Gioia

“Chi ascolta voi ascolta anche me” (Lc 10,16)
Non sapevo, non credevo che la ricerca di una sedia quella mattina di una gelida giornata invernale mi avrebbe dato l’opportunità di ascoltare ciò che mai le mie orecchie avevano ascoltato.
Erano le parole del Salmo 98
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!
Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.
Risuoni il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne
davanti al Signore che viene a giudicare la terra:
giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine.
Mi colpì la gioia che trasudava da quelle parole, una gioia che coinvolgeva tutto il creato e che io ero lungi da avere.
Incredibile come fiumi che battono le mani mi portassero a desiderare di conoscere l’autore di così alta poesia, perchè di poesia si trattava se era stata capace di trasmettermi il desiderio di vivere quelle stesse emozioni che le vicende della vita aveva  azzerato.
Così cominciò il mio cammino di fede, da una sedia, da un dovere di sedersi per poter assaporare quel cibo che non conoscevo, che mi dà vita e di cui non posso più fare a meno.
Oggi la Parola di Dio mi nutre più di qualsiasi altro alimento, riempie i vuoti dell’anima, dà senso al dolore e alla gioia, allo smarrimento, alla ricerca, all’attesa, alla morte e alla vita, a tutto.
Anche quando la liturgia ci mette davanti testi apparentemente scollegati, lo Spirito unisce tutti sotto l’unico denominatore di un Dio che ci ama, che ci cerca, che ci vuole felici non per un momento, ma per sempre, per tutta la vita.
Così la maestosa presenza di Dio conduce Giobbe al senso della sua piccolezza, le parole del Salmo 138 mostrano la gratitudine dell’orante a Dio perchè è presenza amorevole in ogni cosa uscita dalle sue mani ( mi hai fatto come un prodigio), e anche la minaccia  alle città dove Gesù aveva svolto gran parte della sua attività apostolica ( Guai a te Corazim, guai a te  è un grido di dolore perchè si ravvedano e si verifichi in ogni uomo la capacità di fare le cose che ha fatto Lui come i discepoli a cui nel suo nome ha dato potere di guarire le malattie del corpo e  dell’anima.
(Gv 10,33-34)
«Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».Rispose loro Gesù: “Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei?”
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“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXIV settimana del Tempo ordinario
“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).
Chi è degno Signore di riceverti nella propria casa?
Cristiani o non cristiani tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, abbiamo la casa in disordine, quella che tu ci hai dato per essere abitata dal tuo spirito, non tanto quella fatta di muri che provvediamo a tenere in ordine per salvare le apparenze o anche solo per ritrovare le cose quando la memoria comincia a fare cilecca.
Quando diventiamo vecchi riduciamo al massimo gli ingombri che potrebbero ostruirci il passaggio, quando oltre a noi devono passare carrozzelle o deambulatori.
Oppure provvedono i figli a buttarci le cose che a loro parere non servono a niente.
Se quindi siamo apparentemente a posto per quanto riguarda l’ambiente che ci circonda, non è poi così scontato che nei giovani come nei vecchi non alberghi un disordine più ostruttivo, quello dei pensieri, dei sentimenti non disciplinati, il disordine di una volontà deviata, il disordine del non amore come quello che ci illustra egregiamente San Paolo nella prima lettera ai Corinzi.
Mi ha colpito la frase:”Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri “ che la dice lunga sul malcostume che si evidenzia in occasione di certe feste, in cui ci si affolla attorno al tavolo dove sono posizionate le vivande e “Beati gli ultimi se i primi sono onesti!” come diceva mio padre.
San Paolo alludeva all’Eucaristia dei primi Cristiani, che era seguita da un pasto comune dove si consumava il cibo messo in comune, che ognuno portava da casa.
Ma se è vero che sta scritto“ quando due o più si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”è epifania del Signore non solo in chiesa, ma ogni volta che le persone si radunano e condividono il cibo messo in comune.
Il radunarsi non è solo un radunarsi fisico, ma un raduno del cuore, nel momento in cui ti unisci ai fratelli nella preghiera e poi nell’agape fraterna, non trascurando i più bisognosi.
Prima di cominciare a mangiare non basta dire:” Signore benedici questo cibo che stiamo per prendere e fa’ che tutti ne abbiano”, lavandoci la coscienza, perché ci pensa il Padreterno.
Ci sono cose che facciamo inconsapevolmente, senza preoccuparci degli altri, pensando solo al nostro interesse alla nostra pancia, convinti che a noi nessuno può dire niente, perché non facciamo male a nessuno.
Il centurione, un pagano, ci dà una bella lezione di cosa sia la fede, che non è un affare per  primi della classe.
La fede non è pretendere ciò che ci spetta di diritto, ma attesa fiduciosa che Dio provveda a chi ne ha più bisogno servendosi di noi.
Ogni volta che vado alla messa nella cappellina della Madonna della Pace mi chiedo se l’orologio del sacerdote non sia per caso rotto, perché entra sempre con qualche minuto di ritardo, pur essendo già vestito e alla porta.
Ho capito solo da poco che il suo orologio è sincronizzato sulle esigenze dello Spirito che aspetta i ritardatari e non chiude i battenti a coloro che consapevolmente o meno arrivano a messa cominciata.
Così quella che ritenevo una scortesia nei confronti di quelli che arrivavano primi ( io sono una di quelli), la vivo come momento di grazia per gli ultimi e per me che ho più tempo per prepararmi alla comunione eucaristica.
“Domine non sum dignus” dice il Centurione e dovremmo dirlo ogni volta non solo con le labbra, quando andiamo alla messa, ma sempre con il cuore aperto ad accogliere la gratuità del dono che viene incontro alla nostra debolezza.
Voglio ringraziare il Signore perché attraverso la sua parola ogni giorno mi insegna qualcosa di nuovo e non è mai la stessa cosa come un tempo pensavo, una ripetizione noiosa di un testo già letto e riletto nell’anno e nel corso degli anni.
Gli anziani, per poter convincere Gesù, mettono davanti i meriti del Centurione che ha costruito la sinagoga ed è stato sempre benevolo nei loro confronti e della loro religione.
Ma a Gesù non interessano i meriti, perchè chi può vantarsi?
“Chi si vanta si vanti nel Signore” è scritto.

