FEDE E BAMBINI

SFOGLIANDO IL DIARIO…
11 agosto 2015
martedì della XIX settimana del TO
SANTA CHIARA
ore6.32

” Il Signore cammina egli stesso davanti a te” (Dt 31,8)

Se non ci fossi tu a rassicurarmi Signore scapperei dalla paura, tornerei indietro, mi nasconderei e mi lascerei morire, dimenticata da tutti.
Se non ci fossi tu Signore che mi dai ogni giorno una parola di speranza, mi ricordi quanto hai fatto per i tuoi figli in generale e per ognuno in particolare, se non ci fossi Signore bisognerebbe inventarti, in tutto uguale a te, cosa per noi uomini difficile se non impossibile.
Con il tuo aiuto Signore impariamo a riconoscere i veri bisogni, impariamo a parlare con te e a chiederti ciò che tu vuoi, che è buono per noi, impariamo a fidarci perchè mai ci hai fatto mancare il pane, la parola di vita, necessario viatico per godere dei beni promessi.
Ti ringrazio Signore perchè mi hai fatto rientrare nel tuo utero di padre e di madre, nel tuo utero accogliente e sicuro, nella tua casa dove niente manca per realizzare il tuo progetto d’amore e godere della tua eredità.
Grazie Signore di questa progressiva infanzia spirituale, di questa fiducia che aumenta ogni giorno di più nei confronti di te che ti prendi cura di me.
Tu non fai come faceva mia madre quando ero in panne, dicendomi” Arrangiati!” parole che mi hanno condizionato tutta la vita, perchè ho dovuto imparare un arte che mi serviva per non soccombere agli inevitabili ostacoli della vita, ma che hanno alimentato e rafforzato l’orgoglio e l’autosufficienza fino a pensare che potevo fare a meno di tutti.
Tu conosci la mia storia Signore, conosci quante insidie si nascondono dietro la corsa, lo sforzo per conquistare l’autonomia, l’autosufficienza, per poter bastare a me stessa, senza dire grazie a nessuno.
Tu sai Signore quanto è stato duro il cammino nel deserto che mi costruivo intorno e che si allargava sempre più a dismisura, man mano che raggiungevo da sola il trofeo del ” ci sono riuscita!”, un deserto che ha allontanato da me le voci degli uomini, mi ha chiuso le orecchie e gli occhi a ciò che stava fuori e ciò che dentro, senza accorgermene, nascondevo e mettevo a tacere.
Spesso ho pensato di essere nata grande, di non aver mai avuto il diritto di stare nelle braccia di qualcuno, tanto meno nelle tue braccia, perchè le pecore madri tu non le metti sopra le spalle come gli agnellini appena nati.
Ho pensato che il mio destino era segnato, da quando sono nata in una famiglia numerosa con tanti fratelli da accudire, essendo la più grande.
Mamma lavorava e si fidava di me, completamente, si appoggiava a me per essere aiutata a gestire la casa, il lavoro, i figli in un tempo in cui i problemi dell’assistenza ai più deboli si risolvevano in famiglia.
Questa scuola mi ha tanto fortificato da pensare che a me tutto era possibile, che per ogni problema sapevo trovare la soluzione, che tutto questo potevo insegnarlo anche agli altri.
