Non sapete che siete tempio di Dio?(1Cor 3,16)

” Dedicazione della Basilica lateranense”.

” Io ti costruirò una casa.”(Sam2 6,11)

Cristo ha gettato le fondamenta, perché noi diventiamo la sua casa, impiegati come pietre vive per un sacerdozio regale.

La liturgia di oggi mi ha sempre affascinata perché parte da un fatto storicamente accaduto, la dedicazione della Basilica Lateranense, che evoca la costruzione del tempio del re Salomone.
Il re Salomone si chiede come possa Dio essere contenuto in uno spazio, anche se grande, delimitato da pietre, muri, opera di uomini.
Salomone è consapevole che il tempio fatto di muri ha valore solo se è luogo d’incontro, se lì ci si riunisce per pregare il Signore.
Tanto che dice alla fine della sua preghiera, ” Quando si riuniranno per pregare nel tuo nome in questo luogo, ascolta e perdona!”
Gesù dice: “Quando due o più si riuniscono nel mio nome io sono in mezzo a loro.”
Per essere Chiesa quindi, bisogna essere due o più di due a pregare, qualunque sia il luogo dell’incontro.
Ricordo quando io e Gianni pregavamo sulla pancia di mamma che stava morendo e mi sembrò che noi stavamo celebrando così l’Eucaristia, con le mani stese sul suo corpo.
Ma quello che in questo momento mi viene in mente è che spesso si prega da soli.
Allora dobbiamo pensare che Gesù non è presente nella chiesa?
Il tempio di Dio è il nostro corpo, per cui il nostro corpo assolve alla sua funzione sacerdotale quando prende offrendo, offre prendendo.
Penso a quante volte la preghiera è il frutto di esperienze traumatiche, dolorose, quando è uno sfogo personale, quando ci si rivolge a Dio perché venga in nostro soccorso, escludendo gli altri dalla sua benevolenza, dal suo aiuto.
Certo è che nel tempio di Dio non possiamo prescindere dagli altri.
Gesù, ogni volta che si accingeva a fare qualcosa, si ritirava a pregare.
La preghiera era sempre il presupposto di ogni azione.
Sembrerebbe che, perché Dio assista l’uomo, è necessario che quell’uomo si isoli, sia apparti, per entrare in intimità con Lui, per poterne ascoltare distintamente le parole.
Ma Gesù si rivolgeva alla sua famiglia d’origine che era composta non da una persona sola, (Dio è uno e trino) e si ritirava pregare solo per poter portare al mondo il frutto di quella preghiera.
In fondo eravamo in molti in quella chiesa non fatta di muri di cui Gesù stava gettando le fondamenta.
Quando ci incontriamo con il Signore, sicuramente è un’esperienza straordinaria, bellissima, paradisiaca(quando le cose vanno per il verso giusto).
Ma come per l’episodio della trasfigurazione, Gesù chiamò solo Pietro, Giacomo e Giovanni per farli assistere a qualcosa che avrebbe dato e rafforzato la loro fede, confermato la loro speranza.
Gli apostoli, chiamati prima del tempo ad assistere al miracolo, poi dovranno scendere a valle e anche Gesù, perché l’esperienza della croce lo aspettava, li aspettava.
Anche a Cana di Galilea Gesù anticipa quello che avverrà dopo la risurrezione.
È importante per noi che il Signore ci anticipi qualcosa, altrimenti brancoliamo nel buio.
Sono sprazzi di luce e solo per poco ci illuminano la Città Santa, ma servono a tenere desta la speranza, in base alla memoria di tanti benefici.
Ora dunque la liturgia ci ricorda che noi siamo tempio di Dio, impiegati come pietre vive.
Il tempio è Cristo, noi le pietre.
Il tempio già c’è, ma noi non possiamo starcene a guardare, perché ne siamo parte viva.
Questo ci serve per non tirarci fuori dalle responsabilità di collaborare a che la Chiesa si rafforzi e che non crolli.
Siamo collaboratori di Dio.
Ci è stato dato un corpo per comunicare, un corpo che deve comunicare l’amore effuso da Gesù sulla croce.
Se noi non usiamo il nostro corpo per questo fine, siamo destinati a morire, facciamo la fine di tanti templi crollati e ricostruiti nel tempo o definitivamente scomparsi anche dalla memoria.
Le pietre vive sono pezzi di carne, attraverso cui passa il sangue e l’acqua di Cristo, effuso dal suo costato.
Una pietra non può agganciarsi ad un’altra pietra se non c’è la malta.
I Romani, prima costruivano muri a secco, vale a dire senza malta e in questo sono stati maestri.
Ma l’edificio che noi dobbiamo costruire è un edificio spirituale, una casa di carne, è un cuore in cui battono altri cuori.
Il tempo distruggerà ogni cosa se al cuore di pietra non verrà sostituito un cuore di carne.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

