“Ricostruite la mia casa” (Ag 1,8)

(Ag 1,1-8)

Ricostruite la mia casa, in essa mi compiacerò.

Dal libro del profeta Aggèo

L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote.
«Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”».
Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria, dice il Signore».

La parola che oggi la liturgia ci propone mi fa pensare alla famiglia, sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove ritrova la sua identità nell’essere uomo, nell’essere coppia, nell’essere famiglia, nell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza.
Casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e riposarsi.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine (tratta dall’Antico Testamento), della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno, quale casa ricostruire.

Un bicchiere di acqua fresca.

“Un bicchiere di acqua fresca”.
L’omelia di Don Carlino a Radio Mater si è soffermata su quel bicchiere d’acqua fresca che ognuno di noi deve dare all’orfano, alla vedova, a chi non ha nessuno che si prenda cura di di noi, che lo assista, che lo curi, che paghi per lui.
Un bicchiere di acqua fresca.
Tutti siamo più o meno capaci di dare un po’ di acqua a chi ha sete e ce lo chiede.
L’acqua costa poco, la cosa che almeno nei nostri paesi industrializzati scorre nei tubi e arriva ai rubinetti delle case, depurata, limpida, potabile.
Dei servizi che ci fornisce lo Stato, il Comune, la Regione, il Quartiere, è quello più a buon mercato.
Per questo, quando pensiamo all’acqua da dare non ci sembra che il Padreterno ci chieda un grande sforzo.
Ma non è così per tutti gli uomini.
Ci sono quelli che l’acqua se la devono conquistare scavando con le mani nella sabbia, rompendo la roccia, aspettando che dal cielo arrivino aiuti umanitari o succhiandola attraverso cannucce dai pantani di piogge rade che di tanto in tanto scendono come manna dal cielo.
Ricordo il Sahel e il e il Kalahari, luoghi studiati sui libri, quando non c’era la televisione a mostrarceli nei documentari.
Un’acqua che anch’io mi sono dovuta sudare, quando appena finita la guerra, le condutture erano rotte e arrivava solo la notte qualche ora, seppure… a fare la veglia, stare di sentinella, aspettando il gorgoglio festoso che ci riempiva di gioia.
Noi eravamo piccoli e non eravamo addetti ai lavori pesanti, però ricordo il razionamento dell’acqua di giorno, specie quando faceva caldo e volentieri ci avremmo sguazzato nell’acqua, come oggi fanno Giovanni ed Emanuele nella piscina in campagna.
Un bicchiere d’acqua fresca.
Se uno ti dà un po’ d’acqua fresca capisci che si è preoccupato di te, che ti ha dato di più di quello che tu gli hai chiesto e di più di quello che speravi e lì riconosci il Signore che si sta chinando su di te, che ti sta curando le ferite e ci sta versando l’olio della sua tenerezza.
“Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di pingui vitelli.
Il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco…”
lo detesto, come detesto ciò che mi dai senza metterci il cuore, senza che quell’offerta risponda, corrisponda ad un sacrificio reale e non virtuale, un sacrificio che impegni e coinvolga tutta la tua persona….
“La sera in cui fu tradito prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate… Prendete e bevete…”
Gesù ci dà il suo sangue che non è limpido, nè fresco, quello di una persona sgozzata come un agnello condotto al macello.
Eppure quel sangue ci toglie la sete e ci rigenera e ci dà vita.
Un bicchiere di acqua fresca.
È quello che detti a Nuccio mio fratello negli ultimi tempi della sua malattia, negli ultimi tempi della sua vita, è quello che detti a papà quando lo andavo a trovare e parlavamo di Dio e della Madonna e della pianta che, man mano che cresce, va travasata in un vaso più grande per poi tornare nel grande Giardino, lì dove può espandersi e crescere e fare ombra e dare frutti dolci e maturi.
Acqua fresca.
Nuccio me ne dette quando cominciò ad accorgersi che io cucivo e che mi avrebbe fatto piacere avere dei fili ( che gli avanzavano dal campionario di rappresentante di filati), ma l’acqua più fresca me la diede comprandomi ( nella sua ultima uscita, prima di morire) una sedia reclinabile perchè stessi più comoda quando andavo a trovarlo.
A volte, anzi sempre non ci accorgiamo che quello che abbiamo dagli altri è fresco ed è anche buono, perché siamo voraci, perché siamo sempre proiettati sul dopo e non siamo abituati a ringraziare.

