SACRATISSIMO CUORE DI GESU

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“Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. “(Gv19,34)
Chi parla è Giovanni, l’unico dei discepoli che stava sotto la croce e che ha assistito all’ennesimo e ultimo atto blasfemo.
Lui ha visto sgorgare dal costato di Cristo sangue e acqua e se si fosse fermato a quello scempio sicuramente non avremmo la perla preziosa del suo vangelo.
Già perchè per capire quello che vediamo, tocchiamo, sentiamo, abbiamo bisogno di sperimentarne le conseguenze.
In genere ci fermiamo al negativo delle situazioni, ci piace dimorare in un cimitero cercando tra i morti colui che è vivo.
Quante volte ci capita di ricordare solo gli eventi brutti della nostra vita e ce ne serviamo per lamentarci e per convalidare la tesi che siamo sfortunati, che capitano tutte a noi, che la felicità è appannaggio dei furbi e dei raccomandati.
Se penso alle trenate della mia vita non riesco neanche a contarle.
Mia madre mi diceva sempre che io ricordavo sempre le cose brutte e trascuravo le belle.
Ma a me quelle cose brutte avevano chiuso gli occhi e il cuore al bello, all’utile, al vero.
Ricordo che quando cominciai percorso durato 11 anni, per guarire dalle crisi di panico, al terapeuta dissi che io mio padre non l’avevo mai visto perchè non avevo vissuto con lui.
A malapena ricordavo la faccia sorridente in una fotografia che lo ritraeva giovane con mamma e la mia sorella più piccola al mare.
Solo dopo aver ripescato i documenti scolastici ho con la mente preso coscienza che mi sbagliavo e che fisicamente ho vissuto con lui tantissimi anni, da quando ci dettero una casa dove tutta la famiglia potè vivere riunita. Avevo 7 anni.
Solo d’estate la famiglia si riuniva a casa dei nonni, perchè mamma che faceva la maestra poteva occuparsi di noi, affidati durante l’anno, a parenti vicini e lontani.
Mio padre era ferroviere e lavorava di notte. Il giorno dormiva e noi dovevamo stare zitti, muoverci piano e non fare rumore.
Penso al rapporto con mio padre come una parabola del mio rapporto con Dio.
Anche se non lo vedevo lui si preoccupava di me e non si risparmiava per non farci mancare nulla.
Ma di questo ho preso coscienza pian piano che gli anni passavano e la malattia sua e mia testava l’amore.
Papà, andato in pensione per via del suo cuore malato, divenne il cuore pulsante dell’intera famiglia allargata a generi, nuore e nipotini.
Ma le cose belle che mi vennero da lui, ora che è tornato nel giardino che Dio gli aveva assegnato, le vedo e le gusto adesso e me ne nutro, perchè i frutti dei suoi insegnamenti sono frutti di amore condiviso con tutte le persone a lui affidate, lui che rimase orfano di padre ad un anno di vita.
Oggi è la festa del Sacro Cuore di Gesù, un cuore amante, un utero accogliente dal quale prendiamo vita.
Il sangue e l’acqua sono gli elementi che caratterizzano la nascita di ogni bambino. Se non si rompono le acque, non possiamo venire alla luce.
Così Gesù ci ha dato la vita morendo, riversando sulla sua chiesa gli elementi primordiali perchè la terra diventi un giardino in cui vivere, sperare, crescere nella gioia di essere amati a prescindere.
Lui provvederà ancora e per sempre a darci concime e nutrimento perchè diventiamo alberi che danno frutti di eternità.
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“Il Signore è mio sostegno, mi ha liberato e mi ha portato al largo, è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).

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“Il Signore è mio sostegno,offerta
mi ha liberato e mi ha portato al largo,
è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).
Come vorrei Signore poter dire con fermezza e certezza di non essere smentita che tu sei il Signore!
Quanta fatica ad accettare la prova, a non vedere, non toccare, non capire la via della salvezza!
L’angoscia diventa la tua padrona quando il corpo geme e le tue mani sono legate e i tuoi piedi e la testa e il cuore.
