” I cieli e la terra passeranno , ma le mie parole non passeranno”( Lc 21,33)

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
27 novembre 2015
venerdì della XXXIV settimana del TO anno dispari
” I cieli e la terra passeranno , ma le mie parole non passeranno”( Lc 21,33)
Al termine dell’anno liturgico è giocoforza porsi qualche domanda su quello che Dio ci ha detto e su quello che ci è servito per progredire nella fede.
A molti forse non interessa saperlo, perchè vivono benissimo, almeno così dicono, prescindendo da Dio .
E non è un’esperienza che non mi riguardi, perchè per anni non l’ho fatto esistere, bastando a me stessa o sforzandmi di farlo.
Quando cominciarono le crisi di panico però, spesso ho desiderato la fede che mi avrebbe tolto la paura di morire.
Quando le cose vanno bene a Dio pensi poco, quando ti vanno male o ti incattivisci e pensi che, se c’è un Dio, è ingiusto e cattivo, o cerchi le strade per arrivare a Lui e chiedergli aiuto.
A me non è capitata nè l’una nè l’altra cosa perchè per chiedere aiuto ci vuole tanta umiltà ma soprattutto ci vuole la fede necessaria per credere che Lui può concretamente aiutarti, perchè è Dio.
Quando le sue parole mi vennero incontro,le divorai con avidità; la sua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perchè erano parole di gioia e di vita.
Non mi interessava guarire, quando entrai in quella chiesa, quanto trovare qualcuno con cui parlare per condividere la mia pena.
Ma il crocifisso che divenne il mio interlocutore, compagno di viaggio,maestro e redentore, lo vidi la sera, alzando lo sguardo, alle parole del sacerdote” L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio”.
Per fortuna o meglio per grazia l’incontro fu preceduto da parole di gioia che trasudavano da un salmo della liturgia delle ore che al mattino avevo per caso ascoltato, entrando in quella stessa chiesa per cercare una sedia.
” I fiumi battano le mani” le parole che mi fecero entrare in un clima di gioia e di festa che non sapevo potesse riguardarmi.
Per anni avevo insegnato lettere al liceo e credevo almeno di conoscere le opere più importanti e significative di tutti i tempi, ma mi sbagliavo di grosso.
Perciò la sera tornai per cercare di sapere chi aveva scritto quelle parole.
E l’incontro fu con la Parola, quella che oggi mi sostiene e mi guida.
Per questo le immagini apocalittiche che la liturgia di questi ultimi giorni dell’anno liturgico ci sottopone, non mi spaventano, perchè Lui è con me e non temo alcun male.
Anche se l’inverno si avvicina e le piante si stanno spogliando del loro verde mantello, penso a quando in primavera spunteranno i primi germogli sui rami e sarà festa perchè annunciano la Pasqua del Signore, la nostra Pasqua, la nostra liberazione.
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“Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato” (Rm10,13)

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“Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato” (Rm10,13)

