Perseveranza

“Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”(Lc 18,8)


Sono qui a meditare su cosa risponderti Signore.
Ti sei incarnato, sei stato perseguitato e crocifisso per noi. Non posso pensare che ti sei affaticato invano.
Se noi uomini siamo facili allo scoraggiamento, quando vediamo che i nostri sforzi non approdano a nulla, tu il problema non te lo dovresti neanche porre, perchè sei Dio e non permetteresti il male se non per ricavarne un bene.
Lo so che siamo testardi, egoisti e dalla memoria corta, lo so che tenere le braccia alzate come fece Mosè non è facile, specie se non hai nessuno a fianco che ti allevi la fatica.
A volte la solitudine ci schiaccia, la prova si prolunga nel tempo e tu sembri sordo alle nostre suppliche.
Tante volte mi è successo di essere stanca di pregarti, non per togliermi la spina nel fianco ma per percepirti vicino, accanto, per non sentirmi sola ad affrontare battaglie poderose, flutti di morte, tempeste sconvolgenti.
Il tuo silenzio ha generato un desiderio ancora più grande di te, la sete aumenta quando la fonte non la vedi, anche se è vicina.

“Si diventa eredi per la fede.”(Rm 4,16)

Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXVIII settimana del Tempo Ordinario

“Si diventa eredi per la fede.”(Rm 4,16)

Fede vuol dire fiducia.
In chi?
In Dio ci verrebbe da rispondere.
Ma quale Dio?
L’uomo da sempre ha riconosciuto la dipendenza, l’autorità, la superiorità di forze, persone superiori da temere e a cui sacrificare.
Il Dio creatore, Dio all’origine di tutte le cose unico è proprio dei popoli del libro: ebrei, musulmani e cristiani.
I popoli del libro.
C’è qualcosa che accomuna chi crede: la rivelazione di Dio attraverso la storia.
E questa è una cosa bellissima.
Un Dio che si preoccupa dell’uomo, che non pensa a se stesso, ma al bene dei suoi figli, un Dio che accompagna il suo popolo dandogli parole di speranza e di vita.
Un Dio da temere è quello dell’Antico Testamento, perché grande è la sua ira per quelli che non l’ascoltano.
Un Dio geloso delle sue creature, che ama in modo speciale le persone che si è scelto e solo a quelle riserba misericordia e amore.
Gesù è venuto a mostrarci il vero volto di Dio: l’amore.
Gesù è venuto a lasciarci lo Spirito di Dio.
Gesù è il postino, e colui a cui il Padre ha affidato il compito di mostrare la suprema armonia che regna nel cielo e che desidera estendere su questa terra.
Gesù che porta i doni è stato ribattezzato Babbo Natale ma a me viene da pensare che e più giusto chiamarlo Babbo Pasquale, perché il dono è operante solo nella Pasqua del Signore, quando il passaggio su questa terra è compiuto.
Gesù questo dono non ha aspettato di morire o di salire al cielo per lasciarne trapelare la luce, la straordinaria bellezza, la novità assoluta.
È un pacco bucato quello che ci ha consegnato Gesù sotto la croce, il Suo Corpo che non è a tenuta stagna, per cui pian piano che le gocce di sangue e acqua toccano terra danno vita ai semi sparsi sul suo percorso.
Aiutiamoli a crescere con il suo aiuto senza preoccuparci di quello che diremo e come lo diremo perché lo Spirito di Dio ci suggerirà ogni cosa al momento opportuno.
Gesù è venuto a mostrarci la relazione che lo unisce al Padre.
L’amore del figlio è la risposta all’amore del Padre.
In questa famiglia celeste non esiste nulla che sia pensato e che non venga all’esistenza.
Così se il padre ama il figlio il figlio il padre, il loro amore diventa una persona.
Lo Spirito Santo.
Come potrebbe chiamarsi Padre un dio senza figli?.
Un Dio solo è un Dio triste, ha bisogno di un tu che gli risponda.
Dio parla e la sua parola diventa, è, una persona.
Il Verbo
Ecco il figlio.
Tutto questo accade perché nella natura del padre c’è una forza insopprimibile, un’esigenza fondamentale che è quella di relazione.
Un Dio che non si relaziona è destinato a morire per autocombustione.
Perché la vita viene dalla relazione di un io e un tu da cui può nascere la vita.
Lo Spirito Santo è il dono che Gesù ci ha lasciato.
E il regalo di Pasqua.
Oggi il Vangelo ci parla di un peccato inescusabile..
La bestemmia contro lo Spirito Santo.
La bestemmia non è tanto rifiutare, rinnegare Dio padre o Dio figlio, quanto negare il dono, rifiutare il regalo che Dio attraverso il Figlio ci ha fatto per ridonarci la vita, renderci immortali.
Negare l’amore di Dio che si manifesta attraverso i Sacramenti, negare che Dio ci perdona, non credere nella misericordia di Dio. porta alla morte.
Giuda andò ad impiccarsi perché non credette alla misericordia di Dio.
Il più grande peccato, inescusabile, è non accogliere l’amore di Dio.
Gesù dice che possiamo rinnegarlo, come possiamo rinnegare il Padre, ma non possiamo rinnegare lo Spirito perché è l’unica fonte di vita.
Per questo la bestemmia contro lo Spirito è imperdonabile, non perché Dio sia cattivo, ma perché l’uomo deliberatamente sceglie di non vivere, di separarsi dalla fonte della vita, dalla luce che lo fa risplendere, come fece Satana quando decise che poteva fare a meno di Dio, separandosi a lui.
La divisione, la rottura del rapporto è conseguenza di una bestemmia contro lo Spirito.