Solo la bocca va ripetendo i tuoi insegnamenti e ti loda con una preghiera violenta, senz’anima, nella speranza che tu ti muova a compassione e mi tenda la mano e mi dica” Coraggio, sono io, non avere paura!”
Quando dormi nella barca e le onde si fanno più minacciose vorremmo vederti all’opera, rimboccarti la veste, usare le mani e darci istruzioni per non affogare.
Quante volte mio Dio sei venuto in mio aiuto ed è bastata una sola parola, un’anelito dell’anima, quante volte sei venuto senza che me ne accorgessi, all’improvviso e mi hai aiutato a superare indenne l’abisso che mi si parava dinanzi.
Ora sempre più spesso, man mano che avanzo su questo sacro monte il tuo aiuto si fa attendere e io mi smarrisco e ho paura.
Signore ti offro la mia paura, la paura che fu di mia madre e che non capii fino a quando non la sperimentai sulla mia persona per 11 anni consecutivi, paura senza te da invocare, benedire o maledire, senza nessuno con cui relazionarmi nel bene e nel male.
La solitudine che mi schiacciava inconsapevolmente portava a te che sei un Dio di comunione, di condivisione, di amore.
Tu Signore hai riempito il vuoto dell’attesa, lo strazio delle ferite, l’angoscia dell’anima.
Tu Signore solo puoi traghettarmi nel tuo oltre, nel giardino che ci donasti quando ci hai creato e ridonato quando ci hai ripreso dall’inferno in cui eravamo piombati.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, e noi stiamo sperimentando quanto sia vera questa affermazione che un tempo mi sembrava priva di ogni fondamento e sostanzialmente ingiusta.
Siamo abituati a guardare fuori di noi e a puntare il dito su tutto quello che gli altri fanno di sbagliato ma facciamo una fatica immane a riconoscere le nostre colpe e a fermare il male che come una valanga si ingrandisce man mano che avanza.
Pietà di noi Signore, contro di te abbiamo peccato, nel peccato mi ha generato mia madre..” Parole fino a poco tempo fa incomprensibili, perchè non vedevo la connessione tra il prima e il dopo, tra le buone o cattive abitudini che si ereditano volenti o nolenti.
E’ strano come sia chiaro e scontato applicare il principio dell’ereditarietà quando si tratta di caratteri somatici, di predisposizioni a certe malattie, di attitudini mentre è inammissibile quando si tratta di cattive abitudini, di uso colpevole, distorto di beni che non ci appartengono.
Ma ciò che più condiziona la nostra vita è l’incapacità di finalizzare le nostre azioni al bene comune.
Tu sei venuto Signore a dirci tutte queste cose che solo ora sto capendo quanto siano vere.
Da soli non ce la faremmo mai Signore a disboscare una terra incolta da tanti anni, a fare ordine nella nostra casa dove abbiamo ammassato ogni sorta di cose.
Da soli Signore saremmo persi, perchè il tuo e nostro nemico fa di tutto per confonderci le idee e attttirarci con soluzioni a buon mercato.
Da soli non possiamo fare nulla, Signore, perchè grande è la nostra colpa e nella colpa siamo stati generati.
Ma tu Signore, Dio di amore, compassionevole, lento all’ira e ricco di compassione ci hai dato tutto, ma proprio tutto quello che ti apparteneva.
Ci hai dato prima di tutto una madre, Tua madre, perchè ci parlasse di te, ci ricordasse tutto quello che tu hai detto e fatto, intimamente unita attraverso lo Spirito a te, ci hai dato i tuoi angeli che ci custodiscono e ci spianano la strada, ci hai dato i tuoi santi esempio di vita vera e feconda, ci hai dato il tuo Spirito Signore per trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne, perchè uscissimo dai nostri seplcri e tornassimo a vivere nel tuo giardino.
Come è bella la primavera quando i fiori si schiudono e l’erba cresce e gli alberi si rimpolpano di foglie e tutto ci sorride.
Dovrebbe durare sempre la primavera, perchè il cuore si apre alla speranza della vita che si rinnova.