“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome… non perderà la sua ricompensa.”(Mc 9,41)

Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.

Meditazioni sulla liturgia della
 III settimana del TO
VANGELO (Mc 3,31-35)
In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.
Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».
Parola del Signore
 A questa società, dove la raccomandazione è d’obbligo, dove il nepotismo impera a tutti i livelli, dove se non sei figlio, fratello, moglie , compagna di…, ti puoi scordare ciò che ti spetterebbe di diritto, per quello che vali, il Vangelo di oggi offre una preziosa riflessione.
Gesù, rispondendo a chi lo sollecitava a privilegiare i parenti, che stavano fuori, indica di quale raccomandazione abbiamo veramente bisogno, quali garanzie dobbiamo esibire, per essere sicuri di essere ascoltati.
I SUOI siamo noi, popolo che lui si è scelto, i battezzati che credono alla vita nuova donata da Dio attraverso Cristo Gesù.
E’ incredibile come le più grandi divisioni le troviamo nella Chiesa che Cristo ha fondato, effondendo il suo Spirito su Maria, la madre che consegna al discepolo che più si sentiva amato da Lui, perchè l’accolga nella sua casa.
La nuova chiesa fondata da Cristo ha come punto di riferimento, principio e fine, Lui che ha dato tutto perchè siamo una sola cosa con Lui come Lui è una cosa sola con il Padre attraverso lo Spirito.
Non basta sentirsi suoi, appartenergli solo per un legame che non unisce le braccia al cuore.
Il popolo di Dio è quello che può rivolgersi al Padre come ha fatto Gesù, chiamandolo ABBA’, padre di tenerezza, di misericordia, di perdono, lento all’ira e dispensatore di prodigi.
Non possiamo , osservando i nostri fratelli, censurare tutto quello che dicono, prendendoli per pazzi, dall’alto dei nostri studi e delle nostre sicurezze acquisite.
Non possiamo giudicare gli altri in base a quello che non hanno in comune con noi e separarcene e vivere per conto nostro la fede che ci è stata donata con il Battesimo, uguale per tutti.
Invece di guardare a ciò che ci divide, sforziamoci di mettere a fuoco ciò che ci unisce, quell’unico Pane offerto per la salvezza di tutta la famiglia di Dio.
“Tu me li hai dati. Non prego per me, ma per loro, perchè siano una cosa sola  con noi, come noi siamo una sola cosa” “Amatevi gli uni gli altri” dice il Signore. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli”
Gesù quanta fatica facciamo ad amare le persone che non capiamo, che si comportano in modo diverso da noi! Quanta fatica a benedire quelli che maledicono, a gareggiare nello stimarci a vicenda, anche se fanno e dicono cose da pazzi!
Signore le tue richieste ci sembrano tanto folli, esagerate che siamo tentati di pensare che sei fuori di testa.
Ma poi , ed è questa la grande consolazione, la nostra sicurezza, ripensiamo a quanto hai detto : “Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi”
Ci sarà stato un motivo per farlo!
Aiutami a scoprire la bellezza, la forza, la vita del tuo progetto d’amore.
Aiutami a sentirmi sempre più figlia amata e voluta insieme ai miei fratelli nella fede in te che sei l’unico vero Bene.

L’utero di Dio

 