Signore sono qui come ogni mattina.
So che tu ci sei sempre, che non hai bisogno, come me di fare un atto di volontà per parlare al mio cuore, per riprendere le fila del discorso, mai interrotto da quando sono stata pensata da te, molto prima dei miei genitori.
Tu non hai preteso che ti ascoltassi, ma l’hai desiderato ardentemente, hai cercato senza farmi violenza di farmi giungere il messaggio d’amore contenuto nella tua Parola.
Ero sorda, ero cieca Signore, tu lo sai.
Come potevo accorgermi di te se il mio sguardo era rivolto solo ed esclusivamente a me , l’io in cui mi ero rinchiusa costruendo barriere alte e invalicabili perchè nessuno si accorgesse che non ero brava, nè buona, nè bella?
Come potevo immaginare che tu eri l’unico che non mi giudicava, che non pretendeva che io fossi diversa?
Ho inventato mille coperture per mascherare la mia inadeguatezza e ho studiato mille stratagemmi per illudermi e illudere il prossimo con la mia abilità di giocoliere, funambolo, illusionista.
Tu mite e umile di cuore, Dio dell’universo, eterno misericordioso e Santo, tu che potevi tranquillamente infischiartene di una che credeva di poter riuscire per tutta la vita a mantenersi sul trespolo della sua infinita superbia, hai atteso con pazienza, continuando a guardarmi con il tuo sguardo d’amore, di infinita tenerezza, hai continuato a vigilare su di me perchè cadendo non mi facessi poi tanto male da morirne.
Tu Signore sei stato sempre con me, ma io ero da un’altra parte, vivevo altre esperienze lontano da te, esperienze dalle quali sono uscita con le ossa rotte, le carni dilaniate, il corpo distrutto.
Ma tu non hai permesso che il tuo tempio fosse raso al suolo, che non rimanesse pietra su pietra, il tempio del tuo corpo che è diventato anche il mio, un tempio dove tu non disdegni di abitare.
Signore ti voglio lodare benedire e ringraziare di questo nuovo giorno che mi doni per associarmi alla tua passione, per stare più intimamente unita a te.
Non voglio fuggire Signore dal dolore come sono tentata di fare spesso, ma voglio con te sperimentare la gioia di starti vicino, di vegliare e pregare con te, in questo tempo di grazia, perchè tu sei il mio Sposo, la delizia dell’anima mia.
Non mi sentirò più abbandonata e sola Signore se tu sei con me e io con te.
Aiutami a vivere questo tempo protesa verso la realizzazione delle tue promesse, aiutami a non scoraggiarmi quando stai in silenzio, fammi capire che quello è un momento privilegiato, perchè mi stai acoltando stringendomi al cuore.
Oggi è la festa di S. Andrea, il primo dei chiamati che, sentendo il tuo sguardo posarsi su di lui, lascia tutto e ti segue.
Nel vangelo di Giovanni ci dà una grande lezione di umiltà, non facendo discorsi per convincere a credere in te, ma portando a te, semplicemente credendo che non lui ma tu solo puoi convertire le persone al tuo amore.
Un tempo pensavo che la bravura consistesse nel riuscire a risolvere i miei e gli altrui problemi senza l’aiuto di nessuno.
Gran parte della vita ho fatto l’insegnante tuttologa autoreferente.
In mano mi è rimasto un pugno di mosche perchè solo ora ho capito di cosa abbiamo bisogno.
Di te e solo di te Signore.
Che non dimentichi mai che a parlare sei stato tu per primo, ad amare, a chiamare, a dare vita.

Tu e solo tu Signore mi insegni ciò di cui abbiamo bisogno e la strada per arrivare a goderne per sempre
.

” Questa vedova così povera ha gettato più di tutti” (Lc 21,3)

” Questa vedova così povera ha gettato più di tutti” (Lc 21,3)
Leggendo questo passo del vangelo oggi non può non venirmi in mente il tempo in cui ai poveri, il tempio di Dio davo i vestiti vecchi dopo averci staccato i bottoni.
Mi vergogno a pensare che il problema non me lo sono mai posto se non dopo aver frequentato assiduamente Luciana che ai poveri provvedeva privandosi del necessario e passava il tempo ad attaccare bottoni, ricucire gli strappi, lavare, stirare e imbustare gli indumenti che avrebbe poi distribuito ai Gesù che bussavano alla porta del suo negozio.
La sua catechesi mi rimise in discussione e da lì partii per essere in grado di passare attraverso la porta stretta del paradiso.
Ma quanta roba dovevo togliere, a quanta rinunciare anzitempo!
Cominciai con il ridurre il numero dei miei acquisti compulsivi e a dare ai poveri la somma che non avevo speso.
La strada è lunga e io, pur conoscendo la direzione, spesso ricado nel volere tutto per me.
I miei armadi si stanno svuotando e sono sempre più contenta dello spazio che si sta creando all’interno della mia casa, uno spazio che vorrei venisse occupato da Lui, il mio unico bene, il mio amore, la mia consolazione, il mio tutto.
Gesù è nei poveri, nei piccoli, nelle persone ammalate nel corpo e nelo spirito, è in tutti quelli che reclamano uno sguardo di compassione e di amore.
La carità non abbia finzioni scrive San Paolo.
E io non voglio vivere sotto una maschera di generosità che purtroppo ogni tanto riesumo dai miei bauli ancora pieni di cose inutili.
Così parallelamente al desiderio, all’impegno di vuotare le mie valigie, per il viaggio che mi aspetta, su un aereo che non ti permette di portare neanche gli effetti personali, seguo la strada della riconsegna di tutto ciò che il Signore mi ha dato gratuitamente con la vita.
Gli anni passano e ciò che davo per scontato ora mi viene richiesto senza tentennamenti. Non è una scelta la mia, ma un sì che a distanza ravvicinata il Signore mi chiede.
Gli occhi, le mani, le gambe… il corpo, le sue funzioni, man mano che procedo su quella strada mi viene richiesto… ogni giorno qualcosa in più.
La mia valigia sta diventando leggera e io ringrazio il Signore perchè Lui non pesa e si sta prendendo tutto il posto che io gli permetto di occupare facendogli spazio.
Nel tesoro del tempio oggi voglio gettare il mio sì e il mio grazie a Lui che mi rende i piedi agili come quelli delle cerve e mi fa volare in alto su vette incontaminate dove il sole brilla più forte.
Grazie Signore di questa vita nuovaspogliaz di spogliazione e di rinuncia che tu mi fai desiderare.
Grazie percchè io so che non ti formalizzi se non riesco a darti tutto lo spazio che vorrei e ti accontenti anche di un angolino da cui continui a trasmetterni vita sempre