Fa che rimaniamo ancorati alla tua parola, nella certezza che il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.

(Mt 11,25) Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno  

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(Mt 11,25)
“Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
E’ una corsa al massacro e sono pochi quelli che si rassegnano a rimanere nella condizione di ultimi, piccoli, disprezzati, giudicati non ok per la nostra società che mette in palio sempre troppo pochi posti per sperare di farcela.
E’ una lotta che contraddistingue le nostre relazioni perchè nessuno vuole sentirsi da meno rispetto agli altri, anche se si fa quotidianamente esperienza di fallimento perchè i sapienti, i bravi conoscono tutti i trucchi per raggiungere l’ambito obiettivo.
Quando poi ci capita una pagina del vangelo che contrasta vistosamente con ciò che ci hanno insegnato e che la società pretende da noi, rimaniamo spiazzati e non comprendiamo.
Ho sempre pensato che la Parola di Dio era rivolta ai semplici, a quelli che madre natura non ha dotato di cervello e l’ho snobbata per tanto tempo.
Del resto se si ragiona con il cervello come si fa a dar ragione a Gesù?
E io ero, e ancora lo sono un po’, donna di cervello, come si suol dire, donna per cui due più due fa quattro e tutto si spiega con la ragione, cosa di cui mi sono sempre gloriata.
Al cuore non ho mai pensato come sede di sentimenti, come terzo occhio, come custode delle verità più profonde.
I bambini ci insegnano il vangelo, ci definiscono categorie nuove, ci mettono davanti un altro modo per guardare il mondo e le cose.
Nelle catechesi prebattesimali siamo soliti dire questo portando ad esempio la nostra esperienza di nonni a cui Dio ha dato la possibilità di fare gli esami di riparazione con due splendidi libri di carne, i nostri nipotini.
E non è a dire che non ci avesse fornito del materiale necessario quando eravamo giovani sposi, visto che dopo un anno di matrimonio nacque il nostro primo e rimasto unico figlio.
Ma noi, per le vicende della vita ma soprattutto per le nostre abitudini a guardare quello che non c’è e non a ringraziare per quello che c’è, abbiamo slittato lo sguardo sempre lontano dal dono che ci era stato recapitato.
Non mi sono mai fermata a giocare con mio figlio nè ho guardato il mondo con i suoi occhi nel poco tempo che mi era concesso di stare con lui.
Mi dispiace che la malattia, subentrata con la sua venuta al mondo, sia stata un ostacolo per godere del dono.
Ho cercato lontano ciò che Dio continuava a mettermi vicino.
Ecco perchè le mie frequentazioni non sono state con i piccoli ma con i migliori che mi potevo comprare con il denaro che allora non ci mancava.
Dovevamo sperimentare i limiti di certi nomi, grandezze e specializzazioni, per tornare a valle con le pive nel sacco e tanti problemi irrisolti.
E nel silenzio, nell’angoscia e nel buio di tanti sconvolgimenti, ecco spuntare il germoglio, i germogli su piante ormai inaridite, piante incapaci di dare frutto.
Si può diventare fecondi e felici quando lo stato e la vita e il mondo ti hanno messo da parte, ti hanno cancellato praticamente dai loro registri?
Questi piccoli libri di carne, cresciuti nelle nostre mani perchè illuminati e alimentati dall’amore di Dio a cui avevamo permesso di penetrare e permeare i nostri cuori sono diventati la nostra bibbia, il nostro catechismo, la chiave per entrare nel mistero del regno, nel significato delle parabole.
Le loro domande sono diventate le nostre domande, i loro bisogni, i nostri bisogni, nostri i loro confusi balbettii.
Con loro ho imparato a guardare nel cielo le stelle e i fiori nei prati e sugli alberi gli uccelli e le formiche nelle piccole buche.
Ho imparato a piangere e ridere con loro per cose piccole e grandi, a fidarmi senza pregiudizi e paure di tutto ciò che la vita mi metteva davanti.

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)
Questa l’accusa che viene fatta a Paolo e che lo porterà a morire per averne testimoniato la resurrezione contro tutti e contro tutto.