Per questo sono diventata insegnante di metodo, più che di discipline.
Ho fatto tanta fatica Signore per diventare grande, autonoma, autosufficiente, brava agli occhi degli altri, impeccabile, contorsionista, prestigiatore, pagliaccio, tutto per rimanere al centro del palcoscenico in attesa di applausi.
Poi il teatro si è svuotato, le luci si sono spente e io sono rimasta sola con un pugno di mosche, fumo che non riusciva a coprire le mie vergogne.
Mi sono sempre paragonata ad un titano e ne ero fiera, e quello che più mi ispirava era Prometeo perchè aveva osato rubare il fuoco al suo dio e ne era fiero, anche se ne aveva subito un’irreversibile condanna.
Il suo cuore, divorato la notte da un animale rapace, di giorno ricresceva più rosso che mai, e questo era il suo e mio vanto.
Poi ti ho incontrato, nel deserto, e a te ho rivolto parole, le prime dopo anni di solitudine, parole che oggi mi sembrano blasfeme, vedendo in te uno come me, uno che soffriva, uno con cui potevo parlare alla pari, condividere il mio dolore, la mia solitudine, la mia disperazione che era anche la tua.
“Pure tu!” esclamai,” Pure tu!”
Chissà perchè mi venne da dire così, quando c’era tanta gente che soffriva e moriva. “Pure tu!”
Avevo trovato qualcuno a cui non dovevo dare consigli, suggerire soluzioni, ma qualcuno con cui condividere l’impotenza, il dolore, l’abbandono, la morte.
Anche se stavi attaccato ad una croce che mi sovrastava ed era molto più grande di me, ricordo che il mio parlare con te fu come con un compagno di viaggio, alla pari, un uomo che forse poteva insegnarmi qualcosa e aiutarmi ad uscire dal mio deserto.
Da quel giorno, non ho smesso di ascoltare la tua voce o Signore che mi arrivava più distinta man mano che scendevo da quel piedistallo che mi faceva sentire pari a te.
Ora sono ai tuoi piedi Signore e mi sento piccola, tanto piccola, incapace anche di camminare.
Ora non mi sento di dare consigli a nessuno, ma di mettermi in ascolto di quello che tu mi dici.
Voglio diventare ancora più piccola Signore, un granello di senapa, invisibile quasi, voglio essere l’ultima nata del tuo gregge per avere la speranza di un abbraccio, di un bacio, di una carezza, di un latte non inquinato, preso alla fonte delle tue mammelle, tanto piccola da rientrare nel tuo utero dove nè bombe, nè soldati, nè paure, nè sfollamenti, attentino alla mia sicurezza.
Sì Signore voglio essere la tua piccola bimba, la tua consolazione, il tuo gioco, il tuo diletto, la delizia dell’anima tua.
Aiutami Signore a non crescere in sapienza e intelligenza, ma a vivere nella fiducia tenera e costante nel mio Creatore e Salvatore .
Oggi voglio vivere l’ebbrezza, la gioia di essere portata in braccio, sicura di non cadere mentre sento il tuo cuore pulsare sul mio.