Signore grazie perché mi hai fatto uscire dalla solitudine e mi hai fatto entrare nella tua casa che è casa di luce, di gioia, casa sempre in festa.
Grazie Signore perché ho tanto desiderato tornare a casa quando ero piccola e sognavo sempre la luce, lo spazio, la libertà che vi si godeva nel giardino dove abitava la mia famiglia, dove potevo giocare con i miei fratelli, dove i disegni sui muri, il glicine, la casetta di nonna Annina e nonno Giustino, la vigilanza delle zie tali per amore e non per legami di sangue, i fiori delle aiuole,i nascondigli e il pozzo pieno di mistero, pericolo e attrazione, il cancello mai chiuso con il catenaccio aperto ad ogni visitatore o pellegrino, il carretto dei nonni, la fatica e la gioia, il pianto e le risate, la vita che pulsava in ogni più piccola fibra di quel luogo del cuore e della fantasia.
Grazie Signore perché oggi ho capito il motivo per cui ho avuto sempre tanta nostalgia e desiderio di tornare in quel luogo.
La la vita scorreva tra le persone e le cose e te che le mettevi in relazione.
Il tuo Spirito li era presente, anche se in modo imperfetto, perchè tutti si volevano bene.
Oggi che nulla di quanto desideravo e mi rendeva felice è sopravvissuto nel tempo, sento che finalmente sono tornata a casa, nella casa della mia famiglia d’origine, la casa dove tu ti prendi cura di tutti i tuoi figli attraverso l’Amore che unisce il cielo alla terra.