Ma come si fa a testimoniare che Gesù è vivo, che è risorto, che cammina con noi e che non dobbiamo temere qualunque cosa ci accada?
Cosa fa la differenza tra chi crede e chi non crede?.
Credere nasce da un esperienza, da un incontro che ci icambia la vita, da un innamoramento che ti prende e ti porta lì dove non volano neanche le aquile tanto è alto, lontano dal comune sentire.
Bisogna essere veramente innamorati per affrontare la persecuzione, la morte senza battere ciglio, cantando e glorificando il Signore per le meraviglie del suo amore.
Certo che i martiri, a guardarli con occhi disincantati con i sillogismi del mondo, sono degli esaltati, dei pazzi che mettono a repentaglio la propria vita e si fanno uccidere per dimostrare la verità che portano dentro, per non rinnegarla, verità a dir poco discutibili.
Mi viene da pensare che anche i terroristi dell’Isis non hanno paura di farsi esplodere e di morire pur di portare a compimento la loro missione devastatrice.
La morte affrontata senza paura non è la discriminante per convincere che hai ragione. Dai frutti li riconoscerete, dice Gesù.
Se il frutto della morte è l’amore, l’amore ne è anche il motore, l’ispiratore, la pianta da cui è nato. Se è l’odio è il demonio, il divisore che ne tiene le fila.
Gesù nella sua terza apparizione risorto non a caso chiede a Pietro se lo ama prima di affidargli la guida del gregge.
L’amore di Pietro è ancora imperfetto, ma Gesù non si formalizza.
Per seguire Gesù è necessario prendere la nostra croce, il nostro piccolo pezzo di legno, le nostre braccia rattrappite, il nostro piccolo amore e fidarsi di Lui.
Quando lo Spirito scenderà sulla Chiesa diventeremo capaci di abbracci se avremo unito il nostro corpo a quello di Cristo.
La nostra capacità di amare diventerà in Lui con Lui e per Lui feconda e renderà presente il Signore ogni volta che riusciremo a dire “Mi fido di te” .

“Il Signore li travolse in mezzo al mare” (Es 24-27)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
 
“Il Signore li travolse in mezzo al mare” (Es 24-27)
Sto aspettando Signore che tu travolga i miei nemici in mezzo al mare, vieni presto non tardare!
Sono certa che tu mi libererai Signore, ma le forze sono allo stremo e il tempo dell’attesa si sta facendo insopportbile e io ho paura di non farcela.
I nemici mi inseguono, si sono accampati talmente vicini che sento il loro fiato addosso.
Del mio corpo stanno facendo scempio, si dividono tutte le mie ossa. Signore ti prego, non permettere che il tuo santo veda la corruzione, che i miei occhi si spengano senza aver visto la tua vittoria, che la mia bocca sia cucita con lacci di morte sì che non posa lodare il tuo nome e cantare le tue meraviglie.
A che serve che mi hai salvato durante le battaglie, i pericoli, le catastrofi di questa vita se triste me ne vado dalla tera dei viventi?
A che giova che sei stato il mio aiuto se ora che ne ho più bisogno non sento il tuo sguardo posato su di me, non vedo la tua compassione, te che ti chini e mi fasci le ferite e mi prendi in braccio e mi consoli, a che serve se oggi che sono stanca, afflitta da molti mali, incapace di sollevarmi da sola e senza nessun aiuto che non venga dal cielo mi sento abbandonata anche da te e da tua madre, dagli angeli e dai santi che hai messo sul mio cammino per custodirmi e liberarmi dal male con la loro intercessione?
Ho sbagliato tutto Signore?
Non ti ho pregato abbastanza o con lo spirito giusto?
Cosa ti ho fatto Signore perchè non ti muovi a pietà e mi liberi da questo dolore che mi sta logorando non solo il corpo, ma anche il cervello?
La speranza è ridotta ad un flebile lumicino e l’abisso si apre davanti ai miei pasi e le forze mi stanno abbandonando e la situazione diventa sempre più ingestibile.