“La carità non avrà mai fine “. (1Cor 13,8)
“Dio è amore”, scrisse Giovanni, sotto un disegno che mostrava una famiglia felice, una coppia con un bambino a lato, preso per mano, con tanti raggi gialli luminosi.
Giovanni ad ogni colore dava un significato e il giallo per lui esprimeva la felicità, come il verde l’odio, il viola l’invidia.
Straordinari questi bambini che ti aprono le porte del Paradiso!
Ai piccoli infatti sono svelati i segreti del regno.
“Quante cose si possono fare con Gesù!” aveva detto Marco, un altro bambino speciale speciale, non perché l’ho conosciuto io, ma perché tutti i bambini sono speciali quando li osservi, li ascolti e ti fai guidare da loro.
Quando mi sono sposata non pensavo che avere dei figli comportava fatica come quella che mi è rimasta impressa di insegnare a Franco a scrivere nelle  righe, passando dallo stampatello al corsivo.
Ma non sapevo che dai bambini impari a guardare il mondo con altri occhi.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un’altra chanche affidandomi i miei nipotini per fare gli esami di riparazione.
Bisogna veramente osservarli i bambini, anzi  diventare bambini e rientrare dell’utero di chi ti ha generato, per vedere svelati i misteri del regno.
Solo così puoi capire i discorsi di Gesù, farli tuoi, diventare come lui  ci ha promesso.
Questa notte, meditando i misteri gloriosi del rosario, non riuscivo a staccare la mente dal pensiero che, per poter contemplare il mistero non lo dovevi guardare da fuori, ma lo dovevi guardare da dentro, da dentro la pancia, dall’interno dell’utero di chi ti ha generato.
Così questa notte ho fatto un trasloco e invece di pensare che dalla terra guardavo il cielo, ho capovolto la cosa e ho pensato che dal cielo guardavo la terra, più che altro dal cuore di Dio guardavo Antonietta e guardavo tutti i suoi figli.
Io galleggiavo leggera nel suo utero.
Dal liquido amniotico mi sentivo cullata, nutrita, amata da Dio Padre, Eterno Amante, dal Figlio Eterno Amato e dallo Spirito Santo, Eterno Amore.
L’accordo della mia famiglia d’origine, la loro comunione, il loro amore facevano sì che mi sentissi al sicuro.
Era una sensazione bellissima perché  finalmente ero felice.
Le parole del Vangelo “ Vi ho suonato il flauto e non avete ballato, vi ho cantato un lamento e non avete pianto” mi sembravano appartenere un passato che non ritorna.
Ero arrivata nella casella del Cristo morto e risorto in quell’assurdo gioco dell’oca dove i dadi mi rimandavano sempre al punto di partenza.
La  meta che mi si prospettava all’inizio come una croce che nessuno ama e che tutti vorrebbero rigettare il mittente, si era  trasformata  in un grande utero accogliente, dove mi sentivo amata, protetta e nutrita per essere portata a perfezione.
Ricordo, quando mi sono sposata, la soddisfazione di cambiare il cognome (allora la legge lo imponeva) perchè dalla mia famiglia mi ero sentita poco amata.
Pensavo che nella famiglia di mio marito quell’amore l’avrei trovato nella sua interezza.
Quanto mi sbagliavo!
Ma nè nella prima nè nella seconda ho trovato l’amore perfetto.
Per questo, senza sapere di stare a cercarlo, ho incontrato il Signore,perché io cercavo l’amore e non Dio.
Ma Dio è amore.
E’ l’amore  che ti riempie la vita, ti dà il coraggio di andare avanti, alimenta la speranza, dà un senso a tutto quello che fai.
Sentirsi amati è sentirsi vivi, in quel caldo e sicuro rifugio che è la Sua casa di carne.
Attingendo alla fonte non puoi non desiderare di fare altrettanto, perché quello che impari nella Sua casa, sei capace di farlo anche tu per le persone che Gli stanno a cuore, tutti i figli che formano il Suo Corpo, la Chiesa.
“La carità non abbia finzioni”, dice San Paolo.
Ad una bimba che assisteva all’incontro prebattesimale dei genitori ho chiesto se sapeva cos’era l’amore e se l’aveva imparato dalla televisione.
Mi ha risposto che l’amore lo vedeva nei suoi genitori perchè anche quando litigano si riappacificano.
Le ho chiesto allora cosa i genitori dovevano insegnare ai figli.
“A fare la pace!”, la sua risposta.

George Edmund Street,Decorazione a piastrelle della navata, 1875 circa. Roma, San Paolo Dentro le mura.

” Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5)