29 giugno 2015
S.Pietro e Paolo

letture:At 12,1-11; salmo 33; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19
ore 6.54
“Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”(2 Tm 4,17)

Quante volte Signore, alla fine di una giornata sfibrante, vissuta nel tuo nome, mi ripeto queste parole.
Ne ho bisogno per trarre forza per il cammino che mi attende, per rinsaldare i miei piedi e riempire il cuore di speranza che tu non vieni mai meno alla tua alleanza.
Se penso alla giornata di ieri mi sembra di aver sognato, sognato tutto ciò che ho visto realizzato per amore del tuo nome.
Non pensavo di farcela dalle tre del mattino che il sofar ha rotto il silenzio con il suo messaggio di paura, di dolore, di morte.
Ieri mattina per la prima volta non ho cominciato dall’ascolto della tua Parola, ma dalla Tachipirina e poi dal busto di ferro e poi dal vestito adatto a coprirlo e contenerlo che non trovavo.
Mentre facevo queste cose pensavo a te, a Maria e, senza proferire parola, presentavo il mio corpo martirizzato da dolori sempre più forti.
Non riuscivo a pregare nel modo tradizionale, mi divincolavo come un animale preso in una tagliola e pensavo che la giornata era molto impegnativa e che non ce l’avrei fatta a portare a termine l’opera da me iniziata.
Aver deciso di disboscare la parte di terreno che si è inselvatichita attorno alla casa di campagna e aver coinvolto nell’impresa tante persone mi chiamava ad una responsabilità non solo formale, ma sostanziale, come l’andare, il rimanere, vigilare e non ultimo preparare il pranzo per tutti, operai e famigliari.
Già questa era impresa apparentemente impossibile, ma tu hai voluto inserire qualcosa di più e forse il meglio.
Partecipare in chiesa al matrimonio della coppia che abbiamo accompagnato durante il percorso per la preparazione alle nozze facendoci fisicamente portavoce di una lettera che tu hai scritto a loro.
Gli orari sono stati da te studiati sì che si incastrassero e non si sovrapponessero, né hai negato a mia sorella, che era nel dolore, il tuo conforto servendoti di noi che l’abbiamo invitata a stare con noi, lì sul monte santo, dove tu ti manifesti, nella casa dove è stata celebrata l’Eucaristia, quando fu inaugurata.
Dalla finestra, mentre bruciavano l’erba secca tagliata, è riemersa la croce che tre anni di abbandono avevano quasi totalmente nascosto, nel campo ai piedi degli abeti che svettano nel cielo.
Dalla camera non si vede più la Bella Addormentata, tanto sono cresciuti, ma io chiudo gli occhi, quando entro nel tuo santuario e vedo ciò che altri non vedono e ti lodo, ti benedico e ti ringrazio.
Ieri quindi è stato come attraversare un oceano, un mare agitato da fortissimi venti che nel momento opportuno smettevano di soffiare perché potessimo godere della tua pace, della tua presenza, del dono che ci hai fatto gli uni agli altri.
Se non ci fossi stato tu Signore con noi, non saremmo sopravvissuti a tanto stress, fatica, pensieri.
Se penso che, quando al mattino siamo arrivati, il pavimento era nero di insetti morti che abbiamo dovuto spazzar via.
Tutto è andato secondo giustizia e verità, tutto è stato fatto nel tuo nome Signore, per amore, per riconoscenza, per gratitudine, per responsabilità, animati da uno spirito di accoglienza e di perdono che non pensavamo poter essere capaci si avere.
Poi questa notte, che notte! una notte di streghe, di sofar che squillavano all’impazzata.
Dalle tre sono sveglia e sono qui a ripeterti le stesse parole di ieri.
Senza di te non posso fare nulla.
Signore aiutami in questa traversata che mi vede sola ad affrontare il nemico.
Maria sia la mia infermiera, la mia consigliera, sia sempre vicina a me perché nel suo seno porta te, Gesù, e io ho bisogno di sapere che non mi abbandonerai mai.