“E voi chi dite che io sia?”(Mc 8,29)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
13 settembre 2009
Domenica della XXIV settimana del T.O. anno B
“E voi chi dite che io sia?”(Mc 8,29)
Oggi  Signore mi riproponi la domanda che esige una risposta chiara e convinta.
I tuoi discepoli fecero fatica a capire fino a quando non scese lo Spirito Santo sopra di loro.
Dovevi morire, Signore, perché la tua identità fosse svelata e non ci fossero dubbi su Chi ti aveva mandato e su cosa eri venuto a mostrare.
Le letture di oggi parlano dell’agire conseguente all’essere, della fede che, senza le opere, non vale a nulla, perché, se uno ama, agisce di conseguenza.
La conseguenza dell’amore, la testimonianza di quanto tu tenevi e tieni a noi l’hai data, offrendoti in sacrificio per la nostra salvezza Dovevi patire e morire, perché potesse scendere lo Spirito Santo a illuminarci.
Trentotto anni fa io e Gianni ci siamo sposati con la testa piena di sogni, ignari di quanto la vita matrimoniale fosse impegnativa, di quanto l’amore fosse  intransigente.
Abbiamo camminato, lottato fianco a fianco per tanti anni, da soli, vicini nel corpo, ma non uniti nello spirito, contro le avversità della vita.
Non noi , la nostra relazione di coppia, ma la mia malattia è stata la protagonista del nostro matrimonio.
Tu ci portavi in braccio in quegli anni bui, quando tutte le illusioni man mano cadevano, ma noi non ce ne siamo accorti.
Oggi sei diventato il nostro punto di riferimento, Signore , che ci sforziamo di non perdere mai di vista.
Ti vogliamo lodare, benedire e ringraziare, perché tu sei la ragione della nostra speranza.
Tu doni pace al tumulto del cuore, tu ci togli la paura e riannodi i fili spezzati della nostra comunicazione ancora tanto faticosa da sembrare a volte impossibile.
Tu Signore sei stato la nostra salvezza, tu la roccia che non crolla, dai senso al nostro soffrire, forza alle nostre braccia stanche.
Tu rinnovi ogni giorno il nostro cuore, rendendolo capace di amare.
Signore grazie per questo tirocinio costante, questa lotta a cui tu ci stai abituando, perché possiamo gustare già da adesso un frammento di paradiso e dire agli smarriti di cuore:” Coraggio, il Signore è con te!”
Signore non so come e dove saremmo oggi se non ti avessimo incontrato.
Certo che il nostro cuore sarebbe in subbuglio, forse ci avremmo messo un catenaccio perchè non andasse in frantumi.
Saldamente legati, vincolati con doveri di reciproco amore, tu hai riscritto la nostra storia perché ti rendessimo gloria e mostrassimo al mondo quanto è grande la tua misericordia.