“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXIV settimana del TO

“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Quante battaglie, quanti sacrifici, quante veglie, quanti scontri, quanti sforzi per cose che non contano Signore!
Passiamo la vita a rincorrere miraggi, a cercare di raggiungere obbiettivi che non ci danno quello che ci aspettavamo e così ci deprimiamo o ci arrabbiamo, certo non stiamo bene, perché vorremmo che i nostri sforzi fossero premiati o almeno riconosciuti.
E invece neanche questo accade e, se qualcosa che ci piace, accade davvero, dopo un impegno prolungato nel tempo e tanta perseveranza, accanimento, sopportazione dei sacrifici, pure non riusciamo a godere del frutto dei nostri sforzi solo per un breve o brevissimo lasso di tempo.
Quando le battaglie non sono buone ad aspettarci c’è il vuoto che si apre dopo che non abbiamo più niente per cui lottare e quello che abbiamo conquistato lo abbiamo balordamente sciupato e disperso.
Come neve al sole si scioglie ciò che stringiamo tra le mani se non ha in sè il riflesso della luce di un amore più grande, un amore che garantisce la durata di ogni nostro sforzo, un amore che ci chiarifica il desiderio sì da farci desiderare ciò che ti è più gradito perchè fa bene a noi, non a te.
Tu Signore non hai bisogno di niente, nè delle nostre preghiere, nè dei nostri sacrifici, nè di rosari, nè di processioni.
Non saresti Dio se ti mancasse qualcosa. Ma tu hai scelto di dare a noi il tuo amore che in te sovrabbonda, un amore incontenibile che ci avrebbe resi felici per sempre.
Tu non hai considerato un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma hai spogliato te stesso, assumendo la condizione di servo perchè fossimo resi capaci di servire, di tornare ad avere un posto importante nel tuo giardino.
La nostra vita dovrebbe essere un rendimento di grazie continuo, perchè tutto viene da te, anche se noi continuiamo a pensare il contrario e a dare alle nostre azioni un valore assoluto.
Tutto dipende da te, la morte e la vita, perchè non ci verrà tolto un capello che tu non voglia o non permetti.
Ci sono tante cose nella mia vita che non sono andate come avrei voluto, ci sono tante situazioni che mi hanno portato a pensare che dovevo difendermi da sola e da sola trovare soluzioni per affrontare il nemico.
Da sola.
Ho pensato che, se riuscivo a trovare vie percorribili meno faticose, vie garantite di felicità sicura non potevo tenermele per me ma dovevo farne partecipi tutti quelli che da soli non ce la facevano.
Mi sono sostituita a te Signore, perchè non ti conoscevo come alleato e consigliere, non sapevo che mi amavi a prescindere, che non dovevo coprirmi, ricorrere ai trucchi più inauditi, agli espedienti più farraginosi e complicati per ingannarti.
Eri allora il mio nemico, così ti pensavo, un dio che sta con il fucile puntato per colpirti in fallo e mandarti all’inferno.
Mi dispiace, e tu sai quanto, non aver capito tante cose da subito, mi dispiace non aver avuto te per amico, mi dispiace aver vissuto così male la mia vita, tanto da ammalare la mente e il corpo.
Ora ci sono dei danni irreversibili a cui nessuno se non tu puoi, se vuoi, porre rimedio, ma ci sono altri danni che con il tuo aiuto potrei limitare, danni del poco amore, di amori sbagliati, colpevoli, amori d’uso, d’interesse, amori che non vengono da te.
Di tutto questo sto pagando le spese nel corpo che porta i segni di una passione non finalizzata alla redenzione di nessuno, ma all’affermazione della mia autonomia, autosufficienza, del mio “fai da te”.
Signore oggi ti chiedo di poter combattere con te la buona battaglia della fede.
Stammi vicino, non abbandonarmi e perdonami quando non faccio ciò che a te piace perchè realizzi il tuo progetto d’amore.
A Maria chiedo di insegnarmi a seguirti come le donne del vangelo che ti affiancavano nell’opera evangelizzatrice, contribuendo anche con i loro beni.
Ad una donna hai dato l’onore e il compito di portarti in grembo e a lei hai consegnato un mandato ancora più oneroso quando a lei hai affidato sulla croce tutti i tuoi figli.
Tua madre, ora tua sposa, continua ad assisterti per portarti ad ogni uomo, perchè ognuno impari a distinguere il bene dal male, la buona dalla cattiva battaglia.
Io sono una combattente, una guerriera, lo sai.
Ho lottato per me e contro di te troppo a lungo.
Aiutami Signore a vivere la fede sentendoti alleato con Maria per portare al mondo la buona novella dell’amore che salva.