Annunciazione

” Tu lo chiamerai Gesù” (Lc 1,31)

Signore mio Dio con questo nome ti hanno chiamato i tuoi genitori.
“Colui che salva”.
Anche noi vogliamo chiamarti così, specie quando siamo attaccati dal nemico e la tentazione ci spinge a cercare altre salvezze, desiderare altre soluzioni alternative al vangelo.
Tu solo Signore puoi salvarci, specie quando ci riconosciamo poveri, bisognosi di aiuto.
Perchè tu ami più piccoli, i più deboli, tu Signore puoi operare solo in quelli che non ti legano le mani, non ti inchiodano ad una croce, condannandoti a morte.
Tu Signore puoi salvare tutti anche i tuoi persecutori e paradossalmente hai avuto più seguaci dopo la morte che durante la tua vita fatta di segni e di parole divine.
Tu salvi l’uomo dalla fossa della morte, lo salvi dalla sua insipiente sicurezza, quando a te si affida, quando si fida di te.
“Chi potrà salvarsi? ” mi veniva da chiedermi qualche giorno fa, guardando come nel mondo tutto vada a rovescio e sembra che tu sia sconfitto in questa società che pian piano sta scrivendo leggi, imponendo doveri, autorizzando comportamentvii che ci allontanano da te, che negano la vita.
Eppure la storia d’Israele racconta di un popolo che subì anche la vergogna, l’umiliazione , il dolore, lo strazio dell’esilio, della distruzione del tempio .
Tu Signore però non hai mai smesso di amarlo, non hai smesso di operare perchè si realizzasse il tuo disegno di salvezza.
Il tuo progetto prevedeva una collaborazione di carne, tangibile, con una donna , prevedeva che la salvezza passasse attraverso un nutrimento concreto, reale dalla madre al figlio attraverso il cordone ombelicale..
Tu Signore hai formato le tue viscere e le tue ossa nel seno della vergine Maria, hai assunto, preso da lei i caratteri somatici, hai bevuto il suo latte, sei venuto alla luce dopo nove mesi come un comune mortale.
Questo mistero è grande Signore mio Dio… perchè ti sei fatto piccolo , tanto piccolo da entrare nell’utero di Maria che, pur essendo grande nella fede , era spropositatamente piccola per contenere te che sei infinitamente grande.
Eppure è successo.
E tu, colui che salva, sei venuto alla luce nella più piccola città della Giudea, in una stalla. Ti piacciono Signore le persone umili, piccole, povere..
Maria è stata scelta propria perchè aveva imparato ad essere figlia , perchè non si può partorire ed essere madri se non si è fatta l’esperienza di essere figli, amati, scelti, predestinati, destinati ad essere glorificati.
L’essere figli di un Padre come il tuo , Signore, è vivere in eterno nella ferma speranza che nulla e nessuno potrà farci del male.
Così Maria è stata chiamata a collaborare al tuo disegno di giustizia e d’amore.
Mi viene in mente la coppia sterile che abbiamo incontrato al Convegno della C.E.A.M. di Campitello Matese, quella che dopo due anni di matrimonio ha deciso di prendere in affido un bambino di 10 anni.
Dei due la persona più serena che dava forza all’altro era lui che non faceva che ricordare la sua famiglia d’origine e le meraviglie che aveva compiuto l’amore dei suoi genitori. Un amore che aveva generato servizio, gratuità, dono di sè nei tre figli.
Per questo lui, pur avendo perso il lavoro, quindi in un periodo d’incertezza e difficoltà economica , ha scelto di prendersi cura di un bambino, insieme a lei che invece viene da una famiglia di separati dove non ha respirato l’amore.
Per questo l’impresa per lei si è presentata più difficile , anche se l’alleanza con il suo sposo fa sì che il progetto si realizzi perchè fondato su di te, Signore.
Tu chiami ognuno di noi a collaborare alla salvezza.
Ognuno di noi può essere reso fecondo ( felice) attraverso lo Spirito Santo che getta il seme della parola che attecchisce solo in un terreno dissodato, ben preparato.
Signore non conosco i tuoi progetti su di me non tanto per il fine quanto per il percorso attraverso cui tu vuoi venire alla luce attraverso di me. perchè anche io possa vivere e dare vita.
Voglio guardare a Maria, voglio farmi guardare da lei, voglio chiedere la sua collaborazione perchè anche io possa vivere l’esperienza di essere madre giusta, vera , santa, dopo aver sperimentato fino in fondo la dolcezza, la tenerezza, la credibilità dell’amore del Padre, amore per diventare madre.
Aiutami Signore a riconoscere l’amore, aiutami a farmi guidare dall’amore per diventare madre non solo di mio figlio ma dei tuoi figli insieme a Maria.