Perchè sei sordo alle mie preghiere?
Perchè Signore oggi non rispondi al grido della mia supplica?
Finirà anche per me il tempo dell’afflizione, tornerò a cantare le tue lodi nella grande assemblea, racconterò le tue meraviglie a quelli che hanno bisogno di sperare, essendo convincente?
Mi sembra che mi sono affaticata invano Signore, e non riesco a rimanere in equilibrio su questo ponte traballante che tu hai gettato nel mondo perchè ti raggiungessimo e stessimo al sicuro.
Non riesco più neanche a chiederti con fede di porre fine a questo martirio, nè a consegnare la mia volontà nelle tue mani, perchè ho paura di soffrire di più di quanto non soffra, ho paura che a questa si aggiunga un’altra piaga che si aggiunge a tutte quelle che già stanno distruggendo il mio corpo.
Un tempo mi accadeva di vivere momenti di grande difficoltà, prove durissime nella gioia di essere a te unita nel dolore, per la redenzione del mondo.
Un tempo ero grata a te che mi avevi scelta a collaborare al tuo progetto di salvezza e mi bastava, anche se la sofferenza era tanta.
Ma oggi anche questa consolazione non la trovo e tutto mi sembra irreversibilmente doloroso e vano, come vane sono stati tutti i viaggi della speranza, le ricerchè , gli antidoti, gli interventi per far funzionare questo corpo che tu mi hai dato.
Questo corpo ora sembra non essere più in grado di assolvere a qualsiasi funzione vitale, questo corpo ora urla con quanto fiato ha in gola il suo tormento, la sua delusione, la sua disperazione.
Fino a quando Signore permetterai che i miei nemici mi divorino la carne e i muscoli e i tendini e mi spezzino le ossa e mi diano in pasto agli uccelli della morte?
Fino a quando la misura non è colmata Signore?
Quali sono i miei nemici? Dimmelo ti prego!
Io so che tu non vuoi che l’uomo muoia, ma che viva in eterno, so e credo che mi hai creato per amore e mi hai chiamato all’amore, so che di ogni lacrima, di ogni sofferenza tu farai e fai un uso buono per me e per gli altri, lo so ci credo, ma ora, ora, Signore ho bisogno di te.
Mi stai ascoltando?
Maria dove posso trovarti, ora che sento forte il bisogno di una madre che mi assista in questo momento di prova dolorosa?
Io vi cerco, vi invoco, vi supplico, vi chiamo.
Venite presto in mio aiuto, datemi la pace del cuore, almeno quella.
Amem! Amen! Amen!

“Tutto quello che il Padre possiede è mio” (Gv16,15)

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“Tutto quello che il Padre possiede è mio” (Gv16,15)
C’è da chiedersi se a noi interessa questa affermazione di Gesù, se sia finalizzata a glorificare se stesso, a vantarsi delle cose che possiede.
Ma Gesù, se lo abbiamo conosciuto attraverso ciò che ha fatto e detto, se siamo stati attenti ai suoi insegnamenti e abbiamo cercato di metterli in pratica, ci ha mostrato il grande amore che il Padre ha per noi e il desiderio che, attraverso di Lui, possiamo goderne insieme.
Ci sono cose di cui non possiamo portare il peso, per questo ci ha lasciato lo Spirito Santo, facendosi da parte, perchè nella famiglia di Dio ognuno ha un compito per la realizzazione di un progetto condiviso, voluto, concordato.
Ed ecco entrare in scena alla grande, (tra poco sarà Pentecoste) lo Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.
Questo illustre sconosciuto per i più è Colui al quale è affidato il compito di guidarci alla verità tutta intera.
Ma ci interessa conoscere la verità su Gesù Cristo?
Non abbiamo letto abbastanza di Lui frequentando la Chiesa e nutrendoci della Sua Parola?
Sapere chi è Dio penso ci interessi. A riguardo molti filosofi e teologi hanno scritto fiumi di libri.
Pare che la verità sia stata sviscerata e spiegata minuziosamente a noi Cristiani.