FEDE E BAMBINI

SFOGLIANDO IL DIARIO…
11 agosto 2015
martedì della XIX settimana del TO
SANTA CHIARA
ore6.32

” Il Signore cammina egli stesso davanti a te” (Dt 31,8)

Se non ci fossi tu a rassicurarmi Signore scapperei dalla paura, tornerei indietro, mi nasconderei e mi lascerei morire, dimenticata da tutti.
Se non ci fossi tu Signore che mi dai ogni giorno una parola di speranza, mi ricordi quanto hai fatto per i tuoi figli in generale e per ognuno in particolare, se non ci fossi Signore bisognerebbe inventarti, in tutto uguale a te, cosa per noi uomini difficile se non impossibile.
Con il tuo aiuto Signore impariamo a riconoscere i veri bisogni, impariamo a parlare con te e a chiederti ciò che tu vuoi, che è buono per noi, impariamo a fidarci perchè mai ci hai fatto mancare il pane, la parola di vita, necessario viatico per godere dei beni promessi.
Ti ringrazio Signore perchè mi hai fatto rientrare nel tuo utero di padre e di madre, nel tuo utero accogliente e sicuro, nella tua casa dove niente manca per realizzare il tuo progetto d’amore e godere della tua eredità.
Grazie Signore di questa progressiva infanzia spirituale, di questa fiducia che aumenta ogni giorno di più nei confronti di te che ti prendi cura di me.
Tu non fai come faceva mia madre quando ero in panne, dicendomi” Arrangiati!” parole che mi hanno condizionato tutta la vita, perchè ho dovuto imparare un arte che mi serviva per non soccombere agli inevitabili ostacoli della vita, ma che hanno alimentato e rafforzato l’orgoglio e l’autosufficienza fino a pensare che potevo fare a meno di tutti.
Tu conosci la mia storia Signore, conosci quante insidie si nascondono dietro la corsa, lo sforzo per conquistare l’autonomia, l’autosufficienza, per poter bastare a me stessa, senza dire grazie a nessuno.
Tu sai Signore quanto è stato duro il cammino nel deserto che mi costruivo intorno e che si allargava sempre più a dismisura, man mano che raggiungevo da sola il trofeo del ” ci sono riuscita!”, un deserto che ha allontanato da me le voci degli uomini, mi ha chiuso le orecchie e gli occhi a ciò che stava fuori e ciò che dentro, senza accorgermene, nascondevo e mettevo a tacere.
Spesso ho pensato di essere nata grande, di non aver mai avuto il diritto di stare nelle braccia di qualcuno, tanto meno nelle tue braccia, perchè le pecore madri tu non le metti sopra le spalle come gli agnellini appena nati.
Ho pensato che il mio destino era segnato, da quando sono nata in una famiglia numerosa con tanti fratelli da accudire, essendo la più grande.
Mamma lavorava e si fidava di me, completamente, si appoggiava a me per essere aiutata a gestire la casa, il lavoro, i figli in un tempo in cui i problemi dell’assistenza ai più deboli si risolvevano in famiglia.
Questa scuola mi ha tanto fortificato da pensare che a me tutto era possibile, che per ogni problema sapevo trovare la soluzione, che tutto questo potevo insegnarlo anche agli altri.