“Lo spirito del Signore riempie la terra e, tenendo insieme ogni cosa, ne conosce la voce.”(Sap 1,7)

“Lo spirito del Signore riempie la terra
e, tenendo insieme ogni cosa, ne conosce la voce.”(Sap 1,7)
Queste sono le parole che mi hanno colpito della liturgia odierna.
In quest’ora del mattino in cui non riesco a dormire, voglio approfondire la Parola, voglio meditarla, perché non è un esercizio inutile, rivelandosi, come ho avuto modo di sperimentare, occasione di crescita spirituale.
La parola di oggi tocca molti punti apparentemente scollegati tra loro.
La fede, il perdono, la correzione fraterna, la ricerca della sapienza.
In fondo si parla di relazioni tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e gli altri uomini.
Ciò che è comune a tutti i rapporti, le relazioni che portano al bene, è l’amore altrimenti chiamato Sapienza.
La Sapienza è un attributo di Dio, ma anche il suo elemento distintivo.
Con la sapienza Dio crea, Dio dà vita, Dio opera.
Ma poiché Dio è uno e trino, questa sapienza è frutto di un accordo profondo tra le tre persone della Santissima Trinità.
Se Padre, Figlio, e Spirito Santo non fossero andati d’accordo, certo che il caos sarebbe rimasto tale, perché, per fare un’opera perfetta come quella della creazione, bisogna accordarsi prima di tutto.
Del resto anche qui su questa terra, per qualunque progetto in cui più persone sono coinvolte, l’accordo è il presupposto perché si realizzi un’idea, che venga alla luce qualcosa di bello di buono e di utile.
Se questo non avviene e uno prevarica l’altro, le conseguenze a volte sono disastrose o perlomeno il progetto non viene portato a termine, o perde gran parte della sua efficacia.
Penso all’impianto di depurazione che mio marito ingegnere progettò.
Non funzionò mai perché non c’è stato accordo tra chi l’ha pensato e chi l’ ha eseguito e chi poi doveva usufruirne e chi doveva provvedere a farlo funzionare.
Quanti accordi, quante relazioni, quanti si a monte della buona riuscita di un progetto!
Se pensiamo alla creazione, la modalità è la stessa.
L’accordo tra le persone della Trinità realizza la meraviglia dell’inizio, però se chi ne deve usufruire non si mette d’accordo, vale a dire non collabora con il progettista si torna nel caos.
Perciò vediamo il degrado del nostro pianeta a causa dell’uso indiscriminato delle risorse e della cattiva attenzione al bene comune.
Il paragone con l’opera umana non regge completamente, perché Dio che ha creato il mondo, non ha cessato di provvedere a farlo funzionare e a dare sole e pioggia e stagioni eccetera perché l’uomo potesse viverci.
Poi ha anche provveduto a ricreare ciò che l’uomo aveva distrutto: il suo tempio, attraverso il sacrificio di Gesù che in tre giorni l’ha ricostruito.
Questo è frutto della sapienza di Dio, dell’amore che non sette ma settanta volte sette perdona, per convincere, portare l’uomo a perdonare, vale a dire ad amare all’infinito.
I rapporti tra gli uomini sono regolati dall’amore, almeno nelle intenzioni del Creatore, perché solo così non si deteriori, né si interrompa il ciclo vitale.
Dio corregge una volta massimo due, (simbolicamente un numero limitato di volte), rispetto al perdono che invece esercita all’infinito.
Questo chiede di fare all’uomo nell’esercizio della volontà personale: correggere l’altro si, ma essere disposto a perdonarlo sempre.
L’ accordo di cui si parlava è proprio il frutto di un desiderio di bene, di pace, di armonia che deve investire tutto il creato.
Ora tutto questo è possibile se ci fidiamo di Dio, se crediamo a quello che ha fatto, ha detto, è.
Credere in Dio non basta, è necessario credere al suo amore.
Tutti i popoli non hanno potuto fare a meno di riconoscere una realtà che li trascendeva fin dai primordi.
La buona, bella notizia è che Dio è sapienza, che Dio ci ama, che Dio ci aiuta a conquistare la dote divina della sapienza del cuore.
Nell’antichità gli dei erano capricciosi vendicativi e di loro non ci si poteva fidare, ma bisognava tenerli a bada, placare la loro ira, altrimenti sarebbero stati guai per tutti.
Anche nell’Antico Testamento sembra emergere ad un occhio superficiale, un Dio siffatto che si vendica delle offese e che non ha pietà per nessuno.
Solo una lettura più attenta, globale, fa emergere la verità di un’alleanza che non s’infrange neanche di fronte alle defezioni più vistose.
In un passo troviamo scritto: “io sono Dio non uomo e non vengo dietro alla mia ira “.
Il più bel libro d’amore è la Bibbia perché ci parla di un amore che ci salva, di una sapienza che è alla base del progetto salvifico, la condizione perché si realizzi.
Signore donami la sapienza del cuore, donami una fede piccola come un granellino di senapa, donami la pazienza di attendere che muoia e porti molto frutto.