Gli Ateniesi non vollero ascoltare oltre il discorso di Paolo, quando parlò di resurrezione.
” Su questo ti sentiremo un’altra volta”
Ci sono cose che non vogliamo capire, non siamo in grado di accettare e per questo le mettiamo da parte.
Gli Ateniesi fermarono Paolo alla parola resurrezione, ma noi dobbiamo andare avanti, perchè la resurrezione è un evento che ci coinvolge e ci apre al mistero di Cristo morto e risorto per noi.
Gesù è risorto per far risorgere anche noi, per darci una nuova vita, una nuova possibilità di godere dei frutti del regno.
Lo Spirito Santo sceso sulla Chiesa ha lo scopo di prendersi cura di noi e di farci diventare ciò per cui siamo stati creati.
Un cuor solo, un’anima sola innestati in Cristo, capaci di fare cose più grandi di Lui nella consapevolezza che tutto ciò che è del Padre è anche nostro.
La vita di Dio in noi è la linfa che ci rende immortali, che ci dona uno spirito di sapienza e di intelligenza, di amore e di timor di Dio.
Mio Dio quanto sei grande! Quanto grandi lebtue opere!
Fin dal seno materno mi hai chiamato a succhiare il tuo latte, a nutrirmi della tua bellezza, della tua forza, della tua grazia.
Io non sapevo di essere così importante per te e mi nascondevo e mi coprivo perchè volevo sfuggire al tuo sguardo inquisitore.
Sono vissuta nella paura che tu ti vendicassi di tante mie inadempienze e ho vissuto il panico di rimanere sola per tantissimi anni.
Ora ti ho trovato mio amore e mia consolazione, mia gioia, mio tutto.
Eri nella fame insaziabile che ha connotato la mia giovinezza, nel silenzio di tante giornate vissute nella dimenticanza, nell’assenza e nell’abbandono da parte delle persone più care, ti nascondevi, mio Signore, nel fango e nella confusione di scelte che pensavo mi dessero la felicità.
I fiori del mio giardino mi parlano di te, specie ora che la primavera ha colorato il nostro sguardo.
Ma ciò che più mi porta a lodarti e ringraziarti è che tu mi hai voluto parte del tuo corpo, dandomi un’identità nuova a servizio di un progetto che mi affascina e mi commuove, un progetto che supera ogni umana immaginazione.
La bellezza della nostra vita è prendere coscienza che solo innestati in Te, dimorando, rimanendo nel tuo amore, nel tuo abbraccio inchiodato alla croce il percorso diventa una straordinaria opportunità di gioia, di comunione di conoscenza della verità tutta intera.
Perché la tua croce è sostenuta dal Padre attraverso lo Spirito Santo che è l’amore che ci rende simili a Te, uniti a Te in tutto e per tutto capaci di fare le cose che hai fatto : amare a prescindere, amare senza misura.

San Giuseppe Lavoratore

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“Dio creò l’uomo maschio e femmina a Sua immagine e somiglianza li creò”
“Vide quanto aveva fatto e disse che era cosa molto buona. Sesto giorno”
“Non è questi il figlio del carpentiere?”
“Tu fai tornare l’uomo in polvere”
“Insegnaci a contare i nostri giorni”.
Signore Dio dell’universo, Padre, Redentore, Creatore e Signore di tutte le cose esistenti visibili e invisibili, insegnaci a contare i nostri giorni, a rendere conto del nostro operato, a dare importanza al tempo che tu ci doni.
Signore mio Dio, donami di apprezzare ogni momento di questa vita, anche quando vorrei bypassarla, quando vorrei fuggire lontano perché ne ho paura.
Signore mio Dio solo con te è possibile vivere il limite della povertà, della malattia, dell’età, dell’essere maschio e femmina distinti gli uni dagli altri, il limite del non saper rispondere alla tua chiamata, di non aver fiducia in te abbastanza, non avere fiducia nell’uomo, nella donna che ci hai messo accanto, limite del non fidarci se non di noi stessi.
Signore tu ci hai creato, noi siamo tuoi, gregge del suo pascolo.