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” Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5)
“Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo”, trovo scritto sul calendario liturgico dello scorso anno, parole tratte dalla liturgia della festa di San Marco evangelista, come lo sono le parole che quest’anno l’editore ha scelto per sottoporle alla nostra meditazione.
Umiltà, grazia, annuncio del vangelo, testimonianza, vanno di pari passo e sono facce di una stessa medaglia, una medaglia che ogni volta mi stupisce e mi apre il cuore alla meraviglia, allo stupore alla lode e al ringraziamento.
Se parto dall’invito di Gesù ad andare in tutto il mondo a proclamare il vangelo, non posso che prendere atto che è impossibile anche solo spostarsi da questa sedia a cui sono ancorata, dopo una notte di fuoco.
Ho lasciato in punta di piedi la camera per permettere al mio sposo di riposare e sono venuta qui in sala, davanti alla finestra su cui i fiori bagnati dall’acqua e strapazzati dal vento continuano a parlarmi di Dio e delle sue meraviglie.
Fiori rossi, rosa, bianchi, lilla, gialli azzurri, colori che nessun temporale può cancellare dalla mente, dalla memoria, anche quando appassiscono e muoiono, anche quando sono in gestazione nel grembo della terra prima che esploda la primavera.
Ma decisamente oggi è un giorno grigio umido e piovoso e per niente accattivante, se non fosse questo piccolo spazio in cui mi sono rifugiata per meditare la parola di Dio che si è dilatato all’infinito e ha traslocato il mondo nella mia casa.
Così, ricordando il passato, pregusto il futuro vivendo un presente di grazia e di amore, di ricerca e di abbandono alla grazia di Dio.
Non posso andare ai confini del mondo per annunciare il vangelo ma sono certa che questo tempo passato in Sua compagnia Dio lo userà perchè la Sua parola si compia. Come non so.
Ieri mattina che le previsioni davano come giornata funesta per qualsiasi uscita , il Signore mi ha fatto il regalo di veder splendere il sole mentre pregavo connessa con don Massimo e gli scout riuniti sul colle della casa in campagna, a poca distanza da qui, dove Franco li aveva ospitati per via del probabile maltempo nel luogo lontano preventivato.
Gli avevo raccomandato di far benedire quella terra ereditata dove aveva conosciuto la donna che ha sposato da cui ha avuto Giovanni ed Emanuele, i nostri libri di carne.
Quella terra è sempre stata causa di divisioni nell’ambito della famiglia d’origine di Gianni e nella nostra, tanto che avevamo di comune accordo deciso di venderla.
Ma una profezia ci aveva detto che il Signore ci voleva parlare in disparte, su un monte, il monte dell’eredità e voleva con noi fare grandi cose.
Per quanti sforzi abbiamo fatto la conclusione di qualsiasi discorso era il disaccordo, la rabbia, il dolore per ciò che non riuscivamo a fare di buono in quella terra.
Così don Massimo ci ha detto la messa e Franco mi ha mandato la foto mentre solleva in alto le mani al cielo sgombro di nubi, immerso in un paradiso come poi ha detto.
Ho pregato tanto ieri mattina su quel monte, perchè la maledizione si cambiasse in benedizione, perchè quello che ci era stato tolto ci venisse restituito moltiplicato come suole fare nostro Signore.
E così è stato. Gianni dopo giorni di incomprensibile dolore al ginocchio e immobilità forzata me lo vedo davanti che cammina liberamente… Nel mio nome cacceranno i demoni..
San Giorgio ero certa che avrebbe messo una buona parola perchè fossimo liberati da tutte le iatture che ci erano venute da quell’eredità.
Ma se Gianni è guarito a me sono aumentati i problemi, visto che la notte, come al solito, l’ho fatta bianca per una sinusite che mi impediva di respirare se stavo allungata.
Sono certa che Dio sta operando attraverso la nostra debolezza, sono certa che combatte al mio fianco perchè questa notte e questa mattina non riesco a pregare se non con le parole dei salmi più belli..
Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto… su ali d’aquila ti porterà.. sei il mio rifugio… benedici il Signore anima mia…
Per quello che mi ricordo non sono riuscita questa notte e neanche questa mattina a spostarmi dalla sua parola di speranza, di comunione, di amore.
Il Signore libera i prigionieri, il Signore rialza chi è caduto..
Chi è come te Signore?
Benedici il Signore anima mia non dimenticare tanti suoi benfici…

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perchè quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, nè mostrava gradimento alcuno, nè diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore o peggiore del giorno precedente.
Niente. Silenzio assoluto.
A volte pensavo che anche se fosse stata spazzatura lui l’avrebbe mangiata, senza fiatare, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora perchè gli piace, se fa schifo la mangia veloce così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato:”Grazie Signore perchè mi dai chi mangia le cose che cucino, perchè mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perchè dai un senso alla mia fatica”.attesa
bisodoloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui
con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile,
Gesù si prese cura di lui e attraverso di lui curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda quando l’andavo a trovare.
Dopo che io avevo capito che il mio dono era lo stargli accanto senza aspettare i suoi grazie, morì.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte della Sua chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare Gesù, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la Sua voce.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere perchè anche io mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