TRADURRE

Santi Cirillo e Metodio


” Io ti ho posto per essere luce delle genti”

I santi di cui oggi celebriamo la festa sono grandi e per questo ricordati in quanto si fecero carico della difficoltà intrinseca che aveva la Parola di Dio e la liturgia ad essere presa in considerazione dagli slavi che non conoscono nè il latino, nè altra lingua che non sia la loro.Cirillo e Metodio si misero d’impegno a tradurre tutto ciò che era necessario, Sacra scrittura e Liturgia in lingua slava, così che la gente potesse più avvicinarsi e comprendere il messaggio racchiuso in uno scrigno di cui non si ha la chiave.E’ giusto che siano stati proclamati patroni d’Europa insieme a San Benedetto e non solo, perchè con il loro impegno favorirono la nascita del nuovo continente all’insegna di un unico credo.Purtroppo si fa ancora tanta fatica, da parte di chi ha in mano il potere, ad ammettere le radici cristiane dell’Europa.Ma io questa mattina mi voglio soffermare sull’importanza di tradurre , (dal latino “trans-ducere” portare, condurre oltre) chi non parla la nostra stessa lingua, e viceversa sì che possa avvenire l’incontro.Con chi?Con la verità che ci abita, la verità che solo la luce di Cristo può rischiarare.Ci sono persone che si rapportano con Dio non con la testa ma con il cuore e di conseguenza ricevono da Lui la capacità di tradurre ed essere tradotti senza sforzo che non sia l’affidamento totale a LUI, che per farsi capire annullò se stesso fino a morire per noi.Leggendo il Vangelo di oggi in cui Gesù manda altri 72 a preparargli le strade, mi viene in mente una conversazione che di recente ho fatto con una persona a cui sono molto affezionata, sul dovere e il piacere di andare a Messa.Mi ha chiesto se ci dovevo andare per forza, perchè lei si annoia per la ripetizione di formule e di gesti incomprensibili, come anche di parole e di omelie alle quali non si sente interessata.Le ho risposto che anch’io la pensavo come lei e che, quando suo padre cominciò ad andare a messa, io lo giustificai dicendomi che da lì si vedeva che aveva un tumore al cervello.Così è stato per la messa, che se non hai un traduttore, un libretto d’istruzioni, una recensione, come accade quando vogliamo vedere e capire un opera d’arte.C’è quindi bisogno di traduttori, perciò Gesù chiama altri 72 e continua a chiamarci uno per uno.Non dobbiamo andare lontano, ma assicurarci che chi ci sta più vicino sia in grado di decodificare i messaggi che noi gli mandiamo, partendo però non da loro ma da noi che per primi ci dobbiamo mettere in ascolto e diventare l’altro per capire quale lingua gli hanno insegnato, che latte ha preso, come è stato amato.Conoscere la lingua dei nostri interlocutori è essenziale per farci capire e per mediare la Parola di Dio nei loro cuori.Oggi Signore ti voglio pregare per tutti quelli che si sforzano di annunciare il tuo regno e trovano tante difficoltà che solo tu puoi aiutare a superare.

” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)

