

Essere famiglia

Sfogliando il diario

Si parla tanto di famiglia, di quella che lo stato deve riconoscere, di quella che non c’è nei momenti di difficoltà e di prova, si parla di famiglia, luogo di conflitti e di contraddizioni.

La società sente l’esigenza di ripartire dalla famiglia, per ricostruire al suo interno relazioni durevoli e formative, cercando surrogati da etichettare come buoni, ignorando di fatto ciò che è buono e che sfugge all’occhio distratto e superficiale del legislatore.

La T.V., i giornali, ogni giorno ci parlano di tragedie che scoppiano inaspettate all’interno delle case, polveriere in attesa che una miccia accesa le faccia esplodere.

E’ possibile che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo per far funzionare la società, surrogati di famiglie che non è detto che funzionino per il fatto che sono riconosciute come tali?

Di quale famiglia l’uomo ha bisogno? Di quella formata da due omosessuali, che essendo uguali, non mettono in conto la fatica di accettare la diversità come risorsa o di quelle che chiedono garanzie allo stato, quelle che non sono loro in grado di dare con un impegno che duri tutta la vita?

Di quale famiglia l’uomo ha bisogno?La legge sull’aborto, la 194, per intenderci, è nata dall’esigenza di tutelare la salute della madre: oggi di chi si vuole tutelare la salute?

Ci occupiamo e ci preoccupiamo delle aspirazioni, dei desideri, delle esigenze delle coppie cosiddette di fatto, molto meno delle necessità dei figli nati da quei matrimoni.

La natura ci mette davanti quanto conti l’amore nel guidare le nostre scelte, come all’interno di famiglie che funzionano, non si guardi l’orologio o il dispendio di energie o di denaro, quando è in gioco la salute o il bene di uno dei suoi componenti.

L’amore gratuito lo troviamo solo all’interno della famiglia, di quello che non fa rumore, che non va sui giornali, ma trasmette serenità e sicurezza a chi da esse si lascia toccare.

Da una settimana il reparto di geriatria, ala est, dell’Ospedale Civile della mia città, è diventato il mio luogo d’osservazione e di meditazione. Non per mia scelta, perché mia madre avrei desiderato non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene.

Ma l’Ospedale è luogo d’incontro, incontro con la sofferenza prima di tutto, la sofferenza dipinta sul volto dei ricoverati, quella di chi se ne fa carico, ma è luogo d’incontro con l’amore di Dio che si manifesta nelle parole gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine turno, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano.

Il volto di Cristo sofferente l’ho visto in quello di mia madre, la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o nei lineamenti contratti di mia sorella, medico, che senza tregua si adoperava per rianimarla.

Ho contemplato il Signore in quei volti, in quella relazione d’amore che stava per rompersi agli occhi degli uomini. Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero che non fosse di apertura alla grazia che Dio in quel momento mi stava donando.

Di fronte al letto di mamma, per tre giorni le mani di due anziani coniugi hanno catturato il mio sguardo, quella inerte di lei, ancora viva, nonostante i tubi e le macchine a cui era attaccata e quella di lui perennemente poggiata sopra, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l’essere famiglia è questo: restare fedeli alla promessa finché morte non li separi.

Ho visto, in quei giorni, nipoti assistere i nonni, anche durante la notte, accudirli con amore, con dedizione, con delicatezza, anche se molto anziani e con la mente confusa, gli unici capaci di farli sorridere, di rasserenarli, penetrando il loro silenzio.

Ho visto persone sole, abbandonate, senza famiglia, che ne hanno trovata una in quelli che, per l’occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, essendo chiamati ad allargare la propria, mentre si trovavano ad accudire un parente, un amico o solo un compagno di stanza o un vicino di letto.

Nell’Ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più, ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventare famiglia, fratelli in Cristo, figli di Dio.

Vale proprio la pena d’impegnarsi perché il Suo progetto vada a buon fine, perché i miracoli li compie solo l’amore. E quale luogo è più idoneo per farlo crescere e sviluppare?

Alla famiglia Dio ha dato il compito di renderLo visibile al mondo, quando ha creato l’uomo maschio e femmina a Sua immagine e somiglianza.

Voglio ringraziare il Signore perché ha avuto fiducia nella coppia, ritenendola capace di continuare la sua opera creatrice, attraverso l’amore gratuitamente donato.
5 novembre 2005