Il corpo e lo spirito

SFOGLIANDO IL DIARIO
23 ottobre 2009
venerdì XXIX TO

“Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”(Rm 7,24)
Delle letture di oggi non riesco a fare mie se non le parole della lettera di San Paolo, quando esprime il desiderio di essere liberato dal corpo votato alla morte.
Il mio corpo è fonte di grande sofferenza e spesso il desiderio della morte ha alleviato la mia pena, perché il dolore avesse fine.
Ho desiderato morire perché la malattia non mi dà tregua, perché mi limita in tutto ciò che vorrei fare, dire pensare.
La mia vita è una perenne battaglia con questo corpo mortale che per fede devo desiderare continui a vivere, ma istintivamente vorrei buttare al macero.
La lotta a volte è strenua, estenuante, inutile, devastante negli effetti come questa notte che ho urlato per il dolore che mi attanagliava spalle, braccia, collo, testa e arrivava fino alle mani.
Non trovavo una posizione per riposare e ripensavo alla mistificazione di questa vita dove non coincidono mai l’essere e l’apparire.
È arrivata proprio ieri la notifica dell’esito della visita collegiale per l’invalidità civile.
La dicitura che mi dà il massimo dell’invalidità è motivata dal fatto che non posso provvedere da sola a miei bisogni.
Ho pensato a ieri, a quante cose ho fatto per provvedere ai bisogni altrui, a cominciare dal pantalone bucato di Giò, che ho accomodato, a tutto quello che ho fatto con Ela per rimettere a posto la roba del cambio di stagione, a quante volte ho sollevato le braccia, aperto, chiuso, stretto le mani per piegare, cucire, ordinare, stirare, cucinare, accudire Emanuele, un bimbo di tre anni.
Mani, braccia per provvedere ai bisogni di Gianni che tornava dal lavoro, di Franco, nostro figlio che non sa a chi lasciare i bambini, ai bisogni della sua famiglia che la sera, dopo una giornata passata fuori casa, accoglie con gioia un cibo caldo preparato con amore.
Questa notte devo dire che è stata un inferno, pagando le conseguenze di un uso sconsiderato di questo corpo che ho sentito gravare sulle mie spalle per tutto il tempo del riposo.
E oggi io ho la riabilitazione in acqua e questa sera dovrò prendermi cura di Giovanni il nipotino più grande e poi, dopo cena, l’incontro con i fidanzati.
Nel lavandino c’è un cavolo che aspetta di essere lavato, tagliato e cucinato, un bucato da mettere in lavatrice e poi il pranzo per me e Gianni prima di andare in piscina per la rieducazione.
Il mio corpo è protagonista di tutto questo e del resto…
Come ogni mattina, mi chiedo se sopravviverò alla giornata che mi aspetta.
Ieri ho fatto fatica a vestirmi per quanto stavo male, ma volevo andare alla messa.
Avevo tolto ciò che potevo togliere di mezzo perché Ela non si confondesse e pulisse ciò che doveva pulire.
A messa, l’unica cosa che non mi crea problemi quando arrivo a sedermi, non sono potuta andare, perché il cancello era rotto e io non potevo uscire con la macchina.
L’agitazione, il salire e scendere le scale, l’affacciarmi affannoso alla finestra per vedere se c’era qualcuno che aveva la chiave per aprire manualmente il cancello mi ha crepato, come anche l’aver cercato invano di contattare la persona che abita sotto il mio appartamento per un suo problema urgente da risolvere, confidando nella forza delle mie gambe e del Signore…
E poi Dubrinka che mi ha obbligato a scendere sotto tardi (ero allo stremo) per farmi vedere la siringa di un drogato infilzata nella fioriera.
E che dire dei piatti che Gianni non aveva fatto la sera prima perché era andato alla preghiera (io no, perché ero distrutta, pur desiderandolo molto) e quelli di ieri a mezzogiorno perché sempre Gianni, la mia unica alternativa, si è bruciato tre dita cuocendo la carne?
“Incapace di provvedere autonomamente a se stessa…”
Questa notte ho pagato la presunzione di farcela, ma non è cambiato nulla, perché oggi si prospetta una giornata altrettanto pesante, impegnativa, senza aiuto che non sia quello del Signore.
Ecco il Signore fa la differenza.
Chi va a dire alla Commissione di Sanità che, se provvedo a me stessa e agli altri, non sono io che vivo, ma Cristo vive in me?