Per questo sono diventata insegnante di metodo, più che di discipline.
Ho fatto tanta fatica Signore per diventare grande, autonoma, autosufficiente, brava agli occhi degli altri, impeccabile, contorsionista, prestigiatore, pagliaccio, tutto per rimanere al centro del palcoscenico in attesa di applausi.
Poi il teatro si è svuotato, le luci si sono spente e io sono rimasta sola con un pugno di mosche, fumo che non riusciva a coprire le mie vergogne.
Mi sono sempre paragonata ad un titano e ne ero fiera, e quello che più mi ispirava era Prometeo perchè aveva osato rubare il fuoco al suo dio e ne era fiero, anche se ne aveva subito un’irreversibile condanna.
Il suo cuore, divorato la notte da un animale rapace, di giorno ricresceva più rosso che mai, e questo era il suo e mio vanto.
Poi ti ho incontrato, nel deserto, e a te ho rivolto parole, le prime dopo anni di solitudine, parole che oggi mi sembrano blasfeme, vedendo in te uno come me, uno che soffriva, uno con cui potevo parlare alla pari, condividere il mio dolore, la mia solitudine, la mia disperazione che era anche la tua.
“Pure tu!” esclamai,” Pure tu!”
Chissà perchè mi venne da dire così, quando c’era tanta gente che soffriva e moriva. “Pure tu!”
Avevo trovato qualcuno a cui non dovevo dare consigli, suggerire soluzioni, ma qualcuno con cui condividere l’impotenza, il dolore, l’abbandono, la morte.
Anche se stavi attaccato ad una croce che mi sovrastava ed era molto più grande di me, ricordo che il mio parlare con te fu come con un compagno di viaggio, alla pari, un uomo che forse poteva insegnarmi qualcosa e aiutarmi ad uscire dal mio deserto.
Da quel giorno, non ho smesso di ascoltare la tua voce o Signore che mi arrivava più distinta man mano che scendevo da quel piedistallo che mi faceva sentire pari a te.
Ora sono ai tuoi piedi Signore e mi sento piccola, tanto piccola, incapace anche di camminare.
Ora non mi sento di dare consigli a nessuno, ma di mettermi in ascolto di quello che tu mi dici.
Voglio diventare ancora più piccola Signore, un granello di senapa, invisibile quasi, voglio essere l’ultima nata del tuo gregge per avere la speranza di un abbraccio, di un bacio, di una carezza, di un latte non inquinato, preso alla fonte delle tue mammelle, tanto piccola da rientrare nel tuo utero dove nè bombe, nè soldati, nè paure, nè sfollamenti, attentino alla mia sicurezza.
Sì Signore voglio essere la tua piccola bimba, la tua consolazione, il tuo gioco, il tuo diletto, la delizia dell’anima tua.
Aiutami Signore a non crescere in sapienza e intelligenza, ma a vivere nella fiducia tenera e costante nel mio Creatore e Salvatore .
Oggi voglio vivere l’ebbrezza, la gioia di essere portata in braccio, sicura di non cadere mentre sento il tuo cuore pulsare sul mio.