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” (Sap 3,1)

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” (Sap 3,1)
Bisognerebbe andare più spesso ai funerali, anche di quelli che non conosci, perchè la liturgia ti porta in alto, ti fa respirare l’aria degli angeli, il soffio dello Spirito.
Il cuore si apre alla speranza e almeno per un po’ vivi ciò che credi, ciò che non sempre ti appare così scontato e chiaro.
…che le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, ma anche quelle degli ingiusti, aggiungo io, perchè Dio le affida a noi affinchè possiamo intercedere per abbreviare la loro attesa.
“Il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto” ripeteva il Salmo, ieri, durante il funerale di un mio caro congiunto.. e l’ Eccomi usciva spontaneo e struggente dal cuore e dalle note dell’organo.
Un volto meno offuscato, benevolo, sorridente quello che attraverso le letture ci si mostrava.
Pensavo ai miei cari, a tutti quelli che mi hanno preceduto che lo vedono o aspettano da me un aiuto per accorciare le distanze.
Intorno a me volti tristi, il pianto dei più stretti congiunti mi lacerava, ma il mio cuore esultava perchè trovava la pace nella Parola che Dio, attraverso i suoi ministri, ci profondeva a piene mani: parole di compassione e di speranza, di certezza che il defunto è uno che ha assolto la sua funzione, che come il servo inutile del vangelo di oggi ha fatto quello che doveva fare per vivere pienamente la sua identità di figlio di Dio.
Mi è venuta in mente mia madre che nel sogno per la prima volta mi aveva sorriso e mi sono ricordata che le dovevo una rosa rossa.
Un desiderio mai realizzato perchè il percorso del perdono è stato lungo e difficile.
Ieri durante la messa ho sentito forte il desiderio di riconciliarmi con lei attraverso un segno di una rinnovata alleanza come quando ero piccola e lei si appoggiava a me, la più grande per affidarmi incarichi di fiducia.
Così sono andata al cimitero, superando tutte le barriere architettoniche fisiche e spirituali ( le più difficili da abbattere) e ho deposto la rosa sulla sua tomba,e ho pregato con lei , io per lei e lei per noi, che siamo rimasti in pochi a svolgere il nostro servizio.
Servi inutili, che brutta parola!
Eppure man mano che leggi ti accorgi di quanto grande sia l’amore di Dio.
Siamo inutili perchè il servizio, il servire non a Lui ma a noi giova per realizzare in pienezza il disegno del Padre, per diventare simili a Lui che doveva morire per eliminare definitivamente le conseguenze del peccato nella nostra carne e risorgere con un corpo nuovo perfetto e immacolato, eterno, indistruttibile e santo.
Se moriamo con Lui anche noi resusciteremo nell’ultimo giorno e sarà festa, un banchetto di grasse vivande e di cibi succulenti sarà imbandito sulle alture di Sion e tutti vi affluiranno e diranno: “Là sono nati, in te sono tutte le sorgenti”
Grazie Signore perchè oggi mi parli di vita, di vita piena, mi asciughi le lacrime e mi doni di condividere la gioia dei tuoi angeli e dei tuoi santi che ti vedono come tu sei, faccia a faccia.
Io ti immagino Signore, ma i contorni non sono definiti.
Gli occhi non servono quando il cuore è pieno di gratitudine, desiderio della patria beata, speranza, amore per ogni cosa che esce dalle tue mani, per ogni parola che esce dalla tua bocca.
Come raccontarlo? Come convincere?
Oggi prego perchè la mia fede rimanga salda e possa solo il mio sguardo far trasparire la luce che mi hai messo dentro.