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Briciole

SFOGLIANDO IL DIARIO…

7 agosto 2013.
Mercoledì della XVIII settimana del Tempo Ordinario.

“Signore aiutami!” (Mt 15,25)

La cananea ha avuto fiducia in te e, pur essendo forestiera, ha osato chiederti la guarigione della figlia e tu l’hai esaudita.
La donna è ben consapevole che a lei non tocca la parte migliore del pranzo, del banchetto imbandito per i tuoi, quelli che ti sei scelto come primizia, ma si accontenta delle briciole, perché lo Spirito l’ha ispirata.
Le briciole, anche le più piccole, dell’infinito amore che tu nutri per noi, non possono essere divise dal tuo tutto.
Chiederti le briciole Signore è la strada per entrare nel tuo regno, prendere possesso della Terra promessa e ipotecare il futuro nel bene, nell’abbondanza nella pace e nell’amore.
Gli Israeliti, tranne pochi, dopo aver attraversato il deserto, non credettero a quanto era buona la tua mensa, quanti frutti ne avrebbero potuto trarre.
Se solo avessero avuto fiducia nelle tue promesse!
Eppure tu li avevi liberati dalla schiavitù del Faraone e avevi fatto tanti prodigi sconvolgendo l’ordine e le leggi naturali.
Ma noi siamo un popolo di dura cervice e facili a dimenticare i tuoi benefici.
Per tua grazia Signore non hai permesso che la nostalgia degli “scintillanti”(schegge di luce che il mare increspato, accarezzato dal sole del mattino, immilla, innalzando l’anima a te) spegnesse in me il desiderio di rientrare nella tua terra, nella tua casa.
Con questo caldo gli insetti hanno danneggiato seriamente tutto quello che con amore, con passione avevo coltivato per imparare l’arte del contadino, per gustare ogni mattino la meraviglia dell’inizio, lo sbocciare di un nuovo fiore, lo spuntare di nuove e tenere foglie, l’allungarsi degli steli e dei rami che pendevano lussureggianti dalle fioriere del balcone variopinto.
Ogni mattina in cuor mio ti lodavo, ti benedicevo e ti ringraziavo per la vita che continuavi a profondere a piene mani attraverso la parabola della natura che mi circondava e che mi parlava di te.
Gli altri anni di questi tempi avevo dato forfait e mi ero arresa, delusa e senza speranza per le piante che mi morivano sotto gli occhi, quelle piante che provvedevo a innaffiare dopo che le avevo ricevute in regalo.
Quest’anno ho voluto comprare piante commestibili per utilizzare il sole e lo spazio del balcone rimasto senza tendone per nostra incuria, ma anche per mancanza di soldi e per mancanza di amici da invitarvi, la sera dei giorni caldi.
Qualcosa è ancora vivo, ma devo imparare tanto per coltivare piante commestibili.
Non ho smesso al mattino lodarti, benedirti e ringraziarti per la trepidante bellezza della natura, della terra che ci hai donato di ammirare, custodire, amare, coltivare e trarne frutti.
Così gli Israeliti per la loro incredulità furono condannati a vagare altri 40 anni nel deserto e a morirvi senza entrare nella Terra promessa ad eccezione di Giosuè e di Caleb.
Certo che credere senza vedere è difficile Signore.
Pensare che quello che prometti è vero, è buono, è bello, ma anche raggiungibile è Grazia, frutto della nostalgia, del ricordo di tanti i tuoi benefici, custoditi nel sacco dei ricordi.
È per questo che ieri,in un momento di sfiducia, sono venuta da te a messa alle 7:00, e per questo ho sentito forte il desiderio di quella terra che avevo perso.
Così mi sono riconciliata con te Signore.
C’era padre Dino che mi ha accolto con un sorriso.
Eri tu che mi stavi aspettando, lo so, perché poi non mi hai negato quel pane di cui non mi sentivo degna e che era stato riposto nel tabernacolo, perché la messa era finita.
Per te mai finisce la messa, quando un cuore sincero ti cerca e io ti lodo ti benedico e ti ringrazio perché hai mutato il mio lamento in danza e mi hai abbracciato e mi hai fatto sentire quanto è grande il tuo amore per me.
Signore grazie di tutto e per tutto e a te Maria un grazie particolare perché mi hai portato il tuo e ora nostro Gesù.

Dono e perdono

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della III settimana di Pasqua

“Signore non imputare loro questo peccato” (At 7,60)

Stefano così conclude la sua preghiera prima di essere ucciso.
Come Gesù dona il perdono ai suoi aguzzini, il dono più grande che uno possa fare a chi ti sta uccidendo.
La folla a Gesù chiede un segno per credergli, ricordando la manna piovuta dal cielo nel deserto.
Nè la manna, nè Mosè il mediatore sono importanti per placare la nostra fame, ma Colui che manda a noi ciò che ci serve per vivere.
Gesù in questo discorso di autorivelazione dice che discende dal cielo, Dio in persona che si offre come pane di vita eterna.
Ma cosa può convincerci che Gesù è l’unico pane del quale abbiamo bisogno per non morire?
Ieri in Gv 6,29 abbiamo letto:”Questa è l’opera di Dio:credere in colui che egli ha mandato”.
La fede è quindi è il segno che ci dà il pane di vita.
Attraverso la fede riconosciamo che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio Gesù per il riscatto dei nostri peccati.
Con il Battesimo il perdono di Dio, il super-dono ci viene dato attraverso l’innesto in Cristo, diventando a tutti gli effetti suoi famigliari, figli adottivi, fratelli in Gesù.
Nella sua casa non può mai mancare nè cibo nè bevanda, ma tutto concorre al bene di quelli che lo amano e che si sentono amati da Lui.
Il pane del perdono è ciò che ci garantisce il paradiso.