Immacolata Concezione
 
” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)
C’è poco da rallegrarsi se mi guardo intorno, se penso a questa mia vita sempre più tribolata, alla nostalgia dei natali della mia infanzia dove non si parlava di Gesù, tanto come ora che lo si combatte senza esclusione di colpi.
Del Natale ricordo il profumo di buono che usciva dalla cucina, l’affaccendarsi gioioso di noi tutti perchè il banchetto di grasse vivande ci riunisse attorno ad un unica mensa, noi che eravamo costretti a mangiare a turni per via del lavoro di mamma e papà.
Allora la festa era la festa e i negozi rimanevano chiusi, e se ti eri dimenticato qualcosa il vicino non si scandalizzava se glielo chiedevi, anzi ti dava anche in aggiunta il suo che aveva preparato e che voleva che tu assaggiassi.
Mi manca il calore della famiglia, la spensieratezza di quando ero bambina e il mio compito era solo quello di nascondere le nostre letterine nel tovagliolo di papà senza che se ne accorgesse. Infatti eravamo quattro e io la più grande, quella a cui mamma affidava gli incarichi di responsabilità.
Il calore di quei giorni prima e dopo la festa ancora mi percorre le vene, ma se mi guardo intorno oggi vedo solo deserto.
I natali mi fanno paura, mi mettono ansia, mi scomodano a tal punto che vorrei saltarli a piè pari. Un tempo le feste di Natale coincidevano con le feste a scuola e siccome mamma faceva l’insegnante, finalmente ce l’avevamo a casa tutta per noi.
Mi chiedo come sia possibile che ti rimanga il profumo e il sapore di una festa senza che si parli del festeggiato, fatta eccezione delle letterine che le suore ci facevano scrivere a scuola.
Davvero questo Dio che celebro nelle mie carte, che mi ha cambiato la vita è un Dio misterioso, lascia tracce dappertutto e ci invita a fare la caccia al tesoro.
Penso che questo è il bello della nostra fede, di non sentirsi mai arrivati, ma di avere il cuore sempre aperto alla speranza che la carta successiva sia quella vincente.
Il Natale dei miei anni spensierati era anche e soprattutto tempo di gioco, insieme con pochi spiccioli continuavamo la festa, il banchetto, cambiando solo la tovaglia, il terreno su cui dovevamo passare con le nostre scarpe.
Il denaro non era il protagonista di quei giochi innocenti tra gli adulti che ridiventavano bambini, ma la gioia di avere complici, compagni di viaggio, maestri gli stessi che durante l’anno non avevano tempo per noi quando li cercavamo per giocare insieme.
Non ricevevamo regali, perchè il regalo era lo stare insieme.
Ti accorgi che ti sei fatto vecchio quando non hai voglia di regali, ma di persone.
E’ arrivato anche il mio turno e la nostalgia è più grande quanto più la casa ti sta larga man mano che la caccia al tesoro procede.
Quando gli spazi si allargano, diventa più difficile trovare la carta vincente.
La Parola di Dio ci ha convocato nel deserto, e in questo luogo aspro e desolato dobbiamo cercare  quel profumo, quel sapore di buono che ti spinge ancora a cercare, che non ti spegne la speranza che potrai anche tu, come un tempo sedere al banchetto preparato per tutti i popoli, un banchetto di grasse vivande dove nessuno sarà deluso e la festa sarà festa eterna perchè le scuole saranno chiuse per sempre, e noi per sempre avremo  Chi  si fermerà con noi a giocare senza che aspettiamo il Natale.
La festa di oggi è occasione per riflettere sulla gioia che vorrei fosse piena, ma che pregusto come quando da piccola assistevo e in minima parte collaboravo alla realizzazione della festa.
A Maria l’angelo disse”Rallegrati!, piena di grazia, i Signore è con te”. Mi piace pensare che queste parole sono rivolte anche a me oggi, in cui ho il morale a terra perchè non c’è più nessuno di quelli con cui ho festeggiato i natali di un tempo, vorrei sentirmi confermata nell’amore di Dio che mi ama così come sono, anche se non sono senza peccato, vorrei tanto che la sua grazia riempisse il vuoto che sento dentro di me per tutto ciò che sono stata costretta a lasciare, strada facendo, a riconsegnargli con dolore e fatica.
Chiedo a Maria di potermi unire a lei in questo straordinario viaggio per imparare come  anche da vecchi si può dare alla luce Gesù.
“Nulla è impossibile a Dio!”dice l’angelo a Maria, perchè non dovrebbe poterlo dire anche a tutti quelli che come me  conservano il profumo e il sapore dell’amore condiviso?

“Noi fin d’ora siamo figli di Dio”(1Gv 3,2)