“Voi tutti siete figli della luce”(1Ts 5,5)

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
Domenica 16 novembre 2014
XXXIII settimana TO A
“Voi tutti siete figli della luce”(1Ts 5,5)
La paura connota gli ultimi tempi che, se per i cristiani del primo secolo era la paura collegata all’aspettativa del ritorno promesso o minacciato da Gesù, per noi è collegata al passare degli anni, alla prospettiva che possiamo fare sempre meno cose, perché la società emargina gli improduttivi.
E poi per quelli che il mondo ce l’hanno in mano, che si sentono giovani e forti, che si tengono lontani dal dolore della povera gente c’è in agguato l’imprevisto, un incidente, un lutto, una malattia, un cataclisma che ti cancella anche i ricordi.
C’è chi crede e chi no, ma la paura che tutto finisca, che tutto quello che hai lo dovrai lasciare è sentimento con il quale prima o poi siamo chiamati a confrontarci.
Nel vangelo di oggi non si parla della vita che ci chiama man mano che passano gli anni a riconsegnare gli strumenti di cui andavamo orgogliosi, riconoscenti o no a nostro Signore, ma anche dell’impossibilità di usarli perchè ci vengono richiesti prima che arriviamo al traguardo.
Allora se di talenti si tratta, non possiamo negare da un lato che Dio li distribuisce a seconda delle capacità di ognuno, ma l’uomo anche se si sforza di farli fruttare, anche quello più in gamba, potrebbe vedere spegnersi la speranza anzitempo di trafficarli e farli quindi fruttare perchè la vita è inclemente e quando meno te l’aspetti ti toglie qualcosa o, come mi piace pensare o mi immagino, ti chiede la restituzione parziale o totale di quanto hai ricevuto.
E ti trovi, se pensi al vangelo e lo prendi alla lettera disoccupato, come oggi mi sento io che mi hanno dato la patente speciale con l’obbligo di mettere un freno a mano vicino al volante.
Incredibile come gli eventi della vita ti parlino di Dio.
A me piaceva correre, fare velocemente ogni cosa, e forse starei ancora correndo se la malattia, gessi e tutori non mi avessero rallentato la corsa.
E io pensavo che era abbastanza, che avevo imparato, con il bastone da cui usciva una sedia, a fermarmi e a dare ad ogni incontro il giusto peso.
Dovere di sedersi….. tanto che se ascoltai e gustai e m’innamorai della parola di Dio fu proprio per l’esigenza che avevo di cercare una sedia alle sette del mattino e procrastinare il mio ritorno a casa da mio marito, che volevo in qualche modo punire.
Ebbene oggi sono alle prese con un ulteriore freno che mi viene imposto dallo stato, perchè impari non solo ad andare piano, ma soprattutto a frenare in tempo per non far male a qualcuno.
Tornando al Vangelo di oggi, quindi, se da un lato i talenti Dio ce li dà, ma dall’altro ce li toglie prima che tutto sia concluso.
Allora a cosa allude in Vangelo che possa risollevarmi dalla confusione e dall’abbattimento di questi ultimi giorni che mi pesa oltremisura?
Mio marito ieri ha detto che si sente come se da un momento all’altro gli dovesse accadere qualcosa, anche io, gli ho risposto, ma poi ho aggiunto che non è per niente patologico avere pensieri di questo tipo perchè dovremmo vivere tutti pensando che da un momento all’altro ci può capitare qualcosa.
Purtroppo l’angoscia nasce dalla paura di ciò che non conosciamo, che non riusciamo a dominare, comprendere,manipolare , altrimenti non staremmo così giù di corda.
Allora cosa c’è da dire?
Che più che pensare ai talenti che abbiamo dissipato, nascosto, usato male, dobbiamo convincerci che c’è qualcosa che sta sopra che li comprende e tutti ed è l’essere figli di Dio.
Il talento che il Signore non ci toglierà mai anche quando ti tolgono la patente o sei ridotta in un letto a contare i giorni rimasti è convincersi di essere suoi figli, incapaci, fannulloni, sfortunati, ma sempre figli.
E con questa consapevolezza che dobbiamo aspettare il ritorno del Signore che alla finestra scruta all’orizzonte il nostro ritorno a casa.

“Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”(Lc 18,8)

Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”(Lc 18,8)
Gesù a conclusione della parabola del giudice disonesto non si chiede se troverà gente che prega incessantemente, ma se troverà fede sulla terra.
La preghiera nasce dalla fede, la fede nasce dall’amore, è intimamente connessa con l’amore donato da Dio e riversato sugli uomini attraverso coloro che lo accolgono con cuore sincero.
Noi siamo canali di una multiforme grazia che dall’alto si spande su tutte le creature.
Ci sono brocche pronte ad accogliere l’acqua dello Spirito, brocche piccole e grandi, sbrecciate, lesionate, vecchie e nuove, in buono e cattivo stato, che aspettano di riempirsi perchè la gente ha sete, tanta sete e cammina in un deserto arido e inospitale.
C’è chi quell’acqua se la tiene per sè e chi provvede a dissetare gli altri nella certezza che mai gli verrà a mancare, perchè la nostra vita è in quel lasciarsi attraversare da quell’acqua, lasciarsi bagnare e nutrire da Dio nella fede incondizionata che mai ci lascerà senza, specie se ci vede operosi nella carità, distributori di gioia e di pace con i nostri gesti concreti di amore.
Dio ama sempre, ama a prescindere, ama tutti.
E’ questa convinzione che ci porta ad un atteggiamento di preghiera continuo che ci sazia se i suoi doni, frutto del suo amore, li usiamo per far stare bene i nostri fratelli, per sostenerli nei momenti della prova, per non perderli mai di vita anche quando sono lontani fisicamente, per amarli come Lui ci ha amato.
La fede è mantenere aperte le porte del nostro cuore, presentare le nostre brocche, perchè Dio possa riempirle di sè del suo amore.
L’amore fa fermare le lancette dell’orologio, perchè ti riempie, ti appaga e ti nutre.
Mi piace e mi commuove pensare che la sete di Dio e la nostra s’incontrano in questa ricerca della verità più profonda inscritta nei nostri cuori.
“Ho sete!”, disse Gesù sulla croce.
Gli diedero una spugna imbevuta di aceto.
Anche noi rispondiamo così a chi ci chiede un po’ di tempo, di attenzione, di cura.
Il nostro aceto è racchiuso in un cofanetto indorato e luccicante di scuse perchè il tempo non lo possiamo donare agli altri quando non ne abbiamo abbastanza per noi.
“Ho sete” continua a dire Gesù, ma noi ci turiamo le orecchie, giriamo gli occhi da un’altra parte perchè abbiamo troppe cose da fare, troppe da pensare per farci carico dei bisogni degli altri.
Continuo a guardare il crocifisso.. Dal petto squarciato scende sangue e acqua.
Gesù, il Vivente continua a parlarmi…
Lo contemplo, lo amo, lo adoro….
Corro a prendere la mia brocca riposta in cantina, seppellita da ciarpame di ogni tipo, devo fare presto perchè non appassisca del tutto il virgulto che lui ha piantato, voglio che lui mi attraversi e mi renda serbatoio d’amore.
Non mi stancherò di stare ai suoi piedi, con Maria, non smetterò di contemplare le sue ferite, non smetterò di chiedere il suo perdono.