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

MEDITAZIONE sulla liturgia di
sabato della II settimana del tempo di Pasqua
18 aprile 2015
ore 6.45
letture: At 6,1-7; Salmo 32; Gv 6, 16-21
“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)
Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto che attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara, perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sono riappisolata mentre ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te.

“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì dell’ottava di Pasqua

letture: At 3,11-26; Sal 8; Lc 24, 35-48
“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Questa settimana che è detta di Pasqua, parla di un sol giorno, l’ottavo, il giorno della resurrezione, un giorno in cui campeggia un sepolcro vuoto.
Il vuoto è il grande protagonista della giornata di Pasqua, un vuoto riempito dalla ricerca e dall’incontro con Gesù.
Le sue apparizioni sono raccontate in modo diverso e non sincronizzato dagli evangelisti, ma una cosa è certa: chi parla ha visto, ha ascoltato, ha toccato, ha parlato con Lui, con Lui ha mangiato.
Straordinaria questa settimana dove si succedono gli incontri con Gesù che non viene riconosciuto da nessuno a prima vista.
Eppure i discepoli avevano avuto modo di frequentarlo per tre anni almeno, ma la resurrezione rende irriconoscibili perchè il corpo si trasfigura a tal punto che pensi di aver a che fare con un fantasma.
Accadde anche durante le tempesta quando videro Gesù camminare sulle acque.
L’uomo ha bisogno per credere non soltanto di apparizioni fugaci, ma di qualcosa che li riporti al loro abituale modo di vedere, di sentire, di vivere.
Se vuoi che Gesù si faccia presente devi prima di tutto condividere con chi ti sta accanto la fede, la certezza che è risorto per farti risorgere, la certezza che la persona che ti sta di fronte è brocca in attesa di essere riempita dallo Spirito del Signore, persona che ha sete, ha fame, soffre.
Devi condividere le tue e le sue ferite, le devi scoprire e toccare, devi sentire la pace che ti viene dalla consapevolezza che non hai sognato quando il velo si alzava sul senso delle Scritture e che Cristo è presente ogni volta che spezzi il pane con un fratello , ogni volta che ti fai pane e ti spezzi per donare all’altro il tuo amore e riempire la sua brocca.

Tutto questo perchè il sangue del Giusto è caduto su di noi, ci ha bagnato, ci ha rigenerato, ci ha ridato la vita, ha irrigato le nostre aride zolle, la nostra terra riarsa e ci ha resi fecondi di vita sempre nuova.
Il sepolcro è vuoto, e rimarrà sempre vuoto se cerchiamo di imprigionarci la verità, se cerchiamo di nasconderci il profumo dei fiori, il loro colore.
Se ci ammassiamo la nostra terra, le nostre certezze, i nostri beni, per essere certi di valere e durare in eterno, nessuna tomba rimarrà inviolata e il tesoro nascosto verrà trafugato quanto prima dagli ingordi, se il tempo non avrà provveduto prima a distruggere tutto.

E’ bello pensare che la croce, come la morte è a collocazione provvisoria, come dice don Tonino Bello.
Di questa Pasqua voglio ricordare la Via Crucis insieme con Gesù, l’indulgenza plenaria lucrata con la partecipazione al triduo pasquale, la gioia di essere stata chiamata a condividere con Lui gli effetti della redenzione.
Voglio ricordare l’antipasto del giorno di Paqua diverso da quello che mi aspettavo, di gran lunga più appagante, buono, partecipato.
E’ stata la preghiera dei bimbi, la benedizione con un ramoscello d’olivo intinto nell’acqua benedetta che don Massimo ha consegnato a loro come a tutti i suoi parrocchiani.
Mi piace ricordare che quell’acqua stava lì perchè la penitenza assegnata ai piccoli del catechismo, dopo la confessione, era di riempire un numero più o meno grande di questi contenitori di pace, di luce, di amore, testimoni della resurrezione di Gesù
Di questa Pasqua voglio ricordare la decisione maturata di essere sempre più vera, di gettare le ultime maschere per presentarmi al Signore nella verità.
Ho desiderato togliere tutto ciò che mi separa dal mio Creatore, che mi impedisce un incontro autentico con l’uomo, toccando le sue ferite, facendomi carico dei suoi bisogni, presentando a Lui la mia inadeguatezza, perchè la benedica e la trasformi in grazia.
Gesù ha chiesto di essere toccato, di essere nutrito perchè i suoi si convincessero che non era un fantasma.
Quanti aspettano da noi di essere toccati senza schifarci delle loro ferite più profonde, quanti ci chiedono da mangiare e noi facciamo finta di non sentire!
Vorrei nutrirmi a tal punto della Parola di Dio per diventare ciò a cui sono chiamata, per realizzare il Suo progetto d’amore nell’obbedienza alla Sua Parola, nella fede al Suo amore eterno, misericordioso e santo.