VOLTO SANTO di Manoppello (Pe)
1 novembre
OGNISSANTI
“Noi fin d’ora siamo figli di Dio”(1Gv 3,2)
Mi chiedo se e fino a che punto abbiamo questa consapevolezza, noi che ci proclamiamo cristiani, noi che andiamo magari a messa non solo le feste comandate.
Quanto crediamo a questa verità di fede che Gesù è venuto a ricordarci?
Il popolo ebraico sapeva di essere stato generato da Dio, che quindi Dio è il Creatore e Signore di tutta la terra, ma a quanto pare poi non si comportava in modo consequenziale.
Doveva venire Gesù per mostrarci cosa significa essere figli, cosa comporta e che vantaggio ne consegue.
Certo che, se guardiamo intorno a noi e dentro di noi, quando non siamo in pace con noi stessi e di conseguenza con Dio e con gli uomini, l’essere figli di Dio non fa la differenza.
Leggo a proposito del vedere nella lettera di Giovanni(1 Gv 3,1-3) che “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sapiamo però che quando si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Penso a quanta fatica faccio a leggere ora che ho un occhio fuori d’uso, un occhio che mi impedisce di vedere ciò che mi circonda con chiarezza.
Rimane sempre una parte oscura e mi aspetto che almeno dopo, quando cammineremo sui prati del cielo, potrò non avrò questi problemi e sicuramente non mi sarà negata la gioia di specchiarmi in Dio, che con la sua luce mi manifesterà completamente cosa significa essere sua figlia.
Sarò uno specchio immacolato, privo di qualsiasi impurità, sì che quello che accadde agli angeli e poi ai santi accadrà a me, ad ogni uomo che ripone la sua fiducia in Lui da subito, da qui, anche se non vediamo, non sentiamo, non tocchiamo.
Dio è la nostra ultima e sicura speranza, senza di Lui la morte ci porterebbe via negli abissi delle tenebre e del nulla.
Da piccola non mi specchiavo mai, non ne sentivo l’esigenza, forse perché gli specchi non c’erano o erano posti in luoghi difficilmente accessibili.
Poi sentii il bisogno di specchiarmi, ma ero grande, quando mi accorsi che c’era chi mi guardava.
Certo che non pensavo a Dio, quando mi facevo la messimpiega o indossavo un vestito nuovo.
Il suo sguardo mi ha sempre fatto paura perché immaginavo stesse spiando le mie mosse per cogliermi in fallo.
Sono vissuta sotto il suo sguardo inquisitore gran parte della mia vita credendo che per piacergli dovevo fare ciò che mi pesava, che non capivo, che non mi rendeva felice, che mi complicava la vita.
Non so quando incrociai il suo sguardo, forse a Manoppello, dove è esposto il velo che era stato poggiato sul suo volto prima di avvolgerlo nel sacro lenzuolo della Sindone.
Rimasi disorientata, ricordo, perché mi aspettavo una faccia diversa, connotati perfetti e tutto quello che l’iconografia più recente mi avevano portato a immaginare.
Vero uomo, gli avevano strappato la barba, conficcato sulla testa una corona di spine, lo avevano flagellato prima di crocifiggerlo.
Come poteva essere bello il volto di chi ha subito tutto il peggio che può capitare ad un uomo?
Calci, pugni, sberleffi, una morte a piccole dosi sarebbe da dire, ma le dosi erano colme, traboccanti di odio e di ingratitudine.
Perciò quella faccia livida, gonfia, violata.
Noi vedremo Dio come egli è quando verrà la nostra festa.
Specchi dell’immutabile amore, specchi che servono a immillare la luce per tutto il creato.
Questa mattina un santo sacerdote ha commentato il vangelo delle beatitudini, donandoci uno squarcio di luce che su di Lui da tempo si riflette e aumenta quanto più passano gli anni.
La beatitudine è quando sai che c’è chi ti asciuga le lacrime, chi ti fa giustizia, chi ti premia perché hai fiducia in Lui.
La beatitudine poggia sulla speranza che solo Lui ci può togliere calci, sputi, persecuzioni, rifiuti, oppressioni, solo Lui può donarci tutto ciò che abbiamo perso credendoci padroni del nostro destino.
Lo sguardo di Gesù nel Sacro Volto di Manoppello fa pensare, perché lo sguardo è sguardo di amore, di pace, di stupore e di gratitudine, di tutto quello che noi vorremmo da chi ci sta di fronte.
Gesù è la nostra pace e oggi voglio pensare e meditare sul fatto che se qui ne vediamo i tratti del volto deformati, lo sguardo in cui ci specchiamo è lo sguardo di Dio che non giudica ma ama e perdona sempre.

Esaltazione della croce


13 settembre 1971

 

13 settembre 2018
Ieri 13 settembre di 47 anni fa ci siamo sposati..
Che il giorno dopo fosse l’Esaltazione della Croce allora non lo sapevo né lo seppi per tantissimi anni, fino a quando non ho incontrato il Signore e ho cominciato a meditare la Sua Parola.
Ho pensato quindi al fatto che eravamo stati avvertiti da subito poiché mi ammalai di lì a poco tempo.
Non c’è dubbio che Dio scriva nella nostra storia e ci mandi dei messaggi che possiamo capire solo quando hai occhi per vedere, orecchie per sentire e cuore per accogliere.
La foto che ieri Emanuele, il nostro nipote più piccolo, ci ha scattato, mentre andavamo all’altare per rinnovare le promesse fatte quel giorno, è emblematica di come la gratitudine di tanti suoi benefici ci illumini il volto.

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”( Gv 19,37)