Esaltazione della croce


13 settembre 1971

 

13 settembre 2018
Ieri 13 settembre di 47 anni fa ci siamo sposati..
Che il giorno dopo fosse l’Esaltazione della Croce allora non lo sapevo né lo seppi per tantissimi anni, fino a quando non ho incontrato il Signore e ho cominciato a meditare la Sua Parola.
Ho pensato quindi al fatto che eravamo stati avvertiti da subito poiché mi ammalai di lì a poco tempo.
Non c’è dubbio che Dio scriva nella nostra storia e ci mandi dei messaggi che possiamo capire solo quando hai occhi per vedere, orecchie per sentire e cuore per accogliere.
La foto che ieri Emanuele, il nostro nipote più piccolo, ci ha scattato, mentre andavamo all’altare per rinnovare le promesse fatte quel giorno, è emblematica di come la gratitudine di tanti suoi benefici ci illumini il volto.

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”( Gv 19,37)

” Beati voi che ora piangete”(Lc 6,21)

” Beati voi che ora piangete”(Lc 6,21)
Signore non è facile accogliere il tuo messaggio, vivere la beatitudine di sentirsi ogni giorno spogliato di quanto tu gli avevi dato, privato degli affetti, della salute, del lavoro, della gioia di vivere.
Signore come fai a dire che uno è beato quando piange, quando ha sete, ha fame, è nudo, perseguitato?
Signore ci hai abituato male, ci hai dato di godere dei doni che a piene mani hai distribuito nel creato, nelle persone, nella nostra storia.
Ci hai dato occhi, orecchi, gambe, un corpo per vedere, sentire, toccare, vivere la relazione con tutto ciò che è fuori di noi.
L’abbiamo dato per scontato che la vita fosse questa, Signore.
Affannarsi per godere dei tuoi doni per più tempo possibile, per arraffare ancora più degli altri, per godere di quanto porta al nostro corpo e alla nostra mente piacere e gioia.
Signore tu hai messo ai nostri piedi tutto l’universo, ci hai dato la possibilità di diventarne padroni, di manipolare l’esistente , di corromperlo, di farne ciò ciò che ritenevamo buono e giusto per noi e le persone a noi più vicine.
Il concetto di bene non ci era ben chiaro.
Sapevamo che il piacere veniva quando eravamo sazi, quando eravamo oggetto di attenzioni da parte delle persone da cui dipendevamo, quando riuscivamo a prenderci piaceri innocenti dalle occasioni che la vita ci metteva davanti.
Parlo per me e per quelli che come me sono nati sani e in una famiglia sana..
Ma l’amore non è mai sufficiente, l’amore umano è imperfetto e, se quando siamo piccoli ci dobbiamo accontentare e viviamo di quello che ci è dato dai nostri genitori, in quanto dipendiamo da loro, man mano che cresciamo sentiamo il  bisogno di un  cibo più solido , di risposte più profonde, di tempo dedicato a risolvere i problemi che derivano dalla nostra imperizia, dalla nostra ricerca d’identità, di autonomia,
Quelli che sono stati i nostri maestri infallibili, man mano che cresciamo, li vediamo sempre più inadeguati e non ci accontentano più, non soddisfano la nostra sempre più grande fame di verità, di bene, di vita.
I nostri bisogni crescono man mano che diventiamo grandi, come cresce il desiderio di vederli realizzati dalle persone che lo hanno fatto quando eravamo piccoli.
Ora siamo cresciuti, siamo diventati grandi e dobbiamo restituire tutto quello che pensavamo fosse nostro e che spesso abbiamo faticato a conquistare, proteggere, difendere, aumentare.
Tu dici che siamo beati quando piangiamo, quando ci viene a mancare tutto.
Tu solo basti, Signore, ma non è così facile ammetterlo.

“Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore” (Lc 1,47)