“Chi credi di essere?”.(Gv 8, 53)


“Tu sei mio figlio. Oggi ti ho generato”
 Ebr 1,5;Salmo 2

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della V settimana di Quaresima

Letture: Gn 17,3-9; Salmo 104; Gv 8, 51-59

“Se uno osserva la mia parola non sperimenterà la morte”.(Gv 8,51)
“Chi credi di essere?”.(Gv 8, 53)

È questa la risposta che 2000 anni fa diedero i farisei e gli scribi alle tue parole.
Anche oggi chi non crede ha lo stesso atteggiamento di fronte al Vangelo.
“Chi credi di essere?”. Perché ciò che dici è talmente lontano da ciò che vediamo, tocchiamo, sperimentiamo ogni giorno che tutto questo sembra frutto di farneticazioni.
Un tempo anche io, Signore, tu lo sai, avevo tanta diffidenza nei tuoi confronti e, anche se materialmente mai avrei scagliato una pietra contro di te, nè avrei tramato per ucciderti, di fatto non ti ho fatto esistere, mettendoti nel novero dei esaltati, sognatori, puri sì, ma destinati a non cambiare il flusso degli eventi, a modificare la storia.
Di fatto, quindi, anche io ti ho condannato a morte, specie per quella affermazione riguardante i gigli dei campi e gli uccelli del cielo a cui tu provvedevi perché io non sapevo che la tua azione si poteva estendere a tutti gli uomini come provvidenza salvifica.
Quando ora qualcuno mi chiede di te o anche se non lo fa, quando mi trovo in panne, ripenso a tutto quello che oggi sempre mi dai e il mio cuore si apre ad un canto di lode.
Ci penso Signore, tu lo sai, e mai vorrei tornare indietro, mai ridiventare bambina nella carne, mai tornare indietro nel tempo, mai rivivere i momenti di solitudine, di abbandono, di tristezza, di panico lontana da te.
Non ci riuscirei neanche se lo volessi.
Non posso fare a meno di te.
Ieri Gianni, lo sposo a cui mi hai affidato, mi diceva che ero bella e sprecata, perché lui non mi edificava né mi faceva i complimenti, che avrei dovuto farmi un amante, ne avevo bisogno perché lui si riconosceva incapace e inadeguato per questo compito.
Che gioia, che soddisfazione nel rispondergli che io l’amante ce l’avevo e che gli volevo bene più di quanto ne volessi a lui.
Ho aggiunto che se non ci fossi stato tu la notte, quella notte, avrei chiamato tutte le ambulanze del mondo, tanta era stata la paura, il dolore e l’assenza di qualunque possibilità umana di venirmi in aiuto.
Tu il mio amante, è vero Signore, tu che mi ami la notte quando l’aurora fa fatica a svegliarsi, tu che di giorno ti fai da parte, ma sei sempre presente per ogni mia necessità, sei l’ombra che mi copre di giorno, il fuoco che mi rischiara la notte.
Tu l’amante, tu l’amato, tu l’eterno amore.
“Voi chi dite che io sia?” Con questa domanda comincia e finisce il percorso liturgico del Vangelo di Marco in particolare, ma di tutti i vangeli in generale..
La risposta è di oggi.
“Prima che Abramo fosse io dono.”
Tu sei Dio Signore, lo so, me l’hai rivelato attraverso la croce che non volevo accettare, e me l’hai rivelato attraverso un crocifisso a cui non ho dato il permesso di entrare in questa casa, un crocifisso commissionato dal padre a Gianni ma pagato da noi e poi lasciatogli in eredità, un crocifisso pagato due volte perché, essendo di argento massiccio, fu inglobato nell’asse ereditario.
Una doppia beffa che mi fece andare su tutte le furie.
Io non ti conoscevo e non ti volevo conoscere in quel simbolo di morte, simbolo di ingratitudine e di dono contraffatto.
Ce l’avevo con gli altri eredi che dell’eredità avevano scelto la parte migliore, mentre noi eravamo gli ultimi, quelli a cui è stato dato lo scarto.
“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”.
Oggi posso dirlo, gridarlo con convinzione che solo la tua croce salva le nostre croci, le redime, le trasforma, le rende piante rigogliose, feconde di frutti.
E così è stato e così sarà Signore mio Dio.
“Tu chi ti credi di essere?” È la domanda che oggi tu fai a noi, perché ci interroghiamo su chi siamo, qual è la verità che ci abita.
Io Signore, ti voglio ringraziare perché mi hai aperto gli occhi e il cuore e la mente e mi hai rivelato la mia vera eterna identità di figlia, sorella, madre, sposa.
Tu Signore l’hai fatto con il tuo sacrificio.
Come potevano i Giudei capire? Certo che avevano le Scritture che parlavano di te, se solo si fossero fermati a riflettere, se avessero abbattuto il muro del giudizio e del pregiudizio.
Ma dovevi morire per rendere perfetta l’opera per cui ti eri incarnato.
La tua morte e la tua resurrezione hanno cambiato il volto della storia.
Ma come dice Don Ermete le feste cristiane che prima erano pagane stanno tornando ad essere quelle che erano un tempo.
Feste di idoli muti, che non nutrono e non parlano.
Signore in questi giorni che ci separano dalla tua Pasqua aprici all’incursione del tuo santo Spirito, perché ne vogliamo fare provvista per i tempi di carestia.
Che la gioia della tua presenza non si spenga mai sul volto di chi si sente amato da te, che la tua gioia sia la nostra gioia e sia contagiosa!
Maranathà! Vieni Signore Gesù!

” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì dell V settimana di Quaresima
letture: Dn 3,14-20.46-50.91-92.95; Dn 3,52-56; Gv 8,32-42

” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Poche riflessioni sulle letture che la liturgia oggi ci propone
La prima è l’interrogativo che mi suscita la testimonianza di fede dei tre giovani che pur di non rinnegare Dio affrontarono la morte sicura.
Sarei io capace di tanto?
Quanto mi fido di Dio e della sua salvezza? Quanto mi sento libera da ciò che mi tiene ancorata alle sicurezze del mondo?
A Gesù do la possibilità di entrare nella mia casa, di occupare i miei spazi, ma gli impedisco di interferire in ciò che ritengo mio, guadagnato con la fatica, la rinuncia, la pazienza e l’asservimento ai dettati della nostra odierna cultura?
Gli lascio la libertà di muoversi liberamente in tutti gli ambienti, quelli dove non facciamo entrare nessuno, chiudendo a doppia mandata quelle porte che nascondono il nostro disordine o custodiscono la nostra intimità?
Oppure cerco di fare un vero e proprio trasloco andando ad abitare da lui, lasciando la mia terra, come fece Abramo, le mie sicurezze, alla volta della terra promessa, che è Lui, disposta a coltivarla a trarne il cibo per me e tutti quelli che mi sono affidati?
“Rimanete nel mio amore, dice Gesù, Rimanete nella mia casa e sarete liberi davvero.”
La libertà ha un prezzo, quella dell’esodo, dell’attraversamento del deserto, quello di investire tutto in una speranza di vita che non si consuma che è inattaccabile dal fuoco di una fornace, dagli artigli di fiere affamate, perchè in noi è il germe di vita, in noi c’è la sorgente che fa piovere e fa crescere e niente e nessuno può cancellare, annullare l’eterno indistruttibile amore che ci abita quando abbiamo deciso di diventare suoi sposi per sempre, rispondendo alla sua chiamata.