Tu ci nutri con fior di frumento e ci sazi con miele di rocca.
Apri la nostra mente, donaci la tua intelligenza per penetrare i misteri del regno, per guardare le cose con i tuoi occhi, per amare con il tuo cuore.
Tu Signore hai creato tutto ciò che ci circonda.
Tu prima che venisse alla luce, hai amato l’opera delle tue mani.
Come uno scultore, un artigiano hai impastato la terra e ne hai fatto l’uomo a tua immagine, guardandoti allo specchio della Santissima Trinità.
Ti sei guardato, datore di vita, e l’hai soffiata su Adamo il terrestre donandogli la tua vita immortale.
Hai messo in noi il germe, il motore che ci avrebbe portato a te Signore mio Dio.
Lo spirito è venuto a fecondare Maria perché il nuovo Adamo non fosse figlio della terra ma venisse dalla tua vita palpitante.
Ti lodo Signore ti ringrazio per questo tuo progetto d’amore, ti benedico per questo tempo che ancora mi doni per crescere, per conoscerti, per amarti meglio.
Grazie Signore perché mi aspetti, mi accompagni, sei sempre vicino e rispondi di me al nemico e mi difendi per tenermi al riparo dalla morte.
Grazie mio Dio, per questa notte passata senza dolore, per questo riposo dopo tante notti di veglia e di battaglie estenuanti.
Grazie Signore perché in te ho confidato, te ho chiamato con tua madre e i tuoi santi per avere l’aiuto e non morire di paura.
Quanti guadi di morte, quanti abissi profondi, Signore mi hai fatto superare prendendomi in braccio, sollevandomi sulle tue ali!
Se non avessi te non sarei nulla, i miei giorni contati per tornare nella polvere da dove sono venuta.
Ma io continuo a confidare in te ora che il mio corpo è innestato al tuo albero e nel mio corpo scorre il tuo sangue..
Ci sarà un giorno in cui tutto questo avverrà senza dolore, senza sofferenza, nella gioia e nel desiderio sempre vivo di essere un cuore solo e un’anima sola con te e i fratelli.
Qui su questa terra che mi hai dato di coltivare la vita è dura, dura la roccia su cui passare l’aratro, duro invalicabile il muro che spesso ci divide.
Se tu Signore non ci metti il dito, se tu non continui a creare nuove opportunità di relazioni feconde, non possiamo realizzarci, non possiamo avvicinarci alla fonte, non possiamo Signore vivere in eterno.
Oggi è festa perché la Chiesa ricorda San Giuseppe lavoratore.
L’identità a Giuseppe la dà il lavoro, non l’essere lo sposo di Maria, né il tuo padre putativo.
Anche allora all’uomo l’identità e la dignità la dava il lavoro.
“Chi non lavora neppure mangi” c’è scritto.
Quanti oggi hanno perso il lavoro, quanti espatriano per cercarlo lontano dalla propria terra, quanti pur volendolo non lo trovano.
Signore il nemico vuole distruggere la tua immagine, colpendo al cuore la tua creazione nella relazione tra l’uomo e la donna, tra l’uomo e il creato, tra l’uomo e te che sei il Creatore.
Rompendo, infrangendo lo specchio noi vediamo il buio Signore e siamo nel buio.
Anche tu Signore hai lavorato, così è scritto, per creare quello che ci hai consegnato, affidato.
L’uomo e la donna sono usciti dalle tue mani.
Artefice sommo ci ricordi che il lavoro manuale è sopra ogni altra attività umana.
Con le dita ci hai plasmato, con le mani hai toccato e guarito tanti Signore .
Fa che torniamo ad apprezzare ciò che sembra vergognoso: i lavori manuali.
Signore fa’ che apriamo gli occhi a ciò che abbiamo senza dover cercare lontano ciò che abbiamo vicino.
Signore insegnaci a vivere secondo i tuoi precetti, ad amare come tu ci hai amato a non disprezzare nulla di quanto ci hai affidato, considerandolo sempre come dono da vivere con te per te e in te.