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“Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore” (Lc 1,47)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 agosto 2016
O Maria custode della gioia a te mi rivolgo questa mattina, perché io possa ritrovarla e asciugare le lacrime di cui il mio cuore gronda.
La gioia è il distintivo del cristiano, ma forse è la sua croce che il Signore Dio nostro ci ha detto di sollevare per metterci in cammino dietro a lui.
Oggi sono triste, mia Signora, madre mia, amica, infermiera, sorella, sono triste perché come la Maddalena cerco Gesù in un cimitero, nel sepolcro dove sono seppelliti i miei ricordi di un’ infanzia e di una giovinezza che non tornano.
Nel sepolcro cerco la gioia delle scampagnate che facevamo in questo giorno di festa, la gioia dello stare insieme alla famiglia e agli amici, la gioia dei preparativi, la gioia dei giochi e delle risate e del cibo buono che ognuno preparava, la gioia di una libertà lontana dal cemento e dal caos della città, la gioia della spensieratezza e dei canti durante il cammino.
Nel sepolcro cerco le persone che mi furono care un tempo e che non ci sono più, gli amici che hanno preso altre strade, la salute e il vigore delle gambe che non mi faceva arretrare di fronte a percorsi accidentati, difficili, pericolosi.
Oggi cerco nel posto sbagliato ciò che mi toglierebbe la tristezza. Mi piacerebbe tra le lacrime sentirmi chiamare per nome come Maria di Magdala e riconoscere la mia GIOIA.
Tu, Maria, non hai dovuto aspettare che tuo figlio risorgesse per sentirti investita di luce e di grazia, per sentirti chiamata per nome e invitata a gioire con e per il tuo Signore.
Come vorrei ascoltare la sua voce e sentirmi il cuore balzare nel petto, questa mattina, mentre tutta la casa è in silenzio e i rumori di fuori giungono ovattati qui in questa strada di periferia e gli uccelli non cantano e il sole trapassa con i suoi raggi la foschia del cielo.
Tutto è fermo, tutto è immobile: forse dormono gli abitanti di questo pianeta o sono partiti presto per fare le scampagnate.
Sento solo il mio cuore stretto in una morsa mortale, mentre le parole del magnificat fanno fatica a farsi largo nell’angusto spazio del presente inaccettabile.
Ti prego mia Signora, aiutami a gioire con te, aiutami a vivere questo momento di solitudine, di abbandono, di tristezza senza fine con il tuo entusiasmo, la tua fede, la tua umiltà.
Aiutami madre a ritrovare l’amore dell’anima mia, senza stancarmi, senza scoraggiarmi, aiutami a vedere nella croce la luce che si sprigiona dalla gioia di essere amati, salvati, redenti, scelti da nostro Signore Gesù.
Maria tu che hai creduto alle promesse del Signore, tu che non hai dubitato mai della sua fedeltà, del suo amore, portami ai suoi piedi, insieme facciamoci inondare da quell’acqua e quel sangue che ridanno vita alle ossa inaridite, ai cuori di pietra, raccontami la storia vera del tuo fidanzamento, la storia di un amore che coronato in cielo ogni giorno feconda la terra. Aiutami a dire come Giacobbe: ” Il Signore è qui e non lo sapevo!”
“Egli è qui non cercatelo nelle chiese” vorrei esclamare oggi che non posso andare a Messa, oggi che le lacrime mi impediscono di vedere “gli scintillanti”, schegge di luce che si immillano sulle onde increspate del mare al mattino, quando il sole vi posa i suoi raggi, la luce del tuo sguardo quando il Creatore ti comunicò il Suo amore rendendoti madre e Sposa del Figlio.

” Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore.” (Sal 118)