Briciole

SFOGLIANDO IL DIARIO…

7 agosto 2013.
Mercoledì della XVIII settimana del Tempo Ordinario.

“Signore aiutami!” (Mt 15,25)

La cananea ha avuto fiducia in te e, pur essendo forestiera, ha osato chiederti la guarigione della figlia e tu l’hai esaudita.
La donna è ben consapevole che a lei non tocca la parte migliore del pranzo, del banchetto imbandito per i tuoi, quelli che ti sei scelto come primizia, ma si accontenta delle briciole, perché lo Spirito l’ha ispirata.
Le briciole, anche le più piccole, dell’infinito amore che tu nutri per noi, non possono essere divise dal tuo tutto.
Chiederti le briciole Signore è la strada per entrare nel tuo regno, prendere possesso della Terra promessa e ipotecare il futuro nel bene, nell’abbondanza nella pace e nell’amore.
Gli Israeliti, tranne pochi, dopo aver attraversato il deserto, non credettero a quanto era buona la tua mensa, quanti frutti ne avrebbero potuto trarre.
Se solo avessero avuto fiducia nelle tue promesse!
Eppure tu li avevi liberati dalla schiavitù del Faraone e avevi fatto tanti prodigi sconvolgendo l’ordine e le leggi naturali.
Ma noi siamo un popolo di dura cervice e facili a dimenticare i tuoi benefici.
Per tua grazia Signore non hai permesso che la nostalgia degli “scintillanti”(schegge di luce che il mare increspato, accarezzato dal sole del mattino, immilla, innalzando l’anima a te) spegnesse in me il desiderio di rientrare nella tua terra, nella tua casa.
Con questo caldo gli insetti hanno danneggiato seriamente tutto quello che con amore, con passione avevo coltivato per imparare l’arte del contadino, per gustare ogni mattino la meraviglia dell’inizio, lo sbocciare di un nuovo fiore, lo spuntare di nuove e tenere foglie, l’allungarsi degli steli e dei rami che pendevano lussureggianti dalle fioriere del balcone variopinto.
Ogni mattina in cuor mio ti lodavo, ti benedicevo e ti ringraziavo per la vita che continuavi a profondere a piene mani attraverso la parabola della natura che mi circondava e che mi parlava di te.
Gli altri anni di questi tempi avevo dato forfait e mi ero arresa, delusa e senza speranza per le piante che mi morivano sotto gli occhi, quelle piante che provvedevo a innaffiare dopo che le avevo ricevute in regalo.
Quest’anno ho voluto comprare piante commestibili per utilizzare il sole e lo spazio del balcone rimasto senza tendone per nostra incuria, ma anche per mancanza di soldi e per mancanza di amici da invitarvi, la sera dei giorni caldi.
Qualcosa è ancora vivo, ma devo imparare tanto per coltivare piante commestibili.
Non ho smesso al mattino lodarti, benedirti e ringraziarti per la trepidante bellezza della natura, della terra che ci hai donato di ammirare, custodire, amare, coltivare e trarne frutti.
Così gli Israeliti per la loro incredulità furono condannati a vagare altri 40 anni nel deserto e a morirvi senza entrare nella Terra promessa ad eccezione di Giosuè e di Caleb.
Certo che credere senza vedere è difficile Signore.
Pensare che quello che prometti è vero, è buono, è bello, ma anche raggiungibile è Grazia, frutto della nostalgia, del ricordo di tanti i tuoi benefici, custoditi nel sacco dei ricordi.
È per questo che ieri,in un momento di sfiducia, sono venuta da te a messa alle 7:00, e per questo ho sentito forte il desiderio di quella terra che avevo perso.
Così mi sono riconciliata con te Signore.
C’era padre Dino che mi ha accolto con un sorriso.
Eri tu che mi stavi aspettando, lo so, perché poi non mi hai negato quel pane di cui non mi sentivo degna e che era stato riposto nel tabernacolo, perché la messa era finita.
Per te mai finisce la messa, quando un cuore sincero ti cerca e io ti lodo ti benedico e ti ringrazio perché hai mutato il mio lamento in danza e mi hai abbracciato e mi hai fatto sentire quanto è grande il tuo amore per me.
Signore grazie di tutto e per tutto e a te Maria un grazie particolare perché mi hai portato il tuo e ora nostro Gesù.

Dono e perdono

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della III settimana di Pasqua

“Signore non imputare loro questo peccato” (At 7,60)

Stefano così conclude la sua preghiera prima di essere ucciso.
Come Gesù dona il perdono ai suoi aguzzini, il dono più grande che uno possa fare a chi ti sta uccidendo.
La folla a Gesù chiede un segno per credergli, ricordando la manna piovuta dal cielo nel deserto.
Nè la manna, nè Mosè il mediatore sono importanti per placare la nostra fame, ma Colui che manda a noi ciò che ci serve per vivere.
Gesù in questo discorso di autorivelazione dice che discende dal cielo, Dio in persona che si offre come pane di vita eterna.
Ma cosa può convincerci che Gesù è l’unico pane del quale abbiamo bisogno per non morire?
Ieri in Gv 6,29 abbiamo letto:”Questa è l’opera di Dio:credere in colui che egli ha mandato”.
La fede è quindi è il segno che ci dà il pane di vita.
Attraverso la fede riconosciamo che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio Gesù per il riscatto dei nostri peccati.
Con il Battesimo il perdono di Dio, il super-dono ci viene dato attraverso l’innesto in Cristo, diventando a tutti gli effetti suoi famigliari, figli adottivi, fratelli in Gesù.
Nella sua casa non può mai mancare nè cibo nè bevanda, ma tutto concorre al bene di quelli che lo amano e che si sentono amati da Lui.
Il pane del perdono è ciò che ci garantisce il paradiso.

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

MEDITAZIONE sulla liturgia di
sabato della II settimana del tempo di Pasqua
18 aprile 2015
ore 6.45
letture: At 6,1-7; Salmo 32; Gv 6, 16-21
“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)
Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto che attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara, perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sono riappisolata mentre ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te.