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” Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore.” (Sal 118)
Se non ci fossi tu a rassicurarmi Signore scapperei dalla paura, tornerei indietro, mi nasconderei e mi lascerei morire, dimenticata da tutti.
Se non ci fossi tu Signore che mi dai ogni giorno una parola di speranza, mi ricordi quanto hai fatto per i tuoi figli in generale e per ognuno in particolare, se non ci fossi Signore bisognerebbe inventarti, in tutto uguale a te, cosa per noi uomini difficile se non impossibile.
Con il tuo aiuto Signore impariamo a riconoscere i veri bisogni, impariamo a parlare con te e a chiederti ciò che tu vuoi, che è buono per noi, impariamo a fidarci perchè mai ci hai fatto mancare il pane, la parola di vita, necessario viatico per godere dei beni promessi.
Ti ringrazio Signore perchè mi hai fatto rientrare nel tuo utero di padre e di madre, nel tuo utero accogliente e sicuro, nella tua casa dove niente manca per realizzare il tuo progetto d’amore e godere della tua eredità.
Grazie Signore di questa progressiva infanzia spirituale, di questa fiducia che aumenta ogni giorno di più nei confronti di te che ti prendi cura di me.
Tu non fai come faceva mia madre quando ero in panne, dicendomi” Arrangiati!” parole che mi hanno condizionato tutta la vita, perchè ho dovuto imparare un arte che mi serviva per non soccombere agli inevitabili ostacoli della vita, ma che hanno alimentato e rafforzato l’orgoglio e l’autosufficienza fino a pensare che potevo fare a meno di tutti.
Tu conosci la mia storia Signore, conosci quante insidie si nascondono dietro la corsa, lo sforzo per conquistare l’autonomia, l’autosufficienza, per poter bastare a me stessa, senza dire grazie a nessuno. Tu sai Signore quanto è stato duro il cammino nel deserto che mi costruivo intorno e che si allargava sempre più a dismisura, man mano che raggiungevo da sola il trofeo del ” ci sono riuscita!”,un deserto che ha allontanato da me le voci degli uomini, mi ha chiuso le orecchie e gli occhi a ciò che stava fuori e ciò che dentro senza accorgermene nascondevo e mettevo a tacere.
Spesso ho pensato di essere nata grande, di non aver mai avuto il diritto di stare nelle braccia di qualcuno, tanto meno nelle tue braccia, perchè le pecore madri tu non le metti sopra le spalle come gli agnellini appena nati.
Ho pensato che il mio destino era segnato, da quando sono nata in una famiglia numerosa con tanti fratelli da accudire, essendo la più grande.
Mamma lavorava e si fidava di me, completamente, si appoggiava a me per essere aiutata a gestire la casa, il lavoro, i figli in un tempo in cui i problemi dell’assistenza ai più deboli si risolvevano in famiglia.
Questa scuola mi ha tanto fortificato da pensare che a me tutto era possibile, che per ogni problema sapevo trovare la soluzione, che tutto questo potevo insegnarlo anche agli altri.
Per questo sono diventata insegnante di metodo, più che di discipline.
Ho fatto tanta fatica Signore per diventare grande, autonoma, autosufficiente, brava agli occhi degli altri, impeccabile, contorsionista, prestigiatore, pagliaccio, tutto per rimanere al centro del palcoscenico in attesa di appllausi.
Poi il teatro si è svuotato, le luci si sono spente e io sono rimasta sola con un pugno di mosche, fumo che non riusciva a coprire le mie vergogne.
Mi sono sempre paragonata ad un titano e ne ero fiera, e quello che più mi ispirava era Prometeo perchè aveva osato rubare il fuoco al suo dio e ne era fiero anche se ne aveva subito un’irreversibile condanna.
Il suo cuore, divorato la notte da un animale rapace, di giorno ricresceva più rosso che mai e questo era il suo e mio vanto.
Poi ti ho incontrato, nel deserto, e a te ho rivolto parole, le prime dopo anni di solitudine, parole che oggi mi sembrano blasfeme, vedendo in te uno come me, uno che soffriva, uno con cui potevo parlare alla pari, condividere il mio dolore, la mia solitudine, la mia disperazione che era anche la tua.
“Pure tu!” esclamai,” pure tu!”
Chissà perchè mi venne da dire così, quando c’era tanta gente che soffriva e moriva. “Pure tu!”
Avevo trovato qualcuno a cui non dovevo dare consigli, suggerire soluzioni, ma qualcuno con cui condividere l’impotenza, il dolore, l’abbandono, la morte.
Anche se stavi attaccato ad una croce che mi sovrastava ed era molto più grande di me, pure ricordo che il mio parlare con te fu come con un compagno di viaggio, alla pari, un uomo che forse poteva insegnarmi qualcosa e aiutarmi ad uscire dal mio deserto.
Da quel giorno, non ho smesso di ascoltare la tua voce o Signore che mi arrivava più distinta man mano che scendevo da quel piedistallo che mi faceva sentire pari a te.
Ora sono ai tuoi piedi Signoere e mi sento piccola, tanto piccola, incapace anche di camminare.
Ora non mi sento di dare consigli a nessuno, ma di mettermi in ascolto di quello che tu mi dici.
Voglio diventare ancora più piccola Signore, un granello di senapa, invisibile quasi, voglio essere l’ultima nata del tuo gregge per avere la speranza di un abbraccio, di un bacio, di una carezza, di un latte non inquinato, preso alla fonte delle tue mammelle, tanto piccola da rientrare nel tuo utero dove nè bombe, nè soldati, nè paure, nè sfollamenti, attentino alla mia sicurezza.
Sì Signore voglio essere la tua piccola bimba, la tua consolazione, il tuo gioco, il tuo diletto, la delizia dell’anima tua.
Aiutami Signore a non crescere in sapienza e intelligenza, ma a vivere nella fiducia tenera e costante nel mio creatore e salvatore .
Oggi voglio vivere l’ebbrezza, la gioia di essere portata in braccio, sicura di non cadere mentre sento il tuo cuore pulsare sul mio